appare un pio e fervente giudeo di Gerusalemme, versatissimo nella lingua ebraica delle S. Scritture, conoscitore del terreno della Palestina, partigiano convinto degli Asmonei ed in contatto con i dirigenti della politica e degli affari.
Il libro fu scritto in ebraico, come indicano le testimonianze di alcuni Padri (s. Girolamo nel Prologo galeato e Origene [presso Eusebio, Hist. ecel., VI, 25, 2], che conserva il titolo dell'opera, tanto diversamente interpretato, di σ α β β × θ σ α β α ν α ι λ= Sepher Bêth Halmûnaj, Libro della casa di Sobanaiel - ?). Ma il testo originale andò ben presto perduto e ne resta soltanto una antichissima versione greca. Lo stile, che imita quello dei libri storici del Vecchio Testamento, è semplice e conciso, chiaro e ordinato; ma con facilità passa dal tono narrativo a quello poetico ed entusiastico.
Tutto il libro è animato da un soffio religioso di attaccamento alla religione dei padri e all'osservanza della Legge di Dio. I successi e gl'insuccessi d'Israele hanno la propria ragione nell'osservanza e nell'allontanamento dalla Legge. Per un religioso rispetto verso l'augusto nome, invece di «Dio del cielo "si trova sempre "Cielo ". L'autore, fervido nazionalista, che considera cone gôjîm o pagani i rinnegati ebrei, mostra adesione completa agli Asmonei e trova giusto che, con la somma dignità sacerdotale, abbiano rivestito anche l'autorità regia: per essi Israele ha conservato il diritto di osservare la propria religione.
L'esattezza dei dati topografici e cronologici e la vivezza di certi particolari sembrano attestare che l'autore fu contemporaneo o molto vicino al tempo dei fatti narrati, e che poté avere anche accesso agli archivi del sommo sacerdote, probabilmente la biblioteca di Neemia, dove, secondo II Mach. 3, 13, erano conservate le lettere dei re di Persia, e donde può avere desunto gli undici documenti ufficiali, che inserisce nella narrazione: lettere fra i capi di Stato (I Mach. 12,5; 14,20), indulti di re (ibid. 10, 17; 11, 30; 13, 36; 15,2), trattati di alleanza (ibid. 8,22; 15, 16), plebisciti (ibid. 14, 27). L'integrità del libro è ormai fuori di dubbio. Gli ultimi tre capitoli sono la narrazione e il seguito normale del libro. Se Flavio Giuseppe ha preferito, in questo caso, seguire Nicola di Damasco, non ne segue che gli fosse sconosciuto il testo dei M. L'elogio dei Romani contenuto nel libro mostra che esso fu scritto prima del 63 , quando, con la presa di Gerusalemme, Pompeo si attrasse l'odio di tutti gli Ebrei;

Maccafer - Incipit dei I libro dei M. Bibbia di Borso d'Este (1435-61), vol. I, f. 110⁷ - Modena, Biblioteca Estense.
d'altra parte, l'epilogo fa supporre che l'autore scrisse dopo il governo di Giovanni Ircano; perciò la composizione viene fissata ca. il 100 a. C.
II M. - Si presenta (II Mach. 2, 23) come un riassunto dell'opera più vasta, in cinque libri, di un certo Giasone, letterato e storico della fiorente diaspora della Cirenaica. A quanto si può desumere dal fedele riassunto del libro, il cui autore è ignoto, Giasone mostra di aver raccolto le notizie sulla storia dei Seleucidi da documenti ufficiali o da accurati testimoni, mostrandosi bene al corrente dell'amministrazione, dei titoli e delle cariche.
Il contenuto del libro riguarda principalmente le azioni gloriose di Giuda dall'inizio fino alla disfatta di Nicanore (ibid. 8, 1-15, 37), precedute da una lunga presentazione delle circostanze che determinarono la riscossa (ibid. 3, 1-7, 42). All'inizio del libro sono inserite due o tre lettere dei Giudei di Gerusalemme a quelli d'Egitto per raccomandare loro di celebrare la festa della Dedicazione (ibid. 1,1-2,32).
Giasone e l'abbreviatore hanno scritto in greco, ma il libro si stacca dal comune greco biblico, sia perché non è una versione, sia perché Giasone intese fare opera letteraria. Lo stile è oratorio: discorsi ampollosi, esagerazione nei numeri, ricerca d'effetto, gusto pronunziato per prodigi e molte volte sostituzione della retorica alla descrizione tecnica, secondo il gusto del suo tempo. Il metodo letterario niente toglie al suo grande valore storico. Le differenze con I M. sono innegabili ma dei due
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libri può istituirsi un quadro sinottico dove, nell'indipendenza della composizione, può riconoscersi l'accordo sostanziale nella storia degli avvenimenti.
Nella preistoria dell'insurrezione sono riportati molti particolari ignoti a I M.; essi provengono da Giasone, che dà affidamento di storico coscienzioso. Le sette lettere sono di sicura autenticità; le prime due furono redatte in aramalco e tradotte in greco, probabilmente dall'abbreviatore, e inserite nel libro da altra mano.
L'autore presenta i nemici come strumenti della giustizia divina, le sofferenze dei martiri come mezzi di riconciliazione, le vittorie di Giuda come segno della misericordia di Dio. Con parole di profonda commozione sono insegnate la risurrezione di corpi (II Mach. 7, 11; 12, 43-44; 14, 46), l'efficacia della preghiera e del sacrificio per i defunti e della preghiera dei santi per coloro che si trovano ancora sulla terra (ibid. 13, 43-44; 15, 12-16), l'esistenza degli angeli e il loro intervento anche con effetti miracolosi in soccorso del popolo nei momenti più critici. Ma oltre lo scopo di edificare i Giudei e di fare conoscere le dottrine care ai farisei, si nota in I I M. una cura costante di raggruppare tutti gli avvenimenti intorno al Tempio. Assai freddo verso gli Asmonei, si mostra entusiasta di Giuda, che impedì a Nicanore di distruggere il Tempio. Le guerre e le vittorie sono considerate non come un mezzo di ampliare il territorio, ma come tappe successive per la liberazione del Tempio.
Se Giasone ebbe le sue informazioni per via orale, non si può supporre una grande distanza di tempo fra gli avvenimenti che racconta e la narrazione. L'ultimo avvenimento ebbe lungo nel 151 dell'èra selvacida; Giasone, avrebbe quindi scritto poco dopo il 160 a. C. L'epitomatore, forse un dottore alessandrino, avrebbe composto l'opera fra il 161 a. C. e il 70 d. C., probabilmente ca. il 100 a. C.
Biel.: J.-M. Abel, Les livres des Maccabies. Parigi 1949 (con tutta la bibl. precedente).
Donato Baldi
III. Il libro III del M. - Apocrifo del Vecchio Testamento, che nulla ha a che vedere con i M., oltre all'analogia di una persecuzione dei Giudei e della liberazione mediante miracolosi interventi divini.
Narra che Tolomeo IV Filopatore, dopo la vittoria di Raphia (217 a. C.), sale a Gerusalemme e vuole entrare nel Santuario. Dio punisce l'intruso colpendolo con paralisi. Ritornato in Egitto, Tolomeo per vendetta perseguita i Giudei e alla fine ordina di radunarli da tutto l'Egitto nell'ippodromo di Alessandria per esservi schiacciati da 500 elefanti, appositamente eccitati. Tutto è pronto, ma Dio interviene : prima immergendo Tolomeo in un sonno profondo; quindi facendogli perdere la memoria di quanto ha ordinato; infine, quando il massacro deve incominciare, mandando due angeli a terrorizzare il Re e i consiglieri, mentre gli elefanti si rivolgono contro i soldati egiziani facendone strage. Tolomeo, allora, decreta la liberazione dei Giudei; somministra loro un lauto banchetto, e concede loro di uccidere i correligionari apostati. Prima di ritornare alle proprie sedi, i Giudei erigono un monumento e istituiscono una festa annuale.
E una narrazione a scopo edificante, piena di esagerazioni e di inverosimiglianze psicologiche, dallo stile ampolloso ed enfatico. Non si ha traccia alcuna di una simile persecuzione da parte di Tolomeo Filopatore. Flavio Giuseppe (Contra Apionem, II, 5) narra qualcosa di simile di Tolomeo VII Fiscon (170-164 e poi 145-117): i Giudei di Alessandria son rinchiusi nell'ippodromo, ma gli elefanti non fan loro alcun male; uccidono invece parecchi amici del re; è istituita la festa annuale per ricordare tale liberazione. Sembra pertanto che un nucleo storico sia servito di fondo a questa leggenda che in Flavio Giuseppe è in forma più semplice e più antica.
Lo scopo dell'autore era di consolare ed incoraggiare i Giudei d'Alessandria in circostanze particolarmente difficili. Molti critici pensano alla persecuzione di Caligola (cf. Filone, In Flaccum, 53-96). Mancano però riferimenti sufficienti. La composizione è da collocarsi tra il sec. I. a. C. e il I d. C.;
prima però della distruzione del Tempio. L'autore conosce le parti deuterocanoniche di Daniele (cf. 6, 6). Fu scritto in greco, ad Alessandria. Si hanno, oltre al testo originale, le versioni siriaca e armena.
Biel.: Testo: A. Rahlfs, Septuaginta, I, Stoccarda 1935. pp. 1139-56. Cf. inoltre: E. Schürer, Geschichte des jüdischen Volkes, III, 5* ed., Lipsia 1898, pp. 364-67; B. Morzo, Esame parita-critico del III libro dei Maccabei, in Eutopbios in memoria di E. Pazzi, Torino 1913, pp. 209-31; J.-B. Frey, Apocryphes de l'Ancien Testament, in DBs, I, col. 428 sgg . ; J. Cohen, Judaica et Acgépitaca. De Maccab. libro III qumestiones historicae, Groningen 1941.
Francesco Spadafora
IV. Il libro IV del M. - Apocrifo didattico del Vecchio Testamento. In elegante forma parenetica viene inculcata la sottomissione di tutti i moti dell'animo all'impero della sana ragione o della ragione informata dalla pietà, definita "la dominatrice degli istinti" (1, 1). L'autore, che si rivolge ai Giudei (18, i) e risente l'influsso dello stoicismo, sviluppa il suo tema prima con argomenti filosofici ( 1,13-3,18 ) e quindi con gli esempi presi dalla storia giudaica, precisamente da I I M. : pietà di Onia, di Eleazar, dei sette fratelli con la loro madre, che tutti resistendo alle passioni e ai tiranni, fino al martirio, meritarono eterna lode serbando intatta la loro fede ( 3,19-18,24 ).
Non si tratta di un'omelia sinagogale (J. Freudenthal), perché il soggetto è filosofico e non ha il suo punto di partenza nella S. Scrittura. Eusebio (Hist. rest., III, 10, 6), seguito da s. Girolamo (De viris ill., 13), lo attribuisce a Flavio Giuseppe. E solo un'ipotesi, perché il libro in parecchi manoscritti è anonimo; essa d'altronde è in contrasto palese con lo stile di Flavio Giuseppe e specialmente con il fatto che questi nelle Antig. Ind. non usa mai I I M., da cui invece il presente apocrifo dipende. E stato scritto in greco poco prima e poco dopo Cristo, mentre i Giudei godevano di un periodo di calma ( 14,9 ); ma prima della distruzione del Tempio, da un giudeo ellenista. Non è possibile parlare di numerose interpolazioni cristiane (J. Freudenthal); si può solo discutere per 7, 19 e 16, 25 in relazione a Mc. 12, 26 e Rom. 6, 10 (J. B. Frey). Il testo è conservato in 3 manoscritti della versione greca dei Settanta (S, A, V); c'è una versione siriaca e una latina.
Biel.: E. Schürer, Geschichte des jüdischen Volkes, III, 3* ed., Lipsia 1898, pp. 303-97; J. B. Frey, Apocryphes de l'Ancien Testament, in DBs, I, col. 445 sgg .; A. Rahlfs, Septuaginta, I, Stoccarda 1935, pp. 1137-84; A. Dupont-Sommer, Le IVe liare des Machabées, Parigi 1939.
Francesco Spadafora
MACCABEI, santi, martiri : v. SETTE FRATELLI (MACCABEI), santi, martiri.
MACCARI, CESARE. - Pittore, n. a Siena il 9 maggio del 1840 , m. a Roma il 7 ag. del 1919.
In patria fu scolaro successivamente dello scultore T. Sarrocchi e del pittore Luigi Mussini, poi fu a Venezia e a Roma ove iniziò la sua fortunata carriera di affreschista dipingendo nella vobta della chiesa del Sudario la gloria dei cinque beati di Casa Savoia e nel Coro l'Incontro di s. Francesco di Sales con il ven. Ancina e S. Anselmo nel Concilio di Bari.
Nel 1882 il M. intraprendeva un'altra vasta opera decorativa, quella degli affreschi della sala del Senato con scene dell'antica storia romana e l'allegoria del Trionfo d'Italia. Il lavoro durò sei anni durante i quali il M. dipinse anche affreschi nella chiesa della Consolazione a Genova, nella sala Vittorio Emanuele del Palazzo pubblico di Siena e nelle Cappelle delle famiglie Franchi e Piccolomini nel cimitero della Misericordia, nonché in quella del Sacramento nel S. Domenico della stessa città. Compiuto quell'importante ciclo di pitture, nelle quali il suo forte temperamento, la sua grande facoltà di disegnatore e colorista, per cui sembra talvolta riallacciarsi alla migliore tradizione decorativa italiana del sec. xvir, ebbero modo di esprimersi compiutamente, il M. nel 1888 intraprendeva la sua opera maggiore : la decorazione della cupola della Basilica della S. Casa a Loreto, ove la Vergine è glorificata nella figurazione delle Litanie.
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Altri affreschi il M. dipinse nella sala della Corte di Cassazione nel Palazzo di Giustizia a Roma e quindi nel coro della cattedrale di Nardò in Calabria (1906-1908). La sua attività si volse anche in quadri da cavalletto e in ritratti, ove l'acuto gusto veristico proprio del suo tempo, di cui egli è tra i maggiori rappresentanti, non gli impedì, come nei grandi cicli ad affresco, di attingere risultati notevolissimi per equilibrio ed armonia di forma e colore.
Bibl.: A. D. Benedetti, C. M., in La Nuova Antologia, 30 (1908), pp. 39, 47; P. Rossi, C. M., in Rassegna d'arte senese, 12 (1919), pp. 3-10; A. Bessone Aureli, s. v. in Thieme-Becker, XXIII, pp. 503-506; A. Colasanti, s. v. in Ene. Ital., XXI, pp. 128 -29.
Emilio Lavagnino
MACCHI, Vincenzo. - Cardinale, n. a Capodimonte, diocesi di Montefiascone, il 31 ag. 1770, m. a Roma il 30 sett. 1860. Addetto alla nunziatura di Lisbona, quando i Francesi invasero il Portogallo nel 1808 sostituì il nunzio Lorenzo Caleppi come incaricato di affari.
Eletto nel 1818 arcivescovo titolare di Nisibi fu nunzio apostolico presso la Confederazione elvetica, quindi, nel genn. 1820, nunzio a Parigi; e nel 1826 cardinale.
Nel 1828 ebbe la nomina a legato apostolico di Ravenna e divenne nel 1835 presidente della Congregazione della Revisione dei conti e nell'anno successivo legato apostolico di Bologna, dimostrando in questi uffici un grande senso di moderazione e di equilibrio. Fu inoltre prefetto della Congregazione del Concilio (1834) e dal 1840 vescovo di Palestrina, poi prefetto della Segnatura di giustizia dal 1841 , vescovo di Porto, S. Rufina e Civitavecchia e sottodecano del S. Collegio (1844). Pio IX, nei primi giorni del suo pontificato, lo nominò membro di una Commissione destinata a trattare gli affari di Stato.
Alla morte del card. Micara (1847), fu vescovo di Ostia e Velletri e decano del S. Collegio; ad Ostia si interessò molto per i restauri del famoso castello e a Velletri istituì le scuole serali, che affidò alla direzione dei Dottrinari, restaurò la Cattedrale ed eresse la facciata della chiesa di S. Lucia. Tenne successivamente le cariche di datario di S. Santità e di Segretario dei Brevi apostolici. Il suo sepolcro è ai SS. Giovanni e Paolo.
Bibl. : Artuad de Montor, Storia del postefice Pio VII, II, Milano 1837, p. 520; G. Schmidlin, Papstgeschichte der Newestenzait (1800-46), I, Monaco 1933, passim. I Mario de Camillis
MACCHIAIOLI. - Con tale attributo viene indicato un gruppo di pittori operanti in Toscana, a Firenze soprattutto, nella seconda metà del sec. xix, la cui azione si inquadra, pur assumendo e mantenendo particolari ed individuali caratteri, nel grande movimento tendente alla disgregazione degli antichi linguaggi pittorici che culminò nella pittura impressionista francese di quella età (v. impressionismo).
Tali caratteri inizialmente derivano dall'atteggiamenti polemico dei m. nei riguardi dell'imperante accademia purista e del lezioso raffaellismo; per cui i m. si rifocero da un lato direttamente allo studio della pittura del Quattrocento toscano, e dell'altro ai modi che furono propri dei paesaggisti francesi del ' 30 (scuola di Fontainebleau e di Barbizon) sull'esempio dei quali essi
insistettero nello studio e nella resa del vero, particolarmente di paesaggi e figure poste in piena luce, all'aperto.
I risultati dell'effettiva attività in senso antiaccademico e verista, svolta essenzialmente fra il 1855 e il 1862 nelle campagne fiorentine, ma anche in Liguria e nel Veneto, quel gruppo di giovani pittori espose a Firenze appunto nel 1862 presso la «Società Promotrice». Erano in massima parte studi di paese, dai loro autori definiti a macchie».
Quel termine, che presso i vecchi pittori ancor oggi significa abbozzo veloce, soprattutto di paesaggio all'aperto, dette origine inizialmente ad un equivoco, allorché il critico della Gazzetta del Popolo chiamò con l'attributo di m. gli autori di quelle pitture, ma assegnando all'appellativo essenzialmente il valore che avrebbe potuto ad esso dare un popolano, cioè di rompicollo, di spregiudicato, di capiscarico. I dieci pittori che avevano preso parte a quella manifestazione furono C. Banti di S. Croce sull'Arno, G. Fattori di Livorno, Vito d'Ancona di Pesaro, S. de Tivoli pure di Livorno, G. Abbati veneziano, O. Borrani di Pisa, T. Signorini, R. Sernesi e A. Cecioni di Firenze, V. Cabianca di Verona. Al gruppo dei m. presto s'aggregò anche S. Lega romagnolo e, per un breve periodo, anche G. Boldini ferrarese e Nino Costa romano. Il quale ultimo, per le sue vaste esperienze e conoscenze di pittura europea, allorché fu fra il 1859 e il 1861 a Firenze, esercitò una notevole azione chiarificatrice, aiutando i m. a superare le fase meramente tecnica della "macchia». Il gruppo dunque di quei giovani pittori accettò subito l'appellativo di m., anche se T. Signorini prima e A. Cecioni dopo, ma con maggiore esperienza critica, intervennero a chiarire il valore che essi attribuivano al termine. a Molti - scrive il Cecioni - credono che macchia voglia dire abbozza... la macchia è la base del quadro. Gli studi della forma e le ricerche del dettaglio hanno l'ufficio di rendere conto delle parti».
In altri termini quello dei m. è un modo di dipingere a zone o toppe di colori limpidi e schietti direttamente accostati talvolta sottolineati nei contorni da linee brune per definire con estrema chiarezza i piani e quindi i volumi della composizione, senza che questo impedisca, soprattutto in una fase ulteriore dell'attività dei m., precise e gustose annotazioni di particolari, sia nella pittura di paese che di interni (p. es., S. Lega, T. Signorini, V. Cabianca).
Certo si è ad ogni modo che la pittura dei m. anche se collegata, come già s'è detto, a quella dei pittori francesi del ' 30 e contemporanea alle ricerche del movimento impressionista della seconda metà del secolo, non è per nulla appesantita da eccessivi atteggiamenti imitativi. Anzi la stessa diretta conoscenza dell'arte francese, che anche il Banti, il Signorini, il Cabianca, e quindi il Cecioni, ebbero modo di fare intorno al 1870 , allorché il movimento degli impressionisti aveva assunto una straordinaria importanza, non modificò il loro atteggiamento pittorico tendente essenzialmente ad una definizione della masse plastiche e dei campi cromatici a mezzo di un disegno evidente o sottinteso per il preciso, netto, crudo accostamento delle "macchie" di colore. Pertanto la ricerca macchiaiola, sebbene d'indole provinciale e collegata perfino alla lontana tradizione, può assumere, rispetto alle ben diverse note perseguite dalla pittura impressionista francese, un suo tono di franca indipendenza.
D'altro canto questa constatazione che non implica apprezzamenti qualitativi o di precedenza, fu implicitemente fatta dallo stesso Diego Martelli, il maggior critico italiano di pittura moderna che abbia avuto il nostro Ottocento, quando, come recentemente ha ricordato R. Longhi, chiarì essere l'indole della ricerca degli impressionisti francesi essenzialmente cromatica e quella dei m. essenzialmente chiaroscurale.
Bibl.: G. G. Pischel, Pittura europea dell'800, Milano 1942. pp. 329-401; J. Rewald, Storia dell'impressionismo, trad. it., con prof. di R. Longhi, Firenze 1949. Emilio Lavagnino
Mc CLOSKEY, John. - Primo cardinale americano, n. a Brooklyn (Nuova York) il 20 marzo 1810, m. a Nuova York il 10 ott. 1885. Ordinato sacerdote nel 1834, insegnò filosofia nel nuovo Semi-
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nario di Nyack. Dal 1835 al 1837 fu a Roma; ritornato in patria, fu parroco della chiesa di S. Giuseppe a Nuova York; nel 1844 vescovo ausiliare di Nuova York; nel 1847 primo vescovo di Albany.
La popolazione cattolica, sia per il vivo zelo del pastore, sia per il continuo flusso dell'immigrazione, era in costante aumento ed insieme ad essa aumentarono i sacerdoti e le chiese. La cattedrale dell'Immacolata Concezione ad Albany, il Seminario teologico di S. Giovanni a Troy, scuole ed orfanotrofi testimoniano dell'attività solerte spiegata dal primo vescovo di Albany. Alla sua erezione, la diocesi contava ca. 25 chiese con trentaquattro sacerdoti, due orfanotrofi e qualche scuola : dopo quattordici anni, nel 1861, le chiese avevano raggiunto il ragguardevole numero di 117 , ventisette erano le scuole e sei gli orfanotrofi. Il 6 maggio 1864 il M. fu chiamato al governo dell'areidiocesi di Nuova York. Partecipò al Concilio Vaticano, dove fu membro della commissione della disciplina. Pio IX lo creò il 15 marzo 1875 cardinale del titolo di S. Maria sopra Minerva. Il 25 maggio 1879 consacrò la cattedrale di S. Patrizio.
Bisc.: T. O'Gorman, A history of the Roman Catholic Church in the United States, Nuova York 1895, passim; J. M. Farley, The life of 7. card. McC., ivi 1918; J. M. Farley, s. v. in Cath. Enc., IX, pp. 489-88 (con bibl.).
Silvio Furlani
Mc CLOSKEY, William George. - Prelato americano, n. a Brooklyn (Nuova York) il io nov. 1823, m. a Louisville (Kentucky) il 17 sett. 1909.
Ordinato sacerdote nel 1857 , insegnò teologia morale, S. Scrittura e latino per sei anni al Mount St. Mary's College. Nel 1859 ebbe la designazione unanime di tutti i vescovi americani a primo rettore del Collegio Americano a Roma.
Diresse il Collegio nel periodo difficilissimo della Guerra di secessione, quando i contrasti e gli odi tra nord e sud, tra Unione e Confederati avevano i loro riflessi all'interno del Collegio. Vescovo di Louisville dal 1868; energico, vellitivo e tenace, esplicò nella sua diocesi un'attività indefessa. Vi trovò 64 chiese ed 80 sacerdoti : alla sua morte le chiese raggiungevano la cifra di 165 , i sacerdoti erano diventati 200.
Bisc.: H. A. Brann, s. v. in Cath. Enc., IX, pp. 488-89 (con bibl.).
## M
MAGEDO, Francisco. - Francescano minore, teologo, detto anche da S. Agostino. N. a Coimbra nel 1596, m. a Padova il 1° maggio 1681. Entrato nella Compagnia di Gesù nel 1610, passò poi (1642) ai Minori Riformati e da questi (1645) ai Minori Osservanti.
In patria parteggiò per la casa di Braganza e fu nominato cronologo latino dal re Giovanni IV di Portogallo. Fu anche predicatore e consigliere della regina Anna di Francia. Chiamato a Roma da Alessandro VII, insegnò teologia al Collegio di Propaganda Fide e storia ecclesiastica alla Sapienza, ed ebbe uffici in curia. Ingegno forte ed enciclopedico, ma d'indole bizzarra, sostenne solenni dispute pubbliche a Roma e a Venezia : in quest'ultima citrà, dopo la disputa, durata sette giorni, de omni re scibili, gli fu concessa la cittadinanza ad honorem. Tenne anche per molti anni la cattedra di filosofia morale all'Università di Padova.
Pubblicò oltre cento opere - grande l'erudizione, scarso lo spirito critico - da lui stesso recensite in Myrothecium (Padova 1675), e molte ne lasciò inedite. Si ricordano: Cortina d. Augustini de praedestinatione et gratia (Patigi 1648) contro il giansenismo; De clarobus Petri (Roma 1660); Scholae theologicae positivae (ivi 1664); Collationes s. Thomae et Scoti (3 voll., Padova 1671-80), che è l'opera principale.
Bisc.: Joannes a S. Antonio. Bibliotheca universa Franciscana, I, Madrid 1732, p. 362; Sommervogel, V, col. 244; Hurter, IV, coll. 361-67; E. Amann, s. v. in DThC, IX, coll. 1461-64; Sbarales, I, pp. 276-79; III, p. 308-15. Giovanni Bastienini
MACEDONIA. - Regione centromeridionale della penisola balcanica, fino al 1912 inclusa nella Turchia europea e spartita tra Grecia, Jugoslavia e
Bulgaria. Corrisponde ca. alla depressione compresa fra il massiccio del Rodope, il corso inferiore del Mesta e la catena del Pindo, allargandosi verso mezzogiorno, dove si apre sul Golfo di Salonicco. Comprende i bacini dei fiumi Bistriza, Vardar, Struma e Mesta e si estende per ca. 67.000 kmq , con una popolazione di ca. 2 milioni e mezzo di ab., suddivisi nel vasto territorio che per il 51 \% appartiene alla Grecia, il 39 \% alla Jugoslavia, il 10 \% alla Bulgaria.
I. Geografia. - Geologicamente la M. non ha caratteri propri, essendo costituita, nelle varie parti, da scisti cristallini, graniti, arenarie, serpentine e calcari. Morfologicamente presenta un caratteristico frazionamento del rilievo in numerosi bacini (fluviali e lacustri) di origine tettonica. Il clima è nella regione egca tipicamente mediterraneo con estati secche e inverni miti; nell'interno invece esso assume caratteri di sempre maggiore continentalità. I centri più importanti della M. greca sono Salonicco, Cavala, Dráma, Seres, Skoplje e Monastir. Basi della vita economica sono l'agricoltura e la pastorizia : grano, orzo, segala, mais, riso sono coltivati con maggiore intensità; tra le piante industriali importante il tabacco, che assorbe ca. la metà della produzione agricola. Vi sono risorse minerarie, date dalla presenza nel sottosuolo di cromite, pirite, zinco, magnesite, ecc. Si esportano tabacco, bozzoli, farine, pelli, oppio; si importano tessuti, legnami, carta, macchine, prodotti chimici. Il porto di Salonicco, sbocco meridionale per l'Europa centrale, è piuttosto un porto regionale: del resto tutto il commercio interno ed estero non è sufficientemente sviluppato, a causa dell'instabilità della vita politica.
Bisc.: D. Faucher, En Macédoine, in Annales de géographie. 28 (1919), pp. 471-75; A. G. Oplivo, A contribution to the geography of M., in Geogr. journ., 55 (1920), pp. 1-34; L. Schultze, Macedonien, Landschaft- und Kulturbildir, Jena 1927; Y. Chataigneau-J. Sion, Macédoine, in Géographie universelle, XXXVII, 1, Parigi 1934, pp. 519-26; A. Papanasiassiou, Vers l'union bolhanique, ivi 1934; S. Nova, Il regime degli Stratti turchi dopo la guerra, in Riv. di studi politici internaz. 4, 1938.
Gestone Imbrighi
II. Storia ecclesiastica e civile. - La prima missione organizzata per l'Europa, di cui si abbia documentata memoria, è quella che ca. l'a. 50 s . Paolo condusse in M. La deliberazione di recarvisi fu presa dopo chiari e ripetuti segni della divina volontà (Act. 16, 9). Quando l'Apostolo vi giunse, la M., già da due secoli provincia romana, ma per più anni travagliata da invasioni di Traci, di Bessi, di Scordisci, perturbata poi dall'adunarvisi dei grossi eserciti di Bruto e di Cassio e di Antonio prima di Azio, aveva finalmente ritrovato un periodo di pace e di prosperità. Raggiunto come confine dello Stato romano il Danubio, la M. poté, nell'ordinamento augusteo, esser lasciata all'amministrazione del Senato, come una delle province pacatae et inermes. La popolazione, fondamentalmente greca (anche se Isocrate e Demostene non avessero mai voluto riconoscerla per tale), si era accresciuta di molti elementi di altre genti, grazie specialmente alle molte colonie di veterani stanziatevi dai triumviri e da Augusto, i quali in M. appunto trovarono i grandi eserciti da congedare degli uccisori di Cesare e dei suoi vendicatori.
Con Paolo si recarono in M. Silas e Luca, che, quando giunge a parlare di questo viaggio, muta improvvisamente il verbo dalla terza alla prima persona plurale (Act. 16, 10). Passati dalla Troade a Samotracia e sbarcati poi a Neapolis (oggi Cavalla), raggiunsero la non lontana Filippi (v.), che aveva ricevuto una importante deduzione
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di coloni romani, e aveva anche un nucleo di Giudei, ai quali Paolo si rivolse un sabato, quando essi si erano adunati fuori dalla città, presso il fiume. Non mancarono conversioni e persecuzioni. Avendo Paolo liberato un'ossessa, accusarono i missionari quali Giudei perturbatori ai magistrati, che li fecero battere con le verghe e chiudere in prigione. Paolo declinò la sua qualità di cittadino romano, e ricevette le scuse e la preghiera di allontanarsi. Passando per Anfipoli e Apollonia, l'Apostolo e i suoi compagni si portarono a Tessalonica (v.), che era stata dichiarata città libera, ed era nello stesso tempo sede del governatore delle provincia. Portava percio i titoli di π ρ ω ́ τ η Mxx α δ ω^{′} α ω v e di μ η τ ρ ω ́ σ v λ 10, e grazie al buon porto e alla costruzione della Via Egnatia godeva notevole prosperità. La colonia giudaica vi doveva essere numerosa e ricca; nella sinagoga per tre sabati consecutivi Paolo portò, commentando le Scritture e annunciando la venuta e la Risurrezione di Cristo. Molti furono i convertiti, sia tra i Giudei che tra i Gentili. Ma i Giudei zelanti accusarono i missionari alle autorità come ribelli a Cesare, e queste, non avendoli trovati, trassero in tribunale Giasone che li aveva ospitati. Informati delle cose gli altri fedeli, di notte, fecero partire Paolo e Silas per Beroca (oggi Viterio), dove pure esisteva una sinagoga, in cui la predicazione cristiana fu ascoltata con molto interesse e con frutto di conversioni. Senonché gli ostinati Giudei di Tessalonica, saputo della continuazione dell'opera di Paolo, vennero a Beroea, suscitando avversità e turbamenti, sì che i fedeli fecero partire Paolo, che viaggiò sino ad Atene, avendo però lasciato a Beroea Silas e Timoteo, che più tardi lo raggiunsero a Corinto (Act. 22, 13 e 18, 5). Per quanto così contrastate, le comunità cristiane sorte da questa predicazione vissero e fiorirono, e s. Paolo le ricordò sempre con compiacenza ed affetto, come dimostrano le sue due Epistole ai Tessalanicensi (v.), che sono le più antiche delle sue, e l'Epistola ai Filippesi (v.). Quest'ultima, scritta dell'Apostolo durante la prima delle sue prigionié di Roma, conosce una Chiesa già pienamente costituita con vescovo e diaconi. Paolo desidera rivedere i fratelli di Filippi che agli inizi della sua predicazione gli furono fedeli, invierà loro appena possibile Timoteo, ha inviato Epafrodito, del quale ha tanto a lodarsi. Aristarco di Tessalonica accompagna Paolo nell'ultimo viaggio a Roma di cui dà conto Act. 27, 2. L'Epistola II ai Corinti fu scritta durante la seconda permanenza di Paolo in M., dopo la dimostrazione ostile che lo obbligò a partire da Efeso (II Cor. 1, 16). Lo accompagnarono i macedoni Sopatro di Beroea, Aristarco e Secondo di Tessalonica, Gsio che qui è detto di Derbe, e che poco appresso (ibid. 19, 29) è detto Macedone. Ai Corinti Paolo fa le lodi dei Macedoni, specialmente per la loro generosità nelle elemosine, pur essendo poveri.
Si ha molta ragione di dubitare delle missioni in M. di s. Matteo e di s. Andrea, ricordate da Isidoro (De eihe et morte sanctorum, 67). Della ulteriore storia della Chiesa di M. non si è molto informati. Nei Menei greci e nei Martirologi storici figurano come primi vescovi macedoni : Aristarco a Tessalonica, Epafrodito a Filippi, One-
simo a Beroea. Si ha una lettera ai Filippesi di s. Policarpo di Smirne (v.), che rende buona testimonianza della vitalità della Chiesa di Filippi. In un passo dell'Apologia di Melitone di Sardi rivolta a Marco Aurelio, riportato da Eusebio (Hist. eccl., IV, 26, 12), si dice che Antonino Pio scrisse a varie città, e tra queste a Tessalonica, perché non suscitassero tumulti contro i cristiani. Dal 233 cominciano e si ripetono incursioni di Goti, che vincono e uccidono l'imperatore Valente nella grande battaglia di Adrianopoli (378) e non cessano, se non quando l'imperatore Zenone riesce ad allontanare Teodorico e i suoi Ostrogoti, scaricandoli in Italia.
Le persecuzioni avevano fatto vittime anche in M. Sono tramandati gli Atti del martirio subito a Tessalonica nella persecuzione di Diocleziano da un uomo, Agatone, e da sei donne, nonché dal megalomartire Demetrio, già governatore di Acaria. Presenze di vescovi macedoni sono segnate in quasi tutti i maggiori concili, a cominciare da quello di Nicea, e concili si tennero a Tessalonica stessa.
Nella divisione dell'Impero in quattro prefetture del pretorio ad opera di Costantino, la M. fece parte della prefettura dell'Illirico, la cui capitale fu da principio Sirmium, ma in seguito per qualche tempo Tessalonica, dove più volte dimorò l'imperatore Teodosio I, che vi ricevette il Battesimo in occasione di una grave malattia.
Quando con i figli di Teodosio divenne definitiva la divisione dell'Impero d'Oriente da quello di Occidente, diventò naturalmente motivo di conrese la dipendenza della prefettura dell'Illirico dall'uno o dall'altro Impero. Per quanto riguarda gli ordinamenti ecclesiastici, Roma difese molto energicamente la propria giurisdizione sulle Chiese dell'Illirico, ed evidentemente per poterla esercitare con maggiore efficacia il papa Siriolo affidò al vescovo di Tessalonica Anisio funzioni di suo vicario, le quali più di una volta furono dai papi successivi confermate. Questa dipendenza da Roma, naturalmente malvista dal patriarca di Costantinopoli, fu stroncata ca. il 730 dall'imperatore Leone III l'Isaurico.
Di scrittori cristiani macedoni non si ricorda che Paolino da Pella, che visse però in Gallia tra la fine del sec. IV e la metà del v, e scrisse versi in latino.
BibL.: W. Ramsay, St. Paul, the traveller and the roman citizen, Londra 1803, pp. 203-27; P. Franchi de' Cavalieri, Nuove note agiografiche (Studi e testi, 9), Città del Vaticano 1902; H. Bruders, Die Verfassung der Kirche von den ersten Jahrzehnten der apostolischen Wirksamkeit bis zum Jahre 175 u. Ch., Magonza 1904; L. Duchesne, Histoire ancienne de l'Eglise, 5ᵉ ed., Parigi 1911; A. Harnack, Mission und Ausbreitung des Christentums, IV, Lipsia 1923.
Roberto Paribeni
Intanto, profondi cambiamenti etnici in M. si registrano con l'immigrazione di numerose stirpi slave, cominciate al tempo dell'imperatore Giustino ( 518 -27), e durate fino al sec. viI inoltrato. Dopo la distruzione della ricca città di Sirmio ( 581 ) da parte degli Avari, le mosse degli Slavi da essi condotte assediano senza successo Tessalonica (611), e si stabiliscono nei suoi dintorni, distruggono Stobi, capitale della M. Salutaris romana (oggi Pusto Gradsko sul Vardar), e Giustiniana Prima (costruita nel 536 dall'imperatore Giustiniano come
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capitale della diocesi di Dacia e come metropolia autocefala, ma già dal 543 sottomessa al vicario papale di Tessalonica), colonizzano tutto l'interno dei Balcani compreso il Peloponneso, e nel 623 giungono persino a depredare Creta. Le popolazioni greche si ritirano nelle città e sulla ristretta fascia costicra ancor libera, mentre quelle latine, composte da coloni romani ed allogani trocoillirici solo superficialmente latinizzati, si ritirano sulle montagne come pastori seminomadi. I loro discendenti in M. si chiamano ancor oggi «Aromani» o «Aromuni», mentre altri li chiamano «Valacchi», "Kutsovalacchi», "Tzintzari» o "Morlacchi» (da Maurovalacchi). Le tribù slave (Saguditi e Dragoviti o Dragovici intorno a Tessalonica, Strumljani sulla Struma, Bersjaci intorno ad Ochrida, Versiti al nord, ecc.) non formano uno Stato organizzato nella M., dagli scrittori greci contemporanei indicata semplicemente come "Sìi Ania", fino a che la tribù turca dei Bulgari non impose loro il proprio nome, dominio ed organizzatore statale, ricevendo da essi a sua volta la lingua e la cultura.
Con l'occupazione della città greca di Sardica (809), anche l'ultimo resto dell'a M. passa sotto i Bulgari, che col battesimo del loro duca Boris, nell'865, si slavizzano definitivamente (v. bulgaria). Per difendere da Costantinopoli l'indipendenza nazionale e statale, Boris s'avvicina temporaneamente alla Chiesa di Roma, ed accoglie munificamente, dopo la loro cacciata dalla Moravia nell'886, i discepoli degli Apostoli degli Slavi, i ss. Cirillo e Metodio, che erano greci di Tessalonica, capitale della M. (v. cirillo e metodio). Essi conducono a termine l'opera di cristianizzazione degli Slavi della M. già prima iniziata.
I più famosi tra questi, venerati dal popolo come santi, sono Clemente di Ochrida (v. clemente da ocrida) e Naum, i quali fecero della città di Ochrida, sull'omonimo ed incantevole lago, non solo un centro gerarchico di grande importanza (v. ACRIDA), ma anche un famoso focolaio culturale della lingua vetcroslava, che in fondo non è altro che il dialetto di una tribù dei dintorni di Tessalonica, innalzato alla dignità di lingua ecclesiastico-letteraria degli Slavi. L'imperatore bulgaro Simeone nominò Clemente nell'893 vescovo di Velitsa, nei cui confini si trovava Ochrida. Ivi fu anche sepolto nella chiesa che a lui s'intitola, scoperta nei recenti scavi (1950), mentre Naum fu sepolto nell'importante monastero da lui fondato sulle rive meridionali del lago di Ochrida.
Dopo la caduta dell'Impero bulgaro danubiano sotto i Greci nel 971, Ochrida raggiunge il suo massimo splendore sotto l'imperatore Samuele non soltanto come capitale bulgara occidentale, ma pure come erede del patriarcato autonomo di Trnovo. Ma l'imperatore Basilio II, bulgaroctonos, distrugge la due volte secolare dominazione bulgara nella M. in un mare di sangue occupando Ochrida nel 1018. Lascia ivi la sede della metropolia autocefala con una trentina di diocesi suffraganee, la quale non si richiama più alla successione del patriarcato bulgaro di Trnovo, bensì ai privilegi della metropolia romana di Giustiniana Prima.
La M. rimane in potere bizantino nonostante molte insurrezioni e ribellioni degli Slavi, alle quali gli imperatori rispondono con misure punitive deportando molti di loro nell'Asia Minore. Il rinnovato Stato bulgaro sotto l'imperatore Kalijan, incoronato a Trnovo dal legato papale nel 1204, s'impadronisce gradatamente di tutta la M., eccettuata Tessalonica, ove sorge l'omonimo Impero latine (1204-16). In questo medesimo tempo i monaci del Monte Athos s'uniscono alla Chiesa di Roma. Nel periodo susseguente si contendono la M. i Bulgari, i Latini ed i Greci del despotato di Epiro e dell'Impero niceno, i quali rimangono padroni del paese sino all'apparizione
di un nuovo concorrente dal nord: la Serbia. I Serbi nel 1282 s'impadroniscono di Skoplje, e sotto Stefano Dušan, il più grande re serbo (1331-55), di tutta la M., Albania, Epiro e Tessaglia, per cui egli nel 1346 s'incorona a Skoplje come "imperatore dei Serbi e dei Greci " (Imperator Rasciae et Romaniae). Dopo di lui lo Stato si dissolve in molte contee semindipendenti, i cui governanti diventano vassalli turchi, tra cui anche il re Marco (Kralj o Kraljević Marko), signore di Prilep, il principale croe e personaggio assai idealizzato della poesia popolare di tutti gli Slavi del sud (m. nel 1394). Il dominio turco durato per oltre 5 secoli portò a nuovi mutamenti etnici e religiosi nella M. Immigrano dall'Asia Minore masse di Turchi, soprattutto i pastori seminomadi fonda di Kenia (da qui detti anche oggi Koniati). Essi sospinsero la maggior parte dei Valacchi dalle montagne balcaniche oltre il Danubio nella odierna Romania e in direzione nord-ovest nei territori croati e serbi.
Si rafforzano invece discretamente gli Albanesi, specialmente dopo l'islamizzazione e la trasmigrazione dei Serbi verso il nord. Una parte dei Bulgari (Pomski) e dei Greci (Valachides) passa all'Islàm. I resti delle colonie cattoliche medievali dei Croati (Ragusei) e dei minatori Sassoni, si conservarono sino alla fine del sec. xvir in Skoplje, Kratovo ed altrove, a Letnica ancor oggi, amministrati dai vescovi di Skoplje e Priaren.
In questo difficile periodo il patriarcato "ecumenico", approfittando della sua posizione di privilegio nell'Impero turco, e dell'influsso che le ricche famiglie dei "Fanarioti" esercitavano presso la Porta Sublime, abolisce la liturgia slava e brucia i libri sacri slavi, mentre sceglie vescovi ed alto clero esclusivamente tra i Greci. La pressione greca in M. raggiunge il colmo dopo l'abolizione della Chiesa autocefala di Ochrida (1767). Ma intorno anche il risveglio nazionale bulgaro s'inizia in M. Padre Paisie, di nascita macedone, che scrive per primo la storia bulgara (1762). Così pure il movimento per l'emancipazione della Chiesa bulgara dagli odiatissimi Fanaristi compare dapprima a Skoplje nel 1829. Nell'ardore della lotta contro il Fanar ed i Greci s'inizia dapprima nella città di Kukuš (Kilkis), e nord di Tessalonica, un forte movimento per l'unione con Roma, cui aderiscono ben presto oltre 60.000 persone. Lo stesso Pio IX nel 1861 consacrò il primo vescovo unito, l'igueneno Giuseppe Sokolski.
Preoccupati della prospettiva che tutti i Bulgari macedoni ritornassero in seno alla Chiesa cattolica, la Russia, ed accanto ad essa l'Inghilterra, manovranno presso il Sultano che col suo firmano dell'11 marzo 1870 eresse l'esarcato bulgaro con sede a Costantinopoli, indipendente dal patriarcato "ecumenico". Il Sinodo della Chiesa greca scomunicò perciò gli aderenti all'esarcato e li condannò come "razzisti" ("filetisti»). La scomunica fu tolta solo nel 1945 .
La causa dell'Unione subì in M. un grave colpo col rapimento del vescovo Sokolski, dovuta ad intrighi russi, e di cui si perse ogni traccia. Una parte dei fedeli rimase devota all'Unione, ma fu gravemente dispersa dalle guerre, dalla distruzione di Kukuš e da trasmigrazioni forzate. Con ciò scompariva praticamente il vicariato di Tessalonica, fondato nel 1883 ed amministrato dai Lazzaristi. Oggi dei fedeli di rito orientale, delle tre parti in cui è diversa la M., quelli sotto la Bulgaria appartengono all'esarcato cattolico bulgaro di Sofia (ca. 7000), quelli sotto la Jugoslavia alla diocesi di Cristo (3 parrocchie con 3000 fedeli) e quelli sotto la Grecia al vicariato apostolico della M. greca, eretto nel 1926. Nelle prime due parti lavorano le suore Eucariatine, fondate nel 1885 dalla madre Giuseppina Allestri. La causa dell'Unione gode ancor oggi in M. larghe simpatie tanto nel popolo come tra gli intellettuali. I cattolici di rito romano, per lo più nuovi immigrati, hanno la loro diocesi a Skoplje.
Per le numerose e sanguinose insurrezioni provocate dalla lotta dei Macedoni per l'indipendenza, per il miscuglio razziale e per le mene degli Stati limitrofi in questa zona centrale dei Balcani, strategicamente importantissima, la M. è considerata come un "vulcano in eruzione ", la "polveriera dell'Europa" e "quintessence of the near eastern question". Si sono tentate varie soluzioni
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(da F. Perilla, A travers la Macédoine, Atene 1932, pp. 116-17)

(da F. Perilla, A travers la Macédoine, Atene 1932, pp. 106-107)
In alto: PENDICI BOSCOSE DEL PINDO.
In basso: ROVINE DI FILIPPI.
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CORTILE DI PALAZZO MATTEI
f.ut. Jinserl
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di questo problema finora insoluto. La conferenza senza successo tra le quattro grandi potenze europee e la Turchia per la compilazione dello Statuto bulgaro del 1876 , come pure il trattato di pace di S. Stefano nel 1878, avevano assegnato l'intera M. con Skoplje, Castoria e Ochrida alla Bulgaria. Il Congresso di Berlino del 1878 lasciò la M. alla Turchia temendo un influsso troppo forte della Russia sui Balcani. Si cercò una soluzione - specialmente dopo la sanguinosa insurrezione della M. occidentale il di di S. Elia, 2 ag. 1903, secondo il vecchio calendario ("Hiridensko vostanie") con centinaia di paesi distrutti e 5000 combattenti uccisi - mediante riforme interne, ma inutilmente. Tanto i Greci, che nei Macedoni ortodossi s'ostinano a vedere soltanto dei "Greci bulgarofoni", quanto i Serbi, che a loro volta presentano i Macedoni come "Slavi senza coscienza nazionale specificata" pronti a diventare "Serbi meridionali", vedono la possibilità di realizzare le loro aspirazioni solo mediante una divisione della M. I Bulgari macedoni, specialmente dopo la creazione dell'I.M.R.O. (Organizzazione Macedone Interna Rivoluzionaria), considerando la presenza nel territorio di numerose minoranze nazionali, vogliono uno Stato macedone autonomo organizzato sull'esempio della Svizzera, cioè non su principi nazionalistici, bensì regionali, col mutto: la M. ai Macedoni. La guerra balcanica del 1912 cacciò, sì, i Turchi dalla M., ma la nuova guerra balcanica e la pace di Bukarest nel 1913 divisero la M. tra i Greci ( 1.015 .000 ab.), Serbi ( 1.071 .000 ab.) e Bulgari ( 213.000 ), divisione confermata più tardi con la pace di Neuilly nel 1919 a ulteriori spese dei Bulgari. Incominciò l'esodo e l'espulsione di centinaia di migliaia di persone, specialmente dopo lo scambio di popolazioni tra Grecia e Turchia nel 1922.
Sui ca. 2.300 .000 ab. prima della guerra balcanica del 1910, erano Bulgari 1.090 .0000 (non esistono statistiche ufficiali per nazionalità ma solo quelle per religione), 540.000 Turchi, 250.000 Greci, 184.000 Albanesi, 78.000 Valacchi, 40.000 Zingari, 100.000 tra Ebrei ed altri.
Il regime di Tito in Jugoslavia riconosce la M. iugoslavo come una delle 6 Repubbliche federali della Jugoslavia e tenta di creare una nuova "lingua macedone".
L'infelice divisione della M., l'eterna inquietudine della popolazione e lo sforzo che la Russia fa di "liberare" ed "unificare" il paese, rendono ancor oggi la M. una delle zone nevralgiche più pericolose dell'Europa. - Vedi tav. CXIX.
Bibl.: K. Jireček, Geschichte der Bulgaren, Praga 1876; H. Gehers, Das Patriarchat von Ochrida, Lipsia 1902; L. Dominian, The Frontiers of Language and Nationality of Europe, Nuova York 1917; Derjavin, Les Razzants Bulgaro-Serbs et la Question Macedonienne, Losanna 1918; A. Belić, La Macédoine, Parigi 1919; L. Jireček-Radonjic, Istoriia Srba, Belgrado 1922-23; G. Weigand, Ethnographie von Macedonien, Lipsia 1924; I. Sniagarov, Istoria na obridskata arhiepiskopija-potrijaršija, Sofia 1924 e 1932: Statistica con cenni storici della perarchia e dei fedeli di vite orientale, Città del Vaticano 1932; Ch. Anastasoff, Autonomous M., St. Louis 1945; I. Mihailoff, M. a Switzerland of the Balkans, ivi 1950; G. Stadtmüller, Geschichte Südkaynerapus, Monaco 1950. Per l'arcivescovato di Ochrida v. A. P. Vechalre, in Echos d'Orient, 35 (1936), pp. 183204, 280-323, e V. Laurent, Le patriarche d'Ochrida Albanese II et l'Eglise Romaine, in Balcania, 8 (1937), pp. 3-65.
Stefano Draganović
MACEDONIO e MACEDONIANI. - Vescovo di Costantinopoli dal 342 al 360 dal quale, a partire dal 380 ca., gli storici ecclesiastici derivarono la denominazione di "macedoniani" allora corrente per indicare gli pneumatomachi.
Le notizie intorno alla vita e la dottrina di M. sono assai incerte, perché le fonti del sec. Iv sono scarse (Girolamo, Chronicon, agli aa. 342 e 360 d. C. [ed. R. Helm (CB, 24, Eusebius 7), Lipsia 1913, pp. 235-47]; Atanasio, Historia orianorum, 7: PG 25, 701), mentre quelle degli storici posteriori sono bensi più abbondanti, ma spesso certamente inesatte o anche erronee, per cui la prudenza s'impone allo storico (Filostorpio, Hist. eccl., IV, 9; V, I; VIII, 17; ed. J. Bidez [CB 21], Lipsia 1913; Socrate, Hist. eccl., II, 6, 12, 13, 15, 16, 27, 38, 42, 45 : PG 67; Sozomeno, Hist. eccl., III, 3, 4, 7, 9, 24; IV, 2,
3, 20, 21, 24, 26, 27; VI, 10, 11: PG 67; Teodoreto, Hist. eccl., II, 6; V, 8; ed. L. Parmentier [CB 19], Lipsia 1911 ).
Tenendo conto solo dei dati principali, ecco quanto sembra potersi affermare di certo sulla vita di M. Per molto tempo diacono di Costantinopoli, verso il 332-35 egli era presbitero sotto il vescovo ortodosso Paolo, di cui fu ripetutamente l'accusatore mentre ferveva la lotta tra ariani e ortodossi per il possesso di quella sede vescovile. Enfiato Paolo dall'imperatore Costanzo e messo al suo posto Eusebio di Nicomedia, alla morte di questo (ca. 339) M. è eletto vescovo di Costantinopoli dal partito ariano e, avvenuta anche la morte di Paolo (342), occupa la sede senza competitori.
Ebbe pure cura d'innalzare alle sedi vescovili vacanti gente delle sue opinioni, tra cui Maratonio alla sede di Nicomedia e Eleusio a quella di Cizico. Cadde poi in disgrazia presso l'imperatore Costanzo, probabilmente per politica ecclesiastica generale, parteggiando l'Imperatore per il partito omoiano o degli acaciani, mentre M. apparteneva certamente al gruppo semiariano o degli omoiusiani. Con altri dello stesso suo partito, come Eleusio di Cizico e Eustazio di Sebaste, M. fu deposto dagli acaciani in un Concilio tenuto a Costantinopoli nel 360. Dovette morire poco dopo. Scritti di lui non se ne conoscono.
L'omoiusianismo di M. è attestato dalle sue intime relazioni con personaggi certamente omoiusiani, come Basilio di Ancira, Basilio di Selvacia, Eustazio di Sebaste, nonché dalle affermazioni esplicite degli storici come Filostorgio (Hist. eccl., IV, 9), Sabino di Eraclea (v. Socrate, Hist. eccl., IV, 22), Epifanio (Panarion, haer. 73, 23 sgg.: PG 42, 445 sgg.).
Fu M. il fondatore dell'eresia pneumatomaca in quello che la distingue dall'arianesimo ordinario? E certo che, dal 380 ca., questa fu la persuasione comune tra gli ortodossi e che sin d'allora s'interpretò in questo senso la denominazione di "macedoniani" che a quel momento si dava comunemente agli pneumatomachi. Così Girolamo nel suo Chronicon (dal 380 ca. all'anno 342 di C.) notava: «M., ricamatore di mestiere, è fatto vescovo dagli ariani al posto di Paolo. Da lui deriva l'attuale eresia macedoniana». Dielmo il Cieco nel suo De Trinitate (II, 10: PG 39, 633, del 381-92) parla spesso dei "macedoniani" e dice che «l'eresiarca» ne è M. ordinato vescovo dagli ariani. L'appellativo di "macedoniani» nel senso specifico di pneumatomachi è attestato verso lo stesso tempo, tra gli altri, dagli anatematismi di papa Damaso ( s anath.: PL 13, 359; Teodoreto, Hist. eccl., V, 11), e dal Codice teodosiano che nel 383-84 colpiva tra gli eretici i « macedoniani» non meno che gli «eunomiani» e gli «ariani» (Cod. XVI, 5, 11 sgg.). Così la tradizione di M. eresiarca dello pneumatomachismo, si era formata tanto in Oriente che in Occiden