.: PL 13, 359; Teodoreto, Hist. eccl., V, 11), e dal Codice teodosiano che nel 383-84 colpiva tra gli eretici i « macedoniani» non meno che gli «eunomiani» e gli «ariani» (Cod. XVI, 5, 11 sgg.). Così la tradizione di M. eresiarca dello pneumatomachismo, si era formata tanto in Oriente che in Occidente; e Socrate e Sozomeno ne riferivano diversi particolari, mentre Teodoreto (Hist. eccl., II, 6) precisava che fu dopo la sua deposizione che M. divenne "capo di una sua particolare eresia ".
Invece, prima del 380 , speciali relazioni tra lo pneumatomachismo e M. stesso non sono attestate, né da Atanasio che fa conoscere il primo nascere della eresia in Egitto sin dal 359-60 (Ep. ad Serap., I, 1: PG 26, 529 sgg.), né dai Padri cappadoci che la combatterono già prima del 380 in Asia Minore, né da Epifanio che sin dal 375-77 consacrava nel suo Panarion una notizia speciale "contro gli pneumatomachi " (Haer., 74 : PG 42, 473 sgg.). Anzi, Socrate fa sapere che Sabino di Eraclea, "vescovo macedoniano", scrisse una storia dei concili fino al 378 in cui "non fa nemmeno menzione dall'eresiarca" M. (Hist. eccl., II, 15). Dunque nessuna citazione di M. nelle notizie più antiche intorno allo pneumatomachismo. Non si ha nemmeno prova sufficiente che la questione propriamente pneumatomaca sia stata esplicitamente di-
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scussa nella regione di Costantinopoli e in Asia Minore, mentre M. era ancora in vita. Socrate mostra un gruppo di vescovi omoiusiani aderenti a M. e detti "macedoniani", tra i quali Eleusio di Cizico, Eustazio di Sebaste, Sofronio di Pompeiopoli, Marciano di Lampsaco, tenere dei concili sin dal tempo di Giuliano l'Apostata (361-63) e ancora a Lampsaco nel 366, senza che appaia dallo storico, il quale cita qui esplicitamente Sabino il "macedoniano" come suo informatore, che essi si siano allora interessati d'altro che della questione del Figlio, o abbiano comunque fatto menzione speciale dello Spirito Santo. Anzi egli dice esplicitamente che solo poco dopo il Concilio di Lampsaco «il dogma di M. si manifestò più apertamente" (Hist. eccl., II, 10; IV, 4).
Tutto questo rende difficile fare risalire a M. stesso la posizione specificamente pneumatomaca e giustificare così il titolo di eresiarca datogli dalla storia posteriore.
E invece fuori discussione che a Costantinopoli lo pneumatomachismo esplicito fiorì dapprima proprio tra

Macerata, diocesi di - Chiesa di S. Maria delle Verami. Su discemo di Galasso Alghisi (1348) - Macerata.
quelli omoiusiani che erano stati della cerchia di M. e che, secondo Sozomeno (Hist. eccl., IV, 27; VIII, 1) pur formando un partito distinto non riuscirono, principalmente per l'opposizione degli ariani, a darsi un vescovo ufficialmente riconosciuto né ad avere chiese proprie.
Ca. il 373 fa figura di capo partito Eustazio di Sebaste, che Basilio chiama "capo dell'eresia degli pneumatomachi" (Ep. 263, 13: PG 32, 977). Egli era amico di M. e fu deposto con lui nel 360 . Creatura di M. era anche quell'Eleusio di Cizico che appare capo degli pneumatomachi al momento del Concilio del 38 r . La denominazione di "macedoniani" data agli pneumatomachi non ebbe dunque verosimilmente dapprima il significato di fare di M. stesso l'eresiarca propriamente detto dello pneumatomachismo, ma probabilmente solo quello di indicare che questa nuova eresia, in quello che essa aveva di specifico che la distingueva dagli ariani comuni, era fiorita a Costantinopoli tra gli aderenti al partito costituitosi da principio intorno a M.
BibL.: La migliore discussione della questione, eccetto la sua opinione sul neonicenismo, è quella di Fr. Loofs, Macedonius, in Realenc. für prot. Theol. u. Kirche, XII, pp. 41-48; cf. anche G. Bardy, Macedonius et les Macédoniens, in DThC, IX, coll. 14641478 (con bibl.); Pliche-Martin-Frutaz, III, passim (v. indice).
Ciptiano Vespagini
MACERIO, ARCIDIOCESI di. - Capitale e arcidiocesi dello Stato di Alagôas nel Brasile.
Su una superficie di 11.928 kmq . conta 623.756 ab., dei quali 620.000 cattolici, distribuiti in 28 parrocchie, servite da 45 sacerdoti diocesani e 16 regolari, coadiuvati da 7 comunità religiose maschili e 10 femminili; ha un seminario provinciale ( N . Signora dell'Assunta) e un seminario minore; 4 I istituti di educazione e 5 opere di carità e beneficenza.
La diocesi fu creata con la bolla di Leone XIII "Postremis hisce temporibus" del 2 luglio 1900 col nome di Alagôas (si comprese tutto lo Stato), dismembrandola dalla arcidiocesi di Olinda e Bufice; cedette a sua volta (3 apr. 1916) un gruppo di parrocchie per la nuova diocesi di Penedo; cambiò il nome in M. il 25 ag. 1917;
fu elevata a metropolitana il 13 febbr. 1920. Ha come suffragance le diocesi di Aracaju e Penedo.
Il primo vescovo della diocesi fu A. M. de CastilhoBrandao (m. nel 1910), il successore M. A. de Oliveira Lopez, che vi fondo il giornale O Mensageiro de Fe, vi divenne primo arcivescovo.
Titolare della cattedrale è N. Senhora dos Prazeres.
BibL.: AAS, 8 (1916), pp. 169-71; 9 (1917), p. 490 ; 12 (1920), pp. 423-27; G. B. Lehmann, O Brasil rutiliza, 1317; luis de Fars 1947, p. 208 seg.; Ann. Pontif., 1951, p. 258 . Virgilio Battezzati
MACERATA,
diocesi di. - E una delle meno estese delle Marche, ma delle più importanti, perché situata nel mezzo della regione, di cui fu centro di vita civile, intellettuale, amministrativa, si da essere considerata capitale della Marca d'Ancona e divenire sede dei rettori e vicari della Marca, della Tesoreria, della Curia generale e dei cardinali legati. La città è posta sopra un colle, a ca. m. 300 sul mare, da cui dista in linea d'aria poco più di 20 km ., a quasi uguale distanza dai fiumi Potenza e Chienti, in territorio fertilis. simo. Conta 32.000 ab. con 13 parrocchie.
I. Storia. - Dopo la distruzione di Helvia Ricina, colonia romana, posta sulla sinistra del Potenza, nel 553 gli abitanti si sparsero sui colli circostanti costituendovi piccole comunità : già nel sec. viII, sul colle di M. si trovano alcuni gruppi di popolazione: Podium montis S. Iuliani, nel comitatus e diocesi di Fermo, e Castellum de M. nel comitatus di Camerino, sotto un signore locale. Nel 1116 gli abitanti del Podium o Poggio ebbero carta di franchigia confermata nel 1138 , quando i tre gruppi si erano già uniti sotto il solo nome di M. Nel 1320, Giovanni XXII, soppressa la diocesi di Recanati, ribellatasi alla Chiesa, elevò al grado di città e diocesi M. per premiarne la immutata fedeltà. Con tale determinazione il territorio di M. arrivava fino al mare, comprendendo anche il santuario della S. Casa di Loreto. Il primo vescovo della nuova diocesi fu lo stesso vescovo di Recanati, a cui successe il b. Pietro Mulucci dei signori di M. Nel 1357, Innocenzo VI, ristabilita la diocesi di Recanati, la unì con M. L'unione durò fino al 1586 , salvo una breve interruzione dal 1516 al 1546. Dei vescovi delle due diocesi unite si deve ricordare Angelo Correr (dal 1415 al 1417), già legittimo papa Gregorio XII, che rinunziò al pontificato nel Concilio di Costanza, per porre termine allo sciama. Nominato legato della Marca e vescovo di M. e Recanati, morì in quest'ultima città nel 1417, ed è sepolto nella Cattedrale. Altro vescovo che ebbe grande importanza storica è Giovanni Vitelieschi di Corneto Tarquinia. Nominato alle sedi di M. e Recanati e legato del Piceno, nel 1431, si adoperò con tutte le forze a ristabilire nei domini della Chiesa l'autorità del papa; ebbe l'onore di una statua
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in Campidoglio e fu salutato terzo fondatore di Roma. Nel 1435 fu creato cardinale e nominato arcivescovo di Firenze, quindi patriarca di Alessandria; morì tragicamente in Castel S. Angelo nel 1442. L'ultimo vescovo delle sedi unite fu Galeazzo Moroni, nipote di s. Carlo Borromeo, che rimase nella sede di M. separata da Recanati nel 1586. In quest'anno Sisto V, reintegrata la diocesi di Tolentino, l'uni con M. alla quale furono attribuiti i comuni di Urbisaglia e Pollenza, sottratti alla diocesi di Camerino.
Nelle due sedi, fino ai nostri giorni si sono succeduti 23 vescovi, fra i quali s. Vincenzo Maria Strambi (1801-24), Amedeo Zangari (1815-64), morto in concetto di santità, Sebastiano Galeati (1881-88) poi cardinale e arcivescovo di Ravenna.
Patroni principali di M. e diocesi : Maria S.ma della Misericordia (prima domenica di sett.) e s. Giuliano l'Ospitatore (31 ag.).
II. Personaggi illustri. - M. ha dato i natali a molti personaggi illustri ecclesiastici e laici : dei primi si ricordano i cardinali : Buonaccorso Buonaccorsi (1616-78), Prospero Marefoschi (creato nel 1724), Simone Buonaccorsi (1708-76), Mario Compagnoni Marefoschi (1714-80), Guglielmo Pallotta (1727-95), Giuseppe Ugolini (1783-1863); ed anche : p. Matteo Ricci (1532-1610), il più grande missionario e primo geografo della Cina; il servo di Dio p. Giulio Mancinelli ( 1537-1618 ); il canonico Gian Mario Crescimbeni (1663-1728), storico, letterato, primo custode dell'Arcadia; p. Giuseppe Asclepi (1706-76), fisico e astronomo; p. Cassiano Beligatti (1708-91), missionario del Tibet; p. Francesco De Vico (1803-48), astronomo insigne; p. Orasio Civalli ( 1594-1621 ), autore di una preziosa relazione sui conventi delle Marche. Sono nati in M. numerosi vescovi ed altri ecclesiastici insigni per dottrina e santità, p. es. : Pompeo Compagnoni (sec. xviII), vescovo di Osimo e Cingoli, storico della Chiesa di Osimo, definito dal Muratori «il prelato più dotto d'Italia e l'esempio dei vescovi»; il card. Gabriele Filippucci, giurista, che nel 1706 rinunciò alla porpora. Nell'altro campo : Floriani Pompeo (1545-1600) e Pietro Paolo (1585-1638), condotticri ed ingegneri militari; Pompeo Compagnoni (1602-75), storico del Piceno; Diomede Pantaleoni (18101885), medico e politico; I.auro Rossi (1810-85), musicista e compositore.
III. Monumenti. - S. Maria della Porta : due chiese sovrapposte, l'inferiore del sec. Ix, la superiore del ' 300 , con ricco portale romanico-gotico; S. Maria delle Vergini, su disegno di Galasso Alghisi da Carpi, seconda metà del ' 500 , a croce greca con alta cupola ottagonale, ricca di opere d'arte; la Cattedrale di G. Giuliano, monumento nazionale, ricostruzione di Cosimo Morelli da Imola, della fine del '700; la collegiata del S.mo Salvatore (S. Giovanni) di Rosato Rosati del sec. xvir, autore dell'interno di S. Carlo a' Catinari di Roma; S. Paolo, di Ambrogio Mazzenta, il quale ricostruì la metropolitana di Bologna; tempio dell'Immacolata, moderno, di G. Rossi; degno di speciale menzione il santuario basilica della Madonna della Misericordia : prima costruzione 1447 , rinnovato e ingrandito nella metà del '700 dal Vanvitelli: conserva tele e affreschi di F. Mancini, S. Conca, B. Biagetti e vi si venera la miracolosa immagine della S.ma Vergine, patrona principale della città e diocesi.
IV. Edifici civil. - Resti del teatro di Helvia Ricina; la Fonte Maggiore del 1325; Palazzo della Prefettura già dei cardinali legati (secc. xili-xvi); Loggia dei Mercanti, del 1505, attribuita a Giuliano da Maiano; numerosi palazzi privati tra i quali: Palazzo Floriani di Pellegrino Tibaldi (sec. xvi), Palazzo dei Diamanti, la Torre del Comune di G. Alghisi da Carpi, Palazzo Ugolini del Valadier, Sferisterio monumentale di Ireneo Aleandri, ecc.
V. Istituzioni deligios. - Molte nel passato e nel presente, con istituti di educazione, asili, ospedali, case di cura. Tra le confraternite, assai numerose in passato,
sono da ricordare quella del S.mo Sacramento nella Cattedrale, istituita fin dal 1496, una delle prime di tutto il mondo che ebbe il singolarissimo privilegio, fin dai primi anni del ' 500 , di ottenere nel Venerdi Santo la liberazione dei condannati a morte: il quale privilegio ridotto da Paolo V, nel 1614 , ad un condannato solo, è stato esercitato senza interruzioni fino al 1860 ; Confraternita della S.ma Trinità nel santuario della Misericordia fin dal 1577. Delle antiche corporazioni di «arte e mestieri» e congregazioni, molto numerose, rimane la sola Congregazione dei mercanti e artisti. Inoltre a M. ha avuto origine nel 1566 la pia pratica dell'Esposizione del S.mo Sacramento, in tempo di carnevale, in riparazione alle offese fatte al Signore.
VI. Universita. - Il più antico ricordo di uno Studio di diritto risale al 1290; nel 1540, Paolo III costituì l'Universitas studiorum, con tutti i privilegi papali e imperiali delle Università di Bologna e di Padova, con le facoltà di teologia, filosofia, legge, morale, fisica naturale, medicina. Vi insegnarono, prima di salire al pontificato, Sisto V, Gregorio XVI; Annibal Caro, e i più valenti dottori degli Ordini religiosi, esistenti in M. Nel 1810 fu soppressa da Napoleone, ripristinata con gli antichi privilegi da Pio VII, nel 1816; da Leone XII, nel 1826, fu dichiarata pontificia con le facoltà di teologia, giurisprudenza, medicina, matematica, sottoposta all'autorità del vescovo, con il titolo di cancelliere; aggregate le Marche all'Italia, divenne regia; le facoltà vennero a mano a mano diminuite, presentemente vi è la sola facoltà di giurisprudenza, molto frequentata.
VII. Seminario. - Istituito secondo il Concilio di Trento, nel 1615 , ma già ideato dal vescovo Galeazzo Moroni fin dal 1584 ; ebbe varie sedi : una fu costruita da s. Vincenzo Strambi; l'attuale risale alla prima metà dell'800; conservò fino al 1912 la facoltà di concedere i gradi accademici in teologia.
VIII. Biblioteche. - La più importante della città e regione è la comunale Mozzi-Borgetti; conta più di 200.000 volumi, numerosi incunaboli, e ca. 1600 manoscritti, molti dei quali di grande pregio e speciale interesse; la Biblioteca del Seminario, formata in gran parte con i libri lasciati da s. Vincenzo Strambi, conta più di 6000 volumi, con prezioso opere di carattere ecclesiastico, edizioni «aldine» e un notevole incunabolo: Biblia cum concordantiis in margine edito a Bressanone nel 1486; notevole la Biblioteca universitaria, specializzata per gli studi giuridici.
IX. Archiv. - Presso la Biblioteca comunale, in perfetto ordine è collocato l'Archivio priorale del comune di M., con 949 pergamene, dal 1178 al 1804, e 1084 codici dal 1278 al 1808. Importantissimo l'Archivio della S. Rota maceratese, che comprende 3259 volumi dal 1589 al 1798. La S. Rota maceratese, istituita, come è stato accennato, da Sisto V, in data 15 marzo 1588 , estendersi la sua giurisdizione sulle province di Ancona, Ascoli, Fermo, M., Pesaro, e sui Ducati di Urbino e Camerino; e giudicava in sede di appello tutte le sentenze dei tribunali ecclesiastici, civili, penali; per convenzione intercorsa, un uditore della S. Rota di Perugia risiedeva in M. e viceversa. Fu soppressa da Napoleone: Pio VII nel 1816 ripristinò il tribunale con il titolo di appello.
X. Accademie. - L'Accademia dei Catenati, fondata nel 1574; vi appartennero gli uomini più dotti di ogni parte d'Italia: si propose lo studio delle belle lettere, la poesia, l'eloquenza, la filologia, la storia, la critica; dopo un periodo di inazione nel secolo passato, ha ripreso notevole attività, promovendo corsi di cultura molto apprezzati.
XI. Zecca. - Si può anche ricordare l'esistenza in M. di una zecca, di cui si hanno notizie fin dal 1337, in una lettera del papa Benedetto XII al rettore della città. Vi si coniavano monete di rame, argento, oro, con lo stemma del papa e le immagini del Signore, della Madonna e di vari santi; funzionò con qualche intervallo, fino al 1799.
XII. Diocesi. - Appartengono a M. i comuni di: Urbisaglia (ab. 5000) sulle rovine della omonima città romana, distrutta nel 408 da Alarico re dei Visigoti. Notevoli: la parrocchia collegiata di S. Lorenzo, la Rocca del ' 400 , forse la più bella della Marche, la Maestà, piccola chiesa del 1429, con affreschi votivi dei secc. xv-xvi. Nel
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(Int. Alinari)
Macerata, diocesi di - Loggia del popolo o dei Mercanti (1504-1505). Su disegno di Cassiano del Fabriano.
territorio dell'unica parrocchia, si trova S. Maria di Fiastra, una volta la più importante abbazia d'Italia, dopo quella di Farfa, fondata da Guarnieri III marchese d'Ancona e da questi consegnata ai Cistercensi nel 1141; rimane la chiesa, che presenta caratteri stilistici preromanici.
Pollenza (ab. 3000, con tre parrocchie); si crede derivata dall'antica città detta dai romani Polientia, distrutta la quale, prima del 1000, risorse, per opera di un Milone, francese, per cui fu detta Monte Milone. Ha una bella collegiata, con notevoli opere d'arte; importante il portale della chiesa di S. Antonio, del 1377. Nel territorio di Pollenza, l'antica abbazia di Rambona, fondata da Ageltrude, figlia di Arechi duca di Benevento, sposa di Guido e madre di Lamberto imperatore, nel sec. IX. Dell'antica chiesa rimangono tre absidi e la cripta di eccezionale importanza storico-archeologica; questa, triabsidata, è divisa in cinque piccole navate da colonne varie per materiale e forma, con capitelli interessantissimi. Vi si conserva il corpo di s. Amico abate. Apparteneva a questa abbazia il dittico d'avorio, ora nel Museo cristiano in Vaticano, con la Crocifissione, la Vergine col Bambino, vari santi, del tempo della fondazione dell'abbazia stessa.
Bibl.: P. Compagnoni, La Reggia Picena, Macerata 1661; Ughelli, II, coll. 729-72; O. Turchi, De Ecclesiae Camerinensis pontificibus, Roma 1762; M. Catalani, De Ecclesia Firmana eiusque episcopis, Fermo 1783; M. Leopardi, Serie dei vescovi di Recanati, Recanati 1826; Cappelletti, III, pp. 665-703; G. Moroni, Diz. di erudi, stor. eccl., XL, pp. 235-319; XLI, pp. 5-92; I. Vogel, De Ecclesiis Recinetensi et Lauretana earumque episcopis commentarius historicus, Recanati 1859; Bullarium Romanum, VIII, Torino 1863, n. Lxxvir, p. 817; IX, ivi 1865, n. CXLV, pp. 18-90, 91-94, appendice, n. xLVII, p. 358; R. Foglietti, Conferenze sulla storia medievale dell'attuale territorio macerutico, Torino 1885; P. Fr. Kahr, Italia Pontificia, IV, Berlino 1909, pp. 114, 126-28; anon., Notizie importanti in pubblicazione della cattedrale di M., Macerata 1932; M. Leopardi, Anonali di Recanati, 2 voll., Varese 1942; O. Gentili, M. sacra, Recanati 1947.
Carlo Carletti
MACH, ERnST. - Fisico e filosofo tedesco, n. a Tufany (Moravia) il 18 febbr. 1838, m. a Haur (Monaco) il 19 febbr. 1916. Insegnò fisica all'Università di Graz e di Praga, e filosofia a Vienna. Celebre
per il suo «empiriocriticismo», è l'iniziatore e principale rappresentante della moderna critica della scienza.
Opere principali: Die Mechanik in ihrer Entwicklung historisch-kritisch dargestellt (Lipsia 1883; trad. it. di D. Gambioil, Roma 1908); Populärwissenschaftliche Vorlesungen (ivi 1896; tr. it. di A. Bongioanni, Torino 1900); Die Analyse der Empfindungen, ecc. (Jena 1900; trad. it. di A. Vaccaro e C. Cessi, Torino 1903); Erkenntnis und Yrtum (Lipsia 1905; trad. francese di M. Dufour, Parigi 1908).
Puro positivista ed empirista, il M. riduce la realtà alla sensazione e nega ogni realtà oltre l'esperienza. La scienza ha valore puramente pratico, come mezzo di adattamento nella lotta per la vita; e l'uso dei concetti e del linguaggio, il metodo scientifico, la formazione delle leggi e ipotesi fisiche, sono dovuti esclusivamente al principio di economia per cui ogni individuo cerca risparmiarsi il maggior numero di esperienze dirette con l'aiuto di rappresentazioni e simboli mentali. Vanno però respinte le ipotesi che introducono entità metafisiche o fisiche, p. es. le teorie atomiche e il meccanicismo. La scienza si limita alla descrizione dei fatti ed enunciazione delle leggi; e queste valgono come semplici restrizioni che, guidate dall'esperienza, si prescrivano alla attesa dei fenomeni. Peraltro, in tanto il M. sfugge alle conseguenze scettiche dell'empirismo bumiano, in quanto fa della sensazione stessa un assoluto e, quindi, della scienza una metafisica delle sensazioni.
Bibl.: F. Reinhold, M.s Erkenntnistheorie, Lipsia 1908; M. H. Belge, Die Naturphilosophie e. E. M., Berlino 1912; H. Henning, E. M., ecc., Lipsia 1913; Uberweg, IV, pp. 394396, 711 (bibl.); F. Amerio, Epistemologia, Brescia 1948, pp. 233-27.
Filippo Selvago
MACH, José. - Gesuita spagnolo, missionario e scrittore che ebbe notevole influenza sulla cultura ecclesiastica del suo tempo, n. a Barcellona il 3 maggio 1810, m. a Saragozza il 25 luglio 1885. Entrò nell'Ordine il 3 marzo 1825, e si occupò di varie categorie sociali, divenendo consigliere di vasta esperienza, stimato e ricercato.
Lasciò ca. 20 pubblicazioni d'indole ascetica, pastorale e devozionale. Parecchie di esse vennero tradotte in francese, italiano, portoghese e polacco, e furono ripubblicate in moltissime edizioni; cosi l'Ancora de salvación, o devocionario enriquecido con muchas y nuevas oraciones, meditaciones y preletices de virtud (Barcellona 1854), che nel 1861 era alla 7^{text {a }} edizione ed alla morte del M. raggiunse la 55^{text {a }}. Molta diffusione ebbe anche il Tesoro del sacerdote o repertorio de los principales cosas que ha de saber y practicar el sacerdote para santificarse a si, y santificar a los demás (ivi 1861). Nella 10² edizione di questa opere (ivi 1889), vi è la biografia del M. Tra le devozioni più inculcate da lui vanno annoverate quelle a s. Luigi Gonzaga, a s. Giuseppe, le visite al S.mo Sacramento, la meditazione della Passione di Cristo. Il M. curb anche un'edizione dell'Intiracione di Cristo.
Bibl.: Sommervogel, V, coll. 248-51. Arnaldo Lanz
MAC HALE, John. - Prelato irlandese, n. il 6 marzo 1791 a Tobbernavinc, m. il 7 nov. 1881 a Tuam. Studiò al College di Maynooth e, ordinato sacerdote, vi insegnò teologia. Fu coadiutore del vescovo di Killala. In lui, ad una incrollabile intransigenza dottrinale, si accoppiava un vivissimo senso patriottico : accanto al O'Connell, fu il più noto dei nazionalisti irlandesi.
Difficilmente si serviva dell'inglese, la lingua dei dominatori, contribuendo personalmente con traduzioni in irlandese a tener vivo il sentimento nazionale. Nella questione scolastica era contrario all'istituzione di scuole unite. Venne a Roma nel 1831. Tre anni dopo fu eletto arcivescovo di Tuam; quando nel 1852 il Newman giunse a Dublino quale rettore della nuova Università cattolica, M. H. non si mostrò troppo entusiasta di tale scelta, perché vedeva nel Newman non solo l'ex protestante e l'Oxford man, ma l'inglese. Nel 1854 fu nuovamente a Roma per la proclamazione del dogma dell'Immacolata
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e presentò al Pontefice un suo poema in lingua irlandese sull'Immacolata Concezione. Tradusse in irlandese il Pentateuco ed i primi otto libri dell'Ilíade. Nella lingua isolana scrisse anche un catechismo diocesano. Al Concilio Vaticano fu tra coloro che consideravano inopportuna la definizione dell'infallibilità pontificia.
BibL.: B. O'Reilly, 7. M. H., archbishap of Tuam, his life and correspondence, 2 voll., Nuova York 1890; A. Bellesheim, Geschichte der huthalischen Kirche in Irland, III, Magonza 1891, passim; N. Moore, s. v. in The dictionary of national biography, III, pp. 550-52. Silvio Furlani
MACHAUT (MachaulT), Guillaume. - Poeta e musicista n. ca. il 1300 a Machaut (Champagne). Chierico nel 1323, m. nel 1377 canonico della cattedrale di Reims.
Oltre alla ricca produzione di opere profane, lois, virelais, chansons balladés, rondeaux, ballades notées, in cui è l'aspetto più peculiare della sua arte, egli compose anche 23 mottetti a 3 e 4 parti su testi latini e francesi, in cui predomina la tipica fattura isoritmica che pure si nota in una ballata e in un rondeau, ed un loquetus sulla parola David inserita sul testo liturgico Alleluja, Nutivitas ex stirpe David, brano in cui si è voluto vedere una derivazione dall'orgonum triplum di Perorinus, basato sullo stesso Alleluja. L'opera però degna di particolare ricordo è la Messa Notre Dame a 4 voci, primo esempio di messa polifonica composta interamente da un solo autore (l'unico precedente storico infatti, la Messa di Tournai, era la riunione di brani di vari compositori, scritti in età diverse). La Messa ha, oltre il valore storico di priorità nel suo genere, quello di un primato estetico di ideale bellezza.
La Messa riunisce vari generi di composizione, da quello fugato, con imitazioni e ripetizioni che si trovano nel Kyrie, a quello tipico della forma conductus nel Gloria; mentre nel Credo, esente da ogni melisma per la natura dogmatica del testo, si intessono grandi e solenni accordi a cui fa da sfondo la melodia gregoriana; nel Sanctus e nell' Agnus Dei il materiale tematico della Messa gregoriana (oggi XVII dell'ed. vaticana) diviene in modo più concreto base melodica di un procedimento compositivo che ha tutte le caratteristiche stilistiche del mottetto isoritmico, così come tutta la Messa fu a buon diritto definita "un gigantesco mottetto" (L. Lacha). La Messa è stata stampata di recente (1949) a cura dell'American Institute of Musicology in Rome (Corpus mensurabilis musicae, 2) nella trascrizione di G. de Vau. Già insigni storici ne avevano pubblicate parti notevoli e Chailley ne aveva dato alle stampe una trascrizione per uso pratico (1948). I mottetti e le altre opere si trovano disseminati in 37 codici ca. nelle biblioteche di Parigi, Chantilly, Firenze, Padova, Modena ecc.
BibL.: J. Wolf, Geschichte der Mensuralnotation, I, Lipsia 1904, pp. 123-76; II, pp. 16-24 (testo musicale); III, pp. 28-71 (trascrizione musicale); P. Wagner, Geschichte der Messe, I, Ivi 1913, p. 42; A. Machabey, G. de M. La vie et l'oeuvre, in Revue musicale, 10 (1930); 11 (1931); G. Reese, Music in the middle ages, Nuova York 1940, cap. 12. Luisa Cervelli
MACHERONTE. - Fortino montano a est del Mar Morto, costruito da Alessandro Ianneo (Fl. Giuseppe, Bell. Jud., VII, 6, 2) e raso al suolo dai Romani nel 57 a. C. (id., Antiq. Jud., XIV, 5, 4). Fu poi rialzato da Erode il Grande tra il 25 ed il 15 a. C. con piano più vasto, in modo che servisse da fortezza e da villa. Per questo Erode l'uni, mediante una strada di ca. 20 km ., ai bagni sottostanti di Calliroe. M. era uno dei luoghi alti dove si accendevano i fuochi per manifestare la neomenia. Il castello ricevé un fiero colpo nell'assedio di Lucilio Basso nel 57 d. C. Ciò che rese celebre M. è la decapitazione di a. Giovanni Battista (v.), ivi avvenuta per ordine di Erode Antipa, padrone della fortezza, per suggerimento di Erodiade (Mt. 14, 1-12; Mc. 6, 17-29; Lc. 9, 7-9). Il posto è chiaramente menzionato da Fl. Giuseppe (Antiq. Jud., XVIII, 5, 2).
Siccome il corpo del Battista, secondo la tradizione, sarebbe stato trasferito dai discepoli a Sebaste, rara-

(for. Atinari)
Machiavelli, Niccolò - Ritratto. Dipinto di Santi di Tito. Firenze, Palazzo Vecchio.
mente M. fu meta di pellegrinaggio. Il pellegrinaggio liturgico annuale ricordato dal p. Bonifacio da Ragusa, custode di Terra Santa nel sec. xvI (Liber de perenni cultu Terrae Sanctae, Venezia 1873), dové mantenersi per poco tempo. In ciò influì anche l'insicurezza della via, anche oggi impraticabile per gli autoreicoli.
A M., oltre la fortezza, vi era anche la città. Attualmente si vedono le rovine della fortezza su di un colle isolato chiamato Mesnokeh e quelle della città, posta in basso, detta el-Mukawer, rimasuglio dell'antico nome, dove sono state notate due chiese e croci ornamentali.
BibL.: A. Smith, Callivhoe and Machaerus, in Palestine, expl. fund, quart. stat., 1905, p. 226, con rudimentale piano, F.-M. Abel, Une croisiere autour de la Mer Morte, Parigi 1911, pp. 30-38; G. Ricciotti, Il contiene di Hiram, Torino 1939, pp. 99-113; N. Glueck, Explorations in eastern Palestine, III, in Annual of American Schools of oriental research, 18-19 (1939), pp. 131-33, 140; S. J. Saller-B. Bagatti, The town of Nebo, Gerusalemme 1949, p. 229. Bellarmino Bagatti
MACHIAVELLI, Niccolò. - Scrittore e uomo politico, n. il 3 maggio 1469 in Firenze, m. ivi il 22 giugno 1527 .
I. Vita e opere. - L'etichetta di «Segretario fiorentino", tradizionalmente assegnata al M., corrispose, di fatto, a una mansione di secondaria importanza nell'amministrazione della Repubblica fiorentina, che il M. assunse, nel giugno del 1498, quale segretario della Signoria, con l'incarico di presiedere alla seconda cancelleria e di servire, dal 14 luglio, i dieci di Balia. Tuttavia, alla modesta carica attribuitagli, il M., di natali non volgari (la Maclavellorum familia, fiera di priori e gonfalonieri, risalirebbe al sec. xi), e certamente nutrito di studi classici (è dubbio, però, che conoscesse il greco), si adattò con scrupolo e anzi con intima curiosità di tecnico.
Vari e di varia natura, i viaggi e gli incarichi commessigli dal governo fiorentino: presso Appiano IV signore di Piombino; nel 1499 presso Caterina Sforza Riario; nel 1500 presso Luigi XII, in Francia, dove tornerà nel 1510 e nel 1514; nel 1501 a Pistoia e ad Arezzo;
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nel 1502 presso Cesare Borgia, il Valentino; nel 1503 a Roma presso Alessandro III; nel 1505 in Mugello per procedere agli arruolamenti; nel 1506, al seguito del Pontefice, nel Lazio, nell'Umbria, nelle Marche e Romagne; nel 1507 in Germania, latore di istruzioni a Francesco Vettori, inviato presso l'imperatore Massimiliano; e, sotto i Medici, sporadicamente or nell'Italia settentrionale or nell'Italia centrale. Connessi a codesti servizi sono, appunto, quei discorsi, ragguagli, rapporti che costituiscono, a un tempo, lavori di ufficio e documenti della sua esperienza (Discorso fatto al magistrato dei Dieci sopra le cose di Pisa, 1499; Del modo di trattare i popoli della Val di Chiana ribellati; Descrizione del modo tenuto dal duca Valentino nello ammazzare Vitellozzo Vitelli, Oliverotto da Fermo, il Signor Pogolo e il duca di Gravina Orsini; Parole sopra la provvisione del danaio; Rapporto di cose della Magna, 1508 - poi, nel ' 12 , rielaborato -; Ritratti delle cose di Francia, ecc.). Sertiti, che oggi offrono altrettanti elementi per ricostruire il suo pensiero, accanto alle opere massime e più famose, frutto di disinteressate meditazioni solitarie, il Principe, i Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, la Istoria fiorentine, l'Arte della guerra. Quanto all'altro, e non meno vivido, aspetto del M., quello letterario (la Maudragola, pietra miliare nella storia del teatro italiano, rappresentata nel 1520 a Roma e nel 1522 a Venezia, la Clizia, le Satire, la Vita di Castruccio, capitoli, discorsi vari), esso costituisce, per dir cosi, l'otium di uno spirito che, pur nell'estrinsecazione artistica e nello stesso gusto della facesia, palesa quella propensione, denunziata in sede politica, a cogliere, nella loro essenzialità, atteggiamenti d'una realta quotidiana.
Senza dubbio, l'esperienza acquisita negli uffici politici, associata alla cognizione della storia, e, del resto, le stesse agitate fasi della vita fiorentina e personale, giovarono a fornire i materiali di pensiero elaborati poi negli ozi forzati di S. Casciano. Epoca, certo, arroventata, quella del M. : Firenze passa dalla stagione spensierata di Lorenzo il Magnifico ai severi richiami del Savonarola; seguono le guerre locali contro Pisa, contro Arezzo ribellata, ecc., il regime repubblicano (1502). Il ritorno dei Medici significò, per il M., la radiazione da ogni ufficio, confino per un anno e, nel 1513 , processo e tortura per sospetto - presto eliminato - di partecipazione alla congiura del Roscoli e del Capponi. Gli ulteriori eventi politici tennero Firenze continuamente agitata, in rapporto con le lotte fra Carlo V re di Spagna e Francesco I re di Francia, e culminarono con il sacco di Roma nel 1527, fino alla nuova caduta dei Medici in quell'anno e al risorgere della Repubblica. Invano il M. sperò di essere riutilizzato (al suo posto fu preferito, invece, un Francesco Tarugi) e con questa ultima delusione si conclude la vita del M., in quell'anno calamitoso, in angustiata solitudine.
Età di travagli e fermenti, di cambiamenti di rotta, di accese discussioni a sfondo locale o internazionale (il M. fece parte di quella congrega di spiriti dotti adunantis! nei giardini di casa Rucellai : "Orti Oricellari"), di magnanimi ideali : cui fa riscontro, nel M., lo sforzo di trovare, nell'avvicendarsi delle congiure, una piattaforma purchessia di pensiero e di azione. Quanto alla vita privata di lui, si sa che fu laboriosa, sostanzialmente onesta e a tipo familiare (nel 1502 aveva sposato Marietta Corsini, dalla quale aveva avuto cinque figli), mortificata da ristrettezze economiche.
Il periodo di vera e propria meditazione storico-politica del M. ha inizio nel ritiro di S. Casciano, piccola proprietà familiare, ove egli può alternare la compagnia dei rozzi paesani con la meditazione dei maestri antichi: doppia istruzione che lo sorreggerà nella compilazione contemporanea dei Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio e del Principe. Questo trattato fu composto con il titolo De principatibus, tra il luglio e il dic. 1513, mentre lavorava ai Discorsi, presumibilmente in vista della creazione di uno Stato mediceo, a iniziativa di Leone X; e, sebbene al Principe sia stata di preferenza riservata una celebrità che si può dire secolarmente ininterrotta, senza dubbio le due opere fanno blocco, quale inscindibile
impegno di pensiero: sorta di rivincita intellettuale da parte di uno spirito che, mortificato nell'aspirazione a un'altrimenti positiva affermazione politica, può solo e finalmente concedersi il libero e supremo soddisfacimento di "esigenare dello Stato".
Nel Principe, breve trattato in ventisei capitoli, vengono studiate la genesi e struttura degli Stati a tipo autocratico ("che cosa è principato, di quale spezie sono, come e' si acquistano, come e' si mantengono, perché e' si perdono"), con rapide e incisive argomentazioni su temi specifici (virtù e fortuna; condotta dal reggitore nei riguardi dei suoi adepti, solidati, confederati, ecc.); ma principati, soprattutto di nuovo acquisto, visti essenzialmente in funzione della vigile iniziativa del signore, esclusivo artefice e giudice della conquista e del mantenimento dell'ordine politico. Ordine politico che, in quanto tale, fisserà episodicamente il contenuto e i limiti della "saviczza" o "prudenza" del principe (presupposto quale legibus solutus) : il quale potrà agire con sicurezza di innovare o conservare il suo dominio, impiegando, da accorto vir, quella virtus che significherà essenzialmente volizione attiva, sagace profitto delle occasioni opportune, impiego di mezzi atti allo scopo, superamento dell'avversa fortuna; affidandosi, insomma, all'immagine del Centauro (" a uno principe e necessario sapere bene usare la bestia e l'uomo": cap. 17), e regolandosi ora sul " lione" ora sulla "golpe". Misura dell'azione è la positività del risultato: ciò conta, a costo di esser temuti più che amati (cap. 17), a costo di venir meno ai patti giurati (cap. 18); l'azione, in quanto realizzatrice di un concreto e superindividuale fine politico, è riscattata da una autonoma moralità, la quale esige che per lo patria si possa perder l'anima.
Presso a sé, cioè indipendentemente dai Discorsi, il Principe può fornire ai diversi interpreti una comune base di partenza: quella relativa a una società inferma che l'energica "virtù" dell'autocrate è impegnata a comunque risanare: corruptio pregiudiziale, passibile di disciplina mereè un impegno spregiudicato che magari deroghi dalla morale, o per prescinderne a titolo permanente (come insufficiente a reggere il mondo politico) o a titolo provvisorio, senza aprioristica sconfessione dei superiori valori etici, sia in quanto tali sia in quanto valori anche politici. Resta, quindi, il problema relativo a un ravvisamento, o meno, nel Principe, di una consapevole affermazione dell'autonomia della politica, o, com'è stato detto, dell'affermazione di una politica che, in quanto tale, cioè "vera" (coronata dal successo positivo che "avvantaggia" lo Stato) sarebbe già di per sé alta moralità.
Nei Discorsi (in tre libri), dedicati a Zanobi Buondelmonti e a Cosimo Rucellai, la "lunga pratica e continua lezione delle cose del mondo" (Proemio) si direbbe offra al M. visioni più pacate, nella considerazione degli organismi politici naturalmente avvezzi alla libertà. Parte della sua convinzione relativa al perenne riprodursi dei moti umani, il M. si è immerso nella lettura di Livio, esaminando questo o quel momento, atteggiamento, problema peculiare alla vita delle repubbliche : giovandogli, quale istruttivo paradigma, l'esempio della Repubblica Romana, con i suoi moti interni, con i suoi esperimenti militari, con la sua leggi agrarie, con i suoi ricorsi alla religione, con le sue fondazioni di colonie, con i suoi successi e con le sue corruzioni o perturbazioni : altrettanti temi di analisi e commenti, miranti, non meno che nel Principe, e anzi più ordinatamente, alla sistemazione scientifica della casistica storico-politica.
In che rapporto stanno il Principe e i Discorsi? V'è chi ha riferito il Principe a un programma di politica militante, rispondente alle esigenze dell'epoca, e i Discorsi a un programma educativo estraneo alla continigenza: da una parte "politica sensibile ", dall'altra "politica riflessa", conciliandosi i due testi nello spirito dell'autore, che sarebbe, sì, politico, ma anche educatore, collocatosi nel tempo e al di là del tempo. Insomma, nel Principe l'ideale dello "Stato-Individuo" e nei Discorsi l'ideale dello "Stato-Regime"; là lo "Stato-Forza", qua lo "Stato-Civiltà": questo apparendo, però, il solo
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duraturo, talché l'autore, dovendo optare fra Romolo e Numa, sceglierebbe Numa (Russo).
Non, beninteso, che, al di là della mera tecnica, non lampeggi sovente, fra le righe della rigida lezione storico-naturalistica, il personale anelito dello scrittore, un soffio d'umano e onesto sentire, ma, a guardar bene, codesto anelito appare severamente vigilato dall'obbligo del distacco critico, quasi che l'autore avvertisse che il sentimento non è metro scientifico e può anzi velare la limpidità della visione obiettiva. Valido metro gli riesce, piuttosto, quell'esperienza ("vedesi ancora per esperienza... ") ch'è l'opposto della passione. Soltanto che, l'esperienza non avendo limite - come egli stesso si rendeva conto, per la continua variabilità delle situazioni storiche (sètte, lingue, accidenti) - amara ne discende, in definitiva, la vanità di un medesimo teorizzare che vada al di là della nuda segnalazione di talune generiche tendenze costanti dell'umanità.
Vita politica e vita morale risultano nel M. acisse o solo casualmente allacciate; sicché manche e deserte riescono, in definitiva, quelle allusioni dei Discorsi a libertá ", "popolo", " vivere civile", nelle quali si son voluti ravvisare elementi da contrapporre alla visuale autoritaria del Principe. La "libertà " prevista dai Discorsi non è attiva e creatrice, né scaturisce da alcun riconoscimento di moralità individuale. I cittadini son sempre visti in funzione di sudditi, del principe o delle leggi, disciplinati da una sorta di forza superiore, o quanto meno adagiati in ordinamenti adatti alla loro natura senza una vera possibilità di un ius acticae civitatis. Infatti, nell'Arte della guerra (opera che completa, anche nell'intenzione dell'autore, il Principe e i Discorsi), caldeggiandosi le milizie nazionali, raccomandate negli altri due libri, non ci si augura che queste milizie siano volontarie, non si spera cioè che da questi cittadini, scaldati da intimo amor di patria, prorompa la spontaneità del sacrificio; si esige che i cittadini divengan militi solo su comando del principe. I volontari, dice M., "non sono dei migliori, anzi sono dei più cattivi d'una provincia». Tocco all'autorità reclamare quest'altra forma di prestazione, di servizio, da parte dei cittadini, nei quali, quindi, il sentimento politico non ha, né deve avere, autonomia di fonte e d'iniziativa. Ancora. Si veda nell'Arte della guerra l'enunciato lapidario della necessità politica: "Costringere i cittadini ad amare l'un l'altro, a vivere senza sette, a stimare meno il privato che il pubblico". L'amor civico, il dovere sociale sono previsti in funzione d'una coazione dall'alto. E anche dall'alto dovrà venire quell'educazione in cui il M. confida, ma che non è affatto autonomo conquista dell'individuo, come pur l'Umanesimo aveva raccomandato.
Connessa idealmente all'Arte della guerra e alla trilogia principale, è quella Vita di Costruccio Costruconi da Lucca ( 1520 ), ove, attraverso la figura romanzata del famoso condottiero, è ribadito l'encomio della vita attiva ("Dio è amatore degli uomini forti "), messa a servizio di un impegno civile.
Nelle Istorie Fiorentine (suggeritegli dal card. Giuliano de' Medici nel 1519, ma ufficialmente commissionatagli l'8 nov. 1520 dallo Studio fiorentino e pisono, con la sovvenzione annua di 100 fiorini per due anni; e di cui poteva presentare nel 1525 i primi otto libri a Clemente VII), il M. palesa le sue più grnuine inclinazioni: curiosità scientifico-pedagogica degli accadimenti politici, sceveramento dei materiali storici, amor della sua terra e dell'Italia, gusto della rappresentazione artistica.
La narrazione si stende per sommi capi dalla caduta dell'Impero romano fino al 1434, e poi, più distesamente, fino al 1492: proposito dell'autore, rimasto interrotto, sarebbe stato di continuare la storia delle vicende "così italiche come fiorentine" fino ai suoi giorni. Benché di tali Istorie - cui il M. si accingere con fervore, dichiarandosi inappagato delle precedenti altrui fatiche oggi sia possibile rilevare varie menife (inesattezze, appropriazioni, ecc.), tuttavia resta cospicuo l'interesse documentale, anche ai fini lumeggiativi della cifra dell'autore: quell'andare al nòcciolo dei fatti; quell'ap-
prezzamento del successo in quanto successo ("coloro che vincono, in qualunque modo vincono, mai non ne riportono vergogna ", III, 12); quel veder l'ordine assicurato sopratrutto dalla "virtù di uno che lo mantenga", perché "avviene rare volte", "per buona fortuna" (IV, 1), che gli umori cittadini si mantengano per forza propria; crudo concetto della tendenza umana alla fazione, alla disunione, all'asocialità, malgrado l'eterno fascino d'insegne e miti, quali pace e libertà; rileva si, il M. "quanto sia gagliardo il nome della libertà, il quale forza alcuna non doma, tempo alcuno non consuma e merito alcuno non contrappesa" (II, 24), senza ch'egli percepisse, o accettasse, il concetto di libertà come consapevole sfera morale del soggetto, creatrice essa stessa di autorità.
Testimonianze ulteriori del tenace interesse del M. alle cose politiche sono altri scritti marginali: quali il Discorso sopra il riformare lo Stato di Firenze (composto nel 1519), dove il M. idea una costituzione, cercando di conciliare l'esistenza (teorica) di una repubblica con la detenzione del potere nelle mani di una classe dirigente (medicea); nonché pagine di minore rilievo, ove, comunque, è sempre visibile lo sforzo del M. di partir dalla realtà (concreta), e in essa foggiare le forme del pensiero.
Un gusto malizioso di cogliere spiccioli (seppur convenzionali) aspetti di una realtà spregiudicata si riscontra nel M. autore di teatro. Benché il suo primo esercizio scenico, Le Maschere (oggi perduto), sia del 1504, la Mandragola, rappresentata forse nel 1520 a Roma, certo nel 1522 a Venezia, e la Clizia, rappresentata a Firenze nel 1525, appartengono - al pari dell' Azino d'oro, componimento in versi, assegnato al 1517 all'incirca - al periodo degli ozi forzati, allorché egli s'ingegna (Prologo alla Mandragola) " con questi van pensieri " Fare el suo triste tempo più soave".
In codeste finzioni sceniche, come in altri componimenti (i vari Capitoli: Di fortuna, Dell'ambizione, Dell'occasione; il Decennale; la Novella di Belfagor arcidiavolo), ha, per così dire, sfogo diretto quella vocazione letteraria del M., che nelle scritture politiche e nelle nervose lettere perviene, di getto, a squillanti risultati di effetto artistico; e si noti la vivacità rappresentativa messa a servizio della tesi sostenuta nel Dialogo intorno alla nostra lingua, in cui lui, Niccolò, rimbecca Dante, interlocutore avversario, celebrando contro quest'ultimo il valore della fiorentinità della lingua.
II. Varia fortuna del M. - Il M., se poté veder recitate le sue commedie, non vide la stampa delle opere cui è duravolmente legata la sua fama. Le prime edizioni sono del 1531 (Roma, Blado), e del 1532 (Firenze, Giunta). Ma il manoscritto del Principe dovette avere una sua immediata circolazione fortunata, se poté determinarsi il singolare caso (non peranco chiarito) dell'inserzione di materiali corrispondenti a quelli del Principe nel De regnandi peritia (pubblicato a Napoli nel 1523, dunque vivente il M.) del noto filosofo Agostino Nifo da Sessa.
Le primissime segnalazioni pubbliche della pericolosità del M. muovono sì da unica tribuna ecclesiastica, ma da diversi paesi: Librum illum inveni, scriptum ab hoste humani generis, anzi Satanae digito scriptum, proclama Reginaldo Pole (Apologia ad Carolum V Coss., XXVIII-XXXV). Quale impurus scriptor atque nefarius, il M. viene additato da Girolamo Osorio nel suo De nobilitate civili et christiana (Lisbona 1542, III). E vera e propria denuncia suona quella di Ambrogio Catalino (Enarrationes, ecc., De libris a Christiano detestandis et a Christianismo penitus alimandis [Roma 1532]).
Ma, a parte tali denunce, si ha prova dell'incriminazione ufficiosa sull'opera del M. nel 1549 , in quello che il Busini scriveva al Varchi: "Qui non vietate e proibite a vendersi tutte le opere del nostro M. ". Nel 1559, il M. figura nell'Index di Paolo IV, fra gli auctores quorum libri et scripta omnia prohibentur; condanna confermata dall'indice tridentino del 1566 (tra i librorum prohibitorum auctores primae classis), e poi ulteriormente mantenuta,
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malgrado alcuni tentativi di discriminazione dell'opera, una volta espurgata.
Né solo da parte cattolica, e per motivi essenzialmente religiosi, muovon le censure: anche dal campo protestante. In Francia, il calvinista Innocenzo Gentiller, nel suo Discours sur les moyens de bien gouverner et maintenir en bonne paix un royaume, contre N. M. le florentin (Loxanna 1576), il Du Plessis Mornay (con lo pseudonimo di Stefano Giunio Bruto) nelle pugnaci Vindizine contra tyrannos (1577), l'ugonotto Francesco de la Noue (Discours politiques et militaires, 1567) e altri, dànno l'avvio a tutte una campagna contro il M. (buon pretesto polemico contro la politica della regina Caterina de' Medici era ch'essa fosse concittadina del M.) : ondata antimachiavellica, che si estenderà presto all'Inghilterra e egli altri paesi, e farà si che le parole machiavellista, machiavellismo, machiavellisazio entrino ormai nel comune vocabolario politico.
Sarebbe lungo far l'elenco degli autori, italiani e stranieri, che dall'ultimo Cinquecento in poi si scagliarono contro il M. Dal Botero al Ribadaneyra (Princeps christionus adversus N. M., ecc.), dal Possevino al Bozio (autore di varie polemiche: De robore bellico... adversus M., Roma 1593; De Italiae Stabs... adversus M., ivi 1595; De rariis gentium..., adversus impios politicus, Roma 1596), dal Campanella a numerosissimi altri, è fitta la serie di coloro che, occasionalmente o deliberatamente, in latino o in volgare, si scagliano contro una dottrina che, evidentemente, contava già occulti o palesi sectatores. Varie le accuse a questa dottrina: assenza di base scientifica, deprecamento dei valori religiosi, alterazione della verità storica, corruzione morale, inadeguatezza politica, fino a pervenire, alla fine del sec. xvir, a un grottesco Saggio sulla sciocchezza di N. M. del lucchese p. Gian Lorenzo Lucchesini (Roma 1697).
Tuttavia, contemporaneamente, se pur meno visibilmente, il M. riscosse varia estimazione. Mentre può rilevarsi l'inconscia utilizzazione dei suoi atteggiamenti mentali da parte degli stessi confutatori, hanno bene il loro significato le sporadiche e indipendenti difese, ora caute ora scoperte, che vanno, a non citar altro, dalla riguardosa considerazione di un Anonimo Siciliano alla nota Apologia (1615) di Gaspare Scioppio. Per lo Scioppio, il M. sarebbe uno smascheratore delle tirannidi; tesi (gli si opporrà il Campanella nell'Atheismus triumphator), che, già affacciata in certo senso dallo stesso card. Pole, il quale avrebbe sentito dire, in Firenze, essere antitirannica l'intenzione del M., verrà poi sostenuta anche da Alberico Gentili (per il quale il M. è un laudator democratiae), da Bacone da Verulamio (De aug. scient., III), e sarà più tardi proclamata dal Foscolo nei Sepolcri.
Solo verso la fine del 'boo il M. verrà giudicato con animo meno scrimonioso. Secondo F. M. Doria (La vita civile, Augusta 1710, p. 7), il M. non avrebbe affatto consigliato l'uso della maliziosa ragion di Stato; al contrario, anzi, avrebbe impartito la più sana e virtuosa precettistica a principi e popoli; il torto del M. è solo "nel trattare, com'egli ha fatto, le varie specie di tirannie con la stessa indifferenza che i principati giusti devono) trattare, a tutti regole e norme di governo prescrivendo... Insomma M. è una farmacopea aperta per tutte ricette». Avvio a più pacati soppesamenti, che consentono, presso talun critico, accanto alla censura d'obbligo, un apprez zamento già significativamente scoperto (per il Tiraboschi, il M. va dimostrò uno dei più profondi e più esperti politici che mai siano vissuti, e i Discorsi sono pieni di riflessioni giustissime, che scoprono il raro genio di chi le scrisse», Storia della letterat. ital., VII, Firenze 1809, p. 381). Apprezzamento, che, nello stesso sec. xviri, assume già un preciso connotato con il De Nicolao Machiavello di Gian Federico Christ (Lipsia 1731), con il Missus thesium Machiavellisticarum di C. F. Feuerlein (1742), con il Rousseau, riecheggiante la tesi del Gentili, relativa al presunto smascheramento, operato dal M., delle male arti dei principi, in pro dell'ideale repubblicano.