) a Piazza Colonna; l'altro Palazzo per la stessa famiglia di fronte a S. Luigi de' Francesi; quello per mons. Varesi a Via Giulia; e il Palazzo Mattei di Giove (1598-1613), che per il contrasto tra la severità delle facciate e l'eleganza decorativa del cortile costituisce una delle più significative espressioni del periodo di transizione fra Controriforma e Barocco. Sembra ch'egli volesse adottare forme più aperte nel Palazzo Barberini, lasciato però agli inizi alla sua morte, e compiuto con altri caratteri dal Borromini (v.) e dal Bernini (v.).
Sono infine da ricordare fra le sue opere minori la fontana in Piazza S. Pietro, a destra dell'obelisco (imitata poi dal Bernini in quella simmetrica); l'altra dell'acqua Paola sul Gianicolo, compiuta in collaborazione con G. Fontana, e quella in Piazza S. Maria Maggiore, accanto alla colonna ch'egli stesso innalzò togliendola dalla Basilica di Massenzio e sulla quale collocò la statua della Vergine. - Vedi tav. CXX.
Biel.: A. Muñoz, C. M., Roma 1925; N. Caflisch, C. M., Monaco 1934; U. Donati, Artisti ticinesi a Roma, Bellinzona 1942, pp. 97-162. Mario Zocca
MADERNO, Stefano. - Scultore lombardo, n. a Bissone nel 1576, m. a Roma il 17 sett. del 1636.
Nel 1600 era già a Roma e compiva il suo capolavoro nella statua di S. Cecilia, raffigurata giacente con il capo mozzo, ad ornamento dell'altare nella chiesa ad essa dedicata nel quartiere di Trastevere. Prima si ha memoria di sue sculture eseguite per conto dell'orafo senese Alessandro de Turchia. Successivamente eseguì un Angelo in bassorilievo per il transetto della basilica di S. Giovanni in Laterano, alcune sculture per la Cappella Paolina in S. Maria Maggiore, ove per l'altare modellò il rilievo con Papa Liberio che segna sulla neve la pianta della Basilica e, per la tomba del Papa, quello con la Spedizione d'Ungheria. Scolpì anche la statua di S. Carlo Borromeo in S. Lorenzo in Damaso, le immagini della Pace e della
Giustizia sull'altar maggiore della chiesa di S. Maria della Pace, il S. Pietro adagiato sul timpano del portone del Quirinale ed altri marmi ancora. Interessantissimi sono anche alcuni suoi bozzetti in terracotta alla Ca' d'oro di Venezia con rappresentazioni di favole mitologiche. Maestro estroso ed ineguale, il M. dette la sua opera più bella e ricca di intensa vita sentimentale nella delicata immagine della S. Cecilia: un marmo estremamente significativo per il tempo e l'ambiente in cui nacque (Roma 1600), ché in esso sembra veramente unita la classica compostezza dell'arte del secolo che in quell'anno si conclude, e preannunciata la soavità un po' smancerosa del successivo.
BinL.: Venturi, X, III, p. 611 sg.; U. Donati, Artisti ticinesi a Roma, Bellinzona 1942. Emilio Lavagnino
MADHURAI (Madura), diocesi di. - Nella costa sud-orientale dell'India, affidata ai Gesuiti della provincia di Tolosa. La missione di M. deve i suoi inizi al celebre gesuita Roberto de Nobili (1606); il sistema da lui adottato diede luogo alla questione dei riti malabarici (v.).
Nel 1623 la missione contava 300 neofiti, 50 dei quali erano bramini; nel 1640 i convertiti erano 4000 e nel 1680 raggiungevano i 75.000 . Nel 1650 cedette 10.000 cattolici alla missione del Mysore ed altri 5000 divenrero, nel 1704, il nucleo della nuova missione car. natica; tuttavia Madura contava ancora 90.000 cattolici. Più tardi, l'arrivo degli Olandesi in India, poi la soppressione della Compagnia di Gesù e la Rivoluzione Francese fecero decadere quella missione, in cui però un buon numruro di cattolici seppe rimanere fedele. Le regioni di M., Mysore, Marava e Tanjore furono erette il 19 maggio 1846 in vicariato apostolico, elevato in data 1° sett. 1886 a diocesi con il nome di Madura; il 7 giugno 1887 il nome fu cambiato in quello di Trichinopoly e la diocesi fu costituita suffraganca di Bombay. Finalmente l'8 genn. 1938 la regione del M., distaccata dalla diocesi di Trichinopoly (che contemporaneamente passava al clero se-
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colare indiano), fu eretta in diocesi con il nome di Madura, affidata ai Gesuiti e dichiarata suffraganea di Bombay. Confina con le diocesi di Tuticorin, Kottar, Trivandrum, Quilon, Vijayapuram, Coimbatore, Trichinopoly e S.Tommaso di Meliapore. Con decreto del 21 ott. 1930 il nome fu cambiato in quello di M. Su di una superficie di 17.000 kmq . conto 3.130 .000 ab., di cui 168.000 cattolici; gli altri sono protestanti ( 100.000 ), musulmani ( 200.000 ca .), indù (4.750.000). I cattolici sono serviti da 130 sacerdoti regolari e oltre 60 diocesani, distribuiti in 4 distretti, 64 quasi parrocchie. 1879 stazioni secondarie con 172 chiese e 741 cappelle, coadiuvato da una congregazione religiosa maschile diocesana, e 8 femminili. Ha un seminario minore diocesano, 276 scuole elementari, 9 superiori, 2 professionali e 3 normali; 23 istituzioni di beneficenza, tra cui 12 orfanotrofi, l'ospedale. Fiorenti sono le varie associazioni, specialmente quelle di Azione Cattolica. Vi si stampano pure parecchi periodici.
Bibl.: J. Bertrand, La Mission du Maduré d'aprés des documents iuddits, Parigi 1847-54; L. Basse, La Mission du Maduré. Historique de ses Pangoes, Trichinopoly 1914; MC. 1950, pp. 232-36; Archivio della S. Congr. di Prop. Fide, Relazionemontuqueunale 1949-50, pos. prot. 3033/50.
Pompeo Borgna
MADIAN e
MADIANTI
(ebr. Mïdlụ̄̄st; Settanta Má́sisv).
Nome di una regione a sud della Palestina (Ex. 2, 15) e dei suoi abitanti (Ex. 3, 1;4, 19; 18, 1; Num. 24, 47), talvolta indicati con il patronimico a Madianiti = (Gen. 37, 38; Num. 25, 17).
Il nome, non riscontrato finora nei documenti assirobabilonesi o egiziani, è usato da Tolomeo (Ma8tápx: Geogr., VI, 7, 27), da Flavio Giuseppe (Antiq. Ind., II, 11, 1), da Eusebio (Ma8tav); On., 124, 8) e dal Corano per indicare una regione e città nell'Arabia lungo le coste orientali del Golfo Elanitico (el-'Aqabab). Secondo le indicazioni dei geografi arabi, Madian corrisponde alle rovine di Hawrah, presso l'oasi di el-Bed' o Mogá'ir Su'ajb, ove si mostra la grotta dove pregava il profeta Su'ajb, identificato con Iethro, e la fonte dove Mosè portava ad abbeverare il gregge del suocero.
Dalla regione centrale, originaria o almeno la più importante, Madian si estese nei paesi vicini: nella penisola del Sinai e in Transgiordania. La zona a cavaliere del Golfo Elanitico, dove si rifugiò Mosè fuggito dalla corte egiziana (Ex. 2, 15) e di cui Iethro era capo e sacerdote (ibid. 2, 15; 3, 1), chiamata Madian, è delimitata non lungi dal Sinai, fra Edom e Pharan, lungo la via dall'Egitto verso il nord. Il nomadismo dei Madianiti è infatti attestato chiaramente nella tradizione biblica. Presentati come discendenti da Madian, figlio di Abramo e di Cetura (Gen. 25, 2),
sono con ricchi doni relegati verso l'oriente ('eres qedhem: ibid. 25, 6), cioè nell'interno del deserto siro-arabo.
Alcuni nomi dei figli di Madian (Abida, Eldaa: ibid. 25,4) sono stati ritrovati in iscrizioni sabeo-minee, altri nella toponomastica dell'Arabia meridionale e uno (Epha) compare negli annali del re assiro Theglathphalasar come designante una tribù (Hajapa) stazionata presso quelle di Thema e di Saba. Secondo una felice interpretazione di W. F. Albright (Bull.

(fel. Alinari)
Maderus, Sittraon - Papa Liberio segna sulla neve la pianta della basilica. Bassorilievo - Roma, basilica di S. Maria Maggiore, Cappella Borghezzina.
Ios. 13, 21). Al tempo dei Giudici, insieme agli Amaleciti e al Bênê Qedhem, inondarono come cavallette, con le loro tende e i cammelli, le campagne coltivate della pianura di Esdrelon, finché non furono battuti e messi in fuga da Gedeone, che uccise i loro capi Zebee e Salmana (Iudi. 6-7). Dopo il periodo dei Giudici scomparono quasi interamente dalla storia d'Israele : probabilmente, sotto la spinta dal nord delle tribù aramaiche, si ritrassero nella loro regione centrale, per essere, in seguito, assorbiti da altre tribù arabe.
Bibl.: R. Burton, The gold mines of Midian, Londra 1879; A. Musil, The northern Heğd2, Nuova York 1926, pp. 278-96; F.-M. Abel, Géogr. de la Palestine, I, Parigi 1933, pp. 282-87; Donato Baldi
MADISON, diocesi di. - Città e diocesi nello Stato di Wisconsin (Stati Uniti di America).
Comprende le contee di Columbia, Dane, Grant, Green, Green Lake, Iowa, Jefferson, Lafayette, Marquette, Roch, Sauk, tutte nello Stato di Wisconsin, per una superficie complessiva di 8070 miglia quadrate. Su una popolazione di 442.182 ab. vi sono 88.626 cattolici.
Conta 131 parrocchie, servite da 140 sacerdoti diocesani e 33 regolari; 3 fra seminari e scolasticati religiosi; 6 comunità religiose maschili e 69 femminili; 1 college, 7 high-schools diocesane e parrocchiali, 54 scuole parrocchiali; nel 1949 vi furono 672 conversioni.
La diocesi fu creata dal papa Pio XII con la cost. apost. Ad animarum bonum del 22 dic. 1945, per smembramento
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(fot. Alinari)
Madonnieri - Ss. Pietro e Paolo. Tavola di Vittore (di Bartolomeo (f. sec. xvI) - Pinacoteca Vaticana.
dalle diocesi di Milwaukee e di La Crosse, erigendo a cattedrale la chiesa dedicata a s. Raffaele Arcangelo. La diocesi è suffraganea di Milwaukee.
Biol.: AAS, 38 (1946), pp. 340-4x: The official catholic directory 1930, Nuova York 1950, pp. 417-19. Enrico Josi
MADONNERI. - Vennero così chiamati a Venezia quei pittori di immagini sacre, di origine per lo più cretese, i quali già nel sec. xiv, ma più ancora dal xv fin quasi al xix, lavorarono ed ebbero le loro botteghe in detta città, ov'era fiorente una colonia di Greci, che, alla fine del Quattrocento, riusci ad avere una propria "scuola» ed una propria Chiesa. Di là essi diffusero i loro prodotti in gran copia nel mondo balcanico e russo oltre che, più limitatamente, nella stessa Italia. Ultimi eredi della tradizione bizantina, la svilirono in un meccanizzato ripetere di antichi schemi ov'era raro trovare qualche cosa più di un'abilità artigiana. E se a contatto dell'arte italiana e veneta in particolare innestarono nei loro modi nuovi elementi, e giustificarono per sé la denominazione di veneto-cretesi, difficilmente riuscirono ad assimilarli con profitto.
Il più tipico m. fu Andrea Rico da Candia, attivo nel tardo Quattrocento; nel secolo successivo il ruolo di caposcuola fu tenuto da Michele Damasceno e nel sec. xviI le personalità più notevoli furono quelle di Emmanuele Zanfurnari e di Emmanuele Zane da Retimo, poeta e prete oltre che iconografo fecondissimo. Maggior interesse ha però la figura di Giorgio Clontza, vissuto tra i due secoli, che, come più tardi Teodoro Pulaki da Cidonia e i pittori delle Isole Ionie, si ispirò particolarmente al manierismo italiano con risultati di un certo valore. Si ricorda poi anche Domenico Theotocopuli che fu originario di Creta e nella fase iniziale della sua attività artistica fu strettamente legato alla pittura dei m .,
pur già interpretandola con cstro personale (v. trittico della Galleria Estense di Modena).
Nelle immagini di questi pittori prevalse in un primo tempo il soggetto della Madonna con il Bambino (donde il nome di m.), ma poi altresi il Salvatore, i santi e le principali scene del Vecchio e Nuovo Testamento. A queste icone non solo nel mondo ortodosso, ma pure nell'Occidente cattolico si tendeva ad attribuire uno speciale valore religioso e perfino virtù miracolose, forse pensando che esse risalissero ad archetipi d'origine in qualche modo prodigiosa. Viva era soprattutto la tradizione del ritratto che s. Luca avrebbe fatto dal vero alla Madonna ed inviato a Teofilo. Cosi la leggenda, ma dovette certamente esistere un prototipo con la Vergine in posa rigida e frontale, reggente sul braccio il Bambino che benedice e tiene nella sinistra il rotolo della Legge : è il tipo noto con il nome di dot{η} 'O δ η γ dot{η} τ ρ ι a, dal quale gli altri derivarono con poche varianti (p. es., la Gliozfilosa e la Eleusa, in atteggiamento affettuoso, la Galactotrofusa, che allatta il Bambino, ecc., e infine la Madonna della Passione con due mezze figure d'angeli recanti i segni del martirio di Cristo).
Così anche per le altre immagini l'iconografia rimase legata generalmente a modelli tradizionali. Il Cristo veniva per lo più raffigurato come Salvatore benedicente o come Re dei Re, in trono e con la mitra in capo. I santi erano naturalmente quelli più venerati nella Chiesa orientale. Del Vangelo si preferivano gli episodi corrispondenti alle "grandi feste" o quelli che ricorrono nella liturgia domenicale, in conformità all'uso della Chiesa ortodossa di esporre alla venerazione dei fedeli durante i sacri riti l'icona riferentesi al passo evangelico che viene letto o alla festività commemorata. Il valore religioso quindi e l'uso di tali icone, che s'appendevano pure alla chiusura, detta appunto iconostasi, separante il Sancta Sanctarum dal resto della chiesa, favori enormemente il loro smercio; ed ora esse s'incontrano un po' dappertutto in musei, case private e conventi. Particolamente, alla Pinacoteca Vaticana, al Museo nazionale di Ravenna, a Firenze, presso la comunità dei Greci ortodossi a Venezia; nei Musei Bizantino, Benachi e Loverdos di Atene; nei monasteri di Patmos, dell'Athos e del Sinai (ove del resto ne perdura ancora la produzione); nei Musei di Mosca e Leningrado.
Biol.: G. Sotiriou, Guide du Musée Byzantin d'Athines, Atene 1932: S. Bettini, La pittura di icone cretese-cuneziona e i m., Padova 1933 (con bibl.); id., Il pittore Michele Damasceno e l'inizio del secondo periodo dell'arte cretese-cuneziona, in Atti del R. Istituto veneto di ac. fest., arte, 1935; A. Zunilukvou, "Eilıyng δ γ μ η η η dot{η} ρ ω uxvà viy δ λ ω ω v, Atene 1935; S. Bettini, La pittura bizantina, Firenze 1938 (con bibl.); R. Pallucchini, Il palitico del Greco della R. Galleria Estense e la formazione dell'artista, Roma 1937; C. Margios, Mingog "Eilıyngyng̀̀ ω v, in

(per cortesia della Curia Generalista dei pp. Salvianti
Madras, arcidocesi di - Le silieve delle Figlie di Maria Ausiliatrice alla tessitura - Madras, Missione Salesiana.
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Ilpagazzini, vig 'Anabqaiag 'AByGY, 1939; S. Bcttini, Pitture creteri-veneziane, slave e italiane del Museo nazionale di Ravenna, Ravenna 1940; S. Marconi, La raccolta di icone veneto-creteri della comonitá greco-ortodoxa di Venezia, in Atti dell'Istituto veneto di scienze, lett., arte., 1947, 1948 e 1949 .
Sandra Marconi Moschini
MADRAS, ARCIDIOCESI di. - È situata nella parte sud-orientale dell'India, affidata alla Pia Società Salesiana di s. Giovanni Bosco. Fece parte dapprima della diocesi di S. Tommaso di Meliapore, distaccata nel 1606 dall'arcidiocesi di Goa. I primi tentativi di evangelizzazione dei Telegu in Chandragiri e in Vellore risalgono agli inizi del sec. xvir per opera di due gesuiti italiani, i pp. Francesco Ricci (1601) e Antonio Rubino (1607), martirizzati più tardi nel Giappone. I regni di Vellore e di Golconda con metà di quello di Gingi vennero in seguito a costituire, dal 1640 al 1688 , la missione di Carnate, la quale fu distaccata dalla missione del Madure nel 1704 e affidata ai Gesuiti espulsi dal Siam. Anche altri Ordini religiosi concorsero allo sviluppo della missione, come i Teatini, i Carmelitani e i Cappuccini.
Soppressa la Compagnia di Gesù, i missionari gesuiti, rimasti quasi tutti al loro posto, vennero affiliati, in massimo, al Seminario delle Missioni Estere di Parigi, incaricato di detta missione nel 1776. Vicende diverse e un conflitto giurisdizionale con l'Ordinario di Goa provocarono alfine dalla S. Congregazione di Propaganda una visita apostolica, dopo la quale venne creato in M., nel 1831, un vicariato apostolico eretto poi definitivamente il 25 apr. 1834 e affidato agli Eremitani di S. Agostino, cui si aggiunsero sacerdoti secolari irlandesi. Nel 1875 giunscro fra i Telegu alcuni missionari della Società di Mill Hill. It vicariato apostolico, nel sett. 1886, fu elevato ad arcidiocesi di M., costituita metropolitana con le suffraganee di Vizagapatam e Hyderabad, il 7 giugno 1887. Il territorio subì diverse mutazioni di confini, specie per l'erezione di nuove circoscrizioni missionarie.
La diocesi ha attualmente 7 diocesi suffraganee: Bellary, Beavada, Cuttack, Guntur, Hyderabad, Nagpur, Nellore, Vizagapatam, prefettura apostolica di Jabalpur. Confina con S. Tommaso di Meliapore, Pondicherry, Salem, Bangalore e Nellore. Su di una superficie di 16.340 kmq., conta 4.000 .000 di ab., di cui 70.040 cattolici, distribuiti in 41 parrocchie e più di 1.800 stazioni tra primarie e secondarie, servite da 38 sacerdoti diocesani e 66 religiosi, coadiuvati da 7 congregazioni religiose

Madrid, diocesi di - Seminsrio maggiore.

(for cortesia della Direzione generale del turismo spagnolo) Madrid, diocesi di - Museo municipale (fine del sec. xvir).
maschili e 19 femminili. Ha 93 istituti di educazione (fra cui 4 scuole professionali e una normale) e 18 istituzioni di carità e beneficenza (Ann. Pont., 1951, p. 239).
Pubblica anche giornali e periodici in inglese e in tamil. Fiorenti sono le associazioni pie e di Azione Cattolica.
Binc.: Fr. Penny, The Church in M., Londra 1905; Felix (Finck van Antwerpen), Capuchins missions in India, parte 2². The Capuchin Mission at M., in Franciscan annals of India, nn. 21-24 (19301933), passim; MC, 1930, pp. 234-35; Arch. di Prop. Fide, Prospectus status missionis Madrapolitanae, 1930. Pompeo Borgna
MADRID, diocesi di. - Diocesi e città capitale della Spagna.
La diocesi ha una superficie di kmq. 7.988,75 con una popolazione di 1.909 .003 ab. dei quali 1.901 .503 cattolici; conta 28 parrocchie, 936 sacerdoti diocesani e 752 regolari; due seminari; 91 comunità religiose maschili e 360 femminili (Annuario Pont., 1951, p. 259).
La città di M. aveva scarsa importanza fino a che nel sec. xvI non venne scelta come naturale e fissa residenza della monarchia spagnola, essendo il centro geografico della penisola. Apparteneva fino allora ecclesiasticamente all'arcivescovato di Toledo, e solo con il Concordato del 1851 prevalse il progetto della diocesi madrilena, la quale tuttavia non fu eretta fino al 1885 , cioè dopo la bolla di Leone XIII del 7 marzo dello stesso anno. In memoria dell'antica e scomparsa diocesi complutense fu aggiunto al nome di M. quello di Alcalá, essendo tale territorio incluso nella nuova diocesi che abbraccia tutta la provincia civile centrale. Il primo vescovo Narciso Martinez Izquierdo cadde vittima di un attentato il 12 apr. 1886 nella cattedrale provvisoria di S. Isidoro Agricola, patrono della città, che ancora serve da chiesa vescovile non essendo terminata quella di S. Maria de la Almudena, cominciata nel 1881 sotto l'arcivescovo toledano card. Moreno, e la cui cripta è aperta al culto dal 1911. Nella Cattedrale attuale, edificata nel sec. xvI per la Compagnia di Gesù, si conservano il corpo incorrotto di s. Isidoro Agricola e quello di sua moglie s. Maria della Cabeza; vi furono sepolti pure il teologo Lernez e il mistico Nieremberg. Ad Alcalá già sede della celebre Università Complutense, si ammita la bella collegiata del SS. Giusto e Pastore, edificata nel 1136, ricostruita nel 1497 dal card. Ximénez de Cisneros.
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(fot. Enc. Catt.)
Madrigale - Musica di m. a solo - Biblioteca Vaticana, cod. Chig. Q VIII 188, f. 57.
La diocesi è suffraganea di Toledo; ne sono patroni s. Ildefonso e s. Isidoro.
Nella diocesi si trova il monastero dell'Escoriale (v.). Fra i numerosi centri di insegnamento eretti dalla Chiesa si ricorda l'Istituto cattolico di arti ed industrie, fondato dal gesuita p. Pérez del Pulgar che rilascia titoli di ingegneria elettromeccanica recentemente parificati. Una sal. lecita attività delle organizzazioni cattoliche provvede ai bisogni morali e materiali del eobborghi. - Vedi tav. CXXI.
BibL.: A. Azcona, Historia de Madrid, Madrid 1843; Anuario religioso español, ivi 1947, pp. 402-404; F. del Valle, La corona de espinas de Madrid, in Razón y Fe, 139 (1949), pp. 99-125. Giuseppe Pou y Marti
MADRID (Madridius), Cristóbal. - Gesuita spagnolo, scrittore ascetico, n. a Daimiel (diocesi di Toledo) ca. il 1503, m. a Roma il 13 ag. 1573. Fu accettato nella Compagnia di Gesù nel 1550 dallo stesso fondatore s. Ignazio. Per molti anni superiore, governò la casa professa di Roma e fu assistente d'Italia (1555).
L'operetta che lo rese celebre fu un trattatello sull'uso frequente dell'Eucaristia, De frequenti usu sanctissimi Eucharistiae sacramenti libellus (Napoli 1556, Roma 1557). Fu il primo lavoro intorno alla frequenza della Comunione, stampato da un gesuita (un'operetta simile già era stata preparata dal p. N. Bobadilla, dietro esortazione di s. Ignazio, nel 1551, ma rimase inedita fino al 1933). Il M. si servì del materiale preparato dal p. A. Salmerone, ripulendo lo stile e ordinando la materia per la prima edizione di Napoli; rivedendolo meglio e correggendolo per l'edizione di Roma; esso ebbe ripetute edizioni e traduzioni in Italia, Belgio e Francia, al primo diffondersi dell'eresia calvinista.
BibL.: P. Dudon, Pour la communion fréquente et quotidienne. Le premier livre d'un jésuite sur la question, Parigi 1910; id., Le - libellus e du p. Bobadilla sur la communion fréquente et quotidienne, in Archiv. hist. S. I., 2 (1933), pp. 258-79. Aınaldo Lanz
MADRI DEGLI ABBANDONATI. - L'Istituto, sotto il patrocinio di s. Giuseppe de la Montana, fu fondato nel 1881 a Valle di Abdalaja, nella diocesi di Malaga, dal sac. Saturnino Lopez Navoa, canonico di Huesca, con l'aiuto di quattro signorine del luogo, le quali a stento erano riuscite a ottenere dai loro parenti il permesso di vivere in comune dedicandosi all'assistenza dei poveri vecchi.
La casa generalizia fu trasferita dapprima a Vich, poi nel 1893 nella diocesi di Valencia. Il decreto di lode è del 21 luglio 1891, quello di approvazione del 30 giugno 1908. Le costituzioni furono approvate ad tempio il 14 febbr. 1934.
Il fine speciale dell'Istituto è la protezione e l'assistenza agli anziani d'ambo i sessi, e l'educazione cristiana delle fanciulle in asili, collegi, scuole, laboratori.
Nel 1948 le suore erano 2309 distribuite in 189 case.
BibL.: Arch. della S. Congr. dei Religiosi, V, 45.
Agostino Pugliese
MADRIGALE. - Da "matricale" con riferimento sia alla lingua che al canto materno; oppure da "mandriale" canto di pastori. Nella forma più comune dal sec. xiv al xvi, il m. consta di due terzine di endecasillabi variamente rimati, seguiti da una coppia di endecasillabi rimati tra loro (schemi: aab aab cc; abb acc dd, o altri). Non si escluse fin dal Trecento l'aggiunta di un settenario alle terzine; ma il verso di 7 sillabe vi fu mescolato più spesso nel sec. xvi e dopo, quando l'originale ispirazione idillica del m . si mutò in letterario raffinamento, e alla primiera freschezza si preferì un contenuto galante e anche la pungente arguzia dell'epigramma. Musicalmente (poiché il m. è nella sua essenza poesia cantata o da cantarsi) le sue terzine hanno melodia e ritmo differenti da quelli dell'ultima coppia di versi (che formano il ritornello). E caratteristico del m. il non essere basato su temi preesistenti : l'essere cioè, per così dire, di libera invenzione.
In un primo periodo, e cioè nel Trecento, con Giacomo da Bologna, Gherardello, Giovanni da Cascia, Landino, il m. si presenta come una delle forme genuine della stupenda fioritura della musica italiana detta A v nova (v.). La musica, che si studia di seguire il testo non solo nell'accentuazione ma sovente anche nelle immagini, è scritta a 2 o a 3 voci. La prevalenza dell'omofonia (ossia della concordanza verticale delle voci) durò fino allo sviluppo del m. per opera dei cinquecentisti e specialmente di quel musicisti franco-fiamminghi che, vissuti in Italia, all'Italia molto dovettero: quali Verdelot e Arcadelt. Ma dalla metà del sec. xvi al suo declino, i migliori polifonisti, sia in Venezia che in Roma, da Willaert a O. Lasso, da A. Gabrieli a Pierluigi da Palestrina, portarono il m. a una tecnica molto più complessa, scrivendolo a 4,506 voci in uno stile che risente della contemporanea perfezione del mottetto e che si avvantaggia della intensità espressiva propria di questi autori. La loro tendenza non poteva non riversarsi in una concezione più solenne del m.: sorse infatti il m. spirituale (anche come reazione ai soggetti licenziosi volgarizzati dalla musica madrigalesca). Si ebbero anche corone o serie di madrigali formanti unità complessive più o meno organiche e di varia estensione e durata, come il Festino di A. Banchieri o Le coguet des femmes di Jannequin; nelle quali si afferma una spigliata e sbrigliata vena descrittiva e abbondano le orientatopoe di animali, con gridi e suoni imitativi. M. erano pure eseguiti, o espressamente composti, come intermezzi nelle rappresentazioni teatrali, sulla fine del Cinquecento in Italia (si giunse alla cosiddetta opera madrigalesca). Nelle forme del m. polifonico L. Marenzio e Gesualdo principe di Venosa attuarono singolari innovazioni armoniche, orientate verso il cromatismo e la ricerca del colore. Nell'ultima fase il m. si assimilò quella che era la grande novità, la parola nuova della musica: la melopea recitativa creata dai fiorentini. Così Caccini nelle Nuove musiche ha m. ad una sola voce; e C. Monteverdi adopererà lo stile «conclato " per i suoi m. guerrieri ed amorosi, con accompagnamenti strumentali e con uso di quel ritmo pirrichio donde il suo genio trasse l'idea del tremolo misurato. Dall'Italia la voga del m. si diffuse, oltre che ad altri paesi, all'Inghilterra, dove ebbero largo favore sia le raccolte di m. italiani tradotti, sia quelle di autori inglesi, come Bird, Morlet, Gibbons. Una Madrigal society fu fondata ivi nel 1741.
BibL.: E. Vogel, Bibliothek der gedruckten weltlichen Vocab. musik Italiens 1500-1500, 2 voll., Berlino 1892; F. Wagner, Das Madrigal und Palestrina (Vierteljahrschrift für Musikwissenschaft), Lipsia 1892; T. Trover, Die Anfänge der Chromatik in italienischen Madrigal, ivi 1902; I. Wolf, Geschichte der Mensuralnotation von 1230 bis 1460 , ivi 1904-1905; G. Cesari, Le origini del m. musicale cinquecentesco, in Riv. musicale italiana, 19 (1912), pp. 1-54, 380-428; A. Einstein, Das Madrigal, Lipsia 1921; E. N. Fellowes, The English madrigal composers, Londra 1921; N. Schulte, Das Madrigal als Formideal, Lipsia 1939; W. Apel, Harvard dictionary of musik, Cambridge (Mass.) 1947, pp. 417 420; A. Einstein, The italian madrigal, Princeton 1949.
Edgardo Carducci Agustini
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MADRUZZO, Cristoforo. - Cardinale e vescovoprincipe di Trento, n. a Castel Nano in Val di Non il 5 luglio 1512, m. a Tivoli il 5 luglio 1578 . Discendente da nobile famiglia trentina, ebbe una carriera brillante e rapida: vescovo di Trento (1529), amministratore di Bressanone ( 1542 ) e cardinale.
Nel 1556 fu creato da Filippo II governatore di Milano, e nel 1561 da Pio IV legato delle Marche. Suo merito principale fu, quale vescovo-principe di Trento, di avere superato tutte le difficoltà e provveduto ai molteplici bisogni di vettovogloamento e sicurezza pubblica, necessari per il felice e tranquillo svolgimento del Concilio. Per la sua posizione familiare e personale, bramò di essere mediatore tra Papato e Impero, mondo latino e germanico, rivoluzione protestante e Riforma cattolica, ma ottenne pochi risultati per difetto di abilità politica e prudenza. Sinceramente pio non fu sempre compreso da molti prelati italiani. Amico dei cardd. Gonzaga, Sadoleto, Morone e Pole, non si può dubitare dei suoi sentimenti cattolici. Però la mancanza di soda preparazione teologica lo portò a proteggere e difendere novatori e rifasmatori eterodossi come Carnessechi e Vergerio, e al Concilio, per i suoi atteggiamenti sulle questioni della giustificazione e della traduzione della Bibbia, fu sospettato ingiustamente di essere capo del partito tedesco, cioè Iuterano. Vissuto tra corrente rinascimentale e Riforma cattolica, il M. fu un tipico rappresentante di quel periodo di transizione.
Biel.: B. Bonelli, Notizie istorico-critiche della Chiesa di Trento, III, Trento 1764, pp. 393-44S; IV, ivi 1765, pp. 195-211; C. De Giuliani, C. M., in Archivio trentino, 20 (1905), pp. 55-68; A. Galante, La corrispondenza del card. M. C. nell'Archivio di Stato di Iombruck, Innsbruck 1911 (ora tale corrispondenza è conservata nell'Archivio di Trento); Pastor, V-IX, v. indice; C. Trasselli, Il card. C. M. governatore di Milano attraverso la corrispondenza segreta con Filippo II, in Nuova rivista storica, 25 (1941), pp. 422-60; H. Jedin, Storia del Concilio di Trento, I. Brescia 1949, pp. 452-57.
Piero Sannazzaro
MADRUZZO, Lodovico. - Cardinale e vescovoprincipe di Trento, n. a Trento nel 1532, m. a Roma il 2 apr. 1600.
Nipote del card. Cristoforo M., gli succedette nella sede episcopale di Trento (1567), essendo già cardinale dal 26 febbr. 1561. Partecipò al Concilio di Trento, nel quale fu tra i promotori della concessione del calice ai Boemi e dell'obbligo della residenza dei vescovi. Abile diplomatico, fece presso l'Imperatore opera di mediazione per la pacificazione dei Paesi Bassi (1578), fu nominato legato pontificio alla corte imperiale (1581) e partecipò alla Dieta di Augusta ( 1582 ). Di tendenze filospagnole, nei cinque conclavi, ai quali prese parte, esercitò varie volte il diritto di esclusiva a favore della Spagna.
Biel.: L. Cardella, Memorie storiche dei cardinali della S. Romana Chiesa, V. Roma 1783, pp. 38-40; J. Hansen, Nuntiaturberichte aus Deutschland, III, II, Berlino 1894, pp. 375-80; Pastor, VIII-XI, v. indice.
Piero Sannazzaro
MAES (Masius), ANDREAS. Orientalista belga, n. nel 1514 a Len-nick-lez-Bruxelles, m. presso Clèves nel 1573. "Primus» della Facoltà delle arti di Lovanio nel 1533, perfezionatosi nelle lingue
latina, greca ed ebraica, a Roma imparò il siriaco e anche (ma solo poco, sembra) l'arabo ( 1547-48; 1551 - 52 ).
M. fu il primo europeo che compose una grammatica e un lessico del siriaco, riprodotti da Arias Montano nella Polyglotta di Anversa. Pubblicà in versione latina due antichi testi siriaci; poi un'opera di polemica contro i calviniati, In Deut. c. XVI et seq. annate. tiones (J.-P. Migne, Cursus completus Scripturae S., 7-8),
ed un De paradiso commentarius (Anversa 1569). Ma la sua opera principale è il commento a Giosuè (Tissue imperatoris historia illustrata atque explicata, ivi 1571), in cui utilizza le sue conoscenze orientalistiche e rabbinistiche; vi inserisce varie riflessioni sulla riforma della Chiesa che a parecchi dispiacquero; in critica testuale, non intende seguire ciecamente il testo masoretico; in critica letteraria, affaccia dubbi sull'autenticità del libro di Giosuè; per tali opinioni progressiste il lavoro di M. fu condannato dall'Indice di Lisbona nel 1581 e proibito «donec corrigatur» da Quiroga, poi da Sisto V e Clemente VIII.
Biel.: J. N. Paquot, Ménoires pour servir à l'histoire littéraire des dix-sept provinces des Pays-Bas, de la principauté de Liège et de quelques contrées voisines, II, Lovanio 1768, pp. 274278; E. J. Lamy, s. v. in Biographie nationale de Belgique, XIII (1894-95), pp. 120-25; M. Losson, Briefe von Andreas Marius und seinen Freunden, Lipsia 1886. Dal punto di vista protestante : V. Baroni, La Contre-réforme devant la Bible, Losanna 1943. v. indice.
Giuseppe Cuppens
MAES, BONIFACIUS. - Teologo ascetico-mistico francescano, n. a Gand (Belgio) nel 1627, m. ivi il 3 ott. 1706. Entrò nel 1647 nell'Ordine dei Frati Minori. Per parecchi anni insegnò la filosofia e la teologia ai suoi confratelli. Fu quattro volte guardiano del convento di Iperen, e nel 1677 provinciale di tutta la provincia fiamminga. Fu poi commissario generale delle provincie di Belgio, Germania, Francia e Irlanda, e infine fu definitivo generale dell'Ordine.
Questo «insigne asceta» (Hurter, II, col. 783) scrisse vari opuscoli su argomenti spirituali, tra cui il rinkomstissimo Mystiche Theologie of te verborgen Godtsgheleertheyt (Theologia mystica; Gand 1668), di cui almeno 16 edd. sono conosciute: 9 in fiammingo, 6 in latino e una in francese. Scopo di questo opuscolo è di preparare le anime devote per la via ascetica fin alla vita contemplativa che è il coronamento della vita spirituale. M. si appoggia sulla dottrina spirituale dei francescani Enrico Harphius (v. HERP) e Alfonso di Madrid (De vera Deo apte inserviendo methodo).
Biel.: S. Dirks, Histoire littéraire et bibliographique des Prives Minesre, Anversa 1885, pp. 337-44; anon., s. v. in Biographie nationale de Belgique, XIII (1894-95), pp. 127-30; Phol. Naessen, Franciscanisch Vlaanderen, Mechelen 1895, pp. 275-78; Das Geestelijk Erf, 2 (1928), pp. 413-19.
Pietro Grootens
MAESTRANZE. - Termine con il quale si designarono in Sicilia le corporazioni d'arti e mestieri, che numerose, benché sotto differenti denominazioni e con caratteri speciali, si svilupparono in ogni città d'Italia durante il medioevo.
Le più antiche origini delle m. siciliane si possono rintracciare sin dal periodo della dominazione araba,
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per quanto l'esistenza delle prime associazioni artigiane sicule si faccia certa solo agli inizi del sec. xiv. A capo di esse si avevano i consoli ed i consiglieri, di cui i primi venivano nominati dalla corporazione e riconosciuti con patente del Comune. Le funzioni del console erano principalmente quelle di rappresentare il collegio, di intervenire a dirimere tutte le divergenze che potessero avere luogo per questioni relative all'arte, di decidere, unitamente a due consiglieri, circa l'ammissione o meno dei nuovi apprendisti, di presiedere le adunanze e di amministrare il patrimonio della corporazione. Quale autorità superiore sedeva il pretore o console maggiore, che provvedeva alla risoluzione di tutte le eventuali controversie insorgenti tra i consoli medesimi e tra questi ed i terzi. Ciascuna m. era regolata da propri statuti o capitoli, che dovevano essere approvati dal Comune, presso il quale ne veniva custodita una copia.
Ogni arte formava un gruppo a sé, ciascuna avendo la sua propria contrada, che prendeva nome dalla m. che vi esercitava il suo traffico ed il mestiere (contrato barberiorum, contrata planellariorum, ecc.), la sua chiesa, il suo santo tutelare, proprie leggi e propri costumi. L'ingresso in un'arte, per coloro che non fossero stati cresciuti ed allevati nella stessa, non era facile impresa, in quanto sia l'arte che la bottega con gli strumenti e gli stessi avventori erano strettamente ereditari. Le m. riunite, ma ognuna agli ordini del rispertivo console, componevano inoltre la milizia civica; a Palermo, infatti, i quarant'ici baluardi con le armi e gli attrezzi forniti dal Comune erano, in caso di necessità, affidati ad esse.
Il primo declino delle m. in Sicilia cominciò nella seconda metà del sec. xviri a causa della loro stessa rigida struttura di carta chiusa, allorché, fatti rilevare i danni che derivavano all'industria nazionale per la loro natura di organismi monopolistici, al fine di restituire la necessaria libertà alle arti, con regio dispaccio del 16 nov. 1784 vennero aboliti gli statuti di tutte le m. e queste divise in due classi, ossia le m. delle arti meccaniche, in numero di 44, alle dipendenze di un ministro delegato, e quelle riguardanti l'annona, in numero di 13 , soggette al Senato nella sua qualità di magistrato annonario. Tutte le m. che non avessero potuto venir comprese nelle due categorie suddette dovevano intendersi senz'altro abolite, perché ritenute "illegittimamente esistenti». Ripristinate nondimeno con regio dispaccio del 13 ott. 1812, dopo la rivoluzione del 1820 le m. di ogni genere vennero definitivamente soppresse con regio rescritto del 13 marzo 1822 , in seguito ad un rapporto del direttore generale di polizia, ove erano rappresentate come «una forza unita che si oppone alla forza del governo». Nel significato odierno per m. si intendono comunemente gli operai degli arsenali e dei bastimenti, talora ordinati in compagnie con ingegneri a capo, oppure gli operai di qualsiasi complesso industriale. Per prospettare i loro problemi economicosociali si sogliono oggi adoperare altri termini, più comprensivi (v. industrialismo; molestariato). Per i problemi sindacali, v. sindacalismo e sindacato.
Bibl.: Statuti inediti delle antiche m. delle città di Sicilia, in Documenti per servire alla storia di Sicilia, a cura della Società siciliana per la storia patria, 2° serie, Fonti del diritto siculo, III, Palermo 1883; F. G. Savagnone, Le m. siciliane e le origini delle corporazioni artigiane nel medioevo, ivi 1887; G. Scherma, Delle m. in Sicilia, ivi 1897.
Niccolò Del Re
MAESTRE DI SANTA DOROTEA. - Nel 1834 a Quinto, presso Genova, la b. Paola Frassinetti con altre sei compagne, sotto la guida del fratello Giuseppe, diede inizio all'Opera detta di S. Dorotea, che in breve si sviluppò e si estese ad altre città.
Su di essa si modells l'Istituto delle M. di S. D. di Venezia, fondato nel 1838 dai fratelli Luca e Marco dei conti Passi, sacerdoti di Bergamo. Luca ne detto le regole e ordino l'Istituto nell'àmbito dell'Opera Pia, trasformando in suore una piccola comunità di Figlie dell'Addolorata esistenti in Venezia fin dal 1821. Le suore emettono anche un quarto voto, di promuovere appunto la Pia Opera, che fu approvata il 19 maggio 1841. L'Istituto ebbe il decreto di lode 19 luglio 1901; quello di
approvazione delle Costituzioni il 17 dic. 1905. Il 21 nov. 1923 le Costituzioni stesse, conformate al Codice, furono di nuovo approvate.
Bibl.: Arch. della S. Congr. dei Religiosi, V, 44; M. Heimbucher, Die Orden und Konigregationen der hotholischen Kirche, II, Paderborn 1934, p. 326.
Agostino Pugliese
MAESTRE DI SANTA DOROTEA, FIGLIE DEI SACRI GUGRI. - Nel 1815 a Villaperta di Calcinate (Bergamo) il parroco Giovanni Battista Femaroli dette inizio alla Pia Opera di S. Dorotea, per la cura e la sorveglianza delle ragazze abbandonate, che nel 1820 ebbe l'approvazione di Pio VII.
L'opera si dilatò anche nei paesi vicini e nel 1830 aprì a Vicenza una casa nella parrocchia di S. Pietro, dove due anni prima era sorta, allo stesso scopo, una Pia Scuola. Ambedue le istituzioni avevano insegnanti secolari, ma erano dirette dal sacerdote Giovanni Antonio Farina, il quale, per inconvenienti sorti, fuse la Pia Scuola con la Pia Opera di S. Dorotea e la affidò a maestre di sisura vocazione religiosa. Nocque così nel 1836 la Congregazione delle M. di S. D. F. dei S. C., che nel 1839 ricevette dalla S. Sede il decreto di lode. Il nuovo Istituto, fondato su solide basi e sapientemente diretto dal Farina, si consolidò, prosperò egregiamente e ben presto si propagò nei paesi limitrofi ed in altre regioni d'Italia, si da contare oggi 135 case con oltre 2000 religiose, dedite all'insegnamento dei figli del popolo e alla cura dei malati.
Bibl.: S. Rumor, L'Istituto di S. Dorotea e il suo fondatore, Vicenza 1898 .
Silverio Mattei
MAESTRE PIE DELL'ADDOLORATA. L'Istituto sorse nel 1818 a Coriano, diocesi di Rimini, dove la gentildonna Elisabetta Renzì radunò alcune monache scacciate dai conventi soppressi e le occupò nell'insegnamento. Dodici anni dopo, l'opera fu approvata dall'Ordinario diocesano e il 22 ag. 1839 erette canonicamente. Il decreto di lode è del 25 marzo 1902 e l'approvazione dell'Istituto dell'8 dic. 1919.
L'Istituto non aveva voti e le costituzioni crano semplicissime. Ma già dal 1896 si incominciò a manifestare il desiderio di trasformare la pia associazione in un vero Istituto religioso con voti pubblici per quanto semplici. Dopo varie peripezie, il 25 ott. 1929 infatti fu trasformata in Istituto religioso e il 26 giugno 1930 fu data facoltà di emettere i voti perpetui. Le Costituzioni, armonizzate al Codice, furono approvate temporaneamente il 5 luglio 1935 e definitivamente il 14 dic. 1942.
Scopo speciale dell'Istituto è l'istruzione e l'educazione morale, religiosa e civile delle fanciulle, con scuole, laboratori, ricreatori, con l'opera della protezione della giovane e l'assistenza alle associazioni femminili di Azione Cattolica. Nel 1948 le suore crano oltre 492, distribuite in 56 case.
Bibl.: Arch. della S. Congr. dei Religiosi, R. 30.
Agostino Pugliese
MAESTRE PIE FIGLIE DI MARIA S.ma. La vigilia del Corpus Domini del 1829 (19 giugno) Caterina Molinari (poi suor Maria Vittoria Crocifissa) si raccolse, con altre tre compagne, nell'antico convento domenicano di Sestri Levante e diede inizio all'Istituto delle M. P. della Presentazione di Maria S.ma. Nove anni dopo l'Ordinario diocesano ne approvava le costituzioni.
Le suore si occupano dell'insegnamento alle fanciulle. Dopprincipio emettevano solo voti annuali, ma nelle nuove Costituzioni i voti son divenuti perpetui.
Nel 1948 le suore erano 250, distribuite in 20 case.
BibL.: Aroh. della S. Congr. dei Religiosi, L. 9.
Agostino Pugliese
MAESTRE PIE FILIPPINI. - Nel 1692 il card. M. A. Barbarigo, vescovo di Montefiascone, chiamava dalla vicina Viterbo la ven. Rosa Venerini (v.) per
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dare inizio nella sua città ad una scuola sul tipo di quella fondata da essa a Viterbo. In breve la Venerini aprì ben ro scuole in vari paesi della diocesi, e si preoccupò anche della formazione delle maestre per la continuazione dell'opera. A Montefiascone conobbe s. Lucia Filippini (v.), giovane educanda del monastero di S. Chiara, che il Barbarigo prepose alle scuole aperte dalla Venerini, tornata dopo due anni a Viterbo.
La direzione di queste scuole rimase sempre nelle mani del card. Barbarigo, come una istituzione propria della sua diocesi. Il cardinale mai permise che si accettassero fondazioni fuori del suo territorio. Egli stesso ne dettò le regole e ne prescrisse l'abito. Cosi questo Istituto, quantunque avesse una fisionomia identica a quello delle Maestre Pie di Viterbo, fin dall'inizio fu una istituzione distinta, tanto che le maestre erano chiamate Maestre Pie del card. Barbarigo, o Maestre Pie Operaie, perché sono la guida didattica e spirituale dei Pii Operai. Il nome attuale risale ai primordi del secolo scorso.
Dopo la morte del Barbarigo l'Istituto poté varcare i confini della diocesi e furono aperte scuole in vari paesi dello Stato Pontificio, in Toscana e nel Regno di Napoli, con vivo rifiorire della vita spirituale fra le giovani.
Nel 1707 l'elemosiniere apostolico mons. A. Bonaventura istituì per le Maestre Pie di Montefiascone una scuola a Roma presso S. Lorenzo ai Monti alla quale ne seguirono altre dieci. In breve l'elemosiniere apostolico divenne il superiore delle scuole e delle Maestre Pie, mentre le case di Montefiascone continuarono a restare sotto la guida del vescovo. Con breve di Leone XII del 3 marzo 1828 le case esistenti fuori Roma vennero sottoposte ai rispettivi Ordinari mentre le Maestre Pie di Roma restarono sotto il governo dell'elemosiniere segreto; ma Leone XIII il 21 marzo 1896 riunì le M. P. F. sotto un'unica supe. riora generale residente in Roma, alle dipendenze dell'elemosiniere apostolico. Quelle della diocesi di Montefiascone non accettarono questa fusione e continuarono a restare indipendenti; con decreto vescovile del 20 luglio 1926 furono riconosciute quale Congregazione diocesana, pur in intima comunione spirituale con il resto dell'Istituto, il quale conta oggi oltre rooo maestre in roo case ed è distribuito in due province: Italia e Stati Uniti nello Stato di Nuova Jersey.
Brat.: P. Bergamaschi, Vita della ven. Lucia Filippini, Montefiascone nel C. Salotti, La s. Lucia Filippini, Roma 1930; Archivio della S. Congr. dei Religiosi, R. 23. Silverio Mattei
MAESTRE PIE VENERINI. - Furono fondate a Viterbo il 30 ag. 1685 dalla ven. Rosa Venerini (v.), con l'approvazione del vescovo card. Urbano Sacchetti e con lo scopo della cristiana educazione ed istruzione della gioventú femminile, specie del popolo. Le maestre erano chiamate, talvolta, anche Maestre Pie Teatine, gesuite o gesuitesse, perché sotto la direzione dei Gesuiti.
Nel 1694 la Venerini meditò nuove fondazioni e già prima del 1700 aveva aperto due scuole a Bagnala ed Oriolo. Ne seguirono altre fuori la diocesi di Viterbo, per cui nel 1713 l'Istituto contava 19 case in sette diocesi, e nel 1728, alla morte della fondatrice, 40 . Intanto nel 1713 s'era aperta una casa a Roma, e si ebbe un cardinale protettore. L'Istituto, che nel 1800 contava 46 case, passata la bufera napoleonica le vide ridotte a 27 . Dopo il 1814 mons. A. G. Severoli, vescovo di Viterbo, poi cardinale, si adoperò molto per farlo rifiorire, e pretesse di avsearne a sé il governo e fare a meno della madre generale e del cardinale protettore, accampando l'esempio di Montefiascone, dove le Maestre Pie Filippini erano sotto la diretta dipendenza del vescovo. Si ebbero cosi quasi due Istituti di Maestre Pie: uno diocesano a Viterbo, dipendente dal vescovo, l'altro interdiscesano a Roma: la scissione durò dal 1822 al 1875 . Nel frattempo l'Istituto subí altre prove. Leone XII volle che le scuole e le Maestre Pie fuori Roma, di qualsiasi origine, fossero sottoposte ai rispettivi Ordinari, creando cosi altrettanti piccoli
istituti diocesani, ai quali furono imposte le Regole già approvate nel 1760 dalla S. Sede per le Maestre Pie Operaie (Filippini). A Roma stessa furono create due famiglie distinte di un unico istituto: quella che dipendeva dall'elemosiniere apostolico, e quella che dipendeva dal cardinale datario. Però, sotto Gregorio XVI, il card. A. Rivarola ottenne ben presto il pieno ristabilimento dell'Istituto Venerini dentro e fuori Roma; e per sua cura nel 1836 si ebbe una nuova edizione delle Regole conformi allo spirito della fondatrice, e adattate ai tempi; Regole poi approvate dallo stesso Gregorio XVI.
La soppressione degli Ordini religiosi decretata dal governo italiano e l'obbligo per le maestre di essere diplomate dallo Stato, ne arrestarono dapprima la rinascita, divenuta in seguito molto promettente, tanto che presentemente le maestre sono oltre 600 in 73 case, con un noviziato ad Ariccia Nuova (Italia) e uno a Fitchburg (U. S.A.). Pio XII nel 1941 costituil'Istituto in una Congregazione religiosa con voti, mentre prima le suore, pur vivendo una vita del tutto religiosa, non emettevano voti pubblici.
Brat.: [G. Löw], Positio super virtutibus [Rosse Venerini] ex afficio compilata (R. R. Cong. Sectio Historica, 48), Città del Vaticano 1942, pp. xxiV-xxixx (con ampia documentazione ed esauriente bibl.). Silverio Mattei
MAESTRI GATTOLIGI. - L'organizzazione magistrale cattolica italiana fa capo a due fiorenti associazioni : il Movimento maestri di Azione Cattolica e l'Associazione Italiana M. C., ciascuna con proprio statuto e propria vita organizzativa, complementari fra loro, cioè l'una in funzione dell'altra : collegamento e accordo che ne garantiscono la vitalità e l'azione unitaria.
Nel 1900 ebbe vita in Italia la prima organizzazione dei maestri che si chiamò «Unione magistrale nazionale * con il proposito di rialzare le sorti della educazione nazionale e di tutelare le condizioni economiche e giuridiche dei maestri. L'unione, che raccolse l'adesione generale, garantiva nel suo statuto l'assoluta neutralità politica e religiosa e il pieno rispetto di tutte le convinzioni. Ben presto però, contrariamente allo statuto, prese posizione precisa a favore della scuola lúca. I cattolici, costretti ad uscirne per questione di dignità, di libertà e di coscienza, nel 1906 fondarono l'Associazione magistrale italiana «Nicolò Tommaseo e con il proposito di conciliare la doverosa tutela degli interessi magistrali con l'incremento della istruzione e della educazione popolare sulla base dei principi cristiani. La «Tommaseo * ebbe vita fiorente fino al momento in cui il regime fascista soppresse tutte le associazioni professionali e di categoria ed essa dovette, nel 1929, sospendere senz'altro la sua attività. I m. c. aderirono alla sezione "Maestri di Azione Cattolica ".
Questa, propostasi la formazione religioso-morale dei maestri stessi per l'apostolato nella scuola, riusci a tenere uniti, mediante una regolare, per quanto necessariamente limitata attività, alcune migliaia di maestri, costanti nel perseguire, nonostante le difficoltà, l'ideale di una missione educativa, ispirata alla dottrina di verità. L'importanza e l'efficacia di tale sezione si rivelarono negli anni 1944-45 quando, caduto il regime fascista, si affermò impellente la necessità di una grande associazione magistrale che raccogliesse le tradizioni della «Tommaseo * e, organizzandosi, formulasse un programma, secondo le mutate esigenze. Gli iscritti alla sezione chiamarono a raccolta i colleghi; la rete organizzativa diocesana si allargò e vorse cosi l'Associazione Italiana M. C. a cui Pio XII il 4 nov. 1945 additò come scopo specifico di : «procurare e promuovere la perfetta formazione del maestro, fornirgli i mezzi per adempiere nel miglior modo possibile la sua faticosa, ma grande e nobile missione». Il sindacalismo unitario e la pressi democratica diedero fisionomia precisa alla nuova associazione professionale, apertamente ispirata ai princ:pi cattolici, con il richiedere la semplice adesione a detti principi, ma senza vincolare l'opinione politica dei singoli iscritti : associazione presindacale e di massa. Nel sett. 1946 il sommo pontefice Pio XII dava i nuovi statuti alla Azione Cattolica italiana. In considerazione dell'asso-
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luta esigenza di un nucleo apostolico che costituisve la permanente ossatura di una associazione di massa (la esperienza della sezione Maestri era stata rivelatrice) e della necessaria formazione specifica all'apostolato, a proposito di elementi tanto influenti sulla vita sociale come i maestri, questi statuti contemplavano accanto alle grandi organizzazioni già esistenti una nuova associazione di Azione Cattolica (non più una sezione) e cioè il «Movimento Maestri di Azione Cattolica». L'organizzazione magistrale ebbe così il suo definitivo cese