e e nella misura che conosce il peccato di quello. Esponendosi inoltre al pericolo di danni, specialmente spirituali, può offendere anche la carità, che ognuno deve verso se stesso. - Vedi tav. CXXII.
Bim.: F. Victoria, De arte magica, Lione 1557. Per altra bibliografia antica cf. B. Giusti, Synopsis verum moralium et iuris pont., 3° ed., Roma 1912, coll. 2234-44; e inoltre: L. Gardette, Magie, in DThC, IX, coll. 1210-27; I. De Tonquidec, Les maladies nerveuses ou mentales et les manifestations diaboliques, Parigi 1938; O. Schilling, Theologia moralis, II, Rattenburg 1940, pp. 238-41; E. Bozzano, Popoli primitivi e manifestazioni supernormali, Verona 1941; Frate Fusco, Occultismo, Alba 1941, pp. 329-46; Ph. Encousse, Sciences occultes et déséquilibre mental, Parig. 1943; G. B. Alfano, Piccolo socielopedio di scienze occulte, Napoli 1949.
Leonardo Azzollini
MAGIARI. - Popolo orientale che alla fine del sec. IX si stabili nel paese che da essi prese nome di Magyarnyszag o Ungheria. Gli storici ed emografi sono divisi circa la loro origine : Hunfalvy li crede una tribù finnica, Vambery li fa di razza turca, una tribù ural-altaica. Nella loro lingua si trovano svariati elementi. Ora si tende a giudicarli di origine ugro-finnica : l'influsso culturale turco avrebbe agito vigorosamente sulla loro civiltà.
Al principio del sec. Ix dalle steppe tra l'Ural ed il Caspio sarebbero emigrati verso il Mar Nero, gli uni spostandosi a sud nelle regioni persiche, gli altri a nord, stabilendosi tra Don e Dniepr. Dopo l'88o l'avanzarsi dei Petzeneghi e dei Cumani, premuti a loro volta dai Ghusi, costrinse i M. ad attraversare il Don, stabilendosi nelle regioni dell'attuale Bessarabia e Naldavia : chiamarono il paese Atescuzu od Atelkōr ( = paese tra i fiumi); poi la pressione dei Petzeneghi li spinse ad attraversare i Carnusi ed occuparono il paese sino alla Theiss. Il passaggio dei monti avvenne verso l'895-96; negli anni seguenti fu attraversato il Danubio e la popolazione maglura occupò il paese sino alla Ruab. La loro civiltà era primitiva, erano animisti, suppellivano i defunti con i loro cavalli e schiavi, erano pastori e cacciatori, vivevano nomadi prima su carri, poi in villaggi di capanne. La suppellettile e le armi mostrano la loro origine orientale, ed orientale è lo stile delle loro argenterie. Erano divisi in tribù, governate da capi detti gyula.
Verso l'860 incominciarono i loro primi contatti con la zona civile occidentale, con fulmine scorrerie nelle terre danubiane. Le scorrerie si intensificarono dopo il loro stanziarsi nella pianura ungherese : si gettarono sulla Moravia, nell'890 entrarono in Italia e giunsero al Brenta; l'anno seguente invasero gran parte della Lombardia, sconfiggendo re Berengario. In Italia ritornarono nel 920-22 e si spionero sino in Puglia; del 924 è l'incendio di Pavia. Più terribili furono le incursioni in Germania, dove l'anarchia feudale lasciava loro libertà di azione. Si può dire che non vi fu anno in cui i M. non si lanciassero attraverso le regioni germaniche; Baviera, Turingia, Sassonia furono ripetutamente saccheggiate. Nel 915 giunsero sino a Brema. Il segreto del loro successo era il metodo di combattere : rapidità di attacco, capacità di spostarsi fulmineamente da luogo a luogo, armamento leggero che facilitava l'attacco delle forze occidentali, formate da cavalieria lenta e pesante. Anche il loro grido di guerra agiva sugli animi in modo deprimente e determinava le fughe generali.
L'Europa occidentale fu disarmata di fronte ai selvaggi M. sino alla battaglia campale sul Lech, dove Ottone I li sconfisse nel 955 . Però da qualche decennio così in Italia come in Germania si era incominciato a costruire castelli e ad attrezzarsi per respingere gli invasori; dopo il 934 i M. avevano incominciato a prendere la via delle regioni balcaniche, minacciando l'Impero bizantino, ora d'accordo, ora in contrasto con i Petzeneghi.
Si può dire che dopo la metà del sec. x l'aggressività
dei M. è in declino. La loro tattica è ben conosciuta e non serve più : le popolazioni slave, in mezzo a cui abitano, influiscono avviandoli verso condizioni di civiltà più alte. Lasciano le capanne e passano alle case stabili; iniziano l'agricoltura ed anche il cristianesimo penetra tra di essi. Il loro principe Geza verso il 973 inizia accordi con Ottone I; nel 983 , sotto l'influsso della consorte, la polacca Adelaide, passa al cristianesimo; il figlio Stefano nel 1000 è incoronato nella cattedrale di Gran con la corona famosa inviatagli da papa Stefano II. Così incomincia la storia del Regno d'Ungheria, destinato a diventare a sua volta barriera della civiltà cristiana contro la barbarie orientale.
Bim.: Per le fonti della storia magiara v. H. Marczali, Ungarus Geschichtsquellen im Zeitalter d. Arpaden, Berlino 1882. Per le teorie sulle origini v. P. Hunfalvy, Die Ungarn oder Magyaren, Vienna 1881; A. Vambery, Die Ursprung der Magyaren, Lipsia 1882. Sulle incursioni in Europa l'opera più recente ed attendibile è quella di G. Fasoli, Le incursioni ungure in Europa nel sec. X, Firenze 1945.
Francesco Cognasso
MAGINULFO : v. SILVESTRO IV, ANTIPAPA.
MAGISTER MARTINUS: v. martino da CREMONA.
MAGISTERO DELLA CHIESA.: v. CHIESA, A, I, VI : Poteri della Chiesa; CONCILIO ; INFALLIBILITÀ; PREDICAZIONE
MAGISTER OFFICIORUM. - E uno dei grandi funzionari centrali dell'Impero romano assoluto, quale cioè venne a definirsi in seguito alla riforma costituzionale dioclezianco-costantiniana.
Il suo nome è dovuto, con ogni probabilità, al fatto che egli dirigeva gli officio o scrinia, cioè le sezioni della cancelleria imperiale. Ma le funzioni che sono a lui affidate sono così numerose e si esplicano in campi così diversi, da rendere difficile la definizione della sua carica in termini moderni. Verso la fine del Iv sec. apparteneva già alla categoria più elevata dei funzionari imperiali, quella degli illustres.
Il m. o. comanda le scholae palatinae, corpo armato che prese il posto delle disciclle coorti pretoriane; la schola degli agentes in rebus publicis, ai quali sono affidati câmpiti di sorveglianza in materia riguardante la pubblica amministrazione; dirige il servizio della posta imperiale e quello di coloro cui compete di preparare gli alloggi dell'imperatore e del seguito in occasione dei viaggi.
Alla sorveglianza del m. o. sono sottoposte le fabbriche di armi. Alle sue dipendenze è posto l'officium admissionum, che regola le udienze imperiali; a lui compete quindi di seguire le relazioni con i rappresentanti delle città dell'Impero e degli Stati stranieri, ciò che gli permette di influire sulla politica estera.
Egli è inoltre munito di giurisdizione civile e penale su tutto il personale della corte e, in relazione alla vigilanza che esercita sui confini dell'Impero, della giurisdizione sulle truppe di confine e sui loro comandanti.
Bim.: G. Karbova, Bêsuische Rechtsgeschichte, I, Lipsia 1885, p. 830 sgg.; B. Kübler, Geschichte des rōm. Rechts, ivi 1915, p. 313 sgg.; P. de Francisci, Storia del diritto romano, III, Milano 1936, p. 110 sgg.
Rodolfo Zanioli
MAGISTRATO. - Magistratus, da magister, etimologicamente significa un capo, un preposto. Nel linguaggio usuale si soleva confondere il concetto di magistratura con quello di carica pubblica, affidata a determinate persone per elezione o sorteggio. Presso i Romani i m., nel periodo repubblicano, erano i consoli, censori, pretori, edili ecc., ma era ignoto allora l'istituto di giurisdizione, che tanta importanza ha nell'ordinamento giuridico moderno per il concetto di m.: esso venne formandosi nell'epoca dell'Impero.
Nell'ordinamento politico-amministrativo attuale la voce m. ha due accezioni : a) di rappresentante l'autorità dello Stato che per sé è continuativa, come il prefetto, il sindaco, ecc.; boldsymbol{text { b) }} di esercente l'ufficio di giudicatore
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(da Catalogus d'une collection de manuscrits à miniatures des X²-X V² sixties, Amsterdam 1888, taw. 76) Magistrato - Miniatura di Michele di Carrara (sec. xv) raffigurante un interrogatorio.
(giudice). In questo secondo senso se ne parla, p. es., nella nuova Costituzione italiana (art. 101 sgg .). Per il m. in questo senso v. GIUDICE. Qui si considera il m. secondo l'accezione più ampia del termine, in quanto cioè comprende non solo il m. giudicante, ma ogni cittadino partecipe per varietà di gradi della sovranità, cioè rivestito di un potere civile o militare, legislativo o esecutivo, giudiziario o coattivo, che egli esercita nell'interesse pubblico (v. anche pubblico ufficiale).
Le competenze e funzioni del m. possono variare secondo le costituzioni e le forme di governo. Comuni invece a tutti e costanti devono essere alcune obbligazioni fondamentali. 1) Anzitutto è necessario che chiunque è costituito in autorità sostenga la maestà delle leggi con la saviezza delle sue decisioni, e faccia rispettare nella propria persona l'autorità dello Stato che confidò a lui tale carica. 2) Inoltre ha l'obbligo di rendersi utile allo Stato e insieme ai cittadini. Chi poi è chiamato ad un pubblico ufficio, se riconosce d'avere le doti necessarie - e il bene comune esige quella prestazione - è tenuto per giustizia legale ad accettare. Questo infatti è uno dei modi con cui il cittadino presta la sua opera per il bene comune. 3) Come custode delle leggi, il m. non può abusare del proprio mandato, ma deve mirare al bene pubblico con attenzione e vigilanza, senso di giustizia e assoluto disinteresse. 4) In quanto alla scienza non basta nel m. una preparazione generale e remota, ma si richiede quella scienza prossima e immediata che interessa l'ufficio da svolgere. 5) E appena necessario accennare alla questione della elevatezza morale, richiesta nel m. Può servire da esempio quanto fece Mosè (Ex. 18), il quale nella scelta dei primi m . del popolo giudaico chiamò a quest'ufficio uomini saggi e timorosi di Dio, di conosciuta probità e nemici della menzogna e dell'avarizia. 6) Riguardo al comportamento del m. di fronte ad una legge ingiusta, che è costretto ad applicare, vale quanto è stato detto per il giudice.
BibL.: U. E. Paoli, M. (diritto greco), in Nuovo Digesto italiano, VIII, pp. 3-5; A. De Dominicis, Magistratus, ibid., pp. 24-29; G. Pasquariello, La magistratura, Roma 1942: P. Guidi, La legge ingiusta, Roma 1948; W. J. King, Moral aspects of dishonesty in public office, Washington 1949. Luigi Morstabilini
MAGISTRETTI, Marco. - Liturgista e storico, n. a Milano il 19 luglio 1862. Sacerdote nel 1884 , vi fu prefetto e maestro delle S. Cerimonic nel 1890 ; nel 1896 membro della Società storica lombarda; nel 1901 socio corrispondente della R. Deputazione di storia patria; nel 1905 canonico ordinario del Capitolo maggiore; nel 1916 consigliere della Società storica lombarda; nel 1919 direttore della Biblioteca capitolare; nel 1921 presidente del consiglio di amministrazione della Biblioteca Ambrosiana. M. a S. Giovanni alla Castagna (Lecco) il 20 nov. 1921.
Iniziò gli studi critici sulla liturgia ambrosiana con i mons. A. Ratti (Pio XI) e A. M. Ceriani.
Le opere principali sono: Testo e note del Iberoldus sive Ecclesiae Ambrosianae Calendarium et Ordines saec. XII (Milano 1894); Cenni storici sul rito ambrosiano (ivi 1895); Pontificale in utnno Eccl. Medial. ex codicibus saec. IX-XV (ivi 1897); La liturgia della Chiesa milanese nel sec. IV (I vol. nel 1899; parte del II vol., riguardante l'anno liturgico, in Ambrosius, 1937 e 1938; opera, in parte, discussa); Notitia cleri Mediolamensis de anno 1398 ca. ipsius immunitatem (Milano 1900); Delle vesti ecclesiastiche in Milano (ivi 1905); Manuale Ambrosianum ex codice saec. XI olim canonicae Vallis Travaliae (2 voll., ivi 1905 : testo, introduzioni, note); Missale Ambrosianum dupleo (ivi 1913
in collaborazione con mons. Achille Ratti); Liber Notitiae conctorum Medialani ex ms. saec. XIII, ivi 1917, in collaborazione con U. Monneret de Villard. L'elenco completo delle opere in Ambrosius, 1937, pp. 237-40.
Bibl.: E. Galli, Commemoraz. di mons. M. M., in Archivio stor. lomb., 21 (1922), pp. 206-12; P. Boselli, M. M. Commemoraz., in Miscellanea di storia italiana, 31 (1924), pp. xxyxxviI.
Enrico Cattaneo
MAGLIABECHI, Antonio. - Erudito e bibliofilo, n. a Firenze il 28 ott. 1633, m. ivi il 27 giugno 1714. Dedicatosi agli studi eruditi, fu dal granduca di Toscana Cosimo III nominato bibliotecario della Palatina: incarico che tenne fino alla morte, restando sempre appassionato raccoglitore di libri e manoscritti.
Fu ammirato dai contemporanei per la memoria eccezionale e il prodigioso sapere, che metteva generosamente a disposizione dei dotti di tutta Europa, e satireggiato per la sordidezza deforme della persona e la scontrosità del carattere. Legò ai «poveri di Gesù Cristo» la sua ricca libreria, destinata a divenire il primo nucleo della futura Biblioteca naziona. le di Firenze. Il leggere e il raccoglier libri costituì la vocazione del M., il quale lasciò di scritto solo lettere e cataloghi.

(da A. M. Sotelo), Delle fedi di A. M. Orsolino [soccele... Firenze IIIi] Magliabechi, Antonio - Ritratto inciso da A. Monizuti.
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BibL.: A. Baccelli, A. M. (nel III centenario della nascita), in Nuova antologia, 1933, v. pp. 590-99; D. Fava, La Biblintecr nazionale reutrale di Firenze e le sue istioni raccolte, Milano 1939. p. 12 sgg.: M. Battistini, A. M. e la sua collaborazione all'opera bollondiana, in Bulletin de l'Institut historique belge de Rome, 22 (1942-43), pp. 113-239. Francesco Barberi
MAGLIONE. LUIGI. - Cardinale, n. a Casoria (Napoli), il 2 marzo 1877, m. ivi il 22 ag. 1944. Compiuti gli studi ecclesiastici e ricevuta l'ordinazione sacerdotale (1901), svolse un intenso ministero alla periferia di Roma.
Entrò nel 1908 alla Segreteria di Stato. Nel 1918 fu inviato a Berna quale rappresentante della S. Sede presso la Confederazione svizzera ed in quel particolare momento seppe dimostrare eminenti qualità diplomatiche per cui Benedetto XV, nel 1920, lo elesse arcivescovo titolare di Cesarea di Palestina e nunsio apostolico in Svizzera. Sei anni più tardi Pio XI lo chiamò a succedere al card. Cerretti nella nunziatura di Francia, ove si guadagnò immenso prestigio e cordiale popolarità. Lo stesso Pontefice, nel Concistoro del 16 dic. 1935, lo creò cardinale di S. Pudenziana. Prefetto della Congregazione del Concilio nel 1938, l'anno seguente Pio XII, appena eletto pontefice, lo nominò suo segretario di Stato e fu tra i principali collaboratori del Papa durante i tragici anni di guerra.
BibL.: M. Imbert, s. v. in Dictionnaire national des contemporains, I, p. 409; F. Zanetti, Da un papa all'altro, Roma 1939, p. 23; Niccrologia, in Osservatore romano del 23 ag. 1944; anon., Memoriae et laudi eminentissimi viri Abitii M. card., Città del Vaticano 1944.
Mario de Camillis
MAGNA CHARTA LIBERTATUM. - Si indica con tale nome l'atto base della vita costituzionale inglese emesso dal re Giovanni Senza Terra, il 19 giugno 1215 , per richiesta dei baroni inglesi ribelli. Il valore e il significato della M. C. l. del 1215 non sono però in origine quali si sono venuti affermando in uno sviluppo non sempre organico di diversi secoli, sino alla rivoluzione del 1688 ed ancora dopo. La monarchia inglese dei Plantageneti aveva cercato nel sec. xir, per merito di Enrico II e di Riccardo Cuor di Leone, di stabilire un forte governo regio accentratore, deprimendo il particolarismo feudale. La cosa non era avvenuta facilmente: la monarchia aveva dovuto fare delle concessioni, come gli Statuti di Clarendon del 1164 e le Assise, anch'esse di Clarendon, del 1166.
Giovanni Senza Terra, uomo di grandi ambizioni, ma di scarsa capacità politica, non seppe conservare i risultati ottenuti dal padre e dal fratello. Le lotte intraprese con Filippo Augusto di Francia e con il papa Innocenzo III lo spinsero a misure fiscali che provocarono proteste e resistenze del clero e della nobiltà, decisi a difendere i loro diritti ed immunità. I grandi feudatari, nel maggio del 1215 , marciarono in armi su Londra ed il 15 giugno presentarono a re Giovanni a Runnymede, tra Staines e Windsor, i loro Capitula, che già contenevano i principi essenziali della M. C. l., che il Re sigillò quattro giorni dopo. La M. C. l. accordò alla Chiesa d'Inghilterra i suoi diritti e libertà tradizionali, tra le quali principali erano la libertà delle elezioni ed il diritto di andare a Roma alla Curia senza chiedere il consenso regio; ai baroni concesse il rispetto di tutti i vecchi diritti fiscali, militari, feudali. Tutte le città, borghi, ville avrebbero conservato la loro libertà e costumanza. Seguivano, nella M. C. l., altre regole concernenti l'amministrazione: l'impegno di nominare giudici, sceriffi, balivi che fossero buoni conoscitori delle leggi del Regno e non tiranneggiassero le popolazioni, di restituire le somme estorte a guisa di ammenda, di non imprigionare e condannare nessun suddito se non in base a legale giudizio dei Pari, di non imporre tributi se non con il Comune Consiglio del Regno, per il quale avrebbe convocato vescovi, abati, conti, baroni almeno 40 giorni prima della riunione. I baroni avrebbero eletto 25 rappresentanti per fare osservare la pace e le libertà concesse.

(fot. Felici)
Maglione. Luigi - Ritratto.
La M. C. l. indubbiamente rappresenta un indebolimento dell'autocrazia monarchica fondata dai re del sec. xir, ma a vantaggio della casta feudale. Questa approfitava della debolezza del re Giovanni per reagire vittoriosamente contro il dispotismo regio, ma non pretendeva se non disposizioni pratiche per il governo, impregnate di spirito feudale, e restaurava costumanze e garanzie feudali che erano state superate. All'opposto non vi era nessuna affermazione di diritti riferentisi ad una collettività o popolare o di classe. Ma pur riconoscendo che la M. C. l. si riferisce agli interessi particolari dei vari gruppi feudali ed ecclesiastici, non si può negare che le clausole, nella loro indecisione teorica, permettevano interpretazioni varie e quindi quel grandioso lavorio di costruzione teorica che diventò quello che di solito si dice la Costituzione parlamentare inglese.
Strane sono le vicende che la M. C. l. attraversò nel sec. xili : appena approvata, il Re ricorse al papa Innocenzo III, che già il 24 ag. dichiarò nullo il documento come iniquo e lesivo dei diritti del re e del papa. Invece il nuovo re Enrico III, su consiglio di un legato pontificio, la confermò solennemente nel 1216; ma poi non seppe sostenerla e neppure distruggerla, si che nel 1258 il Gran Consiglio, che incominciava a dirsi Parlamento, insorse contro il governo disordinato dei favoriti del Re ed i buoni formarono una lega che impose la riunione di un Comitato dei XXV per la riforma dello Stato. Così si ebbero le Provvisioni di Oxford, riaffermazione sviluppata dalla M. C. l. del 1215; così più tardi, dopo un tentativo del Re di sfuggire all'applicazione delle Provvisioni di Oxford, si ebbe una nuova rielaborazione nelle Provvisioni di Westminster. Non vi era però neanche allora un sistema durevole che riuscisse a controllare la monarchia; questa poteva a capriccio riunire il Parlamento, sempre ancora assemblea feudale. Solo nelle lotte politiche del sec. xiv si ebbe uno sviluppo più vivace ed innovatore della charta del 1215 , in conseguenza dell'attività svolta dalle città, in una situazione completamente nuova.
BibL.: Opera fondamentale è W. Stubbs, Constitutional history of England, Oxford 1883, da vedere nell'edizione francese
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(Ini, Alinari).
Magnanimitá - Figurazione della m. nell'affresco del Buon Governo. Particolare dall'opera di A. Lorenzetti (sec. XIV). Siena, Palazzo comunale.
annotata da C. E. Petit-Dutaillia-Lefebvre, Parigi 1907: le note furono pubblicate a parte nella serie: Studies. Supplementary to Stubbs' Constitutional History, II, Oxford 1908. Sul nome v. J. White, The name M.C., in English historical review, 30 (1915). Studi: E. Jenks, The myth of M. C., in Sodependant review, 1904; L. Riess, Zur Vorgeschichte der M. C., in Historische Vierteljahrschrift, 13 (1910); M. C. commemoration essays, ed. H. E. Malden, Londra 1915 (per il VII centenario); Ch. Bémont, Simon de Montfort, Oxford 1930. Per il testo della M. C. l., v. Ch. Bemont, Chartes des libertés anglaises (1100-1305), Parigi 1892.
Francesco Cognasso
"MAGNAE DEUS POTENTIAE ". - Inno nei Vespri del giovedi, appartenente al gruppo di provenienza irlandese anglosassone, che fa la sua comparsa nel sec. viII (cf. C. Blume, Anal. kymnica, 41 Lipsia 1903, p. 37 sgg.).
Nel quarto giorno della creazione Dio popole il mare di pesci e l'aria di uccelli (Gen. 1, 20-21). Il poeta vede in questo il destino delle anime : negli uccelli che si li-
brano in alto egli raffigura quelle che salgono al cielo: nei pesci, che sono immersi nelle acque, quelle che scendono all'inferno. Questi animali che, avendo avuta una stessa origine, si son poi divisi in due differenti famiglie, simboleggiano le anime che, lavate da uno stesso Battesimo, si dividono poi in quelle che si dannano e in quelle che si salvano.
Bibl.: C. S. Pimont, Les hymnes du Bréviaire romain, I, Parigi 1874, pp. 232-41; C. Albin, La poésie du Bréviaire, Lione s. a., pp. 85-87; A. Mirra, Gli inui del Breviario romano, Napoli 1947, p. 72.
Silverio Mattei
MAGNA MATER: v. Cibele.
MAGNAN, Dominique. - Religioso Minimo, archeologo e numismatico, n. a Reillanne, in Provenza, il 29 maggio 1731, m. a Firenze il 7 sett. 1796. Nel suo Ordine fu professore di teologia ad Avignone e a Marsiglia; nel 1760 passò a Roma alla Trinità dei Monti, dove perfezionò gli studi delle antichità classiche e della numismatica che aveva già coltivato con molta passione in patria. Fu membro di parecchie accademie d'Italia e dell'estero.
Sue opere principali: Dictionniche portatif de la France (4 voll., Avignone 1770); Problema de anno nativitatis Christi (Roma 1772; basandosi su di una medaglia di Erode Antipa fa nascere Gesù nel 745 della fondazione di Roma); Miscellanea numismatica (4 voll., ivi 1772); La ville de Rome (4 voll. in-fol., ivi 1776, con 425 incisioni); Elegantiores statuae autiguae (ivi 1776); La città di Roma (4 tomi, ivi 1777-79, con 385 stampe in rame); Coleografia della colonna Autonima (4 voll., ivi 1789, 150 tavole).
Bibl.: [C. D'Achard], s. v. in Dictionnaire de la Provenze et du Comté-Virontain, IV, pp. 511-13; F. Llinouly, s. v. in Nouvelle biographie générale di F. Dolot, XXXII, coll. 709-11; Weiss, s. v. in M. Michaud, Biographic universelle ancienne et moderne, XXVI, p. 42 sg.; G. Nuberti, Disegno storico dell'Ordine dei Minimi, III, Roma 1922, pp. 815-20; F. Bonnard, Histoire du couvent de la Trinité de Mont Piacio à Rome, Roma-Parigi 1933, pp. 195-99, 208, 225, 226.
Gennaro Moroni
MAGNANIMITÀ. - Indica usualmente grandezza d'animo e nobiltà di carattere. Nel quadro delle virtù è la generosa disposizione a compiere grandi cose per Iddio e per il prossimo. Si può dire che nella via della perfezione morale la m. abbia funzione di coordinamento e di perfezionamento tra le virtù.
La m. infatti spinge in tutte le virtù ad attuare questa generosa linea di condotta per affrontare situazioni ardue. Benché non possieda un oggetto materiale distinto ha come oggetto formale, esclusivamente suo, la disposizione abituale della persona a compiere qualunque azione ardua a qualsiasi virtù appartenga, non precisamente perché oggetto dell'una o dell'altra virtù, ma solo perché ardua e quindi non raggiungibile senza una forza d'animo rilevante. Però è da tener presente che la m. non è presunzione (poiché non induce a far ciò per cui le forze della persona sono inadeguate); non è ambizione (poiché non ha disordinato amore agli onori); non è vanagloriu (poiché non ama disordinatamente). Il comportamento dell'uomo magnanimo è quello di perseguire i suoi luminosi propositi senza badare al denaro, alla salute, alla fama (questa verrà, ma in conseguenza delle opere) e neppure alla vita.
Alla m. si oppone la pusillanimità, che è l'attitudine di colui che per eccessivo timore di cattiva riuscita rimane inoperoso e sfugge l'azione. Per evitare passi falsi si condanna inevitabilmente all'inerzia.
Bibl.: A. D. Sertillanges, La philosophie morale de st Thomas d'Aquin, Parigi 1916, p. 420-27; A. Thouvenin, Magnanimité, in DTSC, IX, coll. 1530-53; M. A. Janvier, Exposizione della morale cattolica. Morale speciale, X. La virtù della fortezza (Quaresimale del 1920), Torino-Roma 1938, pp. 72-94, 268-73.
Lorenza Simeone
MAGNASCO, Alessandro detto il Lissandrino. - Pittore, n. a Genova nel 1667, m. ivi il 12 marzo 1749, una delle figure più originali del periodo barocco.
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Andò, giovane, a Milano e, abbandonata presto la pratica di ritratti, si diede a dipingere piccole figure, che diventarono la sua maniera più nota, in cui il M. s'inserisce nella cosiddetta "pittura di genere", che in quel periodo fu particolarmente florida. Nel 1703 ritornò a Genova; poi si recò a Firenze e per qualche tempo vi fu pittore di corte. Viaggiò molto per la Toscana, l'Emilia, la Lombardia; tornato a Milano nel 1711, vi rimase sino al 1775 , quando si stabili a Genova, dove si spense ottantaduenne, dopo aver creato, negli ultimi anni, alcuni dei suoi più alti capolavori.
L'arte del M. scaturì da molteplici fonti. In patria, nei suoi anni giovanili, lo impressionarono di certo i quadri di genere di Luca e Cornelio van Wael, le fantasie e le arditezze pittoriche del Grechetto, le tonalità vivide di Valerio Castello. A Milano, nel suo periodo formativo, agl su di lui il "pathos" del Crespi e del Morazzone. Dal Ricci apprese il fare succoso della pittura veneziana. Ma tutti questi influssi egli assimilò in una visione artistica di straordinario vigore espressivo e personale : la quale ha tuttavia alcuni suoi "antefatti" nelle opere del Callor, del Cerquoczi, di Salvator Rosa.
La sua pittura, da un fare pesante e tenebroso, e alquanto sommario, come nel Carvo ammaestrato o la Vecchin con gli zingari ed altri suoi quadri della Galleria degli Uffizi, passa ad un fare più spigliato e cromatica-

(fot. Alimari)
Magnasco, Alessandro, detto il LissandRino - Martirio di s. Erasmo. Milano, collezione Viganò.
mente vivace, come nelle due tele con Visioni zingaresche della collezione Lecchi in Calvisano presso Brescia, o nelle Scene dell'Inquisizione dei Musei di Budapest e di Vienna. Un approfondimento del suo dolceante senso umano si nota nel Carro matto della collezione Bianchi di S. Remo, nei Frati penitenti o nella Predica ai quacqueri della raccolta Brass a Venezia. Ma in seguito la sua tavolozza si rischiara alquanto, la posta cromatica acquista maggiore succosità, il suo tocco diventa più vivido e scattante : e crea i quattro capolavori, eseguiti probabilmente per il conte Colloredo, governatore austriaco della Lombardia, ora nel convento di Seitenxtetten in Austria : Il catechismo, La sinagoga, I monaci in biblioteca, I monaci nel refettorio. Ad un periodo più avanzato, in cui affiorano squisite tonalità di grigi cinerei, appartengono le sue ultime creazioni, quali La sinagoga del Museo di Cleveland (U.S.A.), il Banchetto degli zingari al Louvre, il Trattocimento in un giardino d'Albaro al Palazzo Bianco di Genova, la Cena di Emaus nel convento di S. Francesco d'Albaro in Genova. I temi prediletti dal M., eccetto ritratti della gioventù e pochi soggetti sacri, furono ispirati dalla vita del suo tempo, negli aspetti talora più umili e miseri : scene zingaresche, segrete riunioni di streghe, frati tentati, mari burrasciwi, carri di matti, assalti alla diligenza, ladri sacrileghi; insomma un mondo vivo, lontano da ogni accademismo e da ogni retorica. Dipinse anche in affresco, cioè le "macchiette" in passaggi dipinti da altro artista, che si conservano nella Villa di Brigano di Gera d'Adda. Spesso, nel suo periodo giovanile specialmente, il M. dipinse in collaborazione con pittori di paesaggio, come Clemente Spera, Carlo Antonio Tavella, il Perugini, Marco Ricci.
La figura del M. è ritornata alla luce della critica d'arte soltanto da pochi decenni, quando nelle sue visioni s'è ritrovato un singolare precorrimento alla pittura "espressionista " contemporanea.
Bial.: C. G. Ratti, Le Vite de pittori, scultori ed architetti genovesi ecc., Genova 1769; A. Ferri, A. M., in Biblioteca d'arte illustrata, Roma 1922; G. Flocco, La pittura veneziana del '800 e '700, Verona 1929; G. Delogu, Pittori minori liguri ecc., Venezia 1930; G. Grosso, All'ombra della Lanterna, Genova 1949; A. Morassi, Mostra del M., ivi 1949; B. Geiger, A. M., Bergamo 1949 (con tutta la bibliografia precedente).
Antonio Morassi
MAGNENZIO (Flavius Magnus Magnentius) IMPERATORE ROSIANO. - Di origine barbarica, probabilmente germanica, asceso ad alti gradi nella milizia, fu indotto per la stolta condotta di Costante, figlio
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di Costantino, ad usurpare la porpora d'accordo con il comes sacrarum largitionum Marcellino. Costante fu ucciso e M. fu riconosciuto imperatore in Gallia, Spagna ed Africa (350).
Ma il più saggio e il più astuto dei tre figli di Costantino, Costanzo II, non poteva né riconoscere l'uccisore del fratello, né tollerare che tutte le provincie occidentali fossero separate dal resto dell'Impero, tanto più che altri usurpatori sorgevano nell'Illirico e a Roma. Preporò pertanto la guerra, che del resto l'impulsiro M. aveva reso inevitabile, avanzando nell'Illirico e nella penisola balcanica. M. fu sconfitto presso Mursa (Osijek), ma ebbe modo di fuggire e di rifugiarsi in Aquileia, donde poi per l'avanzata anche oltremodo lenta di Costanzo passò in Gallia. Sconfitto ancora una volta a Mons Seleucus (La Batle Neuve) si chiuse a Lugdunum, dove, poco sicuro della fedeltà dei suoi, si uccise nell'ag. 353.
Bib.: O. Seck, Geschichte des Untergangs der antiken Welt, IV, Berlino 1911; C. Jullian, Histoire de la Gaule, VII, Parigi 1926, p. 190; R. Paribeni, Da Dioclesiano alla caduta dell'Impero d'Occidente, Bologna 1942, pp. 117-19.
Roberto Paribeni
MAGNETISMO. - Da remota antichità fu rilevato che alcuni minerali di ferro hanno la singolare proprietà che loro pezzi avvicinati, a seconda della loro orientazione relativa, possono attirarsi oppure respingersi. I Greci denominarono codesti pezzi "magneti» e "m.» la loro proprietà. In tempi meno remoti fu pure rilevato che i magneti attirano sempre qualsiasi oggetto di ferro, e che pezzi di ferro, o meglio di acciaio temperato, quando vengano strofinati ad essi, acquistano essi pure più o meno intensamente quella proprietà. Perciò i primi si dissero "magneti naturali» e i secondi "magneti artificiali».
L'osservazione che i magneti opportunamente sospesi tendono ad orientarsi secondo una determinata direzione condusse alla costruzione della bussola, impiegando magneti artificiali in forma di ago, e alla sua utilizzazione nella navigazione. Mentre i Cinesi asseriscono di aver impiegato bussole fino da ca. 1000 anni a. C., in Europa esse si diffusero ampiamente solo nel sec. xim. Nei secoli immediatamente seguenti la bussola fu impiegata piuttosto empiricamente e il suo funzionamento erroneamente interpretato. C. Colombo, che pur dal 1492, nei dintorni dell'Isola del Ferro, aveva osservato che l'ago della bussola deviava rispetto al meridiano di qualche grado verso occidente, mentre in Europa al contrario deviava verso oriente, e quindi aveva scoperto la declinazione magnetica variabile da luogo a luogo, pensava ancora con gli scienziati del tempo che il comportamento dell'ago magnetico fosse determinato da un centro attrattivo del cielo.
Solo G. Gilbert (1540-1603), dopo una notevole serie di osservazioni, giunse all'esatto convinzione che la terra nei fenomeni magnetici interviene come un gigantesco magnete, e ne costruì un modello, la sua terzella, grosso magnete di forma sferica per mezzo del quale riuscl a interpretare sperimentalmente il fatto noto che l'inclinazione degli aghi magnetici si annullasse all'equatore e fosse massima nell'intorno dei poli magnetici, che però supponeva coincidenti coi poli geografici; ciò che gli impedì un'esatta interpretazione della declinazione. I suoi risultati furono pubblicati nel 1600.
Da allora, fino alla fine del secolo successivo, gli studi ulteriori furono rivolti al m. terrestre, alla localizzazione dei suoi poli, alla tecnica degli strumenti; cose senza dubbio di grande interesse pratico, ma di limitato interesse per la conoscenza fisica della natura. Però quando Coulomb, dopo la scoperta della sua notissima legge dell'attrazione e ripulsione delle masse elettriche, giunse alla analoga legge per i poli di funghi magneti filiformi, anch'essa dello stesso tipo prettamente newtoniano, si concepì il m. come costituito da masse magnetiche agenti a distanza le une sulle altre come le masse elettriche e le masse materiali; il m. fu allora considerato, come la materia e l'elettricità, uno dei fondamentali costituenti dell'universo, secondo il criterio meccanicistico allora imperante.
Ma proprio attraverso nuove scoperte magnetiche, dopo poco più di due decenni, il criterio meccanicistico della fisica doveva ricevere la prima grave smentita dalla scoperta di Oested dell'azione della corrente elettrica sui poli magnetici; azione che, per la sua direzione, si trova in netto contrasto con il detto criterio. La conseguente costruzione di elettromagnet, anche costituiti da un semplice conduttore avvolto a elica e percorso da corrente elettrica, mostrò chiaramente che per ottenere i noti effetti magnetici non era affatto necessario ricorrere a ipotetiche masse magnetiche permanenti, ma bastava dell'elettricità in movimento. Fu così che, per iniziativa di Ampère, si passò a interpretare lo stesso m. dei magneti permanenti naturali e artificiali come risultati di innumerevoli microscopici elettromagnetini, costituiti ciascuno da microscopiche correnti eletriche o meglio, con dicitura più moderna, da innumerevoli eletrroni rotanti all'interno del materiale del magnete. Cosi in ultima analisi lo studio del m. venne totalmente assorbito dall'elettrologia.
BibL.: G. Gilbert, De magnete magnetisque corporibus et de mazen magnete tellure, Londra 1600; J. C. Maxwell, Troits' d'elettricité et de maenitisme, 2 voll., Parigi 1883; E. Perruca, Fisica generale e sperimentale, 2 voll., Torino 1041, v. indice. Paolo Straneo
MAGNI, Valeriano (da Milano). - Cappuccino, n. a Milano il 15 ott. 1586, m. a Salisburgo il 29 luglio 1661.
Accolto nell'Ordine da s. Lorenzo da Brindisi (v.) a Praga il 25 marzo 1602 , si acquistò subito fama con la predicazione. Insegnò filosofia a Vienna e a Praga; compose libri e opuscoli filosofici con intenti innovatori, ispirandosi alla corrente agostiniano-bonaventuriana contro l'aristotelismo, ch'egli ritenne contrario alla dottrina cristiana, insufficiente e manchevole nello studio oggettivo della natura.
Suo principio è la conoscenza di Dio e del mondo mediante l'illuminazione divina: De luce mentium et eius imagine (Roma 1642, completato nella 2² ed., Vienna 1646; Bologna 1886); Principio et specimen philosophica (Colonia 1632 e 1662). Inoltre: Opus philosophicum (Leitomischl 1660 ).
Nel 1616 fu messo a capo della missione cappuccina in Polonia, richiesta da Sigismondo III; lavorò per la successione del figlio Ladislao (1632), che per motivi religiosi persuase a sposare Cecilia Renata, figlia dell'Imperatore (1637). Negozió a Parigi per Ferdinando III d'Austria e Massimiliano di Baviera nella questione dei Grigioni (1623); a Pinerolo e nella Dieta di Ratisbonu (1630) per la successione di Mantova; fu intermediario tra il generale Wallenstein, Urbano VIII (1632) e l'Imperatore (1634). Ministro provinciale d'Austria, Boemia, Moravia ( 1624-26 ), nel 1626 dalla S. Congregazione di Propaganda Fide fu posto a fianco dell'arcivescovo di Praga, card. E. Harrach, per la restaurazione religiosa in Boemia; dal 1643 fu nominato missionario apostolico nella Sassonia Elettorale, Assia, Brandeburgo e Danzica. Ebbero risonanza le sue dispute e controversie con i protestanti: nel De acatholicorum credendi regula iudicium (1628); Iudizium de acatholicorum et catholicorum regula credendi (Vienna 1641); Echo absurditatum Ulrici de Neufeld Bleso (Cracovia 1646). Per incarico della S. Congregazione di Propaganda Fide condusse all'abiura (Epi. fania 1652) il langrovio Ernesto di Hessen-Rheinfels e la consorte. In tale imprese s'inserì il contraddittorio con i protestanti nel castello di Rheinfels (14-24 dic. 1651), che si trascinò in una serie di scritti tra il 86 . e gli avversari. Gli si opposero anche il langravio e i Gesuiti e tale divergenza, incominciata già con la questione dell'Università di Praga, lo portò a malaugurate pubblicazioni in propria difesa: Apologia (s. d. e luogo; probab. 1655). Per ordine superiore il nunzio di Vienna lo fece mettere in carcere ( 1° febbr. 1661). Amici e ammiratori ne ottennero la liberazione; fu accolto festosamente a Salisburgo, dove mori rasserenato e placato con tutti.
BibL.: Valdemiro Bonari da Bergamo, I Cappuccini della provincia milanese, I. Crema 1898, pp. 193-218; E. d'Alencon,
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a. v. in DThC. IX. coll. 1333-63; K. Spiegel, Die Prager Universititsnain (1612-34), in Mitteilungen des Vereines f. Geschichte der Deutschen in Böhmen, 62 (1924), pp. 3-94; R. Bizzarri, Tre cappuccini precursori del Rossini, in Rassegna nazionale, 46 (1924), pp. 3-9; Augustin de Carniorn, Capuchines precursores del p. Bartolomeo Barberis, in Collezionea Franciscana, 3 (1933), pp. 67-80, 209-28, 347-83, 318-70; Giustino da Novara, La regola prossima della fede nell'epistagorica di V. M., Casale Monferrato 1937; German Abgotspon von Staldentod, P. V. M. Sein Leben in allgemetnen, seine apostolische Tätigkeit in Böhmen im hezunderen, Olten 1939; Melchior a Pobladura, Historia generalis Ordinis Min. Capucinorum, I, parte 2⁴, Roma 1948, pp. 376-81; II, ivi 1948, (v. indice). Ilarino da Milano
*MAGNIFICAT». - Cantico di lode a Dio pronunciato dalla Vergine Maria nella sua visita ad Elisabetta (v.), che, ispirata, l'aveva salutata madre di Dio (Lc. 1, 46-55). Riconoscente per il mistero dell'Incarnazione compiutosi in lei, Maria innalza lodi al Signore perché si degnò favorire la sua umile ancelia, sì che tutte le genti la diranno beata, compiendo in lei grandi prodigi (vv. 46-50); perché abbatte i ricchi orgogliosi, eleva e sazia i poveri famelici (vv. 51-53); perché protegge Israele, mantenendo le promesse fatte ad Abramo ed alla sua progenie (v. 54 sg .).
In quest'inno risuonano echi del cantico di Anna (I Sam. 2) e di parecchi salmi, con i quali i devoti israeliti usarono esprimere i loro sentimenti religiosi. Tali echi, nello spirito della Vergine, si fondono in meravigliosa unità con accenni ai prodigi compiuti nella storia d'Israele e lodi per quelli iniziati con l'Incarnazione.
I sei amisti dei vv. 31-33 (resi dalla Volgata con i perfetti fecit, dispersit, deposuit, exaltavit, implevit, dimisit) secondo alcuni si riferirebbero a fatti storici passati, secondo altri sarebbero gnomici (validi per tutti i tempi), o profetici (riguardanti il futuro), o incoativi (per i benefici che Dio ha incominciato a compiere).
Tutto il contesto del M. rispecchia i sentimenti della Vergine in quella circostanza. S. Luca può aver attinto il cantico sia dalla stessa autrice, sia dalla fonte semitica che si rivela nello stile dei suoi primi due capitoli. Il parallelismo poetico ed altre particolattà confermano l'origine semitica del M.
Alcuni con A. Harnack e A. Loisy pretesero che il M. fosse opera di Elisabetta. Ma la critica testuale dimostra che solo tre codici dell'antica versione latina dei Vangelj ( a, b, f² ) e qualche codice latino delle opere di s. Ireneo e di Origene, nonché qualche attestazione di Niceta vescovo di Remesiana (in Dacia, v sec.) attribuiscono il M. ad Elisabetta. Tutti gli altri testimoni del testo (greci e di altre versioni) sono in favore di Maria.
La Pontificia Commissione biblica, il 26 giugno 1912, riassumendo la discussione, dichiarava che * i documenti estremamente scarsi e singolari, nei quali si attribuisce il M. ad Elisabetta, non possono in alcun modo prevalere contro la testimonianza concorde di quasi tutti i codici sia del testo originale che delle versioni e neppure contro l'interpretazione che esigono assolutamente il contesto, lo spirito della stessa Vergine, la tradizione costante della Chiesa * (Denz-U, 2158).
L'origine della strana lezione * Et ait Elisabeth* (in Lc. 1, 46), nei codd. a, b, f^{*} dell'antica latina si spiega da alcuni interpretando Elisabeth in dativo. Questa parola, introdotta come glossa da qualche copista (Et ait Maria Elisabeth, se disse Maria ad Elisabetta *) avrebbe soppiantato Maria sotto la penna di un copista successivo. Altri fanno altre ipotesi.
Nei riti latini il M. si canta (o si recita) ai Vespri, nei riti bizantino ed antiocheno al Mattutino.
Bibl.: Contro A. Harnack e A. Loisy cf. A. Cellini, Il M., in La Scuola vatt., 1916, II, pp. 323-41, 413-23, 527-38. Sulla testimonianza di Niceta cf. G. Morin, in Rev. bibl., 6 (1897), p. 286 sgg.; id., Le * De Psalmodiae bona * de l'edeque Niseta, in Rev. bibelolictino, 14 (1897), pp. 383-97. Altra bibl. nello studio di L. Pirot in DBs, II, coll. 1269-74; H. Simán-G. Dorado, Prael. Bibl., Nov. Test., I, Torino 1944, nn. 213-17.
Pietro De Ambroggi
MAGNIFICENZA. - La m. o munificenza indica la splendidezza nello spendere e nel donare. Come virtù speciale la m. consiste nella disposizione della volontà a compiere grandi opere esterne ed è propria di alcune anime, che cercano di lasciare nello splendore dalle opere esterne un'impronta della propria personalità. Le opere grandi sono non alla disponibilità di ognuno, ma di alcuni privilegiati, cioè a dire dei ricchi, dei governanti oppure dei grandi coordinatori del pubblico bene, dai quali il denaro viene impiegato in nobili imprese.
Ma perché questo desiderio di grandezza non devii, occorre che non l'orgoglio e l'ambizione ne siano la molla, ma la gloria di Dio ed il bene comune. Allora si rende soprannaturale il naturale desiderio della grandezza e si arriva alla virtù della m. La virtù della m. ha una grande affinità con la liberalità (v.) per la generosità che con essa ha in comune, con la fortezza (v.) per la comune difficoltà cui vanno ambedue incontro (la fortezza per i pericoli nei quali si manifesta, la m. per le grandi spese) e con la magnanimità (v.), con la quale condivide la grandiosità delle opere. Perché la m. possa attuarsi si richiedono alcune condizioni favorevoli : di fiducia, di sicurezza e anche, sebbene non necessariamente, di beni di fortuna.
I difetti opposti alla m. sono la grettezza o spilorceria, che comprime gli slanci del cuore e non sa proporzionare le spese alla grandezza dell'opera; e la prodigalità, che consiste nel prodigare denaro senza misura.
Bibl.: A. De Sertillanges, La philosophie morale de st Thomas d'Aquin, Parigi 1916, pp. 420-27; A. Toussacrey, Compendia di teologia ascetica e mistica, Roma-Parigi 1928, nn. 1083-87; I. M. Janvier, Esposizione della morale cattolica, Morale speciale, X. La virtù della fortezza (Quaresimale del 1300), Torino-Roma 1938, pp. 97-117, 273-78.
Pietro Palazzini
MAGNO di Fabrateria, santo. - E commemorato nel Martirologio geronimiano il 19 ag., come martire di Fabrateria celisz, oggi Ceccano, dove nell'antichità esisteva una chiesa a lui dedicata e distrutta poi dai Saraceni. Anche nel Sacramentario gelasiano è commemorato lo stesso giorno.
La Passio (BHL, 5167-74), molto leggendaria, narra che M. nacque nelle Puglie da genitori pagani, e da giovanetto faceva il pastore. Ascoltando un giorno il Vangelo si convertì e fu battezzato dal vescovo Redento. Mortogli il padre, vendette tutti i suoi beni e distribuì si poveri il ricavato. Scoppiata la persecuzione fu arrestato dal console Severino; riusci a fuggire e si recò a Napoli dove fu ospite di s. Gennaro. Vulendosi poi recare a Roma si fermò invece a Fabrateria, dove, scoppiata la persecuzione di Decio e poi di Valeriano, fu ucciso.
Bibl.: Acta SS. Augusti, III, Parigi 1867, pp. 701-17; Lanzoni, pp. 137 sg., 300 sg.; Martyr. Hierosymianum, p. 432; Martyr. Romanum, p. 347.
Agostino Amore
MAGNO di Sens. - Arcivescovo e teologo, n. nella seconda metà del sec. viII, m. a Sens nell'818. Venuto a Roma con Carlomagno, fu da Leone III consacrato arcivescovo di Sens; ebbe incarichi onorifici (missus dominicus ad Orléans, Langres e altrove) dall'Imperatore, al quale dedicò le sue Notae iuris (PL 102, 983-94).
Quando Carlomagno sottopose a tutti gli arcivescovi dell'Impero un quesito sui riti del Battesimo, M. rispose con un libellus de mysteriis Baptismatis (PL 102, 981-83), nel quale espose brevemente il significato simbolico dei tre Sacramenti dell'iniziasione (Battesimo, Cresima, Eucaristia) : vi si nota qualche spunto sul Corpo Mistico.
Bibl.: anon., Notitia historica: PL 102, 979-89; Hurter, I, col. 737 .
Antonio Piolanti
MAGOG: v. GOG e magOG.
MAGONZA SUL RENO, Diocesi di. - Diocesi e città capitale del Land di Renania-Palatinato, di fronte alle foci del Meno. Su di una superficie di 7692 kmq., conta 1.794 .600 ab., dei quali 631.100
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cattolici, distribuiti in 284 parrocchie, servite da 437 sacerdoti diocesani e 79 religiosi. Conta pure 14 comunità religiose maschili e 199 femminili; 7 istituti di educazione, 100 opere di carità e beneficenza (Ann. Pont., 1951, p. 260).
Furono certamente mercanti e soldati della XXII Legio primigenia, di stanza a Lione prima, poi a M., a portare la religione cristiana a M. Gli onori di protoepiscopo e martire della Chiesa magentina spettano, secondo la tradizione dei leggendari medievali, a Crescenzio, discepolo degli Apostoli. La sua festa è al 27 giugno. Successivi martiri della prima età cristiana sono Ferrutius, Albano, Aureo e Giustina. Fuori delle mura romane della città si trovarono resti di ricchi monumenti sepolcrali cristiani dei secc. IV, v, vi e vir (ora conservati nel Museo civico di antichità). Alla metà del sec. vi il vescovo Sidonio restaurò la chiesa e il battistero della città. Ma deve la sua gloria maggiore a s. Bonifacio (m. nel 754), missionario proveniente dagli Anglosassoni, passato nella storia come l'« Apostolo della Germania». Per quanto di rango arcivescovile egli era soltanto vescovo di M. Il suo successore come vescovo di M., s. Lullo, benedettino come Bonifacio, venne assunto all'arcivescovato nel 780 782. Alla sede magontina era congiunta fin dal 965 la carica di cancelliere reale per la Germania. Dal 1257 il metropolita di M. ebbe la presidenza del collegio dei principi eletrori. Conseguentemente gli arcivescovi di M., in vista della loro posizione influente per l'elezione reale, furono vitalmente interessati alla lotta fra la Chiesa e l'Impero. Famosi arcivescovi furono Rabano Mauro, che ha l'appellativo onorifico di magister Germaniae (m. nell'856), s. Willigia (m. nel 1011), costruttore del Duomo magontino, e s. Bardo (m. nel 1051); a Bingen la grande mistica s. Ildegarda (1089-1179). L'arcivescovo Diether di Isenburg fondò nel 1477 l'Università di M. L'arcivescovo Albrecht di Brandeburgo (1512-45), in seguito alla predicazione dell'indulgenza fatta dal domenicano Tetzel durante la sua reggenza, diede motivo all'affissione delle tesi di Lutero nel 1518.
M., nelle battaglie medievali della nobiltà e della borghesia contro gli arcivescovi, rimase sempre una città vescovile. Nell'alto medioevo M. aveva 14 vescovati suffraganei. Di tempo in tempo la Chiesa provinciale di M. raggiunse il Mare del Nord con il territorio delle odierne provincie slandesi e belghe, a mezzogiorno si estese fino a Chur (Svizzera), a oriente fino a Praga e a Olmütz, a settentrione sopra l'Elba fino al Brandeburgo e all'Havelberg, ivi comprese Hildesheim e Paderborn.
Sotto gli arcivescovi Federico Carlo Giuseppe di Erthal (1774-1802) e Carlo Teodoro di Dolberg (18021817) l'arcidiocesi e la città curtense decaddero in seguito agli avvenimenti spirituali e militari della Rivoluzione Francese. Dal 1797 al 1814 M. fu francese, e sotto Napoleone, nel 1802, divenne vescovato e suffraganza di Mecheln. Il nuovo vescovato comprendeva, alla fine, soltanto i territori alla sinistra del Reno. Nel 1821 la Curia romana provvide a una nuova circoscrizione della diocesi di M., i cui confini si vennero così a identificare con quelli della regione, come era allora, di Hes-sen-Darmstadt. Conformemente a questa nuova divisione la diocesi comprese le tre provincie dell'Hessen : Rheinhessen, Starkenburg e Oberhessen. Sede vescovile rimase M.
Famosi vescovi della nuova diocesi furono: Giuseppe Ludovico Colmar di Strasburgo (1802-18), fondatore in M. del Seminario per sacerdoti e restauratore del Duomo, che fece rifiorire lo spirito cristiano nella diocesi raccogliendo intorno a sé uomini rappresentativi nel cosiddetto "Primo circolo di M. ". Il vescovo Guglielmo Emanuele von Ketzeler (v.), studioso di problemi sociali (1850-77), fondò con Lennig, Heinrich e Moufang il «Secondo circolo di M. ". La prima giornata cattolica tedesca fu a M. nel 1848. Ebbe profonda importanza ed esercitò grande influsso il "Circolo magontino" su tutta la Germania con affermazione della vita religiosa in contrapposto allo Stato. Organo degli uomini cattolici di M. fu il Katholik fondato a M. nel 1821 da A. Rass e N. Weiss,
che si acquistò i più grandi meriti; esso giunse fino al 1918.
Il vescovo Alberto Stohr, dottore in teologia e in diritto "honoris causa", governò fino al 1936. Suo fu il rapporto giovanile alla conferenza vescovile di Fulda, e inoltre il rapporto della commissione liturgica. Questo vescovo ebbe grande parte nella creazione e nella restituzione del rituale tedesco.
Dopo la fine della seconda guerra mondiale (1945) il Reno divenne linea di confine delle forze di occ