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fu il rapporto giovanile alla conferenza vescovile di Fulda, e inoltre il rapporto della commissione liturgica. Questo vescovo ebbe grande parte nella creazione e nella restituzione del rituale tedesco.

Dopo la fine della seconda guerra mondiale (1945) il Reno divenne linea di confine delle forze di occupazione, cosi che la diocesi di M. appartiene per il territorio alla sinistra del Reno alla zona francese, per quello a destra e quella americano. In seguito al nuovo ordinamento dei Lander tedeschi il Rheinhessen appartiene fin dalla fine del 1946 al Land di Renania-Palatinato, mentre le antiche provincie di Starkenburg e di Oberhessen appartengono al Land di nuova formazione Gross-Hessen. I confini esterni della diocesi rimasero invariati.

Monumenti. - Nella città vescovile di M. il Duomo, dedicato a s. Martino, costruito negli aa. 975-1009, 1137, 1238, a cinque navate, doppio coro, sostanzialmente romanico, illustra con i suoi monumenti sepolturali l'arcidiocesi di M. La fioritura dell'arte in M. fu soprattutto nei secc. x, xvir, xv, xviri. In essa nacque linventore della stampa, Giovanni Gutenberg (v.). Nella città sono significative chiese gotiche e barocche. Molte opere d'arte andarono rovinate o distrutte dai bombardamenti aerei (1939-45). Le seguenti chiese della diocesi di M. hanno il rango di « Basilica Minor» papale : il duomo di Worms, la collegiata, un tempo gotica, di Bingen, la Basilica Carolingia dei ss. Marcellino e Pietro in Seligenstadt sul Meno.

L'Università Giovanni Gutenberg, aperta di nuovo nel 1947, ha una Facoltà teologica cattolica.

Per lo studio della storia della diocesi si pubblica a M. il Jahrbuch für das Bistum Mainz, edito da A. Schuchert (dal 1946), l'Archiv für mittellheinische Kirchengeschichte. Beiträge zur Mainzer Bistumsgeschichte (Speyer, dal 1949).

Bist.: Eubel, I, pp. 321 -22; II, pp. 184; III, p. 232; IV, p. 245 ; Beiträge zur Geschichte der Stadt Mainz, 10 voll., Magonza 1914-33; P. Kautesch, Der Mainzer Dom und seine Denkmäler, 2 voll., in 1925. Per altra bibl. cf. J. Schmidt, Mainz, in LThK, VI, coll. 802-808; Cottineau, II, coll. 1797-98. Augusto Schuchert

MAGRI (lat. Macer, Macri), Domenico. - Teologo ed esegeta dell'Oratorio, n. a La Vallaia (Malta) il 28 marzo 1604, m. il 4 marzo 1672. Studiò a Palermo, poi a Roma, donde fu inviato, a soli 19 anni, in Oriente a trattare con il patriarca maronita affari della S. Sede. A Roma fu ordinato sacerdote, poi si occupò, per incarico del card. Palleotto, della versione della Bibbia in arabo. Sotto Innocenzo X fu promosso segretario della Congregazione di Propaganda Fide; fu consultore della S. Congregazione dell'Indice. Il card. Francesco M. Brancaccio, vescovo di Viterbo dal 1654, lo stimò e protesse molto; lo fece canonico della cattedrale di Viterbo, ove M. fu sepolto.

Molto erudito, conoscitore delle lingue semitiche, M. pubblicò, oltre un commento agli inni del Breviario (Viterbo, con l'anagramma Nicodemo Grima) e il Breve racconto del viaggio al Monte Libano (Viterbo 1654, Roma 1655), due celebri opere: 'Avivisorias seu contradicciones apparentes X. Scripturas (Venezia 1645, 1653, Parigi 1665; tra le molte edd., la migliore è quella accresciuta dal teologo Jacques Lefèvre, arcidiacono di Lisieux [1645-1716], Parigi 1685); Notitia de' vecoboli ecclesiastici con la dichiarazione delle ceremonie, dell'origine dei riti sacri, voci barbare e frasi usate dai SS. Padri, concili e scrittori ecclesiastici (Messina 1644, Roma 1650, 20 ed. 1669), opera basata sulla Bibliotheca sacra di Latino Latinio di Viterbo (1513-93), ricca di nozioni utili ancor oggi, che suo fratello Carlo, prefetto della Biblioteca della Sapienza a Roma, traspose in latino ampliandola, con il titolo Hierolezicon sive sacrum dictionarium (Roma 1677, Brema 1692, Venezia 1712 e 1765); la 6a ed. (2 voll., Bologna 1765-67), arricchita da Stefano Sciugliaca, con-

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tiene ca. 8000 voci. M. corresse e provvide d'indici l'edizione romana del Martirologio (1688).

Bibl.: G. Moroni, Dizionario di erudiz. sto-rico-ecciss., XLII, Venezia 1847, p. 23; Hurter, III, col. 286; IV, col. 134 sg.

Antonino Romeo
MAGRI, Pietro. - Sacerdote, musicista, n. a Vigarano Mainarda nel 1873, m. a Oropa il 24 lug. 1937. Studiò nel Seminario di Faenza, ove fu ordinato sacerdote il 19 dic. 1897 . Subito dopo si recò a Venezia, dove fu allievo del Perosi. Vi rimase per 4 anni, vicedirettore della cappella di S. Marco e insegnante di canto al Seminario. Nel 1902 andò maestro di cappella al duomo di Bari e nel igir successe al maestro Casimiri nella direzione della Cappella della cattedrale di Vercelli. Nel 1919 si trasferì al santuario di Oropa, organista e maestro di cappella.

Ha scritto molta musica sacra: messe, salmi, inni, mottetti, sonate per organo e piano, e gli ocaióri La regina dei Pirenei (Lourdes 1913) e La regina delle Alpi (Oropa 1920). Tutte le composizioni del M. sono ispirate e melodinose, vivificate da un'armonia tecnicamente ben condotta. Tenace fu la sua attività per la riforma della musica sacra.

Bibl.: E. Magrini, La regina dei Pirenei, in Riv. mus. it., 20 (1913), pp. 294-905; In memoriam, Torino 1937.
Silverio Mattei
MAHĀBHĀRATA. - Il M., «la grande epopea dei Bharatidi», non è solo il più ampio poema epico della letteratura mondiale, ma anche un'enciclopedia dell'induismo (v.). Digressioni di argomento mitologico, religioso, morale, giuridico; dottrine filosofiche; rimembranze di fatti storici e novelle popolari sono abilmente inserite nel racconto epico, che, sfrondato dalle parti accessorie, potrebbe essere ridotto a un quarto dell'attuale lunghezza. Tuttavia le centomila strofe attribuite al poema dalla tradizione sono un numero eccessivo. Neanche il «textus ornatior», rappresentato dalla recensione meridionale, raggiunge cotesta estensione; l'edito princeps (Calcutta 1863) comprende 89603 strofe, e l'edizione critica di Poona, giunta al fasc. XVI, ne avrà ca. 82000.

Due fratelli, appartenenti alla dinastia dei Bharatidi, Dhrtarāstra e Pāṇdu, hanno ereditato il territorio, approssimativamente compreso tra il Gange superiore e la Sutudrī (Sutlej) che ha per capitale Hastināpura. Dhrtarāstra, nato cieco, non può regnare; perciò il potere resta affidato a Pāṇdu fino alla prematura sua morte, la quale costringe Dhrtarāstra ad assumere le redini del governo. Pāṇdu aveva lasciato cinque figli, detti, dal nome del padre, Panduidi; cento erano i figli di Dhrtarāstra, chiamati Kuruidi, cioè discendenti da Kuru, un celebre antenato che aveva dato il nome anche al territorio (Kuruksetra). Educati a corte e istruiti nel maneggio delle armi insieme con i cugini, i Panduidi li superano ben presto in fortezza e valore, con grande cruccio dell'invidioso Duryodhana, il maggiore dei Kuruidi. Accade che Arjuna, il secondo dei Panduidi, partecipando a un torneo indetto dal re Drupada per maritare la figlia Draupadī al più valente arciere, vince la gara. E poiché i Panduidi avevano pattuito che ogni cosa preziosa doveva essere da loro posseduta in comune, Draupadī diventa la sposa del cinque fratelli. Dopo il matrimonio, Dhrtarāstra, desideroso di vivere in pace con i nepeti, assegna loro la metà del regno, e i Panduidi si trasferiscono a Indraprastha (Indarpat) sulla Yamunā, in prossimità della moderna Delhi. Ma Duryodhana, che cercava il mezzo di liberarsi dagli odiati cugini e riacquistare il territorio perduto, strappato il consenso al debole Dhrtarāstra, fa
invitare Yudhisthira a giocare a dadi con Sakuni, una prima e una seconda volta. Sakuni rappresenta i Kuruidi, Yudhisthira i Panduidi, e la posta della seconda partita è il volontario esilio della parte soccombente per la durata di 15 anni, e la temporanea cessione del regno al vincitore. Perde Yudhisthira che cerca rifugio nella selva Kamyaka con i fratelli e la consorte. Finito il tredicenne esilio, i Panduidi chiedono a Dhrtarāstra la pacifica restituzione della loro parte di regno, ma Duryodhana, imponendosi nuovamente al padre, risponde che non avrebbero restituito neppure tanto terreno, quanto ne poteva coprire la punta di un ago. Da ambe le parti si fa ricorso alle armi, e lo scontro avviene nelle pianure del Kuruksetra, dove Panduidi e Kuruidi combattono, insieme con i loro alleati, una battaglia durata 18 giorni, nella quale i Kuruidi restano sconfitti. All'inizio del combattimento, Krṣna, cugino e alleato dei Panduidi, che guida il carro da battaglia di Arjuna, visto l'abbattimento dell'eroe, il quale vorrebbe rinunciare a combattere per non uccidere i parenti, lo conforta con la celebre teodia, denominata Bhagavadgītā (v.). La vittoria tuttavia non giova ai vincitori che, assaliti di notte a tradimento, vengono quasi distrutti. Sopravvive, con i fratelli, Yudhisthira che governa saggiamente il regno per trentasei anni ed è quindi assunto in cielo dove già lo hanno preceduto i congiunti.

Bibl.: P. E. Pavolini, M., Palermo 1902; M. Winternitz, Geschichte d. ind. Litteratur, Lipsia 1008, p. 273 sgg.

Ferdinando Belloni Filippi
MAHANÀIM (ebr. "due schiere» o "due accampamenti»). - Località di Giordania. Il nome fu dato da Giacobbe allorché sulla via del ritorno da Laban, prima di arrivare al fiume Iaboc ( = Wādi ez-Zerqā) incontrò schiere di angeli (Gen. 32, 2). Era al confine tra le tribù di Gad e di Manasse (Ios. 13, 26. 30). Vi si ritirò David durante la ribellione di Absalom, morto non lontano da M. (II Sam. 17, 24. 29; 19, 32; I Reg. 2,8).

Secondo il viaggiatore Estori ha-Parchi (ca. 1313), che sembra rappresentare la tradizione ebraica, M. dovrebbe identificarsi con le odierne rovine di Hirbet Maḥneh, situate 7 km . a nord di 'Aglūn. La localizzazione, ritenuta da Heidet, Abel, ecc., corrisponde molto bene se si tiene conto del Hirbet Umm el-Hedamus (meglio che quello proposto di e) (Tijarrah) posto a ovest del precedente, suddivisi da una fontana perenne e dove in ambedue si trova a fior di terra la ceramica del periodo del bronzo e del ferro. Altre località proposte dagli studiosi per M. sono: Tulul ed-Iṣshab (Dalman, Fernández), Tell el-Emrameh (Ubach), Tell Hegag (de Vaux).

Bibl.: A. Fernández, Problemas de topografia palestinense, Barcelona 1936, pp. 109-10; F.-M. Abel, Géographie de la Palestine, II, Parigi 1938, p. 373; R. de Vaux, in Vivre et Penser

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( - Revue biblique), 50 (1941), pp. 30-33; N. Glueck, in Bulletin of American schools of oriental research, 92 (1943), p. 15. Bellarmino Bagatti
MAHĀVIRA. - M., "Grande eroe ", è il titolo dato dai suoi correligionari a Vardhamāna, considerato il fondatore del Jainismo (v.), sebbene sia soltanto il riformatore di un ordine monastico, fondato da Pārśva ca. 250 anni prima.

La riforma consiste in un inasprimento della regola, alla quale M. aggiunse il divieto di possedere qualunque cosa, e la pratica della nudità assoluta. L'epiteto di M., suggerito dall'eroismo con il quale Vardhamāna sostenne le più dure mortificazioni ascetiche, fu poi associato con quello di Jina, "il Trionfatore" (del mondo e delle sue passioni), da cui derivano le parole jaina, "seguace del Jina " e jainismo, la religione giainica. I Pārs̄viti si chiamavano invece Nirgrantha, "Svincolati" (dagli interessi mondani), e però M. è designato dalle fonti buddhiste con il nome pāli di Nigantho Nātaputto, "lo Svincolato, figlio del Nāta ", cioè di Siddhārtha, il capo (rājā, rex) della città di Kuṇdapura, oggi Basukund nel territorio di Vaís'āll, l'odierna Besārh, capitale del Videha o Tirhut. I Nāta (sanscrito Jñātr) appartenevano alla nobiltà militare; quando Siddhārtha morì, gli succedette nel governo il figlio maggiore Nandivardhana, e Vardhamāna, che era il secondogenito, e aveva meglio e una figliuola, abbandonò la famiglia in età di 28 anni, seguendo, come il Buddha (v.) la vocazione monastica. Passò dodici anni alternando la meditazione con lunghi digiuni e austere penitenze, finché nell'anno xiti raggiunse la perfetta conoscenza (hevalajāāna) e fu considerato un trionfatore spirituale ed un santo. M. dedicò gli ultimi trent'anni della sua vita all'istruzione dei discepoli e alla propaganda religiosa nel Magadha, nel Videha e nel Kosala, cioè nella provincia di Oudh e nel Behar. Morì settantaduenne a Pāvā, oggi Pāvāpuri, presso Patna. La data della morte è controversa; la più probabile è il 477 a. C., dalla quale si deduce che M. era nato nel 549 .

BibL.: V. Jainsmo. Ferdinando Belloni Filippi
MAHAYANA: v. buddhismo.
MAHDI. - Come concetto religioso, v. ISLĀM; per il capo della rivoluzione antinglese in Egitto v. egitto.

MAHZŌR (MAHĀZŌR). - Rituale sinagogale per le feste annuali (letteralmente "ciclo", da hāzar "tornare periodicamente", in origine termine astronomico); nella Chiesa siriana mahzārtā equivale a Breviarin. Non è escluso che il più antico m. fosse un calendario arricchito da indicazioni concernenti la liturgia. Con l'arricchirsi dei testi per opera dei "pajjetani" (poeti) sinagogali il calendario fu omesso.

A differenza del siddūr ("ordine" di preghiere), che contiene soltanto le preghiere fondamentali, il m. contiene anche le parti poetiche (pijjitilm) di epoca seriore. I più antichi m. appartengono al sec. vi d. C. Il più noto ed apprezzato è quello di Šimhāh di Samuele da Vitry (ca. 1100). Il siddūr di R. H. S̄ēlōmōh Jiṣhāqī fu pubblicato a Berlino nel 1911. Il m. varia secondo il rito (spagnolo, tedesco, italiano). Un m. completo racchiude, oltre le preghiere e i poemi festivi, le lezioni dal Pentateuco (pärātōth) e le letture profetiche haphtārōth, oltre i mēghillōth.

Bibl.: I. Elbogen, Der jüdische Gottesdienst in seiner geschichtlichen Entwicklung, 2a ed., Francoforte s. M. 1924, pp. 6-8. Eugenio Zolli

MAI, Angelo. - Cardinale, paleografo, n. a Schilpario (Bergamo) il 7 marzo 1782, m. ad Albano il 9 sett. 1854. Entrò fra i Gesuiti a Colorno (Parma) nel 1799; ordinato sacerdote, fu, nel Collegio di Orvieto, avviato agli studi di paleografia e dei palinsesti dai pp. Montero e Menchaca, antichi gesuiti spagnoli; nel 1813 ebbe un posto di scrittore alla Biblioteca Ambrosiana. Richiamato a Roma da

Pio VII, nel 1814, quando già s'era acquistata fama mondiale con le sue scoperte, i cardd. E. Consalvi e L. Litta, giudicando che il M., messo a capo della Biblioteca Vaticana, avrebbe servito meglio alla gloria di Dio che nella Compagnia di Gesù, proposero al Papa di farlo uscire dall'Ordine, il che avvenne nel 1819 di reciproca intesa fra Pio VII e il p. generale A.
Fortis. Il M. fu quindi, dal 1819 alla morte, prefetto della Biblioteca Vaticana. Fu poi creato cardinale il 2 febbr. 1838.

Il M. deve la sua celebrità alla scoperta e alla pubblicazione di 359 scritti inediti di antichi autori pagani e cristiani di su palinsesti delle Biblioteche Ambrosiana e Vaticana: orazioni di Cicerone e specialmente parte del De Republica, le opere di Frontone, lettere di Marco Aurelio e Antonino Pio, frammenti di Omero, Plauto, Terenzio, Aurelio Simmaco, della Cronaca di Eusebio di Panfilia, delle Antichità romane di Dionigi d'Alicarnasso, un'opera di Porfirio, l'Itinerarium Alexandri. Dei Padri e scrittori ecclesiastici scoperse opere di Agostino, Ilario, Cipriano, Girolamo, Ambrogio, Atanasio, Cirillo, Gregorio Nisseno e Nazianzeno, Mario Vittorino, Ferrando diacono, Martino, e di molti scrittori bizantini.

Le opere principali scoperte raccolse in 4 grandi collezioni corredandola di introduzioni e note : Scriptorum veterum nova collectio e Vaticanis codicibus edita (ro voll., Roma 1925-38); Nova Patrum Bibliotheca ( 7 voll., ivi 1852-54); Spicilegium Romanum (ro voll., ivi 1939-44); Classici auctores ex codicibus Vaticamis (ro voll., ivi 1828 1838). Si occupò anche per lunghi anni del codice Vaticano della Bibbia, pubblicato poi per ordine di Pio IX dal barnabita C. Vercellone (Roma 1857 e meglio ivi 1859). Si deve aggiungere che l'imperfezione dei mezzi tecnici adoperati per la lettura dei palinsesti distrusse parecchi scritti delle pergamene trattate; e che molti dei testi pubblicati risentono parecchio della fretta impaziente del raccoglitore.

Per il M., il Leopardi, in occasione della scoperta dei «ibri di Cicerone sulla Repubblica, scrisse la canzone: "Italo ardito, a che giammai non posi...".

Bibl.: Sommervogel, V. coll. 323-29: B. Prina, Biografia del card. A. M., Bergamo 1882; G. Cozza-Lusi, I grandi lavori del card. M., in Bessarione, 7 (1904), pp. 103-33; 8 (1902), pp. 29 74; 9 (1905) 308-17; 10 (1906), pp. 169-82; G. Pesenti, A. M. Notizie e docum. dell'infanzia e della giovinezza (1782-1811), in Ball. della Civ. Bibl. di Bergamo, 16 (1922), pp. 153-72; G. Gervasoni, A. M., T. Citecnoi e Bern. De Basti, in Scuola cattolica, 29, 1928, p. 123 sgg., 204 sgg., 290 sgg.; id., Studi e ricerche sui filologi e la filologia classica tra il ' 700 e l' 800 in Italia, Bergamo 1929, pp. 37-227; P. Pirri, Il Colombo dell' Ambrosiana. Lettere di A. M. a G. Andres, in Civ. Catt., 1934, 1, pp. 25-71, 154-49, 227-89; G. Gervasoni, G. Leopardi, filologo e poeta nei suoi rapporti con A. M., Bergamo 1934; id., L'ambiente letter, milanese nel secondo decennio dell' ' 200 , A. M. alla Bibl. Ambrosiana, Firenze 1936 (con ampia bibl.).

Celestino Testore
MAIER, Adalbert. - Esegeta cattolico, n. a Villingen (Baden) il 26 apr. 1811, m. a Friburgo in Br. il 29 luglio 1889. Insegnò dal 1840, a Friburgo, l'esegesi del Nuovo Testamento, distinguendosi per il metodo storico-critico e filologico, e vi fu quattro volte pro-rettore dell'Università.

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Le sue opere principali tutte si riferiscono all'introduzione, esegesi, tcologia biblica del Nuovo Testamento: Exegetisch-dogmatische Entwicklung der neutestamentlichen Begriffe von Zash, 'Aváaraas; und Kpías; (Friburgo in Br. 1840); Commentar über das Evangelium des Johannes (a voll., ivi 1843-45); Commentar über den Brief Pauli an die Römer (ivi 1847); Historisch-kritische Untersuchungen über den Hebräerbrief (ivi 1851; l'attribuisce a Barnaba); Einleitung in die Schriften des Neuen Testamenss (ivi 1859); Die Glossolalie des apostolischen Zeitalters exegetisch-kritisch beleuchtet (ivi 1855); Commentar über den ersten Brief Pauli an die Korinther (ivi 1857); Commentar über den Brief an die Hebräer (ivi 1861); Commentar über den zweiten Brief Pauli an die Korinther (ivi 1865); Exegetisch-kritische Untersuchungen über die Christologie (ivi 1871). Fu inoltre collaboratore assiduo della Zeitschrift für Theologie, della quale fu coeditore (1842-49), e diede molti articoli di storia e archeologia biblica al Kirchen-Lexikon.

BibL.: J. König, s. v. in Badische Biographien, IV, Karlsruhe 1891, pp. 254-58; Freilunger Diöcesno-Archiv, nuova serie, I (1900), p. 231 sg.; Lauchert, s. v. in Allgemeine Deutsche Biographie, LII, Lipsia 1906, p. 152 sg. Adalberto Metzinger

MAIER, Heinrich. - Filosofo, n. a Heidenheim (Württemberg) il 5 febbr. 1867, m. a Berlino il 28 nov. 1933. Laureatosi in filosofia a Tubinga (1892), insegnò filosofia nelle Universitá di Zurigo (1900), Tubinga (1902), Gottinga (1911), Heidelberg (1918) e dal 1922 a Berlino.

Movendo da Sigwart (v.) insiste sull'importanza della psicologia per la logica, senza cadere nello psicologismo (v.); e nella Psychologie des emotionale Denkens (1908) illumina sotto vari aspetti questa sfera del pensiero affettivo e volitivo. Nella sua opera principale in tre volumi, Philosophie der Wirklichkeit (Tubinga 1926-35), presenta una filosofia delle forme della realtà che culmina nella metafisica e si propone «una sintesi dell'idealismo di oggi con il naturalismo di ieri, del modo di pensare aprio-ristico-razionalistico della generazione presente con il positivismo e il criticismo della precedente n. La via che deve percorrere la dottrina della conoscenza è dalla verità alla realtà; la conclusione a cui deve pervenire è che la verità e la realtà sono completamente distinte. Noi non possiamo giungere a conoscere la realtà se non attraverso i nostri processi di coscienza, ma la realtà non si risolve nei fenomeni o negli atti della coscienza individuale e neanche di una coscienza in generale; la realtà è in sé e per sé.

M. ha inoltre pubblicato, con note, la Logik del Sigwart (a voll. 1924), al quale precedentemente aveva dedicato un saggio: Logik und Erkenntnistheorie, 1918. Fra le altre opere: Die Syllogistik des Aristoteles, 3 voll., 1896-1900; An der Grenze der Philosophie (Melanchton, Lavater, Strauss), 1909; Sohrates, 1913 (trad. it. di G. Sanna, 2 voll., Firenze 1943); Das geschichtl. Erkeunen, 1914; Sittlicher Sozialismus oder Individualismus?, 1932.

BibL.: A. Ferro, Veritá e realtú secondo H. M., in Scritti filosofici, Roma 1932, pp. 421-507 (già in Glorn. crit. d. filos. ital., 1928); N. Hartmann, H. M.s Beitrag zum Problem der Kategorien, Berlino 1938. Altre indicazioni, con elenco di tutte le opere, in W. Ziegenfuss, Philosophen-Lexikon, II, Berlino 1930. pp. 98-107.

Andrea Ferro
MAIGNAN, Emmanuel. - Scienziato, filosofo e teologo, n. a Tolosa il 17 luglio 1601, m. ivi il 29 ott. 1676. Entrato a 18 anni tra i Minimi, per le sue spiccate tendenze alle scienze matematiche fu inviato ad insegnarle a Roma. Rientrato a Tolosa nel 1650, continuò l'insegnamento, acquistandosi fama e celebrità per i suoi lavori di matematica e fisica.

Combatte l'astrettismo dei fisici aristotelici del tempo, ed appellandosi all'esperienza tentò l'elaborazione di un sistema filosofico enciclopedico a sfondo sensi-stico-empiristico. Di esso estese i riflessi alle questioni teologiche e particolarmente eucaristiche, vivissime a quel tempo per gli influssi della nuova filosofia cartesiana, nei tentativi di illustrare il mistero della transustaralizzione e la natura delle specie monumentali. Su quest'ultime il M. formulò la sua teoria della a specie intenzionale n, che diede luogo a vivaci polemiche.

Opere principali: Perspectiva horaria, sive de horologiggraphia tum theorica tum practica libri IV (Roma 1648); Cursus philosophicus (4 voll., Tolosa 1652; 2 ed. aumentata, Lione 1673); Sacra philosophia sive entis tum supernaturalis tum increati (2 voll., Tolosa 1662-72); Dissertatio theologica de usu licito pecuniae (Lione 1673), favorevole al prestito ad interesse; De sensibilitate S.mae Eucharistiae Sacramenti per species (Tolosa 1675).

BibL.: J. Saguara, De vita, moribus et scripta E. Maignani, Tolosa 1697; id., Philosophia Maignani scholastica, Ivi 1703; id., Systema eucharistizam p. Maignani vindicatum, Ivi 1705; H. P., Projet pour l'histoire du p. M. et apologie de la doctrine de ce philosophe, ivi 1703: G. M. Roberti, Disegno storico dell'Ordine dei Minimi, II, Roma 1908, pp. 394-600: C. De Waard, L'expérience barométrique, ses antécédents et ses explications, Thouars 1936, pp. 101-41, 183-91; M. Grabmann, Die Philosophie des Cartesius und die Eucharistielehre der E. M., nel volume in collaborazione Cartesio, Milano 1937, pp. 425-36; G. Patricelli, La teologia eucaristica del p. E. M. O. Minim., Roma 1938.

MAIGROT, Charles. - N. a Parigi nel 1652, m. a Roma il 28 febbr. 1730. Ordinato sacerdote nel 1676 e dottore alla Sorbona nel 1678, entrò nel Seminario delle Missioni Estere di Parigi nel 1680 e il 19 genn. 1681 partì per la Cina, dove giunse nel 1683 con mons. Pallu, che, il 23 luglio 1684, lo nominò provicario per il Fukien, Kiang-si e il Chekiang. Alla morte di mons. Pallu, il 29 ott. 1684 divenne amministratore delle missioni della Cina e il 5 febbr. 1687 fu nominato vicario apostolico del Fukien.

Il 26 marzo 1693 il M. condannò alcuni riti cinesi (v.) e in seguito all'opposizione di alcuni missionari inviò copia a Roma delle proibizioni date. La S. Sede si pronunciò dieci anni più tardi e nel frattempo il M. ricevette un breve ( 15 genn. 1697) di felicitazioni per il suo zelo a mantenere la purezza della fede. L'anno avanti ( 20 ott. 1696) era stato nominato vescovo titolare di Canon e di nuovo vicario apostolico del Fukien. Ricevette la consacrazione episcopale il 14 marzo 1700 a Kiang-si (Chekiang). Il 20 nov. 1704 un decreto del S. Uffizio approvò le proibizioni stabilite dal M. Questo decreto fu notificato ai missionari della Cina dal De 'Tournon che aveva portato al M. un breve elogiativo del Papa in data 20 giugno 1702. Nel 1706 il M. si recò a Pechino in seguito ad invito dell'imperatore Kang-hi che gli diede l'ordine di mettere in scritto tutto ciò che negli insegnamenti di Confucio giudicava contrario alla religione cristiana. L'Imperatore rispose esiliandolo, e il M. l'8 marzo 1707 si imbarcò per l'Europa, il 4 maggio 1708 rassegnò le dimissioni dall'ufficio di vicario apostolico del Fukien e nel 1709 si recò a Roma su invito di Clemente XI e ivi morì. Fu seppellito nella chiesa della Trinità dei Monti.

BibL.: A. Launay, Mémorial de la Société des M.E.P., II, Parigi 1918, pp. 421-23; Pastor, XIV, II, pp. 477-79; XV, pp. 314337. Antonio Anoge

MAILLARD, Olivier. - Francescano, n. a Juigné, in Bretagna ca. il 1430, m. a Tolosa il 22 luglio 1502. Prese l'abito nella vicaria osservante di Aquitania, ove esercitò per cinque volte l'ufficio di superiore provinciale. Per tre volte fu pure vicario generale della Osservanza transalpina (1487, 1493, 1499).

Durante l'ultimo suo triennio di governo, partirono per l'America recentemente scoperta i primi missionari francescani. Fu grande oratore e svolse la sua attività specialmente nella Francia meridionale e anche in Germania; parlatore di cruda francescana, lasciò anche molti scritti, particolarmente oratori e ascetici, che ebbero molte edizioni. Fra gli scritti oratori da ricordare: Sermones de adverata, quadragesimales et dominicales (3 voll., Parigi 14971498), i Sermones dominicales (2 voll., Parigi 1515-16), il Quadragesimale predicato a Bruges. Fra gli scritti ascetici vi sono vari opuscoli sulla Passione di N. S. Gesù Cristo e un metodo per la Confessione (Parigi 1481). Scrisse anche in lingua francese opere che furono raccolte da A. de la Barderie (Nantes 1877).

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BibL.: N. Glassberger, Chronica (Anulecta Franciscana, 2), Quaracchi 1887, pp. 204-206, 223-27 e passim; J. F. Samoulluca, Etude sur la chaire et la société françoise au XVe siècle, O. M., Tolosa 1891; Mariano da Firenze, Compendium Chronicarum, in Arch. Franc. hist., 4 (1911), pp. 329-33; Wadding, Annales, XIV-XV, v. indici; Sbaralea, Supplementum, II, pp. 298-300; anon., Le moine au franc parler, O. M., Parigi 1944.

Alberto Ghinato
MAILLÉ, Jeanne-Marie de, beata. - Virtuosissima dama francese, terziaria francescana, n. nel castello di Roche-St-Quentin (Turenna) il 14 apr. 1332, m. a Tours il 28 marzo 1414. Per obbedire alla madre, s'unl con Roberto barone di Silly, con il quale visse verginalmente. Mortole lo sposo (1362), fu cacciata dal castello, diede il suo ai poveri e visse di elemosina, servendo i lebbrosi, gli orfani, i carcerati, convertendo le donne traviate. Trascorse gli ultimi anni presso la basilica di S. Martino a Tours, in eroico nascondimento, immersa nella contemplazione mistica. Il suo culto fu approvato nel 1871. Festa il 28 marzo.

BibL.: P. D. Janvier, La b. 7.-M. de M., baronne de Sillé, Parigi 1888; L'encecla serafica, II, Quaracchi 1898, pp. 126-26; L. de Chérance, La b. 7.-M. de M., ivi 1902; G. Goyau, Figurines franciscaines, ivi 1921, pp. 82-90; M. de Crisenoy, Bte 7.-M. de M., la mestique des temps de nature, ivi 1948. Felice da Marmo

MAIMBOURG, Louis. - Gesuita, predicatore e storiografo, n. a Nancy il 10 genn. 16ro, m. a Parigi il 13 ag. 1686. Dopo 16 anni di insegnamento letterario, si diede alla predicazione e soprattutto a lavori storici, prendendo come argomento le scissioni e le eresie sviluppatesi lungo la storia del cristianesimo.

Nemico acerrimo del giansenismo e del protestantesimo dal pulpito e con parecchi scritti, nei quali cercò di preparare il ritorno dei dissidenti alla Chiesa cattolica; induise, invece, alla teoria delle cosiddette "libertà gallicane", facendosene tenace e vivace difensore; il che gli fruttò la condanna di varie opere e l'imposizione da parte di Innocenzo XI di lasciare l'Ordine (1681). Luigi XIV, allora, gli accordò una lauta pensione di 3000 franchi e l'alloggio nell'antica abbazia di S. Vittore a Parigi, dove continuò i suoi lavori.

Le opere condannate sono: Histoire du grand Schisme d'Occident (Parigi 1678; decr. 23 maggio 1680), dove, parlando del Concilio di Costanza, difende quelli che erano considerati scismatici, si mostra assai contrario all'operato di Urbano VI e alla esclusività di un papa romano o italiano; Histoire de la décadence de l'Empire après Charlemagne (ivi 1679; decr. 23 maggio 1680), in cui, fra l'altro, sostiene i diritti dei re sulle temporalità della Chiesa; Histoire du luthéranisme (ivi 1680; decr. 12 dic. 1680), in cui vuole ridurre l'origine della grande eresia alla sola questione delle indulgenze; Traité historique de l'établissement et des prérogatives de l'Eglise de Rome et de ses évesques (ivi 1685 ; breve di Innocenzo XI, 4 giugno 1685 ); vi sostiene che Pietro è vescovo di Roma e i papi sono i suoi successori solo in questo vescovato; contesta l'infallibilità personale del papa, esige per i giudizi «decisivi e definitivi " l'intervento del Concilio, propugna l'autonomia di governo dei vescovi di fronte alla S. Sede; Histoire du pontificat de st Grégoire le Grand (2 voll., ivi 1686; breve di Innocenzo XI, 26 febbr. 1687), dove propugna le medesime teorie gallicane a proposito della questione delle investiture. Altre opere: Histoire de l'arianisme (ivi 1673); Histoire de l'hérésie des iconoclastes (ivi 1674); Histoire des Croisades (ivi 1673), Histoire du schisme des Grecs (ivi 1678 ).

Tutte le opere ebbero numerosi lettori e traduttori, perché scritte con grazia di stile e vivacità, ma talora l'apologista o lo stiliata prendono la mano allo storico in danno della veracità. Ora, le moltiplicate ricerche critiche e storiche ne hanno ridotto di molto il valore.

BibL.: Le opere storiche furono raccolte in 14 voll.: Hist. du sieur M. cy devant jésuite (Parigi 1686). Cf. Sommervogel, V, coll. 343-56; H. Reusch, Der Index der verbotenen Bücher, II, Bonn 1882, pp. 583-86; H. Hutter, s. v. in Kirchenlex.,

VIII, coll. 506-507; J. Carrcyry, s. v. in DThC, IX, n. coll. 1656 1661.

Celestino Testore
MAIMON, Salomon. - Filosofo, n. a Neschwitz (Lituania) nel 1754, m. a Nieder-Siegersdorf (Liegnitz, Slesia meridionale) il 22 nov. 1800 . Il suo nome originario era S. ben Yčhōshunā (quello di M. lo assunse in omaggio a Maimonide [v.] che ebbe in massima venerazione). Figlio di un rabbino, si diede fin dall'infanzia, trascorsa in strettezze economiche, allo studio del Talmud. Visse a Berlino, Amburgo, Königsberg, Amsterdam, Hannover, Breslavia e trascorse gli ultimi anni presso il conte Kalckreuth, nella Slesia.

La Lebensgeschichte (Berlino 1793; trad. it. Milano 1920), il documento più efficace della sua vita randagia ed agitata, contiene, tra l'altro, un triste quadro delle condizioni sociali della Polonia di quel tempo. Vanno ricordate tra le altre sue opere: Versuch über die Transzendentalphilosophie (Berlino 1790); Philosophisches Wörterbuch, ecc., (ivi 1791); Bacons von Verulam neues Organon (ivi 1793); Versuch einer neuen Lagih oder Theorie des Denkens (ivi 1794); Die Kategorien des Aristoteles (ivi 1794); Kritische Untersuchungen über den menschlichen Geist, ecc. (Lipsia 1797).

La filosofia di M. si sviluppa in pieno kantismo. La Transzendentalphilosophie risulta dalle varie tendenze sulle quali si è formata la sua cultura filosofica; in particolare quella kantiana, bumiana e spinozistmo-lelbuiziana. Il dualismo kantiano di sensibilità e intelletto portava da una parte all'ammissione di una cosa in sé come causa delle rappresentazioni, dall'altro alla necessità di un potere unificante il diverso. La soluzione di M. consiste nell'aver eliminata la presupposizione della cosa in sé come causa delle rappresentazioni e nell'aver ridotto la conoscenza alla sintesi dei dati prodotti dalla immaginazione. L'originarsi di questi dati rimane sconosciuto perché si svolge in una sfera remota della coscienza. "Il dato è ciò che la coscienza non può produrre a suo piacere, ma ciò che è prodotto in essa senza che ne penetri la causa ed il modo di produzione, cioè una coscienza imperfetta. Questa imperfezione della coscienza può essere notata attraverso una decrescenza che va dalla coscienza chiaramente determinata fino al niente della coscienza. Di conseguenza, il dato è la semplice idea del limite di questa serie, alla quale ci si può avvicinare come ad una grandezza irrazionale senza poterla comprendere (Philos. Wort., p. 169). Questo limite che sfugge ad ogni intuizione è il "differenziale della coscienza ". In merito alle forme a priori, esclusa, con Kant, la tesi naturalistica dello spazio e tempo come proprietà delle cose in sé, M. nega la possibilità di considerarli forme trascendentali dell'oggetto. Nella Logik (1794) il M. modifica sostanzialmente la sua gnoseologia, lasciando finalmente l'impressione di un eclettismo che egli stesso non esitò a chiamare Koalitionz̧istem.

La filosofia di M., considerata come capitolo del kantismo, benché si muova su di un piano diverso dalla Critica, come riconobbe lo stesso Kant (a M. Herz, 26 maggio 1789, in Briefwechsel, ed. Meiner, I, Lipsia 1924, pp. 395-402), ha tuttavia in comune l'esigenza di una riforma dei principi per una metafisica avvenire. L'insufficiente analisi del dato al quale non è riconosciuta la proprietà dell'immediatamente noto, e il mantenuto carattere della costruttività della coscienza, costringono tuttavia questa filosofia nelle angustie del fenomenismo.

BibL.: I. H. Witte, S. M., Berlino 1826; F. Kuntze, Die Philosophie S. M.s. Heidelberg 1912; M. Gueroult, La philosophie transcendentale de S. M., Parigi 1929. Per una valutazione della filosofia del M. in rapporto alla evoluzione dell'idoclinmo trascendentale cf. A. Massolo, Schelling e la «Dottrina della scienza». Firenze 1920. Altre indicazioni in Uberweg, III, p. 720.

Enrico Garulli
MAIMONIDE (Möfeh ben Majmān). - Rabbino, filosofo, noto con l'abbreviazione Rambam (R.M.

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(fat. Alivari)
(do B. Backan-H. Read, English pottery, Londra 1924, tav. 20)
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(fat. Florentini - Venezia)
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(fat. Gab. fol. naz.)
In alto a sinistra: GRANDE PIATTO CON IL LEONE DI FIRENZE (sec. xv) - Parigi, Louvre. In alto a destra: ADAMO ED EVA. Piatto decorato in bianco su fondo verde oliva (ca. 1670). Opera di Thomas Toft (Straffordshire). Al centro: ORFEO CHE INCANTA GLI ANIMALI. Coppa di Nicola Pellipario (sec. xvi) - Venezia, Museo Correr. In basso: COPPE ROMANE DI MAIOLICA DI TIPO FAENTINO (sec. xiv) Roma, Museo di Palazzo Venezia.

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(per curtesia del prof. G. Bollardini)
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(fol. Gab. fol. aec.)
In alto a sinistra: COPPA CON L'IMMAGINE DI S. GUIDO. Opera di Mastro Giorgio Andreoli da Gubbio (1525) - Pesaro, Palazzo Ducale. In alto a destra: COPPA DIPINTA DA HENRY MATISSE (1950) con dedica autografa - Faenza, Museo Internazionale delle ceramiche. In basso: MAIOLICHE OLANDESI ESPOSTE ALLA MOSTRA DI PALAZZO VENEZIA del 1949 (sec. xvi-xviII).

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B.M.), n. alla vigilia della Pasqua ebraica ( 30 marzo) 1135 a Cordova, m. in Egitto il 13 dic. 1204. Suo padre, discepolo della scuola talmudica di Jishāq al-Fāsī, faceva parte del tribunale rabbinico. Era un periodo di fioritura di vita spirituale nell'Andalusia e nella Castiglia, con uomini come Ibn 'Ezrā' (v.) e Giuda Levita (v.). Il giovane M. acquistò molto sapere nella letteratura ebraica e araba; ma quando aveva 14 anni i fanatici Almohadì occuparono la città e gli ebrei dovettero andare in esilio o passare all'islām (a. 1148). Ramingo, M. si occupò di filosofia araba, astronomia, matematica e scienze naturali, e specialmente di medicina. Da fonti arabe apprese la filosofia aristotelica.

Verso il 1160 si trasferì con la famiglia nell'Africa del nord e si stabilì a Fez. Anche qui molti ebrei dovettero assumere almeno pro forma il credo islamico. Un fanatico diffuse allora uno scritto in cui si diceva che un'adesione verbale all'islām, anche per chi continuasse a praticare il giudaismo, significava apostasia completa. Nel timore che tale scritto potesse tramutare le adesioni verbali in reali, M. contrappose la sua Lettera sull'apostasia, in cui sosteneva che non si trattava d'abbracciare i riti dell'islām, ma di pronunciare, in via transitoria, la formala della fede in Maometto; apostasia significa invece la rinuncia spontanea alle proprie convinzioni.

Ben rosto M. e i suoi dovettero rifugiarsi in Palestina (primavera del 1165). Dopo un viaggio pericoloso, giunsero ad Acco. Da qui andarono a Gerusalemme, indi a Hebron. Dalla Palestina si trasferirono in Egitto, ove dimorarono ad Alessandria e poi nell'antico Cairo (al-Fustāt). Dopo la morte del fratello David, M. si diede all'esercizio della medicina. Dal 1170 al 1180 fu medico del sultano egiziano Saladino e del suo viale. In pori tempo stava a capo della comunità israelitica del Cairo, e ben tosto fu riconosciuto nāghīdh ( x principe \% ) tra i suoi correligionari egiziani. Da molte comunità dell'Oriente gli venivano richieste di responsi, a cui si attribuiva valore legale. Nel 1168 compì, dopo 10 anni di lavoro, il suo ampio commento alla Mišnāh (v.), redatto in arabo. Tale opera fu ripetutamente tradotta in ebraico. Lo scopo dell'opera è di rendere intellegibile la Mišnāh, indipendentemente dalla discussione della Gōmärǟ (v.). Dal commento si vede che gli stanno a cuore la dogmatica e l'etica. Nell'ultimo capitolo del commento al trattato Sanhedhrin parla dell'immortalità dell'anima, e presenta anche i suoi 13 articoli di fede: 1) esistenza di Dio «reatore, 2) assoluta unità di Dio, 3) sua incorporeità e 4) immutabilità, 5) sua eternità e supertemporalità, 6) dovere di servire solo Iddio, 7) veridicità della profezia biblica e in particolare della rivelazione mosaica, 8) inerranza della Töräh, 9) sua immutabilità, ro) onniscenza di Dio, in) giustizia delle ricompense, 12) venuta del Messia, 13) risurrezione dei morti. Nella introduzione al trattato 'Abāth, M. tratta dell'anima e della morale.

Al Cairo M. raccolse in un codice intitolato Mišnēh Töräh ( = Seconda Legge x ) tutte le leggi, i dogmi e le prescrizioni rituali. Il codice è redatto in un ebraico molto limpido, per cosi facilitare la prassi religiosa: si tratta di un compendio dell'insegnamento orale, come è contenuto nella vasta letteratura talmudica. L'opera, compiuta nel 1180 , si divide in 14 libri; 14 in valore numerico ebraico corrisponde a jādh ( x mano x ), e perciò il secondo titolo dell'opera è Yādh ha-daz̃dāah (x Mano forte x). Il cap. I ( Libro della conoscenza x) è un'illustrazione filosofica della dogmatica ebraica; l'esposizione è di carattere razionalistico: messianismo significa per M. fratellanza umana.
M. scrisse in arabo una trattazione sui 613 precetti rabbinici, distinguendo nettamente tra prescrizioni bibliche e talmudiche; il Codice di M. fu molto discusso.

La principale opera filosofica di M., che Gilson definisce "una vera somma di teologia scolastica giudaica", è Mōrēh nēkhīhhim, "La guida degli amariti" (v. GUDAISMO). M. è anche autore di vari scritti di medicina in lingua araba.

Bibl. : W. Bacher-M. Brann-D. Simonsen-J. Guttmann, Moses ben Maimon, sein Leben, seine Werke und sein Einfluss, I, Lipsia 1908; II, ivi 1914; autori vari, s. v. in Yüd. Lex., III, coll. 1306-28; S. Dubnow, Weltgeschichte, IV, Berlino 1926, pp. 387 sgg., 446 sg., 463 sg.; J. Guttmann, Die Philosophie des Judentums, Monaco 1933, p. 402 sg.; E. Zolli, In margine a Hithot 'Abodot Kohabim di M., in Annuario di studi ebraici, 2 (1932-37), pp. 87-97; E. Gilson, La philosophic au moyen-âge, 2^{text {e }} ed., Parigi 1947, pp. 373-76 e passim.

Eugenio Zolli
MAINARDI, Agostino. - Agostiniano passato alla « riforma » e poi pastore a Chiavenna, nei Grigioni, n. nel 1482 a Caraglio (Cuneo) e m. a Chiavenna il 31 luglio 1563 . Non si sa con precisione quando incominciasse ad inclinare verso il protestantesimo. Il suo quaresimale del 1532 ad Asti e soprattutto quello del 1538 a Roma, in S. Agostino - dove suscitò le proteste di s. Ignazio di Loyola e dei Gesuiti lo resero sospetto. A Milano, infine, nel 1541, durante il quaresimale nella chiesa di S. Marco, il M. sostenne idee cosi apertamente eretiche che il governatore, marchese del Vasto, lo segnalò al capitano di giustizia e si podestà del ducato perché lo arrestassero.

Poco dopo (probabilmente nell'estate del 1541), fattasi insostenibile la sua posizione, il M. prendeva la fuga. Predicò a Tirano e prosegul quindi nei Grigioni dove divenne pastore della comunità riformata di Chiavenna. Legatissimo al Bullinger (v.), di cui sosteneva le idee, venne presto a contrasto con i gruppi di anabattisti, soprattutto esuli italiani, numerosi nella zona. Fra questi «accademici scettici» cupidi «di stranezze e novità » come li definivano i protestanti, particolarmente accanto contro il M. si mostrò Camillo Renato (v.). La controversia con il Renato riguardava la questione della Cena, intesa dal M. in senso calvinistico e dal Renato e dai suoi ritenuta priva di valore. La controversia, iniziatasi verso il 1545 , continuò fino al 1551 , essendo stato il Renato scomunicato nel 1550 e bandito quindi dalle Chiese zetiche; ma continuò in forma latente e fu ripresa più tardi, quando le idee del Renato furono diffuse e sviluppate contro il M. da Pietro Leoni e da Ludovico Fieri. Anche questa volta, processati gli anabattisti, il M. ottenne vittoria. Delle opere del M. si ricordano il Trattato dell'Eucaristia (1552), il Trattato dell'unica et perfetta satisfactione di Cristo (1561), Un pio et utile sermone della Gratia di Dio (1562). Pare che sia suo il libello Anatomia della Messa, pubblicato sotto lo pseudonimo di Antonio di Adamo, oscena parodia del divino Sacrificio, tradotto in francese dal segretario di Calvino, Villars, ed in latino da P. P. Vergetto.

Bibl.: Unico lavoro complessivo sul M. è quello di A. M. Armand Hugon, A. M. Contributo alla storia della Riforma in Italia, Torre Pellice (1943) che è però del tutto inadeguato; anche i dati biografici vanno controllati per i numerosi errori di fatto; cf. ancora B. Fontana, in Arch. d. Soc. rom. di st. patria, 17 (1822), pp. 62-165, 365-474; F. C. Church, I riformatori italiani, trad. it., I, Firenze (1933), pp. 25, 231 sgg. e passim; A. Casadei, Lisia Fileno e Camillo Renato, in Religio, 15 (1939), pp. 4-86; F. Chabod, Per la storia religiosa dello Stato di Milano durante il dominio di Carlo V, in Annuario del R. Ist. stor. ital. per l'età mod. e contempor., 2-3 (1936-37), pp. 109 e n. I. 192 sg.; D. Cantinuzi, Eretici italiani del Cinquecento, Firenze (1939), pp. 74 sgg., 186 sgg., 284 sgg.

Franco Bolgiani
MAINARDI, Arlotto. - Detto «il Piovano», perché titolare della pieve di S. Cresci si Maciuoli, ove n. nel 1596, m. a Firenze il 24 dic. 1484. Fu contemporaneo e parente dell'arcivescovo s. Antonino Pierozzi. Visitò le Fiandre, l'Inghilterra e il Regno delle due Sicilie, quale cappellano di nave.

La sua indole faceta e bonaria rivive nelle Facesie, che, raccolte da un anonimo e stampate la prima volta a Firenze verso il 1510 , furono tradotte in varie lingue. La forma vivacissima e l'apparente ingenuità velano una reale acutezza di osservazione; né riesce difficile isolare dal folto dei detti ed episodi bizzarri una sostanza morale, di puro stampo popolare. Prima della Messa, s. Filippo Neri si faceva leggere qualcuna delle Facesie per

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non venir sorpreso dall'estasi (L. Ponnelle-L. Bordet, St Philippe Neri, Parigi 1929, p. 77). La burla del vino e dei tordi è nota anche per la rappresentazione pittorica fattana da Giovanni da S. Giovanni (Pitti). L'esigrafe sulla tomba del Piovano nella chiesa fiorentina di Gesù Pellegrino è l'estrema spia dell'estrosità dell'uomo: "Questa sepoltura ha fatto fare il piovano Arlotto per sé e per tutte quelle persone le quali dentro entrare vi volessino».

BibL.: Opere : Le facezie del p. A., precedute dalla sua vita e annotate da G. Baccini, Firenze 1884; Scelta di facezie e burle del p. A. a cura di L. Bracalori, ivi 1926. Studi: A. Wesselski, Le facezie del p. A., Berlino 1910; L. Di Francia, Novellistica, I. Milano 1924, pp. 380-90; B. Migliorini, Dal nome proprio al nome comune, Ginevra 1927, pp. 127-58; G. Poytavi de Fauquies, Figures florentines d'autrefois. Un Robalnis florentin: le "Piovano Arlotto", in Nouvelle revue, 4 (1927), pp. 278-84. Enzo Navarra

MAINE DE BIRAN, François-Pierre. - Filosofo e uomo politico, n. a Bergerac il 29 nov. 1776, m. a Parigi il 22 luglio 1824. Nobile, antirivoluzionario, ma non reazionario, ricoprì cariche politiche rilevanti durante l'Impero e la Restaurazione (membro del Consiglio dei Cinquecento, Questore alla Camera ecc.).

La filosofia biraniana si presenta come un itinerario di meditazione personale che trova nel «Diario» (Journal intime) la sua espressione più significativa : iniziatasi con gli schemi scientifici dell'ideologia (v.), essa si conchiude in uno stile spiritualistico e con un approdo religioso nello sforzo di recuperare, contro le tendenze dell'ideologismo, entro l'io psicologico l'io consistente e un principio adeguato per il suo approfondimento metafisico. Tale principio è il senso intimo, forma immediata e diretta di contatto e di presenza dell'io a se medesimo. Fatto primo costitutivo del senso intimo è l'effort, o tendenza all'essere, punto di inizio dell'autocoscienza, e pertanto condizione prima del meccanismo psichico e insieme criterio per la conoscenza della sua realtà metafisica : elemento equivalente, in questo senso, al cogito cartesiano, ma del tutto diverso da esso. Nel.'effort infatti l'esistente assume coscienza di sé non come pensiero formale, ma, concretamente, come una tensione attiva che si applica ad una resistenza passiva. Per tal via, partendo da una istanza critica analoga a quella di Kant, M. de B. tende, più che ad ammettere la parziale verità di empirismo e razionalismo, a trovare nel senso intimo e nell'effort una terza misura, dopo l'esperienza sensibile esterna e la razionalità pura, per la conoscenza umana, tale che permetta la sussistenza di una conoscenza metafisica. L'effort, infatti, fornisce potenzialmente, con la sua composita natura (che rivela l'idea primigenia di forza attiva e di resistenza assoluta), le forme a priori di essere, sostanza, forza, durata, spazio, assoluto, ecc., che rendono possibile la conoscenza umana in generale, e che costituiscono in particolare i termini di validità della metafisica. Tali idee non sono che una traduzione della credenza primitiva implicita nel senso intimo, il quale diventa così, per eccellenza, facoltà dei principi assoluti, o, come si esprime il M. de B., facoltà delle credenze. Le idee prime, apprese nel concreto del loro riferimento all'io, si presentano così come oggettive ed assolute (sistema dei principi assoluti pertinenti la metafisica) e sono insieme dinamiche e formali nel senso che condizionano il sistema delle nozioni acquisite, pertinenti la scienza. Tale distinzione permette a M. de B. di concepire la facoltà della credenza come direttamente aperta alla conoscenza metafisica di Dio. Cogliendosi come forma e come attività, l'io presuppone contenuta in questa conoscenza concreta di sé la nozione dell'attività o forza assoluta, non in senso astratto o generale ma, proporzionatamente alla natura stessa dell'io, come Soggetto assoluto, Causa libera agente : l'idea di Dio, fornita dalla facoltà della credenza, è pertanto oggettiva, assolutamente necessaria, e designa non un principio generico, bensì un Soggetto personale, lo stesso Soggetto specifico della fede religiosa, Dio. M. de B. tende a ricomporre su questa base il quadro di un'antropologia completa: la vita umana, che è fondamentalmente tendenza ad un equilibrio psichico elementare e animale, il cui spicentro è già l'effort,
ma ancora come conato biologico (prima vita o vita animale o vita dei sensi), si fa più tardi tendenza ad un equilibrio di natura non biologica, ma morale, avente quale spicentro l'effort visto come coscienza spirituale di sé e volto a rendere l'io dominatore di se medesimo (vita seconda, o propriamente umana). Nell'ultimo M. de B. (1813-24), avviato alla conversione religiosa, oltreché intellettuale, al cristianesimo, si delinea una terza forma di equilibrio di vita: quella cristiana, incentrata sulla presenza operante di un elemento che trascende l'anima (terza vita, vita dello spirito o della Grazie). La compresenza delle tre vite, assunta con valore non psicologico, ma metafisico, descrive un'antropologia a visione ascendente e unitaria, che è la creazione conclusiva del biranismo.

La raffinata sensibilità per l'autobiografia spirituale e un'acuta disposizione introspettiva inseriscono M. de B. nella tradizione dei grandi «moralisti» e «saggisti» francesi. Ma il merito principale della speculazione biraniana è la capacità di congiubare nel sondaggio interiore dell'uomo, profondamente e personalmente vissuto, i quesiti filosofici salienti del mondo moderno, primo innanzitutti il problema critico. M. de B. è un teoretico e un metafisico, oltreché un grande intimista, per aver denunciata la necessità assoluta di una soluzione congiunta del problema critico e del problema metafisico, e per aver intravisto la possibilità dell'attuazione di tale congiunzione sulla linea di un approfondimento della concezione moderna dell'autocoscienza, sottratta all'astrattismo cartesiano, e resa capace insieme di rendere conto dell'aprissismo sintetico del conoscere, illustrato da Kant come condizione di conoscenza critica, e della oggettività e concretezza del senso intimo e del sapere originario dell'io, scoperta da Agostino come base e luogo di sapere metafisico. I limiti della filosofia di M. de B. sono molteplici : il permanere di una curiosità analitica, appresa alla scuola degli ideologi, ostacola la com