volume-07

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ismo cartesiano, e resa capace insieme di rendere conto dell'aprissismo sintetico del conoscere, illustrato da Kant come condizione di conoscenza critica, e della oggettività e concretezza del senso intimo e del sapere originario dell'io, scoperta da Agostino come base e luogo di sapere metafisico. I limiti della filosofia di M. de B. sono molteplici : il permanere di una curiosità analitica, appresa alla scuola degli ideologi, ostacola la comprensione coerente e concreata della terza vita e rende frammentaria la speculazione, cosi come il gusto intimistico spesso tende a confondere la vita con la speculazione su di essa. Di qui lo opposte accuse, e non esatte tuttavia, anche se giustificabili, di psicologismo autobiografico o di scientificismo astratto, mosse dalla critica. Importantissimo l'influsso del biranismo sulla tradizione francese successiva (Ollé-Laprune, Blondel, Le Senne, ecc.).

Opere fondamentali, quasi tutte pubblicate postume: Journals intime (1792-96; 1813-24); Nouveaux essais d'anthropologie (1823-24; riproducente parte del Journal, specie 1818-19). Altri testi essenziali : Premier e Second mémoire sur l'habitude (1800, 1801-1802); Mémoire s. la décomposition de la pensée (1805-1807); Mém. s. les rapports du phys. et du moral de l'homme (1811); Essais s. le fondem. de la psychol. (1812); Des rapports d. sciences natur. avec la psychol. (1813); Fragments relatifs aux fondem. de la morale et de la religion (1818); Nouvelles considér. s. les rapports du phys. et du moral de l'homme (1820); Considér. sur les principes d'une divis. de faits psycholog. et physiolog. (1822).

Bibl.: Edd.: Oeuvres posthumes, 3 voll., a cura di V. Cousin, Parigi 1841; Pensées a cura di E. Naville, ivi 1841; Oeuvres ined., 3 voll., id., ivi 1859; più oltre ed. parziali, Oeuvres complètes, 7 voll., a cura di P. Tisserand, ivi 1920-30. Trad. it. : Nuovi Saggi di antropologia, a cura di M. Ghio, Torino 1949; M. de B. (antol., introd. e bibl.) a cura di M. T. Antonelli, Brescia 1948. Studi : a) Biografie : A. La Vallette-Mondoum, M. de B. Essais de biogr. histor. et psychol. (1766-1810), Parigi 1914; E. Naville, M. de B., sa vie, ses pensées, ivi 1857. b) Pensiero: P. Tisserand, introd. alle Oeuvres complètes; id., L'anthropol. de M. de B. ou la science de l'homme intérieur, ivi 1909; J. Faliard, Le raisonn. selon M. de B., ivi 1925; G. Barbillon, De l'idè̀ de Dieu dans la philos. de M. de B., Grenoble 1927; G. Le Bon, L'expérience de l'effort et de la grâce chez M. de B., Parigi 1937; R. Vancourt, La théorie de la connaître, chez M. de B., ivi 1944; A. M. Monette, La théorie des premiers principes selon M. de B., ivi 1945; A. Funke, M. de B. Philos. u. polis. Denken, Bonn 1947; M. Ghio, M. de B. e il biranismo, Torino 1947; H. Goulion, La comters. de M. de B., Parigi 1948. Maria Teresa Antonelli

MAIN'TENON, Françoise d'AubignÉ, marchesa di. - Favorita e (dal 1684) moglie morganatica

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(da Cuirat, La letteratura religirase de Franfais de Sales a Fractan, Parigi 1685 pag. 100
MaIntenon, Françoise D'Aubigné Déseano di Ch. Lebrun - Parigi. Biblioteca della Scuola di Belle Arti.
di Luigi XIV, n. a Niort il 17 nov. 1635 da Costant d'Aubigné, figlio di Théodore Agrippa ed allora in carcere per falsificazione di moneta. Educata nella religione calvinista dalla zia M.me de Villette, si converti al cattolicesimo dopo la morte di lei.

Dama di compagnia della duchessa di Lesdiguières, andò sposa nel 1632 al poeta Scarron e brillò al centro di un importante circolo letterario. Vedova nel 1660 , attese all'educazione dei figli illegittimi che Luigi XIV aveva avuti dalla Hendincourt, ricevendone in compenso il titolo marchionale ( 1673 ). Ascese quindi ai favori del Re, sulla cui politica, particolarmente religiosa, ebbe una certa influenza (lotta contro il quietismo). Grazie alla sua libertà, la M. poté fondare a St-Cyr un collegio per l'educazione di fanciulle nobili e scarse di mezzi (1686) : per le recite invernali di quel collegio (1689-91) Racine compose Esther e Athalie. L'indirizzo pedagogico vi divenne, con il tempo, più austero ed insieme più consapevole delle esigenze della vita femminile, fondato com'era sul sereno concetto non di soffocare, ma di ben dirigere la natura. A St-Cyr la M. si ritirò dopo la morte del suo signore, e vi si spense il 15 apr. 1719.

Lasciò moltissime lettere, raccolte in sillogi in più volumi (tutte insufficienti) alla metà del ' 700 e dell' 800.

BibL.: De Nouilles, M.me de M., Parigi 1848-54; E. Pliostre, Vie et caractère de M.me de M., ivi 1907; A. Le Breton, M.mo de M., in Rev. des cours et conférences, 1 (1923-24), pp. 97112; G. Truc, La vie de M.me de M., Parigi 1929; V. Giraud, La vie énigmatique de M.mo de M., in Rev. des deux mondes, 15 ott. 1930, pp. 938-49; M. Langlois, M.me de M., Parigi 1932; M. Pin, M.mo de M. et les juréretinats, Uzès 1943; M. Danidou, M.mo de M. éducatrice, ivi 1946; K. Kyyro, M.mo de M. et Jean Racine, Hebinài 1949.

Enzo Bonasso

MAIOLI, Tomaso. - Nome italianizzato del bibliofilo Thomas Mahieu, segretario di Caterina de' Medici dal 1549 al 1560 , m. verso il 1572 e sul quale mancano dati biografici più accertati.

Secondo un'opinione comunemente accettata, appartennero al M. un gruppo di legature eseguite in Francia, coeve e analoghe alle legature Grolier (v.) assai ben lavorate. G. D. Hobson ne descrive quasi un centinaio, divise in sette gruppi; rivestono in maggior parte opere latine e, in minor numero, opere italiane; recano spesso sui piatti, impressa in oro, la dicitura "Tho. Maioli et amicorum s, e anche altri motti esigle. Con le Grolier esse costituiscono il tipo più pregevole di legature del sec. xvi.

BibL.: G. D. Hobson, M., Concours and others, Londra 1926, pp. 37-111; S. De Ricci, Les reliures dites "M. n in Académie des inscriptions et belles lettres. Comptes rendus des séances, 1926, pp. 177-81; H. Loubier, Der wahre M., in Archiv für Buchbinderei, 28 (1928), pp. 49-59.

Giannetto Avanzi
MAIOLICA. - E una varietà della ceramica (v.), consistente in un impasto a base di argilla, cuocente in colore, dal rosso al carnicino. I suoi manufatti, chiamati dopo una prima cottura con la voce generica di "biscotto", vengono coperti di un rivestimento vetroso, reso opaco da ossido di stagno (o da altri opacificanti), generalmente bianco, chiamato "smalto». Su di esso, con colori a base di ossidi metallici che reggano alla seconda cottura (ca. 920° ),
e perciò detti «a gran fuoco», si traccia la decorazione a pennello o altrimenti; si ricopre poi l'oggetto con una "vernice" più comunemente silico-piombifera e si cuoce una seconda volta.

In tale seconda cottura lo smalto, fondendo, fissa i colori e rende l'oggetto impermeabile ai liquidi; la vernice, per la sua trasparenza, impartisce alla superfice una maggior brillantezza: per questo è detta "vetrina" o "cristallina".
"Mezza m." erroneamente al dissero i prodotti di impasto argilloso, rivestiti allo stato di crudo da un velo di terra bianca ("terra di Siena", "terra di Vicenza" o "ingubbiatura"), decorati a pennello o a graffito, ricoperti di "cristallina" e cotti una volta sola. I colori fondamentali, come si è detto a base di ossidi metallici macinati in acqua, sono il verde dal rame, il violaceo dal manganese, il giallo dall'antimonio, il turchino dal cobalto, ecc. Tali colori "a gran fuoco» diversificano da quelli detti «a piccolo fuoco», perché questi ultimi, più fusibili, vengono applicati mediante resina sullo smalto già cotto a 920° e fissati su di esso con una terza cottura (cioè «a terzo fuoco" o "fuoco di muffola») a 650° circa.

Un effetto decorativo complementare (a "lustri metallici ") si può avere applicando, sullo smalto già decorato e cotto, sali metallici (più comunemente di rame, argento e bismuto) disciolti in acido acetico diluito oppure stemperati in aceto con casilino calcinato, cuocendo poi una terza volta a ± 700° in atmosfera riducente.

L'ornato «a riflesso metallico" (doratura) si ottiene dipingendo le parti da dorare sullo smalto già cotto con "oro liquido" (cloruro d'oro stemperato in sostanza resinosa) e cuocendo a ± 700° in atmosfera normale. Similmente per l'argentatura.

La voce m. è il raddolcimento alla toscana (cf. Inferno, XXVIII, 82) del nome di Maiorca, isola delle Baleari, uno dei porti del traffico di cabotaggio che dalle officine del levante iberico, col finire del Trecento e ancor più nel secolo successivo, importava in Italia le ammiratissime ceramiche splendenti di aurei lustri e di iridescenze gatteggianti, sovente col blasone delle grandi casate italiane. Soltanto dopo la metà del Cinquecento quel nome venne a designare tutta la produzione a smalto stannifero, indipendentemente dall'ornato a terzo fuoco.

E ancora diffusa l'opinione che i maiolicari italiani abbiano appreso la loro arte da maoztri qui immigrati dall'Oriente. Però le «enciclopedie» medievali, attestano come assai prima del Mille l'impiego dello smalto stannifero (ben noto già ai decoratori dell'antico Oriente) fosse divenuto anche in Italia una nozione comune.

Questa tecnica venne poi magistralmente esposta intorno alla metà del Cinquecento dal cavalier Cipriano Piccolpasso (1524-79) di Casteldurante, oggi Urbania, nel suo trattato Li tre libri dell'arte del vasaio (manoscritto nella biblioteca del Victoria \& Albert Museum di Londra) insieme coi più precisi insegnamenti intorno a tutte le pratiche dell'arte maiolicara.

Certo, l'avviamento alle forme superiori della tecnica avvenne per gradi. Nell'alto medioevo e ancora fin verso il Mille la comune produzione mostra quella fase
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(Dr. Albert) Maiolica - Vasi orvietani a rilievo e vernice lucida (sec. xiv) - Roma, Museo di Palazzo Venezia.

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(fot. Alinari)
Maiolica - Vaso smaltato e a rilievo con motivi floreali e animalistici (sec. xv) - Parigi, Louvre.
primordiale ("paleo-italiana") specialmente consistente in brocche ed orcioli a pippio espanso e schiacciato, col corpo adorno di bozze in rilievo o di profonde graffiture: opere rozze, d'impasto grigiastro (come, ad es., taluni pezzi usciti dal cosiddetto Fonte di Juturna nel Foro Romano o trovati in altri luoghi anche di oltralpe) assegnabili a tempi carolingi, nullameno rivestite di una coperta vetrosa, sia pure a tinte sorde nel verde scuro e nel giallastro, che rendeva il recipiente maggiormente atto a sopperire alle esigenze dell'uso, rispetto ai fittili non vetrati o ricoperti soltanto di involucri terrosi, prima impiegati.

Il rinnovato gusto del colore mostrerà poi l'applicazione, sul corpo della stoviglia, di un involucro di terra bianca ("ingubbiatura"), su cui l'ornato si potrà graffire od anche dipingere, ma che deve essere protetto da una coperta vetrosa, che ne renda la superfice impermeabile ai liquidi.

Se ne trovano esempi anche in quei «bacini» o scodelle, che gli architetti romanici infissero negli edifici specialmente religiosi di cui si venivano allietando le città italiane per ravvivare le sobrie tonalità del laterizio : bacini o scodelle di tipo italiano, che si accompagnavano a quelle policrome e iridescenti che i rinnovati traffici mediterranei importavano dall'Egitto, dalla Siria, dalla Spagna moresca. La fusione in unico processo tecnico del modo di celare il colore naturale del biscotto e di renderlo impermeabile con un solo involucro mediante l'applicazione dello smalto, costitul una conquista, da cui discenderà dal sec. xir in poi tutto lo sviluppo di quest'arte. Perché cosil la coperta smaltata, cioè la m., divenne il fondo su cui si distesero ad opera di eccellenti maestri quelle prestigiose pitture impostesi all'ammirazione universale, sì da essere considerata un particolare aspetto della civiltà italiana del ' 400 e del ' 500 .

Anonima è ancora la legione di questi primi artigiani, della cui opera non si conoscono che scarse reliquie; un Petrus orzarolus lavora nel 1142 a Faenza; un Martinus orciolarius nel 1495 a Firenze; un Petrus ouscellarius nel 1211 a Orvieto. E di questa "fase arcaica" della produzione, meglio studiata nei capi venuti fuori a Orvieto e a Faenza, restano più che altro boccali a smalto sempre più bianco, coi primi ornamenti dipinti in violaceo e in verde, a motivi geometrici, floreali, araldici, animali, desunti anche da prototipi dell'Oriente e di Bisanzio, tramite il levante iberico.

Più rara e timida la figura umana, che soltanto nella fase successiva (detta di "stile severo" per la gravità delle sue forme decorative e per la sobrietà complessiva del suo rendimento cromatico) tenderà sempre più a diventare il centro focale di tutta la decorazione. Col secondo, col terzo decennio del Quattrocento, mentre si vede arricchirsi il numero delle forme dei vasi (p. es., con i boccali, vasi sferici su alto piede, mescitori ansati a foggia di botticella, albarelli per droghe da farmacia ecc.), si troverà, accanto al nero purpureo dato dal manganese, al nero e al bruno dal ferro, allo splendente verde dovuto al rame, il turchino della "zaffera" levantina introdotta dai mercanti veneziani, sinché tale colore, schiarito in un bell'azzurro di cobalto, diverrà un monopolio delle miniere tedesche.

L'ampio e sempre più "umano" prodotto delle botteghe operanti in "stile severo" si può suddividere secondo motivi dominanti nei loro ornati, o gli schemi esotici che presto vengono assimilati dalle botteghe italiane. Splendidi i prodotti delle due prime famiglie : la " verde " e quella "a zaffera in rilievo" (di cui meglio studiati sono i fiorentini e i faentini), che coprono la prima metà del secolo. Le famiglie "italo-moresca" - presto esaurita "a palmetta persiana", "a penna di pavone" e "alla damaschina" giungono e oltrepassano alquanto la fine del Quattrocento, tempo in cui si assiste alla piena introduzione dei motivi del Rinascimento.

Nel sec. xvi l'abbandono della tradizione arcaicizzante e l'aderenza a un gusto coloristico sempre più leggiadro, sonoro e trasparente, volgono decisamente l'opera di alcune botteghe a insigne valore d'arte. Il movimento si inizia a Faenza. Un nuovo senso del colore, che si basa sopra una delicata intonazione turchina, condotta anche ad abilusime velature e accompagnata da toni di rara preziosità, acquista valore dominante sopra uno smalto meravigliosamente candido e vellutato. La scena centrale del piatto o del boccale diviene una vera e propria rappresentazione, proporzionata al contorno che la racchiude, e acquista una espressività intensa. Ove anche nell'ispirazione del soggetto, e sovente accade si abbiano ad avvertire moduli di altre forme d'arte " allograffe, p. es., incisioni, quadri d'autore'impiego di scorci arditi e di movenze ingenue, gli impianti austeri, simmetrici ed ordinati del tutto, impartiscono all'opera un alto senso decorativo : essa appare oramai il prodotto di un apporto personale dell'artefice, espresso da una sua fonte di pensoso e raccolto plasticiomo grafico e cromatico, col valore e l'energia di una invenzione. Lo stesso paesaggio per la prima volta diviene attivo coefficiente alla
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(fot. Alinari)
Maiolica - Vasi dipinti con i santi Pietro, Antonio Abate e Giovanni Battista. Scuola raffacilesca (metà del sec. xvI) - Loreto, Tesoro della S. Casa.

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intensa emotività dell'insieme, mentre il repertorio di contorno, tratto dalle "grottesche" antiche, allor allora scoperte e divulgate, reso con agile mano e squisito gioco di policromie, aggiunge gracia all'opera non più oscura, non più confondibile con l'usuale produzione utilitaria, ma ambita dal cliente e "marcata" dal suo stesso autore, che ne avverte il pregio. I maestri di questo "stile nuovo ", dal contatto di signori, di cui soddisfano anche le esigenze araldiche, di umanisti e cruditi, di cui seguono il consiglio, formano una scuola di pittura, i cui "maestri individuali" eccellono, dal 1490 al 1525 .

E l'acme del "canone faentino ", le cui note preziose e raffinate si polarizzano poi intorno ai prodotti della "Casa Piroia", di deciso "stile bello ". Ma già col terzo decennio del sec. xvI a questa "prima fase dell'istoriato" un'altra segue, che tratta l'ornato della m. come una vera e propria pittura, distendendosi su tutta la superfice del piatto, deformandosi sovente per chi la guarda, stante la sagoma stessa del vaso su cui è tracciata. La personalità dell'artefice, stimolata a virtuosismi di esecuzione, diviene mancipia di un più lauto senso del colore, su cui domina ormai la nota delle tinte fulve. Si viene imponendo così una scuola che trova i suoi conduttori nel Ducato di Urbino. E mentre a Deruta, in Umbria, si decorano m . anche a lustri di un oro verdognolo e violacei, a Gubbio, appartenente allora al Ducato di Urbino, mastro Giorgio Andreoli applica i suoi opulenti "riflessi" aurei, di "rubino" e cangianti sulle m. che a gara gli mandano le altre officine: meteora splendente, la cui fama tuttora dura. Più tardi, nel 1569 , il duca di Urbino concedeva ai Lanfranco delle Gabicce, operanti in Pesaro, un privilegio "per avere trovato il modo di mettere l'oro vero nei vasi di terra cotta et ornarii di lavoro d'oro.".

Nello Stato roveresco, dapprima a Casteldurante (con il 1635 chiamata Urbania in omaggio a papa Barberini), poi a Urbino che ne è insigne capoluogo, Nicolò Pellipario (m. prima del 1547) conduce egregie meditate pitture su servizi da mensa signorili e su grandi piatti da pompa, che faranno scuola. Colto, versatile, abilissimo, ricco di gusto e di inventiva, con una tavolozza delicata ed espressiva insieme, egli è il capo della nuova scuola, che troverà i migliori seguaci in Francesco Xanto Avelli da Rovigo e nei familiari dello stesso Nicolò, che nella nuova sede assumeranno il cognome di Fontana.

Questa maniera di «istoriare» le stoviglie con ricche, policrome pitture basate sui colori caldi, ma con ampio impiego di mezze tinte, si diffonde alle maggiori officine italiane, che la trattano sovente con particolari accenti locali. Ampie "credenze", ricche forniture di vasi da farmacia, come quella del duca di Urbino, donata poi al Tesoro della S. Casa di Loreto, vassoi, versatori, calamai ed altri oggetti di forma, diventano l'espressione di questo gusto. Urbino ne fa omaggio alla corte di Spagna, il re di Francia ne vorrebbe trarre da Faenza per magici ("per incanto»). Mitologia, storia sacra, costume sono messi a partito e i soggetti, formalmente desunti anche da incisioni, specie della scuola di Raffaello, il più spesso sono illustrati dalle didascalie dipinte sul verso dei pezzi. L'apposizione della "marca" dell'artefice o della bottega diventa di uso comune.

Il «secondo ", il "terzo istoriato " con i loro ornamenti riccamente policromi "a raffaellesche" e "a cammei", dalle botteghe metaurensi e seguaci diverranno materia di esportazione anche all'estero. E come già nei primi anni del Cinquecento il "faentinizzante" Francisco Niculoso aveva egregiamente dipinto m . in Siviglia, saranno ora i maestri all'urbinate (di Urbino stessa, di Pesaro, durantini, faentini, veneziani, di altri luoghi) a diffondere, a insegnare quest'arte in Francia, nei Paesi Bassi, in talune zone della Germania, in Inghilterra e poi anche nei paesi moravi e boemi, dando in origine alla classe particolare delle m. "habane".

Venezia dalle sue botteghe eclettiche diffonde grandi e piccoli vasi a denso vistoso fogliame con busti umani di forte effetto coloristico; la Puglia e la Sicilia, già invase dalla importazione faentina e "metaurense", ne rieleberano gli schemi con tavolozza un po' stanca su smalto modesto. Col finire del sec. xvi e con gli inizi del successivo,
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(per cortesia di mano. A. P. Frater)
Maiolica - S. Chiara, Piatto dalla fabbrica di Deruta (primi del sec. xviI) - Assisi, Museo francescano.
la voce "faenza" entra nel linguaggio di Francia, e da questo la parola faïence sarà adottata con leggere varianti dagli altri idiomi europei e vi diverrà - e vi rimane tuttora - il significativo omaggio di tutto il continente ad una squisita forma d'arte italiana.

In Italia, peraltro, nella seconda metà del Cinquecento, per sazietà di troppo diffuso prodotto, per i diminuiti suoi pregi formali, per un nuovo orientamento del gusto, sorge una vivace reazione contro questo stile, che si è detto "forito". Ne sono a capo ancora le botteghe faentine, sempre state numerosissime e copiosamente operanti. Virgiliotto Calamelli e "Don Pino" (Leonardo Bettisi) si possono citare come gli antesignani del nuovo gusto dei "bianchi", al quale non è estraneo, naturalmente, il più largo interesse che si volge ora sempre più alla porcellana cinese. Dalle opulente policromie della tavolozza dei maiolicari "metaurensi" si passa così ad una gamma di più semplici armonizzazioni, e assai sovente sulle smalto vellutato e grasso, come mai prima era stato, vengon tracciati serei, vivaci disegni filiformi, soltanto azzurri o accompagnati da parche note di verde e di gialli : uno stemma, una immagine di putto o di santo, una succinta composizione impressionistica fa tutta la figurazione. A questo stile condotto con mano disinvolta e veloce si è dato già dal Ballardini il nome di «compendiario", a sottolinearne l'incisiva espressività. Anch'esso conquista le botteghe italiane, sinchè da altri luoghi d'Italia - Liguria, Toscana, per breve tratto, Abruzzo - non partono, nel corso del sec. xvir, i segni di un'altra diversa maniera decorativa. Quella figure - a Savona, Albissola, Genova - si svolge su schemi decisamente cinesi, dapprima unicamente adottando sullo smalto bianco o leggermente cilestrino un colore turchino dato anche ad abili velature per dipingere sommarie, gustose fantasie di uccelli e putti in volo, di galee veleggianti, di paesi a densi fogliami e rocce e cespugli di erbe taglienti.

Va notato che tale repertorio è comune in questo tempo anche alle botteghe olandesi e tedesche, inglesi e lusitane. Un po' più tardi policromie di animali e di alberi ricorderanno la maniera che si svolge in quel periodo a Talavera in Spagna.

Montelupo fiorentino, con la prima metà del sec. xvir, accanto ai suoi orci grandi e piccoli a largo fogliame verde, e motti e bizzarrie, presenta una serie di piatti che volentieri si direbbe "picaresca". Dipinti alla brava, in un certo lor modo buffonesco, ma non privo del "grandioso" insito al tempo, a caricature rese da rozza, popolare policromia, bravi e moschettieri, gente a cavallo o piantata in piedi con comica spavalderia, in duello o in battaglia, con picche e schioppi e bandiere e tamburi, offrono gli estremi di uno spagnolismo grottesco. E vi si accompagnano immagini di villani dai curiosi atteggiamenti, schizzati in modo scorretto ma con simpatica bravura. Castelli di Teramo, invece, torna all' « istoriato ", so-

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vente disteso su tutta la superfice del pezzo, ma chiuso in cornici a disegni barocchi con ampie volute vegetali, spunti architettonici, putti ecc. La tavolozza è languida : verdi spenti, gialli rossastri, turchini a velature : qualche volta tocchi d'oro. Ma il paesaggio è trattato con una sensibilità esemplare. Si hanno anche larghe pitture a scene complesse figurate, sacre e mitologiche, e a interni, rese con rara maestria. Le famiglie operosissime dei Grue e dei Gentile si dividono l'onore di questa produzione, che innova nella pittura su m. dell'Italia meridionale. Con il sec. sviti la m. dell'Italia settentrionale diviene nettamente seguace di modelli stranieri, olandesi in specie e francesi. Così i disegni alla Bórain diffusi dalle botteghe provenzali di Moustiers, cosi gli stili dei tre "Luigi» di Francia, e l'imitazione anche con colori «a piccolo fuoco" condotta con rara perizia ed efficacia sullo smalto già cotto, della porcellana orientale largamente diffusa in tutta Europa, e di quella specialmente tedesca sotto l'impulso avutone da Strasburgo. Accanto alle chinoiseries, che dominavano oramai tutto il mondo ornamentale, si hanno le
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Maiolo, santo - Esequie del Santo. Affresco di B. Lanzani (sec. xv) - Pavia, chiesa del S. Salvatore.
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(fot. Alinari)
Maiolo, santo - Esequie del Santo. Affresco di B. Lanzani (sec. xv) - Pavia, chiesa del S. Salvatore.

bezzarie del rocaille, i decori «a fiori indiani» e «a fiori tedeschi», l'ornato "alla giapponese" sulla scorta dei modelli Imari, dove, al rosso e al verde, si aggiunge l'oro sovente sostituito col giallo.

Un «nuovo compendiario" si potrà vedere nelle "maschiette" e nelle "rovine" dell'ultimo periodo del secolo. Ma oltre alla porcellana, materia sempre relativamente preziosa, la m. si troverà a contrastare il passo alla nuova ceramica, che rapidamente si diffonde e, per motivi di ordine commerciale oltre che pratici, viene a sovrastare ad ogni altro prodotto : la "terraglia" inglese, perfezionata dal Wedgwood. Essa in breve conquista tutti i mercati del mondo e la m., vinta dalla dura battaglia economica come manufatto d'arte a largo smercio, resterà ridotta a impieghi di tipo popolaresco (m. rusticane) o diventerà un prodotto raffinato da eseguirsi a imitazione di antichi capolavori o ad affermazione della genialità di singoli artefici nelle migliori botteghe di ceramisti. Vedi tavv. CXXIII-CXXIV.

Bibl.: B. Rackham, Guide to Italian m., Victoria and Albert Museum, Londra 1933; id., Catalogue of Italian m., Victoria and Albert Museum, ivi 1940; G. Ballardini, Corpus della m. italiana; I. Roma 1932; II, ivi 1938; id., La m. italiana dalle origini allo fine del Cinquecento, Firenze 1938.

Gaetano Ballardini
MAIOLO, santo. - Abate di Cluny, n. a. Valensolle o ad Avignone ca. il 906, m. a Souvigny l'11 maggio 994. Governò l'abbazia per 40 anni, dal 954 al 994. Anch'egli viaggiatore infaticabile, come il fondatore della stessa abbazia s. Oddone, estese ancor maggiormente l'influenza cluniacense, dietro invito di principi e di vescovi, nei Regni di Francia e di Borgogna, nel Ducato di Normandia, in Italia, nei territori dell'Impero.

Ugo Capeto e Roberto il Pio si interessarono per la riforma dei monasteri di Marmoutier, St-Maur-des-Fossés, Corméry; Riccardo di Normandia l'invitò nel 990 a riformare Fécamp. M. introdusse gli usi di Cluny a Ra-
venna, a Pavia, dove il monastero fu poi a lui dedicato, rinnovò la vita monastica nei conventi romani. Meno sensibili alla sua influenza furono Ottone il Grande e Ottone II; quest'ultimo anzi fu oggetto d'alcune sinistre predizioni del santo abate. Durante la sua vita l'organizzazione interna dell'Ordine si defini sempre più.

Bibl.: Vita, scritta dal monaco Siro, in PL 137, coll. 746-78 (cf. anche coll. 710-44), e dal successore s. Oddone, PL 146, coll. 943-53; A. Bruel, Recueil des chantes de l'abbaye de Cluny, I, Parigi 1876; L. J. Ogerdias, Histoire de st Mayoul, Moulins 1877; E. Sachur, Die Cluniacenser in ihrer kirchlichen und allgemeingeschichtl. Wirksamkeit bis zur Mitte des 11. Jahrhunderts, 2 voll., Halle 1892-94; L. Smith, The early history of the monastery of Cluny, Oxford 1920; G. de Valoux, Le monachisme clunisien des origines au XVe siècle, Parigi 1933.

Guglielmo Mollat
MAIOR, Pe-
TRU. - Sacerdote
cartolico (unito)
romeno, n. nel 1754, il terzo dei 3 grandi maestri e luminari (Lucéferi) fondatori della "scuola" latinista di Transilvania. Fece i suoi studi a Blaj e nel Collegio dei Gesuiti di Cluj, poi a Roma dal 1774 al 1779 e finalmente a Vienna. Tornato in Transilvania, fu professore a Blaj e, dal 1785 , protopope a Reghin. Dal 1809 fu censore dei libri romeni che si stampavano a Budapest, dove rimase fino alla morte (1821).

Ha scritto: Istoria pentru Inceputul Românilor in Dachia, in cui sostiene la totale scomparsa dell'elemento dacico di quel paese dopo le guerre di conquista fatte da Traiano, e la continuità in Dacia, durante le invasioni, di un elemento romano puro; nella Istoria bisericii Românilor dimostra l'origine latina del cristianesimo romeno sia a nord che a sud del Denubio; con la Ortografia română sau latina valachică, scritta in latino, prova la discendenza della lingua romena dal latino volgare e contribuisce all'adozione dell'ortografia latina pel romeno. Ha collaborato anche al lessico romeno-latino-ungherese-tedesco apparso a Buda nel 1825 .

Bibl.: N. Iorga, Istoria literaturii româneşti, t. III, parte 1², 2² ed., Bucarest 1933, v. indice; P. V. Hanes, Histoire de la littérature roumaine, Parigi 1934, v. indice. Petre Vălimăreanu

MAIORCA (Mallorca), diocesi di. - Abbraccia l'isola di questo nome e quella di Cabrera nelle Baleari (Spagna). Nel 1851 le fu unita la sede di Iviza, che venne separata di nuovo nel 1927. La sua superfice è di kmq. 4306; gli ab. sono 327.119, tutti cattolici; le parrocchie 123; i sacerdoti diocesani 386; i regolari 158; vi è un seminario conciliare (di S. Pietro apostolo); 37 comunità religiose maschili e 190 femminili (1949). La residenza vescovile è in Palma di M. E suffraganea di Valenza.

Si hanno scarse notizie sull'antichità cristiana di questa regione e la stessa oscurità avvolge l'origine della diocesi. Sembra però che nel sec. v vi fosse un vescovo, il quale durante la dominazione vandalica sarebbe stato alle dipendenze della sede metropolitana di Sardegna. In un Congresso tenuto a Cartagine nel 480 appare un

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Helias de Maiorica. La prima notizia sicura della cristianità di M. è una bolla del papa Romano (a. 897), in cui si confermano alla sede vescovile di Gerona e alla sua diocesi alcuni possedimenti di cui godevano nelle Isole Baleari. Queste però, alla metà del sec. xi, dipendevano dal vescovo di Barcellona, come provano alcuni curiosi privilegi che il presule Guislaberto ottenne dal re moro Mugend di Denia. Siccome le vicine coste mediterranee di Catalogna soffrivano tanto per le incursioni dei Saraceni delle Baleari, il conte di Barcellona, Raimondo Berengario III, nel 1114 volle conquistarle per la religione cattolica; ma la grande spedizione militare, in cui mori il vescovo barcellonese Raimondo Guillem, riuscl soltanto a metà; tuttavia il papa Pasquale II si congratulò con il conte. Nel 1205 Innocenzo III promise al re Pietro II d'Aragona che avrebbe istituito una sede vescovile a M. dopo che egli l'avesse liberata dal potere maometrano, il che avvenne sotto suo figlio Giacomo I nel 1228. Tuttavia fino al 1238 non fu eretta la diocesi, il cui primo vescovo fu Raimondo di Torelles, il quale vi tenne un Sinodo nel 1250 ed incominciò la Cattedrale. I primi prelati furono soggetti immediatamente alla Sede Apostolica, ma dopo l'erezione nel 1492 della provincia di Valenza, le fu aggregata M. come suffraginea. Sorge la Cattedrale nel luogo occupato prima del 1229 dalla moschea di Almudaina e secondo la promessa fatta da re Giacomo prima della conquista. Lo stile è gotico lombardo, con alcune modificazioni che l'abbelliscono; le tre navate sono graziosissime. E la prima cattedrale spagnola, dove è stato trasferito il coro canonicato dal centro all'abside e il trono episcopale al primitivo luogo. E dedicata a M. S.ma Assunta.

Tra i vescovi si ricordano Egidio Sanchez Muñoz (antipapa Clemente VIII), e Rodrigo Borja, il futuro Alessandro VI. Nella diocesi l'abbazia cistercense di Nuestra Señora de la Real, inaugurata nel 1236 da Nunio Sans (Cottineau, II, col. 1713). Patrona della diocesi è la Immacolata Concezione.

Biel.: anon., Mallorca, in Enc. Eur. Am., XXXII, pp. 606612: Guia de la Iglesia y de la Aizion Catolica Espallola, Madrid 1943, pp. 312-13, 332, 759-60, 775.

Giuseppe M. Pou y Marti
MAISTRE, François-Xavier de. - Scrittore avvolardo, fratello di Giuseppe, n. a Chambéry l'8 nov. 1763 da nobile famiglia di magistrati di tradizioni legittimiste e profondamente cattoliche, m. a Strelnia (presso Pietroburgo) il 13 giugno 1852. Trascorse la gioventù parte in Savoia e parte in Piemonte. In seguito all'invasione dello Stato di Sardegna da parte dell'esercito rivoluzionario francese lasciò la patria, come molti altri ufficiali, e si stabili in Russia. Combatté nella Georgia con-
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Maiorica, diocesi di - Fianco della Cattedrale (fine del sec. xiv - inizi del xv), Maiorca.
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(fol. Gudiol)
Maiorca, diocesi di - Particolare del portale detto "del Mirador - della Cattedrale (fine del sec. xiv) - Maiorca.
tro le popolazioni insorte, prese parte alla campagna del 1812 contro Napoleone e dopo la battaglia di Lipsia lasciò la carriera militare con il grado di generale. Sposò nel 1813 la principessa Sophie Zagriatsky. Nel 1826 tornò in Savoia, e in seguito soggiornò a lungo in Italia, dove perdette gli ultimi due figli rimastigli. Nel 1839, dopo un viaggio in Francia, tornò in Russia, dove mori.

Notevole la varietà d'aspetti delle sue opere, nelle quali è il fondo comune di uno spontaneo e commosso realismo. Il Voyage autour de ma chambre (composto quando de M. si trovava a Torino durante quaranta giorni di arresti di rigore e pubblicato a Losanna nel 1795), è una graziosa fantasia dove il gusto settecentesco si unisce all'ispirazione romantica, mentre nell'Expédition nocturne autour de ma chambre (in Oeuvres complètes de X. de M., Parigi 1825) l'elemento romantico viene accentuato da un lirismo malinconico. Le lépreux de la cité d'Aoste (pubblicato con una nuova ed. del Voyage nel 1811 a Pietroburgo), si ispira ad un'alta concezione cristiana (de M. visse ad Aosta dal 1793 al 1797). In Russia compose due novelle: Les prisonniers du Caucase e La jeune sibérienne (ambedue pubblicate nella ed. già citata delle Oeuvres complètes de X. de M.). La prima, che si svolge in un'atmosfera di guerra con scene intensamente drammatiche ha, con ogni probabilità, ispirato il Prigioniero al Caucaso di Tolstoi. La seconda è il racconto, disadorno e commovente, dell'autentica storia di una giovinetta russa che, con il solo aiuto della sua fede in Dio, si reca a Mosca a piedi dalla Siberia per chiedere allo Zar la grazia per il padre innocente. Queste due ultime opere, insieme ai frammenti di altri tre esc-

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(par cortesia di mans. A. P. Frutaz)
Maistre. François-Xavier de - La "Tour du Lépreux". Aosta.
conti che de M. non condusse mai a termine (pubblicati postumi in E. Réaume, Oeuvres inédites de X. de M. Premiers essais. Fragments et correspondance, Parigi 1877), costituiscono una pittura realistica del mondo russe nei suoi aspetti mondano, militare e religioso, che precorre la stupenda raffigurazione dei romanzi tolstoiani, specialmente di Guerra e pace. Scrisse anche varie poesie e una libera imitazione di alcune favole di Kryloff. Collaborò a Les soirées de St-Pétersbourg di suo fratello Giuseppe con la descrizione pittorica dell'inizio. Di lui si hanno anche alcune memorie scientifiche nella Bibliothèque de Genève e comunicazioni negli Atti della R. Accademia delle scienze di Torino.

Binc.: La bibl. completa fino al 1918 è contenuta in A. Berthier, X. de M., étude biographique et littéraire, Parigi-Lione [1918]. Cf. inoltre: P. P. Trompeo, Nell'Italia romantica sulle orme di Stendhal (Studi di letteratura e d'arte diretti da P. P. Trompeo, 1), Roma 1924, pp. 169-80; id., s. v. in Enc. Ital., XXI (1934), p. 973; S. Ortis, Una reminiscenza di X. de M. in "Cuore" del De Amicis, Roma 1932; R. De Mattei, Viaggi in libreria (Itinerari, 1), Firenze 1941 (sul Voyage autour de ma chambre), pp. 89-94. Matilde Mazzolani

MAISTRE, JOSEPH de. - Pensatore, polemista e scrittore, n. a Chambéry il 1° apr. 1753, m. a Torino il 26 febbr. 1821. Educato «nell'antica severità» della famiglia, risentì tuttavia profondamente l'influenza del pensiero contemporaneo. Illuministica, certo, è anche la curiosità che lo spinge verso il mondo massonico, a cui si inizia già nel 1774. Ma di là dall'enfantillage delle loges bleues, egli perviene a stringere legami con il gruppo degli «illuministi» di Lione, che, attraverso il Willermoz, fa capo al Martinez de Pasqually. Più tardi soltanto, nell'ultima delle sue Soirées de Saint-Pétersbourg, iniziate in Russia verso il 1809 , sarebbe giunto a dichiarare che "l'aveversione per ogni autorità e gerarchia sacerdotale" è comune a tutti gli «Illuminati», senza eccezione. Ma nel 1790 si era invece impegnato a difendere "l'illuminato" Claude de Saint-Martin contro ogni sospetto di cresia (IX, 9).

Nel Mémoire au duc de Brunswick, del 1782, il de M. dichiara il suo ideale di «illuminato»: giungere all'unificazione delle Chiese cristiane, attraverso una sorta di diplomazia segreta massonica; accetta l'idea gnosticomartinistica di una rivelazione primitiva, a cui si aggiungono «i nuovi doni del gran Riparatore». Le tesi pessimistiche sulla degenerazione irreparabile, a cui si collega la necessità dell'esoterismo, della "tradizione segreta" (idea venata pure di aristocraticismo mistico-intellettualistico) non escludono il sogno in parte filosofico (gli echi leibniziani, l'incontro con l'abate Raynal lo confermano) in parte mistico, di un imminente rinnovamento dell'unità cattolica, vittoriosa sull'incredulità del secolo, ma anche sull'intolleranza e sull'« orgoglio teologico».

Invasa la Savoia nel 1792, il de M., prima incerto, finisce per scegliere il destino dell'emigrato, fedele al suo Re. Fra il ' 93 e il ' 97 è a Losanna, agente diplomatico
sabaudo: si rivela allora come grande pubblicista, e infine come "filosofo della Provvidenza", con le Considérations sur la France (1796), che ebbero un'eco europea.

Era, tutt'insieme, il programma di una restaurazione monarchica non violenta, e l'approfondimento delle sue riflessioni escatologiche, storico-religiose: la rivoluzione non è un "avvenimento ", è un'" epoca ", ed è un segno negativo, ma viulbile, dell'opera di Dio nel mondo. Finché Dio vuole, "essa guida gli uomini" (I, 4). Ma qui affiora, accanto alla dottrina storicistica del Burke, ed alla tesi dal Mallet du Pan sulla "forza delle cose", un primo germe del panteismo storico dei romantici, che sfocia nell'adorazione della necessità storica, divinizzata. C'è inoltre più che un germe del "nazionalismo" controrivoluzionario, ma figlio della rivoluzione. Fin dal 1795 il de M. aveva affrontato i temi essenziali di questa, e di tutte le sue opere, nell'incompiuto Etude sur la souveraineté, e nei Fragments sur la France: vi appare il primo elogio dei Gesuiti, e l'esaltazione della "missione" delle nazioni, delle "anime dei popoli».

Negli anni travagliati fra il 1797 e il 1802 il de M. si trova prima a Torino, poi fuggiasco a Venezia, infine in Sardegna, l'estremo rifugio dei Savoia, reggente della Gran cancelleria. Ma dal 1803 al 1817 serve il suo Re a Pietroburgo, e intratticoe con la sua corte una celebre corrispondenza, che verrà pubblicata fra il 1858 e il 1860 da A. Blanc, per mostrare che il cattolico de M. aveva divinato e spiegato la necessità di una politica nazionale per casa Savoia. Importante, ma quasi vana, l'azione po-titico-religiosa del de M. presso lo zar Alessandro I, specie in favore dei Gesuiti : più efficace il suo apostolato religioso nel mondo aristocratico, che provoca significative conversioni, fra cui quella di M.me Swetchine. Scrive nel 1809 un Essai sur le principe générateur des constitutions politiques, e poi passa dal problema della sovranità temporale a quello della sovranità spirituale, abbozzando il Du Pape, la cui stesura è poi stimolata dall'affermarsi del vago universalismo interconfessionale ed antipapale, della Santa Alleanza nel 1815 (Latreille).

Ritornato in Piemonte, deluso della restaurazione francese, e degli errori di tutte le monarchie, incapace di assumere una vera e propria influenza politica, conchiude le ultime opere abbozzate, il Du Pape e le predilette Soirées.

Modesto e eclesiologo, si giova, per il Du Pape, dell'aiuto di un erudito lionese, G. M. de Place, e ne stacca un capitolo su l'Eglise gallicane; le Soirées, incompiute, escono postume, e con esse si chiude il ciclo delle sue riflessioni di "teologo laico della Provvidenza». Come tale, prepara il risveglio cattolico, dal primo Lamennais al Newman : questi avolge, arricchendolo, il suo concetto dello sviluppo dinamico-organico del dogma. Molto concede agli avversari, specialmente ai sansimoniani ed al Comte.

Opere: Oeuvres complètes ( 14 voll., Lione 1884-87 [a cui sopra è fatto riferimento]); Lettres et opuscules inédits, a cura di R. de Maistre (2 voll., Parigi 1851); Mémoires po-
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(da Giuseppe Serda, G. de M., Torino 1868, frontespizio) Maistre. Joseph de - Ritratto. Incisione in rame.

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(bt. Alinam)
Maitant, Lorenzo - Portale del duomo di Orvieto (1315).
litiques et correspondence diplomatique (a cura di A. Blanc, ivi 1858); Correspondence diplomatique, 1811-1817 (ivi 1860); De M. et Blacas. Leur correspondance inédite, ecc., 1804-1820, a cura di E. Daudet (ivi 1908); Les carnets di J. de M. (Lione 1923); La franc-maçonnerie. Mémoire an duc de Brunswick, a cura di E. Dermenghem (Parigi 1925), ecc.

Bibl.: Ch.-A. Sainte-Beuve, Portraits littéraires, II, Parigi s. a., p. 387 sgg . (il saggio è del 1843 ); id., Causeries du lundi, IV, ivi s. a., p. 192 sgg.; XV, ivi s. a., p. 66 sgg.; G. Goyau. La pensée religieuse de 7. de M., ivi 1921; F. Vermale, Notes sur de M. inconnu, Chambéry 1921; M. Jugie, 7. de M. et l'Eglise gréco· russe, Parigi [1922] (studio sccurato); F. Vermale, 7. de M. émigré, ivi 1927; id., L'activité maçonnique de 7. de M., in Revue d'histoire littéraire de la France, 42 (1935), pp. 72-76. Sul Da Pape: G. Breton, - Du Pape's de 7. de M., Parigi 1931; per la genesi dell'opera e la collaborazione del de Place, è ancor utile C. Latreille, 7. de M. et la Papanić, ivi 1906 (risenze ancora delle idee gallicane). Sulle Soivées, cf. specialmente: L. Arnould, Providence et bonheur d'après Bossuet et de M., ivi 1917; e più in generale sull'evoluzione del pensiero religioso del de M.: P. Vullinud, 7. de M. franc-maçon, ivi 1921; E. Dermenghem, 7. de M. mystique, 2° ed., ivi 1946; fra gli studi italiani sul de M. si segnalano almeno: P. Treves, 7. de M., in Nuova rivista storica, 14 (1936), pp. 58 81 e 173-231; A. Omodeo, Un reacionario. Il conte 7. de M., Bari 1939. Cf. inoltre, sul pensiero politico, P. R. Ruhden, 7. de M. als politischer Theoretiker, Monaco 1929; F. Bayle, Les idées politiques de 7. de M., Parigi 1945.

Ettore Passerin
Maitani, Lorenzo. - Architetto e scultore senese, figlio dello scultore Vitale di Lorenzo; non si conosce la data di nascita del M. da porsi intorno al 1275 , ma solo quella della morte avvenuta nel 1330. Sua unica opera certa d'architettura la facciata del duomo d'Orvieto, ove fu chiamato nel 1310, quale capomaestro di quella impresa, iniziata fin dal 1290 da fra' Bevignate da Perugia.

Nel Museo dell'Opera orvietana si conservano due disegni che mostrano l'evolversi del progetto bellissimo, che ebbe poi lenta esecuzione ma non troppo sensibili varianti. Nella facciata è anche testimoniata l'attività del M., quale scultore nel quattro Angeli bronzei, che sollevano la cortina che forma il baldacchino della Vergine ed il Bambino, al di sopra della porta mediana; nei simboli, pur essi scolpiti nel bronzo, dei quattro Evangelisti,
nei rilievi delle tre zone inferiori del primo pilastro contando da sinistra e, probabilmente, nei rilievi delle due zone inferiori del quarto pilastro. Tuttavia anche le altre sculture che adornano le basi dei quattro pilastri che inquadrano la bellissima facciata, sebbene opera di suoi aiutanti, riflettono il suo gusto di artista raffinatissimo. Il M., come Duccio, fonda la sua cultura plastica sulla esperienza di opere del classicismo neo-ellenistico-bizantino e dell'arte gotica, conosciuta attraverso le sculture, ma forse ancora di più a mezzo delle miniature. Dall'uno trae il senso del rilievo delicatissimo e sfumato, dall'altra una nota di espressionismo sentimentale che talora insiste su elementi veristici, e un senso araldico della composizione, bene ordinata e chiusa entro ritmi armoniosi.

Ancora a Orvieto si indicano come opera del M. due Crocifissi lignei della Cattedrale, uno nella chiesa di S. Francesco ed una scultura, pur essa lignea, raffigurante il Cristo benedicente, nel Museo dell'Opera del Duomo.

Bibl.: E. Lavagnino, L'arte medioevale, Torino 1936, p. 576 sgg.; P. Toesca, Il Trecento, Torino 1951, pp. 46 sgg., 277 sgg. Emilio Lavagnino

MaitLAND, diocesi di. - Nella parte orientale dello Stato della Nuova Galles del Sud (Australia), eretta il 25 giugno 1874, come suffraganea di Sydney. L'erezione fu quasi fittizia, per dare il titolo a mons. William Henry Davis, nominato coadiutore dell'arcivescovo di Sydney, che mai visitò la diocesi. Il secondo vescovo, mons. James Murray, fu consacrato a Dublino il 14 nov. 1865 e l'anno dopo si recò in diocesi e ne prese possesso il 1° nov. 1866.

La diocesi ebbe nel corso degli anni varie mutazioni di confini; ora comprende le valli dei fiumi Hunter e Manning ed ha una superfice di 32.000 kmq . con una popolazione di 230.000 ab., di cui i cattolici sono più di 45.000 e gli altri protestanti. Vi sono 36 parrocchie e 60 chiese, servite da 82 sacerdoti diocesani e 21 religiosi, coadiuvati da 44 comunità religiose. Ha 66 scuole e varie istituzioni di carità sociali e di Azione Cattolica. Vi si pubblica il The Newcastle and M. catholic sentinel.

Bibl.: Australasian catholic directory 1950, Sydney 1950, pp. 196-203; P. Moran, History of the catholic Church in Australasia, ivi s. a., pp. 322-36. Saverio Paventi

Matuscola, SCRITTURA. - Il termine m., in senso proprio, non indica una particolare scrittura, ma va riferito, come aggettivo, a tutte quelle scritture il cui alfabeto, nel suo complesso, può essere delimitato da un sistema bilineare, la cui prima riga tocchi i punti estremi superiori di ciascuna lettera e la cui seconda riga, parallela alla precedente, tocchi invece i punti estremi inferiori delle stesse lettere.

Il vocabolo è stato tuttavia assunto dallo Schiaparelli con il valore anche di sostantivo, per indicare una
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(prepr. Eac. Catt.)
Matuscola, scrittura - Alfabeto della scrittura m.

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186 J. Maiton-Cr. Perrot-R. Morinbel, L'uritivo latino de la capitale romaine a la minuscule, Parig. 1525, tax. VIII, fasc. II) MAUSCOLA, SCRITTURA - Lettera a "Macedo". Frammento di papiro della raccolta dell'arciduca Ranieri (17-4 a. C.) in scrittura m. - Vienna, Rainer Pap. lat. Ib.
scrittura latina, prevalentemente documentaria, a carattere misto, che egli classifica come "m. corsiva" e distingue dalla capitale per la tendenza che in essa hanno le lettere ad abbandonare le forme capitali originarie per forme da esse derivate in seguito a sviluppo naturale, determinato prevalentemente dal ductus corsivo. Lo Schiaparelli distingue anzi, a seconda del grado di corsività, una "m. corsiva" e una "m. semicorsiva".

Bib.: L. Schiaparelli, La scrittura latina nell'età romana (Accidia ad res Italicas medii aesi empirrendas in usum scholar. instructa et collecta, 1), Como 1921, pp. 114-17 e passim.

Alessandro Pratesi
MAJUNGA, vicariato apostolico di. - Nella parte nord-orientale del Madagascar, eretto il is marzo 1923 con territorio distaccato dal vicariato apostolico del Madagascar settentrionale.

I confini settentrionali di M. erano segnati dai fiumi Loza e Maevarano. Successive rettifiche di territori ne hanno ridotto la superficie. Al sud l'8 genn. 1938 cedette una parte di territorio alla nuova prefettura apostolica di Morondava; il 25 maggio 1939 alla missione sui turis di Miarinacive, elevata a vicariato; il 10 luglio 1947 alla prefettura apostolica di Ambanja, ora vicariato apostolico.

La superficie è di ca. 110.000 kmq ., gli ab. ca. 360.000 , di cui 26.660 cattolici, affidati ai Padri della Congregazione dello Spirito Santo, che sono 40 con 4 sacerdoti diocesani. Conta 7 comunità religiose femminili, 8 I istituti di educazione, 7 opere di carità e beneficenza (Ann. Pont., 1951, p. 680).

Bibl: AAS, 31 (1939), pp. 88-89, 365-66; 39 (1947), p. 462; MC, 1950, pp. 198-99.

MAJUS COEMETERIUM (Cimitero maggione). - Cosidetto perché è il più esteso cimitero cristiano della Via Nomentana. L'ingresso attuale si trova sulla Via Asmara.

Il nome è attestato nel sec. v: un'epigrafe trovata presso il Ponte Rotto, conservata nel Museo Capitolino, e vari codici del Miertrologio geroviniano, indicano venerati " in cimiteru maiore" i martiri Emerenziana (v.), Vittore, Felice, Alessandro e Papia, i cui sepolcri erano visitati in questo luogo dai pellegrini del sec. viI. Il più esatto degli itinerari, la Notitia ecclesiarum, precisa la tomba di Emerenziana in una basilica sopraterra e quella di Vittore ed Alessandro «in spelunca deorsum». Confuso dal sec. XVI in poi con il vicino di S. Agnese e chiamato con questo nome, il cimitero venne identificato da G. B. De Rossi, che gli attribuì pure le notizie di un ministero apostolico di s. Pietro in questa regione, di cui parlano tre tardi documenti : le Gesta Liberii del 501, che accennano a un cimitero Ostriano «ubi Petrus Apostolus baptizavit»; la Passio Sistanti del sec. v inserita nelle Gesta Movrelli, che racconta la sepoltura dei due soldati martiri Papia e Mauro «in Via Nomentana... ad nymphas b. Petri, ubi baptizabat»; e finalmente «la notuia» e un "pittacium» degli cii raccolti dal prete Giovanni di Monza al tempo di s. Gregorio Magno "de sede ubi prius sedit sčs Petrus". L'identificazione dell'Ostriano con il M. C., accettata in un primo tempo, suscitò in seguito una vivace polemica tra gli studiosi, volendo il Marucchi spostare la memoria di s. Pietro al non lontano cimitero di Priscilla sulla Salaria Nuova, sulla base di un'interpretazione forzata dei testi topografici, che non permettono l'identificazione del cimitero Ostriano.

Il M. C. aveva, come gli altri, un'area sopra terra, di cui furono viste tracce negli scavi del 1873, e in cui si trovava la basilichetta di S. Emerenziana (v.). La necropoli sotterranea, abbastanza