mitero di Priscilla sulla Salaria Nuova, sulla base di un'interpretazione forzata dei testi topografici, che non permettono l'identificazione del cimitero Ostriano.
Il M. C. aveva, come gli altri, un'area sopra terra, di cui furono viste tracce negli scavi del 1873, e in cui si trovava la basilichetta di S. Emerenziana (v.). La necropoli sotterranea, abbastanza vasta, a due piani, presenta particolare interesse per la disposizione architettonica della sua cripta, studiata molto accuratamente dal p. Marchi, che pubblicò anche una pianta esatta del cimitero. La regione più antica della parte oggi accessibile è quella a destra della scala d'ingresso; ma non è anteriore al sec. III. Pure al principio del sec. III deve essere datata una serie di epigrafi incise in lettere molto belle e di forma caratteristica, e con un testo semplice e conciso, opera di una medesima officina; oltre alcune ancora nel cimitero, altra sono nella Galleria epigrafica del Laterano. Nella regione a sinistra dell'ingresso gli scavi condotti da mons. P. Crostarosa nel 1873 liberarono un'ampia cripta con lucernario e un'abside già decorata di stucchi e fogliami, con una cattedra e una "mensa oleorum» affrontate. M. Armellini credette a torto di riconoscervi la tomba primitiva di s. Emerenziana, per il nome della Santa decifrato nella sbladita iscrizione a lettere rosse, già dal Bosio notata nell'abside; mentre collegò la cattedra e alcuni graffiti con la memoria di s. Pietro di cui si è accennato. Questa cattedra invece e le altre dieci che si trovano sparse nel cimitero e ne costituiscono una particolarità (non esclusiva però, essendovene pure a Panfilo, Inter duas lauros, e a S. Lorenzo) devono riferirsi al rito del refrigerium, cui pure servivano i banchi di tufa addossati alle pareti, che s'incontrano accanto ad alcune di esse. La loro abbondanza al M. C. è dovuta forse alla maggiore abilità, nell'intagliare il tufo, delle maestranze di fossori che vi lavoravano; abilità che si nota anche in eleganti mensole, cornici, nicchie, che adornano vari cubicoli, e nell'esattezza architettonica delle vòlte e delle tribune. Una cripta non lontana da quella descritta fu scavata, in due tempi differenti, con tanta cura ed eleganza da sembrare una minuscola basilica.
Fra gli affreschi che adornano cripte e arccosoli del cimitero, raffiguranti le consuete scene del Vecchio e del Nuovo Testamento, si notano una rara rappresentazione della parabola delle cinque vergini prudenti ammesse al banchetto celeste; un busto di donna orante dai lineamenti assai marcati, con un bambino sulle ginocchia, fra due monogrammi costantiniani affrontati, in cui si deve vedere un'immagine della Madonna della metà del
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sec. Iv; e finalmente una scena scoperta ed illustrata da E. Josi nel 1933, nella quale, in un modo unico nelle catacombe, si vedono due defunti prostrati in atto di venerazione verso una santa, assai probabilmente Emerenziana, l'eponima del cimitero.
Boll.: G. Marchi, I monumenti delle arti primitive cristiane, Roma 1844; G. R. De Rossi, Roma sotterranea, I, Roma 1864, pp. 189-94; id., Del luogo appellato ad Capreum - perese la Via Neneutana dall'età arcaica ai primi secoli cristiani, in Boll. della canoa, arch. canon. di Roma, 11 (1883), pp. 244 258; M. Arandlini, Scoperta della cripta di s. Emerenziana e di una memoria relativa alla cattedra di S. Pietro nel cimitero Ostriano, Roma 1877; Wilpert, Pitture, pp. 513-15; E. Josi, C. M., in Riv. di arch. crist., 10 (1933), pp. 7 16. Per la questione dell'Ostriano: A. Profumo, La memoria di s. Pietro nella regione SalarioNamentana, in Römische Quartalschrift, 21 Supplemento, Roma 1916; O. Marucchi, in molti articoli del N. Boll. di arch. crist., particolarmente: 7 (1901), pp. 71-118, 277-90; 9 (1903), pp. 199-273, 321-68; 12 (1906), pp. 5-65; 13 (1907), pp. 169-89; 16 (1910), pp. 69-129; 19 (1913), pp. 77-108; 20 (1914), pp. 95-123; 22 (1916), pp. 159-91; G. Bonavenia, La Silloge di Verdou e il papiro di Mouza, Roma 1903; L. Duchesne, Le recueil épigraphique de Cambridge, in Mélanges d'arch. et d'hist., 30 (1910), pp. 279311. Per le cattedre: E. Josi, Il cimitero di Paufilo, in Riv. di arch. crist., I (1924), pp. 69-106; Th. Klauser, Die Cattedra im Totenkult der heidnischen und christlichen Antike, Münster in V. 1927, pp. 101-11.
Umberto M. Fasola
MAKASSAR, vicariato apostolico di. - Nella parte meridionale dell'isola di Celebes (Indonesia) eretta in prefettura apostolica il 13 apr. 1937 per di-

(pt. Fides)

MaulungA - Cattedrale.
(fts. Pont. Comm. arch. sacri)
Majus coemeterium - Madonna con Bambino in grendo. Affresco del sec. iv. Roma, Coemeterium Majus.
stacco dal vicariato apostolico di Celebes (l'odierno vicariato apostolico di Manado), elevata il 13 maggio 1948 a vicariato apostolico di M.
Nel sec. xvi il p. Vincenzo Viegas approdò per primo a M., proveniente da Goa e quivi dimorò dal 1545 al 1548. Molto tempo dopo, e precisamente nel 1615 , vi giunsero i Gesuiti. Ad essi tennero dietro i Francescani nel 1620 e i Domenicani nel 1649. Ma la loro opera evangelica fu intralciata anzi arrestata dai protestanti olandesi, che misero i missionari cattolici in condizione di abbandonare il campo. Il 1853 segnò la ripresa della evangelizzazione, quando i militari indigeni, che nell'isola di Giava avevano abbracciata la religione cattolica, una volta tornati a Celebes, ottennero, con il permesso del governo, una visita di un sacerdote della Compagnia di Gesù. Successivamente i Gesuiti, non senza molte difficoltà, raccolsero abbondanti frutti di conversioni e nel 1885 fissarono la residenza in Manado e nel 1893 in M. Più tardi subentrarono i missionari della Congregazione del Cuore Immacolato di Maria (Scheut), ai quali è attualmente affidata la missione di M. La città di M., porto dell'isola di Celebes, è divenuta la capitale del nuovo Stato dell'Indonesia orientale, formato da Celebes, Ball, Lombok e le isole che si trovano ad est, le Molucche e le isole che si trovano a sud, con una popolazione di 10.000 .000 di ab., appartenenti a 50 razze differenti, con una quarantina di lingue diverse.
Ha, ora, una superficie di 98.939 kmq . con 3.600 .000 ab., di cui 7817 cattolici, serviti da 28 sacerdoti della Congregazione del Cuore Immacolato di Maria, con 39 stazioni, coadiuvati da una comunità religiosa maschile e 4 femminili. Conta 35 scuole e 8 opere di carità e beneficenza.
Boll.: AAS, 29 (1937), pp. 331-32; 40 (1948), pp. 586-87; MC. 1950, pp. 429-30; Arch. di Propaganda Fide, Prospectus status missionis per l'anno 1930, pos. prot. n. 4232/50.
Educardo Pecorsio
MAKHPËLÄH ( = «cosa duplice»). - Terreno con piante e una grotta, situato di fronte a Mambre e precisamente a Hebron (v.). Apparteneva a Ephron hittita ed Abramo (v.) lo comprò come sepolcreto familiare (Gen. 23, 9-19). Vi furono sepolti Sara (ibid. 23, 19), Abramo (ibid. 25, 9), Isacco, Rebecca, Giacobbe e Lia (ibid. 49, 50; 50, 13).
La grotta fu sempre in venerazione; Erode il Grande vi eresse sopra un grandioso recinto. Dentro di esso nel periodo bizantino fu costruita una chiesa, di cui rimangono poche tracce. I Crociati nel 1115 la ricostruirono e la loro fabbrica, ridotta in moschea, è assai ben conservata. Gli Arabi vi hanno aggiunto vari cenotafi. Con
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la rioccupazione araba della Palestina (1187), la grotta divenne inaccessibile ai cristiani, i quali per parecchio tempo, cioè dal sec. xiv al xix, furono esclusi anche dal recinto; tale proibizione è mantenuta fino ad oggi. Cosi ora non è possibile conoscere esattamente la forma della grotta e le condizioni in cui si trova.
Bist.: L. Heide, s. v. in DB, IV, coll. 220-31; L.-H. Vincent - R. Mackay - F.-M. Abel, Hebron, Parigi 1923.
Bellarmino Bagatti
MALABAR, MISSIONI LATINE di : v. INDIA.
MALABARESI. - Così si chiamano i cristiani di rito siro-orientale abitanti il litorale sud-occidentale dell'India chiamato il Malabar, situato nei distretti civili di Cochin e Travancore. Essi stessi si chiamano "cristiani di s. Tommaso» e fanno risalire il loro cristianesimo alla predicazione di detto Apostolo. Non consta, ma è probabile, che vi sia stata questa predicazione. In favore v'è una non disprezzabile tradizione letteraria e una forte tradizione locale. Almeno nel II sec. vi erano già dei cristiani in India, probabilmente dipendenti da Edessa. La dipendenza di quei cristiani dalla sede primaciale di Seleucia-Ctesifonte in Persia risale probabilmente soltanto alla metà del v sec. Da quel tempo in poi i "cristiani di s. Tommaso» ricevettero sempre i propri vescovi dal katholiksis persiano. Quando poi la Chiesa persiana verso la fine del sec. v divento nestoriana, i vescovi provenienti di là introdussero in India le formole nestoriane. Teodoro di Mopsuestia, Diodoro di Tarso e Nestorio vennero commemorati nella liturgia.
Sulla storia dei m. fino all'arrivo dei Portoghesi in India nel 1498 , siamo poco informati. I Portoghesi stabilirono abbastanza presto il contatto con i m., i quali contavano allora ca. 30.000 famiglie. Essi chiesero già nel 1503 la protezione dei Portoghesi. Questi li ammisero in principio alla partecipazione dei Sacramenti. I missionari però scoprirono presto la differenza nella dottrina e si scandalizzarono della diversità dei riti. A poco a poco i m., abbandonando gli errori di Nestorio, si unirono formalmente con Roma. L'arcidiocesi di Goa, fondata nel 1539 , cercò di sottomettere a sé i m., mentre il patriarca di Babilonia, diventato cattolico nel 1552, domandò per sé la giurisdizione sui cattolici orientali dell'India. Roma protesse in un primo tempo i vescovi mandati da lui, ma finalmente, anche per paura che si infiltrassero delle eresie, credette più prudente sottomettere i m. ai vescovi latini. Clemente VIII incaricò nel 1595 l'arcivescovo di Goa Alessio Menezes di nominare nel caso della morte del vescovo siro Abramo un vicario apostolico. Menezes, nel 1599, con grande zelo, ma con poca comprensione per le particolarità dei cristiani orientali, fece la visita apostolica dei m. Egli domandò loro di staccarsi dal patriarca di Babilonia, che credeva nestoriano, mentre in realtà era cattolico. Nel giugno 1599 fu tenuto un Sinodo a Diamper al quale parteciparono 153 sacerdoti e 660 laici. In quel Sinodo fu accettata solennemente l'unione con Roma e fu decretata una riforma in senso spiccatamente latinizzante. Il Sinodo non fu mai riconosciuto da Roma.
La S. Sede nominò nel dic. dello stesso anno il gesuita catalano Francesco Roz vescovo di Angamala e gli sottomise i m. Egli ebbe grandi difficoltà con l'arcidiacono indigeno, il quale dagli antichi tempi era abituato a governare di fatto la Chiesa all'ombra del vescovo straniero. Ora si sentiva messo da parte dal Roz, il quale non nutriva fiducia in lui. Queste difficoltà condussero sotto il secondo successore di Roz, Francesco Carcia, allo scisma. L'occasione ne fu, nel 1652 , l'arrivo di un monaco siro di nome Athallah che pretese essere stato nominato dal Papa patriarca dei m. Egli fu arrestato dall'Inquisizione e infine nel 1654 bruciato come eretico. L'arcidiacono Tommaso de Campo, basandosi su una pretesa autorizzazione del preteso patriarca Athallah, si fece eleggere vescovo e fu «consacrato» per l'imposi-
sione delle mani di dodici sacerdoti, mentre sulla sua testa veniva posta la pretesa lettera di Athallah. Finalmente egli con i suoi aderenti passò all'ubbidienza del patriarca giacobita di Antiochia e cosi ebbe origine la Chiesa giacobitica dell'India.
Per comporre lo scisma la Congregazione di Propaganda Fide inviò il carmelitano italiano Giuseppe Sebastiani, il quale riuscl a riguadagnare all'unione la maggioranza degli apostati. Egli fu nominato vicario apostolico da Alessandro VII e ricevette a Roma nel più grande segreto la consacrazione episcopale (1659). Prima che gli Olandesi, i quali nel 1663 occuparono Cochin, cacciassero via il p. Sebastiani, questi, facendo uso delle sue facoltà straordinarie, consacrò vescovo il sacerdote indigeno Alessandro de Campo. I m. dal 1700 al 1887 furono sottomessi alla giurisdizione dei vicari apostolici carmelitani, i quali ebbero dei contrasti con la giurisdizione portoghese di Goa. I m. si lagnarono spesso anche dei vescovi carmelitani. L'arrivo di vescovi orientali provenienti dalla Mesopotamia causava ogni volta grande agitazione e talvolta veri scismi, poiché da tempo immemorabile i m. avevano ricevuto i propri vescovi da quella regione.
Dall'inizio del sec. xix presso i cattolici orientali dell'India si fece sentire il desiderio, comprensibile dato il loro numero e importanza, di avere propri vescovi indigeni. I vicari apostolici carmelitani si opposero sempre a questo desiderio. Uno scisma provocato dall'arrivo nel 1874 del vescovo Elia Melus, mandato contro la volontà di Roma dal patriarca celebre Giuseppe Audo, mostrò di nuovo l'urgenza del problema. La S. Sede nel 1887 sottrasse i m. alla giurisdizione dei vescovi carmelitani di Verapoly ed eresse due nuovi vicariati, Trichur e Kottayam, che furono però affidati a vescovi latini. Soltanto l'ir ag. 1896 tre sacerdoti indigeni furono nominati vicari apostolici e consacrati vescovi. Finalmente Pio XI, con la cost. Romani Pontificis (2r dic. 1923), eresse una provincia ecclesiastica direttamente dipendente dalla S. Sede con sede metropolitana a Ernakulam e le suffraganee di Changanacherry, Trichur e Kottayam.
Dal tempo dell'istituzione della gerarchia indigena, nel 1896 , la Chiesa ha preso un grande sviluppo presso i m. Il numero dei fedeli sali in 50 anni da 244.3 ro a 928.88 r. Secondo i dati statistici più recenti il numero dei fedeli è di 974.109 ; quello dei sacerdoti 1153; delle chiese e cappelle 589; delle suore 3109. La vita religiosa fiorisce tra i m. Dal 1831 esiste la Congregazione dei terziari carmelitani. Verso il 1925 nella diocesi di Kottayam fu fondata la Congregazione degli Oblati del S. Cuore e contemporaneamente i Lazzaristi iniziarono un proprio ramo orientale. Vi sono sette fiorenti Congregazioni di suore. La formazione del clero, che è ottima, viene data in I seminario grande e 4 seminari piccoli. Numerose confraternite promuovono la pietà dei laici ed esistono molte associazioni giovanili per gli studenti e numerose scuole, alcune pure di rango universitario. Cinque riviste mensili servono all'apostolato della stampa. Un segno della vitalità religiosa dei m. è il fatto che ogni anno vengono registrate da 1000 a 1500 conversioni dal paganesimo.
Bist.: E. Tisserant, Syro-Malabare (Eelise), in DThC. XIV, coll. 3089-3162; J. C. Panikaran, Christianity in Malabar: The St. Thomas Christians of the Syro-Malabar rite (Orientalia Christiana, vi, 23), Roma 1926, pp. 93-136; I. Hausherr, De erroribus Nestorianum qui tu loc India Orientali servantur, auctore F. Roz S. I. (ibid., x1, 40), ivi 1928, pp. 5-36; K. Werth, Das Schisma der Thomasibristen unter Erzbischof F. Garcia, Limburgo 1937; Placidus a S. Joseph, De fontibus iuris ecclesiastici Syro-malanharensium commentarius historico-canonicus, in S. Congregatio pro Ecclesia Orientali, Codificazione canonica orientale, Fanti, a* serie, fasc. viII, Città del Vaticano 1937; Ambrosius a S. Theresia, Hierarchia Carmelitana seu veries illustrium praesulum ecclesiasticarum ex ordine Carmelitarum donatcentarum. IV. De praesulibus missionis Malabaricae. Pars I: Ecclesia Verapolitana, Roma 1939.
Guglielmo de Vries
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Il Rito malabarese. - Il rito malabarese non è altro, in origine, che il rito caldeo quale si praticava in Mesopotamia; ma dal sec. xvr in poi subì influssi latini cosi importanti da poter essere annoverato, oggi, tanto al rito latino, quanto al rito caldeo. Difatti la disposizione interna della Chiesa è conforme al rito latino, specie il santuario e l'altare con le sue tovaglie, tabernacolo, candelabri ecc., ed anche le vesti liturgiche dei ministri sacri; poi, quanto ai testi e rubriche, tutto il Rituale (Sacramenti, sacramenti, sacromentali, benedizioni), tutto il Pontificale (nel quale viene usata la lingua latina per le ordinazioni sacre), e finalmente, almeno per la Messa, tutto l'anno liturgico, che principia con le quattro domeniche dell'Avvento, e tutto il eslondario, il quale progressivamente si aggiorna a misura che nuove feste si introducono nella Chiesa latina; cosicché il Messale di Verapoly (1929) è quasi in tutto conforme a quello latino.
D'altra parte è stata conservata come unica lingua liturgica il siriaco, sebbene totalmente estranea alla lingua indigena, e poi l'Ufficio divino con le sue preghiere e poesie siriache, diviso in due libri, uno per le feste, l'altro per le fetic; in esso non si segue il calendario latino, ma i periodi dell'anno ecclesiastico caldeo. Il canto non è né indiano né latino, ma tradizionale di origine mesopotamica. Anche la Messa è quella caldea con l'antichissima anafora degli Apostoli, senonché si usano il pane azimo, le Ostie di forma latina, le preghiere latine della vestizione, si recita il Credo immediatamente dopo il Vangelo, le parole della consacrazione sono prese dal canone romano, come anche l'Agnus Dei, il Domine non sum dignus e la formola della Comunione; questa si distribuisce ai fedeli sotto una sola specie. Il rito dei funerali ritiene da una parte moltissimi inni propri del rito caldeo, ma vi si incontra pure la cerimonia latina dell'Absolutio ad tumulum con il canto del Libero me e con l'orazione Fidelium. Quindi non soltanto l'esterno, come la genuflessione ad un ginocchio, è letinizzato, ma anche ciò che costituisce intimamente il rito, preghiere, calendario e riti sacramentali.
Le cause storiche che hanno provocato questo stato di fatto rimontano al sec. xvı. Venti anni dopo l'arrivo dei Portoghesi nel Malabar, uno di loro, Alvarez Penteado, nel 1518 , scriveva che si dovevano obbligare i Malabaresi a seguire gli usi di Roma. Al terzo Concilio provinciale di Goa ( 1585 ) fu deciso di tradurre in siriaco i seguenti libri latini : Breviario, Messale, Pontificale e Rituale (cf. Bullarium patronatus Portugalliae..., Appendix, I, Liabona 1872, p. 75). Nel 1599 il Sinodo di Diamper decretò di bruciare i libri eretici (anche liturgici), di sopprimere le anafore di Teodoro di Mopouestia e di Nestorio, di introdurre la formula Mater Dei invece di Mater Christi, di usare il calendario latino, certamente privo della menzione di qualunque santo nestoriano, ecc.
Dei monoscritti liturgici eseguiti prima di quel Sinodo si hanno soltanto quelli conservati nella Biblioteca Vaticana (cf. G. Levi Della Vida, Ricerche sulla formazione del più antico fondo dei monoscritti orientali della Biblioteca Vaticana [Studi e testi, 92], Città del Vaticano 1939, pp. 176-89); in essi si nota già la pressione dei missionari latini; p. es., il cod. Vat. sir. 66 è fondamentalmente
un Pontificale di rito caldeo con l'aggiunta delle anafore degli Apostoli e di Teodoro, ma i 25 primi fogli contengono la traduzione siriaca del rito latino delle ordinazioni.
I primi libri liturgici furono stampati dalla S. Congregazione di Propaganda Fide a Roma; la liturgia dei ss. Apostoli (1774), il Messale (1775), il Rituale (1775), di nuovo il Messale (1844) e il Rituale (1845); questi e altri libri sono stati stampati in seguito in parecchie edizioni in diverse tipografie del Malabar.
Bibl.: E. Tisserant. Syro-Malabare (Eglise), Liturgie, in DThC. XIV, coll. 3153 3162; R. H. Connolly. The work of Menezes on the Malabar liturgy, in fourn. of theol. studies, 12 (1913-14), pp. 396-425, 369-93; J.M. Hanssens, Institutiones liturgicae de ritibus orientalibus. De Missa, 2 voll., Roma 1930-32, passim; Placidus a S. loseph. Ritus et libri liturgici Syro-Malabari. ci. Thevara 1933; A. Racs, Le récit de l'institution eucharistique dans l'anaphore chaldienne et malabare des Apôtres, in Or. Christ. periodica, 10 (1944), pp. 216-26. S. può trovare la Messa, corretta da Menezes, in versione latina, prez-
so Antonio de Gouvea, fornada do Arcebispo de Goa..., Coimbra 1606, ultima aggiunta, senza paginazione, ripresa da J. F. Raulin, Historia ecclesiae Malabaricae..., Roma 1745, pp. 293-333, e da P. Le Brun, Explication littérale... de la Messe, III, Parigi 1843, pp. 390-447; per il testo odierno la versione inglese di D. Attwater, Eastern Catholic Worship, Nuova York 1945. pp. 186 - 208 .
Alfonso Raes
## MALABARICI RITI: v. RITI MALABARICI.
MALACCA, diOCESI di. - Comprende tutta la penisola dello stesso nome e misura 134.737 mathrm{kmq}. di superficie. Politicamente è sotto l'influenza inglese e comprende la colonia inglese propriamente detta, gli stabilimenti degli Stretti (Straits Settlements) di Singapore, M. e Benang, I protettorato inglese formato dagli Stati malesi federati (Federated Malay States) di Persik, Salanger, Penang e Nagri Sembilan e dagli Stati non federati (Unfederated Malay States) di Johore, Trengganu, Kenantan, Kedan e Perlis. La popolazione assomma a 6.242 .000 mathrm{ab}.
Ecclesiasticamente la diocesi di M., con sede vescovile a Singapore, pur non facendo parte dell'India, è suffraganea dell'arcidiocesi di Pondicherry e sotto la giurisdizione dell'internunziatura apostolica dell'India. La cura pastorale è affidata alla Società delle Missioni Estere di Parigi. I cattolici sono 95624 , serviti da 38 sacerdoti diocesani e 7 religiosi, coadiuvati da 10 comunità religiose maschili e 13 femminili. Conta 103 chiese, di cui 38 parrocchie; 107 scuole e 34 opere di carità e beneficenza. La missione possiede anche 1 tipografia, dove si stampa un giornale cattolico, The Malayan Catholic Notes, in 5000 copie.
Pompeo Borgna
MALACHIA. - Profeta, l'ultimo del canone del Vecchio Testamento, detto perciò «sigillo dei profeti n. Profetò dopo l'esilio, durante la dominazione persiana, di cui ricorda il pebâh ("governatore n), e dopo il ripristino del culto nel tempio zorobabelico (Mal. 1, 10; 2, 4 sgg.; 3, 1. 10). Non risulta però se prima, durante o dopo il ritorno di Esdra-Neemia in Palestina. Le ipotesi oscillano tra il 519 e il 425 a. C. Gli indizi forniti dal libro non sono decisivi. Non è probabile peraltro che il pebâh di Mal. 1, 8 sia Neemia, che rifiutò ogni donativo (Neh. 5,
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(da A. Wion, Lignum vitae, Pars prima, Fascio 1202, pp. 387.31)
Malachia, santo = Inizio delle profezie dello pseudo M. secondo l'cd. di Venezia 1 995; la continuazione si troverà alla tav. cxiv.
14-15, 18], e che le oblazioni scadenti (Mal. 1, 8. 13. 14) siano quelle apprestate dai re di Persia (Esd. 7, 20-26). Ciò indicherebbe il tempo post-neentiano e giustificherebbe pure il silenzio su M. in EsdraNeemia. Quasi nulla si sa di M.
I Settanta in Mal. 1, 1 lo designano "angelo" ( δ γ γ ε λ 0 ς ), traducendo l'ebr. Malé'dhhl ( = = nuzzio di Jabweh = = nunzio mio = ). Secondo lo Pseudo-Epifanio, De vitis prophet., 22 (PG 43, 412 sg.), sarebbe nato a Sopha dalla tribù di Zabulon. Per altri era un angelo od un uomo angelico. Poché tratta con esattezza e predilezione del culto, dei sacerdoti e del tempio, non si può escludere la sua discendenza levitica. Festa il 14 genn.
L'ambiente storico è caratterizzato da rilassamento generale nei costumi, indegnità dei sacerdoti, matrimoni misti, divorzi, avarizia, ipocrisia, fatalismo e cecità morale, né decime né tributi resi, scoraggiamento prodotto da miseria, ingiustizie sociali, inferiorità economico-politica nei confronti dei pagani, sfiducia verso la provvidenza, la bontà e la giustizia di Dio, disillusione per un ideale creduto svanito. Soprattutto erano tali i disordini di ordine religioso da invocarsi come rimedio l'abolizione del culto e del sacerdozio. Però era vivo il messianismo e si attendeva con impastenza il "Dominatore" per il trionfo della giustizia. Israele vantava solo dei crediti e nessun debito con Dio.
Il libro di M. si può dividere in due parti : la Iᵃ parte ( 1,1-2,16 ) tratta: a) la mormorazione del popolo che Dio non ami Israele è ingiusta avendolo preferito fin dall'origine ad Edom; b) i sacerdoti disprezzano il nome di Dio, non rivestendolo come padre e signore, dichiarando l'altare spregevole ed offrendovi cose indegne persino di un governatore (pebâh). Meglio quindi chiudere il Tempio. Al contrario: "Dall'Oriente all'Occidente grande è il nome mio tra le genti ed in ogni luogo al mio nome si turifica, si offre, e, per giunta, con oblazione pura». Essi invece ritengono la mensa del Signore contaminata e
poco redditizia, onde con indolenza fanno offerte illegali provenienti da furti. La maledizione colpirà le sementi; Dio getterà loro in faccia gli escrementi delle loro offerte; c) a tutto il popolo aspramente rimprovera i divorzi ed i matrimoni misti (2, 10-16). Sono una crudeltà, un insulto alla dignità della discendenza (da Abramo) ed alla legge; un'abominazione che profana ciò che è santo.
La 2ᵃ parte (2, 17-3, 22: secondo la Volgata 4, 3) risponde alle accuse contro la provvidenza divina: a) 2, 17-3, 6 : Dio non gradisce i cattivi, non è ingiusto, ma invierà il suo messaggero per preparargli la via e "subito" il "Dominatore e l'Angelo del Patto", tanto desiderato, entrerà nel suo tempio. Ma sarà come il fuoco e la potassa per vagliare rigorosamente innanzi tutto i leviti, onde possano offrire sacrifici con giustizia, e l'offerta di Giuda. Gerusalemme piacerà a Dio; poi per fare giudizio contro i cattivi; b) 3, 7-12: il non renderà le decime e le offerte à un rubare a Dio. Perciò la maledizione li ha colpiti. All'emendazione seguirà tale abbondanza di raccolti da far invidia alle genti; c) 3, 13-4, 3: risponde all'accusa "Non si guadagna nulla a servire Dio che fa prosperare il malvagi». Dio ascolta i gemiti dei buoni e per loro ricordo è scritto un libro davanti a sé. Nel giorno del Giudizio li tratterà come proprietà particolare, come figli, mentre i malvagi saranno bruciati come stoppe senza lasciare traccia. I buoni vedranno il sole della giustizia, nelle cui penne è la guarigione, salteranno come vitelli e calpestreranno gli empi come cenere sotto i piedi.
L'epilogo (3, 23-24; 4, 4-6 secondo la Volgata) ricorda la legge di Mosè contenente le prescrizioni date da Dio nell'Orcb. Prima del Giudizio Dio invierà il profeta Elia per ricondurre il cuore dei padri verso i figli ed il cuore dei figli verso quello dei padri, onde poter sfuggire l'anatemo.
La canonicità ed autenticità del libro di M. sono incontestate. Taluno dubita della finale 4, 4-6 (3,22-24), e di 2, 11 o considera 2, 16b una ripetizione di 2, 15b; ma per ragioni poco solide.
M. è citato in Lc. 1, 17; Mt. 11, 10. 14; 17, 12; Rom. 9, 13 .
Bibl. In generale: H. Höpfi - A. Miller - A. Metzinger, Introductio specialis in Vetus Testamentum, Roma 1946, pp. 532535. Studi : S. ab Ausejo, De matrimonii mistis apud Mal. 1, 10-16, in Verbun Domini, 11 (1931), pp. 366-71; B. Maroni, De sacrificio a Malachia (1, 10-11) praedicto, in Antonianum, 9 (1934), pp. 193-242, 361-62, 451-74; I. Kroon, De Wederkomst van Elias, in Studien, 131 (1939), pp. 1-11; A. Herrans, Dilexi Jacob, Etou autem odio haboi, in Estudios biblicos, I (1941 sg.), pp. 539583; R. Rabunus, El sacrificio eucaristico profetizado por Mielogaius, in Cultura biblica, 5 (1948), pp. 121-54, ecc. Cf. inoltre i commenti di F. X. Patrizi, Roma 1893; O. Isopsecul, Czernovitz 1908; C. Lattes, Londra 1934; H. Jonker, Bonn 1938. Acatolici : A. Von Bulmerinco, Dorpat 1926; id., Tartu 1932; W. Lüthi, Basilea 1948; R. Elliger, Gottinga 1950. Benaventura Martini
MALACHIA, santo: "Al secolo O' Morgair, n. ad Armagh ca. il 1095, m. a Clairvaux il 2 nov. 1148. Sacerdote a 25 anni, fu assunto da Celso, arcivescovo di Armagh, primate d'Irlanda, a collaboratore nella riforma ecclesiastica che M. cominciò dallo storico monastero di Bangor (v.); eletto vescovo di Connor (ca. 1125), diocesi completamente abbandonata, fu costretto a fuggire per una sommossa scoppiata nell'Ulster e si rifugiò nella contea di Kerry, ove costruì il monastero di Ibrach.
Designato da Celso come suo successore, dovette lottare per sei anni con due intrusi, prima di occupare la sede. Dopo tre anni di saggio governo rinunziò alla dignità di primate e fece ritorno a Connor, ove si circondò di monaci, condividendone le austerità, da tutti venerato come il capo spirituale della cristianità irlandese. Temendo che la scissione tra il sud e il nord d'Irlanda, che allora affiorava, insidesse sulla compagine gerarchica della Chiesa, mosse verso Roma (1138). Ma fermatosi a York conobbe i Cistercensi di Rievaulx e decise di passare da Clairvaux, ove s'incontrò con s. Bernardo. Accolta benevolmente da Innocenzo II, gli riferì sullo stato reli-
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gioso e sociale d'Irlanda e chiese di potersi ritirare a Clairvaux; il Papa invece lo rimandò in patria come suo legato.
Riprese con maggior lena la riforma, soprattutto dei monasteri, e ormai amico di s. Bernardo mandò giovani irlandesi a compiere il noviziato a Clairvaux, e dopo pochi anni sorge, nella diocesi di Armagh, l'abbazia eistercense di Millefont (1142), da cui ebbero origine quei cinque monasteri, che s. Bernardo nominava con orgoglio. Nel 1148 M. riprese il viaggio di Roma per trattare con Eugenio III la questione del pallio degli arcivescovi irlandesi. Stanco ed ammalato, verso la metà di ott. giunse a Clairvaux, ed il 2 nov. vi morì assistito da s. Bernardo. Il grande monaco, a richiesta dell'abate Congano, scrisse quella Vita s. Malachiae (PL 182, 1073-1118), che è ritenuta la perla dell'agiografia medievale.
Interessanti i cenniall'uso dell'Estrema Unzione (capp. 24 e 31, coll. 1104 e 1115 ) e al dogma eucaristico (cap. 26, coll. 1105-1106), ed il mordente parallelo tra la vita del santo vescovo e quella degli altri prelati (cap. 19, coll. 10981099). S. Bernardo tenne pure due discorsi in transitu Malachiae (PL 183, 481-90), che sono una canonizzazione anticipata, compiuta poi da Clemente III il 6 luglio 1190 (PL 204, 1466).
Bibl.: E. Vacandard, St Malachie, in Revue des questions historiques, 52 (1892), pp. 5-57; id., Vie de st Bernard, II, Parigi 1927, pp. 348-88 (con bibl. nelle note); G. Goyau, S. Ber. nardo, trad. it., Brescia 1928, pp. 188-93; J. De Ghellinck, L'essor de la littérature latine au XIIe siècle, II, Bruxelles-Parigi 1946, p. 195 .
Antonio Piolanti
La profezia dello pseudo M. - Sotto il nome di M. ebbe credito una celebre profezia sulla successione dei romani pontefici, da Celestino II (1143) in poi, sino alla fine del mondo. Ogni pontefice è designato con un breve motto: in tutto iti. Tale profezia cominciò a correre nel 1595, quando il benedettino Arnold Wion la inserì nel suo Lignum vitae edito in quell'anno a Venezia.
Il carattere d'apocrifo risulta dall'esame della profezia, che dovette essere scritta solo qualche anno prima della pubblicazione. Infatti da Celestino II a Gregorio XIV (escluso) i brevi motti applicati ai pontefici sono in rapporto o con lo stemma, o con il nome di famiglia, o con il nome di battesimo, o con il titolo cardinalizio, o con il paese d'origine del papa. Da Gregorio XIV in poi, invece, i motti diventano enigmatici e, se alcuni quadrano, la maggior parte resta avvolta di grande incertezza, molti sono addirittura insulsi e solo a forza si lasciano mettere d'accordo con la storia reale (Pastor). Il testo delle profezie è in stretto rapporto, anche verbale, con l'Epitome della storia dei papi del Platina, fatta dal Panvinio e pubblicata nel 1557, della quale segue anche gli errori. Nell'edizione del Wion, le profezie fino a Gregorio XIV sono accompagnate da una breve spiegazione del Ciacconio. Non è chiaro il motivo per cui fu composta. L'Hornack, per es., la mette in rapporto con il Conclave del 1590 , come divulgata dai fautori del card. Simoncelli, a cui si sarebbe bene applicato il motto Ex antiquitate urbis, che doveva toccare al nuovo Pontefice. Fu eletto invece Gregorio XIV e i motti cominciarono a non quadrare più. A M. vengono pure attribuite altre due profezie, egualmente apocrifo e meno note, una sull'Irlanda e l'altra sulla Spagna. - Vedi tav. CXXV.
Bibl.: B. G. Feyjó y Montenegro, Teatro crítico universal, II, Madrid 1779, pp. 114-17 (la profezia sulla Spagna); P. Papebrock, Acta SS., Propylaeum Maii, Parigi 1865, pp. 216-17; A. v. Harnock, in Zeitschr. für Kirchengesch., 3 (1879), pp. 315-24; P. Thurston, The sacalled Phrophecy and the Papes, in The War and Prophets, Londra 1915, pp. 120-61; E. Vacandard, La propbítie de Malachie sur la succésion des Papes, in Rev. apologdi., 33 (1921-22), pp. 657-72; P. Grosjean, La prophetie de st Malachie sur l'Irlande, in Anal. Boll., 51 (1935), pp. 318-24; Pastor, X. p. 231 sgg.; L. Cristiani, La propbítie des papes, dite de st Malachir, in L'ami du clergé, 60 (1951), pp. 631-34.
Alberto Chinato
MALAFOSSA, Giacomo. - Filosofo e teologo dei Minori Conventuali (detto anche Giacomo e Giacomino Bargius), n. a Barge (Cuneo) ca. il 1480, m. ivi nel 1563 .

(1st. Mas)
Malaga, diocesi di - Interno delle Cattedrale (secc. xvir-xviII). Malaga
Si formò alla scuola del p. Girolamo Gadi, lodato come metafisico anche dal Seripando (Conc. Trid., Diaria, II, 400 n. 6), e si laureò in teologia. Tranne la breve parentesi del suo provincialato di Liguria (dal 1537), si occupò sempre della scuola: per 25 anni reggente dello Studio del Santo a Padova, e professore di metafisica, per oltre 40 anni, nella Università Paravina. Esercitò pure l'ufficio di inquisitore a Padova dal 1547. Fu chiamato negli ultimi anni dal duca di Savoia a Torino, ove insegnò ancora per poco, nell'Università.
Fu un * elegante e spirituale scotista *, come l'ha definito il Bertoni (v. bibl.). La sua partecipazione al Concilio Tridentino, attestata da vari scrittori dell'Ordine e non ancora confermata dagli atti ufficiali, rimase forse marginale : vi avrebbe tenuto o scritto un discorso; furono però consultati e apprezzati i suoi Commentaria in I Sent. Scati (Padova 1560); pregato da vari padri conciliari, pubblicò nel 1546 la Dissertatio an quis scire possit se esse in gratia Dei.
Altri scritti : Quaestio de subiecto metaphysicae (Padova 1553); Oratio... ad obtinendam remissionem omnium peccatorum... (ivi 1562); lasciò inedita una Expositio in metaphysican Aristotelis (a Ferrara), i Commentaria in II, III et IV Sent. Scoti, commenti alle epistole paoline.
Bibl.: Cod. 92, f. 194 (miscell., Roma, Arch. gen. dell'Ordine); F. A. Benoff, Inquisitores O. F. M. Conv., in Cod. 220, f. 299 (ibid.); P. Ridolfi da Tossignano, Histor. seraph. religionis, Venezia 1586, pp. 274 e 322; F. Ciatti, Annales O. F. M. Conc., III, 137 (ms. Roma, Arch. gen.); Wadding, Annales, 2. 1431, n. 11; id., Scriptores, pp. 124-25; Sbaroles, II, p. 12; Hutter, III, col. 155; A. Bertoni, Le bienh. 3. Duns Scot et son école, Levanto 1917, pp. 481-82; G. Odourdi, Padri e teologi O. F. M. Conv. al Conc. di Trento, in Miscellanea francescano, 47 (1947), pp. 393-94.
Lorenzo Di Fonzo
MALAGA (Malacitan), diocesi di. - Suffraganea della metropolitana di Granata, è situata nella provincia civile omonima, meno otto parrocchie esistenti in quella di Cadice, e una in quella di Granata; appartiene pure ad essa tutto il territorio coloniale spagnolo del Marocco, eccettuata la città
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Ibid. Mari Malaga, diocesi di - Facciata della Cattedrale. Particolare decorativo (secc. xiv-xv) - Malaga.
di Ceuta. La zona del protettorato marocchino è retta dal vicario apostolico di Tangeri.
La diocesi ha una superficie di kmq. 7226 con una popolazione di 665.500 ab., dei quali 660.120 cattolici. Conta 193 parrocchie, servite da 141 sacerdoti diocesani e 110 regolari, un seminario, 22 comunità religiose maschili e 95 femminili (1949).
Prescindendo dalla leggenda nazionale, che vorrebbe fondata questa diocesi da un discepolo dell'apostolo s. Giacomo, si deve ammettere la sua esistenza alla fine del sec. III, giacché un suo vescovo di nome Patrizio era presente nel Concilio Illiberitano. Si trovano alcuni presuli malacitani nei primi tempi della dominazione saracena, ma poi questa chiesa dovette quasi scomparire; tuttavia nei secc. xiri, xiv e xv si trovano alcuni vescovi titolari. Riconquistata M. dal re Ferdinando V e dalla regina Isabella, i quali fecero il solenne ingresso nella città il 19 ag. 1487 , vi fu ristabilita nello stesso anno la sede episcopale; il primo vescovo residenziale fu Pietro Diaz de Toledo Ovalle, elemosiniere maggiore di questi sovrani. Per chiesa cattedrale fu adattata la moschea principale, purificata e consacrata con solenne rito liturgico, finché nel 1528 si costruil l'attuale edificio sotto il vescovo Cesare Riario, successore nella stessa sede del card. Raffaele, suo fratello, ambedue nipoti del papa Sisto IV. I lavori furono interrotti nel 1785 , così che resta ancora incompiuta; essa è dedicata alla Annunciazione della Vergine Maria. La collegiata d'Aurequera, fondata nel 1503 e soppressa nel 1851, fu ristabilita da Leone XIII; essa possiede preziose pitture del Murillo e incalcolabile ricchezza di paramenti antichi. Nella Cattedrale vi sono pure quadri del Cano, Coello, Morales e G. de Juanes e notevoli statue, una del Merra. La diocesi è dedicata alla Madonna della Vittoria. Patroni della città sono i martiri Ciriaco e Paola.
Fra le chiese, S. Maria della Vittoria, consacrata nel 1518; Cristo della Salute, già officiata dai Padri della Compagnia di Gesù che attualmente sono a S. Agostino; S. Giuliano, annessa all'Ospedale della carità, eretta nel 1669, con quadri del Guevara; S. Pietro, eretta a parrocchia nel 1658 , poi passata a N. S. del Carmelo; S. Giuseppe, edificata nel 1545 .
BibL.: A. Flores, Espaĩa Sagrada, X, II, Madrid 1753; Eur. Eur. Am., XXXII, pp. 429-54; Guía de la Iglesia y de la Acción católica española, Madrid 1943, pp. 747-58.
Giuseppe Pou y Marti
Ancheologia. - Gli scavi eseguiti in S. Pietro di Alcantara di M., in località Vega del Mar, hanno rimesso in luce un cimitero cristiano e una basilica divisa da pilastri in tre navate; all'abside ne era contrapposta una seconda adibita a sepoltura e a destra dell'abside principale un battistero comunicante con la Basilica mediante archi sostenuti da colonne, con vasca crociforme, e con altra vasca rettangolare vicino.
La Basilica è posteriore al terremoto del 365 , mentre i sepolcri appartengono al periodo visigotico (secc. vi-viI).
BibL.: J. Perez de Barradas, La basilica paleo-cristiana de Vega del Mar, in Archivo Español de arte y arqueologia, 22 (1932), pp. 53-72.
Enrico Josi
MALAGRIDA, Gabriele. - Gesuita, missionario, n. a Menaggio (Como) il 5 dic. 1689, m. sul rogo a Lisbona il 21 sett. 1761. Lavorò indefessamente per 30 anni (1721-54) nelle missioni del Brasile e del Maranhão, fondandovi anche case di ritiro per le donne, seminari per il clero e case di esercizi, e acquistandosi presso i Portoghesi e gli indigeni la fama di una virtù straordinaria.
Nel 1754 tornò in Portogallo dietro invito della Regina madre, che l'aveva conosciuto e assai apprezzato in un soggiorno temporaneo da lui fatto a Lisbona nel 1730, perché l'assistesse nell'ora della morte. Un libretto, pubblicato in occasione del terremoto di Lisbona del 1755, in cui il M. proclamava, come del resto molte altre operette dello stesso genere, ma troppo vivacemente, la necessità di riformare i costumi, le cui malvagità aveva attirato quel castigo, irritò il ministro Pombal, che fece bruciare il libretto per mano del carnefice ed esiliare l'autore a Setubal (1756). Richiamato a Lisbona e falsamente accusato di avere partecipato alla congiura dei Tavora contro il re Giuseppe I, il M. venne senz'altro gettato in prigione con altri 9 suoi confratelli, come colpevole di alto tradimento (1779). Due anni dopo, venne denunciato al tribunale dell'Inquisizione e condannato al rogo, per le colpe di eresia, false profezie, dottrine rivoluzionarie e false santità. Il giudizio dell'Inquisizione si fondò sopra due opere, che il M. aveva composto durante la prigionia, sulla vita di s. Anna e sull'Anticristo e vivacemente difese come, almeno in parte, rivelazioni, ma che in realtà tradiscono soltanto, con le loro ridicolaggini e sciocchezze, il fatto che il M. aveva perduto l'intelletto a causa della lunga e dura prigionia. Però per il delitto di alto tradimento e di eresia la prova non fu mai prodotta. Il M. fu strangolato e buttato sul rogo, ma egli protestò sempre la sua innocenza. Anche agli avversari dei Gesuiti quella condanna parve un assassinio legale e Clemente XIII proclamò il M. martire. Menaggio gli eresse un monumento nella chiesa parrocchiale (1887).
BibL.: Sommervogel, V, coll. 394-95; Streit, III, 1091 122; e meglio ancora S. Leite, Hist. de Companhia de Jesus no Brasil, VIII, Rio de Janeiro 1949, pp. 340-50. Studi: C. Cordara, Saggi apologetici sul famoso processo e tragica fine del p. G. M., Venezia 1782, 1784; P. Mury, Hist. de G. M., Strasbourgo 1864, 4⁴ ed., 1899; F. Botina, Vida del p. G. M., Barcellona 1886; vers. it. Milano 1890; JG. Brimengol, Un monumento al p. M., in Civ. Catt., 13* serie, IX (1888, 1), pp. 30-34, 414-30, 650-79; Pastor, XIV, 1, pp. 586-93, 624-25; W. Kratz, Der Prozess Malagridas nach den Originalakten der Juquisitien im Torre do Pondo in Lissabon, in Arch. hist. S. 3., 4 (1935), pp. 1-43, con ampia bibl. sulla questione.
Celestino Tonone
MALAKAL, prefeettura apostolica di - Nella parte meridionale del Sudan anglo-egiziano, eretta
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De Schola cxire.
De cure beumni.
Comes Signatus.
Canonicus de latere.
Auis Olliendis.
Leo Sabinus.
Comes Laurentius,
Signum Olliende.
Hierufalem Campanie, Vebamus. iiit. Gallus, Trecenfit in Campania, Patriarcha Hierufalem.
Draco deprecifus.
Oliguinus uir.
Concionatur Gallus. - Innocentius. v. Gallus, oedinis Predicatorum.
Bonus Comes.
Pifcator Thufitus.
Rofa sumpofica.
Ex teloneo liliacei Martini Maritinus. iii. cuius infignia filia, canonicus \&. Insonis Lateranonifis.
Gregorius. iv. Familia Coroinum Signis Epifingus Card.Olliendis.
Coelcllinus.iii. Mediolaneofis, cuius infignia Leo, Epifimpus Card.Sabinus.
Innocentius.iii. domo filica, Comes Lius. nio_Cardinalis S.Laerenti in Lucina.
Alexaeder. iiij. De comitibus Siguis, Epifimpus Card.Olliendis.
Hierufalem Campanie, Vebamus. iiit. Gallus, Trecenfit in Campania, Patriarcha Hierufalem.
Draco deprecifus.
Oliguinus uir.
Concionatur Gallus. - Innocentius. v. Gallus, oedinis Predicatorum.
Bons Comes.
Pifcator Thufitus.
Rofa sumpofica.
Ex teloneo liliacei Martini Maritinus. iii. cuius infignia filia, canonicus, \&.chefcurarius S.Martini Turcmen.
Honorius. iii. Familia Subclia infignia ro fa x leonibus gallata.
Nicolaus.iii. Plicens parnis Ethulanus.
Coelclinus v. Vescaus Petrus de Morrone Eremita.
Ex undarii biddiclione. Bonifacius. viii. Vocante prius Benedictus, Costanus, cuius infignia unda.
Concionatur patereus. Benedictus.vi. qui nocabatur Frater Nitro Iaus, oedinis Predicatorum.
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Lupi Coelclina,
Amator Crucis.
De medicitate Luna.
Bos palcens.
De Capra \& Albergo. Pius. II. Senentis, qui fuit à Secreto Cardinalibus Capranicio \& Albergano.
De Ceruo \& Leone: Paulus. II. Venerus, qui fuit Commerodata. eius eculefis Cernienfis, \& Cardinalis titoli S.Macro.
Pifcator minorita.
Pescorfios Siciliae.
Bos Albinius in portu. Alexander VI. Epifimpus Cardinalis Alba. nus \& Portuordis, cuius infignia Bos.
De patuo homine. Pius. III. Senentis, familia pivohemoria.
Erolbui louis iussibis. Iulius. II. Ligus, eius infignia Quercus, louis arbue.
De eraticis Politiana. Leo. 2. filius Laurentii medicui, \&. 8 bularis, Angeli Politiani.
Leo Florentinus. Adrian. VI. Floräti filius, eius infig. 4 Leo. Flos plisi agri. Clemens. VII. Florentinus de domo medicea, eius infignia pila, \&. lilia.
Hiacinthus medicurii. Paulus. III. Paracelus, qui lilia pro infig. nibus geltus, \&. Card. fuit. SS. Cofine, \&. Damiani.
De corona monaea. Iulius. III. antex uocatus Ioannes Maria de monce.
Frumentum floridum. Marcellus. II. cuius infig.ia remus \&. fromi taus, iden floridum, quod praco tempora nisti in papato.
De fide Petri.
Paulus. III. antex uocatus Ioannes Petrus. Cursilis.
Eftriloptofiliacusacum. Pius. III. antex dillus Io. Angelus Medicus. Angelus nemorofus. Pius. V. Michael uocatus, narus in oppido Bofchi.
Mollum corpus pilaris Gregorius XII. cuius infignia medius Dra
## Liber Secundus.
De fefle aquitanitis. Clemens V. naticens aquitanna, cuius infignia fefle erans.
De fatore ofien. Inanare XXII. Gallus, femilia Offa, Senecis filius.
Coruus lchiflenticus. Nicolaus. V. qui nocabatur P. Petrus de mebario, contra Ienfurem XXII. Antipapa Minorius.
Frigidus Ablius. Breodiellus XII. Abbas Monniferi fionis frigidi.
De rofa Atrebateoff. Clemens. VI. Epifimpus Atrebateofis, cuius infignia Role.
De mōtibus Pämachi. Innocentius VI. Cardinalis SS. Insonis \& Pauli. T. Paumachi, cuius infignia fes monax erant.
Gallus Vixxomes. Vebanus V. nuncius Apollodius ad Vixxom. nites Mediolaneofes.
Nopus de uirgioe forti. Gregorius XI. qui uocabatur Petrus Bicilie cis, Cardinalis S.Mario noux.
Decruce Apollolica. Clemens. VII. qui fuit Presbyter Cardinalis SS. XII. Apollodicii, cuius infignia Cras.
Luna Cofinodina. Benedictus XIII. antex Petrus de luna, P. omus Cardinalis S.Mario in Cofinogia.
Schifina Barchinoni. Clemens VIII. Antipapa, qui fuit Canonis est Barchinonentis.
De inferno pregofci. Vebanus VI. Neapolitanus Pregnaculius in Iuof qui diuzior Ioferens.
Cobus de mixtione. Bonifacius. IX. familia nemacella \&. Grona Liguriae nera, cuius piliquis Calif.
De meliore fydere. Innocentius. VII. uocatus Coriones de me liotatis Subnonenfis, cuius infignia fydus.
Nexus de Pontezigen. Gregorius XII. Veneras, commendatoris eculefis Nigropontis.
Flagellum folis. Alexandria. V. Graecus Archispilippar Me. diolaneofis, infignia Sol.
Cervus Sirenz. Inanare XXII. Diaconus Cardinalis S.Euflachii, qui cum cerno depingitur ; Bovonio legatus, Neapolitanis.
Corona neli aurei. Martinus V. familia colonna, Diaconus Car dinalis S.Georgii ad colomantrum.
## Liber Secundus.
cu, Cardin alis creatus \&. Pim. IIII. qui pila in armis gelfulari.
Axis in medietate figni. Marus. V. qui a medio Leodis in armis gelfat.
De mea caeli. Vebanus. vi. qui fuit Archispilimpas Roffalaus in Calabria, abi māns colliginos.
Ex antiquitate Veba. Gregorius. XIII.
Piactuitas in bellis. Innocentius.IX.
Crux Romules. Clemens. VIII.
Videlius uir.
Gens percerta. Anintel rurale.
la tribulatione pacis. Rola Vederio.
Lilium \& rofa.
Iacunditas crucis.
Monitum collos.
Sydus olorum.
De flumine magno.
Bellus infatabilis.
Ponitentia glottiafis.
Raftrum in porta.
Flores cimundati.
De bona religione.
Miles in bello.
Columna excella.
Qua ad Ponnferre adicta, non fous ipfios Malachie, fad R.P.F.
Alphoni Giacunis, Ord. Predicemus, huius Prophecie interpretis.
## Epifcoparus de littera E.
Cap. x L1.
Eftrulis in a. Anglis, fidi Coniuntiofi, archipifitupa.
D. D. D. D. D. D. D. D. D. D. D. D. D. D. D. D. D. D. D. D. D. D. D. D. D. D. D. D. D. D. D. D. D. D. D. D. D. D. D. D. D. D. D. D. D. D. D. D. D. D. D. D. D. D. D. D. D. D. D. D. D. D. D. D. D. D. D. D. D. D. D. D. D. D. D. D. D. D. D. D. D. D. D. D. D. D. D. D. D. D. D. D. D. D. D. D. D. D. D. D. D
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(fol. British (uenzil)
In alto: CHIESA DI FLORIANA - La Valletta. In basso: SEPOLCRI DI ALCUNI CAVALIERI nella Cattedrale di S. Giovanni. Quello a sinistra è del Gran Maestro Nicola Cottoner, di Melchiorre Cafà (sec. xviI) La Valletta.
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il 10 genn. 1933 con il nome di Kodok e con territorio distaccato dai vicariati apostolici di Khartum e di Barhr el-Gazal e dalla prefettura apostolica di Bahr elGebel. Fu affidata ai Figli del S. Cuore di Gesù (Missioni africane di Verona), che vi lavoravano fin dall'inizio della missione, ma il 12 ag. 1938 per ragioni politiche la si dovette passare alla Società di S. Giuseppe di Mill Hill per le Missioni Estere. Il 14 luglio 1949 la denominazione di Kodok è stata mutata in quella di M., dal nome del luogo di residenza dell'Ordinario.
Il territorio è uno dei campi evangelici più difficili, perché, sebbene abitato da tribù pagane (Shilluk, Dinka, Nuez, Altezi) che formano una preponderante maggioranza numerica (ca. 695.000 su 715.000 ab.) e in mezzo alle quali potrebbe svolgersi un apostolato relativamente proficuo, non solo vi è in vigore il "sistema delle zone", ma si trova anche sotto l'influenza governativa islamica, nonostante che i maomettani siano in esigua minoranza (ca. 15.000). Con il recente insediamento del Consiglio legislativo indigeno, composto quasi esclusivamente di musulmani, si parla anzi di unificazione politica anche nell'uso d'una sola lingua, l'arabo. Di modo che i missionari, datisi già allo studio delle varie lingue indigeno e alle versioni dei catechismi nelle medesime, verranno a trovarsi dinanzi a nuove e non facilmente superabili difficoltà nelle relazioni e nell'insegnamento di fronte alle varie tribù.
La prefettura ha un'estensione di 204.800 kmq ., con 712.000 ab., di cui 2388 cattolici, distribuiti in 4 parrocchie servite da 21 sacerdoti diocesani, coadiuvati da 4 comunità religiose femminili. Conta 6 istituti di educazione (Ann. Pont., 1951, p. 715).
BibL.: AAS, 22 (1933), pp. 235-36; GM, p. 225; MC, p. 203; Archivio di Prop. Fide. Prospectus status missionis, pos. prot. n. 3521 / 49.
Carlo Corvo
MALALEEL. - Patriarca ricordato in Gen. 5, 1213, e rappresentato in uno dei medaglioni del ciclo dei patriarchi dipinti nelle pareti della navata centrale della basilica di S. Croce in Gerusalemme a Roma (1123-44). E di aspetto giovanile; nella leggenda sottostante si ha: "Malalehel vixit octingentis nonaginta annis".
BibL.: G. Bissioti-S. Pesarini. Pitture del XII sec. scoperte nella basilica di S. Croce in Gerusalemme a Roma, in Studi romani, I (1913), p. 251, tav. 25, 2.
Enrico Josi
MALANG, vicariato apostolico di. - Nella parte estrema orientale di Giava (Indonesia), comprende tre distretti civili : Pasuruan, Bosuki e l'adiacente isola di Madura.
In data 12 dic. 1922 l'evangelizzazione d