ro Giosuè che la sconfisse (Ios. 11, 1.7 sg.).
4. Due beniaminiti (I Par. 8, 9. 18).
Bibl.: E. Glaser, Shizze der Geschichte und Geographie Arabiens, II, Berlino 1890, pp. 302-307; F. Vignouroux, s. v. in DB, III, col. 1579; A. Fernandez, Commentarios in librum Iome, Parigi 1938, p. 162 sgg.
Francesco Spadafora
IOGHABED (ebr. Jâhhebhedh). - Donna della tribù di Levi; nata in Egitto, fu sposa di Amram, suo nipote. E la madre di Mosè (Ex. 6, 20; Num. 26, 58 sg.). Pur la sua accortezza, salvò la vita e riuscì ad esser la nutrice di questo suo figliolo, quando, costretta ad esporlo nel Nilo in una culla di papiro, esso fu preso dalla figlia del faraone (Ex. 2, 1-10).
I. è l'unico nome teoforo, prima della Rivelazione del Sinai (Ex. 3, 13 sgg.; 6, 2 sg.), in cui figura l'elemento Jô, abbreviazione di Jahveh; ma questo elemento ha potuto esser facilmente sostituito a 'El o piuttosto ad 'Eli.
Bibl.: M. Noth, Die israelitischen Personennamen..., Lipsia 1928, p. 111; A. Bos, De Pentateoche, 2* ed., Roma 1933, p. 52 sg.; J. Lagrange, L'authenticité motolque de la Genèse et la théorie des documents, in Revue biblique, 47 (1938), p. 174 sg.; A. Vaccari, La S. Bibbia, I, Firenze 1943, pp. 184 sg., 193.
Francesco Spadafora
IOEL, profeta: v. gioele, profeta.
IOEL (ebr. Jô'êl « Jahveh è Dio»; Volg.: Ioel e Iohel). - Nome di 12 israeliti menzionati nei libri storici del Vecchio Testamento.
1. Figlio primogenito di Samuele (I Sam. 8, 2; I Par. 6, 13 [dove è da rimettere nel testo ebraico]. 18 [Volg. 6, 28.33]; 15, 17). Preposto con il fratello Abia a Bersabea, si alienarono gli animi per l'avidità. - 2. Capo di un'importante famiglia della tribù di Simeon (ibid. 4, 35). - 3. Un rubenita (ibid., 5, 4.8). - 4. Uno dei capi della tribù di Gad, nel Basan (ibid., 5, 12). - 5. Levita della stirpe di Caath, antenato di Heman (ibid., 6, 21). 6. Figlio di Izrahia della tribù di Issachar (ibid. 7, 3). 7. Guerriero di David; fratello di Nathan (ibid. 11, 38; II Sam. 23, 36, dove correggi l'ebr. Jigh'âl [Volg. Igaal] in I. con il greco). - 8. Capo tra i leviti, della stirpe di Gerson (ibid. 15, 7.11; 23, 8; 26, 22). - 9. Capo della mezza tribù di Manasse, al di qua del Giordano, sotto David (ibid. 27, 20). - 10. Levita della stirpe di Caath, al tempo di Ezechia (II Par. 29, 12). - 11. Giudeo con moglie straniera (Esd. 10, 43). - 12. Beniaminita tra quelli che si stabilirono a Gerusalemme (Nei. 11, 9).
Bibl.: F. Zorell, Lexicon hebraicum, p. 392; A. Vaccari, La S. Bibbia, II, Firenze 1947, pp. 307, 491. Francesco Spadafora
IOHANAN (ebr. Jêhôhânân e Jôhânân « Jahweh fa grazia»). - Nome di 16 personaggi del Vecchio Testamento.
1. Capo militare sotto Sedecia. Entrati i Caldei a Gerusalemme, riuscì a rifugiarsi in Transgiordania. Aderi poi a Godolia (v.), cui svelò invano lo sciagurato progetto d'Ismaele. Assassinato Godolia, I. inseguì l'uccisore e liberò i prigionieri. Temendo però i Caldei, con i superstiti si rifugiò in Egitto, trascinando seco Geremia che li consigliava a restare (II Reg. 25, 23 sgg.; Ier. 40-43).
2. Primogenito del re Iosia (I Par. 3, 15); morto forse prima di Iosia, o con lui a Mageddo (II Reg. 23, 29). 3. Discendente davidico, per Zorobabel (I Par. 3, 24). 4. Nipote di Achimasa; sommo sacerdote sotto Salomone e Roboam (ibid. 6, 10). - 5. Valoroso guerriero di David; beniaminito, gli si unì a Siceleg (ibid. 12, 4). - 6. Gadita, con David nel deserto di Giuda (ibid. 12, 12). 7. Levita, della famiglia di Core; portiere del Tabernacolo (ibid. 26, 3). - 8. Capo militare sotto Iosaphat re di Giuda (II Par. 17, 15). - 9. Padre del centurione Ismaele, al tempo di Ioiada (ibid. 23, 1). - 10. Elraimito al tempo di Achaz (ibid. 2 , 12). - 11. Capo della famiglia di Asgad; ritornò in Palestina con Esdra (Esd. 8, 12). 12. Sacerdote o levita, figlio di Eliasib, nella cui stanza al Tempio si rifugiò rattristato Esdra (Esd. 10, 6). Forse è lo stesso I. nipote di Eliasib (Neh. 1, 10 sg . 22 sg .), sommo sacerdote nel 410 , cui invano si rivolsero
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i Giudei di Elefantina (Papiro Cowley 30). La stanza ebbe posteriormente il suo nome; al tempo di Esdra era un fanciullo (A. Fernandez, A. Médebielle [v. bibl.]). - 13. Giudco che rimandò la moglie straniera (Ezd. 10, 29). - 14. Figlio di Tobia ammonita, l'oppositore di Neemia (Neh. 6, 18). - 15. Capo della famiglia sacerdotale d'Amaria, sotto il pontificato di Ioacim, poco dopo il ritorno dall'esilio (ibid. 12, 13). - 16. Sacerdote o levita che partecipò alla consacrazione delle mura di Gerusalemme (ibid. 12, 42).
Bibl.: A. Fernandez, Epoca de la actividad de Esdras, in Biblon. 2 (1921), p. 438 sgg.; L. Hennequin, Eléphantine, in Bib. II, coll. 1009-12; A. Condamin Le livre de Jérémie, 3⁴ ed., Parigi 1936, pp. 278-84; F. Zorell, Lexicon hebraicum, pp. 300, 302 sg.; A. Médebielle, Esdras-Néhémie (La Ste Bible, ed L. Pirot, 4), Parigi 1949, pp. 268, 321 sg., 372.
Francesco Spadafora
IOIADA. - Tra i personaggi biblici di questo nome due meritano speciale menzione.
I) Sacerdote, figlio di Bonaia, consigliere del re David insieme ad Abiathar, dopo la morte del traditore Achitophel (I Par. 27, 34). Ebbe a sua volta un figlio di nome Bonaia, che fu tra i capi delle milizie (I Par. 27, 5) sotto lo stesso re, e tra i più autorevoli sostenitori di Salomone per la successione al trono (cf. I Reg. 1). Alcuni pensano che nell'uno e nell'altro caso si tratti della stessa persona: 1. figlio di Bonaia. Ma le ragioni addotte per giustificare l'inversione dei nomi nel testo biblico non sono convincenti.
2) Sommo sacerdote al tempo della regina Athalia (842-836 a. C.) e di Ioss re di Giuda (836-797 a. C.; II Reg. 11-12; II Par. 22-24). Avendo Athalia (v.), dopo la morte di re Ochozia, fatto strage di tutti i discendenti di stirpe reale per assicurarsi il trono da sola, I. mise in salvo, con l'aiuto di sua moglie Iossbeth (v.), il piccolo Ioss, figlio di Ochozia, e lo allcvò nascostamente nel Tempio fino all'età di 7 anni. Quindi lo presentò alla nazione e lo fece proclamare re, deponendo l'empia regina Athalia, che fu giustiziata dal popolo. Si mantenne costantemente a fianco del giovane re, e lo coadiuvò con i suoi saggi consigli nell'opera di restaurazione religiosa e politica; finché I. visse, Ioss si comportò bene : demoli il tempio ed i simulacri di Baal che erano stati eretti da Athalia, e rinnovò il patto d'alleanza tra Jahweh e Israele; ristabili inoltre il normale servizio del Tempio, di cui promosse i restauri. I. morì in età di 130 anni, ed ebbe sepoltura nelle tombe dei re. Dopo lo suo morte il re Ioss cambiò condotta e si abbandonò all'idolatria; Zaccaria (v.), figlio di I., che osò pubblicamente riprenderlo, venne lapidato nell'atrio del Tempio (II Par. 24, 20-25).
BibL.: H. Lesètre, s. v. in DB, III, coll. 1593-96; Lexicon Biblicum, II, p. 791 sg.
Giacano Stano
IOIARIB. - Nome di alcuni personaggi del Vecchio Testamento (ebr. Jéhéjāribh, più spesso Jéjāribh).
I. Sacerdote molto in vista (I Par. 9, 10), incaricato del primo turno di servizio nel Tempio (ibid. 24, 7).
2. Sacerdote del tempo dell'esilio, il quale ritornò in patria con Zorobabel (Neh. 11, 10; 12, 6).
3. Membro della tribù di Giuda, antenato di Maasia (Neh. 11, 5).
4. Contemporaneo e collaboratore di Esdra per organizzare il ritorno degli esiliati in Gerusalemme (Ezd. 8, 16).
Angelo Penna
IONA (HY). - Isoletta ad ovest della Scozia, che, secondo il ven. Beda, il re Bruda dei Picti regalò all'irlandese s. Columba, il quale vi fondò nel 563 un monastero diventato celebre per la sua scuola di scrittura e per il gran numero dei suoi santi (s. Aidano, s. Finano, s. Colombano, ecc.). Fino al Sinodo di Whitby (664) i monaci di I. evangelizzavano la Scozia e l'Irlanda.
A I. ebbe origine una cerimonia che poi si divulgò in tutta l'Europa cristiana : nel 574 il nuovo re d'Irlanda Aidano vi ricevette l'unzione regale dalle mani dell'abate
s. Columba. I. fu luogo di sepoltura dei primi re d'Irlanda e di Scozia.
La severa regola di s. Colombano di Luxeuil seguita dai monaci, fece si che lo stato morale rimase sempre altissimo. I monaci fondarono molti monasteri, i quali, governati da prepositi, rimanevano alle dipendenze della casa madre. Nel 688 l'abate Adamnano (v.) accettò la disciplina romana e nel 715 i monaci di S. Columba furono cacciati dal Regno dei Picti e con ciò cessò la vita particolare della Chiesa iro-scozzese. Il monastero ebbe molto a soffrire dalle invasioni normanniche: nell'806 furono uccisi 68 monaci. Nel 986, dopo essere stato distrutto dagli stessi Normanni, il monastero fu ricostruito dalla regina s. Margherita di Scozia (v.). Nel 1203 divenne abbazia benedettina e nel 1367 passò alla Chiesa anglicana.
I ruderi odierni della chiesa benedettina contengono bei capitelli decorati di animali e di fogliame in primitivo stile celtico. Gli archi acuti risalgono al sec. xiri, mentre l'alta Croce di S. Martino, decorata di ricchi rilievi, appartiene al sec. x. A nord-est della Cattedrale si trova un'antica chiesetta molto interessante in stile celtico.
BibL.: E. C. Trenholme, The story of I., Londra-Edimburgo 1909; J. L. G. Meissner, The Celtic Church in England after the Synod of Whitby, Londra 1930; S. Ryan, Irish monasticism, Dublino 1931, p. 33.
Hermine Kuhn-Steiahasuen
IONADAB (ebr. Jēhōnādhābh e Jōnādhābh). Nome di due personaggi del Vecchio Testamento.
I. Figlio di Semmaa, fratello di David. Scaltro e perspicace, fu il cattivo genio del cugino Amnon, cui suggerì come soddisfare la brutale passione per Thamar. Quando pervenne a David la falsa notizia della strage dei suoi figli, I. vide giusto nell'assicurarlo che la vendetta di Absalom si era abbattuta sul solo Amnon (II Sam. 13).
2. Figlio di Rechab, fedele jahwista, che Ichu volle con sé quando mosse alla distruzione della famiglia di Achab e dell'idolatria (II Reg. 10, 15 sg. 23). I. volle preservare i suoi discendenti dal deleterio influsso della civiltà cananea e prescrisse loro di restare seminomadi (Jer. 35).
BibL.: L. Desnoyers, Histoire du peuple hébreu, II, Paris 1930, pp. 279-82; A. Condamin, Le livre de Jérémie, 3⁴ ed., ivi 1936, p. 256 sgg.
Francesco Spadafora
IONATHAN (ebr. Jehōnāthān e Jōnāthān, Volgata I. e Ionathas). - Nome di vari personaggi d'Israele nel Vecchio Testamento.
I. Levita, discendente di Mosè (Iudc. 18, 30); dimorava come gēr ("ospite") nella tribù di Giuda. Passò in Ephraim al servizio del santuario domestico di Michas, dove consultava l'ophod; quindi, ben volentieri seguì i 600 Daniti che andando a stabilirsi a Lais-Dan e rubarono a Michas gli oggetti del santuario (Iudc. 17-19).
2. Figlio di Saul; fedele e caro amico di David (v.), che ne pianse la morte immatura sul campo di Gelboe II Sam. 14; 18, 1; 19, 1-8; 20-21, 1; 23, 15-18; 31, 2; I Sam. 1, 17-27).
3. Valoroso nipote di David (ibid. 21, 21; I Par. 20, 7). 4. Zio ed esperto consigliere di David (I Par. 27, 32). 5. Figlio del sommo sacerdote Abiathar; portava a David fuggitivo le notizie intorno al ribelle Absalom (II Sam. 15, 27 sg. 35 sg.; 17, 15-21; I Reg. 1, 42-49). 6. Uno dei prodi di David (II Sam. 23, 32; I Par. 11, 34). 7. Amministratore dei beni di David, fuori di Gerusalemme (I Par. 27, 25). 8. Levita al tempo di Iosaphat (II Par. 17, 8). 9. Scribe sotto il re Sedecia; nella sua casa fu prigione Geremia (Jer. 37, 15.20; 38, 26). In Ier. 40, 8 c'è un I. capo militare, dovuto probabilmente ad errore di copista; manca in II Reg. 25, 23. 10. I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I I
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Dopo le scoperte d'Elefantina, molti critici ritengono che Jôhânán è da immettere nel testo, come padre di I. 14-15. Due capi di stirpe sacerdotale (Neh. 12, 14.18). 16. Sacerdote al tempo di Neemia (II Mach. 1, 23), che molti identificano con il sommo sacerdote di cui al n. 13, 17. La vita della stirpe di Asaph (Neh. 12, 35).
18. Il più giovane dei fratelli Maccabei, detto Apphus (I Mach. 2, 5); prese il comando dopo la morte di Giuda (161-143 a. C.). Continuò la guerriglia contro Bacchide, ottenendo infine un patto di pace. Con grande avvedutezza trasse ogni vantaggio dalla lotta tra Alessandro e Demetrio Sotere. Sconfisse Apollonio, generale di Demetrio Nicatore, figlio del precedente; ma quando questi ottenne il trono, riuscì a propiziarselo. Rinnovò l'alleanza con i Romani. Fu quindi dalla parte del piccolo Antioco VI sostenuto dal generale Trifone, ottenendone l'investitura del sommo sacerdote. Ma Trifone, che ambiva il trono, lo prese prigioniero a tradimento e lo uccise (I Mach. 9, 23-13, 23). Un altro I. fu inviato da Simone Maccabeo ad occupare Ioppe (ibid. 13, 11); può esser lo stesso guerriero segnalatosi ad Asor (ibid. 11, 70), o un suo fratello.
BibL.: E. Schürer, Geschichte des jüdischen Volkes, 3⁴-4⁴ ed., Lipsia 1901, pp. 223-40; L. Desnoyers, Histoire du peuple hébreu, I. Parigi 1922, pp. 120-23, 334; II, ivi 1930, pp. 47 sgg., 52-59, 84 sg., 93-96, 262, 289, 294, 309; F. Zorell, Lexicon hebraicoon, pp. 301, 305; A. Vaccari, La S. Bibbia, III, Firenze 1948, pp. 410, 452; A. Médebiellle, Esdras-Néhémie (La Siz Bible. ed. L. Pirat, 4), Parigi 1949, p. 372.
## IONATHAN MACCABEO : v. MACCABEL
## IONI : v. nUCLEO ATOMICO.
## IOPPE : v. GIAFFA.
IORAM. - Re d'Israele ( 853-842 a. C.), figlio dl Achab, successe al fratello Ochozia, morto dopo pochi mesi di regno, e fu l'ultimo re della dinastia di Amri (Omri). Dal lato religioso seguitò la linea segnata da Ieroboam I (v.), ma a differenza di suo padre Achab, che aveva apertamente osteggiato il culto di Jahweh e dato libero corso all'idolatria, I. restaurò in parte il jahwismo, abbattendo il cippo (masṣ̣̣̣bhâh) di Baal, che suo padre aveva eretto (II Reg. 3, 2-3, cf. I Reg. 16, 32) : successo da ascriversi all'azione dei profeti Elia ed Eliseo. Mantenne buoni rapporti con Iosaphat (v.), re di Giuda, e lo ebbe a fianco nella spedizione contro Mesa re dei Moabiti, che è il fatto più saliente del suo regno.
Di questa campagna, oltre il dettagliato racconto biblico (II Reg. 3, 4-27), si ha un riscontro nella celebre stele di Mesa, ritrovata a IJibân nel 1868 e conservata nel Museo del Louvre a Parigi (per il testo cf. H. Gressmann, Altorient. Texte, Lipsia 1926, p. 440 sg.; M.-J. Lagrange, in Rev. bibl., 10 [1901], pp. 323-25). I Moabiti erano stati assoggettati dal re Amri (886-875 a. C.), che occupò la regione di Medaba ed impose il tributo (stele, linn. 5-8). Il controllo su Moab si rafforzò sotto il re Achab; e sebbene già negli ultimi anni di questo re i Moabiti avessero tentato di scuotere il giogo, la rivolta vera e propria (secondo la chiara notizia di II Reg. 1, 1: 3, 5) avvenne dopo la morte di Achab, durante l'effimero regno di Ochozia. I., che successe dopo pochi mesi al fratello, si trovò a fronteggiarla appena salito al trono. Mosse dunque insieme con il re di Giuda, Iosaphat, e con il re di Edom, ancora sottomesso a Giuda, per attaccare i Moabiti dal sud. La lunga ed estenuante marcia per il deserto poco mancò non finisse in un disastro per la penuria dell'acqua: ma, scavate per comando del profeta Eliseo alcune fosse, queste si riempirono prodigiosamente di acqua: e l'esercito poté andare avanti. I tre alleati sostennero vittoriosamente un primo attacco dei Moabiti, penetrarono profondamente nel territorio nemico fino ad assediare la capitale Qîr-Hăreseth (odierna
Kerak) o "città della terracotta" (Volg. : "muri fictiles "). L'assedio fu rigoroso : il re Mesa fece disperati tentativi per spezzarlo; ma non riuscendo ad aprirsi un varco, pensò di propiziarsi il dio Chamos sacrificandogli il proprio figlio primogenito ed erede sopra il muro della citrà. Dopo questo fatto "si scatenò una grande collera contro gl'Israeliti, che si allontanarono da lui e fecero ritorno nella loro terra" (II Reg. 3, 27). Da queste parole si deduce che l'impresa felicemente intrapresa si risolse in un insuccesso per gli Israeliti. Non già che Jahweh infliggesse un castigo agl'Israeliti per motivo del crudele sacrificio offerto da Mesa al suo idolo, e tanto meno che la "collera" fosse scatenata dall'idolo invocato. Furono battuti dai Moabiti, a cui la vista del terribile sacrificio aveva infuso il soraggio della disperazione (G. Ricciotti, [v. bibl.], I, p. 408). Il successo è magnificato dal re Mesa nella sua iscrizione, ove però si passa sotto silenzio la parte spiacevole, che è supplica da II Reg. 3, 18-25.
Agli anni di I. va riportata gran parte dell'attività profetica di Eliseo (II Reg. 2-9). Sotto il medesimo re avvenne il terribile assedio di Samaria da parte dei Siri comandati da Benadad II: la fome fu spaventosa e diede luogo a terrificanti scene (cf. II Reg. 6, 24-33). Ma una notte improvvisamente, giusta la predizione di Eliseo, i Siri tolsero l'assedio e si diedero alla fuga. In complesso i rapporti con i re aramei furono caratterizzati da alterne amuizie e ostilità. Avendo Ilaseel usurpato il trono di Damasco e ucciso Benadad, I. tentò di riconquistare la città di Ramoth di Galaad: ma nel corso delle operazioni rimase ferito, e si ritirò per curarsi a Ieareel (II Reg. 9, 14 sg.). Qui, sorpreso dal nuovo re Iehu (v.), fu ucciso (II Reg. 9, 21). La dinastia di Amri aveva regnato in Israele per ca. 45 anni (886-842).
Bibl.: H. Lesdire, s. v. in DB. III, coll. 1641-44; M.-J. Lagrange, L'inscription de Mesha, in Rev. Bibl., 10 (1901), pp. 522-45; R. Dussaud, Les monuments palestiniens et indolones (Musée du Louvre), Parigi 1912, p. 19 sgg. (smpia bibl., trascrizione, versione, commento); O. Hellmann, Chronologia libri Regum, Roma 1914, pp. 453-62; A. Vaccari, De inscriptione Messe regis Moab, in Verb. Dom., 2 (1922), pp. 274-78, 300-13, 341-43; A. Pohl, Historia populi Iroasî inde a divisione regni..., Roma 1933, pp. 63, 36* sg.; G. Ricciotti, Storia d'Israele, I, Torino 1934, pp. 404-11.
Giactano Stano
IORAM. - Re di Giuda (849-842 a. C.). Figlio di Iosaphat (v.), ereditò dal padre il trono, ma nessuna delle virtù. Il suo matrimonio con Athalia, figlia del re di Samaria Achab e della funicia Iezabel (v.), ebbe conseguenze nefaste sul regno di Giuda. Fin dal principio del suo regno, I. trucidò gli altri suoi fratelli ed anche alcuni maggiorenti del paese. Il motivo di questa spietata repressione (preludio di quella più crudele che sua moglie Athalia farà più tardi, cf. II Reg. 11) è da ricercarsi probabilmente in qualche latente opposizione al nuovo indirizzo politico-religioso del re, il quale, discostandosi dalla linea del padre e seguendo invece l'esempio dei re d'Israele, cominciò a deprimere la religione di Jahweh, favorendo i culti idolatrici (II Par. 21, 6.11).
Sotto il suo regno gli Edomiti, ch'erano stati assoggettati dal re David (cf. II Sam. 13-14), si ribellarono alla sovranità di Giuda, spinti senza dubbio dall'esempio dei Moabiti, che poco prima si erano rivoltati contro l'amontimo re d'Israele Ioram (v.). Nell'infelice tentativo di domare la rivolta, I. poté a stento sfuggire all'accerchiamento nemico : così da quel tempo gl'Idumei ottennero stabilmente l'autonomia con un proprio re (II Reg. 8, 20-22). Anche i Filistei e le tribù arabo, che avevano fatto atto di sottomissione a Iosaphat, si ribellarono a I. e depredarono il paese; anzi fecero scorrerie fino a Gerusalemme, saccheggiarono la reggia e deportarono gli stessi membri della famiglia reale (II Par. 21, 16 sgg.). Fu una vera catastrofe, giusta punizione del cielo al degenere re di Giuda. I. morì a 40 anni, dopo lunga e sconcia malattia, predettagli dal profeta Elia (v.), e non ebbe neppure l'onore della sepoltura nelle tombe reali (II Par. 21, 12-20).
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Brec.: O. Hellmann, Chrounlogia libri Regum, Roma 1914, pp. 244-61; G. Ruciotto, Storia d'Israele, I, Torino 1934, pp. 431 435; H. Lealtre, s. v. in DB, III, col. 1645 sg. Gaetano Stano
IORGA, Nicolae. - Storico, n. a Botosani il 5 giugno 1871, assassinato nella foresta di Pantelimon (Bucarest) il 28 nov. 1940. La figura di I. è rappresentativa del sorprendente sviluppo culturale che la Romania ha conosciuto nei primi 40 anni di questo secolo. Storico di fama e competenza mondiale, restauratore degli studi bizantini moderni - dopo il 1920 e dei congressi bizantini, storico delle Crociate, e specialmente, da questo punto di vista, del papato, poté contemplare da tali altezze le questioni e le separazioni religiose, con la doppia cultura bizantina e occidentale del suo paese. Difficile spesso da leggere, e da controllare, è uno scrittore naturalmente appassionato e non sempre coerente.
Difensore della posizione nazionale e religiosa del suo popolo al di là dell'Europa latina, ebbe alle volte degli apprezzamenti duri o ingiusti per il cattolicesimo; ma, nell'insieme e nei momenti cruciali, un atteggiamento coraggiosamente comprensivo.
Alla vigilia della prima guerra mondiale, quando il caso di Haidu-Dorog - migliaia di fedeli romeno-cattolici, uniti, attribuiti ad una diocesi magiarizzata- suscitò una enorme commozione in Transilvania, allora ungherese, e a Bucarest, dove si sentì il grido di Las von Rom I, I. protestò che non era il caso, per un crrore occasionale, di prendere un atteggiamento cosi grave verso una Chiesa come quella di Roma.
Alla vigilia della seconda guerra mondiale, nel genn. 1940, dinanzi al nuovo-secondo-Patriarca romeno, in una sua conferenza sul carattere tradizionale e popolare, non polemico, della ortodossia romena, I. concludeva che il patriarca di Costantinopoli non poteva non agire da greco, mentre il Papa di Roma agiva da Padre di tutti i fedeli di qualunque nazione.
Tra le sue opere si ricordano: Notes et extraits pour orveir d l'histoire des Croisades ou XIV siècles, 6 voll., Parigi 1899-1916; Histoire des Croisades, ivi 1924; Essai de synthèse de l'histoire de l'humanité, 4 voll., ivi 19261928; Istoria Românilor, 10 voll., Bucarest 1936-39.
Brec.: Mélanges offerts à M. Nicolas I. par ses amis de France et des pays de longue française, Parigi 1933. In memoriam: Revue historique du sud-est européen, 18 (1941, Bucarest), pp. 3-9, 10-19 (Discours de M. M. Roques); Byv. Zeitschrift, 41 (1941), pp. 572-73 (Bancscu, v. Indici 1941-42); Byzantion, 17 (1944-45, Bruxelles-American Series), pp. 423-30; Revue des études byzantines, 4 (1946), pp. 5-23 (Laurent: sul bizantinologo); Byzantinaslanica, 9 (1947, Praga), pp. 130-54; The Slaronic... Review (nov. 1947, Nuova York), pp. 44-59 (Campbell).
IOSABETH (Iosaba). - Figlia di Ioram (v.), re di Giuda e sorella di Ochozia; era consorte del sommo sacerdote Ioiada (v.; cf. II Par. 22, 11). E l'unico caso, nella Bibbia, di una principessa reale passata in sposa ad un sommo sacerdote. Ebbe il merito di salvare il suo nipotino Ioas (v.), figlio di Ochozia, dal furore di Athalia, che, dopo la morte di questo re, sterminò tutti i discendenti di stirpe reale ( 842-836 a. C.). Il bambino, allevato nascostamente nel Tempio per cura di lei e del marito Ioiada, quando ebbe raggiunta l'età di sette anni fu acclamato re dalla nazione (II Reg. 11, 1-4; II Par. 22, 10-12). Non risulta che la madre di I. fosse la detta regina Athalia, come suppone Fl. Giuseppe (Antiq. Ind., IX, 3, 1); probabilmente era figlia del re Ioram per parte di altra moglie.
Gaetano Stano
IOSAPHAT. - Re di Giuda (873-849 a. C.), il quarto dopo lo scisma. Figlio e successore di Asa (v.), salì al trono a 35 anni e regnò 25 anni in Gerusalemme, di cui 3 in comune con il vecchio padre e gli altri da solo. Nella Bibbia viene presen-
tato come pio e fervente jahwista, valoroso sovrano, ottimo uomo di Stato, anche se non sempre fortunato nelle sue imprese. Le sue gesta sono riferite in I Reg. 22, II Reg. 3, e più estesamente in II Par. 17-20. Seguendo i migliori esempi di suo padre, promosse con fervido solo il culto di Jahweh, estirpando gli abusi e le superstizioni che si erano introdotte sotto i suoi predecessori. Promosse efficacemente l'istruzione religiosa del popolo, e nel terzo anno del suo regno, quando cioè cominciò a regnare da solo, istituì un collegio di catechisti, una specie di missione ambulante (composta di due sacerdoti, sette leviti e cinque laici), con il compito di tenere istruzioni al popolo con il libro della Legge alla mano in tutte le città di Giuda (II Par. 17, 7-9). Egli stesso perlustrò tutto il paese da Bersabea alle montagne di Ephraim, per richiamare il popolo ad una più fervente pratica della religione (II Par. 19, 4). T'olse via dal paese i qēdhēšim o prostituti (sacerdoti idolatri dediti ad infami riti), che infestavano da tempi più remoti il paese e che Asa suo padre non era riuscito a togliere del tutto (II Reg. 22, 47). Si adoperò anche per rimuovere "gli altari delle alture", disseminati qua e là per il regno e tollerati prima della costruzione del Tempio, ed « i pali sacri", oggetti di culto idolatrico in onore della dea cananea 'Āšērāh o Astarte: ma non vi riusci del tutto, almeno per le cosiddette alture o bāmāth (II Reg. 22, 44 e II Par. 20, 33 : il popolo continuò ivi a sacrificare e bruciare incenso); ciò che peraltro non diminuisce il merito del pio re.
Inoltre, I. istituì dei governatori e prefetti nelle principali città (II Par. 17, 2) e perfezionò l'ordinamento giudiziario, dettando sagge norme per l'amministrazione della giustizia, e creando, oltre i tribunali minori nelle singole città, due tribunali superiori in Gerusalemme, uno per le cause religiose alle dipendenze del sommo sacerdote Amaria, l'altro per le cause civili, con a capo Zabadia figlio di Ismahel, uno dei maggiorenti del regno (II Par. 19, 4-11). In premio di tanto zelo il Signore conosce prosperità e saldezza al suo regno (ibid. 17, 5) e gli concilio rispetto da parte delle nazioni vicine : anzi alcune città filiste e tribù arabe gli erano tributarie (II Par. 17, 10 sg.).
Anche nei confronti del regno di Ephraim I. si trovò in vantaggio (ibid. 17, 1), almeno nei primi anni. Impose la sua autorità agli Edamiti con un governatore da lui nominato (I Reg. 22, 48), ma per breve tempo. Costruì centri fortificati in tutto il paese; concepì anche l'idea di allestire, come già aveva fatto Salomone, una spedizione di «navi di Tarā̄̄» (ossia navi da lungo corso) per caricare oro ad Ophir: ma l'impresa falli, poiché le navi si sfacciarono ad Asion-Gaber (II Reg. 22, 29). I. fece pace e amicizia con il re d'Israele Achab, sigillandola con il matrimonio di suo figlio Ioram (v.) con Athalia figlia di Achab: grave errore, che gli venne fortemente rimproverato dal profeta Iehu (v.) figlio di Hanani (II Par. 19, 2; cf. 20, 37). Quest'amicizia non soltanto portò il re di Giuda ad una graduale condizione d'inferiorità rispetto al re d'Israele, ma, peggio, espose il suo regno e la sua famiglia alle influenze nefaste del casato di Achab, come si vide durante il regno di suo figlio Ioram e più ancora sotto la despotica tirannia di Athalia (cf. II Reg. 8, 16 sgg.; 11). Partecipò con il re Achab, contro l'avviso del profeta Michea figlio di Iemla, alla guerra per la riconquista di Ramoth di Galaad: Achab vi perdette la vita, e I. solo per un aiuto del cielo poté tornare sano e salvo a Gerusalemme (II Par. 18-19, 3). Fu a fianco del re d'Israele anche nella spedizione contro il re dei Moabiti, Mesa (II Reg. 3) : ma l'impresa si conchiuse con una ritirata (v. IOAAs). Più fortunato fu I. quando agì da solo: in II Par. 20 si riferisce una grande vittoria riportata contro gli Ammoniti, che insieme ad alcune tribù di Arabi e Idumei (detti
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Maoniti da Maon, ai confini di Edom), forse incoraggiati dalla rivolta dei Moabiti, avevano invaso il territorio di Giuda; in quest'occasione rifulse la fede del pio re e la potenza dell'aiuto divino. In complesso I. fu uno dei migliori re di Giuda ed il suo regno, con poche eccezioni, fu tra i più prosperi e felici.
BraL: H. Lesfow, s. v. in DB. III, coll. 1647-so; A. Pohl, Historia populi Israël iude a divisione regni..., Roma 1933, pp. 72 74; G. Ricciotti, Storia d'Israele, I, Torino 1934, pp. 429-31. Gaetano Steno
Iconografia. - Nella basilica dei SS. Giovanni e Paolo in Roma era rappresentato il re I. mentre stermina i nemici d'Israele; la scena è perduta, ma le sillogi epigrafiche di Lorsch e di Cambridge ne hanno conservato il distico che illustrava la rappresentazione del tempo del papa Simmaco (498-514; cf. G. B. De Rossi, Inscriptiones Christianae Urbis Romae, II, I, Roma 1888, p. 150; A. Silvagni, La silloge epigrafica di Cambridge, in Riv. di arch. crist., 20 [1943], p. 91).
Enrico Josi
IOSAPHAT, valle di. - Nome della stretta valle, detta anche del Cedron (v.), ad est di Gerusalemme, tra la città e il monte degli Ulivi; propriamente il tratto che corre tra la porta Sittí Marjam e Bír Ajjūb: essa è disseminata di tombe. Secondo una opinione assai diffusa tra cristiani, giudei e musulmani, questa valle dovrebbe essere il teatro del Giudizio universale. Fin dal sec. iv d. C. il ricordo del Giudizio attirò nella valle penitenti e contemplativi, che vi costruirono numerosi monasteri. Anche oggi molti ebrei vogliono esservi seppelliti, per essere vicini al luogo in cui avverrà il Giudizio, ed in vicinanza, sul lato ovest, delle mura del Tempio, si stende il cimitero maomettano. Ma tale credenza deve ritenersi infondata, sebbene appoggiata dallo stesso s. Girolamo (In Joel, 3, 2 sgg. : PL 979-85).
L'unico passo della S. Scrittura, ove è menzione della "valle di I. " con riferimento ad un giudizio di Jahweh, è Joel 3, 2.12.14: "Io radunerò tutte le nazioni, le farò discendere nella v. di I., e là entrerò in giudizio con esse... Si levino le nazioni e salgano alla v. di I.; poiché è là che io sederò a giudicare tutte le nazioni vicine... Che folla, che folla nella valle della decisione! ". Ma trattasi di un giudizio punitivo dei popoli vicini che hanno fatto del male ad Israele. Soprattutto non regge l'identificazione della « v. di I. " gioelica con l'attuale valle che ne porta il nome. Questa nella S. Scrittura non è mai chiamata « v. di I. ", ma valle o torrente del Cedron (II Sam. 15, 23; II Reg. 2, 37; Ier. 31, 40; Jo. 18, 1): essa è poco più che il letto d'un torrente, e male si accorda con il testo di Gioele che suppone ( V meq, " valle ampia") una valle spaziosa, per accogliervi i popoli. L'espressione di Gioele "v. di I. "deve avere non un senso topografico, ma simbolico e metaforico, fondato sull'etimologia del nome (Jēhō̌ēphaq = " Jahweh giudica ") : il luogo dove Jahweh giudicherà, promulgherà «la decisione» (Joel 3, 14). Perciò s. Cirillo Alessandrino definisce affatta credenza, invalsa specialmente tra i giudei, "una favola da vecchierelle" (PG 71, 589).
L'identificazione della "v. di I. " con la valle del Cedron è già attestata da Eusebio, verso il 330 d. C. (Onomasticon, 273, 89), e dall'Itinerario Burdigalense, anno 333, dall'apocrifo Transito della B. Maria Vergine (ed. C. Tischendorf, p. 118), ecc. Qualcuno ritiene che la denominazione sia derivata dal sepolcro del re Iosaphat, che quivi viene mostrato tuttora (anche s. Beda, che visitò Gerusalemme nel 720 , vi accenna) : ma la presunta tomba è leggendaria, poiché, come si legge in I Reg. 22, 51, Iosaphat fu sepolto nella "città di David ", che è la collina a sud-est di Gerusalemme.
Secondo F.M. Abel la chiave della spiegazione è in Neh. 3, 30, ove la Volgata legge porta iudicialis, una delle porte nel nuovo muro della città costruito dopo il ritorno dall'esilio (ebr. Ja'ar ham-miphqādh, da pāqadh = " visitare », che può significare anche " esercitare un giudizio »:
il traduttore latino, prima ancora di s. Girolamo, prese il termine in questo secondo senso, e tradusse porta iudicialis, porta del giudizio). La denominazione si estese alla valle sottostante: "valle del giudizio", o del "Giudizio di Jahweh", quindi "v. di I. ". Era facile poi riferire al luogo il noto passo del profeta Gioele.
BraL: F. Vigouroux, Tesaphat tradite del, in DB. III, coll. 1651-55; H. Vincent-F.-M. Abel, Yérusalem nouvelle, Parigi 1914, p. 849 sgg.; J. Knabenbauer, Comment. in prophetes minores, 2^{text {a }} ed., Parigi, 1924, p. 478 sg.; G. Ricciotti, Bibbia e non Bibbia, Brescia 1932, pp. 173-77; G. M. Perrella, La valle di Giasafat e il giudizio antiornale, in Divas Thomas (Piacenza), 36 (1933), pp. 49-50; id., I Luoghi Senti, Piacenza 1936, pp. 58-68.
Gactano Stano
IOSEDEC (ebr. Jēhōṣādhāq e Jōsādhāq « Jahweh è giusto "). - Padre del sommo sacerdote Gesù (Agg. 1, 1.12.14; 2, 3.5; Zach. 6, 11; Eccil. 49, 14).
Da I Par. 3, 41, ove è detto che I. "andò esule allorché il Signore deportò Giuda e Gerusalemme", si potrebbe dedurre che I. fosse l'ultimo sommo sacerdote dell'antico Tempio. Ma da II Reg. 23, 18 (cf. Ier. 52, 24) risulta che tale carica era rivestita ancora da suo padre Saraia, che fu precisamente deportato nel 587-586. Quindi con ogni probabilità I. fu deportato insieme al padre in Babilonia. La sua qualifica di sommo sacerdote ha un valore genealogico ed ideale. Difatti sia i luoghi citati, sia Esd. 3. 2. 8; 5, 2; Neh. 12, 26, parlano di I. quasi unicamente come del padre del sommo sacerdote Gesù, che ebbe importanza notevole al tempo della ricostruzione di Gerusalemme.
Angelo Penna
IOSIA. - Re di Giuda (639-609 a. C.). Sali al trono all'età di 8 anni, succedendo a suo padre Amon (v.), soppresso per una congiura di palazzo dopo due anni di regno. "Ancor giovinetto cominciò a cercare il Dio di David suo padre" (II Par. 34, 3). Trovò il paese in grave decadimento religioso e morale, per il lungo periodo di apostasia ufficiale sotto il regno di Manasse e di Amon. Quando poté agire secondo la sua coscienza (all'età di 20 anni, ossia l'anno XII del suo regno, II Par. 34, 3), intraprese con ardimento e zelo un'opera di radicale riforma, purgando il paese da tutto l'apparato idolatrico che aveva preso piede un po' dappertutto ed era penetrato perfino nei sacri recinti del Tempio.
Spazzò via tutte le abominazioni dal luogo santo : demolì gli altari idolatrici fatti costruire dal re Manasse nei due cortili (II Reg. 23, 12) ed il "cocchio del sole"; distrusse l' "A bar{θ} bar{r} bar{r} h (II Reg. 23, 6), cioè il palo sacro, simbolo della dea "A bar{θ} bar{r} bar{r} h : al culto di questa dea erano onnesse le infami pratiche di prostituzione rituale, che il re energicamente stronch. Con eguale zelo purgò gli altri luoghi di Gerusalemme e di Giuda: dissacrò il Topheth, nella valle di Gè-Hinnòm o Gehenna (v.), ove erano stati offerti a Moloch sacrifici umani (II Reg. 23, 10); rovesciò l'altare dei sē'irīm (Volg. satiri), che era presso la porta della città; dissacrò le alture (masṣēbhōth) fatte erigere da Salomone (I Reg. 11, 7) presso il Monte Oliveto in onore di Astarte, Chamos e Moloch : quivi erano innalzati cippi e pali sacri a Baal e "A bar{θ} bar{r} bar{r} h, che I. fece demolire, riempiendo i luoghi di ossa umane (II Reg. 23, 13-14). Eguale sorte toccò alle altre masṣēbhōth disseminate in tutto il paese, da Gabas a Bersabea, e tollerate da quasi tutti i re suoi predecessori (II Reg. 23, 8). L'azione epuratrice si estese anche alle persone: I. tolse di mezzo i maghi e gl'indovini con tutti i loro idoli (II Reg. 23, 24); destituì i gerofanti (hēmárīm) o sacerdoti idolatri addetti ai culti astrali importati dall'Assiria, e richiamò da ogni parte a Gerusalemme tutti quei sacerdoti che in qualunque modo si erano prestati agli illegittimi riti delle masṣēbhōth tuttavia ebbe un riguardo per i sacerdoti di origine levitica, i quali, pur rimanendo sospesi dalle funzioni sacerdotali, continuarono ad essere sostenuti con le offerte fatte all'altare. Lo zelo del pio re si estese anche oltre i confini del suo Stato, nei paesi del distrutto regno d'Israele. Si portò egli stesso di persona nelle varie città e borgate fino
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al lontano territorio di Nephthali, abbattendo altari, simulacri, cippi e pali sacri, nonché le mazzbbhoth (II Reg. 23, 19 sg.; II Par. 34, 6 sg.); soprattutto distrusse lo scismatico santuario di Bethel e ne dissacrò l'altare (II Reg. 23, 19-18), attuando quanto tre secoli innanzi, all'inaugurazione di quel santuario, aveva predetto un profeta di Jahweh (v. IERDROAM I; cf. I Reg. 13, 2 sgg.).
L'azione del re era validamente appoggiata, oltreché dal sommo sacerdote Helcia, dai profeti Geremia (la sua vocazione profetica data all'anno XIII del regno di I., cf. Ier. 1, 2), Nohum e Sofonia, quantunque non si possa esattamente definire quanta parte vi avessero. Ad incoraggiare e stimolare il pio re sopravvenne un fatto assai importante: il ritrovamento del «libro della Tôrâh» nell'anno XVIII del suo regno ( 6222 . C.), durante i lavori di restauro nel Tempio (II Reg. 22, 8 sgg.; II Par. 34, 8 sgg.). Il re ne ordinò la lettura alla sua presenza, e profondamente impressionato per le gravissime maledizioni di Jahweh contro i trasgressori della stessa Legge (Deut. 28, 15-68), consultò la profetessa Holda (v.), la quale confermò le nototorie seazioni della Tôrâh, pur predicando che non sarebbero state applicate durante il regno di I. in premio del suo zelo (II Par. 34, 19-28). I. intensificò la sua opera riformatrice a norma delle prescrizioni contenute nella stessa Legge. E fu un periodo di riforma costruttiva: mentre continuò ad estirpare gli ultimi avanzi di superstizione e d'idolatria, promosse con successo in tutto il paese un generale risveglio di fede e di pietà. Il documento ritrovato doveva essere, come ai tempi di Mosè e di David, la base di tutta la vita religiosa e civile della nazione; perciò se ne fece con grande solennità la promulgazione: adunati nel Tempio il popolo, i sacerdoti, i profeti, il re, fu data lettura della Tôrâh rinvenuta, e tutti giurarono di osservarne gli statuti, rinnovando il patto o alleanza con Jahweh (II Por. 34, 29-35). A suggello del grande avvenimento fu celebrata nello stesso anno XVIII di regno di I. una solennissima Pasqua, quale dai tempi di Samuele non si ricordava in Israele (II Par. 35, 1-19).
Il rinvenimento del libro della Tôrâh sotto I. ha grande importanza anche dal punto di vista storico-letterario per la questione del Pentateuco. Gli antichi Padri, e soprattutto i moderni critici ed esegeti da un secolo in qua si sono domandati: quale libro fu ritrovato in quell'occasione? e che pensare del racconto biblico (II Reg. 22; II Par. 34)? Incominciando dalla seconda questione, i critici razionalisti fino ad oggi, negando per lo più la verità storica, hanno supposto che si trattasse non di un vero ritrovamento, ma di una pia frode con la quale si sarebbe fatta passare per ritrovato un libro sacro affatto nuovo, e questo sarebbe in sostanza il Deuteronomio o il substrato di esso, primo nucleo (secondo la teoria wellhacraniana) del processo di formazione del Pentateuco e degli altri libri storici. Ma sta il fatto che molto spesso nell'antico Oriente venivano depositati nei luoghi sacri i documenti importanti, specialmente di carattere religioso, e che non di rado se ne perdeva la traccia, finché, in occasione di restauri o di altri lavori, non venivano ritrovati. Quest'ipotesi sola risponde alla verità, come anche alcuni critici sono propensi ad ammettere (E. Sellin, Geschichte des isr.-jüd. Volkes, I, Lipsia 1924, p. 289 sgg.; R. Kittel, Geschichte des jüd. Volkes, II, 7^{text {a }} ed., Stoccarda 1925, p. 445). Niente di più facile che, ai tempi degli empi re Manasse e Amon, il sacro testo venisse nascosto in luogo sicuro da qualche pio Jahwista, ovvero venisse gettato da qualche altro come cosa vecchia in un ripostiglio, e che al fine ritornasse alla luce suscitando così profonda impressione. E che questo libro fosse il solo Deuteronomio, fu sentenza di parecchi antichi (Girolamo, Atanasio, Crisostomo, ecc.), ed è opinione abbastanza comune tra i moderni critici ed esegeti (molti razionalisti e non pochi cattolici, come I. Coppens, G. Ricciotti e A. Vaccari, Sacra Bibbia, II, Firenze 1947, p. 467). Dal racconto stesso si potrebbe avere l'impressione che il testo ritrovato non fosse molto esteso, giacché fu subito letto due volte (II Reg. 22, 8,10), e nella cerimonia della promulgazione furono lette «tutte le parole» di esso al popolo (II Reg. 23, 2). Ma tale ipotesi è incerta; non risulta che la duplice lettura sia stata fatta nello stesso
giorno né che il solo Deuteronomio sia stato letto tutto in una volta; d'altra parte il titolo del codice "libro della Tôrâh" (II Reg. 22, 8), "libro dell'alleanza" (II Reg. 23, 2), «il libro della Tôrâh di Jahweh scritto per mano di Mosè» (II Par. 34, 14), fa piuttosto pensare all'intero libro del Pentateuco (A. Bea [v. bibl.], p. 83 sg.). Che il codice ritrovato fosse un libro conosciuto a tutti in Israele, si rileva dal racconto biblico (II Reg. 22, 12).
La vasta riforma di I., estesa pacificamente anche nei paesi dell'ex-Regno di Samaria, faceva intravedere non lontano il giorno in cui sarebbe stata restaurata anche l'unità politica della nazione, spezzata dopo la morte di Salomone. E forse lo stesso I. ne caldeggiava la speranza e il disegno. Ma gli avvenimenti politici fecero tutto fallire. Caduta Si nive nel 612 sotto i colpi dei Medi e Babilonesi, si mosse dall'Egitto il faraone Nechao II per portare soccorso all'agonizzante Impero sassiro. Ma il Re di Giuda gli sbarrò la strada, senza dubbio per impedire che l'aiuto egiziano salvasse da sicura rovina una nazione che era stata sempre avversa al popolo di Jahweh; e si schierò con l'esercito a Mageddo, importante nodo strategico. Riuscite vane le trattative da parte del Faraone per ottenere il passaggio, si venne a battaglia; combattendo, I. fu ferito gravemente e morì di lì a poco (II Reg. 22, 28-30; II Par. 35, 20-25). La sua morte ( 609 a. C.) fu un'irreparabile sciagura per il Regno di Giuda ed il preludio della catastrofe finale (v. IOAKIRI, IOACHIN).
Bibl.: F. de Hummelauer, Commentarius in Deuteronomium, Parigi 1901, pp. 46-60, 83-87; E. Naville, La découverte de la loi sous le roi Yosias, ivi 1910; S. Euringer, Zum Streit um das Deuteronomium (Bibl. Zeitfragen, 4, viII), Münster 1911; id., Die ägyptischen und heilinschriftlichen Analogien zum Funde des Codex Helciae, in Bibl. Zeitschrift, 9 (1911), pp. 230-43, 327-49; 10 (1912), pp. 12-33, 225-37; M. Kegel, Die Cultus-Reformation des Yosia, Lipsia-Erlangen 1919; G. Hölscher, Komposition und Ursprung des Deuteronomium, in Zeitschr. f. d. altt. Wissenschaft, 40 (1922), pp. 161-225; Th. Oestreicher, Das deuteronomische Grundgesetz, Gütersloh 1923; F. Horse, Die Kultusreform des Königs Yosia, in Zeitschr. für morgenl. Gesellsch., 77 (1923), pp. 220238; H. Gressmann, Yosia und das Deuteronomium, in Zeitschr. f. altt. Wissenschaft, nuova serie, 1 (1924), pp. 313-37; A.C.Welch, The death of Yosia, ibid., 2 (1925), pp. 253-60; K. Budde, Das Deuteronomium und die Reform-Königs Yosia, ibid., 3 (1926), pp. 177224; A. Bentzen, Die jusianische Reform und ihre Voraussetzungen, Copenhagen 1926; O. Procksch, König Yosia, in Zahn-Pestgabe, Lipsia 1928; J. Coppens, La réforme de Yosias, in Ephem. theol. Locan., 5 (1928), pp. 581-98; A. Bea, De Pentateucho, Roma 1928, pp. 81-87; E. König, Zentralhaltsantitite und Kultuscentralisierung im alten Yrrael, Gütersloh 1931; E. Floris, Ripercuzioni immediate della caduta di Ninive sulla Palatina, in Biblica, 13 (1932), pp. 399417 (cf. 400-409); id., Sofonia, Geremia e la cronaca di Gadd, ibid., 12 (1934), pp. 8-31 (cf. 13-26); G. Ricciotti, Storia d'Israele, I, Torino 1934, pp. 466-77; H. Höpfl, Introduzis in Vetus Testamentum, 5ᵃ ed., Roma 1946, pp. 87-97; E. Junge, Der Wiederaußum des Heersessens des Reiches Yuda unter Yosia (Beitr. z. Wissenschaft d. Alt. und N. Test., 4, xxiII), Stoccarda 1937. Gaetano Stano
IPAMU, vicariato apostolico di. - E sito nella parte centro-occidentale del Congo Belga, ed è affidato agli Oblati di Maria Immacolata. Il 13 apr. 1937, con parti di territorio distaccate dai vicariati apostolici di Koango e del Kassai superiore (ora di Luluabourg), fu eretta la prefettura apostolica d'I., che il 12 febbr. 1948 fu elevata a vicariato apostolico.
Esso ha una superfice di 42.000 kmq, e una popolazione di oltre 360.000 ab. Nel 1949 contava 51.779 cattolici indigeni, 170 cattolici stranieri, 8554 catecumeni, 5000 protestanti, quasi 300.000 pagani, 45 missionari, 4 fratelli luici e 22 suore, tutti stranieri, 7 seminaristi maggiori, un seminario minore con 45 alunni, 747 catechisti, 8 catechiste, 8 infermieri, 2 stazioni principali, 72 secondarie, 12 chiese, 472 cappelle, 6 dispensari con 408.902 consultazioni annuali, un lobbrosario con 60 ricoverati, numerose opere di assistenza per la maternità e l'infanzia, 600 scuole elementari con 17.440 alunni e 4.637 alunne,
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una scuola normale con So alunni, un periodico stampato in 100 esemplari. Alta è la percentuale dei praticanti.
Bib.: AAS, 29 (1937), pp. 334-35; 40 (1948), pp. 359-60; MC, Roma 1950, pp. 141-42.
Carlo Corvo
## IPERDULIA : v. CULTO.
IPNOTICI. - Tutti quegli agenti che conciliano o provocano il sonno, deprimendo l'eccitabilità delle cellule nervose o determinando transitorie modificazioni della circolazione sanguigna encefalica. In senso lato, quindi, anche un pediluvio od un bagno generale caldi o un pasto copioso serotino possono, ad es., esercitare azione ipnagoga. In senso più ristretto, diconsi i. soltanto i farmaci capaci di riprodurre, mediante la loro azione farmacodinamica, le condizioni del naturale riposo cerebrale. E siccome il meccanismo principale a traverso cui viene raggiunto lo scopo risiede in una depressione delle funzioni psichiche, cosi viene esercitata dal farmaco un'azione sedativa, che si confonde con quella ipnagoga.
Vengono distinti gli i. dai narcotici; mentre i primi provocano il sonno soltanto deprimendo l'eccitabilità corticale, senza modificare la circolazione sanguigna encefalica, i secondi determinano, invece, un sonno più profondo, accompagnato da un maggior ottundimento dei riflessi e spesso anche con notevoli modificazioni circolatorie cerebrali; inoltre, ossidandosi con facilità nei tessuti, alterano il protoplasma delle cellule nervose, mentre gli i. le rendono solamente meno eccitabili.
La sommistrazione di un i. determina dapprima un indebolimento graduale della facoltà di attenzione e rilasciamento muscolare, per giungere poi alla sospensione della coscienza e della funzionalità di quei centri corticali e basilari, che normalmente coordinano le impressioni sensitive ed i movimenti volontari. Perché lo stato di rilassatezza fisica e di obnubilazione psichica provocato dall'i. possa ritenersi il più possibilmente analogo a quello provocato dal sonno fisiologico, è necessario che, similmente a quest'ultimo, il sonno provocato dal farmaco sia facile a dileguarsi al momento del risveglio, permetendo il ritorno rapido e piano della coscienza, immune cioè da ogni senso di torpore e lasci l'individuo in quello stato di benessere che segue al sonno fisiologico. Sotto questo punto di vista è tuttavia molto varia la suscettivita individuale, e la nausea, il dolor di testa, la confusione mentale, il torpore generale e tutti quegli altri segni che l'individuo può avvertire come intolleranza, si presentano con una gamma variabilissima d'intensità secondo il soggetto. Se il farmaco ha depresso troppo profondamente i centri cerebrali dell'individuo e questi rimane insensibile agli stimoli esterni, dovrà parlarsi di coma (v.) e di stato di avvelenamento. Più o meno, tutti gli i. sono dotati di un equivalente tossico, per cui non sono mai del tutto innocui e il loro impiego, per quanto è possibile, dovrà esser limitato ai casi di assoluta necessità, cioè nei casi acuti, in cui si prevede che l'agitazione e l'insonnia possano causare, se durano a lungo, un'azione estenuante generale pericolosa. Inoltre tende a svilupparsi assuefazione al medicamento, tanto più dannosa, in quanto occorreranno successivamente sempre maggiori quantità del farmaco per ottenere l'effetto ipnagogo, donde l'aumento delle deprecabili eventualità d'intossicazione. Infatti, oltre a deprimere l'eccitabilità corticale, gli i., in grado maggiore o minore secondo la loro natura, esercitano azione deprimente respiratoria, cardiaca, digestiva, metabolica; effetti da prendersi particolarmente in considerazione quando vi sia necessità assoluta di non aggravare ulteriormente le condizioni morbose del paziente. L'i. ideale, efficace per un sonno al massimo simile al fisiologico, nonostante le continue ricerche e le nuove combinazioni sintetiche della scienza e dell'industria farmaceutica, ancora non esiste, pur possedendosene attualmente dei buoni, degni di considerazione, ognuno dei quali presenta
indicazioni che possono farlo preferire secondo particolari circostanze; ma tutti, nessuno eccettuato, sono passibili di qualche obbiezione in merito al loro impiego. I più correntemente usati, spesso purtroppo ottenibili, sotto forma di specialità, da farmacisti compiacenti, senza la ricetta del medico, sono i derivati dell'acido barbiturico (verenal, medinal, ipnal, numal, sandopral, noctal, pernacton, proponal, luminal, gardenal, dial, sedival, somminifen, sonno, ecc.) e gli uretani; praticamente non apparirebbero tossici alcuni derivati ureici, come il bromural, il neutral, l'adalina.
L'azione ipnagoga eccelle negli stupefacenti (v.) e nei narcotici propriamente detti, fra i quali classico è l'oppio (v.) che a piccole dosi riesce semplicemente analgesico, in dosi maggiori agisce narcotizzando profondamente, particolarmente per due dei suoi alcaloidi: la narceina e la morfina.
Nell'agitata vita dell'oggi, in cui l'inquietudine e l'insoddisfazione individuale, domestica, sociale sovreccita e logora le riserve psichiche del soggetto, in particolare la sua sensibilità e la sua attività volitiva, ponendolo sotto il dominio di suggestioni particolari in contrasto con le realtà della propria