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esico, in dosi maggiori agisce narcotizzando profondamente, particolarmente per due dei suoi alcaloidi: la narceina e la morfina.

Nell'agitata vita dell'oggi, in cui l'inquietudine e l'insoddisfazione individuale, domestica, sociale sovreccita e logora le riserve psichiche del soggetto, in particolare la sua sensibilità e la sua attività volitiva, ponendolo sotto il dominio di suggestioni particolari in contrasto con le realtà della propria esistenza, e spingendolo a un parossismo di morbosa suscettibilità fino a veri stati di angoscia, la ricerca di qualche pausa di riposo ha moltiplicato l'uso degli i., mentre l'incidenza dei suicidi mediante dosi massive di questi si è andata paurosamente elevando. L'uso immoderato e clandestino di tali medicamenti è divenuto una vera calamità, penetrando anche in strati sociali antecedentemente immuni. Il male si stringe attraverso un circolo vizioso in cui l'azione deprimente, lenta e insidiosa degli i., dei narcotici, degli stupefacenti sulla corteccia cerebrale e sulle altre funzioni organiche rende l'individuo sempre più abulico e più sofferente, alla ricerca di un nuovo periodo di calma che potrà ottenere soltanto con dosi sempre più elevate e sempre più tossiche.

S'impone quindi una più rigorosa disciplina della vendita degli i. non pochi dei quali sfuggono alle disposizioni di legge sugli stupefacenti; mentre rimedio ancor più efficace sarà l'educazione psichica e morale dell'individuo, perché, di fronte alle contingenze emare che possono insorgere nella vita, ritrovi, nell'equilibrio della mente e nella pace dello spirito, il rimedio efficace ed eviti il pericolo di un'autolesione alla propria integrità fisica e psichica.

Bib.: G. Coronedi, Diagnosi e terapia clinica degli avvelenamenti, Firenze 1926; L. Lewin, Gli stupefacenti, trad. it., Milano 1928; E. Starkenstein - E. Ross - J. Pohl, Toxikologie, Berlino e Vienna 1929; H. Thoma, Betäubungsmittel und Rauschgifte, Berlino e Vienna 1929; J. P. Modi, A textbook of medical tursprudence and toxicology, Bombay 1947; N. Teseira, Periode médico-legal nas toxicomanias, in Arq. neuropsiquiatr., 4 (1949), pp. 409-11.

Guido Tezoni
IPNOTISMO. - Da Grow = sonno. È indicato con tal nome (sinonimi : magnetismo animale, mesmerismo) uno stato di sospensione della coscienza dell'individuo, legato a una specie di sonno provocato con procedimenti di varia natura, il più delle volte in rapporto all'azione suggestionante di un altro individuo, l'ipnotizzatore, cui l'ipnotizzato obbedisce, eseguendo, senza coscienza, a guisa d'autonia, quanto a lui comanda con la parola o con il gesto o agendo automaticamente per una specie di impulso interno involontario, come nel sonnambulismo.
E. Servadio lo definisce «l'insieme delle teorie e dei fenomeni relativi a uno speciale tipo di sonno artificiale (ipnosi) provocabile con metodi diversi».

Il nome i. fu inventato dal medico inglese Giacomo Braid (m. nel 1860) nel 1842, ma i fenomeni erano noti da molto; basti ricordare l'esperimento pubblicato dal p. Kircher verso la metà del sec. XVII, consistente nella provocazione di uno stato d'ipnosi nel pollo, per mezzo d'opportune manovre. Nel sec. xvII il medico austriaco Antonio Mesmer volle tentare un nuovo metodo di cura degli ammalati, che da lui fu detto "mesmerismo"; esso è la stessa cosa che l'i. e prese anche il nome di "ma-

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STATUA DI S. IPPOLITO DI ROMA (sec. III).
La testa e le mani sono moderne - Roma, Museo Lateranense.

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per cortesia des podri della Cunodala.
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(per cortesia dei padri delle Cunodala)
In alto: CATTEDRALE E SCHIERAMENTO DEI COLLEGIALI. Facciata del principale edificio del convento indigens. I collegi e le scuole superiori in fondo. In basso: FONDAMENTA DELLE GRANDI SCUOLE: in primo piano convento delle suore indigene, visto di fronte; in fondo la Cattedrale con gli annessi parrocchiali nel centro.

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gnetismo animale", quasi in contrapposto al magnetismo fisico, nella credenza che i fenomeni fossero provocati da un fluido magnetico emanante da ogni corpo animale. J. M. Charcot, correlativamente ai suoi studi su l'isterismo (v.) si occupò molto delle manifestazioni dell'i. e affermò che l'uno e l'altro sono legati da stretti rapporti cosicché ogni forma di grande i. necessariamente ha il fondamento nell'isterismo. Al contrario la scuola di Nancy, con Bernheim, sostenne che le manifestazioni ipnotiche sono provocabili in ogni soggetto anche se normale e non vanno considerate segno di costituzione neuropatica.

Non vi è dubbio che l'i. si presenti a prima vista come qualcosa di straordinario, tale da poter essere interpretato come fatto preternaturale. Bene esaminato, però, e studiato al lume di moderne conoscenze fisiologiche e psicologiche, si dimostra pienamente spiegabile con il solo ricorso alle leggi naturali. Caratteristica dei fenomeni dell'i. è la sospensione della coscienza dell'individuo, provocata dalle manovre che l'ipnotizzatore esercita sull'ipnotizzando o che questo mette da se stesso in opera. Il sonno che ne viene, di varia intensità, e in unione con fenomeni particolari, è simile al sonno normale, avendo in comune con esso l'abolizione del controllo della ragione e, di solito, una pressoché complete anestezia dei sensi.

Il sonno ipnotico può presentarsi sotto tre differenti forme : lo stato letargico o letargia, lo stato catalettico o catolessia (v.), lo stato sonnambolico o sonnambulismo. Nella letargia l'individuo ha l'aspetto di persona profondamente addormentata: la coscienza è sospesa, i sensi sono spenti, i muscoli rilasciati. Al contrario l'attività della vita vegetativa è pienamente conservata, anzi, in rapporto all'abolizione della inibizione dei centri superiori, si ha un'esagerazione d'irritabilità del midollo spinale, donde i riflessi si compiono più rapidi ed intensi. Nella catalessia, presente lo stato completo d'incoscienza e di abolizione della sensibilità generale, il soggetto conserva la possibilità di essere influcnzato attraverso la vista e l'udito, particolarmente resi più sensibili alla ricezione. In questo stato è caratteristica la particolare flessibilità e pieghevolezza che assumono le parti del corpo, come se i muscoli dell'individuo fossero di cera molle (flexibilitas cerea), cosi da esser capaci di assumere e ritenere senza fatica, anche per lungo tempo, pose difficili e faticose passivamente impresse. Nel sonnambulismo il soggetto, in stato di dissociazione psichica, agisce con azioni coordinate, apparentemente coscienti, ma che sono in realtà in rapporto all'estrinsecazione motoria automatica di complessi ideo-motori sub-coscienti che passano in primo piano, divenendo operanti nella coscienza addormentata dell'individuo. Tutto ciò può svolgersi nell'atto stesso in cui l'individuo viene posto in stato ipnotico, sotto la spinta dei comandi suggestionanti dell'operatore o a distanza di tempo, con termine di scadenza più o meno prossimo, passando da un precedente stato di veglia.

Queste tre forme di manifestarsi dell'i. non rappresentano fasi successive di valore crescente, ma modi che di solito si presentano irregolarmente isolati o variamente intrecciati l'un l'altro in quadri complessi.

Nel corso di tali stati ipnotici tutta la complessa sintomatologia presenta alcune caratteristiche generali. Rapporto assoluto tra ipnotizzatore e ipnotizzato con abolizione della volontà di quest'ultimo, sostituita da quella dell'operatore che guida l'individuo come un automa attraverso la suggestione verbale o visiva, cosicché si vede il soggetto paziente dell'esperienza, secondo i comandi, camminare o fermarsi, sentir caldo o freddo, compiere questa o quella azione, assumere le più varie, incomodo, difficili posizioni, nel momento dell'intimazione o, come nel sonnambulismo, a scadenza di tempo più o meno lungo.

Il comando può manifestarsi con azioni esterne, ed anche provocando stati di coscienza e rappresentazioni suscitatrici di illusioni e allucinazioni (v.).

Nell'i. giuocano largamente le immagini e contenuti psichici conservati nella sfera della subcoscienza e dell'incoscienza, i quali o suscitati, regolati, utilizzati dalla suggestione esterna, o da se stessi aggruppandosi in com-
plessi, cosi da formare a volte quasi piccoli blocchi di coscienza autonomi, sono capaci di divenire la causa dei fenomeni esterni, siano motori o di proiezione esterna o sensitivo-sensoriali.

Si può addirittura, nel corso delle manifestazioni dell'i., assistere cosi ad una forma di sdoppiamento della coscienza e della personalità (v.) per cui l'individuo o spontaneamente o sotto la spinta della suggestione assume il comportamento e il modo di pensare e di agire di una determinata persona, con attributi a volte completamente opposti ai propri. Può pensarsi che avvenga nell'individuo una frattura della coscienza in una personalità primaria, per cosi dire sopra-liminale e una secondaria sub-liminale capace, nelle particolari condizioni, di agire autonomamente e coordinatamente. Secondo L. Luciani (Fisiologia dell'uomo, IV, Milano 1924, p. 499) l'ineguaglianza e l'incoerenza di carattere e di condotta che può vedersi in alcuni squilibrati, eccentrici, mattoidi, risiederebbe appunto in una disarmonia tra coscienza e sub-coscienza, formandosi cosi due mentalità quasi in antagonismo.

Nel corso dell'ipnosi possono presentarsi fenomeni a carico della superficie del corpo, quali impallidimenti o arrossamenti localizzati o diffusi, ponfi, vesciche, bolle, emorragie cutanee, similmente a quanto avviene nelle manifestazioni dell'isterismo (v.).

Cosi è possibile nello stato ipnotico, a volontà dell'operatore, oltre le attività motorie e secretive, provocare nel paziente manifestazioni cutanee sul tipo di macchie, rievatezze e simili che possono essere erroneamente giudicati fatti di origine preternaturale.

Bial.: G. Maghe, Memorie di psichiatria, Roma 1946, pp. 202-203, 469; A. Vallejo Nàgera, Tratado de psiquiatria, Barcellona 1949, pp. 1034-35; L. Scremin, Dizionario di morale professionale per i medici, 4² ed., Roma 1949, pp. 182-84.
Giuseppe de Nisno
Principi morali. - 1) L'i. esercitato senza ragione e senza la salvaguardia di alcune condizioni, è illecito, perché nuoce all'ipnotizzato debilitandone il sistema nervoso; ma soprattutto l'ipnotizzato viene privato dell'uso di ragione e della libertà e assoggettato totalmente alla volontà, in ipotesi anche cattiva, dell'ipnotizzante; ora, è peccato grave privarsi, in modo innaturale e senza ragione sufficiente, dell'uso della ragione e affidarsi ciecamente alla volontà altrui; in questo modo l'ipnotizzato approva in precedenza tutto quello che l'ipnotizzante disporrà di lui; è illecito dare ad altri occasione di peccare, infatti l'ipnotizzante può abusare della persona ipnotizzata, comandandole una azione cattiva. Se, poi, sia pure a torto, dato che l'i. è fenomeno puramente naturale, mediante il medesimo si cerca di sapere qualche notizia occulta preternaturale, si commette anche il peccato della divinazione.
2) Se l'ipnosi viene esercitata per un giusto fine, per curare malattie o per promuovere il progresso scientifico e con le dovute precauzioni, allora è lecita. Come fine terapeutico, si richiede: che la malattia non si possa curare altrimenti o cosi bene come mediante l'ipnosi; che l'ipnosi sia provocata da un medico veramente perito nell'ipnotizzare e sia evitato, nei limiti del possibile, ogni danno alla salute del paziente; che l'ipnotizzando dia il suo consenso; che l'ipnotizzante sia onesto e prometta di non abusare della sua relazione con l'ipnotizzato; che le suggestioni siano oneste, necessarie o utili (tralasciando ogni curiosità) alla malattia e vi assista persona onesta, della quale l'ipnotizzato si possa fidare.
3) S. Uffizio, il 26 luglio 1899 , interrogato in materia, rispose che gli esperimenti si possono tollerare, purché : si premetta la protesta di non volere ottenere l'effetto richiesto, se questo dovesse dipendere da una causa preternaturale (si credeva infatti allora che vi potessero essere interventi preternaturali), non ci sia scandalo, in quanto gli astanti potrebbero pensare che ciò sia cosa cattiva o

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da attribuirsi ad arti magiche; non si tratti di fatti che certamente sorpassano le forze della natura. Nel dubbio si può porre il fatto o chiedere l'effetto facendo precedere la protesta su accennata.

I mali prodotti dall'i. si possono evitare con le dovute precauzioni che nei singoli casi saranno suggerite dalla prudenza. L'utilità dell'i. si estende non solo a curare le malattie, ma anche a correggere le inclinazioni e le abitudini cattive dell'ipnotizzato. Infatti si sono avuti dei casi di persone dedite all'ubriachezza, che sono state corrette dall'i.; essi giovani dediti alla lussuria che sono stati migliorati con la suggestione mentale. Oggi, molti medici ottengono gli stessi effetti senza provocare l'ipnosi, ma attraverso le suggestioni prodotte nello stato di veglia. Ma bisogna dire che l'i. è illecito qualora non si usino le condizioni richieste, in quanto è pericoloso per il soggetto attivo e passivo e perché non è lecito privarsi della ragione in modo innaturale senza una ragione sufficente. Riguardo alla sua liceità o meno nel campo giudiziario o nelle indagini di polizia, v. NARCOTICI.

In ordine al diritto penale canonico, dopo quanto si è detto dal punto di vista etico, basterà osservare che durante il vero sonno ipnotico non si ha naturalmente imputabilità (can. 2201 § 1), ma si può avere imputabilità in causa, determinabile in base alle circostanze concrete (can. 2201 § 3) dell'evento delittuoso. E quasi superfluo poi dire che rimane integra l'imputabilità dell'ipnotizzatore (cf. can. 2209 § 3 e per analogia can. 2230).

Bibl.: Oltre i trattati di teologia morale, cf. P. Cocconier, L'ipnotisme fronc., Parigi 1898; G. Surbled, Hypnotism, in Cath. Enc., VII, pp. 604-10, con abbondante bibl.; G. Lopponi, I. e spiritismo, 3° ed., Roma 1907; G. Roasenda, Suggeritione e persuazione nella cura della malattie nervose, Torino 1927; I. Antonelli, Medicina pastorali, 3° ed., Roma 1932, pp. 15-24; J. Suliula, De medicina pastorali, Torino 1948, pp. 239-44.

Giuseppe. Sirna
IPOCRISIA. - Da úmoxpıola, significa etimologicamente finzione: in senso reale indica simulazione di bontà, umiltà, santità per nascondere propri sentimenti ed entrare nelle grazie altrui.

Gli atti che pone in essere l'ipocrita sono pura e semplice ostentazione, avvelenata da egoismo e da ambizione, bramosà di onore e di cupidigia. L'i., infatti, non è che la diretta conseguenza, insieme con la millanteria e la ostentazione, della vanagloria che è l'amore disordinato della stima altrui; la vanità a sua volta, insieme con la presunzione e l'ambizione, è la figlia diretta dell'orgoglio, che è la deviazione di quel legittimo sentimento che porta a stimare il bene che è nell'uomo e a ricercare la stima altrui entro i limiti necessari per le buone relazioni che si devono avere con gli altri uomini.

La S. Scrittura considera l'i. particolarmente nel campo della religione. In questo caso la estrema gravità del peccato è data dal fatto che Dio e la pietà vengono sfruttati dall'ipocrita per i suoi viziosi intenti, cosi come facevano quei farisei, da cui l'attributo di fariseo all'ipocrita, che furono severamente giudicati da Gesù Cristo.

Bibl.: A. Tanquercy, Compendio di teologia ascetica e mistica, Roma 1928, p. 521, n. 831; F. Tillmann, Il Monstro chiama. Compendio di morale cristiana, 3° ed., Brescia 1943, p. 356.

Francesco Ercolani
IPOGEO : v. CRIPTA.
IPOMANIA : v. PSICOSI AFFETTIVA.
IPOSTASI. - E la trascrizione della parola greca ǖnóoтaotc, che ha la stessa etimologia della parola latina substantia, subsistentia, suppositum e significa letteralmente ciò che sta sotto, ciò che permane sotto il fluire delle apparenze, ciò che vien posto dal pensiero sotto i fenomeni. E termine teologico assai importante, il cui significato si è precisato in seguito a vive controversie, nel linguaggio della Chiesa, dei Padri e della filosofia scolastica.

A parte il significato comune che aveva nell'uso popolare e letterario, i., nella filosofia greca e nei Padri, significò anzitutto l'essenza propria di una cosa, come sinonimo di oúoíts: ciò che una cosa realmente è, il suo
fondamentale e specifico contenuto: la sua propria natura ( varphi úoıs). I. era quindi anche sinonimo di natura, la quale è concepita come il fondamento di tutte le proprietà di una cosa, come il principio delle sue specifiche attività. In a. Paolo significa appunto fondamento ( *, delle cose sperate ", Hebr. 11, 1), principio ( * immagine del suo principio ", ibid. 1, 3) e anche essenza.

Secondariamente, nella filosofia greca e nei Padri, i. ebbe il significato di "colui che ha la sussistenza, o l'essenza o la natura ", divenendo quindi sinonimo di individuo esistente o persona.

Dovendo enunciare con termini del linguaggio comune le nozioni dei misteri cristiani, i Padri si trovarono di fronte a possibili fraintendimenti e furono costretti a dare ai termini un significato più proprio e più preciso. Così per il mistero della S.ma Trinità la parola i. diventava fonte di equivoco, sia dicendo che nella divinità vi sono tre i., perché poteva fraintendersi nel senso di tre essenze o sostanze o nature (eresia ariana); sia dicendo che vi è in Dio una sola i., perché poteva fraintendersi nel senso di natura sussistente come persona (eresia di Sabellio). Onde s. Girolamo ebbe a dire che nella voce i. si nascondeva il veleno (Epist. XV, a papa Damaso). Il Sinodo di Alessandria, nel 362 , lasciava libero a ogni credente di professore che in Dio vi è una sola i. oppure che vi sono tre i. appunto per il senso duplice di quella parola (essenza-sostanza e persona). Non si poteva però rimanere nell'equivoco e fu opera identificatrice dei Padri, contro le ambiguità degli eretici, di annettare ai termini un significato tecnico preciso. Così i., distinguendosi da ousia (oúoia) e da fusis ( varphi úoıs), assume il significato proprio di individuo per sé e in sé sussistente, ossia di persona e il dogma trinitario ebbe la sua formulazione ortodossa definitiva: una sola ousia o fusis ( = sostanza o essenza o natura) in tre i. ( = tre persone).

Così per l'enunciazione del mistero dell'Incarnazione nascevano equivoci, se non si precisava bene il senso di i. Se infatti la si prendeva nel senso di ousia e di fusis, si doveva dire, per essere nell'ortodossia, che in Cristo vi sono due i., perché dicendo che in Cristo vi è una sola i. si affermava la fusione delle nature, umana e divina, cadendo nel monofisismo.

Se invece la si prendeva nel senso di persona, bisognava dire, per essere ortodossi, che in Cristo vi è una sola i., per non cadere nel nestorianesimo.

Precisando invece il significato di i. in quello di persona o ente per sé e in sé sussistente, la formola ortodossa del mistero dell'Incarnazione restava fissata così : in Cristo vi è una sola i. (la persona divina, il Verbo) e due ousiai o fuseis (la natura divina e la umana); l'unione quindi del Verbo con la natura umana fu detta unione ipostatica (v.).

Bibl.: A. Michel, s. v. in DThC, VII, coll. 369-437 (con copiosa bibliografia). Tutti i manuali di teologia trattano la questione nei trattati De Trinitate e De Verbo Incarnato. In particolare si può consultare J. Lami, De recta Patrum Nicaenorum fide, Firenze 1770, pp. 174-84; C. Pansaglia, De ecclesiastica significatione vhg obolog. Roma 1850; D. Petavius, De theologicis dogmatibus, III, 4 (De Trinitate), Parigi 1867, capp. 1-1v, viI-1v; VI, 2 (De Incarnatione), ivi 1869, capp. III, v-vi; Th. De Regnon, Etudes de théologie positive sur la Ste Trinité, I, ivi 1892, pp. 129-297; I. Tisserant, Des concepts de "nature" et de "personne", dans les Pères et les écrivains ecclésiastiques des Ve et VIe siècles, in Mélanges de patrologie et d'bistoire des dogmes, Parigi 1921, pp. 110-27; A. Sartori, Il concetto di i. e l'omosi dogmatica ai Concili di Efeso e di Calcedonia, Torino 1927; F. Erdin, Das Wort Hypostasis. Seine bedeutungsgeschichtliche Entwicklung, Friburgo in Br. 1930; J. De Ghellinck, L'histoire de "persona" et d'k hypostasis" dans un écrit anonyme porrétain, in Revue de philosophie nébzodiatique, 36 (1934), pp. 111-27; M. Richard, L'introduction du mot "hypostase" dans la théologie de l'incarnation, in Mélanges de science religieuse, 2 (1943), pp. 5-32, 243-70.

Maeodino Deffara
IPOTECA. - Da úmó = sotto e víb varphi μ mathrm{s}= pongo, è un contratto sussidiario in garanzia di un altro; ed ha per oggetto un bene immobile del debitore o di terza persona.

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I. Natura e fondamento. - Negli scambi sociali di beni non sempre è possibile dare il prezzo convenuto; è ragionevole che in tale ipotesi, chi dà sia garantito di avere il suo; questo per la continuità stessa degli scambi di beni. Per cosa di poca entità basta la parola di persona conosciuta e onesta; ma in caso di somme rilevanti e di persone non conosciute bene o di creditore innominato (società), si impone una garanzia oggettiva; molto più che per eventi di forza maggiore le stesse persone oculate incontrano dissesti finanziari imprevisti. Da qui l'origine delle varie garanzie reali. Fra case si ha l'i.

Il sistema delle garanzie nei contratti è conosciuto già dai popoli orientali e dai greci, benché si disputi sulla natura di queste garanzie, per mancanza di testi. Presso gli antichi Romani si usavano la fiducia e il pignus; più tardi per l'aumento degli scambi si introdusse l'i. come perfezionamento del pignus; tuttavia aveva due deficenze: mancava di pubblicità ed era estesa solo agli strumenti di coltura introdotti dal colono nel fondo preso in affitto. Un perfezionamento si ha nel diritto giustiniano. L'età moderna incominciò ad introdurre la pubblicità e specialità verso gli inizi del sec. xvit, ma l'introduzione generale avvenne nel secolo scorso. L'Inghilterra ha l'i. con una fisionomia alquanto diversa (mortgage).
II. Nel diritto civile italiano. - La natura dell'i. quale diritto reale immobiliare di garanzia, costituito su determinati beni del debitore o di terza persona, si deduce dagli artt. 2808 sgg. del Codice civ. ital. (cf. anche art. 2740 ); qui si dà al creditore il diritto di espropriare il bene, anche in confronto del terzo acquirente, allo scopo di soddisfarsi del debito, a preferenza degli altri creditori che non siano privilegiati. Nel diritto italiano l'i. può essere legale, giudiziale o volontaria.

1) Costituzione. - Possono ipotecarsi tutti i beni immobili commerciabili con le loro pertinenze, alcuni diritti reali immobiliari (superfice, usufrutto, enfiteusi); fra i mobili, le rendite nominative dello Stato, le navi, gli aeromobili e gli autoveicoli (art. 2810). Per la costituzione si esigono il titolo e l'iscrizione.

In alcuni casi è la legge che accorda l'i. (legale: art. 2817). Tale i. è riconosciuta all'alienante sopra i beni alienati per l'adempimento degli obblighi derivanti dall'atto di alienazione; ai coeredi, ai soci e ai condividenti per il pagamento dei conguagli sopra gli immobili assegnati agli altri condividenti; alla moglie sui beni del marito in garanzia della dote; allo Stato sui beni dell'imputato. L'i. giudiziale è concessa dal giudice in ogni sentenza che condanna al pagamento d'una somma, all'adempimento di un'obbligazione, al risarcimento dei danni. In ogni contratto con convenzione volontaria si può costituire l'i. (volontaria), se il proprietario del bene la conceda con dichiarazione unilaterale in atto pubblico o autenticato, escluso il testamento (art. 2821 sgg .).

Agli effetti civili è obbligatoria l'iscrizione nei registri pubblici; gli effetti anzi iniziano con l'iscrizione.

In ogni ufficio dei registri immobiliari è incaricato un funzionario denominato "conservatore dei registri" cui è demandata la cura con relativa responsabilità di tener aggiornate le i. (cf. artt. 2852 sg.; 2843; 2847 2851; 2882; 2673; 2675; 2682).

L'i. debitamente iscritta vale per vent'anni (art. 2847). Se l'interessato non cura la rinnovazione, decade dai diritti; può tuttavia ottenere una nuova iscrizione, valevale dalla nuova data (art. 2848); si eccettua la i. in garanzia della dote (art. 2849).
2) Diritti del creditore, del debitore e terzo acquirente. Il creditore : a) in caso di inadempienza del debitore può soddisfarsi, chiedendo alla scadenza convenuta l'espropriazione dei beni ipotecati, anche se questi nel contempo fossero passati a terzi. b) Di fronte agli altri creditori non privilegiati (art. 2745 sgg.) ha diritto di prelazione, in modo di potersi soddisfare di tutto il credito. Conviene tener conto del grado di i. fra più creditori ipotecari.

Il debitore, se possiede la cosa, non deve essere di-
sturbato; può percepirne i frutti fino alla scadenza, può redimersi dall'i., soddisfacendo la propria obbligazione.

L'i. può anche essere concessa in favore del debitore da un terzo sui propri beni (terzo datore dell'i.); può anche essere che dopo l'iscrizione il bene ipotecato sia alienato a un terzo (terzo acquirente). Questi è soggetto all'azione esecutiva del creditore ipotecario, essendo l'i. diritto reale. Tuttavia egli, estraneo personalmente ai rapporti di obbligazione fra creditore e debitore, ha dalla legge alcune facoltà a propria scelta : pagare direttamente il creditore, divenendo creditore del debitore a sua volta; liberare il bene dall'i., offrendo al creditore il prezzo stipulato all'altro; rilasciare il bene all'espropriazione, con diritto all'indennizzo relativo da parte del debitore (artt. 2858-87 ).
3) Sopra uno stesso bene possono costituirsi più i.; in questa ipotesi sta la norma "prior tempore potior iure - computandosi il tempo dal giorno delle singole iscrizioni secondo il grado e l'ordine (artt. 2852-57). Qui si dà luogo alla surrogazione o subingresso ipotecario.

L'i. si estingue con la cancellazione, con la mancata rinnovazione, con l'estinguersi dell'obbligazione principale, con il perimento della cosa, con la rinunzia del creditore, con lo spirare del tempo convenuto, con il verificarsi della condizione risolutiva (art. 2878). Con il ridursi del credito o con l'aumentato valore del bene ipotecato si può procedere alla riduzione dell'i., se il bene lo consenta (art. 2872 sgg.).
III. L'i. nel diritto canonico. - Salvo il diritto naturale ed espresse eccezioni, il CIC per i contratti rimanda al diritto civile (can. 1529); quindi anche in materia di i. Ecco in sintesi quant'è espressamente contemplato nel CIC a proposito di i. Per difesa dei beni della Chiesa contro il titolare o amministratore, il CIC dispone non potersi procedere all'i., se non in caso di cose alienabili, per giusta e proporzionata causa, con l'autorizzazione a norma del can. 1532, dopo il giudizio di periti, ascoltati gli interessati e osservando le forme del diritto civile. Il superiore, se autorizzato, può fissare una somma annua per ammortizzare l'i. (cann. 1538, 1529-33).
IV. Alcune questioni morali. - 1) Le leggi civili in materia hanno obbligatorietà morale (cf. can. 1529; M. Serafino a Lojano, Institutiones theol. moralis, III, Torino 1938, n. 258). 2) Il debitore e il terzo possessore si gravano di ingiustizia, con la trascuratezza circa i beni ipotecati in modo che questi, diminuiti nel loro valore, siano insufficienti a pagare i creditori (cf. A. Ballerini-D. Palmieri, Opus theol. morale, III, Torino-Roma 1899, n. 947); con il nascondere dolosamente nella costituzione altri oneri reali e con l'esagerare il prezzo di beni di poco valore. 3) Il creditore pecca di ingiustizia con condizioni usuraie extralegali, rifiutando l'ammortizzamento del debito; e in caso di vendita forzata, impedendo la vendita a buone condizioni. 4) Se due costituiscono l'i. in forma privata, sia pure con testimoni, per evitare spese o noie, non possono da parte del creditore avanzarsi i diritti di preferenza, concessi direttamente dalla legge positiva, mentre per diritto naturale hanno preferenze solo i congiunti e i poveri. 5) Circa il grado e l'ordine fissati dalla legge fra i vari creditori ipotecari, dopo la sentenza del giudice nasce obbligo in coscienza; prima della sentenza, secondo s. Alfonso, deve preferirsi colui che direttamente contribui al riassesto del bene ipotecato; per gli altri creditori le sentenze sono varie : c'è chi esige che si debba in coscienza dividere pro rata, chi vuol preferire il più povero, chi il primo iscritto. C'è da osservare che, al tempo del Santo, l'i. seguiva il diritto romano, in cui mancavano le formalità civili. Avendo ora la legge civile specificato il diritto

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naturale incerto, essa crea obbligazione morale, almeno perché solo così si ha la tutela giuridica (s. Alfonso, Theol. moralis, 1. III, tract. V, n. 690 sgg., ed. L. Gaudé, II, Roma 1907, p. 157 sgg.).

BibL.: Tra i moralisti alcuni sono stati citati nel corpo dell'articolo : tutti ne parlano nel de contractibus. Tra i civilisti: A. Ascoli, Le origini dell'i. e l'interdetto Salviano, Livorno 1887; L. Coviglio, Delle I., Napoli 1928; E. Albertario-V. Porri, s. v. in Eoc. Ital., XIX, pp. 496-501; A. Trabucchi, Istituzioni di diritto civile, 2^{text {a }} ed., Padova 1920, pp. 520 sgg. Tra i canonisti v. i vari commentatori del Cadice, ad es.; M. Conte a Caronata, Institutiones iuris canonici, II, Torino 1931, nn. 1069-73; A. VermeerschI. Creusen, Epitome iuris canonici, II, 2^{text {a }} ed., Molines-Roma 1934, nn. 849-59. E inoltre: S. Goyenèche, Constitutio hypothetue in actu emptionis, in Commentarium pro religionis et mission., 26 (1947), pp. 234-36.

Sisinio da Romallo
IPOTESI. - Termine logico indicante una proposizione posta a fondamento di un ragionamento nella ricerca della spiegazione di un fatto, o anche come congettura dubbiosa ma verosimile di una causa o realtà sconosciuta, cioè come anticipazione della verità, che dovrà essere ulteriormente comprovata o smentita. L'uso di i. fa parte della vita ordinaria e del ragionamento volgare ed ha assunto grande importanza nel metodo scientifico moderno.
I. Storia. - Aristotele parla ripetutamente dell'uso logico dell'i. : l'énó̀sosç (lat. suppositio), come distinta dagli assiomi (v.), definizioni (v.) e postulati (v.), è una proposizione assunta come principio della dimostrazione, che afferma o nega qualche cosa, senza che sia dimostrata o si imponga alla mente per immediata e necessaria evidenza, pur apparendo plausibile o verisimile (Anal. Post., I, 2, 72 a 14-24; 10, 76 b 23-29). L'i. può dare origine alla vera dimostrazione e alla scienza propriamente detta solo se sia dimostrata in una scienza superiore o se apparisca immediatamente vera, a seguito della formulazione proposta dal docente (ibid., 2, 71 b 19-25; Top., I, 1, 100 a 27-29). Però anche nel caso contrario è utile indirettamente alla scienza in quanto forma le premesse di un ragionamento + dialettico v, che svolgendo le premesse di opposte proposizioni probabili o verisimili costituisce un efficace strumento nella ricerca del vero e del falso e spesso l'unica via per pervenire a stabilire le premesse certe delle singole scienze (ibid., 2, 101 a 34-b 4). L'uso dell'argomentazione dialettica in Aristotele è tutt'altro che raro; l'esempio più noto è quello delle sfere celesti, da Aristotele accettate sull'autorità di Eudosso e Callippo, come spiegazione ragionevole dei moti apparenti delle stelle, ma non necessaria (Met., XII, 8, 1074 a 14-17).

Nel pensiero filosofico postaristotelico, e particolarmente nella scolastica, l'attenzione è diretta in prevalenza alla dimostrazione spodittica e alle condizioni delle sue premesse; è tuttavia avvertita l'utilità scientifica dell'i. come congettura probabile nella ricerca della spiegazione di un fatto. S. Tommaso, parlando delle i. aristoteliche sopraccennate, afferma che "benché poste tali i. sembri aversi una soluzione del problema, tuttavia non è necessario dire che queste i. sono vere, giacché forse i fenomeni astronomici possono spiegarsi in altro modo ancora sconosciuto all'umanità. Aristotele però si serve di tali i. come se fossero vere" (II De caelo, lect. 17). Aggiunge che di tali argomentazioni fondate su i. probabili si può far uso anche nella scienza sacra per mostrare la congruenza dei misteri della fede (Sum. Theol., 1², q. 32, a. 1, ad 2).

L'uso cosciente delle i. e la sua inserzione organica nel metodo scientifico risale a Galileo, che deve considerarsi il creatore del metodo sperimentale ipotetico deduttivo, consistente in quattro fasi diatinte: osservazione dei fatti, formulazione delle i. esprimibili in formule matematiche o realizzabili in modelli meccanici, deduzione delle conseguenze, verifica sperimentale di queste e quindi conferma indiretta di quelle (cf. A. Pastore, II problema della causalità con particolare riguardo alla teoria del metodo s sperimentale, I, Torino 1921, cap. 7, pp. 119140). L'i. galileiana quindi aveva caratteri ben distinti dalle i. dei naturalisti della scolastica decadente, che consistevano nell'affermazione di qualità occulte, semplici
palliativi nominalistici privi di utilità scientifica. Controtali i., dette "metafisiche" in senso dispregiativo, e non contro tutte le i. scientifiche, devono essere intese le famose frasi del Newton: « Hypotheses non fingo. Quidquid enim ex phaenomenis non deducitur, hypothesis vocanda est, et hypotheses seu metaphysicae, sey physicae, seu qualitatum occultarum seu mechanicae, in philosophia experimentali locum non lorbent» (Philosophiae naturalis principio mathematica, Scholium generale, Amsterdam 1713, p. 487; cf. E. Meyerson, Identité et réalité, Parigi 1912, pp. 46 e 510-15).

All'impiego sempre più vasto, nella scienza, dell'i. in senso galileiano, ha tentato opporsi il positivismo. Già Comte affermava che molte i. scientifiche del suo tempo reintroducevano nella scienza entità chimeriche, con la ricerca di cause occulte dei fenomeni e di agenti universali; l'i. per il Comte si deve ridurre alla semplice anticipazione probabile di un fatto o di una legge universale (Cours de philosophie positive, II, Parigi 1835, pp. 335354). L'opposizione si è accentuata verso la fine del secolo scorso, dando luogo alla nota polemica fra meccanicisti e energetisti. Da una parte la scuola empiriocriticista e convenzionalista, con a capo E. Mach, H. Poincaré, H. Leroy, rigettata la distinzione aristotelica di assiomi e postulati, e il valore logico assoluto dei principi della scienza e delle leggi induttive fondamentali, mette l'i. come libera convenzione alla base di tutta la scienza sperimentale e razionale, fisica e matematica, ritenendo come unici criteri di scelta l'economicità, la comodità, l'utilità pratica. D'altra parte, anche autori più moderati, quali P. Duhem, W. Ostwald, negano ogni valore ontologico e causile alle i. quali anticipazioni sulla verità e realtà, attribuendo loro al più un valore puramente curistico quali modelli simbolici, schemi mentali o sintesi logiche delle leggi sperimentali.

Anche oggi le correnti epistemologiche sono divise su tale argomento; tuttavia si impone sempre più una teoria media. Molte i., che il positivismo considerava metodologicamente inaccettabili, si sono imposte definitivamente nella scienza, mentre altre i., specialmente quelle di natura rigidamente meccanica, sono apparse incompatibili con gli ulteriori progressi scientifici e non possono essere ritenute che come modelli simbolici e schemi mentali. A questo riguardo, di molta importanza è il metodo della definizione operativa, introdotto nella fisica moderna, che limita le i. scientifiche all'introduzione di quelle sole entità, che siano definibili mediante esperienze almeno concettualmente possibili, rigettando come privi di senso gli inosservabili.
II. Giustificazione logica dell'i. - L'uso metodico dell'i. è una necessità per le scienze naturali. Non è infatti possibile all'uomo una conoscenza intuitiva della realtà materiale e delle qualità fisiche che ne raggiunga immediatamente l'essenza; né la conoscenza di uno o più fatti, e anche di vere leggi universali, basta ordinariamente a individuare le cause e la struttura del reale, potendo questa generalmente essere spiegata con cause diverse e parzialmente opposte. E indispensabile quindi ricorrere come strumento di ricerca ad i. che permettano la costruzione di ragionamenti teorici e matematici e il progresso delle indagini sperimentali. L'i. completa pertanto il metodo della scienza, appartenendo alla fase di ricerca delle premesse del sillogismo (v.) e di preparazione dell'induzione (v.).

La formulazione dell'i., pur essendo formalmente una convenzione libera, frutto della genialità del ricercatore, non è arbitraria, ma soggetta, in misura più o meno rigorosa, ad alcune esigenze logiche: 1) esenzione da contraddizione interna; 2) compatibilità con le verità razionali e sperimentali, già certamente acquisite; 3) verisimiglianza e attitudine alla spiegazione dei fenomeni fisici già conosciuti; 4) fecondità, in quanto permette la previsione di nuovi fenomeni, che l'esperienza deve poi controllare; 5) semplicità, in quanto consenta la spie-

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gazione di un maggior numero di fenomeni con un minor numero di elementi ipotetici. Le ultime due condizioni, meno sfruttate dagli antichi ma a loro non sconosciute (Aristotele: «la migliore dimostrazione è quella che fa uso di un minor numero di postulati, i. e proposizioni»: Anal. Post., I, 25,86 a 33-35), hanno il peso maggiore nella trasformazione delle i. in cognizioni accertate.

Tale trasformazione, che è lo scopo finale della scienza, in generale non si ha per la sola verificazione delle conseguenze, anche se numerose, pur acquistando con ciò l'i. una maggiore probabilità. In questo caso inoltre si impone un'analisi critica dell'i. e l'applicazione del principio logico di eliminazione degli elementi superflui, cioè di quegli elementi, che pur essendo storicamente connessi con l'i. sono logicamente separabili da essa e la cui soppressione non ha alcuna influenza sulla deduzione teorico e matematica delle conseguenze confermate dall'esperienza; un elemento di tal genere è la natura meccanica delle vibrazioni luminose nella teoria ondulatoria del Fresnel, poi eliminata dalla teoria elettromagnetica del Maxwell-Lorentz. In casi particolari però è possibile passare dall'i. alla conoscenza certa. Infatti, in alcuni casi la formulazione di un'i. può permettere l'effettuazione di osservazioni o esperimenti che portino all'accertamento diretto dell'i.; in altri casi è possibile stabilire un experimentum cruciale, che dalla verificazione del contraddittorio della conseguenza permette di risalire con certezza al contraddittorio dell'i.: o finalmente si può giungere a stabilire una tale convergenza di probabilità e di indizi, che nel suo complesso non possa avere altra spiegazione che la verità di un'i. determinato. Esempio del primo caso è la scoperta del pianeta Nettuno, prima supposto come ipotetica causa delle perturbazioni osservate nell'orbita di Urano, poi direttamente osservato nella posizione prevista; esempio del secondo caso è la radioattività, che ha costretto i chimici a rigettare l'i. dell'indivisibilità dell'atomo; esempio del terzo il complesso di esperimenti e verifiche dedatte dall'i. mole-colare-cinetica dei gas, che faceva affermare allo stesso Poincaré «les atomes ne sont plus une fiction commode... L'atome du chimiste est maintenant une réalité" (Dernières pensées, Parigi 1913, pp. 196-94).

L'uso delle i. nella scienza, pertanto, è logicamente giustificato, non solo come strumenti di lavoro o schemi mentali destinati a rimanere sempre pure i., ma anche come anticipazioni della verità, che possono trasformarsi in certezze con il ragionamento induttivo e deduttivo.

## III. L'i. scientifica e il magistero della Chiesa.

- La relazione tra i. scientifiche e verità della fede è un caso particolare delle relazioni tra scienza e fede (v. Fede, III, J. e ragione), che però presenta una speciale difficoltà : mentre infatti si può essere certi a priori che nessun fatto realmente dimostrato può opporsi alle verità rivelate, non altrettanto deve dirsi per le semplici i., benché siano scientificamente fondate. Nei riguardi di queste si possono verificare tre possibilità : o le i. non hanno alcuna relazione con verità di fede e allora lo scienziato gode di piena libertà dal punto di vista religioso; oppure «vanno direttamente o indirettamente contro la dottrina rivelata (e) allora esse non possono ammettersi in alcun modo" (Pio XII, encicl., Humani generis; v.): ciò deriva logicamente dalla seconda esigenza logica delle i., conformemente alla definizione del Concilio Lateranense V: «Cumque verum vero minime contradicat, omnem assertionem veritati illuminatae fidei contrariam omnino falsam esse définimus" (Denz-U, 738; cf. Concilio Vaticano, Denz-U, 1797); infine le i. possono «toccare la dottrina contenuta nella S. Scrittura o nella tradizione» ed apparire anche in contrasto con essa, senza che, "allo stato attuale della scienza e della teologia», sia possibile dare una soluzione certa; in tali condizioni il magistero della Chiesa giustamente dai suoi fedeli «esige la più grande
moderazione e cautela», in modo tale che le opposte opinioni «siano ponderate e giudicate con la necessaria serietà, moderazione e misura (da parte dei competenti in tutti e due i campi) e purché tutti siano pronti a sottostare al giudizio della Chiesa» (Pio XII, ibid.). Questa norma di rispetto e di cautela quindi non toglie la libertà di ricerca in tutte le questioni dubbie, né impedisce il progresso della scienza; giacché, anche quando l'i. sia contraria ad un dato rivelato, come l'i. dalla creazione ab aeterno, rimane libero l'esame scientifico di essa e anche il suo impiego come pura i. di lavoro, purché in tal caso non se ne affermi in alcun modo la realtà, neppure come probabile.

BibL.: E. Naville, La logique de l'hypothèse, Parigi 1880; H. Poincaré, La science et l'hypothèse, ivi 1902; E. Mach, Erkenntnis und Irrtum, Lipsia 1903, cap. 14; P. Duhem, La théorie physique, Parigi 1906; F. Enriquas, Pivalemi della scienza, Bologna 1906, cap. II; E. Meyerson, Identité et réalité, Parigi 1907; id., De l'explication dans la science, ivi 1921; J. Stuart Mill, Systeme de logique, II, trad. franc. di L. Peisse, Parigi 1909, p. 1-27; E. Goblot, Traité de logique, ivi 1918, pp. 294-312: A. Pastore, Il problema della causalità, II, Torino 1921, scz. I; L. L. Desinuches, Principes fondamentaux de physique théorique, I, Parigi 1942; F. Selvaggi, Il neopositivismo e il metodo della nuova scienza, in Cic. Catt., 1947, II, pp. 301-13; F. Amerio, Epistemologia, Brescia 1948 (per la parte storica); P. Huenen, Filosofia della natura inorganica, trad. it. di M. Cavaini-Bologna, Brescia 1949, pp. 168-76.

IPPOCRATE. - Medico greco, n. a Coo intorno al 460 a. C., m. centenario a Larissa. Studiò sotto la guida di suo padre Eracleide, di Erodico da Lentini e forse anche del retore Gorgia. Viaggiò come medico periodeuta, ma impresse ai suoi viaggi valore di moderne spedizioni scientifiche, in quanto fatti con i suoi discepoli a scopo di studio. Tornato in Coo, si dedicò alla professione e all'insegnamento. La sua figura informa di sé tutta la scuola di Coo e l'opera sua simboleggia la massima evoluzione raggiunta nel sec. v a. C. dal pensiero greco.

L'opera di I. è raccolta nel Corpus Hippocraticum, suo e dei suoi allievi ( 53 opere in 72 libri, raccolte dai bibliotecari dissandrini). Da citare tra di essi gli Aforismi, che esprimono in breve i più alti concetti dell'arte salutare; dei 7 libri sulle epidemie sono di I. il primo e il terzo, frutto delle osservazioni fatte nei viaggi e che riferisce pure nei libri Delle ocque, delle orie e dei luoghi, da considerarsi una prima vera opera di patologia costituzionale. Si ricordano ancora i libri a contenuto prognostico e, infine, alcuni scritti di chirurgia.

Base della medicina ippocratica è la teoria umorale, per cui lo stato di salute è dato dalla «crasi», dall'equilibrio cioè dei quattro umori : il sangue proveniente dal cuore, il flegma o pituita dal cervello, la bile gialla dal fegato e la bile nera (strabile) dalla milza. Dallo stato di perfetto equilibrio si può passare a quello di «discrasia» o malattia. Ma alla crasi concorre anche lo pneuma, aria vitale che dai polmoni penetra nel cuore, dove per il calore di quell'organo viene cotta e immessa in tutto il corpo a regolare la giusta mescolanza degli umori. Così, nel concetto medico di I., la patologia, prima localizzata nei singoli organi, si fa generale. Con lui nasce anche il concetto di costituzione, in quanto uno degli umori può prendere il sopravvento sugli altri, giungendosi a un nuovo equilibrio organico con ben determinate caratteristiche psichiche e somatiche, nei tipi individuali sanguigni, flemmatici, biliosi, atrabilari. Non manca però in I. il concetto e la conoscenza di alcune determinate malattie con sede in particolari organi.

Con I. nasce la clinica, dal momento ch'egli s'accosta al letto dell'infermo, su cui legge come in un libro aperto; nasce altresi la semeiotica, in quanto si giunge alla diagnosi solo dopo un lungo e minusioso esame del malato e dei segni manifesti del male, preceduto da un accurato interrogatorio. Tuttora il nome di I. vive nella denominazione di particolari quadri clinici; così vige ancora per gli addominali acuti la facies Ippocratica. Si

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servi anche della palpazione, della ascoltazione e, in taluni casi, della percussione; senti i rumori di sfregamento e i rantoli umidi; si usa tuttora la "soccussione ipoocratica " per svelare le raccolte idroaeree. Di contro, non menziona mai il polso e la sua chirurgia è limitata a pochi interventi rivestenti la più assoluta necessità; grave lacuna della medicina ipoocratica, la scarsa conoscenza ed importanza dell'anatomia e della fisiologia. Del lato curativo, I. si basa sulla cis medicatrix naturae, forza contro il male insita nella natura stessa dell'uomo v, che il medico deve in tutti i modi aiutare, con mezzi piuttosto igienici che curativi, basandosi sull'aureo precetto: "Primum non nocere". Anche per ciò, egli curò molto la dietetica, insegnando l'uso dei cibi e delle bevande, sia nello stato di malattie che in quello di salute. Con I. si pone il susseguente evolversi della medicina dalla forma sacerdotale alla forma demotica.

BibL.: Opere: La 1ᵃ ed. latina, Roma 1525 ; la 1² ed. greca è di A. Manuzio, Venezia 1526; la 1² ed. greca-latina è di G. Mercuriale, ivi 1588. Fra le ed. moderne la migliore finora è quella di E. Littré, 10 voll., Parigi 1839-61. Vers. it. di M. G. Levi, Venezia 1838. Studi: A. Pazzini, Storia della medicina, I. Milano 1947, p. 93 sgg.; A. Castiglioni, Storia della medicina, I. 2² ed., ivi 1948, p. 135 sgg.

Gustavo M. Apolloni
IPPOLITA di Gesù. - Scrittrice domenicana, al secolo Isabella de' Rocaberti, spagnola, n. a Barcellona il 22 genn. 1551, m. ivi il 6 ag. 1624.

Entrò giovanissima ( 30 sett. 1562 ) nel monastero di Nostra Signora degli Angeli della città natale; ma solo dopo la professione religiosa ( 26 giugno 1567) prese a vivere seriamente la sua vocazione. D'allora ebbe grandi favori celesti, mentre attendeva con frutto alla formazione delle novizie, anche benedettine.

Compose molte opere ascetiche: Libro primero de su admirable vida y dotrina, que escribió de su mano... (Obras, I, Valenza 1679); De la penitencia, temor de Dios y meditaciones celestiales (ibid., III, ivi 1679); Del templo del Espírito santo (ibid., IV, ivi 1679); De los estados (ibid., VI, ivi 1679); La celestial Jerusalén (ibid., X, ivi 1679), ecc. (Valenza 1679 a cura del nipote arcivescovo G. T. de Rocaberti).

Si iniziò la causa di beatificazione nel 1676.
BibL.: Autobiografia in Année dominicaine, Août, I. Lione 1848, pp. 363-404; M. Serrano y Sanz, Apuntes para una biblioteca de Escritoras espololas desde el año 1401 al 1633, II, Madrid 1905, pp. 150-61; P. Alvarez, Santos, bienaventuradas, venerables de la Orden de los Predicadores, IV: Venerables religiosos, Ver. gara 1923, pp. 98-116.

Abele Redigonda
IPPOLITO di Porto, santo, martire. - E commemorato nel Martirologio geronimiano il 22 ag. come martire di Porto ed identificato con Nonno, ricordato nella Depositio martyrum il 5 sett.

Esisteva realmente a Porto una chiesa dedicata ad I., distrutta dai Vandali verso la metà del sec. v, ma nessun documento degno di fede suffraga la notizia del Geronimiano, eccetto la confusa e corrotta Passio s. Aureae (BHL 808 sg.), secondo la quale Nonno-I., dopo aver seppellito la martire, si presentò al vicario di Porto, Nomolo, dal quale fu fatto gettare in un pozzo presso il Tevere, e seppellito poi poco lungi, il 23 ag. L'I. "qui et Nonnus dicitur" è persona distinta dall'I. romano, pure venerato a Porto.

BibL.: Atta SS. Augusti, IV, Parigi 1867, pp. 504-13; Lansonj, pp. 114-16; Martyr. Hieronymianum, p. 460 sg.; Martyr. Romanum, p. 333; G. Bovini, S. I. della Via Tiburtina, in Riv. arch. crist., 19 (1942), pp. 59-61 e passim. Agostino Amore

IPPOLITO di Roma, santo, martire. - Illustre scrittore della Chiesa romana del sec. III e primo antipapa, di cui si hanno solo poche e frammentarie notizie biografiche. Anche le sue opere scritte in greco, in un momento in cui la Chiesa di Roma stava per abbandonare tale lingua, furono poco lette o adoperate in Occidente, mentre ebbero una notevole diffusione in Oriente, dove furono anche tradotte in parecchie lingue.

1. VITA. - La principale fonte di informazione su I. è costituita dai cenni autobiografici contenuti nella Refutatio omnium haeresium, chiamata impropriamente Philosophu-
mena, che la critica gli ha restituito. La sua produzione letteraria è elencata su un lato della sua cattedra rinvenuta nel 1351, nell'area soprastante il cimitero di I., e da vari autori tra i quali principalmente: Eusebio di Cesarea (Hist. eccl., VI, 20, 22, 46); s. Girolamo (De vi