volume-07

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 costituita dai cenni autobiografici contenuti nella Refutatio omnium haeresium, chiamata impropriamente Philosophu-
mena, che la critica gli ha restituito. La sua produzione letteraria è elencata su un lato della sua cattedra rinvenuta nel 1351, nell'area soprastante il cimitero di I., e da vari autori tra i quali principalmente: Eusebio di Cesarea (Hist. eccl., VI, 20, 22, 46); s. Girolamo (De viris illustribus, 61); Fozio (Bibliotheca, cod. 48, 121 202, 232); Ebediesu, nestoriano della fine del sec. xiu (G. S. Assemani, Bibliotheca Orientalis, III, II, Roma 1728, p. 15), e Niceforo Callisto nel sec. xiv (Hist. eccl IV, 31 : PG 145, 1052). Il suo esilio in Sardegna è attu stato dal Cateleggo Liberiano (ed. Duchesne, Lib. Pont. I, p. 5) e il suo culto, quale martire, dalla Depositio Martyrum ("idus Aug.: Ypoliti in Tiburtina et Pontianı in Callisti") e dal santuario cimiteriale sulla Via Tiburtina, restaurato dai papi Damaso e Vigilio. Il carme di Damaso attesta che sullo scorcio del sec. Iv, a Roma, la figura storica dello scrittore romano si stava oscurando: egli ne fa, seppure con un "fertur", un prete fautore di Novaziano che si riconcilia pubblicamente con la Chiesa (cf. A. Ferrus, Epigrammata Damasiana, Città del Vaticano 1942, pp. 169-73). Pochi decenni dopo, Prudenzio nel Peristephanon (XI: PL 60, 530-36) aggiungerà al carme damasiano, a lui noto, la descrizione del martirio di I., avvenuto alle foci del Tevere, trascinato come il suo omonimo, il favoloso figlio di Tesco, da furibondi cavalli. Con la leggendaria Passio Polychronii, che risale probabilmente alla fine del sec. v o al principio del vi, I. entra nel ciclo agiografico dei ss. Stato e Lorenzo (BHL, 3962 : cf. H. Delehaye, Recherches sur le légendier romain. La passion de st Polychronius, in Anal. Boll., 51 [1933], pp. 34-98, v, in particolare pp. 59-68, 93-97) diventando un militare che è convertito dal diacono Lorenzo e che muore trascinato da cavalli. Siffattamente trasformato, I., dottore, passerà negli odierni libri liturgici romani, il Breviario e il Martirologio (I. è quivi particolarmente sfigurato : cf. anche il 30 genn. e il 22 ag.). La confusione ca. I. si complicherà ancora quando Rufino (Hist. eccl., VI, 20) interpretando male Eusebio (Hist. eccl., VI, 20) ne farà un vescovo di Bostra in Arabia e il Chronicon Paschale, all'inizio del sec. viI (ed. L. Dindorf, Bonn 1832, p. 12), di Porto alla foci del Tevere.

Secondo i dati più attendibili, sceverati dalla critica moderna, il prete I., discepolo di s. Ireneo, si presenta sin dal pontificato di Vittore (189-99) come una personalità di primo piano tra il clero di Roma, per il suo vasto sapere, di cui egli stesso è per primo consapevole (cf. il suo commento a Daniele, III, 16; ed. M. Lefèvre, Parigi 1947, p. 233). Purtroppo il suo carattere altezzoso gli farà presto travalicare i giusti limiti della polemica e lo trasformerà in un libellista. A I., che ca. il 212 avrebbe predicato alla presenza di Origene, spetta però il merito di aver polemizzato con successo contro tutte le eresie, specie quelle del suo tempo, e di aver propugnato la teologia del "Logos" contro le dottrine adozianiste (v. adozianismo) e monarchiano (v. monarchianismo) che, dal pontificato di papa Vittore, turbavano la comunità di Roma. E proprio in questa polemica per il "logos" e, dopo l'avvento di Callisto al pontificato, in questioni disciplinari, ch'egli non seppe rimanere nei giusti limiti: secondo lui papa Zefirino avrebbe dovuto agire energicamente contro i novatori, ma questi non credette opportuno prendere i provvedimenti invocati. I. s'inveleni allora contro il consigliere di Zefirino, il diacono Callisto che l'accusava di diteismo, e, punto sul vivo, nel vedere il suo rivale prendere la successione di Zefirino (217), si separò dalla sua comunione, dando origine ad una conventicola scismatica, di cui fu capo con carattere episcopale; infatti egli stesso dichiara nel proemio alla Refutatio di essere "successore degli Apostoli, e partecipe della medesima grazia del supremo sacerdozio e del magistero ". I. divenne così il primo antipapa e persistette sul suo atteggia-

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(da Wilpert, Sarcofegi, tav. 27)
impostito di Roma, santo, martire - Cristo tra i martiri Sisto II e I. Fronte di sarcofago del sec. Iv - Apt, Cattedrale.
mento ribelle anche sotto i pontificati d'Urbano e di Ponziano. La dignità episcopale che buona parte degli autori, dal sec. iv in poi, gli riconoscono, anzi la stessa sede romana assegnatagli da Apollinare di Laodicea (cf. A. Mai, Script. vaterum nova collectio, I, II, Roma 1881, p. 173), è l'eco della sua attività quale antipapa, alla quale pose fine l'editto di persecuzione dell'imperatore Massimino il Trace che colpiva principalmente i capi delle Chiese. Infatti il Catalogo Liberiano attesta che tanto Ponziano quanto I. vennero deportati nell'isola « nociva», la Sardegna; accomunati nella sventura, si riconciliarono ed ambedue mostrono per la fede. Di questa riconciliazione si ha un'eco nel carme damasiano e nel Poristephanon di Prudenzio. Dal Lib. Pont. (I, p. 145) si sa che papa Fabiano, cessata la persecuzione, fece trasportare a Roma la salma di Ponziano; è probabile che contemporaneamente si provvide anche al trasporto di quella di I. poiché la Depositio Martyrum assegna la deposizione di ambedue al 13 ag.

Il culto per I., oltre che dalla citata Depositio, e dal Santuario cimiteriale, è attestato in Roma anche dalla crezione, alla fine del sec. iv, di un oratorio sul vico Pa tricio, dal presbitero Ilicio (cf. C. Huelsen, Le Chiese di Roma nel Medio evo, Firenze 1927, p. 263). I. e Ponziano sono ricordati nel Martirologio geronimiano e hanno nel cosiddetto Sacramentario Leoniano due Messe: il prefazio ricorda soltanto il martirio di I. Negli altri sacramentari, il Gelosiano, il Gregoriano e il Gelasiano del sec. VIII, come del resto negli odierni Breviario e Messale romani, Ponziano scompare e I. rimane solo (nella orazioni in si chiama semplicemente martire). Del resto già nel calendario di Cartagine del sec. vi I. figura solo (ed. H. Lietzmann, in Kleine Texte, Bonn 1911, p. 5), cosi pure nell' Orazionale visigotico, all'ir ag. (ed. J. Vives, Barcellona 1946, pp. 370-72, orazioni da attribuire a Eugenio di Toledo). Nei secc. v e vi, I. è spesso ricordato o raffigurato con i martiri Sisto e Lorenzo; come nel Canone Ambrosiano (cf. F. Savio, Gli antichi vescovi d'Italia. La Lombardia, I. Milano, Firenze 1913, pp. 922, 930; a I. era dedicata, nel sec. v, una cappella contigua a S. Lorenzo: ibid., pp. 185, 200), in alcuni vetri dorati (Firenze; Biblioteca Vaticana), nel musaico di S. Apallinare Nuovo in Ravenna, in quello di S. Lorenzo al Verano a Roma, e nel sarcofago di Apt, in cataloghi di reliquia, perfino in Africa, e nella dedicazione della chiesa di Fossombrone, ricordata nel Martirologio geronimiano al 2 febbr., 6 ag. e 2 nov. (cf. H. Delehaye, La dédicace de la basilique de Fossombrone, in Rendiconti Pont. accad. rom. di arch., 6 [1930], pp. 120-11). E probabile che anche in Porto ci fosse una basilica dedicata al nostro I. Nei Sinassari, I. « mámas "Púmas» è ricordato al 30 genn.

Bibl.: I testi relativi a I. dal sec. III al xiv sono stati raccolti da: J. B. Lightfoot, The apostolic Fathers, I, II, Londra 1890, pp. 318 363; A. Harnack, op. cit. in bibl. sg., pp. 603-19; A. D'Alès,

La théologie de st Hippolyte, Parigi 1906, pp. 212-20. Oltre la bibl. citata sotto si veda anche L. Duchesne, Histoire ancienne de l'Eglise, I, 3ᵉ ed., ivi 1923, pp. 292-323; A. Puech, Histoire de la littérature grecque chrétienne, II, ivi 1928, pp. 243-77; H. Delehaye, Les origines du culte des martyrs, 2ᵉ ed., Bruxelles 1933, pp. 269, 278-79, 294-97 e passim; Fliche-Martin-Frutes, II, pp. 87-107, 116-17, 395-400; E. Amann, Hippolyte, in DThC, VI, II, coll. 2487-2591; G. Bovini, S. I. dottore e martire del III sec., Città del Vaticano 1943; A. Ehrhard, La chiesa dei Martiri, vers. it. di G. Marchi, Firenze (1947), pp. 139-40, 227-32, 373-76; B. De Gaillier, Les oraisons de l'Office de st Hippolyte, in Mélanges Marcel Viller (Revue d'awêt. et myst., 1949), pp. 219-24; Martyr. Hieronymianum, pp. 68, 74, 421, 430, 457, 584; Martyr. Romanum, pp. 41, 336, 353; Synax. Constantinop., col. 431.
A. Pietro Frutas
II. Opere. - I. fu soprattutto un esegera. I suoi scritti esegetici sono conservati in frammenti e in piccolissima parte nella originale lingua greca, e per il resto in traduzioni in slavo, in georgiano, ecc. ché, come tutte le opere di I., presto dimenticati nell'Occidente, furono letti e diffusi nell'Oriente. Si possiede, in parte nel testo greco, in parte in traduzione slava, il Commento al libro di Daniele, e, parte in greco e per intero in georgiano, quello Sul Cantico dei cantici, e, ugualmente in greco e in georgiano, quello Sulle benedizioni di Jacob, e in georgiano quello Sulle benedizioni di Mosé - forse, in origine, una sola opera - e quello Su David e Golia. I più importanti tra questi sono i commenti al Daniele e quello al Cantico dei cantici: da quest'ultimo specialmente si può avere un'idea del metodo esegetico di I., interessato al senso tipologico delle Scritture (il fidanzato è per lui figura del Cristo, la fidanzata è la Sinagoga da cui deve uscire la Chiesa, i salti del fidanzato rappresentano l'Incarnazione, la Crocifissione, la discesa agli inferi, la Risurrezione e l'Ascensione: il titolo è spiegato come il canto in cui si accoglie l'essenza di tutti i cani composti da Salomone). Nel commento a Daniele sono risolte alcune questioni storiche sulla famiglia di Susanna e di Ioachim e sono date alcune interpretazioni allegoriche: Susanna è la Chiesa, i due vecchi sono i due nemici della fede, il popolo giudeo e il gentile, in Daniele nella fossa dei leoni è vista la condizione dei cristiani davanti alle persecuzioni, la quarta bestia della visione è il popolo romano. Le altre opere esegetiche, delle quali poco o nulla si possiede, sono i commenti sullo Hexaemeron, sull'Esodo, sui Frammenti di Ezechiele, sul Gonesi, su Zacharia, sui Salmi, su Isaia, sull'Apocalisse, sui Proverbi, sull'Ecclesiaste, su Saul e la Pitonessa, ricordati da Eusebio e da s. Girolamo, e su Daniele il piccolo e Susanna, ricordato da Ebediesu.

Delle opere dogmatiche si possiedono brevi frammenti, in greco e in siriaco, del trattato Sulla Risurrezione; intero si ha il trattato Sull'Anticristo, in greco. In quest'opera I. si propone di esaminare che cosa sia l'Anticristo, in qual tempo avverrà la sua venuta, da quale tribù proverrà, quale nome avrà, come ingannerà gli uomini, come il ritorno del Salvatore e l'incendio comico porranno fine al suo Regno, che cosa sarà il Regno celeste che seguirà, e come saranno puniti i cattivi.

I. compose anche opere di carattere disciplinare. S. Girolamo, nell'Epistola LXXI, 6, dice che I. aveva

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(de G. Maruzeki, I monumenti del Museo Cristiano Lateranense, Milano IIIE. 121- 11-17)
Ippolito di Roma, santo, martire - Catalogo delle opere e ciclo pasquale di I. scolpiti sui fianchi della cattedra marmorea di s. I. - Roma, Museo Lateranense.
scritto "sul sabato", se occorra digiunare in quel giorno, e sull'Eucaristia, "se occorra riceverla ogni giorno". Non è possibile precisare in quali opere I. abbia trattato di tali argomenti, se pure l'abbia fatto in opere speciali; nella lista della statua sono ricordati di seguito un II ε ρ I Xa ρ α η α dot{α} τ ω v euna: 'A π ° α τ α λ ι ι η π α ρ α dot{α} δ ° σ ι ς, che potrebbero essere anche una sola opera. Questa Apostolica traditio è stata riconosciuta dal Connolly nella cosiddetta Ordinanza ecclesiastica egiziana, la quale si possiede solo in traduzioni copta, araba, etiopica e latina (il palinsesto di Vernea, che ne contiene vari frammenti). Essa tratta - e da ciò deriva la sua importanza documentaria - dell'ordinazione dei vescovi, dei presbiteri, dei diaconi : tratta dei confessori, del lettore, del suddiacono, delle vedove, delle vergini; e dà un gran numero di precetti e di norme riguardanti il rituale ecclesiastico e la liturgia (il Battesimo, l'agape, il digiuno, l'Eucaristia, la preghiera, le riunioni dei fedeli, il catecumenato, la commemorazione dei defunti, ecc.). Alla identificazione proposta dal Connolly sono state mosse delle obiezioni da parte di vari studiosi, ma essa può ritenersi nel complesso ben fondata, sebbene tutto il problema della definizione dei rapporti di dipendenza tra le antiche collezioni disciplinari sia lontano dall'avere avuto una soluzione decisiva. Sembra preferibile alla tesi opposta quella di coloro che vedono nella Tradizione apostolica di I. la più antica costituzione della Chiesa che si conosca, e la fonte del I. VIII delle Costituzioni apostoliche, dell' Epitome di esso, del Testamentum Domini e dei Canoni di I.

Questi Canoni di I. (una raccolta disciplinare di 38 canoni, pervenuta in traduzione araba ed etiopica, di contenuto per gran parte identico a quello dell'Ordinanza egiziana, rispetto alla quale presenta numerose aggiunte, abbreviazioni e trasposizioni) difficilmente - pur potendo contenere parti abbastanza antiche - possono essere considerati opera di I. Impediscono di crederlo, fra l'altro, lo scarso valore della sottoscrizione araba che li attribuisce a lui, la presenza in essi di elementi (tuttavia non cosi espliciti e decisivi come è ritenuto da taluno) denuncianti un'epoca posteriore a quella di I., e la inconciliabilità della dottrina (intransigente) di I., quale appare nella sua (o,
almeno, a lui generalmente attribuita) Refutatio, sulla riconciliazione dei penitenti, con quella esposta nei Canoni. Non è possibile per altro stabilire il nome dell'autore dei Canoni, pur apparendo probabile la loro origine occidentale, e la loro cronologia; dai vari studiosi essa è fatta oscillare tra il 200 e il 250 e il sec. v-vi.

Opera di cronologia è con ogni probabilità il trattato Sulla Pasqua, nel quale, a quel che ne dice Eusebio, era stabilito il ciclo pasquale, di cui un tratto, come s'è detto, relativo agli anni 222-23, era inciso nella statua trovata nella Via Tiburtina.

Le opere polemiche rappresentano una parte notevole dell'attività di scrittore di I. Discepolo di Ireneo, egli continua la battaglia ingaggiata dal suo maestro contro le eresie, con obiettivi naturalmente diversi, come diverse erano le posizioni dell'ortodossia e dell'eresia ai suoi tempi. Il trattato Contro Marcione forse è da identificare con il trattato Sul bene e l'origine del male (ciò che era uno dei motivi più importanti dell'eresia marcionita); di una Dimostrazione contro i Giudei si possiede un frammento, ma l'autenticità dell'opera è sospetta. In un'opera intitolata Apologia dell'Apocalisse e dell'Evangelo di Giovanni, contro la tesi di un prato romano, Caio (v.), che attribuiva a un erotico, Cerinto, i due scritti, ne difendeva l'autenticità; non è sicuro che quest'opera di I. vada identificata con i Capitoli contro Cain, di cui il siriaco Dionigi Bar Sàlîbî, metropolita di Amida, trasse delle citazioni per un suo commento all'Apocalisse: potrebbe trattarsi benissimo di due opere differenti. Dubbia è l'attribuzione a I. dei frammenti citati da Eusebio come provenienti da un trattato Contro Artenone, che forse è da identificare con il Piccolo labirinto citato da Teodoreto. Perduto interamente è il Trattato contro 32 eresia : Σ ω̂ ν τ α γ μ α α α τ dot{α} α hat{imath} ρ ε σ ε ω ν λ β^{′}, cosi citato da Fozio, che lo chiama «libretto» ( β ι β λ ι δ α dot{α} ρ ι o v ), la confutazione delle eresie cominciava con quella di Dositeo e terminava con quella di Noeto; questo scritto fu molto probabilmente fonte dello PseudoTertulliano, nell'appendice al De praescript., di Epifanio, Panarion, e del Liber de haeresibus di Filastrio di Brescia, e in base ad essi è in parte ricostruibile (questo σ hat{σ} ν τ α γ μ α

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è la stessa cosa, verosimilmente, che il mathrm{H}_{mathrm{p}} mathrm{b}_{5} ándoas vás aigózes, ricordato da Eusebio e il trattato Adversus omnes haereses ricordato da s. Girolamo). Si possiede un ampio frammento di una omilia Sull'eresia di Noeto; è probabile che essa costituisca la fine del ov̀vтayua, sebbene sembri conciliarsi con la brevità con cui doveva essere condotta la trattazione del ov̀vтayua. A questo elenco di opere altre se ne potrebbero aggiungere: quelle indicate nella lista incisa sulla statua (la Cronaca, che esercitò largo influsso sugli autori di cronache nel medioevo, il Protreptico a Severiano, il IIpbs "E λ λ η ν α ς xai π ρ δ ς П λ α dot{τ} τ ω ν dot{η} xai π ε ρ i тoû π α v τ o ́ s; le ' Ω ι δ α i eis máoas vás γ ρ α varphi dot{α} ς ), e la Refutatio omnium haeresium. Di quest'opera prima si conosceva il solo I. I, con il titolo Philosophoumena, che si attribuiva a Origene, fino alla scoperta, fatta nel 1842 da Minnide Mynas, di un codice del Monte Athos, che contiene gli altri libri fino al X, con una lacuna in principio, abbracciante i Il. II e III. Ma per fare ciò bisognerebbe essere veramente sicuri che la statua rappresenti I., e che di I. sia la Refutatio. L'una e l'altra attribuzione è invece congetturale, anche se appoggiata a valide ragioni. Della statua si è già detto: l'attribuzione della Refutatio a I. si fonda specialmente sul fatto che l'autore è un contemporaneo e nemico acerrimo di Callisto, e uno scismatico, fondatore di una Chiesa in opposizione di quella retta dai successori di Callisto, e che questo autore appare essere uomo di grande dottrina, famoso autore di numerose opere: condizioni, queste, che non sembrano convenire che a I. Tuttavia questa attribuzione non è stata fatta senza contrasti, e anche recentemente, dopo che sul nome di I. si era raggiunta l'unanimità dei suffragi, voci discordi si sono levate che hanno scosso un po' la fiducia nell'attribuzione ormai ammessa generalmente, anche se il nome che si propone per il personaggio rappresentato nella statua e per l'autore della Refutatio - un tal Josipo, indicato da Fozio come autore di un Π ε ρ i тævós, ch'è la tesi del Nautin - sia lontana dal soddisfare del tutto (ché, anche se si dà per dimostrata la presenza di divergenze sostanziali e formali tra il frammento contro Noeto e la Refutatio, si dovrebbe rispondere a questa semplice domanda, come mai di questo Josipo, che sarebbe autore della Refutatio, e delle opere indicate nella statua, personaggio di gran conto, uomo detto, fondatore di una Chiesa scismatica, non sia sopravvissuto il nome che nella discutibile attribuzione di un'opera). Con tutto ciò non si crede, per ora, che si possa parlare della Refutatio se non come di un'opera attribuita a I.

L'opera ha una chiara linea di svolgimento nel proposito di dimostrare che di tutte le eresie il germe era nelle dottrine dei filosofi pagani. Il I I. è una esposizione delle dottrine dei filosofi greci; nella lacuna di due libri che segue al primo, doveva essere un'esposizione dei riti dei misteri; nel IV I. si tratta dell'astrologia, della geometria, della magia; dal I. V si comincia a esporre e a criticare le eresie; nel X è una ricapitolazione della materia trattata nei libri precedenti, e un'esposizione della vera dottrina. E possibile che - anche senza accettare l'ipotesi di chi ritiene l'autore vittima di falsari le fonti d'informazione non siano sempre sicure, ma nell'esposizione delle eresie a lui più vicine nel tempo, il tono si fa più personale e l'informazione più ricca, anche se non sempre così obbiettiva come dovrebbe: un'opera, in conclusione, di scarsa originalità e di non grande vigore speculativo, ma non priva di interesse storico e del pregio della chiarezza, anche se talvolta l'autore ami indulgere agli effetti del virtuosismo sofistico.
III. Giudizio. - Anche solo dalle opere riconosciute da tutti come autentiche, I. appare uomo di larga erudizione e di interessi vari, non paragonabile tuttavia a Clemente Alessandrino e a Origene (del quale ebbe conoscenza diretta e fu ammiratore; dell'influenza di I. su Origene tratta R. Cadiou, La jeunesse d'Origène, Parigi 1935, p. 63 sg .). Come esegeta, egli è allegorista, ma con moderazione: la sua esegesi si fonda sulla fede nell'Incarnazione del Verbo, in Cristo essa trova la spiegazione di quanto è nelle

Scritture; essa inoltre gli dava occasione a esortazioni di carattere omiletico. Come teologo, egli è nella linea degli apologeti del secolo precedente e di Ireneo, contro i monarchiani, i quali consideravano il Figlio e lo Spirito Santo come modi dell'attività del Padre e pensavano che il Padre avesse patito insieme con il Figlio, e contro i docetisti insiste nell'affermazione che Cristo è insieme Dio e uomo. La sua dottrina dell'unità di Dio non esclude la distinzione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo (questo, come il Figlio, preesistente). Nella Refutatio invece sono menzionati solo, e distinti, il Dio unico e il suo Verbo, il Padre e il Figlio, senza menzione dello Spirito Santo, donde l'accusa di doteismo fatta da Callisto al suo autore. La salvezza consiste per lui nella divinizzazione: "se Dio avesse voluto fare di te un Dio, l'avrebbe potuto; tu hai un esempio, quello del Verbo"; dal che appare come la preoccupazione antimonarchista portava l'autore della Refutatio al pericolo di apparire subordinazionista. La fama di rigorismo intransigente nel riguardo disciplinare è affidata soprattutto a certi passi della Refutatio. - Vedi tav. XI.

Basi.: Edizioni: PG 10 (riproduce l'edizione di Fabricius e Galland); Hippolytus' Werhe (Griechische Chrictliche Schriftsteller, 1, 3, 4) I, 1: Die Kommentare zu Daniel und zum Hohenlied, a cura di G. N. Bonwetsch; Lipsia 1827; I, 2: Kleinere Zuegetische und Homiletische Schriften, a cura di H. Achelis, ivi 1897; III. Refutatio omnium haeresum, a cura di P. Wendland, ivi 1916; IV. Dir Chronih, a cura di A. Bauer e R. Helm, ivi 1929; Schrift über die Segnungen Jahobs, di C. Diobounaista e N. Bela Chate und Untersuchungen, 38, 13, ivi 1911; E. Schwartz, Zwei Predigten Hippolyts (Sitzungsber. Bayer. Akad. Wissensch.), Monaco 1936 (per il fremm. Contro Noeto); Hippolyte de Rome. La tradition apostolique. Texte latin..., a cura di B. Botte (Parigi 1946); Commentaire zur Daniel, a cura di M. Lefèvre, introd. di G. Bardy, ivi 1947. - Studi: C. Ch. J. Bunsen, Hippolytus and his age, or the doctrine and practice of the Church of Rome under Commodus and Alexander Securus, 4 voll., Londra 1832; I. Doellinger, Hippo. lytus und Kallistus, oder die Römische Kirche in der ersten Hälfte des dritten Jahrhunderts, Ratisbona 1833; G. Ficker, Studien zur Hippolytfrage, Lipsia 1893; K. J. Neumann, Hippolyten von Rom in seiner Stellung zu Staat und Welt, ivi 1902; A. Harnack, Geschichte der altchristlichen Literatur bis Eusebius, I, ivi 1893, pp. 603-46; A. D'Alès, La théologie de si Hippolyte, Parigi 1906; R. H. Connolly, The sacalled Egyptian Church Order and derived documents (Texts and Studies, 8, iv), Cambridge 1916; A. D'Alès, in Rech. sc. rel., 8 (1918), pp. 132-38 (sulla tesi di Connolly); R. Lorentz, De Egyptische Kerbordening en Hippolytus van Rome, Darlene 1929 (contro la tesi di Connolly); B. C. Easton, The apostolic tradition of Hippolytus, Cambridge 1934; L. Morita, Hippolyte de Rome. Sur les hénédictions d'Isaac, de Jacob, et de Melor, Parigi 1933; H. Rahner, Probleme der Hippolytüberlieferung, in Zeitschr. f. kathol. Theol., 60 (1936), pp. 57390; G. Dix, The Treatise on the apostolic tradition, Londra 1937; H. Elfers, Die Kirchenordnung Hippolyts, Paderborn 1938 (contro Lorentz); B. Capelle, Le Logos. Fils de Dieu dans la théol. d'Hippolyte, in Rech. théol. soc. et médiée., 9 (1937), p. 109 sgg.; G. Bovini, S. I. della Via Tiburtina, esame e critica delle antiche testimonianze su I., in Rivista di archeologia cristiana, 19 (1942), pp. 33-83; R. H. Connolly, Zeno attributions to Hippolytus, in Journal theol. stud., 44 (1942), p. 192 sgg.; Rud. Reutterer, Der hl. Hippolytus, Klagenfurt 1947; R. Nautin, Hippolyte et Josipe, Parigi 1947; Em. Lengerling, Das Heilzwerk des Logos. Christus beim hl. Hippolyt von Rom, tesi di laurea Univ. Gregoriana, Roma 1947; id., Notes sur le Catalogue des oeuvres d'Hippolyte, in Rech. sc. rel., 34 (1947), p. 347 sgg.; G. Mercati, Osservazioni sui proemi del Collerio di Origeno, I. Eusebio, CirilloAlessandrino e altri (Studi e testi, 142), Città del Vaticano 1948; H. Engberding, in Miscellanea to honorem L. C. Mahlberg, I. Roma 1948, p. 47 sg.; D. van Den Eymle, Nouvelle trace de la Traditio Apostolica d'Hippolyte dans la liturgie romaine, thid., pp. 407-11; M. Duensing, Der äthioaische Text der Kirchenordnung Hippolyte, Gottingen 1948; R. Nautin, Hippolyte, Contre les hérésies, Parigi 1949.

Quintino Cataudella
IV. Cimireno di I. - Sulla Via Tiburtina. Sotto la data degli idi di sg. (13) sia la Depositio martyrum che il Martirologio geronimiano indicano il dies natalis d'I. sulla Tiburtina senz'altra indicazione; sembra dunque che il martire stesso abbia dato il nome al cimitero che si estende a sinistro di detta Via, come l'indica l'itinerario di Einsiedeln, sopra una collina poco

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Ude E. Meret, Hippone, Alperi II68, (1). Il Ippona - Avanz: di un presbiterio di una chiesa a tre navate (sec. v).
dopo il cimitero e la basilica di S. Lorenzo. Esso è poi ricordato nel restauro eseguitovi dal papa Adriano I. Prudenzio ne visitò la cripta e ricorda l'altare situato presso il sepolcro (Peristephanon, XI, v. 153 sgg.). Il cimitero e la cripta furono devastati nel sec. vi durante l'assedio gotico e restaurati a cura del presbitero Andrea sotto il papa Vigilio. L'iscrizione che commemorava tale opera fu ritrovata da G. B. De Rossi parte nella cripta stessa e parte nel pavimento del titolo dei SS. Quattro Coronati al Celio. Alcuni frammenti del carme posto da Damaso sul sepolcro del martire I. furono trovati da G. B. De Rossi nel pavimento della Basilica Lateranense (Elogio damasiano del celebre I. martire sepolto presso la Via Tiburtina, in Bull. di arch. crist., 3° serie, 6 [1881], pp. 26-55). Altri se ne rinvennero durante il rifacimento della pavimentazione nel 1934-35; tutti sono oggi nel Museo Lateranense (E. Josi, Quattro nuovi frammenti del carme di Damaso in onore di s. I., in Riv. di arch. crist., 13 [1936], pp. 231-36).
G. B. De Rossi rinvenne nella cripta anche un'epigrafe che ricorda i lavori compiuti in essa al tempo di Damaso per opera di un presbitero di nome Leone.
A. Bosio discese in una regione di questo cimitero, che ritenne parte di quello di S. Lorenzo, e vi lesse il graffito : «Refr(i)geri tibi Domnus Ippolitus sid...» (Roma sotterranea, Roma 1632, p. 401); M. Boldetti asportò molte lapidi (Ossercazioni sopra i cimiteri, ivi 1720, p. 568); nel 1779 e nel 1829 le gallerie furono molto devastate (G. B. De Rossi, Roma sotterranea, I, ivi 1864, p. 61 ; III, ivi 1877, pp. 641-42), altre esplorazioni vi furono eseguite nel 1843 (G. Marchi, Monumenti primitivi del Cristianesimo. Architettura, ivi 1844,
p. 77), poi nel 1862 F. Gori, Della porta e basilica di S. Lorenzo... e delle catacombe di S. Ippolito, ivi 1862); nel 1881 vi penetrarono M. Armellini e O. Marucchi che lessero parecchi graffiti di pellegrini e di presbiteri tra cui l'invocazione «Ippolite in mente (habeas) Petru(m) peccatore(m)». Nel 1882 gli scavi miscro in luce l'absidc appartenente alla basilichetta sotterranea eretta sul sepolcro del martire. Il cimitero ha molto sofferto nel bombardamento aereo del 19 luglio 1943.

Tra le iscrizioni allora rinvenute vanno segnalate quelle che ricordano un presbitero del titolo di Pudensiana, un lettore dello stesso titolo morto nel 528 ; la menzione d'un presbitero del titolo di Prassede; da questi due titoli dipendeva dunque il cimitero; tra le iscrizioni greche è notevole quella di un Vittore catecumeno servo del Signore Gesù Cristo (G. B. De Rossi, Bull. di arch. crist., 2 [1883], p. 83). Oltre il cimitero, in Roma stessa nel sec. iv esisteva una memoria del martire I. al vicus Patricius, come si ricava da un'epigrafe, oggi al Museo del Laterano, dalla quale si deduce l'esistenza di detta memoria (O. Marucchi, I monumenti del Museo Cristiano Pio Lateranense, Milano 1911, tav. 45).

Bim.: G. B. De Rossi. Il cimitero di Ippolito sulla Via Tiburtina e la sua principale cripta storica ora dissepolta, in Bull. di arch. crist.. 4° serie, 1 (1882), pp. 9-76. Enrico Josi

IPPOLITO IVESTE, cardinale: v. ESTE, FAMIGLIA.
IPPONA. - Città presso le coste del Mediterraneo, nella Numida (Africa settentrionale), oggi situata a 2 km . a sud-ovest dell'attuale Bona in Algeria.

Fu colonia fenicia; il suo nome di Hippo Regius è in uso fin dal tempo di Giulio Cesare, creatore del Regno di Numidia; Augusto ne fece un municipio romano, Traiano una colonia. Ma ancora alla fine del sec. iv e agli inizi del v, parte dei suoi abitanti parlavano punico e s. Agostino era costretto a cercare sacerdoti che lo parlassero.

Il cristianesimo vi fu forente fin dalla metà del sec. III, come attestano i suoi vescovi e due gruppi di martiri. Fu funestata dai manichei e dai donatisti, contro i quali lotto strenuamente s. Agostino. Fu assalita dai Vandali, che vi penetrarono nel 430 , e Genserico vi restò fino al 439 , alla conquista di Cartagine. Giustiniano la riebbe nel 533, con la conquista di Belisario. Gli Arabi abbandonarono I. e si stabilirono sul mare dove è ora Bona.

Vescovi di I. noti sono: Teogene nel 256, presente al Concilio di Cartagine; Leonzio ca. il 303, il quale costrui la Basilica detta Leontiana (s. Agostino, Sermones, 260 e 262; P. Monceaux, Histoire littéraire de l'Afrique, III, Parigi 1910, p. 152); Florenzio e Fidenzo, uno dei venti martiri durante la persecuzione dioclezianca (s. Agostino, Sermones, 148, 325-26; De civitate Dei, XXII, 8, 4); Valerio nel 388; s. Agostino (393-430). Ignoti sono i vescovi di I. dopo l'invasione vandalica e durante la dominazione bizantina.

St. Gsell, dalle opere di s. Agostino ha ricavato la notizia delle seguenti chiese esistenti in I. (Monuments antiques de l'Algérie, II, Parigi 1901, pp. 212-14).

La Basilica maior (s. Agostino, Serm., 325) detta anche Basilica Pacis (id., Ep. 213). Aveva l'abside sopraelevata (De civitate Dei, 22, 8, 22); vi era prossima la Cappella del protomartire Stefano con sue reliquie sotto l'altare (Serm., 318).

La Basilica Leontiana fondata dallo stesso vescovo e martire Leonzio (Sermones, 260 e 262).

La Cappella ad viginti martyres (De civitate Dei, 22, 8), la cui memoria "est apud nos celeberrima" afferma s. Agostino (ibid., 148), tenuto "ad sanctos viginti martyres" (PL 38, 799), come gli altri due Sermones 325 e 326 (ibid., 1447 e 1449) e nel Sermone in onore di s. Eulalia (G. Morin, in Miscellanea Agostiniana, I, Roma 1930, p. 595). Dei venti martiri, s. Agostino ricorda solo i nomi del vescovo Florenzio o Fidenzio e di Valeriana e di Vittoria; gli altri, i cui nomi sono ricordati nel Martirologio geraniniano al 15 nov. (p. 600, n. 9), pur tra-

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dendo la loro origine africana, non è certo che appartengano al gruppo stesso.

La Basilica ad octo Martyres (Serm., 356, 10).
Nei dintorni di I. sempre s. Agostino ricorda: una Memoria martyrum (De civit. Dei, 22, 8, 19); una cappella dedicata ai ss. Gervasio e Protasio nella località Victoriana Villa (ibid., 8, 7); un oratorio con la terra del S. Sepolcro a Fussula (ibid., 8, 6); una basilica ad Hasno di cui i circoncellioni demolirono l'altare ( E p ., 29,12 ); una chiesa ad Andurus con reliquie di s. Stefano (De civitate Dei, 22, 8, 15).

Finalmente da s. Agostino si ricava l'esistenza di un monastero da lui fondato (Serm., 355, 2); della domus episcopi (ibid.), di altri due monasteri maschili (ibid., 356, io e 15) e d'uno o più monasteri femminili (Ep., 211). Egli tenne anche, il 28 ag. 392, la sua controversia con il presbitero Fortunato dei Manichei «in balneis Sossii, praesentia populi» (PL 42, 111-12).

Dei monumenti cristiani antichi di I. si conosce finora ben poco e le scoperte sono state fino al 1949 limitate a iscrizioni sepolcrali cristiane conosciute per mezzi di manoscritti, come quella acrostica del diacono Nabor, ucciso dai donatisti (G. B. De Rossi, in Bull. arch. crist., 4² serie, 4 [1886], pp. 8-10; P. Monceaux, Enquête sur l'ipigraphie chrétienne d'Afrique, in Revue archéol., 4² serie, 7-8 [1906], p. 473, n. 191) e d'un poeta contemporaneo di s. Agostino (P. Monceaux, ibid., p. 473, n. 192); ovvero da scoperte sporadiche (St. Gsell, Les inscriptions latines de l'Algérie, I, Parigi 1922, pp. 1-9 e 393).

Si devono anche ricordare ampolle con l'immagine del martire Menna (G. B. De Rossi, in Bull. arch. crist., 5² serie, 5 [1894], p. 56); un frammento di pettine con Daniele tra i leoni (J. Strzygowski, Der Algerische Danielbauun, in Orient Christianus, nuova serie, I [1911], pp. 83-87); un gruppo di gioiclli di età vandalica (J. de Baye, Bûvux scandales des environs de Bone, in Mém. de la Sac. nation. des antiquaires de France, 48 [1887], pp. 179-82).

Solo nel 1949, da una comunicazione di R. Leschi, direttore dei Monumenti di Algeria, si è avuta la notizia della scoperta di un edificio cristiano a tre navate d'epoca vandalica e antettore a detta età e riutilizzato in seguito dagli ariani. Il pavimento è a musaico con numerose iscrizioni cristiane sepolcrali; tra queste una in marmo contiene l'epitaffio di una sveva (Suaba) di nome Ermengon sposa di un Ingomar.

BibL.: St. Gsell, Atlas archéologique de l'Algérie, Parigi 1911, I. 9, pp. p-11; id., Inscriptions latines de l'Algérie, I, ivi 1922, pp. 1-9 e 393; id., s. v. in Enc. Ital., VII, p. 377; M. Maitrot, Le Musée de Hipponc, Bona 1914; H. Leclercq, Hipponc, in DACL., VI, in coll. 2483-2531; E. Maroc, Les nouvelles fouilles d'Hipponc, Bona 1927; id., Hipponc, Algeri 1950 Enrico Josi
IPSISTARIANI (Hypsistariani). - Setta del sec. IV diffusa in Cappadocia, ma la cui esistenza ancora al sec.IX è ricordata da Niceforo, patriarca di Costantinopoli (Antirrhet. adversus Constantinum Copronymum, 1, 5).

Il nome è derivato dal fatto che gli aderenti alla setta affermavano di credere in un solo Dio, l'Altissimo (י'גv (y̧urom) forse per protestare contro la fede trinitaria di Nicea; da ciò il nome di úmorsápos. La loro
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(da E. Marco, Hippona, Algeri 1858, Ep. 11) IPPONA - Epitaffio di - Ermengon Suaba - d'epoca vandalica.
dottrina era un miscuglio di paganesimo ellenico e di giudaismo. Dal primo prendevano qualche pratica idolatrica, come il culto del fuoco e della luce, però senza sacrifici né idoli; dal giudaismo qualche osservazione legale, come la santificazione del sabato, e certi precetti riguardanti il cibo, come anche la distinzione tra puro e impuro, mentre rifiutavano la circunstisione.

Identici a loro sembrano essere gli Ipsistianni, dei quali parla s. Gregorio Nisseno (contra Eunomium, 2: PG 43, 482 sgg.), e che riconoscevano anch'essi un Dio solo che nominavano Altissimo o Pantocrator, ma non Padre. Gli i. richiamano in qualche modo i messaliani o eufemiti descritti da Epifanio (Haer., 8o), i theosebeis che s. Cirillo Alessandrino ricorda (De adoratione in spir. et veritate, 3 : PG 68, 282), ed i celicoli dell'Africa, di cui parla s. Agostino (Ep., 44, cap. 6, n. 13 : PL 33, 180).

Poiché le notizie sono scarse, le opinioni sugli i. da parte degli storici di religione non concordano. Cosi mentre Ullman li ritiene una setta eclettica che congiunge elementi di giudaismo ed ellenismo, Böhmer invece li giudica un resto del sabeismo.

BibL.: Tillemont, IX, p. 312; C. Ullman, De Hypsistariis, Heidelberg 1823; G. Böhmer, De Hypsistariis, Berlino 1824; F. Cumant, Hypsistes, Bruxelles 1897; G. Bareille, Hypsisturient, in DThC, VII, col. 372. Lucchesio Spätling
IPSO FACTO e IPSO IURE. - Queste due formole si equivalgono nel loro significato e il loro uso trova riscontro specialmente nella materia penale : precisamente per indicare in modo equivalente le pene latae sententiae. La sinonimia delle due espressioni è data autorevolmente dal legislatore del CIC (can. 2217,2).

Con esse si vuol esprimere la coincidenza perfetta che vi è tra la trasgressione della legge e la pena incorsa automaticamente, senza il concorso di volontà umane. Posto il resto, completo nel suo genere, ne segue necessariamente la pena, vindice del turbamento sociale. Nelle fonti del diritto canonico si trovano frequentemente queste espressioni con identico significato. (poi facto si riscontra in c. 2, de rebus ecclesiae non alienandis, III, 9, in VI, unitamente all'espressione eo ipso; c. 1, de homicidis, V, 4, in VI; c. 1, de unvii, V, 5, in VI; c. 3, de poenis, V, 8, in Clem. Anche Pio VI l'adopera nella sua cost. Auctorem fidei, 28 ag. 1794, prop. 47, contro i giansenisti (cf. Denz-U, 1547). Ipso iure si trova in c. 25, X, de sententia excommunicationis, V, 39; c. 37, de electione et electi potestate, I, 6 in VI; c. 5, de poenis, V, 9, in VI unitainente all'espressione eo ipso che si riscontra isolata anche in c. 16, de electione et electi potestate, I, 6 in VI; c. 11, de sententia excommunicationis, suspensionis et interdicti, V, II in VI. Il CIC conserva questa dizione solo nei cann. 2346, 2365, 2381 n. 1. Le altre espressioni unite nelle fonti canoniche sono ipso aclu: c. 24, X, de appellationibus, recusationibus et relationibus, II, 28 e ipso suo genere in c. 26, X, II, 28. Nel CIC si trova varie volte l'espressione ipso iure; più usata è ipso facto.

Degna di particolare rilievo, per il tema di cui si tratta, è la privazione del beneficio che si può avere ipso iure et per sententiam declaratoriam del giudice. In questo caso la pena viene retrotratta fino al giorno in cui si commise il delitto e da quel tempo il reo cessa di essere titolare del beneficio.

Queste espressioni vengono usate dal CIC anche per indicare la legge che immediatamente irrita un atto o inabilita una persona; cf. cann.: 162,63; 165; 166; 181,62; 1 50; 185; 188; 192; 646;1068; 1307,63; 1684; 1679; 2167.

BibL.: A. van Hove, De legibus ecclesiasticis, Malines 1930, p. 164; H. J. Cinognani-D. Staffa, Commentarium ad librum primum codicis iuris canonici, I, Roma 1939, p. 191; G. Michiele, Normae generales iuris canonici, I, Bruges 1949, p. 327. Giuseppe Demizia
IQUIQUE. - Città e diocesi del Cile, eretta il 20 dic. 1929 dal papa Pio XI con la cost. apost. Ad gregem dominicum per soppressione del vicariato apostolico di Tarapacà; fu prima suffraganea di S. Giacomo del Cile, ora è di La Serena.

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Ib6. Alinari)
Iba - Affresco di Giotto (1303-1305) - Padova, Cappella degli Scrovegni, zoccolo a monocromato.

La Cattedrale è dedicata all'Immacolata Concezione. Ha una superficie di 75.000 kmq . e conta 115.000 ab., dei quali 110.000 cattolici, riuniti in 23 parrocchie, servite da 9 sacerdoti diocesani e 28 regolari; ha 7 comunità religiose maschili e 6 femminili, un seminario (1949).

BibL.: AAS, 23 (1931), pp. 361-64. Enrico Ios
IQUITOS, vicariato apostolico di. - Situato nella regione nord-orientale del Perù, comprende il territorio della provincia civile di Alto y Bajo Amazonas, costituito da una grande pianura attraversata dal fiume omonimo e coperta da innumerevoli laghi, che la rendono paludosa. L'evangelizzazione di tale zona ebbe inizio alla fine del sec. xix.

Gli Ordinari del Perù nel 1896, rispondendo ad un appello del papa Leone XIII, che invitava alla conversione dei selvaggi, fondarono a Lima un'opera per la propagazione della fede nelle regioni nord-orientali di quella nazione, presieduta dal p. Soro dei Missionari Piepussiani. Questi preparò la convenzione tra il Perú e la S. Sede ( 1° maggio 1899) circa le erigende missioni di S. Leone delle Amazzoni, Ucayali, Urubamba e Madre di Dio (attuale Porto Maldonado). La prefettura di S. Leone delle Amazzoni fu eretta il 5 febbr. 1900 e affidata agli Agostiniani Eremitani, che arrivarono sul posto nel marzo 1901 e iniziarono subito un fruttuoso lavoro apostolico; ma, data l'estensione del territorio, non poterono evangelizzarlo convenientemente. Nel 1912 fu staccata dalla prefettura la parte nord-orientale, che non era mai stata
evangelizzata, e venne eretta la missione autonoma del Putumayo, affidata ai Francescani inglesi, i quali, vinti dalle difficoltà pratiche incontrate, la abbandonarono; conseguentemente fu di nuovo incorporata (1922) nella prefettura di S. Leone delle Amazzoni, eretta l'anno prima in vicariato apostolico. Nel 1945 fu ripristinata su per giù entro gli stessi limiti la missione suaccennata, con il nome però di S. Giuseppe delle Amazzoni, e fu affidata ai Francescani canadesi. Nello stesso anno il vicariato apostolico di S. Leone veniva denominato I., dalla città di residenza dell'Ordinario. Gli abitanti di tale vicariato si aggirano, secondo le statistiche del 1949, sui 60.000 , dei quali la maggior parte sono battezzati. Essi sono assistiti da 15 sacerdoti agostiniani, 24 suore, 100 catechisti, 254 maestri. Il lavoro apostolico è reso difficile dalla insalubrità del clima e dalla deficenza di vie di comunicazione. Le popolazioni sono naturalmente buone, ma rese fiacche nell'adempimento dei loro doveri di cattolici da terribili malattie: febbri di palude, perniciose, terziarie, tubercolari e beri-beri.

BibL.: AAS, 36 (1945), p. 269; Archivio delle S. Congr. di Prop. Fide, Relatio quinquennalis, pos. prot. n. 323/35; id., Ponenza n. 3/1921; id., Ponenza n. 7, prot. n. 934/45; MC, 1950, p. 25 .

IRA. - Dal latino ira, detta anche collera, è una deviazione dell'istinto che porta a difendersi, quando si è assaliti, respingendo la forza con la forza.
I. Nozione. - Si può considerare come passione e consiste nel bisogno di reazione, determinato da una contrarietà fisica o morale o da un patimento qualsiasi, che suscitano una violenta emozione di tutte le forze tendenti a vincere la difficoltà. Come tutte le passioni, non ha una moralità propria e può essere diretta al bene e al male.

Si può considerare ancora l'i. come sentimento, ed è allora il desiderio di vendetta, o meglio la brama di respingere e di punire l'aggressore. Il desiderio di vendetta in sé considerato non ha ancora ragione di peccato. Il peccato sta nella cupidigia disordinata, cioè nel non contenere il desiderio di vendetta nei suoi giusti limiti e nel non dirigerlo verso obiettivi ragionevoli.

Vi è infatti un'i. legittima, che è la molla per atli virtuosi, ad es., la correzione degli altri (com'è il caso di Gesù con i mercanti del Tempio [Jo. 2. 13-17]); e c'è un'i. illegittima (che è uno dei peccati capitali) e importa un violento e smodato desiderio di punire il prossimo senza tener conto delle dovute condizioni e si oppone alla virtù della mansuetudine. Spesso poi si accompagna all'odio e si trasforma in sentimento più meditato e durevole, che non si arresta a respingere l'aggressione, ma passa a trarne vendetta con conseguenze più gravi.

II. Malizia. - Per determinare la malizia dell'i. si deve prima rilevare se il disordine proviene dall'oggetto morale stesso oppure dall'eccesso nel modo.

Se il disordine deriva da parte dell'oggetto, sia che si desideri una vendetta ingiusta, sia che si desideri la vendetta non secondo l'ordine di ragione, sia che la vendetta sia desiderata non per il fine dovuto, che è la conservazione della giustizia e la correzione della colpa, si ha per sé, prescindendo cioè dagli altri costitutivi del peccato, materia di peccato grave, perché ci si oppone alla carità ed alla giustizia. Tuttavia il più delle volte i mori dell'i. sono venialmente peccaminosi, perché imperfettamente deliberati.

Se il disordine riguarda il modo di inquietarsi, si ha un peccato veniale in sé, che a causa delle circostanze può diventi mortale, come se qualcuno per la voemenza dell'i. prorompe in bestemmie, o procura un grave danno alla propria salute.
III. Effetti. - Gli effetti sono descritti in maniera efficace e vivida dagli stessi filosofi pagani (Seneca, De ira, 1. I, n. 2), che all'i. attribuiscono i delitti più gravi, dall'omicidio alle lotte civili, dai dissensi familiari alla guerre. Ma anche senza giungere a tali eccessi, l'i. è fonte di un gran numero di colpe,

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perché fa perdere il controllo di se stessi. E perciò anche un grande ostacolo alla perfezione spirituale, turbando il raccoglimento interno, le relazioni con il prossimo, la ponderazione.

Bini.: A. Tanquerry, Compendio di teologia ascetica e mistica, trad. it. di F. Trucco-L. Giunta, Roma-Parigi 1927, nn. 837 883, pp. 333-38; St. Carton de Wiart, Tractatus de peccatis et citio in genere, 2ᵃ ed., Malines 1932, pp. 163-66, n. 113; B. H. Merkelbach, Summa theologiae moralis, II, 2ᵃ ed., Parigi 1947, nn. 1238-39, pp. 968-89.

- IRA IUSTA CONDITORIS». - Inno del Mattutino nella festa del Preziosissimo Sangue, composto e inserito nel Breviario sotto Pio IX.

L'efficacia del sangue di Cristo, che ha lavato il mondo dalle macchie del peccato, è immensa. L'ira divina punì con il diluvio la prevaricazione dell'umanità intera: la misericordia di Dio ha salvato il mondo con il sangue del suo Figlio. Sognata da questo sangue, la terra non darà più spine, ma fiori, e l'amaro si muterà in infinita dolcezza. Il Signore ha liberato il servo.

Bini.: G. G. Belli, Gli inni del Breviario tradotti, Roma 1836, pp. 480-61; V. Terreno, Gli inni del Breviario romano, Mondovì 1932, pp. 224-25; A. Mirra, Gli inni del Breviario romano, Napoli 1942, p. 147.

Silverio Mattei
IRĀN : v. PERSIA.
'IRĀQ. - Stato arabo dell'Asia anteriore, comprendente i bacini inferiori del Tigri e dell'Eufrate e parte dei finitimi deserti siriaco ed arabico.

Scholastio: I. Geografia. - II. Storia civile. - III. Storia ecclesiastica.
I. Geografia. - Dei due fiumi, il secondo non ha affluenti notevoli, il primo invece raccoglie le acque scendenti dal margine montuoso di NO., più umido, della regione iranica. Al di fuori di questi due settori più elevati (fino a 1000 m .), tutto il paese è pianura o bassopiano, per la maggior parte steppico e desertico, dato il clima caldo-asciutto, di netto stampo continentale, con inverni brevi e relativamente freddi, e lunghe, torride estati.
All"I. settentrionale, poverissimo di pioggie e percio spopolato, fiancheggiato com'è da un arido tavolato, si contrappongono le regioni meridionali, fertilizzate delle acque e dal limo dei fiumi gemelli, che a Bagdad si riuniscono in un unico corso (Satt el-'Arab). L'ampiezza del territorio, i cui confini non sono ben definibili (eccetto che verso l'Írān), è valutata variamente (da 292 a 452 mila kmq.); ma l'area adatta alle colture, che in parte corrisponde alla zona montana settentrionale e in parte si lembi irrigati in prossimità dei fiumi, non tocca neppure i 30 mila kmq. (sebbene ne sia previsto un considerevole ampliamento).

Della popolazione ( 4,8 milioni di ab.) i 9/10 sono Arabi, con minoranze curde, turche ed ebree. Più che l'agricoltura, che produce cereali (frumento, riso, granturco), tabacco, oppio, frutta e soprattutto datteri ( 80 \% del raccolto mondiale), e l'allevamento ( 7,4 milioni di ovini, lene, carni, pelli, ecc.), spicca, nell'economia 'irāqena, l'industria estrattiva, che ha una voce sola : il petrolio. Tutto il cercine montano orientale da Mossul al Golfo Persico ne è imbevuto. La produzione ( 4,5 milioni di tonn. nel 1948) ha superato il livello prebellico. Modesta, invece, l'importanza delle altre industrie (tessile, manifattura tabacchi, saponificio). Strade ( 6400 km . di camionabili) e ferrovie ( 1850 km .) sono ancora inadeguate al bisogno. Modernamente attrezzato il porto di Başrah. La capitale Bagdad conta 285 mila ab.; seguono, per importanza, Başrah ( 80 mila ab.) e Mossul ( 80 mila ab.).
L'I. è una monarchia ereditaria costituzionale, con due camere, di cui una elettiva.

Bini.: H. Klugz, Das Königreich I., Lipsia 1934; H. A. Foster, The making of modern I., Londra 1936; P. V. Ireland, 'I. A study in political development, ivi 1937. Giuseppe Caraci
II. Storia civile. - La trattazione della storia dell'I. è condizionata dal significato che si attribuisce a questo nome. Esso designerebbe infatti a rigore soltanto quella parte della regione fra i fiumi Tigri
ed Eufrate che va dal Golfo Persico fin circa all'altezza di Bagdad, mentre la zona fra i due fiumi al di sopra di questo punto si chiama più propriamente Mesopotamia. Tuttavia, poiché 'I. è attualmente la denominazione dello Stato che governa le due regioni, s'intenderà per storia dell'I. la trattazione delle vicende di entrambi i territori, proiettando nel passato un'unità che, effettiva dal punto di vista geografico, non lo fu per molti secoli politicamente.
L'I. fu centro di imperi autonomi tra il iv millennio e il 538 a. C. Poi divenne provincia, non sempre unitaria, di imperi stranieri, fino al 1918, anno in cui si iniziò la storia del nuovo Stato nazionale 'irāqeno, prima sotto il protettorato inglese e poi, dal 1932, in effettiva indipendenza. Si dovrà dunque, per una conoscenza più ampia della storia 'irāqena fino al 1918, riferirsi successivamente alle voci: SUMERI; BABILONESI; ASSIRI; PERSIA; ISLĀM.

Il periodo antico della storia 'irāqena è di alta prosperità politica e culturale; sulle rive dei due fiumi, favorita dalle favorevoli condizioni economiche e geografiche, fiorì una delle più grandi civiltà dell'evo antico. Componenti etnici ne furono i Sumeri, primi ad attestarsi nella regione, ed i Semiti. Popolazioni sumeriche compaiono nel sud della regione (Babilonia) fin dal iv millennio, formandovi piccole città-Stato e sviluppando una evoluta cultura. Intorno al 2400 (secondo la recente cronologia "bassa") si affermarono nella stessa zona i Semiti, già da tempo presenti alla periferia delle città in condizioni di nomadiamo, e fondarono l'Impero babilonese, che, attraverso varie dinastie intramezzate da invasioni straniere, durò fino ca. al 1500 , per cedere poi ad un lungo periodo di dominazione non semitica (i Cassiti : ca. 1500-1150). Al nord nel frattempo andava affermandosi l'Impero ass