tt., 1949, III, pp. 505-13.
V. ARTE. - L'arte fiorì in M. soprattutto negli edifici sorti con lo stabilirsi dell'Ordine di S. Giovanni. La chiesa conventuale dell'Ordine dedicata a s. Giovanni fu eretta da G. Cassar tra il 1573-77. E ad una sola navata con cappelle laterali delle varie lingue dell'Ordine; è son-
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tuosa per decorazioni, marmi e arazzi (su disegni di P. Rubens e di N. Poussin). La vòta e alcune cappelle furono dipinte da M. Preti; del Caravaggio sono La desolazione e il S. Girolamo. La cripta contiene i sepolcri dei Gran Maestri; quello di Villiers de l'Isle-Adam (15301534) è opera di A. Gagini. La chiesa del Gesù è di F. Bonamici, con pitture di M. Preti, di Caracciolo e di Romanelli; la chiesa di S. Giacomo (1710) di tipo borrominiano è dovuta a G. Barbara; inoltre la chiesa di S. Caterina d'Italia (1576), di S. Francesco (1681) con pitture di M. Preti; della Vittoria (1752). La reggia dei Gran Maestri, ora sede del Governatore, fu eretta da G. Cassar (1572-81); l'albergo della lingua di Provenza è del 1575; il Palazzo dei Cavalieri d'Italia (ora Museo nazionale); il Palazzo dei Cavalieri di Castiglia e Portogallo, opera del Cachia (1744); il Palazzo dei cavalieri di Alverma è oggi Palazzo di Giustizia; il Palazzo della tesoreria dell'Ordine è trasformato nel Casino Maltese.
Nella città vecchia o Notabile la Cattedrale fu rifatta nel 1697 da Lorenzo Gafa; contiene opere di M. Preti, come la chiesa di S. Paolo e Publio; la chiesa di S. Maria di Gesù ha lavori di A. Gagini. Il Palazzo del Gran Maestro è del Settecento. - Vedi tav. CXXVI.
Bibl.: A. Ferris, Memorie dell'inclita Ordine gerasolimitanoMalta 1881; G. Calleja, The works of art in the Churches of M., ivi 1881; V. Mariani, Mattia Preti a M., Roma 1920.
Enrico Josi
MALTHUS, Thomas Robert. - Economista inglese, n. a Roockerry (Surrey) il 17 febbr. 1766, m. a S. Caterina (Both) il 29 dic. 1834. In seguito ai lunghi viaggi e osservazioni, persuaso che il disagio economico dei suoi tempi altro rimedio richiedeva che non il mutamento della organizzazione sociale, pubblicò un'opera dal titolo An essay on the principle of population, nella quale espose un suo sistema economico basato sul principio che la popolazione nel suo sviluppo cresce con progressione geometrica, di periodo in periodo (ogni 25 anni), mentre i mezzi di vita crescono in proporzione aritmetica; cioè mentre gli uomini crescono come 1, 2, 4, 8, 16, ecc., i mezzi di vita come 1,2,3,4,5, ecc. Ne procede quindi una sproporzione che aumenterà sempre più con l'andare del tempo, procurando crescenti sofferenze della popolazione e infine la sua rovina.
A frenare un tale svolgimento di cose, M. prendeva in esame l'esistenza di a fattori limitanti ", che egli divideva in due classi : i repressivi (guerre, epidemie, carestie), i quali violentemente salassano la pletozica umanità, e i preventivi, che tendono a ridurre il numero delle nascite. Questi ultimi possono essere involontari (sterilità, malattie, ecc.) e volontari, da lui consiglieri sotto forma di moral restreint, consistenti nell'astensione dai rapporti sessuali prima del matrimonio; rinuncia al matrimonio da parte di coloro che, essendo ammalse, non potevano procreare figli sani, o di coloro che non potevano educarli sanamente ed utilmente o non avevano mezzi per mantenerli; ritardo per tutti del matrimonio. Egli inoltre propugnò la necessità di provvedere legislativamente a una giusta proporzione tra il bilancio alimentare dello Stato e l'aumento della natalità. Come si vede, dunque, a parte la discutibilità sul piano scientifico ed economico, i mezzi proposti dal M. non contenevano in sé proposizioni contrarie alla morale, basandosi essenzialmente sulla continenza sessuale. La teoria si oriente invece in maniera condannabile per la sua immoralità, nella forma cosiddetta di neo-malthusianismo (v. nascite, controllo delle).
Dal lato economico e sociale, il sistema, pieno di numeri e di calcoli confortati da ragionamenti spesso speciosi, ebbe parecchi fautori in Inghilterra, ma anche non pochi oppositori di valore, tra cui Godwin e Booth, i cui ascitti, però, per essere fondati solo su complicati ragionamenti, furono meno conosciuti.
A prescindere dal quesito morale ed osservando l'argomento solo dal punto di vista sociale, il sistema del
M. si è dimostrato non corrispondente a verità, sottoposto alla prova di più di un secolo e mezzo. Infatti in questi 150 anni, contrariamente alla progressione voluta dal M., la popolazione mondiale si è soltanto raddoppiata, mentre il livello economico medio degli uomini si è certamente migliorato, anche malgrado le forme d'impoverimento verificatesi, particolarmente per le guerre. D'altra parte, non è vero che i mezzi di sussistenza aumentino con la più lenta progressione ammessa dal M., dato il più intenso sfruttamento dei beni della terra, la loro migliore utilizzazione, una più facile livellazione tra i differenti punti del globo, in rapporto al progredire dell'agricoltura, delle industrie, dei mezzi di trasporto. Dai calcoli del Fischer e da quelli del Pencà risulterebbe che la terra, anche soltanto con gli attuali metodi di sfruttamento, sarebbe capace di nutrire fino a 6-8 miliardi d'individui, cioè 3-4 volte il numero degli attuali viventi.
Bibl.: A. Loria, M., Roma 1923; G. T. Griffith, Population problem of the age of M., Londra 1930; A. Fanfani, Storia delle datt'ine economiche, II, 2° ed., Il Naturalismo, Milano 1946, pp. 171-237. Adalberto Pazzini
MAL'TSEV, Alessej Petrovič. - Teologo liturgista russo, arciprete, N. nel 1854 , m. nel 1915. Maestro in teologia dell'Accademia ecclesiastica di Pietroburgo; insegnante di pedagogia nel Seminario ecclesiastico di quella citrà, poi pretesto della chiesa dell'ambasciata russa a Berlino.
Pubblicò Le fondamento della pedagogia (Pietroburgo 1885, Berlino 1895), Il Nuovo Testamento, tradotto (18441846) dal poeta V. A. Zukovskij dallo slavo in russo. Scrisse in tedesco parecchi opuscoli apologetici ed informativi sulla Chiesa russa all'occasione di controversie sostenute con teologi cattolici, protestanti a vecchi cattolici. Anzitutto però il M. è noto come traduttore e commentatore dei libri liturgici russi (slavi) in lingua tedesca, opera svolta nell'ultimo decennio del secolo scorso e nel primo decennio del 1900.
Titoli principali dei libri liturgici tradotti: Die göttlichen Liturgien ecc. (del Crisostomo e del Basilio, in tedesco e slavo, Berlino 1890); Die Nachtstache ecc. (ivi 1892); Die Liturgien der Orthodox-Katholischen Kirche des Morgenlandes (studio comparativo, ivi 1894); Andachtsbuch der Orthodox-Katholischen Kirche des Morgenlandes (ivi 1895); Blitz-, Daub- und Weihegettesdienste ecc. (ivi 1897); Begräbnis-Ritus ecc. (ivi 1898); Die Sacramente ecc. (tedesco e slavo, ivi 1898); Fasten- und Blumen-Trivulion nebst den Sonntagslindern des Ohtioichos ecc. (ivi 1899); Menologion ecc. (a voll., ivi 1900-1901); Liturgihon ecc. (ivi 1902); Ohtioichos oder Parahletike ecc. (2 voll., ivi 1903-1904); Bratshij jetegodnik (Annuale fraterno: le chiese ortodosse ed istituti russi all'estero. Libro di informazione con calendario per l'anno 1906, Pietroburgo 1906).
Bibl.: Acta II. Conventus Velehradensis, Praga 1910, pp. 3, 18-19. 135-43 (conferenza ivi tenuta dal M.: De vestigiis spiclescos in Missa Romana); M. Jugic. Theologia dogmatica Christianorum orientalium ecc., I, Parigi 1926, pp. 22, 29, 617. Bernardo Schultze
MALVENDA, TOMÁs. - Esegeta e filologo domenicano, n. a Játiva presso Valenza nel maggio 1566, m. a Valenza il 7 maggio 1628. Fece professione nel convento domenicano della S. Croce di Lombay, ove per 4 anni insegndi filosofia e per 10 teologia. Di forte ingegno, imparò da solo il greco e l'ebraico, e a 19 anni compose la sua prima erudita opera (perduta) su s. Anna e s. Giuseppe.
Invió dotti rilievi (1600) sul suo Martirologio a C. Baronio, che lo fece venire a Roma (1601), ove suggerì al cardinale molti emendamenti ai suoi Annales. A Roma M. lavorò con Isidoro Aliago ( 1568-1648 ) e fu il principale correttore del Murala e del Breviarium domenicano (Roma 1603); elaborò il Martirologium Romanum a Baronio recensitum, additis sanctis ac beatis Ord. Praed. (ivi 1603), con cui fu abbandonato il Martirologio di Usuardo fino allora in uso nel suo Ordine; collaborò al Librorum prohibitorum
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index expurgatorius pubblicato da Jo. M. Brassichelensis Mag. s. Pal. (Roma 1607). Espurgò la Bibliotheca SS. Patrum di Margarin de la Bigne (1586) e le sue Annotationes furono inserite nell'ed. di Parigi 1605. Compilò gli Annales O. P. (finn al 1246), che non potè rifinire e furono pubblicati senza il suo consenso (Annalium s. Ord. Praed. Centuria prima sola edita, Napoli 1627).
Riusenò in Spagna nel 1608 con l'Allaga, eletto provinciale d'Aragona e poco dopo vescovo di Albarracin. M. visse nel convento di Valenza (eccetto un biennio a Madrid [1610-12], presso l'inquisitore Bernardo de Rojas), attendendo a lavori critico-esegetici.
L'opera che rivelò l'immensa erudizione di M. fu De antichristo Il. XI (Roma 1604); il testo fu triplicato da M. nell'ed. di Valenza 1621 e di Lione 1647 (2 voll., editi da T. Turco, che li dedicò a Innocenzo X). Molto apprezzato fu anche De paradiso voluptatis (Roma 1605). Alla morte di M., che lasciava una nuova versione dei libri del Vecchio Testamento con commento letterale (mancano solo I-II Mach. e i profeti dopo Ex. 16, 16), i suoi scritti furono raccolti dal suo amico I. Aliaga, arcivescovo di Valenza, che li affidò al confratello Tommaso Turco; il domenicano Caspar Dinghens (m. nel 1678) pubblicò i Commentaria in S. Scripturam una cum nova de verbo ad verbum ex Hebraeo translatione ( 5 voll., in-fol., Lione 1650), lavoro dottissimo ma criticato da R. Simon e da A. Calmet per l'oscurità della traduzione.
BibL.: Quéttf-Echard. I. pp. 454-57; Hurter, III (1907), coll. 763-67.
Antonino Romeo
MALVESTITI, Maurizio. - Francescano, n. a Verolanuova (Brescia) il 17 febbr. 1778, m. a Brescia il 25 marzo 1865. Entrato nell'Ordine francescano nel 1794, alla soppressione napoleonica del 1797 passò a Ferrara e ivi fu ordinato sacerdote nel 1800. Lettore nel convento di Aracoeli dal 1801, tra il 1806 e il 1807 conobbe il principe Luciano Bonaparte, il quale ottenne da Pio VII di avere il M. quale precettore dei suoi figli.
Partecipò alle vicende agitate della vita di Luciano, seguendolo nel 1810 in Inghilterra e poi fino alla morte di lui nel 1840 . Sugli scavi nella villa di Luciano, a Canino (Viverbo), cominciati nel 1826, il M. scrisse 4 voll., Museum etrusque de Lucien Bonaparte, Viterbo 1826-29. Nel 1837, divenuto cronologo generale dell'Ordine, lavorò alla preparazione d'un nuovo volume della Chronologia historico-legalis, che non condusse a termine. Nel 1847 fu eletto ministro provinciale del Lombardo-Veneto e negoziò, nel 1849 , la resa di Brescia alla fine delle 10 giornate. Nel 1850 Pio IX lo nominava definitore generale. Nel 1853 fu fatto Commissario di Terra Santa per il Lombardo-Veneto e nel 1856 fu incaricato a portare a Napoleone III l'ambasciata della Custodia di Terra Santa per ottenere la protezione della Francia, ed in tale occasione fondò il Commissariato di Parigi. Uomo di grande cultura, attese anche alle scienze naturali e alla musica, compiendo studi particolarmente su quella ebraica.
BibL.: C. Allasini, Fior di patria e di religione, p. Maurizio M. da Brescia, Venezia 1899: R. Fsini Gavazzani, Fra Maurizio da Brescia, Milano 1930.
Alberto Ghisato
MALVEZZI, Vincenzo. - Cardinale, n. a Bologna il 22 febbr. 1715, m. a Cento il 3 dic. 1775. Creato da Benedetto XIV arcivescovo di Bologna e cardinale, nemico dei Gesuiti e gradito ai sovrani, che sperarono nella sua elezione a pontefice, tentò, per incarico di Clemente XIV, l'eliminazione dei Gesuiti dalla sua diocesi : incontrò resistenze anche nel Senato e nel popolo bolognese e dovette adoperare la forza. Chiese ed approvò la soppressione della Compagnia.
BibL.: L. Cardella, Memorie storiche dei cardinali, IX, Roma 1797, pp. 46-47; Pastor, XVI, II, pp. 203-212 (v. anche indice).
Fausto Fonzi
MALVITO. - Antica diocesi e città molto antica della Calabria settentrionale, elevata a sede vescovile
durante la dominazione dei duchi longobardi. Il più antico documento che la ricorda è la bolla di Giovanni XV del 12 luglio 989 , che la pone tra le suffraganee di Salerno. Come tale è anche ricordata dallo stesso Giovanni XV nel 994; da Benedetto VIII, nella bolla del 25 apr. 1016 e del 27 dic. 1019; da Stefano IX, nella bolla del 24 marzo 1058; da Pasquale II, nella bolla del 1102 all'arcivescovo di Salerno, ecc. Però nel Liber censuum risulta immediatamente soggetta alla S. Sede.
Che M. abbia preso la successione di Tempsa, di Cirella o di Blanda Iulia, antiche diocesi della costa tirrenica, non si hanno argomenti per negarlo; ma certo non è stata sostituita da S. Marco, come vuole il Fabre, perché questa diocesi fu fondata da Roberto il Guiscardo verso il 1070, mentre M. esiste fino alla metà del sec. xiv, come risulta dal Liber censuum e dalla storia locale, che ne attribuisce la soppressione all'uccisione del suo vescovo Abbondanzio, nel 1350. Ma è vero che, con la soppressione, il suo territorio fu incorporato in quello della vicinissima S. Marco.
BibL.: Per le bolle citate v. PL 142, 567: J. Pflugk-Harttung, Acta Pontif. Rom. inedita, II, Stoccarda 1884, nn. 87, 97, 99, 209; G. Minosi, Le chiese di Calabria, Napoli 1896, pp. 217-75; P. Fabre, Liber censuum, Parigi 1902, p. 19, 243; G. D'Ippolito, Urbs Malveti, quondam Temesa Tonica, in Atti dell'Accademia di Caserca. 14 (1929), pp. 139-83.
MAMA, santo, martire. - Molto venerato nell'antico Oriente cristiano e commemorato nel Martirologio geronimiano il 17 ag. e nei Sinassari greci il 2 sett. Il suo corpo riposava a Cesarea di Cappadocia, e sul suo sepolcro, verso la metà del sec. Iv, i fratelli Gallo e Giuliano l'apostata, allora relegati a Macellum, eressero una basilica (Sozomeno, Hist. eccl., V, 2). La sua festa era celebrata con gran concorso di popolo.
Dai discorsi pronunziati in suo onore da s. Basilio e da s. Gregorio Nazianzeno si ricava soltanto che era un pastore e che mori durante il regno di Aureliano. La Passio, scritta verso la fine del sec. Iv da tre sedicenti vescovi, è molto leggendaria. Secondo questa, M. sarebbe stato educato dal vescovo di Cesarea, Tamasio; a 12 anni si sarebbe ritirato in una grotta dove viveva insieme con le belve. Catturato da soldati e condotto al tribunale del preside Alessandro, dopo vari tormenti sarebbe stato rinchiuso in carcere e lasciato per un mese senza cibo. Finalmente sarebbe stato condotto nell'anfiteatro per esser esposto alla belve, ma sarebbe morto senza che queste lo avessero toccato.
BibL.: Tillemont, IV, pp. 358-62; Acta SS. Augusti, III, Parigi 1867, pp. 423-46; Martyr. Hieronymianum, p. 447: H. Delehaye, Les origines du culte des martyrs, Bruxelles 1952, p. 174 sg.; id., Passio sancti Mamatis, in Anal. Boll., 58 (1940), pp. 126141; Martyr. Romanum, p. 344.
Agostino Amore
MAMACHI, Tommaso Maria. - Teologo e storico domenicano, n. nell'isola di Chio il 3 dic. 1713, m. a Corneto Tarquinia (oggi Tarquinia, Viterbo) il 5 giugno 1792. Studente e professore nel convento di S. Marco (Firenze), ebbe (1740) da Benedetto XIV la cattedra di filosofia nel Collegio Urbano di Propaganda Fide a Roma. L'anno 1746 venne eletto bibliotecario e poi, dopo un triennio ( 28 apr. 1749), teologo casanatense per l'Italia. Pio VI lo nominò segretario della S. Congregazione dell'Indice (1779) e nel 1781 maestro dei S. Palazzi. Fu esaminatore dei vescovi e teologo di alcuni cardinali.
Con le sue opere, specialmente archeologiche e storiche, in parte polemiche, il M. non soltanto rivela grande erudizione, ma anche una profonda conoscenza delle lingue greca e latina. Una prima recensione di tutti i suoi scritti, editi e inediti, è stata redatta da A. Papillon (v. bibl.). Molto erudita l'opera Originum et antiquitatum christianarum libri XX, di cui furono pubblicati solo i
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primi 4 (Roma 1749-55). Speciale ricordo, particolarmente per la storia diplomatica domenicana, merita l'edizione ch'egli curò, in collaborazione con i Domenicani F. Pollidori, V. Badetti e E. D. Cristianopulo (membri del primo sodalizio storico domenicano, a cui M. era stato preposto), del I vol. degli Anuales Ordinis Praedicatorum (Roma 1756), iniziato da A. Bremond, con note e un'Appendix di documenti; tratta solo del periodo che comprende la vita di s. Domenico (1170-1221).
Altre opere: De animabus iustorum in sinu Abrahae ante Christi mortem, expertibus beatae visionis Dei libri duo (Roma 1766) e Del diritto libero della Chiesa di acquistare e di possedere beni temporali, ai mobili che stabili, libri tre (Venezia 1766, Roma 1769 -70).
Bibl.: G. Moroni, Dix. di erud. stor. ecel., XLII, pp. 95-97; Hurter, V, coll. 469 ed anche 132, 133, 335; I. Taurisano, Hierarchia Ord. Praed., 2² ed., Roma 1916, pp. 61, 119; J. Certeyre, s. v. in DThC, IX, 2, coll. 1807-1808; H. Leclercq, s. v. in DACL, X, 1, coll. 1342-47; A. Papillon, Opera omnia Th. M. Mamachi (primum recensuit A. Papillon O. P.), in Archivum Fratrum Praedicatorum, 5 (1935), pp. 241 260: Le premier Collège historique de l'Ordre des Frères Prêcheurs, 6 (1936), pp. 12-33.
MAMBRE (ebr. Mamré') - Nome di una quercia situata presso Hebron (v.). Vi si stabili Abramo elevandovi un altare (Gen. 13, 18), dove seppe della prigionia del nipote Lot (Gen. 14, 13), che cercò subito di liberare, e dove ebbe la promessa del figlio Isacco (ibid. 18, 18) mediante l'apparizione dei tre angeli. La frase che M. è «di fronte» a Hebron (ibid. 25,9 ; 49,30 ) e l'appellativo di «M. civitatem Arbe" (ibid. 35, 27) fece credere ad alcuni che M. si trovasse a Hebron; però la tradizione l'ha sempre collocata più a nord.
Secondo Flavio Giuseppe, la veneranda quercia era a 6 stadi (forse deve leggersi 16) da Hebron (Antiq. Jud., I, 10, 4) e nel sec. iv si vedeva ancora. Nel frattempo, la quercia ed il pozzo vicino erano salvaguardati da un grosso muro di cinta, forse iniziato da Erode il Grande e terminato sotto Adriano, di m. 6_{5}, 10 × 94,35, dove pagani, ebrei e cristiani venivano a fare le loro devozioni. M. infatti era un luogo molto frequentato, e nel 135 vi furono venduti schiavi gli ebrei prigionieri. A richiesta della suocera Eutropia, Costantino fece costruire dentro il recinto una mediocre chiesa, che gli scavi tedeschi hanno parzialmente rimessa alla luce. Il grande recinto si alza ancora per qualche metro e all'entrata vi fu rinvenuta ceramica del ix-xiII sec. a. C. Il luogo è detto Râmet el-Halil.
Bibl.: A. E. Mader, La basilica costantiniana di M. presso Hebron, secondo la tradizione e gli ultimi scavi della GoerresGesellschaft, in Rivista d'archeologia cristiana, 6 (1929), pp. 249312; id., Le M. biblique de la tradition primitiva, in Revue biblique, 39 (1930), pp. 87-117, 199-225; F.-M. Abel, Géographie de la Palestine, II, Parigi 1938, pp. 375-76; L. Hennequin, Ramet el-Khalil, in DBs, III, coll. 344-50. Bellarmino Bagatti
Archeologia. - La visione di Abramo a M. fu espressa fin dal sec. v nell'arte cristiana.
A Roma in S. Maria Maggiore la visione è espressa
in due scene. In alto, Abramo si affretta verso tre personaggi in abito sacro e nimbati; in basso questi sono assisi a tavola, e viene loro offerto il vitello; essi predicono che Sara avrà un figlio (Isacco); Abramo si rivolge con aria di rimprovera verso la moglie incredula (Wilpert, Mosaiken, tav. 10); questo secondo episodio è rappresentato anche a Ravenna in S. Vitale.
Ma la visione era dipinta anche a Milano in S. Ambrogio (V. Forcella e R. Boletti, Iscrizioni cristiane di Milano anteriori al sec. IX, Codogno 1896, n. 210) e in Spagna in una basilica di Saragozza (Prudenzio, Dittochaean, n. 4).
Già nella Vita Constantini (III, 51 63) e nell'Itinerario di Bordeaux si parla di una basilica cristiana eretta nel luogo del pozzo di Abramo. Essa viene poi indicata nel mussico di Medaba, nell'itinerario di Arcollo Adamnano del 670, dallo storico bizantino Niccforo Callisto Xanthopulo, della prima metà del sec. xiv (Hist. eccles. VIII, 30: PG 164, 116) e per ultimo dal francescano Quaresmio (1616-25) nella sua Historica theologica et moralis Terrae Sanctae di-
lucidatio ( 2ᵃ ed., II, Venezia 1882, p. 577). Le esplorazioni promosse dalla Görres-Gesellschaft hanno messo in luce i resti d'una antica basilica cristiana a tre navate con abside, prothesis e diaconicon.
Bibl.: A. E. Mader, La basilica costantiniana di M. presso Hebron secondo la tradizione e gli ultimi scavi della Görres Gesellschaft, in Riv. di arch. critr., 6 (1929), pp. 249-312.
Enrico Josi
## MAMBRES : v. IANNES e MAMBRES.
MAMBRINI, Domenico. - Arciprete di Galeata (prov. di Forlì, diocesi di S. Sepolcro), ivi n. il. 19 dic. 1879 , m. il 1° dic. 1944.
Alunno del Collegio Capranica, si laureò in filosofia e diritto canonico. Parroco per 37 anni, oratore ricercato, cultore di memorie patrie, costrui un musco di antichità, che illustrò nell'erudita opera: Galeata nella storia e nell'arte (Bagno di Romagna 1935), in cui si riflette molta parte della storia religiosa dell'alta Romagna. Lasciò altre sette opere storico-letterarie e numerosi articoli.
Bibl.: E. Foschini, Commemorazione di mons. D. M., S. Sofia di Romagna 1945.
Antonio Piolanti
MAMERTO ClaudiANO: v. ClaudiANO MAMERTO.
MAMERTO, vescovo di Vienne, santo. - E commemorato l'ri maggio. Niente si conosce della sua vita, prima che fosse vescovo. Reggeva già la Chiesa di Vienne nel 463, quando il papa Ilaro dovette scrivere a Leonzio, vescovo di Arles, perché nel Sinodo annuale della Gallia fosse esaminata la questione dell'ordinazione del vescovo di Die fatta da M., usurpando un diritto che apparteneva alla sede di Arles.
In questa lettera e nell'altra che lo stesso Papa scrisse ai vescovi della Gallia, M. è descritto come ambizioso, intemperante, superbo, ribelle alle disposizioni pontifice e minacciato di deposizione. Sidonio Apollinare, invece,
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Avito e s. Gregorio di Tours lo lodano come uomo di specchiati costumi, di santa vita e zelante per il bene delle anime. M. è rimasto celebre nella storia della Chiesa perché nel 474 istituì le Rogazioni (v.) per propiziare Dio a causa delle calamità che travagliavano la sua Chiesa. M. nel 475; fu sepolto nella chiesa degli Apostoli fuori le mura.
Bibl.: Jaffé-Wattenbach, 556 sg.; Tillemont, XVI, pp. 104 126; Acta SS. Moti, II, Parigi 1866, pp. 628-31; L. Duchesne, Fustes episcopaux de l'ancienne Gaule, I, ivi 1907, p. 205; Martyr. Hieronymianum, p. 248; Martyr. Romanum, p. 184.
Agostino Amore
MAMIANI, Terenzio della Rovere. - Politico e scrittore, n. a Pesaro il 27 sett. 1799, m. a Roma il 21 giugno 1885 .
Prese viva parte ai moti delle Romagne nel 1831, per cui da Gregorio XVI fu condannato all'esilio, e passò in Francia. Rimpatriato dopo l'amnistia di Pio IX, fu a Roma ministro degli Interni e poi degli Esteri (1848); ma la fuga del Papa a Gaeta e la caduta della Repubblica mozziniana lo decisero a ritirarsi a Genova e a Torino. Qui fu deputato al Parlamento, professore di storia della filosofia nell'Università, ministro dell'Istruzione; nel 1864 fu nominato senatore del Regno e nel 1871 professore di storia della filosofia all'Università di Roma.
Lasciò scritti in gran numero, specialmente di filosofia; ma non è un pensatore originale e può considerarsi ormai tramontato. Qualche opera tuttavia si può ricordare ancora: Del rimovamento della filosofia italiana (Parigi 1834; all'Indice, 27 ag. 1838), in cui espone il suo sistema di idealismo ontologico (secondo cui la prima certezza dell'ente è nella realtà del pensiero), congiunto ad un eclettismo metodico, che vuol fondere insieme, per assecondare i tempi nuovi, i metodi antichi di s. Tommaso, Telesio, Campanella, Galileo, Vinci, Vico; ma le sferzate del Rosmini lo "convertirono" al platonismo, che prima guardava titubante, e nelle Confessioni di un metofisico (a voll., Firenze 1865; all'Indice, 14 febbr. 1881) e nel Compendio e sintesi della propria filosofia (Torino 1866; all'Indice, 14 febbr. 1881), ricostruisce la sua metafisica, in piena adesione alle teorie platoniche della preesistenza delle idee, all'argomento ontologico anselmiano, come prova dell'esistenza di Dio, cadendo, nonostante la sua protesta, in un panteismo almeno vago. Già parecchie forti vene di laicismo permeavano qua e là le opere accennate e altre, pure condannate all'Indice; ma più chiaramente appaiono in La religione dell'avvenire. Della religione positiva e perpetua del genere umano (Milano 1879; all'Indice, 13 genn. 1880) dove si nega l'Incarnazione e il valore soddisfattorio della Passione di Gesù Cristo, si escludono i dogmi, valevoli però sempre come alta significazione di un mito, si riducono le profezie a fatti naturali, si toglie ogni valore alla Chiesa. E per giustificare giuridicamente e politicamente la separazione dello Stato della Chiesa; scrisse : Teorica della religione e dello Stato (Firenze 1868; all'Indice, 22 marzo 1869); e Del Papato negli ultimi tre secoli (postumo, Milano 1885; all'Indice, 7 sett. 1885). Fondò nel 1870 la rivista : La filosofia delle scuole italiane (destinata in fondo a favorire le sue teorie) di cui il Ferri, dopo profusioni di elogi, cambiò nell'anno dopo la morte del M. il titolo in Rivista italiana di filosofia, come segno dell'abbandono delle idee del maestro.
Bibl.: G. Saredo, T. M., Torino 1862: D. Gaspari, Vita di T. M. della Rovere, Ancona 1877, con bibl. della critica del M.; L. Previti, Della decadenza del pensiero italiano, 2° ed., Firenze 1882, pp. 5-12; G. Gentile, Le origini della filosofia contemporanea in Italia, I, Messina 1917, pp. 87-137; G. Alliney, I pensatori della seconda metd del sec. XIX, Milano 1942, pp. 217-23.
Celestino Testore
MAMIKONIAN. - Famiglia illustre di principi armeni, cui era affidata la protezione della corona.
Diede non solo eroi alla patria ma anche grandi santi. Fra i più illustri : Vacé; Muscel; Manuele reggente; Vardan, che è festeggiato come difensore della Chiesa armena contro il paganesimo persiano (451); Vahan, continuatore dell'opera del precedente, il quale con tattica e fortezza riuscì ad ottenere dai
Persiani la libertà di culto; la principessa Hamasasbuhi, martirizzata per la fede.
Gli Arabi (642) invadendo l'Armenia mirarono a distruggere i magnati sospetti, tra i quali i M. in prima fila. Molti dei dispersi passarono in territorio greco, ove esisteva, già dal 380 , un ramo della famiglia M. In seguito s'incontrano i M. in alti uffici dell'Impero bizantino : tra questi l'imperatrice Teodora, il fratello Vapt (Bardas) e l'avo Manuele, generale degli eserciti d'Oriente.
BivL.: M. Ciamcian, Storia (in armeno), Venezia 1784, passim: N. Andrikian, I M. di F. Ryzant. (in armeno), Venezia 1904; Kervork Aslan, Etudes historiques sur le peuple arménien, Parigi 1928, passim; Pasdermadjian, Histoire de l'Arednie, ivi 1949, passim.
Giacomo Ciantain
MAMMONA. - Termine (Maμuō̄̄c, aramaico mãmônā', neoebr. mãmôn, "denaro", "guadagno"), che ricorre 4 volte nel Nuovo Testamento in bocca a Gesù : «Non potete servire a Dio e a M.» (Mt. 6 24-2 c .16,15 ). In questi casi M. è una personificazione retorica della ricchezza materiale, non un idolo cananeo, come credono certi esegeti.
In Lc. 16, 9 Gesù dice : « Fatevi amici con il m. dell'ingiustizia». Qui il termine m. è usato come nome comune; la formula era già proverbiale. Poco sotto (Lc. 16, 11) nell'espressione: «Se nell'ingiusto m. non foste fedeli...» il termine è nome comune, unito ad un aggettivo. Si può tradurre con "ricchezza» o "guadagno ingiusto». Il Targum rende con mãmôn refa' l'espressione Seja'ra' di Hab. 2, 9.
Pietro De Ambroggi
MANA: v. PRimitivi, religione dei.
MANACORDA, Emiliano. - Vescovo, n. a Penangro nel Monferrato il 6 ag. 1833, m. a Fossano il 29 luglio 1909. Ordinato sacerdote nel 1859 , passò nel Convitto ecclesiastico di Torino diretto dal Cafasso e nel 1867 a Roma, ove si laureò in teologia e diritto canonico. Tenne vari incarichi nella Curia romana, finché venne eletto nel 1871 vescovo di Fossano.
Fece edificare il santuario di Cussanio, compì due visite pastorali, tenne un sinodo diocesano e un congresso cattolico regionale, curò le onoranze al b. Giovanni Giovenale Ancina e al b. Oddino Barotti, istituil il piccolo seminario e un collegio salesiano. Scrisse oltre duecento pastorali e compilò varie lettere collettive per incarico dell'episcopato piemontese. Oltre numerosi opuscoli di carattere sociale, tra cui, da segnalare, Pensieri del socialismo (Fossano 1901), scrisse Il Pontificato romano e l'incivilimento cristiano attraverso XIX secoli (Roma 1904); la prima parte di uno Specimen iuris et disciplinae ecclesiasticae, e Dictionnere secoli di civiltà cristiana (Fossano 1897).
Bibl.: anon., Necrologio, in Civ. Catt., 1909, III, pp. 498-99. Augusto Moreschini
MANADO, vicariato apostolico di. - Nella parte settentrionale dell'isola di Celebes (Indonesia), eretto in prefettura apostolica di Celebes il 19 nov. 1919, per distacco dal vicariato apostolico di Batavia (oggi Djakarta), elevato a vicariato apostolico di Celebes il 1° febbr. 1934, il 13 apr. 1937 prese la denominazione attuale di M., quando ne fu distaccata la prefettura apostolica (oggi vicariato apostolico) di Makassar.
Il primo a predicare la fede cattolica in questa regione nel 1563 fu il gesuita Diego Magelhaes. Altri gesuiti si avvicendarono tra il 1568 e il 1698, cui tennero dietro i Francescani, ma non senza difficoltà e arresti a causa dell'estensione del dominio olandese. Gli abitanti, etnograficamente parlando, appartengono al tipo malese, misto di elementi mongolicí e cinesi.
Su di una superficie di 90.597 kmq., conta 1.400 .000 ab., di cui 33.000 sono cattolici, 700.000 maomettani, 500.000 protestanti, 100.000 pagani. Fin dal 1934 la Chiesa protestante è stata costituita sui iuris, ma oltre a questa Chiesa ufficiale si hanno molte altre sètte di minore
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importanza, come, ad es., avventisti, esercito della salute, pentecostali, ecc. La parte occidentale della missione è quasi tutta moomettana e protestante. La lingua ufficiale è la malese, detta indonesiana. Il vicariato conta 109 tra chiese e cappelle, delle quali 4 parrocchie, servite da 3 sacerdoti nazionali e 32 religiosi, coadiuvati da 2 comunisti religione maschili e 5 femminili. Ha 88 scuole e 14 istituzioni di carità e beneficenza. Vi si pubblicano due giornali: Gredja Katolih, fin dal 1903, e Ranhaiun Pemuda, dal 1945. La missione, secondo le leggi civili locali, gode della personalità giuridica. E affidato alla Società dei missionari del S. Cuore di Gesù.
BibL.: AAS, 12 (1920), pp. 100; 27 (1925), pp. 67-68; 26 (1937), pp. 331-32; MC, 1950, p. 431; Arch. di Prop. Fide. Relatio quinquennalis, pos. prot. n. 4858/50. Edoardo Pecoraio
MANAGUA, arcidiocesi di. - Città capitale e arcidiocesi nel Nicaragua (America centrale).
Si estende per 5000 kmq . con una popolazione di 1.202 .866 ab., dei quali 1.142 .622 cattolici, distribuiti in 14 parrocchie servite da 27 sacerdoti diocesani e 22 regolari (Annuario Pontificio, 1951, p. 262).
La diocesi fu creata il 26 febbr. 1531 sotto il nome di Nicaragua ed eretta in arcidiocesi dal papa Pio X con decreto della S. Congregazione Concistoriale del 20 ott. 1913, togliendola dalla giurisdizione dell'arcidiocesi di Guatemala, e assegnandole la giurisdizione dei cinque dipartimenti di M., Masaya, Carazo, Matagalpa e Jinotega. In pari data a M. venivano assegnate quali suffragame le diocesi di Granada e di León. Il papa Pio XI, con la cost. apost. Animarum saluti del 19 dic. 1924, dismembrò dall'arcidiocesi di M. i dipartimenti di Matagalpa e Jinotega erigendo la diocesi di Matagalpa quale suffraganca di M.
La Cattedrale è dedicata a s. Stefano.
BibL.: AAS, 5 (1913), pp. 548-40; 17 (1925), pp. 513-16; Enc. Eur. Am., XXXII, pp. 671-72. Enrico Josi
MANAHEM (ebr. Mēnahēn). - Figlio di Gadi, sedicesimo re d'Israele dopo la separazione dal Regno di Giuda e fondatore della VII dinastia, che si estinse con suo figlio Phaceia. Secondo i migliori calcoli regnò dal 742 (secondo altri i 744) al 737 a. C. (secondo II Reg. 15, 17. 23 avrebbe regnato 10 anni, ma deve esserci alterazione nei numeri). Muovendo dalla fortezza di Thersa, la prima capitale del Regno di Israele, conquistò Samaria, uccidendovi re Sellum, dopo appena un mese che questi aveva tolto il trono e la vita a Zaccaria figlio di Ieroboam II (v.). Impossessatosi del regno, instaurò un regime di crudeltà e di terrore (II Reg. 15, 16-22).
In particolare si vendicò barbaramente della città di Tappuah a sud di Sichem (il testo masoretico Tiphsah deve ritenersi errato; meglio la recensione lucianea dei Settanta: Tappuah), facendo strage degli abitanti fino a sventrare le donne incinte, perché non gli avevano aperte le porte (ibid. 15, 16). In politica religiosa segui l'esempio riprovevole dei suoi predecessori. Durante il suo Regno scese in Israele il re degli Assiri Phul o Theglathphalasar III, la prima volta che un esercito assiro penetrava nel suolo d'Israele.
Forse lo stesso M. si era rivolto a lui per aiuto, "perché gli desse mano a tenere in suo pugno lo scettro" (ibid. 15, 19). Ma pagò caro il suo vassallaggio, poiché dovette sborsare al Re assiro un fortissimo tributo, ca. 3 milioni di sicli, ossia 1000 talenti d'argento, tassando Israele, cioè i facoltosi del Regno, per 50 sicli d'argento a persona. La prontezza del pagamento indusse per questa volta il re Theglathphalasar a ritirarsi, senza lasciare presidi di truppe nel paese. Con il racconto biblico concorda la notizia contenuta nell'iscrizione di Theglathphalasar, ove il Re assiro si vanta di avere riscosso, verso l'A. 8° del suo regno ( 758 a. C.), in una spedizione contro gli Stati della Siria occidentale, un tributo in oro, argento, avorio ecc. "da Kuštaspi di Kummuh (Commagene), da Rasûnu di Damasco (Rasin, cf. II Reg. 15, 37), da Menihimme (M.) di Samaria... ".
M. fu contemporanco del profeta Osea, nel cui libro sono allusioni ai torbidi di quel travagliato periodu del Regno d'Israele, particolarmente alle frequenti congiure e usurpazioni del trono (cf. Or. 7, 7; 8, 4; più ancora Is. 9, 19-20).
BibL.: A. Pohl. Historia populi Israëli a divisione Regni usque ad collium, Roma 1933, pp. 98-102, 12*; G. Rieciotti. Storia d' israele, I. Torino 1934, pp. 417-19. Per la questione cronologica: O. Hellmann, Chronologia libri Regno, Roma 1914, pp. 287-89, 305-47, 557-61. Per l'iscrizione di Theglathphalasar III : H. Gressmann. Altorientalische Texte zum Alten Testament, Berlino-Lipsia 1926, p. 345 sq.
Giectano Steno
MANAOS, BIOCESI di : v. amazONI, BIOCESI di.
MANASSE. - 1. Figlio maggiore (ebr. MènaHeh, prob. MēnaHeh-el = "Dio fa dimenticare" [i dolori]) di Giuseppe e di Aseneth (Gen. 41, 51), adottato dal patriarca Giacobbe ma subordinato al fratello Ephraim (Gen. 41, 51; 46, 70; 48, 5. 13-20).
La tribù di M. era costituita da sette famiglie; una era fondata dall'unico figlio Machir. La genealogia delle altre, data la lacunosità dei testi, non può essere stabilita con certezza, e sembra rappresentare, oltre che affinità di famiglie, anche dipendenze politiche e regionali (Num. 26, 28-34; Ios. 17, 1-2).
Nel primo censimento nel deserto la tribù di M. contava 37.000 combattenti (Num. 1, 34-35); nel secondo superava i 52.000 (ibid. 26, 34). Dopo la conquista del territorio dei Regni di Sehon e di Gy in Transgiordania, metà della tribù si uni a quella di Ruben e di Gad nel richiedere a Mosè di potersi fissare nel territorio dei re vinti e ne ottenne la concessione assumendosi l'impegno di partecipare con tutte le tribù alla conquista di Canaan (ibid. 32, 33-42; cf. 1, 32; 34, 14-15; Deut. 3, 12.13; 29, 8; Ios. 1, 12-8; 12, 4-6; 18, 7). Il territorio assegnato da Mosè nella Transgiordania si estendeva dal sud da Mahansim (v.) sul Iaboc, sino alle pendici del monte Hermon al nord, comprendendo il Galaad superiore ('Ağlün) e tutto il Basan (Deut. 3, 13-15; Ios. 13, 29-33).
L'altra metà di M., dopo la conquista di Canaan, ottenne all'ovest del Giordano, insieme ad Ephraim, il centro della regione. Una linea assai fluttuante divideva le due tribù. Il confine meridionale, settentrionale di Ephraim, correva da Ianoe, T'innat-Silo, vicino a Sichem e lungo il torrente Qûnah raggiungeva il Mediterraneo (Ios. 17, 5-10); ad ovest confinava con la tribù di Aser e al nord con quella di Issachar. Si infiltrò pure nelle tribù di Aser e Issachar (ibid. 17, 11; I Par. 7, 29), senza però riuscire ad occupare le città fortificate di Bethaan, Ieblaam, Dor, Thanac e Mageddo (Ios. 17, 12-13; Indc. 1, 27-28).
Gedeone era manassita (Indc. 6, 14). Dopo la morte di Saul i Manassiti si riunirono a David (I Par. 12, 19). Quelli dell'est del Giordano si unirono ad altre tribù per combattere gli Agareni (ibid. 5, 18), ma la loro storia finì con la deportazione in Assiria compiuta da Theglathphalasar (ibid. 5, 18-26).
2. Re di Giuda, figlio e successore del re Ezechia (II Reg. 21, 1-17; II Par. 33, 4-20). Il suo regno fu fatale per la religione monoteistica. Salito al trono all'età di 12 anni, sotto l'influsso del partito antijahwista, soppresso dal padre ma ancora molto popolare, e per assicurarsi il favore dell'Assiria, ristabili «i luoghi alti", costrui altari a Baal e Astarte, introdusse il culto astrale, caro ai Babilonesi e agli Assiri, con altari posti nei cortili del Tempio.
Fece buona accoglienza agli dèi cananei, compreso Moloch, cui immolò il proprio figlio, fece rifiorire le pratiche della divinazione e della magia, aggiungendovi una grande corruzione morale, con la prostituzione sacra sia di uomini che di donne. L'opposizione fu stroncata senza pietà (II Reg. 21, 15) e, secondo una tradizione rabbinica, anche il profeta Isaia fu ucciso per ordine di M. Nella lotta fra l'Assiria e l'Egitto, M. fu per molto tempo vassallo e tributario di Asarhaddon e Assurbanipal;
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da quest'ultimo, probabilmente, fu portato prigioniero in Babel (II Par. 23, 11-20).
Ivi si penti dei suoi peccati e, dimostrando forse la fedeltà sempre conservata verso l'Assiria, riottenne la libertà. Tornato in patria restaurò la religione jchwistica, tolse "gli dèi stranieri", il "simulacro dal Tempio" (II Par. 33, 15-17), e per mostrare la sua adesione all'Assiria fortificò Gerusalemme ed altre città (ibid. 33, 12 sg.). Morì dopo un lungo regno di 55 anni e fu sepolto nel giardino del suo palazzo, succedendogli nel regno suo figlio Amon (v.).
Nell'atrio della basilica dei SS. Giovanni e Paolo al Celio, tra le rappresentazioni del ciclo che l'adornava, il papa Simmaco fece ritrarre il re M. che ottiene il perdono e il regno dopo aver distrutto gli idoli de lui introdotti nel Tempio del Signore (II Par. 33, 13). La scena è andata perduta, ma la silloge di Cambridge ha conservato il testo dei due esametri che l'illustravano.
BibL.: Per i: A. Bergmann, The israelite tribe of half-Manasseb, in Jouroul of the Palestine Society, 16 (1936), pp. 224-54; A. Fernández, Problemas de topografia palestinense, Barcellona 1936, pp. 45-71. Per 2: G. Ricciotti, Storia d'Israele, I, 4* ed., Torino 1949, pp. 461-66. Per l'archeologia: A. Silvagni, La silloge epigrafica di Cambridge, in Riv. di arch. crist., 20 (1945), pp. 49-112. Donato Baldi
Preghiera di M. - Breve carme in 15 versetti, che vuole esprimere l'animo del Re prigioniero e pentito per la sua idolatria (cf. II Par. 33, 11-13. 18 sg.). E uno dei più simpatici apocrifi (v.) del Vecchio Testamento per la sua profonda pietà.
La Preghiera di M. comincia con una lode a Dio creatore, pieno di predilezione e di misericordia per il popolo ebraico (vv. 1-7); quindi, dopo un accenno alla generosità divina nel perdonare (v. 8), il Re implora misericordia anche in forza delle sofferenze della sua prigionia (vv. 9-14). La Preghiera di M. termina con il proposito di una continua lode di ringraziamento (v. 15).
Comunemente si ritiene che essa sia stata composta da un pio israelita poco prima dell'èra volgare in greco. Molti antichi la credettero autentica, ma non ispirata. Anche i manoscritti greci, che la contengono, di solito la riportano nell'appendice di canti liturgici che segue il libro dei Solmi. Si trova in quasi tutte le antiche versioni della Bibbia per la sua bellezza e perché incluso nella diffusissima Didascalia e nelle Costituzioni Apostoliche.
Tale diffusione è documentata ancora attualmente dall'uso di alcuni versetti nella liturgia (i responsorio nella feria 10 dopo la Trinità; vir responsorio nella domenica in dopo Pentecoste; i responsorio nella feria iv dopo la it domenica dopo l'Epifania).
Nella Volgata la Preghiera di M. è stampata in appendice, mentre i Settanta mantengono la disposizione dei codici (cf. A. Rahlfs, Septuaginta, II, Stoccarda 1935, pp. 180-81).
BibL.: C. J. Ball, The Prayer of Manasses, in H. Wace, Apocrypha, II, Londra 1888, pp. 367-71; V. Ryssel, Das Gebet Manasse, in E. Kautzsch, Die Apocryphen und Pseudepigraphen, I, Tubinga 1900, pp. 165-71; E. Schürer, Geschichte des jüdischen Volkes im Zeitalter Jesu Christi, III, 4* ed., Lipsia 1909, pp. 458470; H. E. Ryle, Prayer of Manasses, in R. H. Charles, The Apocrypha und Pseudepigrapha of the Old Test., I, Oxford 1913, pp. 612-24; J. B. Frey, Apocryphes de l'Amien Testament, in DBs, I, coll. 442-45. Angelo Penna
MANCHESTER, DIOCESI di: v. SALFORD, DIOCESI di.
MANCHESTER, diocesi di. - Città e diocesi tutta compresa nello Stato di New-Hampshire (Stati Uniti d'America).
In una superficie di 9305 miglia quadrate ha una popolazione di 491.524 mathrm{ab}., dei quali 180.159 cattolici.
Conta 99 parrocchie, 34 cappelle, 25 missioni e 18 stazioni; ha 207 sacerdoti diocesani e 98 regolari; 3 tra seminari e scolasticati religiosi; 6 comunità religiose, tra
le quali l'abbazia benedettina di S. Anselmo; 15 comunità religiose femminili; 3 colleges e università, 17 high-schools diocesane e parrocchiali, 53 scuole parrocchiali; nel 1949 vi furono 466 conversioni.
La diocesi fu creata da Pio IX il 4 maggio 1884, per smembramento della diocesi di Portland; primo vescovo fu mons. D. M. Bradley (1884-1903); quindi mons. G. A. Guertin (1907-31) e mons. J. B. P. Peterson (19321944); attuale vescovo di M. è mons. M. F. Brady, già vescovo di Burlington.
La diocesi è suffraganea di Boston. La Cattedrale è dedicata a s. Giuseppe.
BibL.: T. M. O'Leary, s. v. in Cath. Enc., IX, pp. 584-85; The official catholic directory 1930, Nuova York 1950, pp. 420-23. Enrico Josi
MANGINI, Isidoro. - Teologo e canonista dell'Ordine dei Minimi, n. a Paola (Cosenza) nel 1712, m. a Roma il 21 apr. 1756. Insegnò per oltre quindici anni teologia e diritto, prima a Napoli, poi a Roma, nel Collegio di S. Francesco di Paola ai Monti, dove fu reggente degli studi. Benedetto XIV lo elesse suo "teologo d'esercizio ", e nel 1752 lo creò prefetto degli studi al Collegio Urbano di Propaganda Fide, carica che tenne fino alla morte.
Fu consultore delle SS. Congregazioni dei Riti, delle Indulgenze e delle SS. Reliquie, dove il suo parere era molto apprezzato. Nell'Ordine fu superiore e vicario generale per l'Italia. Il Capitolo generale, tenuto a Barcellona nel 1752, gli aveva affidato l'incarico della nuova edizione del Bullarium Ordinis; questo però, come altre opere che M. andava preparando per la stampa, rimase inedito, per la sua prematura morte.
BibL.: A. Moncada, In funere I. M. oratio, Roma 1756; Diario ordinario (Crocus), ivi 1756, n. 6051, p. 18; Acta Capiuolorum generalium O. M., II, ivi 1916, p. 135; G. Roberti, Disegno storico dell'Ordine dei Minimi, III, ivi 1922, pp. 684-85; Alma Mater. Collegium Urbanum de Propaganda Fide (in centenario della fondazione), ivi 1927, p. 56. Gennaro Moretti
MANGINI, Maria, beata. - Domenicana, n. a Pisa ca. il 1355, m. ivi il 22 genn. 1431. Divenuta per la seconda volta vedova e mortile i figli, si diede tutta a Dio e ai poveri, ricambiata da celesti favori.
Fu in rapporti d'amicizia ed epistolari con s. Caterina da Siena, sotto il cui influsso si orientò verso la vita domenicana. Nel 1375 entrò nel monastero domenicano di S. Croce in Pisa, ove, con la b. Chiara Gambacorti e altre sei suore osservò strettamente la Regola, nonostante la vita rilassata del resto della comunità. Dopo 7 anni si trasferì nel monastero pisano di S. Domenico, costruito dal padre della b. Chiara, alla quale succedette nella direzione delle suore. Pio IX ne ratificò il culto il 2 ag. 1855. Festa il 30 genn.
BibL.: G. Sainati, Vita della b. M. M., Bologna 1890; Année dominicaine, 2 (1909), pp. 523-31; N. Zucchelli, La b. Chiara Gambacorta. La chiesa ed il convento di S. Domenico di Pisa, Pisa 1914, pp. 121-28; M.-C. De Ganay, Les bienheureuses Dominicaines, 4ᵉ ed., Parigi 1924, pp. 239-90. Abele Redigonda
MANGINI, PASQUALE StANisLao. - Giurista e uomo politico, n. il 17 marzo 1817 a Castel Baronia (Avellino), m. a Roma il 26 dic. 1888. Compluti gli studi nell'Università di Napoli, ivi divenne presto professore. Dopo essere stato deputato al Parlamento napoletano (1848), fu costretto per ragioni politiche a fuggire a Torino, dove ( 1850 ) fu per lui appositamente istituita la cattedra di diritto pubblico esterno e internazionale privato. Dal 1872 passò all'Università di Roma.
Deputato al Parlamento, subalpino prima e nazionale poi, ininterrottamente dal 1860 , vi divenne il capo del centro sinistro. Fu consigliere della Luogomenza nelle provincie napoletane liberate (1861) e più volte ministro (della Pubblica Istruzione nel gabinetto Rattazzi [1862], della Giustizia con Depretis [dal 1876 al 1878], degli Esteri ancora con Depretis [dal 1881 al
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1885), stipulando in tale sua qualità il primo trattato della Triplice Alleanza [1882]). Maestro del re Umberto I, venne insignito delle dignità di ministro di Stato e di cavaliere dell'Ordine civile di Savoia. Fu tra i fondatori dell'Istituto di diritto internazionale di Gand, del quale tenne anche la presidenza.
M. è noto soprattutto come l'assertore del "principio di nazionalità", da lui formulato scientificamente nella prolusione torinese del 1851 (La nazionalità come fonte del diritto delle genti), che suonò come una sfida alla dominazione straniera in Italia e provocò le proteste dell'Austria e del Regno di Napoli presso la corte di Torino.
Nel campo della politica ecclesiastica, egli, erede della tradizione giurisdizionalista napoletana, ne difese iprincipi durante tutta la sua attività politica, specialmente in occasione della legge sulla liquidazione dell'asse ecclesiastico e della legge delle Guarentigie (v.). Negò quindi più volte il diritto dei vescovi di allontanarsi dalle proprie sedi senza il consenso dell'autorità governativa; affermò - in aperto contrasto con la dottrina della Chiesa - esservi un «unico potere, quello della nazionale sovranità, e quindi una sola legge ed una sola universale, illimitata giurisdizione»; sostenne la legittimità dell'exequator (v.) e del placet. Vale anche però la pena di ricordare che fu proprio M. a suggerire a s. Giovanni Bosco di non chiedere mai il riconoscimento della personalità giuridica della Società Salesiana da lui fondata, per sottrarla ad ogni pericolo di incameramento dei beni ecclesiastici.
Fra le sue opere vanno ricordate: Intorno alla filosofia del diritto e singolarmente intorno alle origini del diritto di punire (lettere di T. Mamiani e P. S. M., Firenze 1846, Livorno 1875); Sammi lineamenti di una storia ideale della penalità (Roma 1874); Della vocazione del nostro secolo per la riforma e la codificazione del diritto delle genti e per l'ordinamento di una giustizia internazionale (ivi 1874). I suoi Saggi sulla nazionalità furono ripubblicati recentemente (Roma 1944, a cura di F. Lopez de Oñate); i suoi discorsi parlamentari sono stati raccolti in tre volumi (Roma { }_{4} 1893-97 ).
Biol.: G. Fusinato, P.S.M., in Annuario Univ. Torino, 1889-90, p. 3 seg.; In memoria di P.S.M., Napoli 1911; A. C. Jemolo, Chiesa e Stato in Italia negli ultimi cento anni, Torino 1948, passim.
Rodolfo Danieli
MANCIO de Corpus Christi. - Teologo domenicano, n. a Becerrií de Campos (Palencia) nel 1504 ca., m. a Salamanca l'8 luglio 1576. Discepolo di F. de Vitoria. Ottenne il magistero in teologia nel 1546, fu professore all'Università di Alcalá dal 1546 al 1564 e poi di Salamanca (1564-76), dove ebbe discepolo s. Giovanni della Croce. Fu accusato ingiustamente due volte presso il S. Uffizio da avversari invidiosi.
Incaricato di esaminare il Catechismo del confratello B. Carranza, lo approvò suscitando le ire dell'inquisitore generale Valdér. Prese le difese di fronte al S. Uffizio anche di Louis de León e dei due agostiniani de Greyal e de Martínez de Cantalapiedra. Consultato da Filippo II circa la convenienza della Crociata, dette parere favorevole. Approvò pienamente gli Esercizi di s. Ignazio, contro altri che vi avevano trovato alcune espressioni sospette di eresia. Giudicò favorevolmente anche la spiritualità di S. Teresa, contribuendo con tale giudizio a tranquillizzare la Santa. Fedele discepolo dell'Aquinato, di cui commentò la Summa, amante della verità, dotto e umile, fu molto stimato dai contemporanei. Le sue opere si conservano manoscritte nelle Biblioteche di Palencia, Coimbra, Madrid e del Vaticano (cod. Otto), 1058).
Biol.: Quétif-Echard, II, pp. 243-44; V. Beltran de Heredia, El Maestro M. de Corpus Christi, in Ciencia tomista, 26 (1935), pp. 7 -103.
Alfonso D'Amato
MANCIURIA. - E la parte nord-orientale { }^{text {del }} dominio cinese, delimitata dall'Amur, l'Ussuri, la Corea, la provincia dello Hopei, e la Mongolia; un territorio ampio più di tre volte l'Italia, disteso
fra latitudini estreme come dalla Danimarca alla Calabria e affacciato con un breve litorale (dal Golfo del Liaotung a quello della Corea) sul Mar Giallo.
I. Geografia. - Una lunga cornice montuosa fascia da O. (Hsing-an), da N. (Hsi