ncia dello Hopei, e la Mongolia; un territorio ampio più di tre volte l'Italia, disteso
fra latitudini estreme come dalla Danimarca alla Calabria e affacciato con un breve litorale (dal Golfo del Liaotung a quello della Corea) sul Mar Giallo.
I. Geografia. - Una lunga cornice montuosa fascia da O. (Hsing-an), da N. (Hsiao Hsing-an) e da E. (Changpaik) la varea pianura in cui scorrono in Eungati ( 2400 km . di lunghezza) e il Liao ( 1160 km .), che con i loro affluenti formano un'ottima rete di vie di comunicazione interne. Il clima è continentale-freddo, con piogge abbondanti e notevoli differenze tra N. e S. Oltre alla vocazione agricola, che consegue all'abbondanza ed alla fertilità dei suoi terreni alluvionali, la M. mette in evidenza cospicue possibilità industriali, per la presenza di numerose riserve minerarie, ancora del resto non ben conosciute (carbone, ferro, rame, piombo, manganese, scisti bituminosi, ecc.) e per le non meno notevoli risorse forestali ( 30 \% della superficie territoriale); delle une e delle altre lo sfruttamento è, si può dire, agli inizi. L'agricoltura dà soprattutto sola, frumento, riso e barbabietola da zucchero; l'allevamento ( 5,4 milioni di capi suini, 2 di ovini, 1,7 di bovini) è ancora lontano dalle sue possibilità. La grande industria, sebbene di introduzione recente, conta già cospicue affermazioni nel campo siderurgico e chimico (Ansham e Penhsihn), idroelettrico e tessile. Il commercio si giova dei due porti di Antung (il maggiore) e di Dairen (antico Port Artur).
La popolazione ( 36,9 milioni di ab. nel 1946) è costituita in grande prevalenza da Cinesi; i veri e propri Mancesi non ne costituiscono probabilmente più di 1/8, e di scarsa entità numerica sono le altre minoranze (Coreani, Giapponesi, Russi). La densità è già alta nella M. meridionale, dove il clima è più mite e più intensa l'attività economica, e specialmente nel bacino inferiore del Liao. I grossi centri abitati sono numerosi: uno (Shenyang, già Mukden) oltrepassa il milione di ab. ( 1,1 nel 1946); due i 500 mila (la capitale Changshun, antica Hsinking con 790 mila, e Pinkiang, antica Harbin, con 662 mila), Kao-liang (una specie di borgo) e una decina i 100 mila (tra cui Chilifeng con 430, Pushun e Dairen con oltre 300 ognuno).
La M., Repubblica indipendente nel 1931, fu dai Giapponesi, che di fatto la controllavano, costituita in impero (Man-chu-Kwo) nel 1934; dopo il 1945 è stata restituita alla Cina e divisa in 9 provincia (Antung, Hei-lung-Kiang, Ho-Kiang, Hsing-an, Kirin, Liao-ning, Liaopehi, Nung-Kiang e Sung-Kiang; ne è escluso le Jehol). La ferrovia cinese orientale (Manchuli-Harbin-SuifenhoPograničnaja) e la sud-mancese (Changchow-MukdenDairen) funzionano sotto controllo misto cino-sovietico.
Biol.: L. Gilbert, Dictionnaire historique et géographique de la Mandchourie, Hong Kong 1934; Il Manchouhwo: geografia, storia, economia, Milano 1940.
Giuseppe Caraci
II. Evangelizzazione. - Nel 1838 Gregorio XVI distaccò dalla diocesi di Pechino il vicariato apostolico di Leaotung con giurisdizione sulla M. e Mongolis, affidandolo al Seminario delle Missioni Estere di Parigi. Nel 1840 la Mongolia fu eretta in vicariato apostolico indipendente, affidato ai Lazzaristi. Nella M. vivevano ca. 2500 cristiani cinesi esiliati, o profughi scampati alle persecuzioni verso la fine del sec. xviri e il principio del sec. xix. Non avevano missionari stabili, ma venivano visitati da sacerdoti mandati dal vescovo di Pechino, dal 1702 delegato apostolico per la Tartaria cinese. Il primo vicario apostolico, Emmanuele Verrolles ( 1838-78 ), eresse parecchie stazioni. Le difficoltà erano grandi : diversità etniche della popolazione, estensione del territorio, rigore del clima, ostilità dei pagani. I missionari riuscirono però sotto mons. Verrolles e i suoi successori ad organizzare le cristianità esistenti ed a fondarne delle nuove. Nel 1875 arrivarono nella missione le prime suore della Provvidenza di Portieux. Un vero progresso nelle conversioni si ebbe però soltanto dopo il 1890 .
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Mancruria - 1) Confini di Stato; 2) confini di circoscrizione ecclesiastica; 3) ferrovie.
Kirin (eretta nel 1892 vicariato apostolico della M. settentrionale, nel 1924 con il nome di Kirin, nel 1946 diocesi affidata alle Missioni Estere di Parigi); diocesi Yenki (eretta nel 1928 prefettura apostolica, nel 1937 vicariato apostolico, nel 1946 diocesi, affidata ai Benedettini di s. Ottilia); diocesi Szepingkat (eretta nel 1929 prefettura apostolica, nel 1932 vicariato apostolico, nel 1946 diocesi, affidata ai missionari di Pont-Viau); diocesi Fushun (eretta nel 1932 prefettura apostolica, nel 1940 vicariato apostolico, nel 1946 diocesi, affidata ai missionari di Maryknoll); diocesi di Tincxow (eretta nel 1949 e affidata alle Missionj Estere di Parigi); prefettura apostolica Kiamusze (eretta nel 1928 missione di Ilan, nel 1937 con il nome di Kiamusze, nel 1940 prefettura apostolica affidata ai Cappuccini); prefettura apostolica TartsinAR (eretta nel 1928 missione, nel 1931 prefettura apostolica, affidata ai missionari di Betlemme); prefettura apostolica Lintunó (eretta nel 1937, affidata ai missionari di Pont-Viau).
Bibl.: A. Launay, Mons. Verrolles et la mission de Mandchourie, Parigi 1895; Vicariats apostolique de la Mandchourie settentrionale (1898-1903), Hongkong 1922; La Società des Missions étrangères en Mandchourie, in Annales de la Société des Missions étrangères, 38 (1936), pp. 146-54.
Giovanni Rommerskirchen
MANDALAY, vicariato apostolico di. - Come il vicariato apostolico di Birmania meridionale (Rangoon), anche quello di M., eretto il 19 luglio 1870 , per la Birmania settentrionale, deriva dallo smembramento del vicariato apostolico di Ava e Pegü, ed ebbe l'attuale nome il 5 genn. 1939.
Tutto il territorio è attraversato, da nord a sud, dal fiume Irrawaddy e ha una parte pianeggiante che si estende per lo più lungo il fiume Irrawaddy e l'altra, verso i confini dell'India, montuosa e poco abitata.
La missione, affidata alla Società per le Missionj Estere di Parigi, ha una superficie di kmq. 200.000 con 5.000 .000 di ab., dei quali 4.300 .000 buddhisti, 270.000 animisti, 100.000 induisti, 80.000 maomettani, 10.000 protestanti e 15.000 cattolici; comprende 22 quasi parrocchie, 29 stazioni primarie e 90 secondarie, con 8 chiese e 70 cappelle, servite da 21 sacerdoti indigeni, 17 delle Missionj Estere di Parigi e 6 salesiani, coadiuvati da 8 fratelli e un centinaio di Suore. Ha un seminario minore, 32 scuole elementari, 6 medie, 6 superiori, 4 professionali. La missione ha pure varie opere di carità e beneficenza tra cui i lebbrosario, ed anche 7 confraternite e non mancano associazioni pie e di Asione Cattolica. Il movimento di conversione, assai difficile tra i buddhisti, offre invece buone speranze tra gli animisti.
Bibl.: AAS, 31 (1939), pp. 161-62; Arch. di Prop. Fide, Relazione quinquennale 1943-50, pos. prot. n. 3960/50; MC. 1950, p. 261.
Pompeo Borgna
MANDANTE: v. cooperazione nel delitto.
MANDATO: in quanto contratto v. procura e mandato; in quanto cooperazione al male v. restituZIONE; nel diritto internazionale v. TERRITORI IN AMMINISTRAZIONE PIDUCIARIA.
MANDE, Henricus. - Scrittore ascetico, n. a Dordrecht (Olanda) ca. il 1360, m. a Beverwijk nel 1430 ca. Segretario ufficiale alla corte di Guglielmo IV conte di Olanda, commosso dalle predicazioni
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di Gerardo Groote ( 1375 ca., v.), si sentì chiamato ad una vita più perfetta, ma vi si decise solo dopo replicate apparizioni del Salvatore sofferente.
Si affilid ai Fratelli della Vita Comune a Deventer, quindi entrò nella Congregazione di Windesheim come semplice "redditus", cioè come laico con tutti i privilegi e incarichi dei sacerdoti coristi. Vi conobbe Johannes Vos de Heusden, Gerlach Peters e altre celebrità della "Deverio moderna" (v.) e visse nella solitudine della preghiera, ove, secondo il cronista J. Busch, ebbe frequenti visite celesti. Le sue continue sofferenze lo preparavano a comprendere s. Lydvina di Schiedam, ch'egli ando a visitare. Avanzato negli anni si recò a Beverwijk per aiutare la fondazione del monastero di Syon, e ivi mori.
La principale occupazione di M. consisteva nell'illustrare manoscritti, ma si diede anche a comporre scritti ascetici e mistici, che però sono in maggior parte compilazioni di estratti di vari autori, che non cita, quali Hadewijck, Ruysbroek e altri; tradusse Rodolphus de Bilraco o Biberach (De septem itineribus aeternitatis), Hugo de Balma (Mystica theologia), l'Epistola Processus, ecc. Suo merito perciò fu di volgarizzare trattati, altrimenti inaccessibili.
BibL.: La fonte principale: G. Busch, Chronicon, ed. K. Grube, Halle 1886, pp. 122-32. V. inoltre W. Moll, Johannes Brugman, Amsterdam 1834; G. Visser, Hendrik M., L'Aia 1899; B. Spaapen, Hendrik M., Tielt 1951 (antologia). Alberto Ampe
MANDEI. - Nelle regioni meridionali della Babilonia hanno abitato poco dopo il principio dell'èra volgare i seguaci di una comunità religiosa ristretta, la quale dottrinalmente sta a metà tra il cristianesimo primitivo e il dualismo a carattere gnostico, con le sue speculazioni fantastiche, le personificazioni di oggetti e concetti e le combinazioni ardite: i M., i quali però preferiscono chiamarsi Nasorei (Napuraiia). Oggi sono ridotti a poche migliaia d'individui. Ricoldo da Montecroce li chiama Sabei, più tardi furono detti "discepoli di s. Giovanni» (Battista), gli Arabi dànno loro il nome di Mugtasilah e Sabei. Nulla di positivo si sa sull'origine dei M.
Essi hanno prodotto una ricca letteratura, quasi esclusivamente religiosa, scritta in lingua mandea, che è un dialetto aramaico orientale, affine a quello del Talmud babilonese, e con una scrittura simile a quella siriace e che ha la particolarità d'indicare mediante alcune consonanti anche le vocali. Gli scritti più antichi risalgono al sec. III d. C. e sono scongiuri scritti su laminette di bronzo; più recenti sono gli insantesimi nell'interno delle tazze d'argilla sotterrate a scopo incantatorio. La maggior parte degli scritti strettamente religiosi è stata compilata dopo l'avvento dell'ialâm, ma contengono anche brani più antichi. Alquanto recente e tradotto dall'arabo è il Libro delle costellazioni, di argomento mantico e astrologico. I libri più importanti sono Il tesoro (Ginza o Sidra rabba [Grande libro]), diviso in una parte destra e in una sinistra, con molti trattati in prosa di contenuto teologico, mitico, legale e polemico, e taluni in versi di alto valore poetico sul viaggio dell'anima dopo la dipartita dal corpo verso la dimora della Vita o Luce. Il Libro di Giovanni (Sidra dIahia) contiene miti, leggende, discorsi di Giovanni e di altri inviati e ha risentito l'influsso dei Vangeli, il cui contenuto è però deformato a scopo polemico anticristiano. Il Qolasta tratta delle cerimonie. Un rotolo chiamato Il divano di Abatur spiega le numerose illustrazioni grafiche, che esco dà, di esseri divini, di miti e di cerimonie. Un libro dal titolo Spiegazione della cerimonia matrimoniale di Sillam rabba è una descrizione del matrimonio. Le mille e dodici questioni riguardano la purezza cultuale, la salita dell'anima, il matrimonio e numerose altre questioni religiose. Non sono noti gli autori di questi scritti.
Nella teologia il mandeismo rivela il suo carattere fortemente dualistico, non però assoluto, perché il mondo della Tenebra dipende dalla Divinità Suprema. I due primi trattati del Tesoro sono monoteistici. Divinità suprema
è il Grande Mana, oppure la Luce o la Vita, specialmente quest'ultimo, che conferisce impronta caratteristica a tutto il mandeismo. La Vita ha sotto di sé una folta schiera di "Utria, la seconda, terza e quarta Vita, ed ancora altri esseri di varie specie. La seconda Vita è Isóamin, la terza è Abatur, la quarta Ptahil. Questi è il creatore del mondo e della prima coppia. Adorno ed Eva. Campione della Vita nella lotta contro la Tenebra è Híhil. Manda dHilia è il più cospicuo degli inviati della Vita per aiutare e redimere l'anima; è il suo salutore e redentore. Questi, assieme ad altri inviati, ha comunicato agli uomini le leggi, i precetti e i divieti della Vita. Il diavolo mandeo è 'Ur, figlio di Ruha, conoscendo la quale ha procreato i cinque pianeti, i Settimani, cioè i sette pianeti, ed i Dodici, i segni zodiacali, tutti capostipiti delle varie specie di dèmoni, sempre intenti a osteggiare la Vita, i suoi ministri e le anime, specialmente quando queste, abbandonato il corpo, intraprendono la matigta, la salita verso la dimora della Vita o della Luce. L'anima, una particella della Luce, si trova a disagio nel corpo tenebroso ed è continuamente attaccata dai dèmoni, ma infine dopo la morte, sale verso la Vita; deve però passare davanti ai sette posti di guardia, matarata, tenuti dai dèmoni planetari, dove è sottoposta a interrogatori sulle sue eventuali trasgressioni, ma, se trovata innocente, sale verso la dimora di Abatur, il pesatore e giudice, il quale o la condanna a espiare le sue colpe nei posti di guardia o la assolve, cosicché essa può entrare nella dimora della Luce o Vita. Durante la salita i suoi parenti cercano mediante una cerimonia di conferirle forza per salire al cielo.
Ogni trasgressione alle leggi divine, le quali si riferiscono tanto alla religione quanto alla morale e alla vita sociale, costituisce un peccato. I peccati grandi sono quattro. Il peccato va confessato al gancidro ed espiaio. Chi è senza peccato è perfetto. Ogni m. deve cercare di esser perfetto. La concezione morale dei m. è molto elevata e severa. Il m. deve esser mansueto, pacifico e gentile con tutti, anche con chi gli ha fatto del male. Il matrimonio è obbligatorio e non può esser contratto che con una m.
La cerimonia più importante è il battesimo, masbuta, che il m. fa soltanto in acqua corrente, Giordano, e in molte occasioni. I M. hanno pure una specie di comunione con il piloto, che è il pane di frumento senza sale e non fermentato, e con il manduha, la bevanda d'acqua. E prescritto il numero delle preghiere. Una vaga reminiscenza della Cresima si riscontra nella segnatura con l'olio, fatta dopo il Battesimo.
Nella gerarchia sacerdotale si distinguono tre gradi: lo thanda, il discorso, il tormida, il sacerdote, e il gancidra, il vescovo. Da chiesa funge una capanne bislanga fatta di canne e argilla, il manda. Esistono disposizioni severe sulla mattazione degli animali per cibarsene. Alcuni cibi sono proibiti, e si hanno numerosi altri interdetti. Il colore rituale dei M. è il bianco.
BibL.: Ignatius a Iesu, Narratio originis, ritmum, et errorum christianarum s. Ioannis, Roma 1652; H. Petermann, The. oaurus s. Liber Magnus, Berlino 1867; M. Lidzbarski, Das Yohannesbuch der Mandder, Giessen 1913; id., Mandäische Liturgien, Berlino 1920; id., Der Schatz oder das Grosse Buch der Mandder, Gottinga-Lipsia 1925; E. S. Droner, The Mandaeans, Oxford 1937; id., The Book of the Zodiac (Sfar Mahualia), Londra 1949; id., Dinam Abatur (D. C. 6), Città del Vaticano 1950; U. Monneret de Villard, Il Libro delle Peregrinazioni nelle parti d'Oriente di frate Ricoldo da Montecroce, Roma 1948; G. Furlani, I pianeti e la zodiaco nella rel. del M.. in Mem. doc. naz. Lincei, Ct. sc. mor. stor. filos., 8⁴ serie, II, fasc. 111, Roma 1948; id., Peccati e passc'ori..., ibid., 8° serie, III, fasc. vi, ivi 1950; L. Tondelli, La religione mandea, in P. Tacchi Venturi, Storia delle religioni, II, Torino 1949, pp. 265-86. Giuseppe Furlani
MANDEVILLE, BERNARD de. - Scrittore, n. a Dordrecht ca. il 1670, m. a Londra il 21 genn. 1733.
Tagliente ed acido scrittore (tra le sue opere: The Virgin unmask'd, Londra 1709; Free thoughts on religion, ivi 1720) deve la sua fama a The fable of bees (ivi 1714 e seguenti rifacimenti) in cui prospetto l'utilitarismo del vizio nella vita sociale : secondo il M. "all'armonia e all'equilibrio le società umane giungerebbero
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non già perché composte di individui pieni di altruismo e tutti anelanti alla solidarietà, ma perché composti di perfetti egoisti in continua lotta, costretti dal contrasto reciproco e dalla violenza delle passioni altrui ad accettare soluzioni di compromesso, le quali rispetterebbero al massimo il proprio e l'altrui interesse - (A. Fanfani, Storia delle dottrine economiche. Il naturalismo, Milano 1946, p. 12). Però, come ha notato il Grégoire, il suo cinismo viene a nascondere l'effettivo conservatorismo di consigliere e ispiratore di monarchi.
BibL.: F. B. Kaye,
The fable of the bees, 2 voll., Oxford 1924; W. Deckelmann, Untersuchungen zur Bienenfabel M.I., Amburgo 1933; W. Stähler, s. v. in Stontites., III, coll. 1143-47; F. Grégoire, B. de M. et la «Fable des abeilles", Nancy 1947.
Massimo Petrocchi
MANDONNET, Pierre. - Storico della Chiesa e della teologia medievale, n. a Beaumont (Puy-de-Dôme) il 26 febbr. 1858 , m. a Saulchoir il 4 genn. 1936. Entrato nell'Ordine domenicano(1882;sacerdote nel 1887) in segnò (1891-1918) all'Università di Friburgo in Svizzera. Fu decano della Facoltà teologica (1893-94, 1906-1907) e rettoredell'Università (1902-1903). Nel 1919 si stabilì nei pressi di Parigi, poi (1927) a Saulchoir. Nel 1932 fu eletto dottore honoris causa dell'Università del S. Cuore di Milano.
Opere: 1) Studi sulla storia delle dottrine: principale, Siger de Brabant et l'werroïsme latin au XIII' siècle ( 2 voll., 2^{text {a }} ed., Lovanio 1908, 1911); Dante le théologien ( 2ᵃ ed., Parigi 1935); Le décret d'Innocent XI contre le probabilisme (ivi 1903). 2) Studi tomistici : fondamentale il Des écrits authentiques de st Thomas d'Aquin (2a ed., Friburgo 1910). Una sua biografia di s. Tommaso fu pubblicata quasi integralmente dalla Revue des jeunes (1919-20) e dalla Revue thomiste (1925), da lui fondata, insieme con il p. Th. Coconnier a Friburgo nel 1893. La sua Bibliographie thomiste (in collab. con J. Destrez, Parigi 1921) è ancora continuata dal Bulletin thomiste, da lui fondato a Saulchoir nel 1924, insieme con la Bibliothèque, la Société (1922) e l'Institut historique d'études thomistes. 3) Storia domenicana: Les Dominicains et la découverte de l'Amérique (Parigi 1893) e numerosi articoli. Inoltre: St Dominique, l'idée, l'homme et l'oeuvre (con M. H. Vicsire e R. Ladner, 2^{text {a }} ed., 2 voll., ivi 1938).
Caratteristica di M. come storico è l'ampiezza e l'equilibrio della sua visuale. Egli affronta l'argomento dall'alto e va diritto al problema centrale, cogliendone le prospettive essenziali, con una erudizione esigente, non mai pedante. Genuino crede del Denifle (v.) e dello Ehrle (v.) ha segnato d'una impronta durevole la storia dell'aristotelismo e delle correnti teologiche del sec. xili e la storia di s. Do-
menico. Del suo splendido corso di metodologia storica, si pubblicò soltanto, pro manuscripto, uno schema: Nature de l'histoire (Friburgo 1913).
BibL.: A. M. Jacquin, Le p. M., in L'Année Dominicaine, 72 (1936), pp. 41-46; M. D. Chenu, Le r. p. M., in Bulletin thomiste, 4 (1932-36), pp. 693-97; M. H. Laurent, P. Pietro M., in Memorie domenicane, 23 (1936), pp. 60-64; M. H. Vicsire, Le p. M. à Fribourg, in Nova et Vetera, 13 (1938), pp. 158-68; R. F. Bennet, P. M. and dominicans studies, in History, 24 (1939), p. 193 sgg.
Maria Umberto Vicaire
MANDORLA.
- Particolare tipo di nimbo di forma ellissoidale che circonda la figura, isolandola dalle altre, e conferendole quindi un carattere di più alta dignità.
L' esempio più antico - isolato anche iconograficamente - si trova nel musaico con Abramo e i tre angeli nel ciclo biblico della navata di S. Maria Maggiore (v sec.), a indicare la maggior santità dell'angelo centrale in cui è adombrata la figura di Cristo. Nel paliotto di S. Martino a Cividale (viit sec.) il Cristo in gloria è portato dagli angeli entro una ghirlanda; nel musaico sopra l'abside dei SS. Nereo e Achilleo, e in quello di S. Maria in Domnica il Cristo domina isolato fra gli Apostoli (entrambi del ix sec.). Il
tipo iconografico del Cristo entro una m. fra i simboli degli Evangelisti, che si definisce in miniature del Ix sec. (Evangeliario di Lotario nella Bibl. naz. di Parigi), avrà particolare diffusione in età romanica e gotica, non solo nelle rilegature e nelle miniature dei Vangeli, ma anche nelle sculture dei portali (portale dei re di Chartres, xir sec.), in stoffe, in paliotti (paliotti d'argento di città di Castello e della cattedrale di Komburg in Germania, del xir sec.; paliotti scolpiti in legno o dipinti del Museo di Barcellona), in affreschi (oratorio di Mocchirolo, ora a Brera, xiv sec.), nelle paci (pace del comune di Siena, xili sec.). A questo tipo si collega quello, assai meno frequente, del Cristo fra i simboli della Terra e dell'Oceano, che si trova in una miniatura di un Sacramentario della Bibl. naz. di Parigi e nella rilegatura eburnea d'Evangeliario scolpita dal monaco Tuotila della abbazia di S. Gallo, entrambi del Ix sec. Altre figurazioni in cui è usata la m. sono quelle dell'Apocalisse (affresco di S. Pietro di Civate, xil sec.); quella dell'Ascensione, che si trova oltre che in miniature e in avori anche in bassorilievi di portali (portale settentrionale di S. Stefano di Cahors, fine del xir sec.); della Dormitio Virginis (musaico del Cavallini in S. Maria in Trastevere); della S.ma Trinità (miniatura degli Statuti de l'Ordre du St Esprit nella Bibl. naz. di Parigi, sec. xiv); è invece rara quella della discesa al Limbo, perché questo attributo si conviene a rappresentazioni di ieratica maestà e non a scene di movimento: l'affresco della chiesa inferiore di S. Clemente (x sec.) ha infatti un esempio eccezionale di m. inclinata a seguire il moto della figura. Molto frequente-
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mente è rappresentato entro m., dal xir al xiv sec., anche il Criato dal giudizio finale, nelle sculture di portali e di facciate di chiese (Ste Foy di Conques, S. Lazzaro di Autun, del xir sec.; duomo di Ferrara, xir sec.; duomo di Orvieto, xiv sec.), in mussici (duomo di Torcello), e in affreschi fra cui è da ricordare particolarmente quello del camposanto di Pisa perché vi sono rappresentati in due m. distinte il Criato giudice e la Vergine intercedente.
La m. diviene frequente attributo della Vergine nel xiv sec., non solo nella scena dell'Assunzione, ripetuta in miniatura, in dipinti, in bassorilievi (Notre-Dame di Parigi; tabernacolo dell'Orcagna in Orsanmichele), ma anche in altre figurazioni: dalla m. che circonda la Vergine in atto di dare il cinto a s. Tommaso prende nome la bella porta sul fianco di S. Maria del Fiore.
Nel ' 400 la m. talvolta non è delineata, ma indicata da glürlande d'angeli (Incoronazione della Vergina di Leonardo da Besozzo in S. Giovanni a Carbonara a Napoli; Assunta di Masolino nel Museo di Napoli). Alla fine del secolo è ancora usata dai pittori dell'Italia centrale, particolarmente dal Francia, dal Perugino, e in genere da tutta la scuola umbra; nel ' 500 la si trova nella scomposta pala di S. Nicola da Tolentino e nello stendardo di Città di Castello del giovane Raffaello.
Oltre gli esempi citati, che si riferiscono tutti a rappresentazioni del Cristo, dell'Eterno, della Vergine, son da ricordare rare figurazioni, di iconografia del tutto eccezionale, in cui la m. è attributo di santi e di profeti : le miniature con gli Evangelisti negli Evangelj del duomo di Bamberga, del x sec. (Biblioteca di Monaco); la miniatura con Abramo che riceve le anime portate dagli angeli, nel Kalendarium necrologicum di Ratisbona, del xir sec. (Archivi di Monaco); il paliotto del xir sec. del Museo di Barcellona, in cui entro m. è raffigurata s. Giulitta con il piccolo s. Quirico in braccio; il cofanetto del Museo di Limoges, che reca nella fronte, entro tre m. uguali, la Vergine, il Redentore e s. Pietro.
Biel: K. Künstle, Ikonographie der christlichen Kuntl, I. Friburgo in Br. 1928, p. 28.
Emma Zocca
MANEGOLDO di Lautenbach (Manegoldus, Manegaldus, Monigaldus, Maingandus de Luitinbach, Luitenbach, Luitenbac). - Teologo e giurista agostiniano, n. probabilmente verso la metà del sec. xi. Decano dal 1086 del convento di Raitenbach, nel rogo fondò un convento a Marbach. Partecipò alla lotta contro Enrico IV parteggiando per Gregorio VII, onde fu chiamato Hildebrundinus. Imprigionato dall'Imperatore nel rog8, venne rilasciato prima del 1103, anno in cui si ritrova ancora a Marbach.
Delle sue opere furono pubblicate: il Liber ad Gebehardum e l'Opusculum contra Wolfelntum. Entrambe trattano il problema giuridico-politico dei rapporti tra Papato e Impero e dell'autorità dello Stato. M. sostiene che il potere deriva da Dio: quello papale direttamente, per cui nessuno ha autorità maggiore del pontefice; quello civile, invece, pur esso di origine divina, è conferito al sovrano, come officium, dal popolo, che elegge il sovrano stesso. Il potere civile è da M. cosi sintetizzato: a Neque eum (regem) populus super se exaltat, ut liberam in se exercendae tyrannidis facultatem concedat, sed ut a tyrannide exteriorum et improbitate defendat x. Il pontefice ha il compito di convalidare l'elezione del sovrano e denunciarne eventuali infrazioni ai suoi doveri; ma soltanto il popolo potrà cacciare il sovrano venuto meno ai patti. Nell'Opusculum contra Wolfelnum, M. si propone anzitutto di studiare il rapporto tra ragione e fede. Egli, come già Pier Damiani, attribuisce alla filosofia una funzione di vaesella della teologia, nei cui riguardi essa è «tamquam superflua quaedam immensitas \%. Vi tratta brevemente di psicologia, di cosmologia e di teologia.
Biel.: Il Liber ad Gebehardum e alcuni passi dell'Opusculum sono editi da K. Francke in MGH, Lib. de lite, I, pp. 308-430; il Manitius elenca i testi inediti in Neues Archiv, 32 (1907).
pp. 692; v. anche : Hist. littér. de la France, IX, Parigi 1730, pp. 280-90; N. Paulus, Etudes nouvelles sur M. de L., in Rev. entb. d'Abace, nuova serie, 5 (1886), pp. 209-20, 279-89, 337 345; I. A. Endres, M. von L., "Moderowum magister magistrorum», in Hist. Jahrb., 25 (1904), pp. 168-78; M. T. Stead, M. of L., in Engl. histor. rev., 29 (1914), pp. 1-15. Altre informazioni in Uberweg. II, p. 697; Manitius, III, p. 27; 175-80.
Enzo Maccagnolo
MANE, THEGEL, PHARES. - Segni misteriosi, letti dal profeta Daniele, apparsi sulla parete nella sala del grande convito, in cui Baltassar profanò i vasi sacri (Dan. 5).
L'ebraico ha: mêne', mêne', têgêl ûpharsîn (Dan. 5, 25). Mênê è participio passivo dell'aramaico mêndh «numerare», "contare", e stato indeterminato dell'aramaico minjâh "mina" (moneta); têgêl corrisponde all'ebraico êegel "siclo"; parsîn è plurale da parsn (accadico) "parte", - "mezzenine». La prima parola, che manca nella Volgata, è ripetuta sia per render più solenne la minaccia, sia per accennare ai vari sensi nascosti in ciascun termine. Trattandosi di monete o pesi, sulla parete apparvero dei segni che li rappresentavano e non delle parole; ciò spiega perché i maghi non riuscissero a decifrarne il senso, la connessione logica.
Ecco la spiegazione (Dan. 5, 26 sgg .) : mêne' = « numerato»; Daniele completa: «Dio ha numerato i giorni del tuo regno", per porvi fine. Têgêl, ritenendo le sole consananti, può esser letto têgîl participio passato, "pesato»: "sei stato pesato"; e têgal dalla radice gâlal "esser lieve": "e sei stato trovato leggero". Infine le sole consananti di pênês (il singolare di parsîn) danno anche il participio passivo pênês "spezzato", "infranto": "il tuo regno è infranto e dato ai Medî e ai Persiani" ( Pârm, ancora le stesse consananti). Cosi dai nomi delle monete Daniele trae le tre sentenze della terribile condanna contro Baltassar.
Biel.: G. Luzzi, La Bibbia, VIII, Firenze 1925, p. 291; J. Göteberger, Das Buch Daniel, Bonn 1928, p. 45 sg.; G. Binaldi, Daniele (La S. Bibbia, ed. S. Garofalo, 8, iII), Torino 1947, p. 70 sg.
Francesco Spadafora
MANETONE. - Dotto sacerdote egiziano (Mave θ hat{θ} α e Mave θ α̂ α, dall'originale egiziano composto con il nome del dio Thot), del tempo di Tolomeo I Sotere (322-285 a. C.) e del successore Tolomeo II Filadelfo. Ebbe fama di grande erudito (cf. Plutarco, De Iside et Osir., 9); la leggenda ha ricamato sulla sua vita e gli ha attribuito molti scritti. Fu il primo egiziano che scrisse in lingua greca la storia del suo paese (Alyumtavaé, ca. il 280 a. C.), attingendo a documenti genuini. L'opera andò perduta; le poche citazioni e riferimenti che se ne posseggono hanno subito interpolazioni e trasformazioni tali che non permettono di risalire all'originale.
Qualche punto genuino è stato confermato dai dati archeologici (G. Maspero, Histoire ancienne des peuples de l'Orient, 11 ed., Parigi 1912, p. 738, n. 3). Molti passi cita Flavio Giuseppe nel Contra Apionem ed informa che M. corresse molti giudizi di Erodoto; per cui alcuni pensarono ad un'altra opera di M.: IIyb̧́ "Hp68070v. Eusebio nella Cronica ( 327 d. C.), versione armena, conserva intera la celebre lista dei re di M.; essa è riferita ancora nella Cronografia di G. Sincello (792). La storia egiziana era divisa da M. in tre parti o libri: a) le dinastie degli dèi, della durata di 24.900 anni, e le prime nove dinastie dei re mortali, da Mene in poi; b) le dinastie X-XIX; c) le dinastie XX-XXX. La durata delle trenta dinastie fino al 342 a. C. è di 3555 anni. L'aggiunta di una XXXI dinastia è spuria. L'influsso di M. fu notevole nel passato; i moderni hanno preso da lui la divisione in trenta dinastie.
Biel.: R. Lagueur-K. e W. Kroll, s. v. in Pauly-Wissowa, XIV, coll. 1060-1106; L. Speleers, Egypte, in DBs, II, coll. 759. 769 sg.; A. Møllon, Les Hébreux en Egypte, Roma 1922, pp. 51 sgg., 64 sgg.
Francesco Spadafora
MANETTI, Antonio di Tuccio. - Matematico, architetto, dantista, n. a Firenze il 16 luglio 1423,
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m. ivi il 24 maggio 1497. Fu amico dei più grandi umanisti del suo tempo.
M. Ficino gli dedicò la versione del De monarchia, G. Benivieni la traduzione del Libro della semplicità della vita cristiana di G. Savonarola, C. Landino volle divulgarne le opinioni sulla Commedia. Il M. prese inoltre parte alla vita politica della Repubblica fiorentina, fu ricercatore e glossatore di codici, scrittore di una Vita di Filippo ser Brunellesco, arguto e fine narratore della Nocella del grasso legnainolo. Il Benivieni alla sua morte riferi in un Dialogo, che immaginò tratto da alcuni appunti manoscritti del M., le idee dell'amico circa il sito e la figura dell'Inferno dantesco.
Bibl.: Opere: H. Benivieni, Dialogo di A. M., a cura di N. Zingarelli, Città di Castello 1827; Operette istoriche ed. e ined. raccolto da G. Milanesi, Firenze 1887; Nocella del grasso legnainolo, a cura di M. Barbi, ivi 1897; Vita di ser Brunelleschi, a cura di E. Toesca, ivi 1927. Studi: A. Moschetti, A. M. e i suoi scritti intorno a F. Brunelleschi, in Miscellanea A. Hortis, Trieste 1909, pp. 807-29; L. Di Francia, Nocellistira, Milano 1924. pp. 404-408.
Giovanni Fallani
MANETTI, Giannozzo. - Politico e umanista, n. a Firenze il 5 giugno 1396, m. a Napoli il 25 ott. 1459. Dagli studi commerciali e dall'attività bancaria passò alla vita del mondo umanistico e per le sue qualità di oratore e di diplomatico ebbe importanti uffici e ambascerie a Pistoia, Scarperia, Genova, Rimini, Venezia, Siena.
Uomo di vastissima cultura e di profonda fede religiosa, da affermare che "la dottrina della Chiesa è tanto vera quanto un assioma matematico ", imparò il greco dal camaldolese A. Traversari e l'ebraico da Immanuel ben Abraham di S. Miniato, per attendere agli studi delle S. Scritture, che egli coltivò per tutta la vita, sia alla corte di Niccolò V, che lo aveva voluto a Roma nel 1453 nominandolo segretario apostolico, che a quella di re Alfonso di Napoli.
Oltre l'Advertus Iudocos in 10 ll., lasciò una importante traduzione del Salterio dall'ebraico - trascrisse su tre colonne la versione dei Settanta, quella di s. Girolamo e la sua - e curò una versione originale dal greco del Nuovo Testamento, rimasta ancora inedita (cf. U. Cassuto, I manoscritti palatini ebraici della Bibl. Apost. Vat. e la loro storia [Studi e testi, 66], Città del Vaticano 1935, pp. 44-47; Codices Urbinates latini, a cura di C. Stornajolo, I, Roma 1902, p. 160). Nell'Apologetico, in 5 ll., difese la sua versione: dopo un'introduzione generale sulla Bibbia rifece la storia delle traduzioni greche e latine, ampiamente commentando quella geronimiana, e nell'ultimo libro spiegò i canoni a del ben tradurre». Ebbe il culto dei grandi trecentisti e per i dotti compose uno Specimen lattoriae litterariae Florentinae saec. XIII ac XIV sive vitae Dantis, Petrarchae, Boccaccli (Firenze 1747). Affidò la sua concezione umanistica della vita al De dignitate et excellentio hominis (Basilea 1532). Notevoli tra i saggi storici il Chronicon Pistoiense e la Vita di Nicolò V.
Bibl.: P. Pagnotti, La vita di Nicolò V scritta da G. M., in Architio della Soc. rom. di storia patria, 14 (1891), pp. 429-36; Vespasiano da Bisticci, Vita di uomini illustri del sec. XVI, II, Bologna 1892, pp. 33-81; P. Fardini, Documenti spettanti alla vita di G. M., in Miscellanea di opuscoli inediti e rari dei serc. XIV e XV, Torino 1862, p. 165 sgg.; Pastor, I, pp. 514-16, 542-44; G. Toffanin, Storia dell'Umancetico, Napoli 1933, pp. 199-201; S. Garofalo, Gli umanisti del sec. XV e la Bibbia, in La Bibbia e il Concilio di Trento, Roma 1947, pp. 54-65, 67-75.
Giovanni Fallani
MANFREDI, Eustachio. ± Matematico e letterato, n. a Bologna il 20 sett. 1674, m. ivi il 15 febbr. 1739. Fu lettore pubblico di matematica all'Università di Bologna (1699), prorettore del Collegio Montalto (1704), regolatore delle acque (1711) e astronomo dell'Istituto delle Scienze (1715), sorto allora per opera di un gruppo di studiosi che il M. fin da giovinetto radunava nella sua casa, a scopo scientifico e letterario, con il nome di Accademia degli In-

(lat. Alinari)
Manfredi, re di Sicilia - Incoutro di Dante con M. nel Purgatorio. Affresco di Luca Signorelli (1499-1503) - Orvieto. Duomo, Cappella di S. Brizio.
quicti. Il M. coltivò anche la poesia e delle sue Rime ( 1ᵃ ed., Bologna 1713, più volte ristampate), scevre di preziosità secentesche e quasi tutte di carattere religioso, rimane ancor oggi qualche cosa di vivo. Numerosissime le sue opere: di astronomia, cronologia, matematica e idraulica; alcuni lavori per teatro, novelle. Molte sue lettere familiari sono state ripetutamente stampate.
Birl.: D. Provenzal, I riformatori della bella letteratura, Rocca S. Casciano 1900; H. Bédarida, E. M., in Etudes italiennes, 10-11 (1928-29), pp. 73-124, con la bibl. complica delle opere: I. Behrens, Die Lehre von der Einteilung der Dichtkunst, Halle 1940, v. indice.
Renata Grazi Ausenda
MANFREDI, Galeotto, signore di Faenza. N. a Faenza nel 1440 da Astorgio II, signore della città, m. ivi il 31 maggio 1488. Nel 1468, quando Astorgio mori, gli successe il figlio Carlo II con il fratello Federico, vescovo della città. G. fu esiliato, ma tornò nel 1477 e, cacciati Carlo e Federico, rimase solo signore.
G. ebbe in larga misura le doti e i difetti dei principi del tempo: generoso mecenatismo, valore guerriero e abilità diplomatica, ma leggerezza di carattere e corrucelia del costume. Sposò nel 1482 Francesca, figlia di Giovanni Bentivoglio signore di Bologna. Sei anni dopo G. cadeva vittima di una congiura ordita dal suocero che, appoggiato dal Duca di Milano, aspirava a impadronirsi di Faenza; e sembra accertato che la stessa Francesca, irritata per una tresca di G. con una donna di Ferrara, uccidesse di sua mano il marito. Le mire del Bentivoglio furono immediatamente frustrate da Lorenzo de' Medici, il quale inviò truppe che lo arrestarono e rimandarono Francesca a Bologna. A questa fu vietato di tornare a Faenza anche dopo che il padre fu liberato. Il figlio di G., Astorgio III, ancora fanciullo, fu riconosciuto dal popolo di Faenza. Spodestato nel 1501 da Cesare Borgia e imprigionato, mori a Roma l'anno seguente.
Bibl.: A. Messeri, G. M. signore di Faenza, Faenza 1904: id. e A. Calzi, Faenza nella storia e nell'arte, ivi 1909, p. 160 sgg.; P. Zama, Romagna romantica, Milano 1929, pp. 173-215.
Roberto Palmarocchi
MANFREDI, re di Sicilia. - N. ca. il 1232, m. il 26 febbr. 1266. Figlio naturale di Federico II e di una marchesa Lancia di Lombardia. Studiò a Parigi e a Bologna. Sposò in prime nozze Beatrice di Sa-
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voia e in seconde Elena, figlia di Commeno, despota di Epiro. Morto il padre divenne principe di Taranto e reggente del Regno di Sicilia fino alla discesa di Corrado IV. Costui invano cercò di allontanarlo, ché alla sua morte (1254) la nobiltà si strinse ancor più a M. Scomunicato da Innocenzo IV il quale, prima di riconoscere i diritti di successione di Corradino, esigeva aperta sottomissione alla Chiesa e riconoscimento dei suoi diritti, tentò la lotta, poi scese a patti finché fu assolto e reintegrato nei suoi feudi ( 27 sett. 1254), accettando la condizione di vicario della Chiesa. Però, gravando su di lui gravi sospetti, egli cercò di scolparsi con il Papa, ma poi fuggì presso i Saraceni di Lucera che lo proclamarono loro signore (2 nov. 1254). Riuscito a comporre un forte esercito sconfiggeva i pontifici. Governò due anni in nome di Corradino, suo nipote; ma, diffusa poi ad arte

MANFREDONIA, diOCESI di - S. Maria di Siponto (sec. xit).
la notizia della morte di quest'ultimo, assunse il titolo di re e venne incoronato a Palermo l'ri ag. 1258, promettendo poi di conservare il potere per Corradino e successori.
Fondò la città di Manfredonia nella Puglia. Approfittò abilmente della nuova vita politica italiana stringendo alleanze dentro e fuori d'Italia. Combatté contro Tommaso di Savoia e il marchese Guglielmo di Monferrato; partecipò alla crociata bandita contro Ezzelino da Romano e diede in moglie la figlia Costanza al primogenito del re Pietro di Aragona. Mirando ad allargare il suo dominio profittando delle discordie italiane seppe intervenire nelle lotte tra Guelfi e Ghibellini in Toscana e la vittoria di Montaperti (4 nov. 1260) segnò l'apogeo della sua potenza. Ma ravvivate le forze guelfe in Italia, Urbano IV offrì a Carlo d'Angiò la corona di Sicilia. Sceso questo (1265) in Italia, M. riparò a Benevento, e cadde in battaglia ( 26 febbr. 1266). Sepolto ai piedi del ponte di Benevento, fu tolto di là perché morto scomunicato, e gettato oltre i confini del Regno lungo il Garigliano. Dante, pur riconoscendo i «gravissimi peccati» suoi, mostrò grande pietà per la sua vita cosi crudelmente stroncata (Purg., III, 103 sgg.). M. amò le lettere, la musica e la poesia al modo dei trovatori. Restano di lui alcune lettere, due delle quali inserite nella Miscellanea di E. Baluze (ed. Mansi, Lucca 1761), e una continuazione del trattato sulla caccia di Federico II.
Bibl.: G. Del Giudice, La famiglia di re M., Napoli 1886; C. Hampe, Urban IV. und Manfred, Heidelberg 1905; H. Jordan, Les origines de la domination angevine en Italie, Parigi 1909, pp. 94-270; A. Bergmann, König Manfred von Sizilien, Heidelberg 1909; H. Arndt, Studien zur inneren Regierungsgeschichte Manfredi, ivi 1911; W. Cohn, Das Zeitalter der Ilobnostaufen in Sizilien, Breslavia 1925 (trad. it. Catania 1932, pp. 256-24); L. Zampetti, Federico II, M. e Parricalle Doria nella Marca d'Ancona, in Atti R. dep. st. p. per la Marche, 4² serie, 7 (1930), pp. 131-73; E. Stehmer - R. Lefèvre, Italia e Albania nei secoli. Da M. a Carlo I d'Angiò re di Sicilia e di Albania, in Rass. Ital. pol. lett. art., 3² serie, 23 (1940), pp. 491-97; D. Marino, Il canto di M. nella Divina Commedia, Teano 1940; R. Mor-
chen, L'unità monarchica nell'Italia meridionale, in Quest. di storia med., a cura di E. Rotv, Como-Milano 1948, p. 292. Innocenzo Giuliani
MANFREDINI, Francesco. - Musicista, n. a Pistoia intorno al 1688, m. ivi nel 1748.
Esperto suonatore di violino prima all'Accademia dello Spirito Santo a Ferrara, poi a S. Petronio di Bologna, nel 1718 passò al servizio del Duca di Ba-
vicra a Monaco, e nel 1734 divenne maestro di cappella al duomo di Pistoia.
Ha scritto gli oratori: S. Filippo Neri, L'assedio di Samaria, Il doppio sacrificio del Calvario, Il discacciamento dal Paradiso terrestre, Il sacrificio di Jefte, tutti rappresentati con successo a Pistoia. A Bologna dette il Tommaso Moro che confermò il buon nome del M. Compose anche Sinfonie da chiesa a 2 violini e basso per organo et una viola con una Pastorale per il S. Natale (Bologna 1709); Concerti(iv) a 2 violini e b. c. obbligato... con una Pastorale per il S. Natale (ivi 1718).
Bibl.: L. Fisti, Per la storia della musica a Bologna uel sec. XVII, in Rivista music. ital., 32 (1926), p. 4 sgg.
Silverio Mattei
MANFREDONIA, diOCESI di. - Città e arcidiocesi nella provincia di Foggia (Italia).
Ha una popolazione di 112.040 ab. dei quali 111.903 cattolici, conta 16 parrocchie, 76 sacerdoti diocesani e 17 regolari, un seminario, 4 comunità religiose maschili, 14 femminili (Annuario Pont., 1951, p. 282 ).
1. Storia. - M. sorse ad opera di Manfredi nel 1256, dopo che l'antica Siponto giacque in rovina, distrutta dall'assalto saraceno e dal terremoto. Trasferita la diocesi, essa ne ereditò, insieme ai fasti, anche tutti i privilegi. L'origine della sede sipontina si perde nella leggenda. Il primo presule, storicamente accertato, è un Felice, presente al Concilio romano del 465 . Il secondo, Lorenzo, ricorre in due Vite posteriori, una delle quali, scritta da un anonimo, contiene dati non sempre accettabili; e l'altra, molto manipolata nel sec. xi, confonde fatti ed episodi ingiustificati prima della dominazione bizantina. L'episcopato di Lorenzo è da porsi tra il v e il vi sec.; egli è in rapporto alla consacrazione del celebre santuario garganico dell'arcangelo a. Michele, che tanta fama raggiunse nel medioevo. Terzo vescovo è un Felice (uno e non due come vuole l'Ughelli), accertato tra il 591 e il 593 (JafféWattenbach, n. 1121, 1245, 1246, 1247, 1288). Seguono Vitaliano (597-99; ibid., 1495, 1496, 1638 e 1791) e Ruffino che intervenne al Concilio Lateranense di Martino I (649). In questo tempo si apre per Siponto una parentesi tragica di devastazioni ad opera di Slavi, Saraceni e Longobardi, per cui la popolazione è dispersa e la sede vescovile affidata a Benevento. Solo nei prima anni dopo il 1000 Siponto riottenne l'indipendenza da papa Benedetto VIII, che elevò la sede a metropolitani con varie diocesi suffraganee. Il primo arcivescovo titolare, Leone (1054), stabilì la sua sede a Monte Gargano, ma fu anche l'unico. Divergenze di privilegi religiosi,
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sorte tra Siponto e Monte Gargano, e quindi la soggezione ancora della sede sipontina a quella beneventana, voluta da Leone IX, provocarono uno stato di incertezza fino al 1066, quando Alessandro II dispiunse definitivamente le chiese, nominando arcivescovo di Siponto Gerardo I, dottissima monaca tedesco dell'Ordine benedettino. In seguite Siponto acquisto nuovi privilegi. Pasquale II assoggettò Viesti alla chiesa sipontina, Eugenio III quella di Monte Gargano e nel tzoo Innocenzo III confermó l'uno e l'altro privilegio.
Fu l'arcivescovo Ruggero che vide il tramonto di Siponto e la nascita di M.: entrando solennemente con il suo clero il 1258, egli confermava la continuità della chiesa sipontina ed apriva nello stesso tempo la serie dei presuli di M. La chiesa di questa città, agitata per lungo tempo dalle antiche controversie e turbata ripetutamente dal vento dello scisma, ha lasciato episodi dolorosi nella storia dell'episcopato. Eppure M. ha più volte legato il suo nome a nobilissime figure di principi della Chiesa.
II. Monumenti. - Siponto fu la città madre di M.; tra le sue vestigia si conservano ancora i monumenti più importanti. In una landa deserta sorge ancora la celebre chiesa di S. Maria Maggiore, in forme romanico-bizantine, a pianta quadrata, con cupola bassa ed absidi laterali. E composta di due chiese sovrapposte, che sarebbero due costruzioni distinte, perché la superiore, consacrata da Pasquale II nel 1117, fu compiuta quando l'altra era ormai interrata e rovinata dai guasti del tempo e dai movimenti tellurici. Comunque, il pregio maggiore è, oltre che nelle forme, nella ricca decorazione che attinge ai tipi bizantini, riplasmati da quel senso di classico equilibrio, che informa quasi dovunque i capolavori dell'arte medievale pugliese. A un miglio circa dalle rovine di Siponto s'erge tuttora la chiesa di S. Leonardo, che da vicino richiama le cattedrali pugliesi a più cupole. Quadrata, con forti archi ad ogiva spioventi su robusti polistili, serba ancora molto della sua struttura, nonostante l'abbandono e le amputazioni subite dagli edifici addossati. Di M. poco di notevole da segnalare, ad eccezione del Duomo del sec. xili, che peraltro ha quasi tutto perduto nella ricostruzione in forme moderne.
Bib.: Ughelli, VII, p. 814; G. Moroni, Dixion. erud. storicaecche., XLI, Venezia 1846, p. 104 sgg.; S. T. D'Aloe, Storia sacra e profana dell'antica citta di Siponto. Napoli 1877, passim; V. Paladino, Siponto e M., Foggia 1900, passim; A. Avena, Monumenti dell'Italia meridionale. Roma 1902, pp. 200-14; E. Bertaux, L'art dans l'Italie méridionale. V. Parigi 1904, p. 637 sgg.; A. Beltramelli, Il Gargano, Bergamo 1907, pp. 38-30; M. Vocino, La Capitanata (Italia monumentale, 42), Firenze 1925, pp. 9 e 10; P. Toesca, Storia dell'arte italiana, II, Torino 1927, p. 607 sgg., 644 sgg.; Lanzoni, I, pp. 277-84, 288, 291-94, 300-303; C. Bertacchi, Puglia, 2² ed., Torino 1931, pp. 142-44; M. L. Flores, L'architettura pisana e i monumenti della Capitanata, Napoli 1933, pp. 14-22 e passim; Cottinesu, II, col. 1724; S. Mastribuoni, La chiesa sipontina e i suoi rapporti con altre chiese della regione spulo-sansita, Benevento 1943; id., Cronotassi e blastenario dei vescovi ed arcivescovi sipontini, ivi 1943. Pasquale Testini
MANGALORE, diOcesi di. - Nell'India sudoccidentale; comprende il distretto civile del SudCanara (provincia di Madras). Confina con il Mare Arabico, con l'arcidiocesi di Goa, con le diocesi di Calicut e Mysore.
Misura kmq. 6032 di superficie e conta oltre 2 milioni di ab.: 169.371 cattolici, 13.500 protestanti, 245.787 musulmani, 1.600 .000 indù. Ha 82 quasi parrocchie ed è servita da 175 sacerdoti diocesani e 34 religiosi, coadiuvati da 7 comunità religiose maschili e 45 femminili; 165 scuole (tra cui 19 scuole superiori e 3 collegi universitari), 47 istituzioni di carità e beneficenza (tra cui ospedali e lebbrosari). Numerose e ben organizzate le confraternite, le associazioni pie e di Azione Cattolica.
L'evangelizzazione del territorio s'iniziò nel sec. XVI dai missionari francescani; più tardi vi lavorarono missionari di altre famiglie religiose, residenti a Goa. Non sembrò che s. Francesco Saverio abbia visitato la parte sud del Canara. A M. vige però tuttora la tradizione che molti cristiani ghanesi, discendenti da quelli convertiti dal Saverio, si siano rifugiati a Bednore per sfuggire le incursioni di Shivayhi e del figlio Sambaghi, della regia stirpe dei
Maratta. Famosa la persecuzione scatenata dal sultano di Mysore, Tipu Sahib, che nel 1784 fece deportare in massa i cattolici a Seringapatam, donde rimpatriarono in numero di 20.000 nel 1800.
La missione fece parte da principio dell'arcidiocesi di Goa, poi del vicariato apostolico di Sierra del Malabar e venne quindi eretta in vicariato apostolico canarese o di M. (1845), affidato prima alla Compagnia di Gesù. In occasione dell'erezione della gerarchia indiana (r sett. 1886), esso fu elevato a diocesi, costituita, l'anno appresso, suffraganea di Pondichéry, per poi divenire nel 1893 suffraganea di Bombay. Ne fu distaccata, in parte, la diocesi di Calicut nel 1923. Con la nomina d'un vescovo indiano del clero secolare, avvenuta nel 1931, la diocesi passò di fatto a detto clero.
Bibl.: Arch. di Prop. Fide, Prospectus status missionis. pos. prot. n. 3716/30; MC, 1920, pp. 236-37. Pompeo Borena
MANGANO, Vincenzo. - Giornalista e uomo politico, membro autorevole delle organizzazioni regionali e nazionali di Azione Cattolica. N. a Palermo il 5 ott. 1866, m. a Roma il 16 giugno 1940. Da giovane collaborò in vari giornali locali e prese parte, accanto al Toniolo, ai convegni cattolici di studi sociali. Fu a fianco di d. Luigi Sturzo nella fondazione del Partito popolare, redattore de Il popolo dalla sua fondazione. Durante il fascismo visse isolato, dedito ai suoi studi. Fu autore di numerosi scritti, alcuni dei quali sono tuttora inediti.
La bibliografia completa si può vedere nella biografia scritta da G. Intersimone ( V. M., L'uomo e il pensatore, Roma 1945, pp. 91-100). Qui si segnalano i lavori di etica sociale: Criminaloidi (ivi 1900), Matrimonio e divorzio (Siena 1901); di filosofia: Scato Eriugena e Giordano Bruno (Palermo 1907); di politica interna ed estera e di sociologia: Questioni politiche del giorno... (Roma 1918); La legge sul latifondo (ivi 1922); La crisi della pace da Genova all'Aia (ivi 1922); Il pensiero sociale e politico di Leone XIII (Isola del Liri 1931); L'opera scientifica di G. Toniolo (Roma 1939); Nicola Spedalieri e i diritti dell'uomo (Amarice 1940). Tra gli inediti sono giudicati particolarmente interessanti: La grande crisi italiana. Analisi documentata del movimento fascista (scritto nel 1923); e un commento al De regimine principum di s. Tommaso, composto tra il 1928-29, giudicato il suo capolavoro.
Bibl.: Atti e documenti del secondo Congresso di studi sociali, Padova 1801, passim. Guido Anictoni
MANGENOT, Joseph-Eugène. - Esegeta, n. a Gémonville (Meurthe-et-Moselle, Francia) il 28 ag. 1856, m. a Moutrot il 19 marzo 1922. Compiuti gli studi nei Seminari diocesani, ordinato sacerdote il 17 luglio 1881, fu dal 1883 professore di S. Scrittura e filosofia nel Seminario di Nancy. Dal 1901 alla morte fu direttore del DThC fondato da A. Vacant (v.); scrisse ivi molti articoli. Nel 1903 successe a F. Vigouroux (v.) nella cattedra di Vecchio T