volume-07

Back to Volumes
 1856, m. a Moutrot il 19 marzo 1922. Compiuti gli studi nei Seminari diocesani, ordinato sacerdote il 17 luglio 1881, fu dal 1883 professore di S. Scrittura e filosofia nel Seminario di Nancy. Dal 1901 alla morte fu direttore del DThC fondato da A. Vacant (v.); scrisse ivi molti articoli. Nel 1903 successe a F. Vigouroux (v.) nella cattedra di Vecchio Testamento all'Institut catholique di Parigi; dal 1905 fino alla morte vi tenne la cattedra di Nuovo Testamento, succedendo a L. Cl. Fillion (v.).

Dal 1885 fu canonico della cattedrale di Nancy; dal 1903 consultore della Pontificia commissione biblica. Si lodano il suo giudizio equilibrato, il suo attaccamento alla Chiesa, la sua vasta cultura, la sua diligenza nell'indagine delle fonti e dei particolari.

Tra le sue opere sono da ricordare (oltre ad alcuni scritti di storia locale): L'authenticité mosaïque du Pentateuque (Parigi 1907); La Résurrection de Jésus (ivi 1910, contro Laïcy); Les Evangiles synoptiques (ivi 1911, conferenze apologetiche); Sion, son sanctuaire, son pèlerinage (Nancy 1919). Collaborò pure a Revue des sciences ecclésiastiques, Questions ecclésiastiques, DB, Le prêtre, Rev. prat. d'apol., Rev. du clergé français.

Bibl.: E. Amann, s. v. in DThC, IX, coll. 1830-41 (con elenco delle opere). Pietro De Andanagi

MANGÚ KHAN. - Imperatore dei Tartari dal 1251 al 1256. Morto Güyük nel 1248, i principi

## Page 1160

tartari elessero nel 1521 a gran khan (hän) M., il quale continuò le tradizioni dell'avo Genghiz Khan.

Aiutato dai fratelli Qubilaj e Hūlāgū, estese con sanguinose guerre l'Impero tartaro nell'interno della Cina e in Persia. Verso le varie religioni nel suo Impero fu tollerante. Il 27 dic. 1253 ricevette in udienza il francescano Guglielmo di Rubruk, permettendogli di rimanere per qualche tempo alla corte. Nel luglio 1254 Rubruk riprese la via del ritorno. M. morì nel 1256, avendo designato come successore suo fratello minore Arik Buga. Insorre contro questo il fratello maggiore Qubilaj, facendosi sleg. were nel 1260 a gran khan dei Tartari.

Boll.: A. Van den Wyngaert, Sinica Francizana, I, Qua. racchi 1920, pp. s27111-si2c; G. de Rubruk, Itinerarium, ibid., pp. 244-312; G. Soranzo, Il Papato, l'Europa cristiana e i Tartari, Milano 1930, pp. 135-72.

Giovanni Rommerskirchen
MANI, IMPOSIZIONE delle : v. IMPOSIZIONE DELLE MANI.

MANI e MANICHEISMO. - I. Vita. - Mani, n. a Mardinu o Afrunya in Babilonia il 14 apr. 216. Il suo nome è di origine aramaica; la forma Manichaeus deriva dal siriaco: Mănī hajā = "Mani il vivente" (terminologia gnostica; v. le autodenominazioni vigenti presso i Naasseni in Ippolito, Ref., V, 8, 31 sg.). Suo padre Patek (Patig, Patehios) proveniva da Hamadan (Ecbatanu) nella Media ed apparteneva alla famiglia regnante degli Arsacidi. La madre Marjam discendeva anche da stirpe reale.

Mani dunque, benché nato in Babilonia, era di origine persiana e di famiglia nobile. Il padre in Babilonia era divenuto aderente di una setta battista, di carattere encratita (mugtasilah), i cui adepti si chiamavano *i puri e a portavono delle vesti bianche. Il loro encratismo corrisponde all'encratismo cristiano. Erano probabilmente dei cristiani, ma non identici con i mandei (cf. E. Peterson, in Vigiliae christianae, Amsterdam 1949; interpretazione differente in H.-Cr. Puech, Le manicheisme, ecc. Parigi 1949, p. 41 sg.). Mani elevato in questo ambiente si distaccò più tardi dai battisti. Da Kephalaia, VI, ed. cit. sotto, p. 33, 31 sg .) risulta che il dissidio riguardava la materia del Battesimo : l'acqua, che per Mani apparteneva al mondo cattivo (forse in base ad una tradizione dei marcioniti?). Difatti il manicheismo ha rifiutato il Battesimo nell'acqua (Puech, op. cit., pp. 87, 180 sg., nn. 363, 364). Ma la rottura con i battisti sta probabilmente anche in rapporto con una rivelazione che egli aveva avuto a dodici anni, età della discrezione, in cui cominciavano forse i doveri religiosi dei battisti. Apparve a lui lo Spirito-gemello (Paracleto) e rivelò a lui la Verità intera (v. Puech, op. cit., p. 42 sg. Preferibile la descrizione che è stata data nei Kephalain, I, pp. 14, 30 sg. a quella del Fihrist che parla di due rivelazioni). La figura dello Spirito-gemello è conosciuta dagli Atti apocrifi degli Apostoli (v. E. Peterson, op. cit., pp. 156-60). Si può forse dire che il distacco dai battisti portò Mani al gruppo degli encratiti radicali che sostituivano il Battesimo dell'acqua con l'esperienza dello Spirito pentecostale e che non erano estranei ad accettare rivelazioni private. Verso gli anni 240-42 Mani si trovava in India (Kephalaia, I, pp. 15, 24 sg.), più precisamente in Turan e Makran (l'odierno Belucistan), dove il Re, vedendo in Mani il vero Buddha, si convertì al manicheismo (H.-Cr. Puech, op. cit., p. 45). Dall'India fece ritorno (per via di mare) in Persia, chiamato dal re Sapore I e raccomandato dal fratello del Re, Pērōz, che era diventato aderente di Mani. L'incontro, che ebbe luogo probabilmente il 9 apr. 243 (Puech, op. cit., p. 46), fu favorevole per Mani. Fu accordata a lui la libertà di predicare in tutto il territorio persiano. Al seguito (comitatus) del Re, Mani partecipò anche alla guerra contro i Romani (probabilmente contro Valeriano, 256-60). La libertà di culto sotto Sapore I dava a Mani la possibilità di grandi viaggi per pagandistici nel territorio persiano. Dopo la morte di Sapore I e con l'arrivo al potese del suo secondo successore Bahrién I (274-77) la situazione cambiò. Il Re stava sotto l'influenza dei Magi, che guidati dal mōbēd (sacerdote) Kartir accusavano Mani di distruzione della religione mazdea. L'eresiarca fu imprigionato e morì dopo

26 giorni di sofferenze, probabilmente di lunedi, il 26 febbr. 277 (ibid., p. 53) in carcere. Il suo martirio nella tradizione manichea è chiamato crocifissione, benché Mani non abbia subito il supplizio della croce. Per i suoi aderenti l'« apostolo » soffre la morte di Gesù, idea anche non sconosciuta agli Atti apocrifi degli Apostoli (v.).

II. Gli scritti di Mani e dei manichei. - Il manicheismo ha avuto sette scritti canonici : 1) il Sāpurahān, libro scritto da Mani in lingua persiana (pehlevä) e dedicato a Sapore; 2) Il Vangelo vivente; 3) Il Tesoro della vita; 4) La Prognosizia (Trattato); 5) Il Libro dei misteri; 6) Il Libro dei giganti; 7) Le Lettere. Questi sei scritti furono redatti in lingua siriaca (aramaica orientale; Puech, op. cit., pp. 67 e 149, n. 262). Un carattere per così dire mezzo canonico si deve attribuire ai Kephalaia e all'Epistola fuudamenti (di quest'ultima, conosciuta presso i manichei in Africa settentrionale, pare che porti un trattato cinese, ancora inedito; Puech, op. cit., p. 149, n. 262). I frammenti del Libro dei giganti sono stati pubblicati da W. B. Henning, in Bull. of the School of Oriental and African Studies (11 [1945], pp. 52-74), i Kephalaia da Polotsky e Böhlig (Stoccarda 1936-39). La nostra conoscenza del manicheismo è sensibilmente aumentata in seguito alla scoperta di testi manichei in lingua copta (v. C. Schmidt e D. J. Polotsky, Ein Mani Fund in Aegypten [Sitzungsber. Berlin. Ahad. 1933, 1]) di testi manichei in diverse lingue trovati nel Turkestan (v., p. es., F. W. Müller, Handschriftseureste in Estrangehe-Schrift aus Turfan, in Abhand., Berlin. Ahad. 1904; F. C. Andreas-W. Henning, Mitteliranische Manichäica aus Chinesisch-Turkestan, I, II, III, Sitzungsber. Berlin. Ahad. 1932, 1933, 1934; W. Henning, Ein manichäisches Bet-und Beichtbuch, in Abhandl., Berlin. Ahad. 1936, n. 10; E. WaldschmidtW. Lentz, Die Stellung Jesu im Manichäismus, ibid., 1926 [inni manichei in lingua cinese] ; id., Manichäische Dogmatik aus chinesischen und iranischen Texten. Sitzungsber. Berlin Ahad. 1933, 13, per altre pubblicazioni di Henning v. Puech, op. cit., p. 150, n. 263; ibid. anche su un nuovo testo di inni in lingua cinese). Di scritti manichei in lingua copta sono stati pubblicati : II. J. Polotsky, Manichäische Homilieu (Stoccarda 1934); C. R. C. Allberry, A Manichaean Psalmbook, II (ivi 1938); v. 'T. Säve-Söderbergh, Studies in the Coptic Manichaean Psalm-Book (Uppsala 1949). Alla luce di questi nuovi materiali si possono ora studiare gli estratti manichei presso Teodoro bar König (viit sec.), v. H. Pognon, Inscriptions mondaines (Parigi 1898-99) nel Fihrist (= catalogo) di Muhammad b. an-Nadīm (m. nel 995) v. G. Flügel, Mani (Lipsia 1862); gli Acta Archeloi ed. Beeson (ivi 1906) e le notizie presso Sahrastānī, Alessandro di Licopoli, Tito di Bosira, Simplicio e specialmente s. Agostino (gli scritti anti-manichei in CSEL, 25, Vienna 1891-92, contiene anche: Evodio, De fide).
III. L'espansione. - Sulla espansione della religione manichee non esiste uno studio aggiornato. Per la propaganda nell'Occidente v. Em. de Stoop, Essai sur la diffusion du manichéisme dans l'Empire Romain (Gand 1909). Sul manicheismo nei paesi musulmani v. H. H. Schaeder, Manichäer und Muslim, in Zeitschrift der deutschen morgenländ. Gesellsch., 82 (1928), p. 76 sg.; G. Vajda, in Riv. degli studi orientali, 17 (1937), p. 173 sg.; U. Perstalozza, Il manicheismo presso i Turehi occidentali ed orientali, in Rend. R. Istit. lombardo di scien. e lettere, 67 (1934), pp. 417-97. Sulla diffusione in Asia centrale e nell'Estremo Oriente v. P. Pelliot, in Rev. d'hist. et de littérat. relig., nuova serie, 3 (1912), pp. 97-119 e: Les traditions manichéennes au Fou-hien, in Tzoung Pao, XXII, Parigi 1923, p. 193 sg.; W. Henning, Neue Materialien zur Geschichte des M., in Zeitschr. d. deutsch. morgend. Gesellsch., 90 (1936), p. I sg. Specialmente notevole è che il popolo turco degli Uiguri nel territorio del Turfan abbracciò fin al sec. xir la religione di Mani.

IV. La dottrina. - L'insegnamento di Mani è basato sul concetto di un profetismo continuato, che però sotto l'influenza della religione cristiana ha fissato un termine all'arrivo di nuovi messaggeri del mondo celeste. La venuta del Paracleto, con il quale

## Page 1161

Mani s'identifica, significa la fine del mondo e la fine della missione di questi messaggeri. Sotto questo punto di vista Mani rimane legato alla tradizione cristiana. La dottrina del profetismo continuato è conosciuta dalle idee dei giudeocristiani (v. in ultimo: H. I. Scheeps, Theologie und Geschichte des Judenchristentums, Tubinga 1949, pp. 87-116, 335340). Essa si trova anche nella gnosi dei Sethiani (v. il Libro [siriaco] delle Caverne ed il libro-copto gnostico Rivelazione di Adamo al suo figlio Seth, v. H.-Ch. Puech, in Coptic studies in honor of W. E. Crum, Boston 1950, p. 137).

Deve trattarsi di una speculazione o giudaica o giudeocristiana che Mani avrà conosciuta in Mesopotamia. I nomi dei messaggeri nell'elenco variano secondo le circostanze. Qualche volta contengono i nomi dei patriarchi del Vecchio Testamento, qualche volta anche i nomi di Zoroastro, Buddha, Lao-tseu, Gesù, ecc. (v. Ch. Puech, Manichöisme cit., p. 144 sg.). Mani si distingue dai suoi predecessori nella sua qualità di Paracleto «suggello dei profeti e e l'« apostolo» della «ultima generazione». Mani ha preso il termine "apostolo" dalla tradizione cristiana, allargando però il concetto di apostolo forse sotto l'influsso degli Atti apocrifi degli Apostoli. Dalla medesima fonte viene anche la sua convinzione della ecumenicità della sua missione. L'autodenominazione di Mani come "apostolo di Gesù Cristo" nell'inizio delle sue epistole è la prova evidente che Mani non aveva l'intenzione, spesso attribuita a lui, di fondare una nuova religione, ma che voleva solo portare al suo ultimo fine la Rivelazione cristiana stessa. Si può fino a un certo punto interpretare l'illuminazione mistica di Mani inquadrandola nella cornice delle idee degli encratiti in Mesopotamia. Mani che non accetta la vita coniugale diventa "apostolo» e come tale riceve il Paracleto, lo spirito "gemello». Il Paracleto fa sentire a lui la voce di Dio ed insegna la verità intera (v. Jo. 15, 26, 16, 12). L'unione mistica con il Paracleto, che secondo Kephalaia (p. 16, 23 sg.) lo fece diventare: "un corpo e uno spirito" con lui, si basa su s. Paolo, I Cor. 6, 17. Il carattere intellettuale della illuminazione da parte del Paracleto lo porta verso una conoscenza gnostica (v. Kephalaia, p. 15). La base encratita della gnosi di Mani è evidente dalla sua identificazione della materia con la concupiscenza. Senza la concupiscenza non esisterebbe un mondo materiale. La materia è tenebrosa perché alla concupiscenza manca la luce della intelligenza. Il dualismo di Dio e Hyle, di Luce e Tenebre presso Mani è in fondo dunque un dualismo antropologico, ma l'estensione del dualismo antropologico sul mondo intero è giustificata dalla analogia che esiste fra microcosmo e macrocosmo. Come l'escatologia giudeo-cristiana non è soltanto una dottrina della salvezza dell'uomo ma riguarda anche il mondo intero, cosil la dottrina di Mani è una dottrina che s'interessa anche dell'universo. La situazione dell'uomo caduto si rispecchia, per così dire, nella situazione di un universo caduto. Se nell'uomo sono mischiati Dio, cioè l'anima dell'uomo consustanziale con Dio, e Materia, cioè il corpo, visto sotto l'aspetto della sua concupiscenza, Luce e Tenebre, si deve supporre che anche l'universo sia nello stesso stato di mescolanza. La luce e le tenebre nel mondo che nell'inizio erano separate in due regni, chiaramente distinti, si sono mescolate, come si è mescolata l'anima con il corpo. Un giorno la Hyle vede il regno della Luce ed è presa dal desiderio di invadere questo territorio straniero. L'idea di un attacco delle tenebre iniziali era suggerita forse a Mani da una tradizione giudaica o cristiana che attribuiva al Pneuma di Gen. 1, 2 la funzione di separare la regione della luce da quella delle tenebre (Gen. 1, 4; cf. Teofilo Antioc., Ad Autolyc., II, 13; PG 6, 1072-73). Il Padre della « grandezza" (maestà) affrontò l'attacco mandando incontro al'uomo ini-
![img-3.jpeg](img-3.jpeg)
(da M. Uwea-H. Mortier, Histoire générale des religions, 111, Paris: Seix, p. 27) Mani e manicheismo - Affresco di Turfan rappresentante probabilmente Mani tre i suoi Eletti.
ziale» (da non confondere con l'« Adamo terreno») con la sua anima ed i suoi 5 elementi (aria, vento, luce, acqua, fuoco), in questo combattimento "l'uomo primitivo" subisce una sconfitta, le tenebre divorano gli elementi luminosi dell'«uomo primitivo». Così avvenne la mescolanza della luce e delle tenebre in questo mondo. Il racconto è basato sul presupposto dell'idea di un uomo iniziale, di un Adamo cosmico, essenzialmente "luce" che è Dio, più precisamente : essenza in Dio. In questo punto Mani continua una speculazione gnostica antecedente. L'idea di un Adamo cosmico e della sua caduta era conosciuta anche presso gli encratiti; caratteristica per Mani è la sostituzione della caduta con l'idea di una sconfitta in combattimento. Come l'uomo primitivo, benché Dio, non è identico con Dio, cosi «l'uomo iniziale non si identifica con i suoi cinque elementi luminosi». Nella sconfitta l'«uomo primitivo" perde solo per un momento la sua coscienza, poi si riprende e chiede al "Padre della grandezza» la sua liberazione. Anche per questa preghiera dell'«uomo primitivo" si ha una analogia in una tradizione indipendente da Mani (v. E. Peterson, La libération d'Adame de l'Ananhe, in Revue biblique, 35 [1948], p. 199 sg.). Il Padre manda in aiuto all'uomo primordiale lo «Spirito vivente» che tende la sua destra all'uomo iniziale, che la prende e che viene riportato al paradiso della luce. La descrizione della liberazione dell'uomo primitivo è stata elaborata forse in base alla descrizione del processus di Cristo ad inferos. La mano stesa di Cristo nel descenus (v., p. es., Epistola apostolorum, 27, ed. Duensing, p. 23) ha servito come modello, ma la stretta di mano ha preso presso Mani una importanza speciale dovuta a una tradizione iranica dove questo gesto era un rito di carattere religioso e morale. L'uomo primitivo dunque fu salvato, ma non così la sua «anima», la sua «armatura», i cinque «elementi» luminosi, che si erano perduti nella incoscienza. Per salvare questi il demiurgo crea il mondo. Con la pelle degli arconti demoniaci vengono creati dieci cieli, dalla loro carne otto terre, dalla luce non contaminata vengono creati sole e luna, dalla luce in parte contaminata le stelle. Il resto della luce mescolata con le tenebre viene estratta e raffinata in seguito all'attività del «terzo messaggero». Questa attività ha in parte un carattere meccanico, in parte un carattere meccanico libidinoso, perché facendo appello al meccanismo della vita sessuale vengono estratti con il seme anche le particelle della luce che i demoni avevano divorato. Le immagini ripugnanti usate da Mani nel racconto della seduzione degli arconti, anche l'immagine dell'aborto, non sono creazioni di Mani ma vengono da una tradizione gnostica antecedente. L'ultimo tentativo della Hyle di conservare il suo dominio consiste nella creazione di Adamo ed Eva, che nei loro corpi conservano la forma animalesca degli arconti, mentre la loro libidine corrisponde al desiderio della Materia di

## Page 1162

mantenere all'infinito in carcere l'anima luminosa, trasmessa nella generazione. L'attività salvatrice che si concentra ora sull'uomo è affidata a Gesù, a questo Gesù luminoso (ziad) che conoscono anche gli Atti apocrifi degli Apostoli (v. E. Peterson, in Vigiliae christiame cit., p. 157 sg.). Questo Jesus-Noùs (intelligenza) sveglia Adamo, mostra a lui la sua anima che soffre ed il carattere animalesco del suo corpo, la sua origine celeste rivela a lui la "gnosi ", la conoscenza di quello che è stato, che è e che sarà. Allora Adamo accetta i comandamenti di Gesù e r'gettando il corpo della morte diventa libero per sempre. Il carattere cristiano della eresia di Mani è dimostrato dalla dottrina del Jesus patibilis che si presenta l'anima nel mondo «crociSasa», "omni suspensus ex ligno» (cf. s. Agostino, Contra Faustum, XX, 2, p. 536, 21 ed. I. Zycha, CSEL, 25). La salvezza del mondo è un progresso molto lento, essa è legato alla accettazione della dottrina encratita di Mani che porterà alla fine di questo mondo. Le linee generali della escatologia maniches sono quelle della Chiesa, e vi si può constatare anche un certo millenarismo. La meta è la separazione delle due sostanze. Il singolo deve creare in se stesso il dualismo per mezzo della gnosi. Né Battesimo né Eucaristic hanno qualche valore. Pregliare e canti costituiscono l'azione santificatrice. E difficile non commettere peccati. I libri manichei sulla confessione dei peccati lo dimostrano. Gli elementi piangono quando i manichei spezzano il pane o raccolgono i fichi. Si può attenuare il problema soltanto con la distinzione fra auditores (catecumeni) ed electi, ma non risolvcrio. Gli auditores sono obbligati di osservare una specie di decalogo, ma per il resto possono possedere, contrarre matrimonio ecc. Queste opere possono essere utili a loro se sono fatte a vantaggio degli eletti (elemosina) ma non liberano l'auditor dalla trasmigrazione delle anime. Al perfetto è proibita ogni forma di possesso e di lavoro profano. Solo un vestito all'anno può portare (tradizione encratita) e solo una volta al giorno (la sera) può prendere un pasto; frequenti e lunghi digiuni sono loro prescritti e debbono osservare strettamente i tre suggelli: della bocca (non mangiare carne, non bere vino ecc.), della mano (non commettere gesti che possono lesionare l'anima nel mondo) e del seno (astinenza carnale). Anche su questo punto Mani è il continuatore della tradizione encratita in Mesopotamia. Fra i cibi e legumi sono preferiti meloni e zucche, che contengono molto della sostanza luminosa. Il mangiare stesso non serve al sostentamento del corpo, ma alla estrazione della sostanza luminosa. In questo senso ogni colazione dell'eletto è una azione religiosa. La preparazione dei cibi, che non può essere fatta senza peccati, è affidata ai catecumeni. L'eletto maledice il portatore dei cibi, respingendo per la sua persona ogni responsabilità del peccato che ha commesso l'altro e tuttavia accetta i suoi doni. Le conseguenze della dottrina di Mani hanno portato a soluzioni che non sono soddisfacenti, s. Agostino convertito dal manicheismo alla dottrina della Chiesa ha messo il dito su questo fatto. Ma il fatto che s. Agostino è stato per nove anni auditor nella setta di Mani è la prova che questa eresia doveva contenere qualche cosa di molto attraente, che oggi per noi che conosciamo soltanto una parte delle tradizioni antecedenti, raccolte da Mani. è difficile valutare.

Bint.: Il libro migliore è oggi: H.-Ch. Puech, Le Manichéisme, son fondateur, sa doctrine, Parigi 1949. Accanto a Puech è importante l'articolo di H. I. Polotsky, in Pauly-Wissowa. VI, p. 241 sg. Della letteratura antecedente sono da menzionare: F. Chr. Baur, Das manich. Religionssystem, Tubinga 1837; F. Cumont, Recherches sur le M., 3 voll., Bruxelles 1908 sg.; P. Alfaric, Les Ecritures manichéennes, 2 voll., Parigi 1918; F. C. Burkitt, Religion of the Manichees, Cambridge 1925; H. H. Schaefer, Orform und Fortbildungen des manich. Systems, Lipsia 1927; A. V. W. Jackson, Researches in Manicheism, Nuova York 1931; H. Jonas, Gnosis und spätantiker Geist, I, Gottinga 1934, p. 284 sg.; G. Messina, Cristianesimo, Suddhimas, manicheismo nell'Asia antica, Roma 1947, pp. 219-49.

Erik Peterson
MANIA. - E una malattia mentale che appartiene alla «psicosi maniaco-depressiva».

Nella storia della psichiatria la denominazione ha avuto vari significati, di cui alcuni sono tutt'ora frequenti nel linguaggio comune.

Già negli scritti omerici si trova accennata la m. e più spesso essa ricorre in Ippocrate (460-335 a. C.) in cui coincide press'n poco con il moderno concetto delle sindromi paranoiche e paranoidi. Molto più tardi in. divenne sinonimo di idea ossessiva, altre volte addirittura di pazzia, quindi comprensiva di tutte o parte delle malattie mentali. E negli ultimi decenni del secolo scorso che si è andato affermando l'attuale significato e il suo inquadramento con la melanconia nelle psicosi maniaco-depressive.

Luisandro Canestrini
MANIACORIA, Nicola. - Diacono della chiesa di S. Lorenzo in Damaso a Roma al tempo di Lucio II (1144-45). Più tardi si fece monaco cistercense nel monastero di S. Anastasio alle Tre Fontane sotto l'abate Bernardo (poi Eugenio III).
M. compose un opuscolo eccellente dal titolo Suffraganeus bibliotheene, pubblicato da J. P. P. Martin (Introduction à la critique générale de l'Aucien Testament. De l'origine du Pentateugue, Parigi 1886-87, pp. cv-cviti) e da H. Deniffe nel 1888 (Archiv für Literatur und Kirchengeschichte, 4 [1888], pp. 270-79). In esso M., che conosceva l'ebraico, presenta ottimi consigli per la correzione dei manoscritti biblici e per la loro fedele trascrizione. Scrive anche una Fine di s. Girolamo (Beati Eteronymi vita: PL 22, 183-202), forse ca. il 1150 , utilizzando gli scritti genuini o spuri del Santo, di s. Agostino, di s. Damaso, di s. Gelasio e di s. Gregorio; rappresenta un progresso rispetto alle biografie del genere anteriori, anche se accoglie con semplicità molti dati leggendari ed anacronistici. M. rivide tutta la Bibbia, curandosi in modo speciale del Salterio, sul testo ebraico. Compose un Libellus de corruptione et corveplione Psalmorum et aliarum quarundam Scripturarum; quest'opera (ancora inedita), al pari del Suffraganeus, è espressione della spinta critica del M., che vigilò sempre attentamente per un'esatta trasmissione dei testi biblici o patristici da parte dei monaci trascrittori. Un'opera conosciuta e citata dal liturgista Odone, finora non rintracciata, era di carattere liturgico: De ecclesiasticis officiis secundum ordinem ecclesiae Romune.

Bint.: S. Berger, Ouam notitiam linguare Hebraicae habueriat christiani, Nancy 1893, pp. 12-13; G. Mercati, M. N. (Maniacoria, Manicoria, Manziacone, Maniecuitus, Magnacucina?). Milano 1898, riedito in Opere minori, II (Studi e testi, 77). Città del Vaticano 1937, pp. 48-51; J. Van den Gheyn, Nicolas M. corracteur de la Bible, in Revue biblique, 8 (1899), pp. 289-93; A. Vaccari, Le antiche Vite di s. Girolamo, in Miscellanea geroumiama, Roma 1920, pp. 14-18; A. Wilmart, Nicolas M., cistercien à Trois-Fontaines, in Revue béudictive, 33 (1921), pp. 136-42.

Angelo Penna
MANIERISMO. - Il valore del termine, molto discusso e variamente limitato dalla recente storiografia artistica, è collegato all'altro di «maniera».

Per il Vasari, che visse in pieno m. e che del m. fu uno dei protagonisti, la «maniera» è il modo tenuto dai pittori nell'idealizzare la natura, cioè nel fare dell'arte. Ma già nel Seicento «maniera» significa più che altro consuetudine o formula stilistica, e da tale significato implicitamente dipendono i giudizi che anche la critica moderna ha dato del m. Esso nel tempo viene limitato fra i due fatti nuovi di maggiore interesse, verificatisi durante il ' 500 , nell'ambito della concezione visiva, e che proponevano una nuova poetica figurativa - a parte quanto avvenne a Venezia - ai pittori italiani: la scoperta delle vòlta della Sistina (1512), la rivelazione cioè di uno stile pittorico di Michelangelo, e l'affermarsi della personalità del Caravaggio e dell'accademia dei Carracci.

Questa limitazione nel tempo - ma il m. si inoltra per molti suoi aspetti nei primi decenni del Seicento - è anche valida a caratterizzare il gusto manieristico inizialmente quale una "comune estrosa irrequietezza anticlassica", che, sul finire del xv sec., si risolve o s'adagia in una estesa convenzione espressiva, cui partecipano i pittori di tutta Europa, quasi una accademizzazione dei modi pittorici tenuti dai maggiori artisti che avevano operato nei primi anni del secolo. Su tali temi fondamentali si svolsero variazioni numerosissime, quante si può dire furono gli artisti vissuti in quell'epoca, tanto piena di fermenti e

## Page 1163

![img-4.jpeg](img-4.jpeg)
(fol. Andrron) Maniusseno - Strozc degli Innocenti. Dipinto di Daniele da Volterra (cx. 1545) - Firense, Galleria degli Uffizi.
spunti poctici di diversissima origine. Onde il m. iniziatosi con la elaborazione di forme o premesse classicheggianti, che erano quelle della cultura umanistica, fu destinato a riflettere le idee ed i sentimenti che, estraniandosi sempre più dagli ideali stessi dell'umanesimo, profondamente sconvolsero i campi dello spirito dalla prima metà del Cinquecento in poi. Caratteristici esponenti del gusto manierista furono: Daniele da Volterra, Fr. Salviati, G. Vasari, D. Beccafumi, Tadd. e Fed. Zuccari.

Il termine m., che in generale viene usato per indicare i molteplici aspetti del fenomeno sopra accennato nei campi della pittura, può essere agevolmente trasferito anche in quelli della plastica e dell'architettura ove esso assume aspetti analoghi. - Vedi tav. CXXVII.

BibL.: G. C. Argon, s. v. in Enc. Itol., XII, p. 126; G. Briganti, Il m. e Pellegrino Tibaldi, Roma 1945. Emilio Lavagnino MANILA, ARCIDIOCESI di. - Arcidiocesi e città capitale delle isole Filippine, sulla costa occidentale dell'isola Luzon, alla foce del fiume Pasig. Comprende le provincie di Bataan, Bulacan, Cavite, Nueva Ecija.

Ha una superficie di 2233 kmq . con una popolazione di 2.120 .590 mathrm{ab}. dei quali 1.749 .316 cattolici. Conta 117 parrocchie servite da 157 sacerdoti diocesani e 332 regolari, un seminario, 27 comunità religiose maschili e 76 femminili (Annuario Pont., 1951, p. 263).

Il fiume Pasig divide la città in due parti; quella a sud fu fondata nel 1575 dagli Spagnoli che l'occuparono dopo la scoperta fattane da Magellano e la fortificarono. Fu più volte attaccata dagli Olandesi che ne tentarono anche il blocco nel 1624. Più tardi fu molestata dagli Inglesi (1762). Alla fine del sec. xix, con a capo J. Rizal, gli indigeni si sollevarono; nel 1896, in seguito alla guerra ispano-americana, gli Spagnoli si arresero nell'ag. 1898 e fu proclamata l'indipendenza con M. capitale. In seguito alla guerriglia gli Stati Uniti l'occuparono; con la Costituzione del 1935, emendata nel 1940, le Filippine divennero indipendenti il 4 luglio 1946.

Il primo vescovo di M. fu il domenicano D. di Salazar (1579-94) a cui successe il francescano I. de Santisbanes (1595). La diocesi fu creata dal papa Gregorio XIII il 6 febbr. 1579 quale suffraganea dell'arcidiocesi del Messico, donde ne fu separata
dal papa Clemente VIII il 14 ag. 1595, elevando M. alla dignità di metropolitana. Il papa Pio XI con la cost. apost. A d Christi regnum del 15 luglio 1932, creò la nuova diocesi di Bacolod, quale suffraganea di M. (AAS, 25 [1933], pp. 337360); con la cost. apost. Ad mains religionis incrementum del 20 genn. 1933, fece pure suffraganea di M. la nuova diocesi di Cagayan, poi divenuta suffraganea del Nome di Gesù (ibid., p. 360); con la cost. apost. Romanorum Pontifixum del 28 apr. 1934 dismembrò la provincia ecclesiastica di M. creando la nuova provincia del Nome di Gesù (AAS, 27 [1935], pp. 263-64); il papa Pio XII con la cost. apost. Probe noscitur dell' 1 dic. 1948 separò dall'arcidiocesi di M. una parte del territorio per erigere la nuova diocesi di S. Ferdinando (AAS, 4 I [1949], pp. 400402). Attualmente sono suffraganee di M. le diocesi di Lingayen, Lipa, Lucena, Nuova Cáceres, Nuova Segovia, S. Fernando, Tuguegarao, e le prelature nullus di Batanes e Babuyan, Infanta. La Cattedrale, fin dal 1595, è dedicata alla Immacolata Concezione. Altre chiese notevoli sono: quella dei Domenicani del 1888; la chiesa degli Agostiniani (1599-1614); dei Gesuiti (1878-99); dei Cappuccini (1898); S. Sebastiano, S. Maria del Rosario, il convento di S. Chiara.

Brec., Eubel, III, p. 234; IV, p. 320; F. M. Finegan, s. v. in Cath. Enc., IX, pp. 597-601; anon., s. v. in Enc. Eur. Am., XXXII, pp. 876-92.

Enrico Josi
L'Università cattolica di M. - L'arcivescovo domenicano di M., Michele de Benavides, fondò nella città, nel 1611, il Collegio di Nostra Signora del Rosario (chiamato presto "Colegio de S. Tomás"), che nel 1619 ebbe da Urbano VIII la facoltà di dare i gradi accademici, riconosciuta poi da Filippo IV di Spagna con decreto 6 sett. 1624 ; e nel 1645 il breve di Innocenzo X In supereminerati, che la dichiarava università in perpetuum. Nel 1734 si ebbe la codificazione degli Statuti (Estatutos de la Pontificia y Real Universidad), rinnovati negli anni 1785, 1843, 1936, e l'istituzione delle Facoltà di diritto canonico e civile, approvate da Clemente XII. Posto, nel 1680 e 1785, sotto il protettorato della Spagna ed elevato da Leone XIII (1902) a università pontificia, l'Ateneo manilense ha, dal 1947, il titolo ufficiale di Universidad de S. Tomás, "The catholic University of the Philippines". L'antica Università, distrutta per gli eventi bellici del 1941 e 1945, venne riedificata e comprende ora 16 edifici. Le Facoltà ecclesiastiche sono 3 (teologia, 1611 ; diritto canonico, 1734; filosofia, 1896); le civili 5 (diritto, 1734; medicina e chirurgia, 1871; farmacia, 1871; ingegneria, 1907; filosofia e lettere, 1896); i collegi sono 4 (arti liberali, 1923; educazione, 1926; commercio e amministrazione, 1933; architettura e belle arti, 1930 e 1935). Inoltre : il conservatorio musicale, 1946; le scuole di maestre, 1941; di infermiere, 1946; le secondarie, 1923; la scuola dei graduandi.

Il corpo insegnante si compone di 556 professori, di cui 35 domenicani. Tra i più celebri si citano: i teologi
![img-5.jpeg](img-5.jpeg)
(per cortesia del p. 11'ale) Manila, arcidiocesi di - Università Cattolica.

## Page 1164

![img-6.jpeg](img-6.jpeg)
(per cortesia di mare, A. P. Prutas)
Manila, arcidocesi di - La città di M. dopo i bombardamenti nel febbr. 1945.
N. del Prado (m. nel 1918) e Fr. Marin Sola (m. nel 1928); i canonisti G. Noval (m. nel 1936) e A. Blat (m. nel 1942); il filosofo T. Gonzalez, poi cardinale (m. nel 1894); gli storici G. Ferrando, J. Fonseca, E. Bazaco; i bb. A. Gonzalez e G. Courtet, martiri del Giappone (1637), e M. Garcia Sampedro, martire del Tunchino (1858). Di tra le file degli studenti uscirono il primo presidente Oiessón, vari ministri e numerosi magistrati. Il numero degli studenti che nella rivoluzione del 1898-99 e sotto l'occupazione giapponese (1941-45) s'era ridotto assai, è salito nel 1949-50 a 14.193. Gli annunzi e le notizie accademiche annuali si trovano nella General Information, e negli Announcements delle Facoltà, scuole e collegi. Accanto alla Università fu creato il Seminario ecclesiastico centrale pontificio, approvato da Pio XI il 27 nov. 1928; il Museo, iniziato nel 1682, ha sezioni di storia naturale, etnologia, numismatica, archeologia e bibliografia; la Biblioteca con libri rari, dopo le gravi perdite dovute alla guerra (19411945), conta ora 60.000 voll.; la tipografia, che risale al 1593 ed è la più antica dell'Estremo Oriente e la prima delle Filippine, è benemerita per la stampa di testi dottrinali, missionari e pubblicisti in latino, spagnolo e inglese e in lingue e caratteri asiatici, e per il Boletin eclesiástico (dal 1872), l'Unitas (dal 1921) e altre 7 riviste; l'ospedale ha reparti di medicina e chirurgia con posti gratuiti e a pagamento; la vasta Cappella è centro delle funzioni religiose.

Per l'osservatorio dei Gesuiti a M. e le sue pubblicazioni, v. osservatori.

Bibli. J. Ferrando-J. Fonseca, Hist. de los pp. Dominicos en las Islas Pitippinas, I, Madrid 1870, pp. 583-91; II, ivi 1840, pp. 438-39: El tricentenario de la Universidad de S. Tomás de M. (1611-1911), Manila 1912; J. S. Sanchez y Garcia, Sinopsis historica documentada de la Univers. de S. Tomás de M., ivi 1928; A. Walz, Compendium historiae Ord. Praed., 2² ed., Roma 1948, pp. 436-37, 609.

Angelo Walz
MANILIO. - Nei codici anche Mallius, Manlius, con il prenome M. e C., poeta latino vissuto alla fine del Regno di Augusto. Di lui nulla si sa, salvo la composizione di un poema di cinque libri, in esametri, dedicato ad Augusto, dal titolo Astronomicon, ma di contenuto in realtà astrologico (v. Astrologia).

Dei cinque libri il primo, più propriamente astronomico tratta delle origini del mondo, del sistema cosmico geocentrico, delle sfere celesti, ecc.; il secondo descrive i segni dello Zodiaco: forma, istinti, divinità connessa, mutue relazioni con altre costellazioni; il terzo insegna il modo di prender l'oroscopo cioè osservare quali stelle si trovano all'orizzonte al momento della nascita, il che si fa rivolgendosi ad Oriente e determinando la posizione del sole e dei pianeti, soprattutto dell'astro che si leva al momento preciso della nascita: dodici sono gli influssi fondamentali a cui è soggetto l'individuo in corrispondenza
del numero dei segni zodiacali; ma anche le altre stelle associate con le zodiacali possono dare influssi parziali; il quarto descrive le influenze che emanano da ogni astro, sia sugli individui (temperamento, attitudini, professione, fortuna o sfortuna) sia sulla terra (elima, razza, civiltà, stagioni, maree, ecc.): il quinto è dedicato alle costellazioni extrazodiacali che spuntano insieme al segno dello Zodiaco: p. es., con il segno zodiacale del Leone spunta la costellazione del Cane e chi nasce sotto questa sarà violento e litigioso.

Tutto il poema è a fondo panteistico e di ispirazione rigorosamente deterministica. I fati reggono il mondo con legge immutabile e il destino degli uomini è fissato fin dal momento della nascita "nascentes morimur, finisque ab origine pendet" (Astron., IV, 14-22).

Meglio di un'inutile ribellione, vale dunque, secondo M., imbeversi di scienza astronomica, la sola che, insegnando a sottometterci alla legge cosmica, ci affrancherà dal peso del destino.

Si capisce che un determinismo cosi inesorabile e contrario al sentimento della speranza che sempre vive nel cuore dell'uomo, non poteva trovare accoglienza nel popolo il quale cercò scampo dalla morsa del destino o con la preghiera alla divinità che può soccorrere la miseria del singolo o con le pratiche della magia che pretende con
![img-7.jpeg](img-7.jpeg)
(fot. A. G.)
Manipolo - Dittico d'avorio con console che tiene in mano la mappula (secc. v-vi) - Parigi, Museo di Cluny.

## Page 1165

le sue arti di dominare il corso del fato: questo spiega il diffondersi, nell'epoca imperiale dei culti mistici e delle pratiche teurgiche.

BibL.: G. Lanson, De Manilio poeta. Parigi 1887; P. Monceaux, Les Africains, ivi 1894, pp. 133-84. Nicola Turchi

MANIN, Daniele. - Patriota e statista, n. a Venezia il 13 maggio 1804, m. a Parigi il 22 sett. 1857. Si dedicò agli studi legali, storici e filologici, nel 183 I denunciò il suo fiero patriottismo, esortando in un proclama i suoi concittadini ad insorgere contro lo straniero.

La sua azione ebbe più efficaci risultati qualche anno più tardi, allorché intraprese quella che egli stesso definì una "lotta legale" contro il dispotismo austriaco denunciando con irrefutabili prove le continue ed aperte violazioni dell'Austria contro la Costituzione che essa stessa aveva accordata alle popolazioni lombardo-venete. L'arresto del M. nel genn. 1848 determinò la rivolta dei Veneziani, che ne richiesero a gran voce la scarcerazione. Liberato, attese all'attuazione dell'idea, maturata nel carcere, di proclamare la Repubblica di S. Marco, per dar modo a Venezia di inserirsi attivamente nel grande movimento di unione nazionale. Tale proclamazione ebbe luogo il 22 marzo 1848 ed il M. ne fu acclamato presidente, carica che egli conservò fino al momento doloroso della capitolazione, avvenuta il 22 ag. 1849, allorché, dopo la sconfitta piemontese di Novara ( 23 marzo), Venezia era rimasta sola a resistere contro gli Austriaci. Il M. dovette allora esulare, ma da Parigi, ove si era rifugiato, segui sempre le sorti della sua patria e nel 1835 chiese ancora una volta al Partito repubblicano di Venezia di sacrificare i propri ideali per il trionfo della causa nazionale che richiedeva le forze unite di tutti i patrioti italiani sotto la monarchia sabauda. In religione indifferente, se non dichiaratamente ostile : pare fosse iscritto alla massoneria.

Bibl.: A. Pascolato, M. e Venezia nel 1848-49, Roma 1920: A. Levi, La politica di D. M., Milano 1933: M. Brunetti-P. OrsiV. Sabria, D. M. intimo, Roma 1936. Niccolò Del Re

MANIPOLO (manipulum, mappula, fano, sudarium, mantile, mamiale, sestace). - Indumento liturgico, portato sull'avambraccio sinistro in modo che le due bande pendano da ambedue le parti, confezionato della stessa stoffa della pianeta. Il m. è proprio di tutti gli ordini maggiori, specialmente del suddiaconato, da quando questo cominciò ad essere annoverato fra i maggiori (secc. xi e xit). Si usa, oltre che nella Messa, soltanto all'Epistola e Vangelo nella benedizione delle palme, ed all'Exultet del Sabato Santo; non si usa mai col piviale. Il vescovo mette il m. all'altare dopo aver recitato il Confiteor; il sacerdote dopo il cingolo, prima della stola; i ministri dopo la tunicella o dalmatica.

Il m., d'origine romana, deriva dalla mappa o mappula, una specie di fazzoletto da tasca usato dai nobili romani in certi costumi di gala (le alte cariche dello Stato, p. es., consoli in tenuta di cerimonia come risulta dai dittici consolari), tenuto in mano come oggetto di etichetta e solamente ad ornamento. Questa mappula decorativa venne da quella d'uso comune (Amalario, De eccl. off., II, cap. 24). Non si sa precisamente quando il m. sia entrato a far parte della suppellettile sacra. La prima notizia del m. diaconale si trova nella vita dei papi Silvestro I (314-24) e Zosimo (417-18) del Liber Pontificalis; si chiama "pallium linostimum "un tessuto di pregio, fatto di lana o di seta su trama di filo, dato a titolo di onore, da portarsi sulla mano sinistra. Il m. del Papa occorre nell'Ord. Romanus I (la cui consegna serve a dare segno d'incominciare il canto dell'Introitc): il m. del suddiacono nell'Ordo Romanus VI; talvolta anche gli accoliti (Ordo Romanus V) usavano il m. ma non in mano, "in sinistro latere ad cingulum »; ed i monaci cluniscensi nelle feste; ma in seguito l'uso venne riservato ai monaci d'ordine maggiore (suddiaconi ecc.). Il m. era la prerogativa del clero romano, ma da s. Gregorio Magno, per le insistenze di Ravenna, fu concesso anche al solo primo diacono di quella Cattedrale. Nel sec. Ix il m. si trova in uso dappertutto nell'Occidente. A Roma è chia-
![img-8.jpeg](img-8.jpeg)
(da Le ministeri del Sacramentario d'Isvea e di altri codici warmondiani, a cura di L. Magnani, Città del Vaticano (it), sec. (id)
Manipolo - Vescovo con m. Praeparatio ad missum, ms. fatto eseguire dal veac. Warmondo (967-1015) - Ivrea, Biblioteca capitolare, cod. iv.
mato mappula, fuori di Roma " m. » : quest'ultima denominazione divenne di regola; ricorrono altri nomi : fano (phano-panno) e mantile in Rabano Mauro, sudario in Amalario, sestace a S. Gallo.

Fin oltre il i i oo (v. affresco del sec. xi di S. Clemente a Roma) si porta il m. nella mano sinistra; verso il sec. xirxiit s'incominciò a fissare il m. sull'avambraccio. Il m. ritenne la forma antica di fazzoletto oltre il sec. IX; in seguito, ripiegato su se stesso, venne prendendo a poco a poco la forma di striscia o fascia; sul finire del sec. xiv diviene corrente la forma odierna. Al tempo d'Amalario era fatto di lana; venne poi usata la seta; alle estremità si mettono frange, talvolta campanelli, ricami o trame in oro. La rubrica del Messale prescrive soltanto l'ornamento con un segno di croce in mezzo. Nel rito greco si trova un indumento corrispondente al m., chiamato encheirion. proprio del solo vescovo, portato a destra nel cingolo, non nella o sulla mano; in seguito trasformato nell'epigonation ramboidale (J. Braun [v. bibl.], pp. 550-54).

Bibl.: J. Braun, Die liturgische Gewandung im Occident und Orient nach Ursprung und Entreichlung, Verwendung und Symbolik. Friburgo in Br. 1907, pp. 513-61; L. Eisenhofer, Handbuch der hath. Liturgik, I, ivi 1932, pp. 449-52; M. Righetti, Manuale di storia liturgica, I, Milano 1945, pp. 498-500; T. Klousser, Der Ursprung der bischöflichen Insignien und Ehrenrechte (Bonner ahadem. Reden, 1), Krefeld 1949, pp. 17-22; A. Allfidi, Insignien und Tracht der römischen Kaiser, in Mitteilungen des deutschen archäologischen Instituts, Röm. Abt., 50 (1935), pp. 1-171.

MANISMO. - Dal lat. manes «buoni», epiteto eufemistico riferito ai defunti, il m. è la teoria che spiega le origini delle religioni dal culto degli antenati.

Già Evemero aveva sostenuto che gli dèi fossero stati in origine uomini illustri, re, sapienti, sacerdoti,

## Page 1166

![img-9.jpeg](img-9.jpeg)
(per cortesia di mons, A. P. Frutaz)
Manizales, diocesi di - Facciata della cattedrale di M.
divinizzati dalla venerazione nata presso la loro tomba. E. N. D. Fustel de Coulanges, in un suggestivo studio intorno alle istituzioni della città antica, La cité antique (Parigi 1874; trad. it. di G. Perrotta con note di G. Pasquali, Firenze 1923), poneva il culto dei morti come l'inizio della religione dei popoli indoeuropei : " sembra che il sentimento religioso sia cominciato di qui. Forse in presenza della morte l'uomo ha avuto per la prima volta l'idea del soprannaturale" (p. 18). Questa teoria, ebbe da E. B. Tylor nel suo ben architettato studio sulle civiltà primitive, Primitive culture (2 voll., Londra 1872), una indiretta conferma ponendo nei fenomeni del sogno, delle allucinazioni e infine della morte, l'origine dell'idea di spirito, sviluppatasi attorno alla tomba dell'antenato illustre sia della famiglia sia della tribù. Ma le dette una formulazione più completa H. Spencer, Principles of Sociology (3 voll., Londra 1876-1882-1896), nel primo dei quali egli, intendendo per venerazione degli antenati tutte le forme di venerazione dei defunti, conclude che "questa è la radice di ogni religione" (p. 503).

La teoria manistica non è sufficiente a spiegare l'origine della religione perché non tiene conto né dell'elemento fantastico e mitizzatore suscitato nell'uomo dallo spettacolo della natura e che si riflette nelle svariate e talora ricchissime mitologie, né della facoltà logica che ha foggiato presso tanti gruppi primitivi la figura dell'Essere Supremo la cui esistenza dà al primitivo la spiegazione della sua provenienza, delle norme che regolano la vita della tribù, delle sanzioni che aspettano chi le trasgredisce.

Per il m. in quanto si riferisce alle credenze sull'oltretomba e alle pratiche relative ai defunti, v. DEfunti, venerazione dei.

Bibl.: E. Ruhde, Psiche, trad. it., 2 voll., Bari 1914-16; W. F. Otto, Die Manen, Berlino 1923; J. P. Jacobsen, Les Manes, trad. franc., Parigi 1924.

Nicola Turchi
MANITU: v. PRIMITIVI, RELIGIONE dei.
MANIZALES, diOCESI di. - Diocesi e città capoluogo del dipartimento di Caldas nella Colombia. Ha una superficie di 10.432 kmq . con una popolazione di 950.000 ab., dei quali 949.000 cattolici. Conta

64 parrocchie servite da 167 sacerdoti diocesani e 60 regolari; ha un seminario, 18 comunità religiose maschili e 84 femminili (Ann. Pont., 1951, p. 263).

La città di M. è situata a 2130 m . sulla Cordigliera centrale; fu fondata dagli Antioqueni; ebbe gravi danni nel terremoto del 1925. E un centro agricolo e minerario. La diocesi fu creata dal papa Leone XIII l'i i apr. 1900; è suffraganea di Medellin.

Bibl.: Enc. Eur. Am., XXXII, pr. 918-19. Enrico Josi
MANJON, ANDRES. - Pedagogo e canonista spagnolo, n. a Sargentes (Burgos) il 30 nov. 1846, m. a Granata il 10 luglio 1923. Studiò al Seminario di Burgos, ma prese gli Ordini solo nel 1886, dopo essersi laureato in giurisprudenza ed essere diventato docente di diritto canonico a Santiago e a Granata.

Nel 1889 fondò le Escuelas del Ave-María, istituzione per i bambini poveri, ove applicò un suo particolare metodo pedagogico (il metodo intuitivo). Le Escuelas, che lo occuparono per tutta la vita, si trovano oggi diffuse in tutta la Spagna. Non volle mai accettare nessun altro incarico o dignità e rifiutò anche l'episcopato, perché temeva di dover trascurare necessariamente l'istituzione da lui fondata. Tra le sue opere si ricordano il noto volume di Derecho eclesiástico; le Instituciones de derecho canónico; El Pensamiento del Ave-Maria (1901, in cui descrive il metodo pedagogico).

Biml.: anm., s. v. in Enc. Eur. Am., XXXII, pp. 921-22; A. Rivas, s. v. in LThK, VI, col. 852 (con bibl.).

Silvio Furlani
MANNA (ebr. mán; Settanta :á́va). - Cibo con il quale si nutri il popolo ebraico per 40 anni nel deserto (Ex. 16, 35). La Bibbia presenta la m. come qualcosa di minuto, granelloso, sottile come la brina, simile a seme di coriandro bianco e di sapore come frittella con miele (Ex. 16, 14.31). "Il popolo si disperdeva a raccoglierla e, ridottala in farina alla macina o pestandola nel mortaio, la cuoceva nella pentola e ne faceva focacce" (Num. 11, 8). Cadeva la notte e si raccoglieva ogni mattino, eccetto il sabato, per il quale si raccoglieva il giorno precedente. La m. raccolta oltre il bisogno andava a male, inverminiva, eccetto quella conservata nell'arca, quale testimonianza della bontà del Signore (Ex. 16, 9-36).

Esiste nella penisola sinaitica una m. originata da certi insetti, specialmente della specie trabatina maunipara e nasacoccus serpentinus, che lo producono con un lavoro simile a quello delle api. La pianta su cui depongono la m. è classificata come tamarix mannifera e dagli arabi è detta tarfa'. Questa m. presenta presso a poco le qualità descritte nella Bibbia, però con varie differenze : è prodotta solo in poco tempo dell'anno, dalla fine di maggio a luglio, in quantità assai limitata, non va a male se conservata, sebbene sia involata da certe formiche. Se, per queste ragioni, tale m. sinaitica si vuole identificare con quella biblica, bisogna ammettere un intervento del Signore specialmente riguardo al modo in cui essa era data agli Israeliti. I fautori di questa identificazione fanno notare che la m. non era il solo cibo degli Ebrei e che poteva esservi una maggiore produzione di oggi, inoltre che lo sparire della m. può essere descritto dalla Bibbia solo perché appariva così. Questa teoria sembra appoggiata ad antiche autorità come Fl. Giuseppe (Antiq. Ind., III, 1, 6), Origene (Selecta in Numeros: PG 12, 576), s. Ambrogio (Epist., 64 : PL 16, 1271).

Attualmente con il nome di m. s'intende il succo che esce da incisioni fatte nella corteccia del " fraxinus ornus»: è costituito per ca. il 50 \% di mannite (un esaalcol) e per il resto da zuccheri vari, acqua e piccola quantità di altre sostanze : serve come blando purgante e per estrarre la mannite, che ha lo stesso uso.

Bibl.: Per la descrizione della m., mal conosciuta fino a poco tempo fa: Th. Bodenheimer, Ergebnisse der Sinai-Expedition 1927 der hebräïrhen Universität, Jerusalem, Lipsia 1929,

## Page 1167

pp. 45-80; B. Ubach, L'Exode-El Levitic (La Biblia ilustrado, 14, 11), Montserrat 1934, pp. 91-100. Per l'identificazione (sostimita) cf. A. De Guglielmo, What not the M.? in Catholic biblical quarterly, 2 (1940), pp. 112-29. Bellarmino Bagatti

Archeologia. - Una sola volta negli affreschi cimiteriali (in S. Lorenzo sulla Tiburtina) è rappresentata la scena della caduta della m. nel deserto.

Quattro israciti, due uomini e due donne, raccolgono nel cavo del loro abito da viaggio (penula) la m. che scende dal cielo (sec. iv, riprodotto in Wilpert, Pitture, iav. 242, 2). Lo stesso episodio fu poi dipinto in una basilica della Spagna (Saragozza), illustrata da un distico del poeta Prudensio (Dittochaeon, n. 11). G. B. De Rossi (Altri monumenti di sacre vergini nell' Agro Vennno, in Bull. arch. crist., 1863, pp. 76 e 80) e R. Garrucci (Storia dell'arte cristiana, II, l'rato 1873-80, p. 64) ritennero che la m. fosse simbolo dell'Eucaristia; il Wilpert preferì interpretarla nel senso espresso in una preghiera pseudociprianea: "proteggi, o Signore, l'anima della defunta come liberasti dalla morte per fame gli Israeliti nel deserto».

Suic.: Wilpert, Pitture, p. 357.
Enrico Iosi
MANNHARDT, Wilhelm. - Mitografo della scuola etnologica, n. a Friedrichstadt il 26