se simbolo dell'Eucaristia; il Wilpert preferì interpretarla nel senso espresso in una preghiera pseudociprianea: "proteggi, o Signore, l'anima della defunta come liberasti dalla morte per fame gli Israeliti nel deserto».
Suic.: Wilpert, Pitture, p. 357.
Enrico Iosi
MANNHARDT, Wilhelm. - Mitografo della scuola etnologica, n. a Friedrichstadt il 26 marzo 1831, m. a Danzica il 26 dic. 1880.
Seguace un tempo della scuola naturistica di Max Müller e della sua mitologia astrale e meteorica (alta mitologia): Germanische Mythen (Berlino 1858); Die Gatterwelt der deutschen und nordischen Völker (ivi 1860), volse poi la sua attenzione ai miti agrari popolati di spiriti, geni, felletti, fate (bassa mitologia) quali si presentano nel folklore agrario delle popolazioni germaniche da lui prese in particolare esame nelle seguenti opere: Die Korndönouen (Berlino 1868); Wald-und Feldholte (2 voll., ivi 1875-77); Mythologische Forschungen (Strasburgolondra 1884, postuma).
Il folklore agrario, che si svolge attorno allo «spirito di vegetazione " parte dal presupposto che l'uomo deve contribuire con la sua opera a mantenere il ritmo della vegetazione salvandone a mietitura lo spirito per trasmetterlo alla nuova semina.

(Jol. Alinari)
Manna - La raccolta della m. Dipinto di Bernardino Luini Milano, Pinacoteca di Brera.
Dalla descrizione dell'ampio materiale relativo alla mietitura, raccolto dal M., si ricava che lo schema costante consiste nella conservazione dell'ultimo covone, detto "covone madre", "madre del grano", che raffigura il vecchio raccolto; oppure di qualche animale catturato e posto con esso a contatto (cane, volpe, gallo, lepre, gatta); nel trasporto di esso al granaio dove i grani vengono mescolati a quelli destinati alla nuova semina. L'antico sacrificio che un tempo chiudeva la mietitura e riscattava per l'uso profano il resto del raccolto, è qui ridotto a quello dell'animale catturato; e se si tratta di un uomo (p. es., l'ultimo mietitore, il fattore, uno straniero che attraversa il campo) questi è costretto a pagare il prezzo del suo riscatto, certo residuo di un antichissimo sacrificio umano. Circa la morte e risurrezione del dio nei riti agrari v. MISTERI.
Bibl.: J. G. Fraser, The Golden Bough., VI, Spirits of the corn and of the scild, Londra 1914, pp. 131-70; G. Schmidt, Manuale di storia comparata delle religioni, trad. it., Brescia 1934, pp. 124-25. Nicola Turchi
MANNI, Giuseppe. - Scolopio, scrittore e poeta, n. a Firenze il 20 ag. 1844, m. ivi il 21 genn. 1923. Insegnò lettere nelle Scuole Pie, esercitando un'azione benefica su molti per il suo carattere e per la sua abilità didattica.
Partecipe dapprima della maniera, oltreché carducciana, marradiana, ebbe passione patriottica, civile, religiosa, che espresse in modi personali. Nelle poesie e nei due volumi di epigrafi (Cori morti, Firenze 1909; Ricordi, ivi 1918) riuscì a effetti insigni nel propugnare e nel formulare sentimenti e concetti eletti.
Bibl.: E. Pistelli, Il p. M., Firenze 1923; G. Rosadi, Il p. M., ivi 1923; D. Moretti, Il p. M., Pornia 1924; M. Morelli, La poesia del p. M., Torino 1939 (con bibl.). Leodegario Picanyol
MANNING, Henry Edward. - Cardinale e arcivescovo di Westminster, n. il 15 luglio 1808 a Totterigde, m. a Westminster il 14 genn. 1892. Di famiglia distinta e particolarmente attaccata alla High Church, crebbe in un ambiente del tutto anticattolico. Sebbene alla Garrow School (di tendenze latitudinariste) avesse dimostrata maggior passione per i cavalli che per i libri, a 19 anni, con l'aiuto di John Anderson, passò al Collegio Balliol di Oxford, ove rivelò i primi segni di quella forza di volontà, che lo distinse nella vita. Il motto, che allora fece suo, aut Caesar aut nihil, manifestava le alte aspirazioni del giovane ventenne, che si vide stroncata la carriera politica per un dissesto finanziario del padre (1831). Entrato nella vita ecclesiastica, vi ottenne subito dei successi : ordinato il 23 dic. 1832, poco dopo diveniva parroco di Lavington, ove sposò la figlia del suo predecessore, Carolina Sergeant. Rimasto presto vedovo e senza figli, fu segnalato al novello vescovo di Chichester che lo nominò suo arcidiacono (1841). In questi uffici si distinse per lo zelo a favore delle missioni anglicane e soprattutto per le doti oratorie, che rivelò nei discorsi del decennio 1840-50.
La High Church, minacciata dal "movimento di Oxford" (v.), credeva di avere nel M. un appoggio e un difensore; in realtà nell'animo del brillante arcidiacono un profondo rivolgimento si maturava: pur avverso alla tendenza "romanistica" di Newman e di Pusey, accettò dai due pensatori alcuni principi (soprattutto sull'autorità e il magistero della Chiesa), che dovevano necessariamente condurlo a Roma. Al momento della conversione di Newman (1845), M. fu uno dei più accesi nel condannarlo, anzi gli fu affidato l'incarico di confutarne An essay on the Development of christian doctrine (Oxford 1845). Fu appunto in questo lavoro, che il M. esperimento in se stesso quel mutamento psicologico, contro il quale era deciso a combattere. L'idea che l'anglicanesimo fosse un ritorno al puro Vangelo non trovò più sostegni nella realtà
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(da E. doperini, Il pantiflato di Leone XIII, I, Milano 1857, tav. 36)
Manning. Henry Edward - Ritratto.
dei fatti, che il Newman passava in rassegna nel suo celebre saggio. Il M., allora stabilitosi a Londra, rifiutò la nomina ambitissima di cappellano della regina; una malattia, che lo immobilizzò per più mesi, ne accelerava il processo interiore (1847); un viaggio a Roma (1848), e il contatto con distinte personalità cattoliche, lo scandalo anglicano di Hampden e Gorham, lo portarono alle soglie della Chiesa. Il fatto decisivo si verificò quando Pio IX il 29 sett. 1850 ristabilì la gerarchia cattolica in Inghilterra ( 12 vescovi con a capo l'arcivescovo di Westminster, il card. Wiseman). Il grido No popery tornò a squillare nei comizi e nelle piazze; il M. come arcidiacono di Chichester dovette, per ordine del suo vescovo, convocare un'assemblea del clero per protestare contro il breve di Pio IX; obbedì, ma alla fine, fra lo stupore di tutti, dichiarò di non appartenere più alla comunione anglicana. Il 6 apr. 1851 fece l'abiura e si mise a disposizione del card. Wiseman, che lo ordinò sacerdote ( 15 giugno 1851 ) e lo mandò a completare i suoi studi a Roma, ove ottenne la laurea in teologia il 25 genn. 1854. Ritornato in Inghilterra, fondò nel 1856 gli Oblati di S. Carlo, congregazione di sacerdoti destinati alla predicazione nei quartieri popolari; l'anno seguente fu nominato preposto del Capitolo di Westminster. Da quel momento nacquero i dissensi con quella parte del clero, capeggiata da mons. Errington, vescovo coadiutore con future successione, che mal sopportava la superiorità di un convertito e di un + ultramontano ×. Gli incidenti non mancarono e Pio IX, chiamato a giudicare, de iure decise a favore di Errington, de facto, alla morte del Wiseman (1865), stesse arcivescovo il M., che fu consacrato il 5 giugno 1865.
Il lungo episcopato (1865-92) del M. porta l'impronta della sua forte personalità : uomo di azione, sorretto da una volontà sempre pronta e da un coraggio straordinario, trasformò la sua arcidiocesi, dotandola di sacerdoti docili e ben preparati, fondando il Seminario di S. Tommaso ad Hammersmith, moltiplicando le chiese, le missioni, le scuole, curandosi degli Irlandesi immigrati, ottenendo dal governo favori per l'Irlanda.
Destinato in gioventù alla carriera politica, seppe da vescovo occuparsi con abilità e con successo dei grandi affari della Chiesa : nella questione dello Stato pontificio, tanto viva quando egli lavorava al fianco del card. Wise-
man, si dimostrò rigido temporalista nell'opera The temporal power of Vicar of fesus-Christ (Londra 1861). Su questo punto le sue idee si mitigarono molto a contatto della realtà, come risulta dalle sue note intime. La sua più grande battaglia il M. la combatté al Concilio Vaticano, ove si dimostrò fervido assertore delle prerogative papali, soprattutto dell'infallibilità; i suoi pubblici interventi nell'Assemblea furono rari, ma nei corridoi del Concilio egli svolse una grande opera di chiarificazione e di persuasione. A questo lavoro si era preparato con le sue dotte lettere pastorali sull'argomento, che raccolte formarono il volume Petri privilegium (Londra 1871). Dopo il Concilio dissipò le insinuazioni di Gladstone nell'opera The Vatican decrees in their bearing on civil allegiance. A political exposition (ivi 1875) e delineò gli avvenimenti della grande assemblea nella The true story of the Vatican Council (2* ed., ivi 1878). Purtroppo l'entusiasmo per Roma, dimostrato nel 1870 , che lo fece definire il prototipo dell'ultramontanismo inglese, si attenuò alquanto sotto il pontificato di Leone XIII, senza però che questo raffreddamento incidesse nella sua fede di cattolico e nella sua lealtà di vescovo. Dopo il 1870 dovette affrontare la questione dell'insegnamento elementare. Lo Stato sovvenzionava la scuola laica a favore di una minoranza, lasciando in una condizione d'inferiorità la scuola libera della maggioranza (anglicani, metodisti, cattolici). Il M. s'oppose fortemente a quest'ingiustizia e, pur non ottenendo modifiche legislative, preparò con i suoi tempestivi interventi quella distensione morale, che ha condotto il governo inglese ad una migliore valutazione delle ragioni cattoliche. Questo all'insegnamento universitario, il M., contrariamente al parere del Newman, non permise mai che i cattolici frequentassero Oxford o Cambridge, ritenendo necessaria la fondazione di una università cattolica; l'impresa non riusci, anche perché, escludendo il Newman, si servì di un uomo che non aveva né il genio né il prestigio dell'escluso. La sua battaglia più gloriosa la combatté sul terreno sociale. Qualcuno lo disse perfino socialista, ma la sua campagna era ispirata al Vangelo; il momento culminante di questa attività fu quello, che è rimasto nella storia con il nome di "pace del cardinale": lo sciopero di centomila dokers (lavoratori disorganizzati e mal retribuiti) minacciava la guerra civile: tutte le trattative delle autorità erano riuscite vane, quando il M. si recò alla direzione degli imprenditori e compose, fra l'esultanza universale, la difficile vertenza (1889).
Il M. era uomo di azione e a questa subordinò la sua facile penna : lo numerose opere preparano o seguono gli atti più importanti della sua attività pastorale e, se non rivelano pensiero profondo né formulazioni nuove, hanno però un'unzione particolare e movenze inconfondibili, che le rendono accette ad ogni genere di lettore. Si spiegano pertanto la loro diffusione e le molte traduzioni in francese e in italiano. Oltre le già ricordate, sono da segnalare : The grounds of forth (Londra 1852); The love of fesus to penitens (ivi 1863); The internal mission of the Holy Ghost ( 5² ed., ivi 1875); The glories of the Sacred Heart (ivi 1876); The eternal priesthood (ivi 1883), l'opera più popolare. La vita del M. si chiuse con un'apoteosi : già nel 1875 , al momento della sua elevazione al cardinalato, tutta l'Inghilterra gli testimoniò sincera ammirazione; anche il governo inglese, in varie circostanze, riconobbe la superiorità morale dell'eminente arcivescovo. Egli rese popolare, nella terra di Elisabetta, la porpora romana : nel 1850 il card. Wiseman era accolto con il grido di No popery, nel 1875 il card. M. era salutato dagli evviva di tutti e, nel 1892, il suo feretro, insignito dei simboli della sua dignità, era salutato dai grandi con riverenza, era seguito dal popolo con affetto e rimpianto.
Bibl.: A. W. Hutton, Card. M., Londra 1882; I. Lemire, M. et son action sociale, Parigi 1893; I. R. Cosquet, Card. M., Londra 1896; E. S. Purcell, Life of card. M., 2 voll., ivi 1896; F. de Pressensé, Le card. M., Parigi 1896; H. Hemmer, Vie du card. M., ivi 1898; I. E. C. Bodley, Card. M. and other essays, Londra 1912; F. Meda, Storie brevi, Milano 1920, pp. 27-38; P. Thureau-Dangin, La renaissance catholique en Angleterre au XIX { }ᵉ siècle, 3 voll., 10* ed., Parigi 1923, passim (opera classica, ove la vita di M. è abilmente intrecciata a quella del Newman e agli avvenimenti religiosi più importanti); R. Aubert, L'im-
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portance de l'ópiscopat du card. M., in Collectanca Mechliníensia, 12 (1947), pp. 663-69; L. Marchal, s. v. in DThC, IX, coll. 1895 1013; W. H. Kent, s. v. in Carb. Ent., IX, pp. 604-608; M. Laros, s. v. in LThK, VII, coll. 825-27. Antonio Piolanti
MANNUCCI, Ubaldo. - Patrologo e canonista, n. a Montagano (Campobasso) l'8 nov. 1883, m. a Roma il 20 maggio 1935. Studiò nel Seminario Romano, conseguendo la laurea in teologia e in utroque inre all'Apollinare. Fu professore di patrologia nel Collegio agostiniano di S. Monica in Roma.
Pubblicò: Irenaei Lugdunensis adv. Haereses libri 5, in Bibliotheca sanctorum Petrum, di G. Vizzini, Roma 1907 : testo rimasto incompleto. In seguito alla proibizione del manuale di patrologia del Rauschen, compose, con l'aiuto del suo discepolo prediletto, p. Antonio Casamassa agostiniano: Istituzioni di patrologia ad uso delle scuole teologiche (2 voll., Roma 1914-15) : dopo la morte dell'urare il Casamassa ha tenuto aggiornati i due volumi giunti allo 6° ed. ( 21° migliaio). Tradusse varie opere dal tedesco, tra cui L. Fonck, Il metodo del lavoro scientifico (Roma 1909), e molte altre ne compose; inoltre compilò il bollettino di patrologia della Rivista storico-critica delle scienze teologiche.
Nominato Uditore della S. Romana Rota, curò la edizione di diversi volumi delle Decisiones S. R. Rotae e diresse per molti anni gli Acta Apostolicae Sedis, di cui lasciò inedito l'indice per i primi 25 anni, che si conserva, ma soltanto in parte, presso gli eredi.
Antonio Piolanti
MANNYNG, Robert di Brunne. - Monaco inglese, n. nel 1288 , m. nel 1338.
E noto per una versione in ottonari del Manuel des pechiez di William of Wadington. La versione è intitolata Handiyng synne ed è un importante documento storico, in quanto fa luce sulla tirannia e la rapacità di nobili e cavalieri dell'epoca.
BibL: R. Ten Brink, Early English literature, I, Strasburgo 1877, pp. 297-302; The Cambridge bibliography of English literature, I, Cambridge 1940, pp. 165-66 e 183-84. Augusto Guidi
MANOMORTA: v. PATRIMONIO ECCLESIASTICO.
MANOSCRITTO: v. CODICE; LIBRO; ROTOLO; TAVOLETTE CERATE.
MANOZZI, Giovanni: v. GIOVANNI da PENNA SAN GIOVANNI.
MANRIQUE, Jorge. - Poeta spagnolo, n. a Paredes de Nava ca. il 1440 , m. di ferite nell'assalto al castello di Garci-Muñoz nel 1479. Signore di Belmontejo e uomo d'armi, nullitò con valore sotto le insegne di Isabella la Cattolica.
Del suo breve Cancionero (ed. moderna di A. Cortina, in Clásicos castellanos, XCIV, Madrid 1929), famosa è l'elegia in 40 stanze dal titolo Coplas a la muerte del maestro de Santiago don Rodrigo Manrique, su padre. In essa, proiettando la caducità dei beni terreni sull'immutabilità dell'erexno, M. insegna la conquista di questo mediante il disprezzo di quelli, sottoposti al dominio della morte, inesorabile non solo contro i re, ma anche contro i prodi e i pii, quale fu Rodrigo. La sua accettazione della morte assume, nella commossa evocazione del figlio, valore universale ed esemplare di conformità dell'uomo al divino volere. Le caplas, da Lope de Vega ritenute degne di esser scritte in lettere d'oro, spesso tradotte all'estero (tra gli altri, da Longfellow nel 1833), imitate e commentate, derivano concetti e movenze soprattutto dalla Bibbia, da Boezio e da Prospero d'Aquitania (solo apparente la derivazione dalla elogia delle dames du temps jadis di Villon); ma, espressione originale e commossa di un cuore che pena, sono il canto dell'umano dolore, stimolo alla fiduciosa ressegnazione e, in sede d'arte, "opera perfetta ed eccelsa nella lirica universale" (A. Valbuena Prat).
Bibl.: L. Sorrento, La poesia e i problemi della poesia di 7. M., Palermo 1941 (con ampio studio introduttivo ed esauriente bibl.); A. Valbuena Prat, Hist. de la literatura española, I, Barcellona 1945, pp. 307-15.
MANSART, FAMIGLIA. - Famiglia di artisti parigini nel secc. XVII-XvIII. JEAN (m. nel 1618), scultore in legno, fu nominato nel 1606 "sculpteur des bâtiments du roi». Tra i più importanti artisti della famiglia M. sono :
François M., architetto, n. a Parigi il 23 genn. 1598, m. ivi il 23 luglio 1666. Scolaro dell'architetto Germain Gathier, con cui collaborò al castello di Rennes, costrui nel 1626 il castello di Balleroy in Normandia, nel 1630 il castello di Berny (Seine), tra il 1632-34 la chiesa delle Filles de la Vuitation de-Ste-Marie, a Parigi, dove si stabili definitivamente.
Del 1633 è l'Hôtel D'Albret, del 1642-51 il castello Maisons-Lafitte, considerato il capolavoro dell'architettura civile francese del Seicento e del 1642 la Galleria Mazzarino. Fra il 1645 ed il 1665 M. costrui la chiesa abbaziale di Val-de-Grâce. Fu stimato dai contemporanei uno dei massimi architetti nazionali; restando legato alla tradizione francese, si valse di un moderato classicismo, con un sicuro e raffinato uso dello spazio ed una severa misura nella decorazione.
Allievo di François M. è il nipote Jules-Hardouin M., n. a Parigi il 16 apr. 1646, m. a Marly l'ir maggio 1708. Giovanissimo, fin dal 1674 fa parte degli architetti reali, acquistando una posizione preminente: nel 1675 è «architecte des bâtiments du roi", nel 1699 è nominato barone di Jouy e conte di Sagonne. Il suo nome è legato a tutte le costruzioni di Luigi XIV e del suo tempo; per i favori goduti, operò da dittatore sull'architettura francese dell'ultimo Seicento. Dallo zio apprese il gusto classicheggiante di tradizione italiana, pur seguendo l'evoluzione stilistica dell'arte francese del sec. XVII, influenzato anche da Louis Le Vau, di cui continuò l'opera nel castello di Versailles, eseguendo nel 1678 la facciata verso il parco, gli interni ed i padiglioni nel giardino, fino al 1700 . A lui si devono numerosi castelli, a Clagny, a Marly-le-Roi, a Choisy-le-Roi, a St-Cloud, a Lunéville, oltre all'ampiamento del Palazzo reale di Parigi, con l'erezione della Galleria d'Enea, e ad importanti edifici religiosi, come la cattedrale di Notre-Dame, a Versailles (1684-86) e la chiesa degli Invalidi a Parigi (1693-1706) opere monumentali, ma di chiara e semplice concezione, con il ripudio di ogni esuberanza decorativa.
Bibl.: E. Von Cranach-Shohart, s. v. in Thieme-Becker, XXIV, pp. 28-32 (con bibl. ed elenco di opere). Eugenio Battisti
MANSEL, Henry Longeville. - Teologo e filosofo inglese, n. a Casgrove (Northamptonshire) il 6 ott. 1820 , m. a Oxford il 31 luglio 1871 , nella cui Università era stato professore di storia della Chiesa.
Seguace dell'agnosticismo metafisico dello Hamilton (v.), negli scritti Limits of religions thought (1858) e Philosophy of the conditioned (1866), irrigidisce il concetto della inconcepibilità di Dio come assoluto ed infinito. L'assoluto non può essere concepito né come cosciente né come incosciente; né come complesso né come semplice...; non può essere identificato con l'universo né può esserne distinto" (Limits of r. th., p. 30). Tuttavia la costituzione stessa del nostro spirito ci costringe a credere (e tale credenza si fonda anche sulla Rivelazione) nell'esistenza di un Essere assoluto e infinito. E evidente l'influenza del Reid (v.) e di Kant (v.), attraverso il kantismo in senso fenomenistico dello Hamilton. L'agnosticismo, spinto a questo punto, è scetticismo della ragione e fideismo pure. Degli altri scritti va ricordato The limits of demonstrative science (1853).
Bibl.: T. H. Green, The logic of the formal logicions, in Works, II, Londra 1886, pp. 158-94. Altre indicazioni in W. Eiegenfuss, Philosophen-Lezikon, II, Berlino 1950, pp. 117-18. Michele Federico Sciacca
MANSER, Gallus. - Filosofo e teologo domenicano, n. a Bruelisau in Svizzera, il 15 luglio 1866, m. a Friburgo il 20 febbr. 1950. Sacerdote nel 1897, entrò fra i Domenicani a Venlo in Olanda. Nel 1899 a Friburgo in Svizzera gli fu assegnata la cattedra di logica, ontologia e storia della filosofia, che tenne per
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(per certesia di mare, A. P. Fretoz) Manzi, Giovanni Domenico - Riratto, dipinto da Pompeo Betoni. Lucca, Piroscotera.
43^{′} anni. Per quattro anni consecutivi fu eletto rettore dell'Università (1914-18).
La sua produzione scientifica non è molto vasta. Oltre ad alcune piccole monografie e a molti articoli (la maggior parte riguardanti la storia della filosofia scolastica, pubblicati su riviste, particolarmente sul Divus Thomas di Friburgo), va segnalato il suo capolavoro: Das Wesen des Thomismus (Friburgo 1932; 3° ed. ivi 1949) dove intende dimostrare come il principio
fondamentale unitario del sistema tomistico è la distinzione dell'ente in atto e potenza. Negò la validità di una sesta via per dimostrare l'esistenza di Dio, che partisse dal desiderio naturale della felicità, e il primato del principio d'identità riservandolo al principio di contraddizione. Libero dalla scuola, trascorse gli ultimi anni pubblicando due opere sul diritto naturale secondo la filosofia tomistica.
Bibl.: S. De Andrea, In memoria di un grande tomista: p. G. M., in Sopimca, 3 (1950), pp. 366-72 (con bibl. di tutte le opere di M.). Innocenzo Colosio
MANSI, GIOVANNI DOMENICO. - Chierico regolare della Madre di Dio, n. a Lucca il 16 febbr. 1692; m. ivi il 27 sett. 1769. Religioso a 16 anni, insegnò teologia morale a Napoli; poi fu teologo dell'arcivescovo Fabio Colloredo di Lucca, vi fondò un'Accademia di storia ecclesiastica e liturgia e vi fu arcivescovo egli stesso dal 1765 .
Lavoratore instancabile, ma punto originale, cominciò con il tradurre e pubblicare opere altrui, corredandole di dissertazioni, note e varianti; tradusse in latino l'opera del Calmet sulla Bibbia ( 3 voll., Lucca 1725-38); ripubblicò la Vetus et nova disciplina di L. Thomassin ( 3 voll., ivi 1728); gli Annales di C. Baronio e O. Raynald (28 voll., ivi 1738-56), inserendovi Concili nuovi e le note di D. Giorgi; la Historia ecclesiastica di A. Noël ( 9 voll., ivi 1749-92) con le osservazioni di C. Roncaglia; la Bibliotheca latina di J. A. Fabricius ( 6 voll., Padova 1754); la Miscellanea di E. Baluze, disposta in nuovo ordine ( 4 voll., Lucca 1761), ecc. Ma il suo nome è legato alle pubblicazioni conciliari; da prima pubblicò un Supplementum alla raccolta conciliare di N. Coleti ( 6 voll., ivi 1748-52); di qui passò alla fusione di quest'opera con le raccolte di Ph. Labbe, G. Cossart, N. Coleti, con il titolo: SS. Conciliorum nova et amplissima collectio (31 voll., I, Firenze 1757; II-XXXI, Venezia 1757-98; ristampato con aggiunte da L. Petit e G. B. Martin in 60 voll., Parigi 1899-1927).
Il M., che aveva compiuta l'opera nel 1764 , non ne vide che i primi 14 voll. La collezione, che si arresta alla metà del Concilio di Firenze, pur rendendo ancora molti utili servizi, tradisce troppo la fretta, la mancanza di critica nella scelta dei testi e delle varianti, la mancanza di accuratezza, per cui s'incontrano ripetizioni e contraddizioni, che aviano e talora una negligenza, fonte di gravi confusioni.
Bibl.: G. Franceschini, Vita, prefissa al vol. XIX dell' A m plissima collectio: A. Zatta, Commemoratio de vita et scriptis G. D. M., Venezia 1772; D. Pecchini, G. D. M. Vita, prefissa al vol. I della Bibl. latina del Fabricius, ed. Firenze 1858; H. Quentin, G. D. M. et les grandes collections conciliaires, Parigi 1900.
Celestino Testore
MANSIONARIO. - Le accezioni di questo termine erano varie nel passato (cf. Du Cange, s. v. in Glossarium mediae et infimae latinitatis, V, Pa-
rigi 1938, pp. 227-28) come lo sono tuttora; però, nel linguaggio liturgico dell'alto Medioevo, s'intendeva per m. il custode di una chiesa presso cui abitava e nella quale fungeva a un di presso da sagrestano.
Nelle chiese cimiteriali il "mansionarius de confessione" doveva curare l'alimentazione dei lumi presso la tomba del martire. I m. erano distinti sia dai "custodes, qui dicuntur cubicularii, ex clero Romano", istituiti da Leone I per la custodia d'onore delle tombe apostoliche (cf. Lib. Pont., I, p. 239, n. 14 a p. 24 I e iscriz. sepol. del sec. vi, in A. Silvagni, Inscriptiones Christ. Urbis Romae..., nuova serie, II, Roma 1935, nn. 5088, 5179, 5180) come dai "praepositi", i quali amministravano le rendite delle basiliche cimiteriali, destinate in particolar modo ai lumi che dovevano cenare le tombe dei martiri (cf. iscrizioni del sec. iv, in G. B. De Rossi, Inscriptiones Christ. Urbis Romae..., I, Roma 1861, nn. 975, 989, 1004-05, 1083; A. Silvagni, op. cit., nn. 4279, 4790 diploma di Gregorio Magno del 604).
A Roma essi godevano di una certa notorietà e si erano costituiti in "schola", I papi Benedetto II, Giovanni V, Conone e Gregorio II lasciarono loro un donativo (cf. Lib. Pont., I, pp. 364, 367, 369, 410). L'Ordo Romanus, I, n. 21 (ed. M. Andrieu, Les Ordines Romani du haut moyen âge, II, Lovano 1948, p. 73) ricorda il "primus mansionarius" della basilica del Laterano avente cura dei vasi sacri destinati al papa (chiamato dall'Ordo VI, n. 7: "custos dominicalis vestiarii": ed. cit., p. 242) e i "mansionarii luniores" che entravano per ultimi nel "secretarium" dopo la Messa papale (Ordo I, n. 126: ed. cit., p. 108; Ordo V, n. 98, ibid., p. 227). Nelle diaconie il m. con l'incessione si trovava con il "Pater diaconiae" e il sacerdote sulla soglia della Chiesa per attendervi il papa (cf. Ordo I, n. 26 : ed. cit., p. 75; Ordo V, n. 3, ibid., p. 209).
I m. non facevano parte del clero, ma appartenevano alla categoria degli inservienti, come si rileva: 1° dall'iscrizione del 508 che ricorda un "Clementinus masunarius", già fossore (cf. G. Marucchi, in Nuovo Bollettino di Arch. Christ., 1917, p. 116; altre iscrizioni in A. Silvagni, op. cit., 5177-78; Gregorio Magno, Dialoghi, III, 24-25, chiama il m. anche "custos"); 2° dal Sinodo Romano del 732 (Hefele-Leclercq, III, II, p. 684); 3° dalla biografia di Stefano V del Lib. Pont. (II, p. 196); 4° dalle Costituzioni del Laterano del Card. Pietro, poi Gregorio XI: PL, 78, 1395, ecc.
I m. esercitano tuttora le loro funzioni, spesso identiche alle antiche, in molte chiese e confraternite; hanno tuttora una certa notorietà i m. delle basiliche patriarcali di Roma.
Bibl.: G. Moroni, s. v. in Dic. di erudizione storica-ecclesia. stica, XLII (1847), pp. 142-50; G. B. De Rossi, La Roma sotterranea, III, Roma 1877, p. 225 sg.; F. Grossi Gondi, Trattato di epigrafia cristiana latina e greca, Roma 1920, pp. 150-151; H. Leclercq, s. v. in DACL. X. coll. 1582-85. A. Pietro Fruta
MANSUETI, Giovanni di Niccolò. - Pittore veneziano ricordato per la prima volta in un documento del 22 luglio 1485 , m. ca. il 1526.
È una delle personalità minori della cerchia di Gentile Bellini, con il quale sono evidenti le relazioni nella prima opera datata, l'Allegoria della Crocifissione nella Galleria nazionale di Londra. Con Gentile il M. si trovò due volte collaboratore : nei «teleri» con le Storie di s. Marco per l'Albergo della Scuola di quel Santo, del 1499 (ora a Brera, nella Liechtenstein di Vienna e nelle Gallerie dell'Accademia di Venezia); e nei teleri con le Storie della religuia della s. Croce, per l'antisala dell'Albergo della Scuola di S. Giovanni Evangelista (ora nelle Gallerie dell'Accademia. In uno di questi ultimi egli firma «Opus Joannis d/Mansueti/s veneti/recre se/ntienti/um Belli/ni disciplr., vantando quindi la sua dipendenza dal maestro, ch'egli cerca imitare; si è anche supposto l'intervento del M. nelle figure del fondo della Processione di s. Marco, di Gentile.
Si sono volute ricercare anche relazioni stilistiche con il Carpaccio, dal quale il M. non intende né la luminosità né il chiaro ordinamento spaziale.
BibL.: anon., s. v. in Thieme-Becker, XXIV, p. 36; G. Fogolari, s. v. in Enc. Ital., XXII, p. 158 (con bibl.). Emma Zocca
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MANSUETUDINE. - Virtù che modera l'ira, trattenendola nei limiti del ragionevole, per evitare l'impeto accecante della passione. L'ira, che per sé può essere giusta ed ingiusta, trova nella m. (parte potenziale della temperanza) quel giusto mezzo, che impedisce il suo trascendere irrazionale e la dirige verso quegli oggetti contro cui è ragionevole che si lanci.
S. Tommaso raccorda la m., quale beatitudine evangelica di ordine soprannaturale, con i doni dello Spirito Santo, mettendo in evidenza il perfezionamento, che si ottiene nell'ordine soprannaturale, della virtù naturale: "Vi è una virtù che frena l'irrompere delle passioni dell'appetito irascibile, affinché l'uomo non si abbandoni a quelle oltre il ragionevole; il dono (dello Spirito Santo) più perfettamente agisce in modo che l'uomo sia reso tranquillo da quelle passioni secondo la volontà divina; percio la beatitudine: "Beati i mansueti ".. Sotto questo aspetto ascetico-soprannaturale la m. è dono dello Spirito Santo (Gal. 5, 22-23), e assimila maggiormente il cristiano a Gesù «mite di cuore» (Mt. II, 29).
Bint.: Sum., Theol., 24-200, q. 127: ibid., 14-200, q. 69. a. 3: D. Botez, Béatitudes, in DSp. I, coll. 1298-1310: M. Cordovanı, Itinerario della rinascita spirituale, Roma 1946, pp. 215-23. Inoltre i vari trattati di teologia morale nella studia della temperanza.
Costante Scarpellini
MANTEGAZZA, Cristoforo e Antonio. Scultori, nativi di Milano. Figli di Galeazzo, lavorarono inizialmente come orefici, forse nella bottega del padre, alla quale, sembra, continuarono ad attendere due loro fratelli, Giorgio e Giovanni.
Nel 1464 Cristoforo figura con altri lapicidi fra le maestranze della certosa di Pavia, con l'umile incarico di fornire pietre tagliate; ma fin dall'inizio dello stesso anno aveva presentato dei marmi lavorati alla direzione dell'opera e in seguito risulta stipendiato mensilmente. Nel 1465 attende alla decorazione in cotto del chiostro grande, nel 1467 riceve 6 pezzi di marmo per farne sculture per il Castello Sforzesco. In seguito alla raccomandazione di Galeazzo Maria Sforza i due fratelli ottengono l'incarico di fornire i marmi della facciata della Certosa, che si stava costruendo sotto la direzione di Guiniforte Solari. Tuttavia, nel 1474, metà del lavoro veniva loro tolto e affidato all'Amadeo. I documenti parlano di parecchie sculture eseguite dai fratelli, di cui l'uno, Cristoforo, m. il 7 febbr. 1482. Antonio si trasferì a Milano, dove m. non molto prima del 1° ott. 1495.
Cristoforo e Antonio sono in ordine di tempo i primi scultori del Rinascimento che siano noti ed abbiano operato in Lombardia, e le loro opere della certosa di Pavia rivelano un'appassionata energia formale, una straordinaria vigoria plastica e ricerche di espressività, mediante piani e profili taglienti, mentre l'accentuazione metallica del rilievo deriva forse dalla pratica che ebbero dello sbalzo. Poiché è lecito pensare a Cristoforo come al più autorevole dei due fratelli, gli si attribuiscono i busti del lato settentrionale del chiostro piccolo della certosa di Pavia (1464-66), sculture ornamentali del chiostro grande, i Dottori dei capitelli del Tributo (ricordati da un documento del 1478); i tre rilievi con storie della Passione nel Museo della Certosa, la Madonna della Collezione Pòulc, tre Virtù del Louvre, 2 Angeli al Castello Sforzesco di Milano ecc. Il linguaggio figurativo di A. si presenta invece come uno sviluppo di quello del fratello, ed è rappresentato da un'opera sicuramente datata, il lavabo, con la Lavanda dei Piedi della Certosa (1488) attorno a cui possono raggrupparsi la Pietà della porta del transetto verso il chiostro piccolo, 3 formelle con storie di Cristo, 2 Angeli inginocchiali del Castello Sforzesco, la Pietà del Victoria and Albert Museum, ed altre opere, probabilmente in collaborazione.
Alla luce delle ultime ricerche l'influenza esercitata dai due fratelli sembra assai vasta ed importante; e fu fondamentale per la costituzione del gusto che sarà dominante in Lombardia nel 1480-1500.
Bint.: G. L. Calvi, Notizie sulla vita e sulle opere dei principali scultori e pittori che fiorirono a Milano durante il governo dei Visconti e degli Sforza, Milano 1863, pp. 29-44, 144-52; F. Malaguzzi Valeri, G. A. Amadeo, scultore ed architetto, Bergamo 1904; Gian Alberto dell'Acqua, Problemi di scultura lombarda; M. e Amadeo, I, in Proporzioni, 2 (1948), pp. 89-107; E. Arslan, Sul M., in Bollettino d'arte. 35 (1950), pp 27-34.
Eugenio Battisti
MANTEGAZZA, Gaetano Maria. - Missionario, n. a Milano l'1 1 apr. 1745, m. ad Amarapura (Birmania) il 4 ag. 1794. Gli fu imposto il nome di Cesare, che, entrato fra i Barnabiti, cambiò in quello di G. M. Ordinato sacerdote (1768), per due anni insegnò filosofia nel Collegio di S. Giovanni delle Vigne a Lodi; indi, nel 1771, iniziò il viaggio insieme al p. Marcello Cortenovis e sbarcò a Rangoon il 18 ott. 1772.
Per essere più preparato al lavoro missionario si rese padrone della lingua birmana e della lingua religiosa poli. Nel 1780 fu nominato vescovo di Massimianopoli in partibus e coadiutore di mons. Gherardo Cortenovis, vicario apostolico di Ava e Pegù, a cui successe ben presto, essendo questi morto prima che il M. fosse consacrato. Il 4 genn. 1784 partì per Roma, sia per farsi consacrare sia per evitare che i Barnabiti abbandonassero quella difficile missione. Consacrato vescovo e curata la stampa del suo Alphabetum Barmannarum seu regni Acessis (1787), del Catechismus pro Barmann, scritto da mons. Percoto, e di un libro di orazioni, nel genn. 1787 ripartì per la Birmania, ove giunse l'anno dopo e trovò la missione rovinata dalle guerre. Cercò di riorganizzarla con i pochi missionari a disposizione, ma i disagi e le fatiche lo condussero prematuramente alla morte che lo colse ad Amarapura, dove è seppellito. Lasciò una relazione che è chiamata Relazione dei regni di Aca e Pegi o anche Storia barmana, scritta in francese nel suo viaggio di ritorno in Europa (1784). Vi si parla della storia, lingua, usi, costumi e ricchezze dei regni Ava e Pegù e dei loro abitanti ed è stata pubblicata solo nel 1950. L'altro manoscritto, ancora inedito, è rappresentato dai Dialoghi tra un hhièn selvaggio ed un siames ex-talapaio, scritto a Roma nel 1785 o 1786, a complemento del capitolo della Relazione circa la religione dei Birmani.
Bint.: G. Boffoa, Biblioteca barnabitica, II, Firenze 1938, pp. 396-97; R. Carmignani, La Birmania. Relazione inedita del 1764 del missionario barnabita G. M. M., Roma [1930], con ricca bibl. e un'accurata introduzione sulla storia delle missioni dei Barnabiti in Birmania.
Saverio Paventi
MANTEGAZZA, Paolo. - Antropologo, igienista, scrittore, n. a Monza il 31 ott. 1831, m. a S. Terenzo (Liguria) il 26 ag. 1910. Laureatosi in medicina a Pavia, viaggiò in Europa e nell'America latina per conoscere costumi e razze. Ottenuta la cattedra nell'Università di Pavia, vi fondò il primo laboratorio di patologia generale e, passato a Firenze, il primo museo di antropologia.
Con scritti popolari, almanacchi e riviste, volgarizzò le sue teorie. Fu un convinto sostenitore del darwinismo, che applicò nelle ricerche e propugnò negli scritti; ma certe sue lezioni scientifiche si risolvavano in un sensualismo epicureo. Ebbe un suo successo e sembrò, a torto, che le sue pagine rappresentassero una vittoria del laicismo contro i pregiudizi sfericali; finirono invece con il nuocere alla severità della scienza. Propugnò il neomalthusianismo e il libero amore, accettò il divorzio, la poligamia ed anche la poliandria.
Depurato dal 1865 al 1876 , poi senatore, ha lasciato elementi autobiografici in Ricordi politici di un fantaccino di Montecitorio (1896). Scrisse due romanzi: Un giorno a Madera e Il Dio ignoto (1876). Delle altre opere sono espressamente all'Indice : Elementi d'igiene, decr. 22 marzo 1869; Gli amori degli uomini, decr. 25 giugno 1886; Fisiologia dell'amore, decr. 25 giugno 1886; Igiene dell'amore, decr. 25 giugno 1886, 14 luglio 1892; L'arte di prender moglie, decr. 14 luglio 1892; Fisiologia dell'odio, decr. 14 luglio 1892; Fisiologia della donna, decr. 14 luglio
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Mantegna, Andrea - Affresco con il Martirio di s. Cristoforo - Padova, chiesa degli Eremitani.
(ist. Andrsen)
1893; L'arte di prender marito, per far seguito all'arte di prender moglie, decr. 8 giugno 1894.
BibL.: M. Pilo, L'epicuro di P. M. e la psicologia del bello, ivi 1891; id., L'estetica psicologica e la fisiologia del bello di M. P., ivi 1892; S. Farina, Cure andere, Torino 1913, pp. 283-87; L. Russo, I narratori, Roma 1923, pp. 109-10; G. Casati, P. M., in L'Indice dei libri proibiti, Milano-Roma 1927, pp. 203-207. Mansueto Lotti Lombardi
MANTEGNA, ANDREA. - N. presumibilmente ad Isola di Cartuso, nel vicentino, nel 1431, m. a Mantova il 13 sett. 1506. Dopo esser stato sei anni in bottega dello Squarcione adottato come figlio, se ne staccava nel 1448 ed entrava nella società dei giovani capeggiata da Niccolò Pizzolo, che si assumeva il lavoro di metà della cappella Ovetari agli Eremitani di Padova, mentre l'altra metà era assegnata ai vecchi Antonio Vivarini e Giovanni D'Alemagna. Morto quest'ultimo nel 1450 e ritiratosi il Vivarini, tutto il lavoro passò all'altro gruppo e, per le varie vicende di questa movimentata impresa, finj per toccare, nella parte maggiore, al M., come risulta da una serie di documenti. Al Pizzolo, dal quale il M. si divideva già nel 1449 e che moriva nel 1453 , spettano, oltre alla pala in terracotta, la figura dell'esterno nel catino dell'abside e poche cose minori; ad Ansuino da Forlì e Bono da Ferrara le prime quattro Storie di s. Cristoforo.
Il M., oltre a figure di Santi nel catino, e all'Ascensione dietro l'altare, dipinse la parete sinistra, distrutta da un bombardamento aereo nel 1944, con Storie di s. Giacoma, cominciando nel 1449 e terminando probabilmente verso il 1454-55. Il prodigioso giovane, con un processo di arricchimento e di chiarificazione del suo linguaggio, che si può seguire nello svolgimento dell'opera, da una certa elementarietà compositiva delle
prime due storie (lunetta) fino alla pienezza e rigorosità delle ultime (registro inferiore) coll' Audata al supplizio e il Martirio, raggiunge in questo la più alta intensità poetica e conquista l'assoluta coerenza e perspicuità perfetta delle sue leggi stilistiche.
Un mondo carico di una potente energia vitale, è collegato in una gelida fissità di maschere, di gesti, di moti. Uno spettacolo che ci pare di aver sotto le dita, offerto alla nostra presa dalla sua prepotente tangibilità, e insieme irraggiungibile e chiuso irrimediabilmente per la irrealità intransigente della sua struttura. In questa sintesi di estremi, di opposti, che soggioga ad una sola espressione i motivi più discordanti, è la suprema ragione poetica, il tono eroico e terribile di quest'arte, talora opprimente come un incubo. La linea, serve al M., pittore-ocultore, solo a radicare, col fermo vigore del suo contorno, le cose irrevocabilmente al loro posto, e ribadirne la solitudine.
Ma conale intransigente assolutezza di stile sembra attenuarsi, o meglio arricchirsi di nuovi interessi nelle ultime due Storie di s. Cristoforo dal M. dipinte qualche tempo dopo, a completare la parete di contro. E questo il tempo del suo maggiore accostamento ai Bellini; a questo momento, che importò una breve residenza a Venezia, appartiene anche il grande polittico di S. Luca per la chiesa padovana di S. Giustina, ora a Brera, per molti aspetti paragonabile ai belliniani polittici della Carità, nonché alla pala di S. Eufemia. Attività veneziana del M., alla quale vanno riferiti ancora il cartone per il musaico della Dormitio Virginis nella cappella dei Mascoli in S. Marco, è il fregio della tomba Cornaro ai Frari, giustamente assegnatogli dal Fiscco.
Ritornato a Padova il M. compie, fra il 1457 e il 1459 , il dittico di S. Zeno a Verona, che felicemente unificava le tre parti nell'invenzione architettonica del quadriportico, entro il quale son collocate le figure della Vergine e dei Santi, e il cui lato anteriore coincide con la cornice.
Ritorna in questa imponente creazione la solennità marmorea delle opere padovane, ma che si direbbe motivata da un più caldo sentimento di umanità, che ispira una mirabile serie di Madonne vezzeggianti il Bambino, nelle quali la grazia infantile è colta, in varietà e originalità grande di atteggiamenti, con una penetrazione e con una gentilezza indicibile. Mentre invece il famoso Cristo morto di Becca sembra quasi una sublime, ma un poco aridamente astratta, acrobazia sui più ardui problemi prospettici anatomici; ed il suo scorcio prodigioso divenne testo per le susseguenti generazioni di pittori.
Nell'ag. del 1460 il M., dopo infinite sollecitazioni del marchese di Mantova, si trasferisce in questa città, dove lega ormai definitivamente a quella corte la sua attività di pittore, ma anche, probabilmente di scultore e di architetto. Un viaggio in Toscana nel 1467 , per un consulto sui lavori del camposanto pisano, deve aver offerto nuovo, più fresco e largo respiro alla sua ispirazione che si attua nel grande capolavoro della maturità, gli affreschi della Camera degli Sposi, firmati con legittimo orgoglio e datati 1474 . Lo spirito eroico del M. riesce a sollevare ad un tono quasi epico nella grave dignità degli aspetti, nella impostazione monumentale, nella vastità degli orizzonti, questi temi in fondo modesti, di vita familiare. Nell'altro capolavoro dei più tardi anni del pittore, dopo un viaggio a Roma nel 1488, la serie dei Trionfi ora molto malconci ad Hampton Court, una fierezza di moti improvvisi, assieme ad un rinnovato vivissimo interesse per le scienza antiquaria, sembra scorgere quasi un parziale ritorno su posizioni di stile anteriore. Composizioni potenti nella plasticità delle singole figure, ma forse un po' confuse e oratorie nel ritmo talvolta sopraffatto da una troppo trasparente esattezza nelle mi-
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nute descrizioni. E così un po' raffreddate dalla preoccupazione del concettualismo allegorico sono le ultime tele mitologiche, terminate dal Costa per lo studiolo di Isabella d'Este. Il M. fu anche grande incisore. - Vedi tav. CXXVIII.
BibL.: P. Kristeller, A. M., Berlino 1902; G. Fiesco, s. v. in Thieme-Becker, XXIV (1930), pp. 38-45, con ampia precedente bibl.; id., M., Milano 1937.
Luigi Coletti
## MANTELLATE DEL TERZ'ORDINE DEI SERVI DI MARIA. - In
pieve di Treppio, diocesi di Pistoia, nel 1861, tre giovani, Marianna Ferrari, Maria Mattioli ed Elena Rossi, desiderose di dedicarsi al servizio di Maria S.ma Addolorata, presero l'abito delle Serve di Maria, nella chiesa della S.ma Annunziata in Firenze, dai Padri Serviti, e fondarono un romitaggio con l'intendimento di condurvi vita contemplativa.
Persisse poi che i tempi richiedessero anche opere di vantaggio sociale, aprirono scuole con oratòri festivi e pie unioni di Figlie di Maria; nel 1868 furono aggregate all'Ordine dei Servi di Maria. Il decreto di lode è dell'1 febbr. 1909. Le Costituzioni furono approvate la prima volta l'8 giugno 1913 e definitivamente il 28 febbr. 1920. A questo Istituto furono uniti alcuni conventi di Mantellate, quello di Ladysmith (U. S. A.), quelli di Bologna e quello di Ascoli Piceno, fondato nel 1742.
Il fine dell'Istituto è l'educazione e l'istruzione della gioventù femminile con convitti, case di lavoro, scuole, asili, oratòri, ecc.
Nel 1948 le suore erano 764 e le novizie 71 , distribuite in 104 case.
Bibl. Arch. S. Congr. dei Rel., P. 62.
Agostino Pugliese

(fol. Alinari)
MANTELLEtTA (mantellum). - Veste ecclesiastica, ma non liturgica, specie di mantello ridotto, di forma ampia che scende fino alle ginocchia, aperta davanti, senza maniche, con due larghe aperture laterali per introdurvi le braccia. Distintivo di dignità, è l'abito della prelatura romana.
La portano i cardinali, i patriarchi, i vescovi, gli abati regolari, i protonotari apostolici ed i prelati domestici; si usa sempre con il rocchetto. Nelle loro diocesi, tutti i vescovi usano la mozzetta senza la m. Nella Curia romana tutti, deposta la mozzetta, indossano la m. In presenza del papa, i cardinali portano il rocchetto, la m. e la mozzetta; in sede vacante, come nei loro luoghi di giurisdizione, essi procedono con il rocchetto senza m. Nella loro diocesi, alla presenza di un cardinale o del proprio metropolita, i vescovi usano la m. e la mozzetta; se poi il cardinale è legato a latere, la sola m .
Il colore della m. dipende dalla persona che la porta : i cardinali l'hanno di tre colori, rosso di solito, violaceo nei giorni di penitenza e di lutto, rosaceo nelle domeniche
Gaudete e Laetare; gli altri prelati e vescovi usano di regola il violaceo. I cardinali, i vescovi e gli abati regolari sono generalmente tenuti ad usare l'abito del colore del loro ordine.
Da quando la m. sia in uso, non è certo; forse mantellum dell'Ordo Roman. XIII (Caeremoniale Romanum, ed. Iussu Gregorii X, dopo il 1274) o dell'Ordo Roman. XV (Liber de caeremonii S. R. E. "uuctore Petro Amelia, Ep. Senegalliensi", m. nel 1401) si riferisce alla m. (Braun); G. Catalani cita nel Caeremoniale episcoporum (I, Roma 1744, pp. 14-15) il can. II del Concilio Budense (1279) ed i decreti del Concilio provinciale II Mediolanense di s. Carlo (sec. xvI) « in usu fuisse saec. xv».
Bibl.: Mutu proprio di Pio X. Inter multiplices, del 21 febbr. 1903, in Dier. auth. Congreg. Sacr. Rit., n. 4154 ad 7.16.26. (31); Decreto S. Congreg. Caerem., 24 giugno 1933, in AAS, 25 (1933), pp. 341-42. Studi: G. Moroni, s. v. in Dio. di erud. stor. erit., XLII, pp. 150-54; P. Hinschius, System des hath. Kirchenrechts, I, Berlino 1869, p. 338, n. 5, 390; II, ivi 1878, p. 47. n. 11; P. Hofmeister, Mitra und Stab der wirklichen Prälaten ohne bischäflichen Charakter, Stoccarda 1928, p. 58; J. Braun, s. v. in Cath. Enc., IX, p. 611 .
Pietro Siffrin
MANTELLONE. - M. (Magnus mantellus, «mantello grande ") è una sopravveste talare lunga sino a terra, senza maniche, interamente aperta nella parte anteriore, con quattro larghe aperture laterali, due per introdurvi le braccia, due per introdurre le mani nel sottabito o sottana. Ha un colletto basso, che cinge il collo, fermandosi sul davanti con un uncinello. Dall'apertura delle braccia pendono in tutta la lunghezza del m. due strette e finte maniche senza apertura, che sono attaccate alle parti posteriori, corrispondenti alle spalle.
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Mantova, diocesi di - Palazzo e portico della Ragione (secc. xv-xv), torre dell'Orologio (sec. xv) e rotonda di S. Lorenzo (ca. a. 1000) - Mantova.
Il m. paonazzo è di panno, di seta e di saia, con mostre o fodere di seta di egual colore, con cuciture e punteggiature simili. Coloro che possono usare il m. hanno uno speciale abito di seta o di panno, secondo la loro maggiore o minore dignità, costituito da sottana senza coda con bottoni e collare paonazzi, fascia di seta paonazza con fiocchi, calze nere e scarpe con fibbie.
Hanno l'uso del m. tutti i componenti ecclesiastici della Famiglia pontificia (v.), l'aiutante di Camera di S. Santità, i bussolanti, i chierici della Cappella pontificia, i loro suprannumeri ed i cursori pontifici. Quelli che con l'abito di m. godevano il titolo di monsignori erano chiamati per antonomasia prelati di m . o monsignori di m . ed ai loro stemmi gentilizii sovrapponevano il cappello prelatizio con due fiocchi. Tale denominazione è ora caduta in disuso. Le cariche latche, ora estinte, dell'avvocato dei poveri, dell'avvocato generale del fisco, del procuratore generale del fisco, del commissario della reverenda Camera Apostolica ed i luogotenenti togati della Curia romana ebbero concesso il m. nero, e gli appartenenti alle quattro prime cariche anche il titolo di monsignore, benché per lo più fossero ammogliati. Tra le cariche, che ora più non si conferiscono, godeva l'uso del m . quella di ufficiale extra omnes, custode del concistoro. In alcune cavalcate per il possesso dei sommi pontefici anche gli uditori di Rota ebbero il m. nero.
Boll.: G. Moroni, Diz. di erud. stor. escl., VII, p. 14; XLII, p. 155; T. Ortolan, Cour romaine, in DThC, III, 11, coll. 1972-73.
Guglielmo Felici
## MANTICA: v. Divinazione.
MANTICA, Francesco. - Cardinale, n. a Venzone (Friuli) nel 1534 da Andrea e Fontana di Fontansbona, m. a Roma il 29 genn. 1614. Laureatosi in legge a Padova nel 1558 , vi cominciò ad insegnare diritto civile nel 1560 .
Il suo trattato De coniecturis ultimarum voluntatum, pubblicato nel 1580 e più volte in seguito, lo rese celebre. Chiamato a Roma da Sisto V quale uditore di Rota per la Repubblica veneta il 18 genn. 1586, fu creato cardinale di S. Adriano da Clemente VIII il 5 giugno 1596. Nel 1609 pubblicò l'altro suo trattato De tacitis et ambiguis conventionibus, assai stimato al suo tempo. Il nipote Germanico M., vescovo di Famagosta, poi di Adria (m. nel febbr. 1639), ne pubblicò le Decisiones Rotae Romanae.
Boll.: G. G. Liruti, Notizie dei letterati del Friuli, III, Udine 1780, p. 412 sgg.; M. D. Pettoello, Un giurcconcilio udinese del sec. XVI, in Bollettino civ. Biblioteca e Museo (Udine), 3 (1909), pp. 79-89.
Pio Paschini
MANTO PAPALE. - Veste sacra, amplissima con strascico, detta anche pluviale o cappa pontificalis. E simile al piviale, ma più lunga, distendendosi dal collo fin oltre i piedi; è senza maniche, aperta nella parte anteriore e si aggancia al petto mediante due uncinelli in argento dorato, i quali vengono poi coperti dal formale. Alla medesima, anticamente, era aggiunto, dietro le spalle, il cappuccio; ora, al suo posto pende un pezzo di drappo, di forma semicircolare, cucito nella sola parte superiore.
Il m. p. è di seta color bianco, rosaceo, rosso (colore che nelle vesti papali sostituisce il nero ed il paonazzo) e verde, secondo i tempi, con magnifici ricami in oro nei