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 spalle, il cappuccio; ora, al suo posto pende un pezzo di drappo, di forma semicircolare, cucito nella sola parte superiore.

Il m. p. è di seta color bianco, rosaceo, rosso (colore che nelle vesti papali sostituisce il nero ed il paonazzo) e verde, secondo i tempi, con magnifici ricami in oro nei lembi estremi (detti pedana), in tutto il fondo e massimamente nelle larghe mostre anteriori, che circondano anche il collo, e nell'inizio dell'antico cappuccio, che è inoltre decorato di frangia e granoni d'oro.

Il m. p. viene imposto sulle spalle del papa nella Sala dei paramenti da due uditori di Rota, il 1° cardinale diacono lo allaccia sul petto con gli uncinelli, su cui colloca
il formale. Quindi i due primi cardinali diaconi, assistenti al trono, ne prendono le estreme parti e le sostengono in tutte le azioni che il papa fa al trono e le accomodano in modo che il m. p. ricopra tutta l'augusta persona. Ad essi si sostituiscono i due primi maestri delle cerimonie, quando il papa è al genuflessario, i quali vi accomodano sopra le fimbric del m. p. : lo strascico del m. p. ricade sulla falda che insieme con quest'ultima è sostenuto da due uditori di Rota (cf. cost. Ad incrementum decaris del 15 ag. 1934: AAS, 26 [1934], p. 511, n. LXXVII).

Il neo eletto pontefice indossa per la prima volta il m. p. per ricevere la 2ᵃ e la 3ᵃ adorazione dei cardinali. Lo assume poi nelle cappelle pontifice a cui assiste, nelle funzioni del possesso, in quelle dell'apertura e chiusura della Porta Santa, nei concistori pubblici e semipubblici ed infine per intonare il canto dell'ora di terra, se celebra solennemente la Messa, e per dare la solenne benedizione.

Boll.: F. Buonanni, La gerarchia ecclesiastica, Roma 1720, p. 258; D. Giorgi, Gli abiti del Sommo Pontefice paonazai e neri, ivi 1724. cap. 4; G. Moroni, s. v. in Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, XLII, p. 162.

Guglielmo Felici
MANTOVA, Diocesi di. - Diocesi e città capoluogo di provincia in Lombardia.

Ha un'estensione di 2024 kmq., con 375.000 ab., dei quali 374.586 cattolici; conta 153 parrocchie servite da 312 sacerdoti diocesani e 16 regolari; ha i seminario, 2 comunità religiose maschili e 86 femminili (Annuario Pont., 1951, p. 263).
I. Storia. - E circondata per tre lati dal Mincio. Il suo nome deriva dalla divinità infernale etrusca Mantus che ne rivela l'origine; mentre una leggenda ne fece fondatrice Manto, figlia di Tiresia (Dante, Inferno, XX, 5299). Fu conquistata dai Galli e poi dai Romani; i veterani di Giulio Cesare ebbero porzione delle sue terre. Venne devastata da Alarico nel 401; occupata e fortificata dagli esarchi di Costantinopoli; presa dai Longobardi; passo poi ai Canossa. Nel 1091 si arrese ad Enrico IV; nel 1126 si nominarono 5 consoli; fu favorevole all'Impero specie al tempo del vescovo Garsedonio; ma partecipò all'alleanza della Lega e combatté nel 1167 ad Alessandria e a Legnano. Poi si contesero la città varie famiglie quali i Casaloldi, i Riva, i Poltroni, gli Arlotti e i Bonacolsi la cui signoria terminò nell'ag. 1328, quando in Piazza Sordello in una violenta rissa essi furono cacciati; sorse allora la signoria della famiglia Gonzaga (marchesi e poi duchi di M.) intorno alla quale si imperniò la storia di M. per oltre tre secoli. Poi decadde, e M., dopo varie vicende, passo all'Impero austriaco nel 1707. Fu assediata dai

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Francesi nel 1796; nel 1799 vi entrarono gli Austriaci; ma con la pace di Luneville del 1801 fu ripresa dai Francesi, divenendo capoluogo del dipartimento del Mincio fino al 1814 ; venne annessa poi al Regno lom-bardo-veneto nel 1815 ; insorse invano Ciro Menotti e più tardi si ebbe l'eccidio di Belfiore (1851), finché con la pace di Vienna, dell'1 i ott. 1866, fu annessa al Regno d'Italia.

Le origini della Chiesa di Mantova sono oscure. Una lettera del diacono Crispo di Milano a Mauro vescovo di M. è della fine del sec. viI o dell'inizio dell'viII (MGH, Epistoloe, III, p. 698, n. 7). Il primo vescovo di data certa è Laiolfo, presente al Sinodo di M. dell'827 (P. Paschini, Le vicende politiche e religiose del Friuli nei secoli nono e decimo, in Nuovo archivio veneto, nuova serie, 20 [1911], p. 240 sgg.).

E poi noto Eglialfo da una lettera del papa Giovanni VIII dell'anno 88r; Pietro, ricordato in un privilegio di Lotario dell'anno 945; quindi Guglielmo nel 962 ; Gombaldo nel 981; Giovanni al tempo di Ottone III; Iltulfo che ebbe privilegi da Enrico II e da Corrado II; Marciano al tempo di Enrico III; sotto Eliseo si tennero a M. due concili, il primo nel 1053 da Leone IX, il secondo da Alessandro II nel 1064. Sotto Gregorio VII vi fu lo scisoro causato dai fautori di Enrico IV contro i vescovi Ubaldo e Ugo. I vescovi furono a lungo contemporaneamente anche podestà di M. Nel 1235 Uguccione degli Avvocati uccise il vescovo Guidotto e da allora decadde l'autorità civile dei vescovi di M. Nel 1466 ne fu vescovo il card. Francesco Gonzaga, il card. Sigismondo Gonzaga ne fu amministratore nel 1511; nel 1521 suo nipote Ercole venne creato vescovo di M.; nel 1565 ne è amministratore il card. Federico Gonzaga, nel 1565 il card. Francesco Gonzaga; poi si ritrovano vescovi di M. nel 1574 Marco Fedele Gonzaga e nel 1593 Francesco Gonzaga. I vescovi di M. furono suffraganei del patriarcato di Aquileia fino al 1453, quando Niccolò V fece M. immediatamente soggetta. Nel 1803 divenne suffraganea di Ferrara, nel 1819 di Milano. Dal 1884 al 1893 fu vescovo di M. mons. G. Sarto (b. Pio X).

Nel 1470 per opera di A. De Micheli vi si stamparono la Dicina Commedia e il Decamerone.

Tra i Mantovani illustri, oltre Virgilio nato ad Andes (oggi Pietole), si ricordano il trovatore Sordello di Goito, Baldassare Castiglione, a. Luigi Gonzaga (v.), i beati Alberto da M., Alberto Gonzaga vescovo di Ivrea, Antonio Gonzaga, Bartolomeo de' Fanti, la b. Elisabetta Picenardi; i pp. Teofilo Folengo, Antonio Possevino, ecc.

Nel 1624 ebbe uno Studio universitario affidato ai Gesuiti, fissati a M. fin dal 1584. L'Accademia Virgiliana sorse per decreto di Maria Teresa nel 1767 con teatro proprio (Teatro scientifico).
II. Archeologia. - Nella Cattedrale fin dal 1776, e proveniente dalla demolita chiesa di S. Agnese, si conserva un sarcofago cristiano della fine del sec. Iv, già dorato, con la rappresentazione di G. Cristo tra i 12 Apostoli. Nel coperchio, nel centro, la Natività; da un lato G. Cristo sul monte tra due discepoli; dall'altro scena del matrimonio, con notaio in atto di trascrivere l'atto sui dittici (Wilpert, Sarcofagi, I, tav. 30 e p. 39; tav. 74, 5 e 6, p. 91; II, pp. 283, 338-39). Un'iscrizione cristiana, rinvenuta nel 1785 nella chiesa di S. Benedetto, ricorda un "Thomas vir honestus negotiator", morto nel 540 (CIL. V, 4084).

Bisc.: Eubel, I, pp. 324-25; II, p. 185; III, p. 234; IV, p. 230; F. P. Kehr, Italia Pontificia, VII, i, Berlino 1913, pp. 305-54; Lanzoni, II, pp. 943-44; L. Volta, Compendio della storia di M., 5 voll., Mantova 1807-38; S. Davari, Notizie storiche topografiche della città di M., ivi 1903; V. Restori, M. e suoi dintorni, ivi 1925; R. Quazza, M. attraverso i secoli, ivi 1933. Sul Gonzaga: TorelliLuzio, L'Archivio Gonzaga di M., Mantova 1920-22. Enrico Josi III. Arte. - Sono abbastanza numerose le documentazioni archeologiche dell'antica M., città etrusca e poi roma-
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Mantova, diocesi di Piazza Sordello e facciata del Duomo (1726), Il campanile è del sec. xi. A destra il Palazzo ducale (secc. xili-xiv) Mantova.
na, meno significative quelle che ricordano la travagliata vita cittadina nell'alto medioevo, prima che durante l'età romanica M. fiorisse a nuovo splendore. Di tale tempo sono monumenti cospicui la Rotonda di S. Lorenzo costruita intorno all'anno 1000 sulle rovine di edifici romani, il campanile della chiesa di S. Gervasio e l'altro del Duomo nonché vari edifici civili in tutto o in parte di quella età, quali le parti più antiche del Palazzo della Ragione, dell'Arengario e del Palazzo del Broletto, sulla cui torre d'angolo - ove è una scritta che ne ricorda la costruzione avvenuta nel 1227 - è anche un rozzo monumento a Virgilio... "mantuanus poetarum clarissimus", testimonianza del grande onore in cui anche durante il medioevo fu tenuto nella sua terra il cantore d'Enea.

La chiesa di Gradaro, col suo grandioso portale ad ogiva, firmato Jacobus et Gratusala Ognabense, opera della fine del ' 200 , quella di S. Francesco, le parti più antiche del Duomo, il campanile del S. Andrea del 1414, l'antico Palazzo dei Bonacolsi, quello del Capitano del Popolo e il castello di S. Giorgio, elevato dall'architetto Bartolino da Novara, sono invece costruzioni di gusto gotico. Ma è durante il ' 400 e quindi nel ' 500 sotto il dominio del Gonzaga che M. si trasforma e diviene ad opera dei grandi artisti chiamati presso quella corte una delle più splendide città della Lombardia. Fu infatti durante il principato del marchese Ludovico (1444-78) che giungono a M. Leon Battista Alberti, Luca Fancelli e Andrea Mantegna, mentre al tempo della marchesana Isabella d'Este (1454-1539), consorte di Francesco II, si raccolgono nella reggia dei Gonzaga, formata da un complesso di edifici di varia epoca e divenuta una delle più splendide d'Italia, preziosissime opere d'arte antica e moderna, mentre con Federico II è invitato a M. (1524), dietro suggerimento di Baldassar Castiglione, Giulio Romano. I più cospicui monumenti di quella età sono, con gli affreschi famosi di Andrea Mantegna (v.) in Palazzo Ducale, il S. Andrea, la cappella dell'Incoronata presso il Duomo, il S. Sebastiano e il Palazzo del Te. Il S. Andrea, ove è anche la tomba del Mantegna, fu ideato dall'Alberti, ma realizzato nell'impostazione generale del Fancelli e sul finire del sec. xvi, nella costruzione dei due bracci della crocera, da A. M. Viviani, e quindi portato a compimento con carattere unitario, secondo i primitivi progetti, fra il 1732 e il 1782 da Paolo Pozzo e da Filippo Iuvara che ne voltò la cupola. Anche il S. Sebastiano, come la cappella dell'Incoronazione presso il Duomo, sono opere albertiane. Il Palazzo del Te invece è una architettura di Giulio Romano che con la sua attività anche nel campo della decorazione ambientale impresse un forte carattere al gusto locale, protrattosi per

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tutto il Cinquecento, come è manifesto nel Palazzo di Giustizia architettato dal Bertani, sul finire del secolo.

Tra le opere dell'età barocca si ricordano particolarmente la chiesa di S. Maurizio, dall'alta caratteristica facciata, quella di S. Barnaba, che conserva nel s. Romualdo l'opera maggiore di Giuseppe Bazzani, il geniale pittore mantovano del Settecento, e l'altra di S. Filippo, mentre nel campo dell'architettura civile si distinguono il Palazzo dei marchesi Sardi, dell'architetto Francesco Geffia, quello dell'arcivescovado, l'altro dei marchesi Cavriani della seconda metà del Settecento ed infine la casa Mantovani in Via Giovanni Chiassi. Durante il Settecento, oltre il Bazzani lasciava a M. cospicue pitture il veronese Giorgio Anselmi, mentre presto il gusto neoclassico s'affermava in città con l'opera di Paolo Pozzo, che nel 1779 trasformava alcuni ambienti del Palazzo ducale, e quindi con quella di Luigi Canonica cui si deve il Teatro sociale (1822). Del sec. xx l'opera più cospicua è, nell'insieme della Piazza Virgiliana composta fino dal 1797, il monumento al grande poeta ideato da Luca Beltrami, ma le sculture sono di E. Quadrelli e G. Menozzi.

Bibl.: V. la bibl. delle v. Alberti: Giulio mimano; mantsona; C. Cottsfavi, s. v. in Enc. Ital., XXII, pp. 169-70; L. Ozzola, La Galleria di M., Cremona [1949].

Emilio Lavagnino
MANU.- Semidio, progenitore del genere umano, che compare per la prima volta nel Rgveda (v. vedismo) con il nome di "padre M. " (I, 80, 16; 114, 2; II, 33, 13 ecc.). Quando il diluvio sommerse la terra, secondo la leggenda del Satapatha-bvāhmana, I, 8, I, I, egli si salvò salendo sopra una nave da lui costruita, e per mezzo di un sacrificio creò Idá, la sua figlia adottiva, da cui ebbe nuovamente origine il genere umano. Gli viene attribuita un'opera di grande importanza, che concerne i doveri religiosi e civili degli Ario-indiani, e porta il titolo di Māna-va-dharma-tāstra, "Trattato delle sacre leggi di M." (v. dharma śāstra). Ma nel cap. I (sst. 58-59), M. stesso rende noto che codeste leggi gli furono rivelate dall'Autogeno (Brahmā); M. poi le comunicò al figlio Bhrgu che, per incarico del padre, ne dette comunicazione a certi "grandi saggi», desiderosi di conoscere i diritti e i doveri delle caste.

Per gli storici della letteratura indiana, il M. Dh. S. è un trattato anonimo in versi (metro s'loha), che serviva all'insegnamento nelle scuole brahmaniche, come attesta la strofa 103 del cap. 1, la quale lo propone a un dotto brahmano perché istruisca nei doveri castali i suoi discepoli. Non è facile determinare l'età alla quale l'opera appartiene, ma la forma interamente metrica, l'allusione a documenti scritti (VIII, 168) e le palesi attinenze fra il M. Dh. S. e le parti più recenti del Mahābhāratis (v.) sono altrettanti indizi che il trattato non può essere più antico del sec. II a. C. né posteriore al II d. C. Per ciò che riguarda il contenuto, si deve notare che i precetti relativi alla vita religiosa, sono assai più numerosi delle norme di carattere giuridico, le quali occupano poco più della quarta parte del libro. Precedono le osservanze obbligatorie per le caste Arie; i samikāra, "consacrazioni" o sacramenti ( 12 secondo M.), i doveri del padre di famiglia, i riti domestici giornalieri, il culto mensile al "padri" defunti, sono argomento dei primi cinque capitoli. Ai diritti e doveri del re è dedicato il cap. 7 , che si occupa anche di politica e arte di governo. I capp. 8-9 trattano di diritto civile e penale, e la materia è suddivisa in diciotto porti, l'ultima delle quali riguarda il giuoco e le scommesse. Il testo ritorna poi ad occuparsi delle caste e di prescrizioni religiose (capp. Io-II) per passare, nell'ultimo capitolo, ad argomenti metafisici, come le conseguenze delle azioni buone o cattive nell'altra vita, la migrazione delle anime e la liberazione (v. мокөА). Il M. Dh. S. non è un'arida collezione di aforismi; una certa elevatezza di stile, similitudini e immagini poetiche, indicano qua e là l'intenzione dell'autore di fare anche opera, letterariamente pregevole.

Bibl.: G. Bühler, The laws of M. (Sacred Books of the East. 25), Oxford 1886; M. Winternitz, Geschichte der indischen Literatur, III. Lipsia 1922, p. 486 sgg. Ferdinando Belloni Filippi

MANUELE I Comneno, imperatore di Bisanzio. - Figlio di Giovanni Comneno e di Piriska (Irene), principessa ungherese; resse l'impero dal 1143 al 1180. L'ideale di una restaurazione dell'Impero universale, che diresse la sua politica d'intervento in Italia contro i Normanni dapprima (1143-58), quindi contro Barbarossa, in Ungheria, in Anatolia contro il sultano di Iconio, in Siria contro Nibr ed-Dīn a protezione delle colonie franche, ispirò anche i suoi ripetuti tentativi di unione religiosa con Roma e con le Chiese d'Armenia e di Siria.

I contrasti sorti fra il papato e F. Barbarossa fecero sperare a M. di potersi sostituire all'Imperatore germanico quale protettore della S. Sede; offrì il suo appoggio ad Adriano IV, ed al suo successore Alessandro III prospettò nel 1166 l'unione con la Chiesa greca, purché fosse riconosciuto quale unico imperatore. Benché il Papa dichiarasse di non poter accettare tali proposte, i suoi rapporti con M. rimasero buoni e nel 1176, ad Anagni, M. figura tra gli alleati della S. Sede.

In Oriente, l'affermarsi del dominio bizantino condusse a trattative di unione con Nerses, katholikós degli Armeni. Nel maggio 1170 ebbero luogo delle conferenze teologiche cui prese parte anche un delegato del celebre patriarca di Antiochia, Michele il Siro. La dichiarata opposizione del clero armeno rese infruttuose queste trattative come anche quelle intraprese più tardi (1175, 1177, 79), sotto il katholikós Gregorio IV Dgla (1173-93).
M. intervenne attivamente nelle numerose discussioni teologiche che ebbero luogo in seno alla Chiesa bizantina. Promosse la condanna del monaco Niphon accusato di bogomilismo, ma protetto dal patriarca Kosma (1146-47). Condannato fu pure Demetrio di Lampe, che interpretava male le parole di Cristo «il Padre è più grande di me». Soterièhos Panteagenes ed altri che sostenevano che il sacrificio eucaristico viene offerto solo al Padre ed allo Spirito Santo. M. ebbe infine ad affrontare una viva opposizione del clero bizantino per aver voluto sopprimere un anatema solito a recitarsi dai maomettani che passavano al cristianesimo e che poteva offendere la loro suscettibilità.

Bibl.: F. Chalandon, Jean II Comnène et Manuel I Cumnène, Parigi 1912.

Pelopidas Stephanou
MANUELE di Corinto. - Oratore e teologo bizantino, n. ca. il 1460 , m. ca. il 1550 . Visse per quasi 70 anni al servizio dei patriarchi di Costantinopoli e compose numerose opere teologiche, storiche, agiografiche e poetiche, il cui catalogo completo si trova in A. Papadopoulos-Kerameus.

Come polemista antilatino compose un trattato, ancora inedito, sulla Processione dello Spirito Santo, un altro sul Purgatorio; inoltre la risposta contro le conclusioni di Fr. Francesco Predicatore, che si trova in PG 140, 469 ed è pubblicata completamente da M. Gedeon in 'Eкскппъотtich KchBvia, 9 (1889), pp. 237-40; infine una dissertazione su Marco di Efeso ed il Concilio di Firenze, edita da L. Petit in PO 18, 491-522.

Bibl.: Ph. Mayer, Die theologische Literatur der griechischen Kirche im XVI. Jahrhundert, Lipsia 1809, pp. 23-37; A. Pa-padopoulos-Kerameus, 'Eкeтп̨̣̆́s тoб Плqyйoнo, VI. Atene 1902, pp. 80-89; L. Petit, Manuel de Corinthe, in DThC, X, coll. 1923-24.

Maurizio Gordillo
MANUELE II Paleologo. - N. a Costantinopoli nel 1350, m. ivi il 21 luglio 1425. Imperatore bizantino, regnò dal 1391. Teologo e uomo di grande talento, ebbe un regno molto difficile a causa della potenza turca minacciante e restringente sempre più l'Impero bizantino. Per chiedere aiuti contro i Tur-

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(fot. Biblioteca Vaticana) Manuele II Palelogo - M. II e Maria. Miniatura contemporanea - Biblioteca Vaticana, cod. Vat. grec. 1176, f. 2².
chi fece un viaggio alla corte dei principi dell'Occidente (1399-1403: Venezia, Parigi, Londra, di nuovo Parigi, Genova e di nuovo Venezia). Anche ai sommi pontefici egli indirizzò varie volte, durante il suo lungo governo, ambasciate, anche nel periodo dello scisma d'Occidente, e dopo di esso al papa Martino V, a cui inviò i domenicani greci Teodoro ed Andrea Chrysoberges, ambedue convertiti e ben visti dall'Imperatore. Il 6 apr. 1418 M. ottenne dal Papa la dispensa chiesta dall'impedimento del matrimonio misto per i suoi figli. L'ambasciata papale, affidata al francescano Antonio di Massa nel 1422, non poté più trattare con M., già colpito da grave malattia, bensì con il figlio Giovanni VIII, già associato al governo imperiale da alcuni anni. M. morì senza esser ritornato all'unione tante volte promessa.

Egli ha lasciato molti scritti, lettere e soprattutto libri teologici, omelie ed altri discorsi religiosi, fra cui una omelia mariologica recentemente pubblicata da M. Jugie (PO 15, 539-66). Un grande trattato in maggior parte ancor inedito è la sua Apologia del cristianesimo contro l'Islâm, dedicata al fratello Teodoro. M. compose a Parigi un trattato ancora inedito contro il Filioque, in occasione di un breve scritto presentatogli sullo stesso tema da un monaco dell'abbazia di S. Dionigi. Un gioiello del Museo del Louvre è il codice delle opere dello PseudoDionigi Areopagita, mandato nel 1408 dall'ambasciatore di M., l'umanista Manuele Crissolora, al monastero di S. Dionigi. Sopra le relazioni di M. con il convertito greco Demetrio Cidone testimoniano parecchie lettere di quest'ultimo.

Bibs.: J. Berger de Xivrey, Mémoire sur la vie et les ouvrages de l'empereur Manuel Poléologue, Parigi 1823; E. Legrand, Lettres de l'empereur Manuel Poléologue, ivi 1892; G. Schlumberger, Byzance et Croisodes, ivi 1927, pp. 87-147 (Un empereur de Byzance à Paris et à Londres); G. Ostrogorsky, Geschichte des byzantinischen Staates. Monaco 1940, passim; L. Petit, Manuel II Paléologue, in DThC, IX, coll. 1923-32. Giorgio Hofmann

## MANUMISSIONE : v. SCHIAVITÚ.

MANUTERGIO (manutergium, estersorium). E l'asciugamano usato nelle abluzioni liturgiche. Secondo Cirillo Alessandrino (Catechesi mistagogica, V, 2) il diacono porge al vescovo ed ai sacerdoti concelebranti l'acqua per purificarsi le mani; secondo le Costituzioni Apostoliche (VIII, 11, 12) invece quest'ufficio è compiuto dal suddiacono. Negli Statuta antiqua di Arles (del 500) l'arcidiacono consegna al suddiacono, come segni del suo ufficio, "urceolum cum aqua... ac manutergium ", cerimonia questa che si trova tuttora nella ordinazione del suddiacono. A Roma, fin dal sec. viri, l'acqua ed il m. sono presentati al celebrante dagli accoliti.

Attualmente il m. è di tre forme: 1) uno grande in sacrestia, o in locale vicino, per l'abluzione delle mani prima che il sacerdote si vesta per la celebrazione della Messa. Quest'uso rimonta al sec. viri, ed i m. son prescritti in vari Sinodi (p. es., di Luttich [1287]) ed istruzioni (s. Carlo Borromeo). Le rubriche ne indicano l'uso soltanto prima della Messa; dopo la Messa è raccomandato. 2) Uno piccolo da usarsi al Lavabo nell'Offertrorio. E proibito (decr. S. Congr. Rit. n. 2118) di portarlo sul calice nell'andare e tornare dall'altare. Si usa anche dopo la Comunione distribuita fuori della Messa. Il citato Si nodo di Luttich tiene questo m. in molta considerazione. 3) Di forma più grande, si adopra nella Messa e nelle altre funzioni pontificali. Serve anche all'offerta dei pani dopo la consacrazione del vescovo.

Nella degradazione di un suddiacono gli vien tolto anche il m .

Bibs.: J. Braun, Handbuch der Parameotik, Friburgo in Br. 1912, pp. 260-62; L. Fischer, Bernardi card. et Lat. Eccl. prioris Ordo Officiorum Eccl. Later., Monaco 1916, passim; M. Andrieu, Le Pontifical romain au moyen âge, 3 voll., Roma 1938, passim. Pietro Sifrin

MANUZIO, famiglia. - Aldo il Vecchio, celebre editore e umanista, n. a Bassiano (Roma) nel 1449. Studiò a Roma e a Ferrara, fu precettore dei principi Pio di Carpi, dei quali gli fu concesso di assumere il cognome. Da Carpi si trasferì verso il 1490 a Venezia per fondarvi una tipografia. Dal 1494 al 1515 , con qualche interruzione, pubblicò circa 130 edizioni, soprattutto di classici greci e latini ( 27 edizioni «principes»). Famose l'Aristotele in 5 voll. (1495-98), l'Aristofane (1498), il Policiano (1498), le Epistole di s. Caterina da Siena (1500), il Demostene (1504), il Platone (1513), dedicato a Leone X. Dalla tipografia di Aldo usci inoltre nel 1499 quello che per le stupende silografie fu definito il più bel libro del Rinascimento, ossia l'Hypnototomachia Poliphili: romanzo archeologico-allegorizzante del fr. Francesco Colonna. Per le edizioni classiche, alcune delle quali di grande valore filologico, Aldo si associò alcuni dei maggiori umanisti dell'epoca: Erasmo da Rotterdam, Scipione Forteguerri, Marco Musuro, Giambattista Egnazio ecc., che riunì in un'Accademia (1502), dal fondatore detta Aldina. A partire dal 1508 figura ufficialmente suo socio il tipografo Andrea Torresano, del quale nel 1505 aveva sposato la figlia. Morì logorato dall'immane fatica il 6 febbr. 1515.

Apostolo universalmente ammirato della diffusione dei classici e dello studio del greco in Italia e in Europa, Aldo fece di Venezia il centro più importante della cultura classica. Fu anche innovatore geniale nel campo della tipografia, soprattutto per aver ideato il piccolo formato in ottavo ("enchiridii forma ") con l'elegante carattere corsivo (aldino) intciso per lui dal bolognese Francesco Griffi. Le edizioni di questo formato e carattere: il Virgilio e

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(da Ch. H. Kienkens, Die Kunst der Litter. Lipsia 1858, p. 38) Manuzio, famiglia - Frontespizio del Pro P. Sextio commentarius. Edizione di Paolo M., Venezia 1559.
l'Orazio del 1501, il Dante del 1502, ecc. ebbero enorme fortuna e trovarono ammiratori e contraffattori (nonostante i privilegi papali e del Senato veneto) anche fuori d'Italia. La celebre marca aldina dell'àncora col delfino apparve per la prima volta nei Poetae christiani veteres (1502).

Come autore Aldo fu soprattutto grammatico. Scrisse numerose prefazioni alle proprie edizioni, alcune poesie latine; tradusse dal greco in latino.

Bibl.: A. A. Renouard, Annales de l'imprimerie des Aldes, 3° ed., Parigi 1834 (anche per Paolo e Aldo il Giovane); J. Schück, A. Monutius und seine Zeitgenossen in Italien und Deutschland, Berlino 1862; A. Firmin Didot, Alde Manuce et l'hellénisme à Venice, Parigi 1872; P. De Nolhac, Les correspondants d'Alde Manuce, in Studi e documenti di storia e diritto, 8 (1887), pp. 247-99; 9 (1888), pp. 203-48; M. Ferrigni, A. M., Milano 1923; E. Pastorello, Inventario cronologico dell'epistolario manuziano, 1483-1597, in La Bibliofilia, 30 (1928), pp. 40-51; 32 (1930), p. 235.

Paolo, umanista e tipografo, figlio di Aldo, n. a Venezia il 12 giugno 1512.

Riattivò nel 1533 la tipografia paterna pubblicando nuove edizioni dei classici, soprattutto latini. Nel 1561 accettò l'incarico, procuratogli dal card. Girolamo Seripando, di venire a dirigere in Roma una tipografia voluta dal pontefice Pio IV perché pubblicasse edizioni corrette dei Padri della Chiesa, ai fini della polemica antiprotestante. Ma dopo l'avvento di s. Pio V la tipografia, gestita dal Popolo Romano, si limitò sempre più alle edizioni ufficiali scaturite dal Concilio Tridentino (Canones et decreta,

Catechismi, Indici e Breviari). Nel 1570, stanco, Paolo ottenne dal Papa la rescissione del contratto. A Roma tornò nel 1573 e vi morì il 6 apr. dell'anno successivo.

Umanista e ciceroniano, Paolo M. considerò sempre secondaria la propria attività di tipografo. I commenti a Cicerone, gli studi sulle antichità romane, le prefazioni e le epistole latine, più volte ristampate, stabilirono la sua fama di insigne latinista.

BibL.: M. Fickelscherer, P. M., der venetianische Buchdrubber und Gelehrte, Chemnitz 1892; E. Pastorello, Inventares cronologico dell'epistolario manuziano, 1483-1597, in La Bibliofilia, 30 (1928), pp. 51-53, 166-73, 206-303; 31 (1929), pp. 365-68; 32 (1930), pp. 233-39; F. Barbari, P. M. e la stemperia del Popolo Romano (1381-70), Roma 1942.

Aldo il Giovane, erudito e tipografo, figlio di Paolo, n. a Venezia il 13 febbr. 1547.

Collaborò coi Torresani nella tipografia aldina a partire dal 1568 , e dopo il 1574 , in seguito al suo matrimonio con Francesca Lucrezia Giunta, si associó i tipografi Giunta in varie imprese editoriali. Contemporaneamente insegnava cloquenza nello Studio di Padova, di dove passò nel 1585 a Bologna, succedendo a C. Sigonio, a Pisa (1587) e infine a Roma (1588), chiamatovi a ricoprire la cattedra rimasta vacante per la morte di M. A. Mureto. Nel 1590 il pontefice Clemente VIII gli affidò la direzione della Tipografia Vaticana. Con la sua morte ( 28 ott. 1597) si estingue l'illustre famiglia dei M.

D'ingegno precocissimo e vivace, ma retorico, e d'indole incostante, lasciò, insieme a molti scritti secondari di filologia e di antiquaria, le opere principali : Vita di Cosimo I de' Medici (1586), Le attioni di Castruccio Castracane (1590) e 300 Lettere volgari (1592).

Bibl.: E. Pastorello, Inventario cronologico dell'epistolario manuziano, 1483-1597, in La Bibliofilia, 31 (1929), pp. 369-72; 32 (1930), pp. 161-68, 232-34, 239; 33 (1931), pp. 38-41. Francesco Barbori

MANUZZI, Giuseppe. - Abate, filologo, n. a Cesena il 18 marzo 1800 , m. a Firenze il 26 sett. 1876. Amico e discepolo dell'abate Cesari, di cui scrisse una Vita, ne segui l'indirizzo letterario e il gusto filologico. Fu tra i migliori epigrafisti del secolo.

Pubblicò e curò le edizioni di notevoli testi della lingua citati dal vocabolario della Crusca: Meditazione sopra l'arbore della Croce con l'aggiunta degli ordinamenti della Messa (Milano 1832); Della miseria umana, sermone di s. Bernardo, volgarizzato nel buon secolo della lingua (Firenze 1832); Il libro dei dodici articoli della fede e la vita di s. Alessio (ivi 1844); Trattato del ben vivere (ivi 1848); Quattro leggende del b. Tacopo da Varagine (ivi 1849); Trattato della Messa e della maniera di assistervi e del paramento del prete (Forlì 1850). La sua opera maggiore è la correzione e l'ampliamento del Vocabolario della lingua italiana, degli accademici della Crusca (Firenze 1833-40), che ebbe le lodi del Gioberti, del Leopardi, del Giordani, del Tommaso e del Guasti.

Bibl.: G. Guidetti, Un grande epigrafista italiano, iscrizioni edite e postume di G. M., Reggio Emilia 1912 (con bibl.).

Giovanni Pallani
MANY, SÉraphin. - Canonista, n. a Gespunsart (Reims) il 30 dic. 1847, m. a Fiesole il 19 ag. 1922. Ordinato sacerdote e nominato parroco della modestissima parrocchia di Sy, attese ad una profonda formazione giuridica per volontà dell'Icard, superiore della Società di S. Sulpizio, a cui intanto il M. aveva dato il suo nome. Studiò diritto a Roma all'Apollinare. Insegnò diritto canonico a Parigi nel Seminario di S. Sulpizio dal 1878 al 1898, in cui succedette a mons. Gasparri per l'insegnamento del diritto alla Facoltà di diritto canonico.

Nel 1906 fu chiamato a Roma e da mons. Gasparri

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gli fu affidata una parteimportante nella redazione e nella successiva revisione dei canoni del futuro CIC. Nominato nel 1908 uditore di Rota, ne divenne decano nel 1920.

Pubblicò: Le règlement de l'Oflicialité de Paris, riassunto preciso dell'allora vigente procedura giudiziaria e disciplinare; De Missa (Parigi 1903); De locis sacris (ivi 1904); De sacra ordinatione (ivi 1905) : tre opere che rappresentano il frutto di più di 20 anni di lavoro e rivelano un severo studio critico delle fonti, una forte maturità teologica e giuridica, caratterizzata da una analisi profonda dei
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(per cortesia della Casa della
Ministur, Sassari)
Manzella, Giovanni Battista Ritratto.
principi delle leggi e da un uso ragionato delle regole di interpretazione.

Bibl.: S. Romani, Theologia moralis, I, Prolegomena, Roma 1940, p. 30: A. Van Hove, Prolegomena, 24 ed., Melines-Roma 1945, p. 291.

Manzella, Giovanni Battista. - Missionario di S. Vincenzo, apostolo della Sardegna, n. a Soncino (Cremona) il 21 genn. 1855, m. a Sassari il 23 ott. 1937. Entrato nella Congregazione della Missione a Chieri nel 1887, fu ordinato sacerdote il 25 febbr. 1893.

Mandato in Sardegna nel 1900, vi lavorò infaticabilmente fino alla morte, dedito a tutte le opere di carità : formazione e assistenza del clero, nella direzione spirituale del Seminario di Sassari, e negli esercizi spirituali ai chierici e ai sacerdoti; predicazione delle missioni al popolo, spingendosi fino agli "stazzi" della Nurra e della Gallura, nelle miniere e nei cantieri dei bacini idroelettrici, nelle corceri, nelle colonie e nei bagni penali, curando insieme l'istituzione di associazioni di carità. Iniziativo ardito del M. fu la fondazione del settimanale cattolico di Sassari Le libertà ( 13 marzo 1910). Tra le fondazioni si ricordano: a Sassari, l'Istituto del Bambino Gesù, dei Cronici derelitti, dei Ciechi; l'Orfanotrofio femminile a Trampio, oltre i numerosi ricoveri di mendicità e asili sorti per suo impulso in tutta l'isola.

Coadiuvato da Angela Marongiu (1854-1936) fondò (1927) l'Istituto delle Suore dei Getsemani, dette Suore Manzelliane, con lo scopo di attendere alla formazione della gioventù femminile alla vita di famiglia, e all'istruzione dei bambini nei luoghi maggiormente privi di assistenza religiosa.

Nel 1941 si sono iniziati i processi informativi diocesani, per l'introduzione della causa di beatificazione.

Bibl.: G. B. M., in Annali della Missione, 45 (1938), pp. 1360; E. Caminada, Il "povero signor M., Varese 1948; G. Foddai, I fioretti del signor M., Alba 1948. Annibale Bugnini

MANZOLI (Manzolli), Pier Angelo della Stellata. - Poeta, n. a La Stellata, presso Ferrara, ca. il 1500 e m. ca. il 1543 . Conosciuto sotto lo pseudonimo di Marcellus Palingenius Stellatus, anagramma del nome identificato nel Settecento su documenti rimasti ignoti, dal Facciolati (v. bibl.).

Forse fu medico; al tempo di Leone X si recò a Roma, probabilmente per studio; nel 1530 era a Verrucchio presso S. Marino. Tra il 1520 e il 1534 compose lo Zodiacus vitae (Venezia 1535) oltre 60 edd. in paesi
protestanti), poema allegorico-didattico in esametri diviso in 12 libri, rispondenti ai segni dello zodiaco, in cui si tratta del Sommo Bene secondo la dottrina platonica, in opposizione ai principi aristotelici. Non di rado il disegno del poema si smarrisce per dar luogo a problemi filosofici e pedagogici. Se pure il M. non appartenne a sètte luterane, e nella dedicatoria ad Ercole II d'Este si protesta umilmente soggetto alla Chiesa, professò dottrine eterodosse (metempsicosi; il mondo creato da Dio ab aeterno, e non per l'uomo; il peccato non offende Dio, ecc.) ed ebbe conoscenza e pratica di scienze occulte. I suoi resti mortali furono esumati ed arsi. Il Pastor (v. bibl.) ritiene il M. un "criptoprotestante".

Bibl.: J. Facciolati, Epistolae latinae, Padova 1782; F. Flamini, Spigolature d'erudizione e di critica, Firenze 1895, pp. 153161; E. Troilo, Un poeta filosofo del '500; Marcello Palingenio Stellato, Roma 1912; G. Borgiani, Marcello Palingenio Stellato e timo poema in a Zodiacus Vitae e, Città di Castello 1913; G. Toffanin, Il Cinquerento, Milano 1941, pp. 56-58; Pastor, IV, p. 201. Italiano Marchetti

MANZONI, Alessandro. - Scrittore, n. a Milano il 7 marzo 1785, m. ivi il 22 maggio 1873. Esteriormente la sua vita è quella di un gentiluomo milanese ben provveduto di beni di fortuna, con un gusto spiccato per gli studi, poco propenso alla vita mondana. Di lui e dei suoi s'era parlato anche troppo: sua madre, Giulia, figlia del celeberrimo marchese Cesare Beccaria (v.), aveva sposato un anziano nobiluomo, Pietro M., l'aveva lasciato, per convivere a Londra e a Parigi con un altro patrizio milanese, Carlo Imbonati, alunno del Parini; e il figlioletto era passato di collegio in collegio, da Merate e Lugano a Milano. Rientrato nella casa paterna, visse alcuni anni di dissipazione insoddisfatta, raggiunse nel 1805 a Parigi sua madre, vedova del marito e dell'amico, sposò nel 1808 Enrichetta Blondel, figlia di un banchiere ginevrino stabilito a Milano e calvinista. La sua vita familiare fu pacifica e calma, fra la moglie e la madre: sempre più distaccata da Parigi, dove soggiornò nei primi anni, sempre più raccolta fra la villa di Brusuglio, a poche miglia da Milano, e la casa in contrada del Morone, nel centro cittadino: potrebbe essere minutamente narrata lungo la cronaca delle nascite, delle malattie, delle morti; ma non si lascia drammatizzare, tanto è cristianamente pudica e nobilmente riservata. Nel 1833 gli morì Enrichetta (scrisse cecidere manus sull'abbozzo dell'inno in morte: disse "cara" e tacque); sposò in seconde nozze Teresa Borri, vedova Stampa, gli premorirono quasi tutti i figli. La fama, che se ne impadronì dopo il suo romanzo, crebbe dopo l'Italia unita; eppure sapeva circondarsi di silenzio, in ogni caso. Ché il grande avvenimento di quella vita, il centro ordinatore della lunghissima serie di quei giorni, è la conversione nel 1810 ; che è un fatto da cui la storia discende, non che in sé abbia storia; e il poeta, anche se poté dire dell'episodio della chiesa di S. Rocco, a Parigi, dove entrò chiedendo un segno, e ne uscì credente, preferiva tacere, adorando. Fra le circostanze più intime si porrà la profonda serietà di Enrichetta, che dette un contenuto religioso all'attesa morale di lui, e ne accettò con decisione estrema gli avviamenti incerti (il Battesimo cattolico della primogenita Giulietta poteva essere un generico atto di nasequio; ma la madre, cristiana, di Giulietta era pronta ad accettare conseguenze estreme di premesse dimenticate); fra le circostanze esterne, quel moto di ritorno al cristianesimo, o almeno di conciliazione fra una società profana e una "sostanza di cose sperate", che ebbe in Chateaubriand il suo poeta e nel Concordato napoleonico un'attuazione politica.

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Manzoni, Alessandro - Ritratto di M. giovane. Tipinio di F. Hayez - Milano, Pinacoteca di Brera.

Fra l'esteriorità della cronaca, pur cosi decorosa e sorvegliata, e l'intimità impenetrabile della Fede, occorre cercare anche il segreto della sua parola. Di nascita e di vita egli appartiene alla cerchia che opera più attivamente nella storia italiana fra l'ultimo Settecento e il primo Ottocento : il patriziato lombardo, della cui cultura la componente più vistosa, ma non la sola, era l'illuminismo enciclopedico. Letterato giovinetto, il M. è accolto con affetto entusiastico da quei poeti, Monti e Foscolo, che sull'eredità pariniana innestavano la tradizione accademica della maniera grande e l'alta eloquenza del nuovo umanesimo storico. E nelle esercitazioni letterarie che gli guadagnano un posto preminente, trascorrendo dall'imitazione dantesca del Trianto della Libertà al carme neoclassico di Urania, si avverte che tende a oltrepassare i moduli dell'imitazione, e a tentare una soluzione definitiva, che solo incertamente intravvede. A Parigi, tra la vedova del Condorcet e Claudio Fauriel, il nipote di Cesare Beccaria dispone il passaggio da una cultura ancor sensistica ad una cultura già romantica. Altre cerchie egli conosce, benché a nessuna appartenga, quando da Parigi ritorna a Milano; ed anch'esse hanno un peso grandi nella vita storica del Risorgimento: è fra gli "Indipendenti» alla caduta del regime napoleonico, cioè fra coloro che respingono la soluzione bonapartista di Eugenio, senza poter evitare la sciagura dell'egemonia austriaca, e chiedono vanamente alle potenze che i popoli del Regno Italico decidano da sé della loro sorte; ed è accanto agli uomini del Conciliatore nella vigilia letteraria che precorre i processi politici e i moti del ' 21 : serbando nella fida memoria, fino al ' 48 , l'inno Marzo 1821, la più ispirata poesia risorgimentale. Pubblicato il suo romanzo (1827), la fama tenta di impadronirsi dell'uomo e sottrarlo alla sua guardinga difesa: forse tentando di cingerlo di generica riverenza per poter meglio sottrarsi all'evidenza irresistibile della sua parola, e distogliersi dal suo cattolicesimo romantico e liberale, la via storica che egli percorre, e insegna a percorrere, fra il tempo e l'eterno.

Di un M. timido e distratto fra avvenimenti più grandi di lui si è parlato da parte di politici e pubblicisti che pretendono di esaurire nei gesti, non importa quanto generosi, l'ispirazione morale della vita: il Risorgimento
non dà luce, ma la riceve da un tal uomo, che insegnò, con i più puri dei suoi compagni della vigilia, Pellico e Confalonieri, a far giudizio spirituale della storia, a vincere soffrendo. Se poi lo tenti nella sfera dei ripensamenti religiosi, evita, per comprenderlo, di esaurirlo nella sfera di una frequentazione limitata, di confonderlo con persone anche venerate e care, di identificarlo con una sistemazione dottrinale. Chi circostanzia craniaticamente la sua conversione religiosa, p. es., s'imbatte in una frequentazione giansenistica: tale la cerchia religiosa che frequenta a Parigi, dopo che vi è ritornato con la moglie, allentati i legami con la Condorcet alla Maisonnette, il catechista di Enrichetta neofita che fu l'abate genovese Eustachio Degola, già seguace del vescovo Scipione de' Ricci, tali le letture di casa M., la venerazione per gli uomini, gli scritti e le memorie di Port Royal. Ma anche in questa cerchia, e non in questa sola, il M. mantiene una assidua custodia della sua responsabilità, una fermezza irremovibile nel sottrarsi a impegni mediocri e minori, nel vincolarsi ad una setta, nell'adattare il dogma, che va investigando nella sua più colma purezza, ad una situazione politica. Amico dei giansenisti, ma non lui pure giansenista, era mons. Tosi, prevosto di S. Ambrogio e poi vescovo di Pavia, alla cui direzione di coscienza il Degola raccomandò la nuova famiglia, ritornata in patria; e qui certo anche il nuovo ambiente ebbe un peso: benché fosse assai lento, circospetto, meditatissimo l'itinerario religioso del convertito; e il nuovo direttore svincolava, pur dubitoso di far bene, Enrichetta dalle troppo rigide istruzioni del catechista, la avviava a pratiche religiose tradizionali nella cattolicissima chiesa ambrosiana, benché egli stesso uscito dalla scuola peves del Tamburini e dello Zola. Frutto di annosa meditazione, ma solo in parte delle insistenze di mons. Tosi, le Osservazioni sulla morale cattolica, dirette a confutare le asserzioni del Sismondi, che faceva ricadere sul cattolicesimo la responsabilità della decadenza morale italiana degli ultimi secoli: ebbene, quello che parve un pensum imposto dal direttore di coscienza al figlio spirituale, è in realtà una liberissima meditazione proseguita per anni ed anni sui rapporti tra la morale e il costume. L'opera non fu compiuta; ma resta al centro del pensiero manzoniano ed è essenziale nella storia de: Promessi Sposi: storia della meditazione e storia della poetica. Né potrebbe la vicenda della cultura italiana dell'Ottocento, sino alle sue ultime conclusioni, dal liberalismo al socialismo, per giungere sino alla reviviscenza religiosa della cultura del Navecento, spiegarsi senza questo appello, che al di là di ogni utilitarismo, di ogni costimismo, di ogni storicismo, superando dunque tutte le situazioni immanentistiche delle teorie vecchie e nuove, dimostra l'unità di religione e di vita morale, e che morale cattolica e morale senz'altro attributo sono una cosa sola.

Attraverso l'aureo libretto della Morale cattolica si comprende meglio il senso che nella spiritualità manzoniana ebbe la frequentazione delle varie cerchie di cultura: attraverso il molteplice egli tende all'unitario, attraverso il costume e la storia egli tende alla vita morale, che è vita religiosa. Anche la sua vicenda biografica si illumina cosi quasi di una luce provvidenziale : infatti egli percorse a ritroso le tappe dello scisma protestante verso l'unità cattolica; e come lo scisma era passato dall'istanza della riforma morale al libero esame al calvinismo all'enciclopedismo rivoluzionario, il giovane Alessandro era partito da questo enciclopedismo rivoluzionario appunto, aveva frequentato e meditato il drammatico e spietato assolutismo calvinistico, era risalito alla meditazione della morale cattolica accettando tutte le responsabilità di un'indagine critica. Ma come poteva esser diverso, se le grandi epoche della sua vita familiare erano state le pietre miliari dell'itinerario di un reduce? Le nozze civili, le nozze calviniatiche, il Battesimo cattolico della piccola Giulia, le nozze cattoliche. La sua vita è un puntualizzarsi deliberato di atti significanti e responsabili, e il poeta della nuova commedia umana fa giudizio totale su se stesso, prima che sugli altri. Tale mirabile coerenza riosservi studiando gli orizzonti, le attinenze, i ritmi di sviluppo del suo pensiero: enciclo-

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pedismo, romanticismo, liberalismo sono i termini indicativi di alcune fra le sue attenzioni preminenti; ed indicano abbastanza bene alcuni capitoli assidui delle sue vastissime letture. Ma dove l'enciclopedismo sconfinava nell'idolatria scientista e nella presunzione dell'intellettualismo, egli ritrovava quella dignità della ragione umana che era stata la premessa autorizzata delle conquiste rinascimentali; e dove il Romanticismo cedeva in più d'una sua zona alle seduzioni del panteismo e del panlogismo e del decadentismo, ridisperdendo il generoso proposito di una cultura che fosse vita dello spirito percorsa dalla parola della creazione poetica, egli libera bensi la riflessione sull'arte dagli impicci delle regole esterne, dai vieti e bugiardi tradizionalismi del mitologismo e del formalismo, ma la sospinge alla sintesi di vero, di bello e di buono e verso l'unità dell'immagine creata; e dove il liberalismo si adagiava presto nella difesa di una soluzione classista di vita economica indipendente dalla morale, egli ricollocava accanto al dono divino della ragione il dono divino della libertà, occasioni l'una e l'altra della dignità della persona. E temi preminenti del suo meditare sono la storia, la provvidenza e l'unità. L'autore del più bel romanzo storico di una tradizione europea che da Scott giunge a Tolstoj, è storico esperto in ogni sottile tecnicismo della ricerca, studioso provveduto di ogni sussidio di scienza complementare, specialmente di scienze giuridiche, scutissimo nell'indagine e robusta nella sintesi: è, soprattutto, filosofo consapevole del significato decisivo che assume nella vita dell'uomo, individuo e società, l'occasione del tempo; ed ha, per inclinazione native, oltre che per suggerimento della sua epoca, che assiste al prevalere della socialità sull'individualismo, il gusto dei movimenti collettivi, della psicologia di folla: erede di Muratori e di Vico, caposcuola, nonché degli storici neoguelfi, dei medievalisti italiani, indiretto promotore degli studi di storia economica. Ma al di là della storia, ancora su una traccia che ricollegava a Vico la meditazione di Agostino e di Bossuet, egli intende la Provvidenza, che aduna i fili dispersi delle volontà umane: poeta della Provvidenza, anche nella tragedia del suo pessimismo politico, l'Aldelchi, intende il soccorso che il popolo dei vinti s'attende in una sfera di religiosa spettazione. E alla metafisica dell'unità muove attraverso la meditazione del discorde: ricerca dell'unità è la vita politica, che vede nei suoi anni il trionfo dell'idea unitaria nella storia d'Italia, ricerca dell'unità è la definizione linguistica che tenta nella problematica dell'arte, ricerca dell'unità l'intima vita della poesia, che si affisa nella purezza dell'immagine creata.

Nel vivo d'una fatica che assiduamente risale alla vita da tutte le zone periferiche della cronaca e del discorso, il catalogo delle opere di pensiero e delle opere di poesia non può risultare che indicazione provvisoria di un acquisto morale: tanto è alieno dall'atto per cui lo spirito umano si chiude nella sua stessa opera, pensando o poetando, e vagheggia la propria immagine: se la nuova cultura denuncia il placido conformismo che isolava la vita dello spirito e vagheggiava beato la forma perfetta e vuota, il M. è romantico perché accetta di riosservare ogni momento della storia e della parola guidando l'uomo a fronte delle sue responsabilità definitive, davanti a Dio. Le Notizie che appone alle tragedie sono assai di più che la prova offerta da uno scrittore che si documenta: propongono anzitutto fin da principio il problema dei rapporti fra storia e invenzione; ed isolano trattatisticamente singoli problemi di grandissima importanza: come quello della divisione di Longobardi e di Latini svolto nel Discorso sopra alcuni punti della storia longobardica in Italia, che proseguendo in sede di ricerca documentaria l'immagine dell'Aldelchi, tragedia di popoli, vede alle origini della catastrofe dei Longobardi l'irreparabile scissura dei dominatori e dei sudditi, degli umili e dei potenti. Ed ancora un paragrafo di una inintermezza problematica dell'unità è l'ultima delle sue opere storiche, portata innanzi in quella che taluno ritenne neghittosa o isterilita vecchiezza, La rivoluzione francese del 1789 e la rivoluzione italiana del 1859, che indica la virtualità storica del Risorgimento italiano nel fatto di essersi mosso
in direzione contraria alla Rivoluzione Francese, verso l'unità, anziché verso la sua dissipazione. Lo stesso moto si rileva negli studi estetici, a cominciare dalla Lettre à M. Chauvet sur l'unité de temps et de lieu dans la tragédie, che sviluppa e documenta idee accennate nella prefazione al Conte di Carmagnola: l'unità non è un fatto estrinseco, da cercare attraverso accorgimenti esterni, quale il rappresentare i fatti in uno stesso luogo e lo stringerli nel giro di ventiquattr'ore, ma l'intima sostanza dell'opera, da cercare attraverso una meditazione che si distacca dalle circostanze, e tocca la verità autentica dell'opera, movendo dai gesti alla riflessione sentita. Prende dunque parte alla polemica no, ma alla discussione sul romanticismo movendo da uno dei punti più dibattuti e più osservati, data la popolarità, specialmente francese, della letteratura teatrale; ma sospinge l'indagine assai lontano: anche più lontano della cerchia in cui si trattenevano i romantici lombardi, che riconoscevano in lui un caposcuola, benché alieno da una vicenda di letteratura pubblicistica. Anche il suo «manifesto e romantico, la Lettera sul romanticismo al marchese d' Azeglio, dello stesso anno 1823 della lettera allo Chauvet, era in realtà una lettera privata, l'apologia di un letterato cui s'era direttamente chiesto il motivo del suo mescolarsi ad una scuola; e vi si elabora, attraverso indicazioni che furono completate in redazioni successive, la dottrina del vero, del bello, del buono: metafisica dell'arte, esposta in termini che non si disconvenivano ad una difesa letteraria. Se tale manifesto, che si credette restringere ad un ambiente limitato di romanticismo lombardo, sembra (ma non è) teoricamente meno impegnativo delle dottrine del contemporaneo romanticismo germanico, si è lasciato che l'attenzione cadesse sul tono dimesso e disinvolto della discussione, anzi che valutare le responsabilità teoretiche della tesi; la quale propone all'arte, sia pur sulla traccia di una dottrina di origine platonica non mai tralasciata del tutto lungo secoli di cultura estetica, d'essere via, verità e vita: dunque di collocarsi nella meditazione del messaggio cristiano. A questo pur m