volume-07

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lamento e rendendo loro possibile di far sentire la loro voce nel Parlamento inglese.

Il sec. XIX è effettivamente quello in cui furono poste le solide basi dell'indipendenza d'I. Ma la via da percorrere era ancora lunga e scabrosa in quanto: 1) la Chiesa protestante aveva ancora una posizione privilegiata, non solo di onore ma anche economica, a causa delle decime che la popolazione era tenuta a versarle; 2) il territorio era in massima parte in mano di proprietari inglesi (loudlords) refrattari a qualsiasi modifica del regime di cui beneficiavano a danno di tutto il paese.

Sicché, subito dopo l'unione, cominciò la lotta per l'emancipazione condotta da D. O'Connell (v.) che, organizzando i contadini, ottenne dal Parlamento l'approvazione dell'Emancipation Act (1829) per cui cattolici e protestanti furono parificati nei diritti.

La terribile carestia che seguì in I. nel 1848 , in seguito al cattivo raccolto, cagionando la morte di centinaia di migliaia di persone e l'emigrazione in America di oltre un milione e mezzo, a causa dell'imprevidenza del governo, persuase il governo liberale presieduto da Gladstone ad abolire ( 1870 ) i privilegi della Chiesa protestante, a parte in discussione la riforma agraria e a prospettare l'opportunità di concedere all'I. il diritto all'autogoverno (Home rule). Questo movimento, iniziato da S. Butt, caldeggiato dal patriota irlandese C. S. Parnell, cadde due volte ( 1886 e 1893) per l'opposizione dei conservatori e sarebbe caduto anche la terza volta (quando fu presentato dal deputato Redmond, a causa dell'opposizione dei protestanti dell'Ulster che temevano compromessa la loro posizione di privilegio e minacciavano la guerra civile) se non fosse scoppiata la prima guerra mondiale (1914-18) nella quale l'I. si schierò a fianco dell'Inghilterra, sedando per allora i motivi di contrasto. Il quale fu mantenuto idealmente vivo dall'Associazione politica dei Sinn Feiners, "quelli che fanno da sé ", creata da A. Griffith; questa prese parte all'insurrezione scoppiata nel 1916, d'accordo con la Germania e repressa sanguinosamente dall'Inghilterra; trionfò nelle elezioni del 1918 e si affermò stabilmente con la formazione di un esercito repubblicano irlandese (Irish Repubblican Army). Nel 1919 i Sinn Feiners si costituirono in "Assemblea di Irlanda" (Dail Eireann) e proclamarono l'indipendenza del paese sotto la presidenza di E. De Valera.
VII. L'I. indipendente. - Il primo ministro inglese Lloyd George finl per trattare con essi riconoscendo ( 6 dic. 1921) all'I. la condizione di dominion con l'obbligo del giuramento di fedeltà al re d'Inghilterra e il pagamento di un canone annuo quale risarci-

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mento ai landlords inglesi per le terre restituite all'I. L'I. ebbe il titolo di Stato libero (Irish Free State, Súorstat Eireanu) comprendente le 26 contee cattoliche del centro e del sud mentre le 6 contee protestanti dell'Clater rimanevano unite all'Inghilterra. Gli estremisti irlandesi non approvarono questo accomodamento e ne segui una lotta in cui caddero uccisi A. Griffith e M. Collins, cui suocesse W. Cosgrave. L'ordine fu ristabilito nel 1923, ma conseguenza della contesa fu il sorgere di un nuovo partito chiamato Fianna Fail, "soldati del destino", fondato dal De Valera che ebbe per programma di modificare su due punti
la Costituzione del 1921: abolire il giuramento di fedeltà al re d'Inghilterra e la somma annua da pagare ai landlords inglesi.

La nuova Costituzione, approvata dal Parlamento e confermata da un plebiscito popolare, andò in vigore il 29 dic. 1937. Con essa l'I. ha raggiunto l'obiettivo della sua indipendenza come Stato sovrano, tanto che poté dichiarare la propria neutralità, di fronte all'Inghilterra, allo scoppio della seconda guerra mondiale (2 sett. 1939). Ma a rendere completa l'indipendenza manca ancora dal punto di vista territoriale e politico l'annessione delle sei contee dell'Ulster. Nelle elezioni del 1948, al posto di E. De Valera, è salito Thomas O' Kelley, quale Presidente della Repubblica irlandese.

BnL.: Le fuori più antiche per la storia dell'I. sono state raccolte da M. O' Clery e altri tre francescini del convento di Donegal, sotto il titolo di Annali di Donegal (o Annali dei quattro mostri); vanno dall'anno del mondo 2242, al 1616 d. C. e furono compilati dal 1652 al 1656 . Se ne ha una traduzione latina a cura di C. O' Connor, Rerum hibernicarum scriptores veteres, III. Buckingham 1824, e una inglese a cura di J. O' Donovan, Annales of the Kingdom of Ireland by the Four Masters, Dublino 1851, 2^{text {a }} ed., ivi 1856. - Studi: R. Boyle, History of the Irish Confederation and the war in Ireland, Londra 1882-92; M. H. Hiskenn, Ireland in 17 th Century, ivi 1884; A. Pittaluga, La questione agraria in I., Roma 1894; W. E. H. Lecky, History of Ireland in the 12 th Century, 3 voll., Londra 1895; R. Boswell, Ireland under the Tudor and the Stouris, 5 voll., ivi 1895-1910; P. W. Joyce, The social history of ancient Ireland, 2 voll., ivi 1903; E. Buonniuti-N. Turchi, L'Inela di smeraldo, Torino 1914; R. Dunlop, Ireland from the earliest times to the present day, Oxford 1922; A. Philips, The revolution in Ireland (1506-17), Londra 1923; O' Connor, History of Ireland (1798-1014), 2 voll., ivi 1925; D. Gwynn, The Irish free State (1917-17), ivi 1928; M. I. Hynes, The mission of Rinnestini, Lovanio 1932; D. O' Sullivan, The Irish free State, Londra 1940; T. Ireland, Ireland, past and present, Nuove York 1942; E. De Valera, Peace and war, Dublino 1944; M. J. Mac Manus, Eamon De Valera, ivi 1947; V. Berardis, Italy and Ireland in the middle age, ivi 1950; id., Neutralità e indipendenza dell'Eire, Roma 1950.
Nicola Turchi
VIII. Organizzazione ecclesiastica. - La Chiesa di I. conta 4 province ecclesiastiche, comprendenti 4 metropolitane e 23 diocesi suffraganee (Ann. Pont., 1931)

Metropolitane: 1) Abmaqir con 8 suffraganee: Ardagh (unito il titolo di Clonmacnoise); Cloger; Derry; Down e Connor (sedi unite); Dromore; Kilmore; Meath; Raphoe; 2) Casnel, con 8 suffraganee: Cloyne; Cork; Emly (sotto l'amministrazione perpetua di Cashel); Kerry e Aghadoc (sedi unite); Killaloe; Limerick; Ross; Waterford e Llamore (sedi unite); 3) Dublino con 3 suffraganee: Ferns; Kildore e Leighlin (sedi unite); Ossory; 4) TuAM con 6 suffraganee: Achonry; Clonfert; Elphin; Galway e Kilmacduagh (sedi unite); Kilfenore (sotto l'amministrazione perpetua di Galway); Killala.

## III. Condizione giuridica della Chiesa e ordinamento scolastico.

Il costituirsi dello Stato libero non portò modificazioni immediate alla condizione della Chiesa. Mentre però, da un lato, fu demandata al Parlamento la riforma della legislazione in materia ecclesiastica dall'altro i tribunali (funzionanti secondo il sistema inglese) applicarono da quel momento la vigente legislazione in senso favorevole alla Chiesa.

La Costituzione del 1937, per quanto, sempre in
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(per cortesia di mens. A. P. Frutae)
Iblanda - Sacra sorgente di S. Declano - Ardmore, contea di Waterford.

conformità ai prin-
cipi del diritto in-
glese, non abbia a-
bolito la legislajio-
ne precedente, ha
prodotto ugual-
mente, in sede di
applicazione, il ri-
sultato di attribuire
alla Chiesa una posiżione di favore e
di regolare secondo
la dottrina della
Chiesa stessa le più
importanti materie.
Si può anzi affer-
mare che il regime
giuridico vigente in
I. in materia eccle-
siastica è simile a
quello esistente in
Inghilterra prima della «Riforma». Tale sistema non si applica tuttavia nelle contee settentrionali, le quali, pur facendo, secondo la Costituzione, parte del territorio nazionale irlandese, sono di fatto separate ed hanno i loro rappresentanti nel Parlamento britannico; in queste contee l'applicazione della legislazione inglese tende ad essere nettamente sfavorevole alla Chiesa, per quanto temperata dalla prassi dei tribunali.

L'art. 44 della Costituzione afferma espressamente che a Dio è dovuto l'omaggio del culto pubblico, mentre riconosce la speciale posizione della Chiesa cattolica, come custode della fede professata dalla grande maggioranza dei cittadini. Alla Chiesa come tale non è tuttavia attribuita la personalità giuridica, che potrebbe essere conseguita attraverso una deliberazione del Parlamento, ma che la Chiesa stessa, almeno fino a questo momento, non ha ritenuto di dover chiedere.

Nessuna limitazione nei diritti esiste per coloro che non professano la religione cattolica.

Le relazioni diplomatiche sono mantenute attraverso il nunzio apostolico a Dublino e l'ambasciatore d'I. accreditato presso la S. Sede.

Per quanto riguarda il matrimonio, questo è considerato come un contratto produttivo di effetti civili. Ogni ministro del culto è al tempo stesso pubblico ufficiale in ordine alla celebrazione del matrimonio. Il divorzio è proibito ed il Parlamento non potrebbe neppure emanare una legge diretta ad introdurlo. Chi, anche straniero, abbia ottenuto all'estero lo scioglimento del matrimonio in conformità alle leggi civili non può contrarre matrimonio in I. durante la vita del primo coniuge.

BnL.: M. Browne, in Acta Congressus Juridici Internationalis, V. Roma 1924, p. 313 sgg.; A. Messineo, in Civ. Cult., 88 (1937), p. 239 sgg.; F. Pappalardo, in Studium, 23 (1937), p. 332 sgg.

Rudolfo Danieli
L'art. 42 così stabilisce le direttive dell'istruzione scolastica: 1) lo Stato riconosce che il primo naturale educatore del fanciullo è la famiglia e garantisce il rispetto dell'inattaccabile diritto e dovere dei genitori di provvedere, secondo i loro mezzi, all'educazione religiosa, morale, intellettuale, fisica e sociale dei loro figli.

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2) Ai genitori è data piena libertà di far istruire i propri figli a casa, oppure in scuole private o in scuole riconosciute o create dallo Stato. 3) Lo Stato, tenendo conto della coscienza e della legittima preferenza dei genitori, non obbliga questi a mandare i loro figli nelle scuole statali, ma, tuttavia, come custode del pubblico benessere, esige che i fanciulli, a seconda delle loro condizioni sociali, ricevano un minimo di educazione morale, intellettuale e sociale. 4) Lo Stato provvede gratuitamente alla istruzione primaria e cerca di aiutare, con adeguate sovvenzioni, l'iniziativa privata e corporativa di carattere educativo e, quando il pubblico lo richiede, provvede ad altre agevolazioni ed istituzioni educative, tenendo però sempre presente i diritti che spettano ai genitori, specialmente in materia di formazione religiosa e morale. 5) Solo in casi eccezionali, lo Stato, come custode del bene pubblico, si sostituirà ai parenti stessi se essi, per ragioni morali e fisiche, vengono meno al loro dovere verso i figli. Lo Stato avrà sempre riguardo dei naturali ed imprescrittibili diritti dei fanciulli.

Il popolo irlandese giunse a questi risultati attraverso una lotta che ebbe inizio nel 1612 con la fondazione delle Royal Free Schools a cui seguì il decreto Penal Laws che prescrisse l'istruzione cattolica in I. Vennero allora fondate le scuole clandestine Hedge Schools legalizzate con il Relief Act nel 1797. L'emancipazione cattolica del 1829 favorì la scuola cattolica privata. Quando nel 1831 i protestanti fondarono la scuola nazionale i cattolici si sforzarono di ottenere l'uguaglianza che venne loro concessa nel 1860 . Nel 1869 con l'Irish Church Act venne denazionalizzata la Chiesa anglicana e fu permessa la fondazione del primo seminario nazionale per la formazione del clero cattolico. Nel 1883 furono permessi collegi tenuti dai cattolici i quali dal 1900 avevano ottenuto di scegliere i propri insegnanti e nel 1921-22 vennero riconosciute dallo Stato le "Christian Brothers Schools".

L'istruzione scolastica comprende le scuole elementari, quelle secondarie e le università. Le scuole elementari comprendono 4912 scuole dello Stato e 466 scuole elementari cattoliche. Le scuole secondarie si dividono in 300 scuole medie, 77 scuole tecniche e 2168 scuole tecniche di reintegrazione. Le università sono: Trinity College fondata nel 1591 a Dublino roccaforte dell'anglicanismo; Queens University fondata nel 1845 a Belfast, roccaforte dei presbiteriani; Catholic University a Dublino fondata nel 1850 e National University of Ireland composta di tre collegi: Dublino, Cork e Gallway fondata nel 1909 (sconfessionale, ma nella quale sono cattolici tutti i professori e gli studenti).

L'educazione del clero cattolico viene curata in 21 seminari-collegi, in 3 seminari completi, in 5 seminari maggiori e nei 3 seminari all'estero: "Collegium Hibernicum de Urbe" a Roma, "Collegium Parisiense" a Parigi e "Collegium Salmaticense" in Spagna.

BibL.: W. A. Dixon, Trinity College, Dublino-Londra 1902: P. J. Lennox, The National University of Ireland, Washington 1910; J. P. Dempsey, L'evoluzione della scuola elementare, in Boll. di legislazione scolastica comparata, 1 (1943), p. 25 sgg. Miroslav Stumpf

## IV. Letteratura.

Le più antiche manifestazioni letterarie scritte dell'I. furono in lingua latina. La Confessio di s. Patrizio e la sua lettera a Corotico risalgono alla metà del sec. v; la biografia di Adamnano di s. Columba è della fine del sec. vir, e vi sono molti altri scritti iberno-latini in prosa e poesia, prodotti dal sec. vi al Ix. Essi vanno qui menzionati come ricordo del latino puro e dell'influenza ecclesiastica rivale dell'antica tradizione irlandese indigena, della quale custodi ereditari erano i fili: una classe di letterati che trasmetteva, dapprima per tradizione orale, poi
in forma letteraria, antiche leggi, annali, genealogie, dindsenchas (topografie), racconti eroici e altri poemi irlandesi.

Con il sorgere dei monasteri irlandesi nei secc. vi-vir era inevitabile che la vecchia tradizione orale e mnemonica cedesse il posto alla nuova forma di letteratura scritta. I monaci si applicarono a districare gli ingarbugliati fili della leggenda, degli annali e della cronaca con lo schema della storia universale dominante nella Chiesa latina. La più antica letteratura d'I. risale alla fine del sec. vir o al principio del sec. viII; ma è l'erede di una tradizione orale più antica.

All'evoluzione della letteratura irlandese scritta (gaelica) è stata data una divisione convenzionale in tre periodi: irlandese antico (700-1100); intermedio (1100-1550); moderno ( 1550 fino ad oggi).

1. Periodo antico. - I più antichi esempi della primitiva prosa irlandese sono frammenti di una omelia nota come l'Omelia di Cumbrai (secc. viI-viII); il Messole di Stowe (sec. viII-IX) e alcuni commenti nel Libro di Armagh (sec. ix). Dal sec. x in poi la letteratura ecclesiastica tende ad essere scritta in irlandese piuttosto che in latino. La Vita tripartita di s. Patrizio è il capolavoro della prosa di questo periodo; ma vi sono anche numerose omelie irlandesi, Regole, vite di santi ecc. Gli inni irlandesi si trovano nel Liber hymnarum: fra i più belli sono l'inno a s. Brigida, l'inno allo Spirito Santo di Macl-Isu e l'inno di s. Ita al Bambin Gesù.

Oltre a questi testi letterari, la nostra conoscenza dell'antica lingua irlandese procede in parte dalle glosse e dai poemetti irlandesi scritti da amanuensi in taluni manoscritti come il «Codice paolino» a Würzburg, il "Codice ambrosiano" a Milano, alcuni manoscritti di Prisciano a S. Gallo e un manoscritto nel monastero di Paolo in Carinzia. Questi libri irlandesi sono stati conservati nel continente, dove furono portati da monaci e studiosi irlandesi che fuggivano le incursioni degli Scandinavi nei secc. ix e x. La più parte di questo antico materiale irlandese si trova nel Thesaurus palassidberalcus ( 2 voll., ed. W. Stokes e J. Strachan, Oxford 1901-1903).
: I. Periodo intermedio. - Comincia con la sconfitta*degli Scandinavi da parte di Brian Boru nella battaglia di Clontarf (1014). Dal sec. xir in poi, specialmente dopo la conquista anglo-normanna di parte dell'isola, l'I. viene a più stretto contatto con la cultura dell'Europa occidentale. Questo periodo è contrassegnato dall'apparizione delle scuole del bardi: scuole di dotti sotto la protezione di capi locali; i bardi corrispondono ai « fili» dell'epoca più antica. Numerose raccolte della letteratura irlandese del periodo di mezzo sono state conservate in forma di grossi volumi manoscritti, redatti sia da monaci che da studiosi delle famiglie che coltivavano una tradizione di cultura. Il più antico di questi libri è il Lebor nok-Uldhre ("Libro del Toro Bruno"), che fu scritto in gran parte da Macl-muire Mac Ceileachair (1100) nel monastero di Clonmacnoise. Contiene una col. lezione di racconti romantici presi dal grande ciclo di Ulster della saga irlandese. Il Lebor Laigneach ("Libro di Leinster") fu scritto nel 1150 e contiene un'altra versione del ciclo di Ulster con nuovo materiale di Leinster. Una gran quantitá di materiale romanesco è nel Libro giallo di Lecan e nel Libro di Ballymote, scritti nei secc. xiv e xv. Il Leabhar Breac (sec. xv) contiene molta materia ecclesiastica. Questi cinque codici sono conservati a Dublino e sono stati pubblicati in facsimile. In generale la lingua è l'irlandese del periodo di mezzo, ma vi sono molte forme arcaiche derivanti da manoscritti più antichi, ora perduti.

Vi sono due cicli principali di racconti romanzeschi irlandesi: quello di Ulster e quello Feniano od Ossianico.
a) Il ciclo di Ulster è il più antico. Il racconto centrale è il Táin Bá Cuailnge ("Invasione d'armenti di Cooley ") : una storia pittoresca e barbarica di lotta fra le forze di Connacht e Ulster, con il vittorioso eroe dell'Ulster, Cáchulainu, come figura principale. Il Táin è

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Irlanda - Veduta di Dungannon, contea di Tyrone.
(Int. British Counci)
una prosa narrativa, alternata a poesic riassuntive. Il dialogo della narrazione è molto ben condotto e i caratteri individuali sono vigorosamente delincati. Gli elementi di un'epica e di un dramma nazionale sono qui numerosissimi; ma questo copioso materiale non trovò mai la sua espressione in forma letteraria, probabilmente a causa dell'irregolare svolgimento della storia irlandese. Molti racconti secondari sono raggruppati intorno a quello centrale del Tain. Uno di questi, La tragica morte dei figli di Usnech, conquistò la immaginazione popolare più degli altri, e tuttora sopravvive nel ricordo del popolo. Vi sono altre storie minori, come Il sacco della locanda di Dá Darga, e una serie di storie che descrivono alcune visite di mortali alla Terra di Profesia: Il viaggio di Bran. Il viaggio di Maelduin, ecc.
8) Il ciclo Feniano si riallaccia alle caratteristiche di un'epoca più tarda, ed è composto in forma di ballata. Vi è più umanità, bene e male, nel suo personaggio principale, Finn Mac Cumhaill, e i suoi compagni. Vi è pure maggiore consapevolezza del diletto che dà la bellezza della natura e il pericolo della caccia. Molti dei racconti feniani vivono ancora nelle province dell'I. moderna dove si parla gaelico. La più antica versione di queste leggende feniane è nel Colloquio dei vecchi, conservato nel Libro di Lismore (sec. xv). Ballate posteriori si possono trovare nel Duanaire Finn (compilazione dell'inizio del sec. xvir). Romani in prosa sul tema feniano si ebbero nei secc. xvi e xvir: L'inseguimento di Diarmuid e Gráinne, ecc.

Il primo racconto in prosa è Cogad Gaedel re Gollab ( = Guerre dei Gaeli e degli stranieri + ), scritto subito dopo la battaglia di Clontarf (1014). Altre opere in prosa sono Caithrém Cellacháin Caisil e Leabhar Gabhálu ( = Il Libro delle invasioni + ) che riunisce molte leggende dell'antica storia irlandese. La letteratura annalistica è più abbondante della narrativa storica. La più antica compilazione annalistica proviene dalla provincia meridionale di Munster: gli Annali di Iuisfallen (1090). Compilazioni posteriori sono gli Annali di Tigernach (sec. xiv); gli Annali dell'Ulster (1490); gli Annali di Loch Cé (1588) e gli Annali dei quattro maestri (1632-36). Quest'ultima
compilazione è opera di un gruppo di studiosi francescani irlandesi, i quali copiarono tutto il materiale più antico che poterono trovare nei loro annali, scritti presso il monastero francescano di Donegal.

La più importante collezione di genealogie fu raccolta a Galway, con materiale antico, da Duald Mac Firbis (1630-66). Ivi si trova pure gran copia di materiale manoscritto da studiosi di professione di questo periodo di topografia, storia, genealogia, grammatica, metrica e diritto. Solo una piccola parte del sistema giuridico irlandese, conosciuta come le leggi Brehon, è stata già studiata. Vi sono anche traduzioni irlandesi del periodo di mezzo di storie classiche di Grecia e Roma. Gli scritti religiosi sono ben rappresentati in questo periodo. Numerose vite di santi irlandesi sono contenute nel Leabhar Breac e nel Libro di Lismore. Gran quantità di testi tratta di visite al Paradiso e all'Inferno. Di questi i più famosi sono La visione di Adamnan (sec. xi), La visione di Fursa e La visione di Tundal (sec. xit). Si dice che Dante abbia subito l'influenza dalla Visione di Fursa. La visione di Mac Conglinne differisce da questi testi: è una intelligente satira dei monaci irlandesi del sec. xir. La poesia amorosa di questo periodo mostra l'influsso dell'amour courtois della tradizione europea. La parte migliore di questi poemi d'amore è stata raccolta da 'T. F. O' Rahilly in Dánta Grádha (Dublino 1916).
III. Periodo moderno. - Il sec. xvir vide il progressivo aumento della potenza e della cultura inglese in I., e un corrispondente declino della vecchia tradizione gaelica. Per scarsità di protettori la scuola bardica decadde, e i poeti respinsero i vecchi metri classici in favore del verso più semplice del linguaggio popolare. David O' Bruadar, Pierce Ferriter ed Egan O' Rahilly sono i più importanti poeti del sec. xvir. Una scuola di prosa religiosa nacque nei collegi irlandesi sul continente, specialmente nel convento francescano irlandese di S. Antonio a Lovanio, dove furono prodotti i primi libri stampati irlandesi.

La prima biografia, in ordine di data e di una certa pretesa, in irlandese moderno, è la Vita di Colmcille di Manus mathrm{O}^{′} Donnel, scritta nel 1536. T'adhg Ó Ciánain

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(m. nel 1608) scrisse la Fuga dei conti, racconto della tragica storia dei due capi dell'Ulster, O' Neill (il quale morì a Roma) e O' Donnell, dopo la loro sconfitta nella battaglia di Kinsale ( 1601 ). Geoffrey Keating ( 1570 -1646) è il più grande scrittore di racconti storici e il principale esponente della prosa irlandese moderna. Era prete e scomunicato quando scrisse una Foras Feasa ar Éivina ("Storia dell'I."), come anche un certo numero di belle poesie e due opere religiose : una Difesa della Messa e un trattato morale sui Tre strali della morte.

Nel sec. xvili la
letteratura gaelica consiste soprattutto in canni popolari e poesie religiose, molti dei quali sono artisticamente di prim'ordine. I due poemi più notevoli sono I canli di Ossian, di Michael Comyn, e la Corte di mezzanotte, poema satirico, di Brian Marriman. Ma l'antica tradizione letteraria comincia a decadere.

A metà del sec. xix si manifestò di nuovo un interesse per la letteratura gaelica. Gli
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Irlanda - Veduta di Cobh (Queenstown), contea di Cork.
V. Liturgia e Arte.

Per la liturgia celtica v.: celti, IV. Liturgia. Per l'arte celtica fino al sec. xir, v.: celti, V. Arte. La produzione artistica celtica o irlandese dalla fine del sec. xir al sec. xvili ha una scarsa importanza. In questo lungo periodo le numerose chiese gotiche sono quasi tutte semplici e disadorne. Con il sec. xvili tuttavia il genio irlandese una volta ancora ritrovò se stesso, soprattutto nel campo dell'architettura profana, e in Dublino e in tutto il paese si ebbe una serie straordinariamente grande di
case somiglianti, ma nello stesso tempo diverse, da quelle inglesi. Le case ebbero anche belle decorazioni in stucco e le arti minori fiorirono accanto all'architettura; degna di nota è la produzione di mobili e specialmente di specchi. Durante il sec. xvili anche l'architettura religiosa fiorì in I., ma le chiese furono più semplici delle case, e l'arte religiosa di quell'epoca ha soltanto un'importanza locale. In seguito si costrui molto, specialmente sotto, specialmente sotto la protezione della Chiesa cattolica, ma poco vi è che possa distinguersi per importanza internazionale, eccetto forse qualcuna delle più recenti vetrate a colori. Vedi tavv. XIII-XIV.

## IRLANDESE SCRITTURA e MINIATURA: v. insulare scrittura e miniatura.

IRMO (sipuós). - E una composizione ritmica di un canto secondo un metro determinato, che serve di tipo per allacciare (sípua) ad esso una serie di strofe o tropari del medesimo ritmo. La raccolta di queste melodie-tipo ha dato origine al libro liturgico chiamato Irmalogia (Ei μ μ α λ ó γ ω v ). L'i. ha la massima importanza nella composizione dei lunghi inni chiamati "canoni" ( κ dot{α} v mathrm{vovs} ) e che contengono otto v nove odi ( dot{α} δ α i ). Ognuna delle strofe è cantata secondo la modulazione espressa dall'i. inscrito in capo ad essa. Anche per tropari isolati si usa indicare con poche parole l'i. che serve di modello.

BibL.: I. B. Pitra, Hymnographie de l'Eglise grecque, Roma 1867, p. 29 sgg.; W. Christ - M. Paranikas, Anthologia Graeca carminum christianorum, Lipsia 1871, p. 60 sgg.; E. Buovy, Poètes et mélodes, Nimes 1886.

Placido de Meester
IRNERIO. - Giureconsulto bolognese (secc. xIxiI). Da lui s'iniziò, con lo Studio di Bologna e la scuola dei glossatori, tutto il rinnovamento degli studi volto a dare una seconda vita al diritto romano e a porre i fondamenti dottrinali del diritto comune.

Della vita d'I. si hanno scarse notizie. Tredici documenti compresi tra il II2 e il II25 lo mostrano causidice, poi giudice, alla cui dottrina ricorrevano, tra gli altri, la contessa Matilde e l'imperatore Arrigo V. Poco probabile è l'identificazione d'I. con un omonimo missus domini imperatoris ricordato nel iroo; e appartiene al dominio delle ipotesi ogni tentativo di datazione della sua vita e della sua operosità fuori dei limiti indicati.

Secondo le tradizioni riferite un secolo dopo di lui dal cronista Burcardo d'Ursperg e dal glossatore Odofredo, I., dapprima magister in artibus, si volse più tardi agli studi giuridici e per invito della contessa Matilde riportò alla luce nella loro genuinità i testi del diritto giustinianeo fin allora negletti : primus illuminator scientiae

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nostrae (così Odofredo), oscurò in breve la fama dell'unico predecescore Pepo, richiamando a Bologna con il suo insegnamento quel largo concorso di scolari che, già in sua vita, valse alla città l'epiteto di docta.

Degli scritti che vanno sotto il nome d'I., soltanto le glosse al Corpus iuris civilis, e non tutte, sono sicuramente sue : glosse in parte comprese nel grande apparato d'Accursio, in parte riferite da altri giunzconsulti o conservate separatamente in manoscritti rimasti a lungo ignorati. A una sicura attribuzione è spesso d'ostacolo la varietà delle sigle che contrassegnano le glosse irneriane nei manoscritti e corrispondono alle varie forme nelle quali il nome si presenta. Le sigle G., Gar., Garn., Girn., Guar., Guarn., Var., War. spettano alla forma originaria Guamerin; alla forma più recente I., i cui rapporti con l'altra sono stati vanamente spiegati, si riferiscono Hyr., I., Ir., Y., Yr., non tutte però sicuramente esclusive di I. Il quale, se non fu il primo a glossare i testi romani, come a torto asseriva la tradizione, fu però colui che estese un tal metodo d'insegnamento a tutte le parti del Corpus iuris, da lui ricomposto nell'antica unità grazie al ritrovamento dell' Infortiarium (II.XXIV-XXXVIII del Digesto) e sostituito alle epitomi in voga nell'alto medioevo; soprattutto fuil primo ad approfondire di quei testi il contenuto giuridico.

I.ebbe anche una parte importante nella compilazione delle cosiddette «autentiche», estratti di no. velle giustinianee inseriti nel Codice ai luoghi appropriati.

Si sa poi che I. scrisse altre opere, e di maggior lena: un formulario notarile, una raccolta di quaestiones, un trattato de actionibus; tutto perduto. Le attribuzioni a lui fatte della Summa Infortiati, del Brachylegus, dell'Epitome exactis regibus, del Formularium tabellianum, delle Quaestiones de iuris subtilitatibus, del De nequitate, del Qui de re pecuniaria, della Summa lepis Langobardorum, della Summa codicis Pecensis, della Summa institutionum Vindobonensis, del Liber divinarum sententiarum, sono oggi generalmente rifiutate dalla critica; esse si spiegano con l'ansia di voler dare una forma più concreta alla figura quasi leggendaria di colui che fu detto lucerno iuris.

Bibl.: F. C. von Savigny, Geschichte des römischen Rechts im Mittelalter, IV, 2r ed., Heidelberg 1830, pp. 9 sgg., 258 sgg.: C. Ricci. I primordi dello Stadio di Bologna, 2° ed., Bologna 1888, pp. 36 sgg., 157 sgg.: G. Pescatore, Die Glossse des Irnerius. Greifswald 1888; E. Besta, L'opera d'I., Torino 1896; H. Kantorowicz, Studies in the glossators of the romun law, Cambridge 1938, pp. 33 sgg., 233 sgg.: L. Simeoni, Un nuovo documento
w. I. del 1112 , in Atti e memorie della Dep. di storia patria per l'Emilia e la Romagna, 4 (1939), p. 3 sgg.: P. Torelli, Glosse preaccursione alle Istituzioni : nota prima: glosse d'I., negli Studi in onore di Enrico Besta, IV, Milano 1939, p. 229 sgg.

Fiuro Fiorelli
IRRAZIONALISMO. - Termine di significato non facilmente precisabile per i molti sensi che ha assunto nella storia della filosofia e soprattutto nel pensiero moderno e contemporaneo. In senso assoluto, si condanna da sé : un puro i. o una filosofia come "sistema" dell' "irrazionale", si riduce, infatti, alla sistemazione "razionale" dell' «irrazionale", cioè ad un i. razionalmente dimostrato! Perciò, ogni forma d'i. presuppone, in fondo, l'uso e il valore della ragione. Come tale, esso ha quasi sempre una portata necessariamente limitata e mira precisamente ad affermare: a) che vi è qualcosa (reale o ideale) che non è riducibile (o la contrasta o la oltrepassa) all'attività propriamente razionale; b ) e che pertanto l'attività razionale non è tutta l'attività spirituale, ma solo una parte di essa. Evidente che, ove invece si escluda tale parzialità della ragione, cessa ogni elemento irrazionalistico, in quanto la ragione viene ad identificarsi con l'attività spirituale e con il reale in tutta la sua estensione, senza che nulla resti estraneo ad essa. Tale, p. es., è il panlogismo dello Hegel (v.) o di altre forme di idealismo assoluto, dove cessa l'irrazionale anche come sapere "soprarazionale", cioè appartenente (come il contenuto della Rivelazione) ad un ordine che trascende la ragione naturale.

D'altra parte, vi sono filosofie (o correnti filosofiche) razionalistiche che ammettono un campo di attività non riducibile alla ragione. Ad es., per lo stoicismo antico e anche moderno, le "passioni" sono irrazionali; per il razionalismo moderno (Cartesio, Spinoza, Leibniz) le sensazioni non sono riducibili alla chiarezza della ragione; per l'illuminismo, la storia è il dominio dell'irrazionale, perché sfugge ad ogni sistemazione esaustiva e non consento rapporti necessari od universali tra gli avvenimenti, che restano fuori del calcolo e della prevedibilità, nel regno dell'incerto e dell'oscuro, ecc. Ma queste filosofie, appunto per il loro razionalismo, svalutano gli elementi

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irrazionalistici e ii considerano una attività inferiore, un grado infimo che bisogna oltrepassare o di cui bisogna liberarsi. Parlare pertanto di "residui" o di "presenza" in esse di i, è improprio ed inesatto. Cosi pure è orrato dire che sono irrazionaliste in senso assoluto quelle filosofie (ad es., del Bergson e in parte del Blondel) che, senza negare il valore della conoscenza razionale, includono quest'ultima in una forma di sapere ad essa superiore e di essa più comprensivo (si è potuto parlare recentemente di "intellettualismo - bergzoniano [Husson] e blondeliano [Dumery]); similmente non è da confondere con l'i. l'intuizionismo (v.), altrimenti, in questo senso, sarebbe i., per citare un esempio, anche l'idealismo platonico, che non solo ammette l'intuizione originaria delle idee, ma esalta (Fedro, 224 a-236 b) l'Essai come μ α v i α o delirio, superiore alla "mediocrità" della ragione. Tutte precisazioni necessarie, queste, data l'equivocita del termine i, e dato che, in fondo, non è possibile ridurre tutta l'attività dello spirito alla pura attività razionale in senso stretto, e dato ancora che lo stesso reale, nella sua concretezza, non è tutto trascrivibile in terminı di pura razionalità; senza dire dell'essenza di Dio e della Rivelazione che appartengono ad un ordine che trascende quello della ragione naturale.

Bisogna inoltre notare che spesso si svalutano la ragione e il razionalismo non come tali, ma in quanto s'identificano con un determinato uso e significato della ragione stessa, cioè in quanto si dà ai termini una portata limitata o ristretta (p. es., Pascal ha affermazioni che possono sembrare di svalutazione totale della ragione, ma di fatto lo sono solo di quella cartesiana o del puro esprit de géometrie; alcuni antihegeliani combattono la ragione e il razionalismo appunto perché li identificano con la ragione e il razionalismo di Hegel; Bergson è antintellettualista perché tiene presente l'intellettualismo scientifico e positivista della seconda metà del secolo scorso, ecc.); oppure, anche senza spingersi alla svalutazione o alla condanna, si assume il termine ragione con un significato preciso e si chiama irrazionale quanto ad essa non è riducibile. Così, i matematici antichi (p. es., Euclide) considerano la ragione ( λ λ γ ° ς ) come la facoltà «calcolatrice», capace di giungere a conclusioni
assolutamente esatte; di conseguenza, per loro, è "irrazionale" ( δ λ λ γ ° ς ) quanto sfugge al calcolo. Affinché si possa parlare di i., nel senso proprio del termine, è necessario che non solo si ammecta una forma di conoscenza (o una realtà) diversa o superiore o irriducibile alla ragione presa anche nel suo significato intero (e non ristretto o limitato), ma si neghi anche validità alla ragione e la si consideri contraria od opposta ad un'altra (o ad altre) forma del conoscere, vero ostacolo da eliminare e disforme, nella sua struttura, dalla struttura della realtà. L'i. in questo senso è proprio della filosofia contemporanea (posthegeliano), dove ha assunto una molteplicità di significati ed una estensione che non ha riscontro in nessun'altra epoca della storia del pensiero. Sipuó dire anzi che quella che è stata definita la "rivolta contro la ragione" sia una delle caratteristiche della speculazione all'incirca dell'ultimo secolo, nel corso del quale l'attivismo e il vitalismo hanno rivendicato ed esaltato quanto di spontaneo, d'immediato, d'istintivo e, in una parola, d'irrazionale vi è nell'uomo e nella vita universa. Alle "filosofie della ragione" sono state contrapposte polemicamente (e di ciò bisogna tener conto come di posizioni estremiste che reagiscono al razionalismo estremo del-
![img-16.jpeg](img-16.jpeg)
(da C. Hicel, Disegni di Luigi Serra, Roma 1907) Iancrio - L. glossa le leggi. Nello sfondo: le milizie bolognusi di ritorno da Fossalta. Disegno di Luigi Serra per il soffitto della sala del Consiglio provinciale di Bologna (1888) - Roma, (Galleria (nazionale d'Arte moderna.
lo hegelismo, dello scientismo, ecc.) molteplici forme di cosiddette "filosofie della vita».

Le loro origini immediate vanno cercate nel romanticismo tedesco (Schlegel e Novalis), nella teoria dell'evoluzione e nelle dottrine biologiche. Schopenhauer e Nietzsche, sotto aspetti diversi, si possono considerare i due maestri; successivamente alla loro influenza si è aggiunta quella di Kierkegaard. La "volontà" schopenhaueriana, radice metafisica del mondo, è presente in ogni essere della natura come principio cieco e irrazionale, che vuole per volere, senza una finalità : non ha oggetto, è irrazionalità piena. Ma mentre lo Schopenhauer considera «infelice» la volontà, tanto che vivere e durare la vita, oltre che male, è anche delitto, Nietzsche esalta le forze irrazionali ed intuitive della vita come la felicità «dionisiaca" della vita stessa. Il vitalismo nietzschiano, sotto certi aspetti, rappresenta la maturità di alcune correnti romantiche e una delle tappe salienti della rivolta dell'i.

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contro il razionalismo di ogni tempo, greco o cartesiano, kantiano o hegeliano. Al "concetto" (di Socrate il "corruttore") e all'Idea (dello Hegel), Nietzsche oppone la Vita, che irrompe in direzioni antitetiche, che si dilatano all'infinito: in un mondo che si è scoperto infinito. La velontà "di potenza" propria del "superuomo", sotto un certo aspetto, è rivolta violenta, crudele, barbara e primitiva della vita istintiva e delle passioni allo stato naturale contro la frigidità e la cionicia di Nesso della ragione. Le antitesi non si compongono nella sintesi (Hegel), ma si arroventano nell'urto: la storia non è svolgimento razionale dell'idea, ma processo di forze contrastanti e irrazionali.

Nel pensiero contemporaneo, soprattutto tedesco, l'i. nietzschiano ha fermentato paurosamente: vaste correnti dello storicismo, della sociologia e dell'esistenzialismo ne sono profondamente influenzate. Ad es., lo storicismo dello Spengler (v.), per citare qualche posizione significativa: l'autore dell'apocalittico Termanto dell'Occidente (Monaco 1918), poggia sul concetto della fatalità delle dottrine e della storia come il manifestarsi senza scopo di simboli predestinati. "La logica della scienza naturale, l'incatenamento di cause ed effetti ci appare quanto mai superficiale; solo la logica dell'organico, il destino, l'istinto, la cui omnipotenza noi sentiamo nelle vicende delle cose, ci dimostra la profondità del divente. Quel che importa è dare all'uomo una nuova visione dalla quale necessariamente ne scaturisca un'altra. La vita non ha nessun fine (cgi. cit., p. 152). L'intelligenza, per lo Spengler, non è che una attività tardiva e derivata; la ragione il cristallizzarsi degli elementi vitali (istinti, impulsi, passioni, valori del sangue o del senso, ecc.). Non diverse sono le conclusioni di alcune forme minori d'i. (ad es., del Klages), del cosiddetto "neoromanticismo tedesco" (Ziegler ecc., per il quale la ragione impedisce all'uomo di vivere la vita spontanea e immediata in intimità con la natura e di farsi Dio!), del vitalismo dello spagnolo Ortega y Gasset (n. nel 1883), che però non si spinge a queste esagerazioni sconcertanti, anche se esalta l'importo, il rischioso, il barbarico o, com'egli dice, la « vita ascendente». Nemico di tutti gli assoluti razionalistici, Ortega condanna le astrazioni delle verità necessarie ed universali proprie dell' uomo razionale ", cui contrappone il non-intellettivo "uomo organico".

Un senso quasi religioso e pascaliano, sotto l'influsso del pragmatismo e della mistica spagnola, ha l'i. di Unamuno. La vita è azione ed è fede assoluta nell'azione di cui la ragione è nemica mortale. I raziocini di quest'ultima non persuadono, "perché non sono altro che ragioni, e non è con ragioni che si alimenta il cuore" (Il sentimento tragico dello vita, I, Firenze 1922, p. 64). Contro la logica, anche di fronte all'assurdo, bisogna aver fede, una fede immensa, sconfinata, robusta, fino alla follia, la sola che abbia un irresistibile "potere redentore", come si legge nel Comentario. La "sconcia logica", con i suoi mortiferi ed aguzzini "perché", avvelena la volontà, spegne la generosità, l'eroismo, la follia. Il mondo, dice ancora Unamuno nel Comentario, "è a volta a volta sempre ciò che appare ad ognuno e la vera sapienza consiste nel plasmarlo secondo la nostra volontà, uscendo di senno senza alcun motivo, pieni di fede nell'assurdo ". La verità non è un rapporto logico, né si ottiene con il metodo della logica, bensì con il "metodo della passione", della fede.

Decisamente religioso (protestantico) è l'i. kierkegaardiano, avverso alla "filosofia speculativa" (che identifica con quella hegeliana) e al pensiero oggettivo che livella le esistenze e fa di esse tanti paragrafi di un "sistema". Non la verità "oggettiva" ha interesse per l'uomo, ma la sua verità : ciò che importa, si legge nel Diario, "è intendere a che cosa io sono destinato, vedere che cosa Dio vuole propriamente che io debba fare: ciò che importa è di trovare una verità che sia verità per me, di trovare un'idea per la quale io possa vivere o morire" (Diario, I ag. 1835, Innsbruck 1923, p. 28). "Non la ragione, ma la fede: chi afferma oggettivamente Dio, non crede». Sono necessarie la «insicurezza oggettiva", l'incomprensibilità, l'« assurdo"; nell'assurdo precisa-
mente si esprime la passione della fede. Esagerazione di Kierkegaard e di Nietzsche insieme è l'esistenzialismo religioso di Chestov, sempre in appassionata polemica contro "l'evidenza razionale", figlia del peccato, espressione della "superbia diabolica". La verità è fede e la fede è soggettiva, è credere malgrado tutto, contro tutto: "La terra promessa non esiste per l'uomo che sa. La terra promessa si trova dove è giunto colui che ha la fede, è divenuta promessa perché vi è giunto: Certum est quia impossibile" (Athènes et Jérusalem, Parigi 1938, p. 456). La rinuncia alla ragione e la disperazione di dotar conoscere la verità, è in stato di grazia di apertura alla fede, di cui Chestov fa un'esaltazione anarchica, che ha accenti in comune con la cosiddetta "teologia della crisi" del Barth e più diretti punti di contatto con i "filosofi religiosi" (Soloviev, Berdizeff, Bulgakoff, ecc.) della Chiesa ortodossa russa.

Anche la scienza contemporanea (soprattutto la fisica) fa posto all'irrazionale nel senso che vi è qualcosa della realtà che sfugge al processo scientifico e ai suoi princìpi. Meyerson (v.), ad es., trova che il principio d'identità (sapremo principio della scienza) ad un certo punto del suo processo incontra qualcosa d'irrazionale, d'irriducibile all'identico, di razionalmente inassimilabile. Non è esatto, invece, considerare irrazionalistiche la relatività cinsteiniana e le applicazioni filosofiche e scientifiche che di essa si sono fatte: il relativismo non è i. in senso proprio, come non lo sono le recenti dottrine logiche propositivistiche o matematiche, che hanno sostituito alla categoria della "necessità " quella della "probabilità" o della "convenzionalità ".

L'i. come negazione della validità conoscitiva della ragione o come condanna del sapere razionale, sia in nome dei diritti della vita spontanea come in nome della fede religiosa, è una posizione filosoficamente errata, praticamente ruinosa e religiosamente eterodossa. Non si tratta di negare la ragione per difendere la vita concreta, ma di vitalizzarla nella vita stessa, in modo che la ragione dia luce alla vita e questa concretezza alla ragione. Non si tratta ugualmente di affermare la fede contro la ragione o la ragione contro la fede, ma di trovare il punto esatto della collaborazione attiva tra i due ordini, distinti ma non separati ed entrambi presenti nella concreta vita spirituale, che è più della ragione in senso stretto, ma non è senza la ragione. Difendere la ragione è anche difendere la fede. Spesso l'i., più che una posizione filosofica vera e propria, è uno stato passionale soggettivo o un atteggiamento polemico esasperato.

Brec.: Per la opere degli autori sopra citate v. le voci corrispondenti. G. Cesca, La filosofia della vita. Messina 1903; E. P. Lamanna, L'esameza della religiosità nelle dottrine antintellettusilistiche, in Psiche, 1912, pp. 281-90; N. Abbagnano, Le sorcenti irrazionali del pensiero, Napoli 1923; A. Aliotta, Le origini dell'i. contemp., 2° ed., ivi 1933; L. Giusso, Spengler, ivi 1933; id., Nietzsche, 2° ed., Milano 1941; C. Antoni, La lotta contro la ragione, Firenze 1942; M. F. Sciacca, La filosofia, oggi, Milano 1944 (soprattutto i capp. 1-4); id., Il problema di Dio e della religione nella filosofia attuale, 2° ed., Brescia 1946; D. Morando, L'esistenzialismo teologico, ivi 1948. Michele Federico Sciacca

IRREDENTISMO. - L'i., fenomeno quasi esclusivamente italiano, più che una dottrina, è stato un movimento politico animato in prevalenza da motivi sentimentali e circondato da un certo alone mistico, espresso persino nella parola, derivata dall'ipotetica esistenza di una schiavitù ancora bisognosa di redenzione. Come in ogni altro movimento, così anche in questo si può trovare un sustrato ideologico, e questo gli deriva dalla concezione nazionalistica del Risorgimento, alla quale si ricollega.

Con l'applicazione del principio di nazionalità (v.), si pervenne allora alla conclusione che tutte le frazioni del popolo italiano, parlanti la stessa lingua e aventi la medesima cultura, avrebbero dovuto essere riunite

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sotto il medesimo regime politico nazionale, in modo da conseguire la naturale coincidenza tra la nazionalità e lo Stato. Ottenuto in gran parte lo scopo, mediante la Costituzione dello Stato unitario italiano sotto la dinastia sabauda, il principio continuò a influire sulle menti e le condusse a considerare come ancora non interamente compiuta l'opera del riscatto, essendo rimaste sotto il giogo straniero alcune province.

Si possono, dunque, ritenere come molle ideali azionatrici del movimento irredentista due concetti classici del nazionalismo: da una parte il diritto delle frazioni di nazionalità, rimaste fuori dell'orbita dello Stato nazionale, di congiungersi con la maggioranza già unificata, dall'altra l'ingiustizia della loro soggezione a uno Stato straniero, donde poi si deduceva per la nazionalità la facoltà di sollevarsi contro lo Stato, cui era rimasta soggetta, e per lo Stato nazionale quella di muovere alla sua liberazione o redenzione dalla servitù straniera.

Questa somma di principi e di conclusioni, sebbene non fosse inquadrata in una dottrina organica, sottostà alla critica mossa contro il principio di nazionalità, che non può fondare da sé il diritto affermato, né si presta per poter qualificare come ingiusta la soggezione politica di una parte della nazione ad una potenza di nazionalità differente. Se poi i principi sottintesi dall'i. non hanno alcun valore morale e giuridico, nessun valore ha anche la corclusione da essi dedotta circa la facoltà di sollevarsi contro lo Stato, per ottenere l'indipendenza, e di muovere mediante la guerra alla redenzione della nazionalità. La dottrina cattolica, rispettosa dei diritti acquisiti dello Stato e dei doveri di soggezione delle minoranze allogene viventi nel suo seno, ha costantemente escluso dalle giuste cause di guerra la liberazione delle nazionalità e dai motivi di legittima resistenza ai poteri costituiti il semplice desiderio d'indipendenza e d'unità nazionale. Il quadro delle conclusioni tuttavia potrebbe cambiare qualora lo Stato si atteggiasse a oppressore e tiranno della nazionalità, nel tentativo di livellarla e di assorbirla violentemente nella maggioranza, impedendole di mantenere e di svolgere le proprie peculiarità e la propria cultura.

Storicamente l'i. cominciò in Italia appena dopo l'annessione del Veneto. In occasione del viaggio di Vittorio Emanuele II a Udine, nel 1866, un gran numero di Giuliani, rimasti sotto il dominio austriaco, organizzarono una grande manifestazione d'italianità, mentre allo stesso tempo nel Trentino prendevano inizio le agitazioni per l'indipendenza. Il suo carattere più sentimentale che teorico, viene manifestato dal fatto che le rivendicazioni irredentiste si rivolsero esclusivamente verso alcuni territori confinari dell'Impero austro-ungarico, e tra questi di preferenza al Trentino e alla Venezia Giulia, con un'illogica dimenticanza della Dalmazia, sebbene fosse anch'essa considerata di cultura italiana, e più ancora delle province sottoposte, all'altro lato delle Alpi, al dominio francese, la Savoia e l'Isola di Corsica.

L'i. è stato eminentemente anti-austriaco e ha agito nelle diverse fasi della storia come stimolante dell'idea nazionale, ora compresso dai governi desiderosi di evitare complicazioni internazionali in alcuni periodi di assestamento interno, ora sfruttato come idea agilatoria. Al momento dell'entrata in guerra contro l'Austria, in occasione del primo conflitto mondiale, l'i. ebbe un grande influsso nel muovere gli animi, particolarmente nell'elemento giovanile delle università, insieme con il rinato nazionalismo con il quale praticamente si era fuso in comunanza d'ideali.

Errori politici commessi dall'Austria e alcune vittime mietute dalla repressione, come nel 1880 l'Oberdan, lo rinfocolarono dentro e fuori i confini nazionali, agevolando l'azione di alcune associazioni sorte a questo scopo. Tra di esse, sebbene si prefiggesse intenti culturali, merita particolare menzione la «Dante Alighieri». L'esito
favorevole della prima guerra mondiale, con il collasso dell'Impero austriaco, tolse l'esca al movimento, che vide raggiunti gli scopi unitari, per i quali si era battuto.

Bibl.: L. Vicini, Una pagina di storia dell'i., Bologna 1964: A. Russaro, Treation nastro, Parma 1916; F. Meyer, Der italie. nische Irredentismus, Innsbruck 1916; G. P. Guerrazzi, Ricordi d'i., Bologna 1922: N. Lapegna, L'Italia degli Italiani. Contributo allo storia dell'i., Napoli 1932: A. Sandonà, L'i. nelle lotte politiche e nelle contese diplomatiche italo-austriache, Bologna 1932; M. Alberti, L'i. senza romanticismo, Como 1936; G. Schif. Iret, Le origini dell'i. triestina, Udine 1937.

Antonio Messineo
IRREGOLARITÀ. - L'i. è un impedimento canonico, perpetuo, che, per il decoro del sacro ministero, vieta in primo luogo la lecita ricezione degli Ordini, compresa la tonsura, e conseguentemente l'esercizio dei medesimi. Non è pena medicinale né vendicativa, ma semplice difetto fisico o morale.

Le i. sono antichissime nella Chiesa; già l'apostolo Paolo ne enumerava due : una perpetua (la bigamia successiva: I Tim.