o, perpetuo, che, per il decoro del sacro ministero, vieta in primo luogo la lecita ricezione degli Ordini, compresa la tonsura, e conseguentemente l'esercizio dei medesimi. Non è pena medicinale né vendicativa, ma semplice difetto fisico o morale.
Le i. sono antichissime nella Chiesa; già l'apostolo Paolo ne enumerava due : una perpetua (la bigamia successiva: I Tim. 3, 2, 12; Tit. 1, 6), l'altra temporanea (la conversione recente: I Tim. 3, 6). Gli antichi canonisti chiamarono "regola apostolica" le prescrizioni di s. Paolo e dissero - irregolari, quanti si allontanavano da essa. S. Agostino, nell'Epistola 60 (PL 33, 288) parla già dell'integrità di una persona regolare, atta allo stato clericale; la parola i. per primo la usò Rufino (m. ca. il 1190); introdusse invece la divisione delle i. in ex defectu e in ex delicto Gaffredo da Trani (m. nel 1245). Finalmente Innocenzo IV (1243-54) espressamente trattò, primo fra tutti, delle i.
Poiché le leggi sulle i. non ebbero origine solo dal diritto scritto ed inoltre mancava nel Corpus iuris canonici un titolo speciale che le enumerasse, i giuristi dissentivano molto sulla natura e la divisione delle medesime.
Il CIC, ad eliminare i dubbi suddetti e ad evitare nuove possibili difficoltà, ordina integralmente tutta la materia delle i. e sancisce che unica fonte delle medesime è la legge universale contenuta in esso (can. 983). Ci si domanda tuttavia se le i. elencate dal CIC (cann. 984-85) possano essere modificate, soppresse, aumentate, dal diritto consuetudinario universale; è più attendibile l'opinione affermativa, perché nel diritto vigente tali consuetudini non sono riprovate (can. 27).
Assai più chiaramente che prima di esso, il CIC distingue solo le i. in ex defectu e in ex delicto. Hanno origine le prime da un fatto necessario o da una colpa estranea all'irregolare; le altre, da un delitto proprio (cf. can. 2195 § 1). Queste ultime tuttavia non si contraggano se il delitto non fu un peccato grave, commesso dopo il Battesimo (eccettuata la ricezione del Battesimo dagli acattolici), esterno, pubblico od occulto (can. 986).
1. ex defectu (can. 984). Sono così irregolari:
1) "Gli illegittimi, sia che l'illegittimità sia pubblica od occulta, eccetto che siano stati legittimati od abbiano emesso i voti solenni». Sono illegittimi tutti coloro che non sono nati da un matrimonio valido o putativo o che furono concepiti da genitori ai quali, a cagione della professione solenne o dell'Ordine Sacro, era proibito al tempo della concezione l'uso del matrimonio contratto in antecedenza (can. 1114). L'illegittimità e conseguentemente l'i. possono essere tolte : e) con il susseguente matrimonio dei genitori a tenore dei cenn. 1116-17 (cf. cann. 232 § 2, 1: 331 § 1, 1; 320 § 2; risposta della Commissione pontificia, 10 Icg'io 1930); b) con un rescritto della S. Sede; c) con la professione religiosa solenne.
2) "I difettosi di corpo che non possono servire all'altare o in modo sicuro per la debolezza o in modo decente per la deformità. Tuttavia, ad impedire l'esercizio di un Ordine legittimamente ricevuto si richiede un difetto più grave, e nemmeno a cagione di questo difetto
## Page 151
sono proibiti quegli atti che si possono porre convenientemente". Il CIC non dice affatto quali siano i difetti fisici che rendono irregolare. Mentre è abolita l'antica questione dell'occhio canonico, sono ritenuti irregolari i completamen. te ciechi, sordi, muti, i notevolmente zoppi o deformi, i gibbosi, i mancanti del pollice o dell'indice, specie alla mano destra, ecc. In dubbio, spetta al vescovo decidere in merito.
3) "Quelli che sono o che furono epilichici, pizzi, posseduti dal demonio; che se divennero tali dopo aver ricevuto gli Ordini e consti con certezza che sono ormai liberi, può l'Ordinario permettere di nuovo ai suoi sudditi l'esercizio degli Ordini». Il CIC non ammette ragioni che sznino tali difetti quando si tratta di accedere agli Ordini: che se uno o più dei predetti ostacali accadessero dopo ricevuti gli Ordini, il giudizio per l'esercizio dei medesimi, è rimesso all'Ordinario (can. 198).
4) «I bigami, quelli cioè che contrassero successivamente due o più matrimoni validi». Questa è detta bigamia vera, la sola che causa l'i. Non si richiede per la i. che i due o più matrimoni siano stati consumati. 5) "I colpiti da infamia iuris», pena vendicativa (can. 2291,4 ) con cui vengono puniti determinati delitti, non ha immediata origine dal delitto, ma dal difetto di buona fama, che causa la sentenza condannatoria o la conoscenza dei delitto stesso.
6) "Il giudice che pronunziò una sentenza di morte ". La parola giudice significa sia la persona singola che il tribunale collegiale, cioè le persone che lo compongono. La sentenza si suppone giusta, altrimenti il giudice diverrebbe irregolare ex delicto (c.m. 983, n. 4). Non cadono in questa i. i cosiddetti "giunti", a meno che, secondo le leggi della loro nazione, siano veri giudici e pronunzino la sentenza di morte. E nemmeno incorre in questa i., detta come la seguente ev defectu lenitatis christianior, il giudice che pronunziò la suddetta sentenza prima di ricovere il Battesimo. Non risulta che per incorrere nell'i. sia necessaria l'esecuzione della sentenza stessa.
7) "Quelli che hanno assunto l'ufficio di carnefice e i loro volontari e immediati collaboratori nell'esecuzione della sentenza capitale». Carnefice è colui che è deputato ad uccidere a nome dell'autorità pubblica i condannati a morte in seguito a sentenza. La sola assunzione spontanea di tale ufficio produce l'i. Per i suoi volontari ed immediati collaboratori è richiesta l'esecuzione della sentenza capitale. I predetti uffici, se esercitati prima di ricovere il Battesimo, non producono i.
I. ex delicto (can. 985). Sono cosi irregolari :
1) "Gli apostati dalla fede, gli eretici, gli scismatici ". La Pontificia Commissione per l'interpretazione autentica del CIC dichiarò il 30 luglio 1940 che incorrono in questa i., quali apostati, quanti sono o furono iscritti a una setta ateistica. Agli iscritti in buona fede ad una setta eretica o scismatica, si dovrà concedere la dispensa ad cautelam affinché possano accedere agli Ordini.
2) "Coloro che, al di fuori del caso di estrema necessità, permisero in qualsiasi modo che fosse loro amministrato il Battesimo da acattolici». Per acattolici s'intendono solo i battezzati apostati (e quelli che sono o furono iscritti ad una setta ateistica), eretici, scismatici.
3) "Coloro che legati da matrimonio o da Ordine sacro o da voti religiosi anche semplici e temporanei, esarono attentare il matrimonio o porre anche soltanto l'atto civile; o che, liberi, l'abbiano attentato con una donna legata dagli stessi voti o da matrimonio valido".
4) "Coloro che commisero un omicidio volontario o un aborto, cui sia seguito l'effetto, e quanti vi cooperarono». Tanto per l'omicidio quanto per l'aborto la causa si intende volontaria e diretta. Fra i cooperanti all'uno o all'altro delitto, sono compresi solo i positivi, esclusi sempre i negativi (cann. 2209-31). Se, per qualunque motivo, l'effetto non seguisse (cf. cann. 2212-13), nessuno dei suddetti incorre nell'i.
5) "Coloro che mutilarono se stessi o altri o che tentarono di togliersi la vita». La mutilazione è l'amputazione di una parte del corpo che ha una funzione propria distinta da quella delle altre membra; ad es., gli occhi, le braccia, le mani, i piedi. Non basta l'attentato di mutilazione; basta invece l'attentato di suicidio.
6) "I chierici che esercitano l'arte medica o chirurgica ad essi vietata, se da ciò segua la morte". Occorre tuttavia che la morte segua praeter intentionem, perché altrimenti si cadrebbe nell'i. dell'omicidio volontario (n. 4).
7) "Coloro che pongono un atto di Ordine riservato ai chierici costituiti nell'Ordine Sacro, o perché mancano di quell'Ordine o perché sono impediti di esercitarlo da una pena canonica, sia personale, medicinale o vendicativa, sia locale».
Le leggi riguardanti le i. essendo "odiose», devono avere una interpretazione stretta. Perciò, le i. devono essere certe, cioè, il fatto da cui esse hanno origine deve esistere in modo certo. Ed anche se il CIC tace in merito, in caso di dubbio di diritto o di fatto, l'i. o l'impedimento si devono considerare come non contratti. Le i. e gli impedimenti, avendo solo origine dalla legge ecclesiastica o da una conmetudo iuris, non si possono contrarre che dai battezzati; tuttavia, un fatto posto prima del Battesimo, può, dopo di questo, divenire causa di impedimento; p. es., un doppio matrimonio legittimo e consumato. Il legislatore sancisce espressamente (cf. can. 988) che l'ignoranza, anche non colpevole (e me pure l'errore, l'insvertenza, ecc.) delle i. e degli impedimenti, non scusa dall'incorrerli, salvo quanto fu detto per le i. ex delicto.
Un individuo può incorrere in più i. ed impedimenti. che solo si moltiplicano se la loro causa è completamente diversa, come, ad es., l'illegittimità e l'omicidio. Con il ripetersi della stessa causa, non si moltiplicano mai, tranne ai tratti di omicidio volontario. E questa unica eccezione non può essere estesa all'aborto. Si tratta infatti di una legge di stretta interpretazione.
Se si eccettua quanto stabilito al can. 984, nn. 1, 3 e ciò che riguarda l'i. ex vitio corporis (can. 984, n. 2), la quale cessa se viene a cessare completamente tale difetto, in qualunque modo ciò avvenga, tutte le altre i. cessano solo o in quanto cessa la legge o la consuetudine che le costituisce o per dispensa legittima : si tratta infatti di impedimenti per loro natura perpetui.
Il Sommo Pantefice, di propria autorità, può dispensare da tutte le i. e suole concedere tali dispense tramite le SS. Congregazioni, secondo le loro rispettive competenze (can. 246 sgg.). Gli Ordinari (can. 198 § 1) possono dispensare per sé o per altri i propri sudditi da tutte le i. che provengono da un delitto occulto (can. 2197 nn. 1, 4), esclusa quella che abbia origine da un omicidio o da un procurato aborto volontari (can. 983, n. 4) e qualsiasi altra dedotta al fòro giudiziale a norma del can. 1725 (can. 990 § 1). L'identica facoltà compete a qualsiasi confessore nei casi occulti, in cui per l'urgenza non si possa adire l'Ordinario e sia imminente il pericolo di grave danno o di infamia, ma esclusivamente affinché il penitente possa esercitare in modo lecito gli Ordini già ricevuti (can. 990 § 2).
Nelle preci per la dispensa occorre indicare tutte le i. e tutti gli impedimenti; altrimenti, la dispensa generale sarà valida per quelli taciuti in buona fede, eccettuati i casi esclusi dal can. 990 § 1, non per quelli taciuti in mala fede. Per il valore della dispensa, non si esige che venga indicato il numero dei delitti della stessa specie, perché il ripetersi della stessa causa, come detto, non moltiplica le i. (can. 989). Tuttavia, se si tratta di i. proveniente da omicidio volontario, sotto pena di nullità della dispensa, deve essere indicato il numero dei delitti (can. 991 §§ 1-2). La dispensa generale a ricevere gli Ordini, vale anche per gli Ordini maggiori; e chi ha ottenuto tale dispensa può ottenere benefici non concistoriali anche con cura di anime, ma non può essere nominato cardinale, vescovo, abate, prelato nullius, superiore maggiore in una religione clericale esente (can. 991 § 3). Se la dispensa è concessa in fòro esterno, deve essere data per iscritto; cosa che non si può fare assolutamente se è concessa in fòro interno sacramentale. Se invece è concessa in fòro interno non sacramentale, deve essere consegnata in iscritto ed occorre annotarla nel libro segreto della Curia (can. 991 § 4).
## Page 152
BibL.: C. Gaspari, De Sacra Ordinatione, 2 voll., Parigi 1883 : S. Many, De Sacro Ordinatione, ivi 1904: F. X. Wernz, Ins Decretalium, II, Roma 1906; G. M. Van Rossum, De essentia Sacramenti Ordinis dispositio historico-theologica, Friburgo in Br. 1914. passim; J. Hickev, Irregularities and simple impediments in the new Code of canon law, Washington 1920; M. a Coronata, De Sacramentis, II, Torino 1948, n. 96 seg.; C. de Clergu, Traité de droit canonique, 2. Des Sacraments, Parigi 1948, n. 278 seg.
Pietro Cognasso
IRRELIGIOSITÀ. - Il termine va inteso non solo in senso privativo (areligiosità), come cioè l'atteggiamento di colui, che per abitudine non pratica alcuna religione, ma principalmente in senso negativo, in quanto dice opposizione alla religione, sia come complesso di verità da credersi e di leggi da osservarsi, sia come virtù morale.
La scolastica ha preferito il termine i. al latino irreverentia, perché questo ha un significato più esteso, denotando l'irriverenza verso Dio, gli uomini, la legge ecc. Invece i. importa propriamente l'irriverenza verso Dio e la religione.
Quindi, in un senso stretto e specifico, la i. abbraccia i vizi e i peccati, che contengono disprezzo o irriverenza contro Dio direttamente, oppure contro le cose sacre. Alla prima classe appartengono la tentazione di Dio e il falso giuramento; dopo il Suórez (cf. De Religione, Lione 1630, tr. III, 1. 1, cap. 1, n. 8) i teologi aggiungono la bestemmia; alla seconda classe appartengono il sacrilegio, la simonia, la superstizione e i suoi diversi modi, ossia l'idolatria, la divinazione e la magia.
Bim.: Sum. Theol., 2⁴-2²⁰, qq. 92, 97: A. Ballerini, Opus theologicum morale, II, 2² ed., Prata 1899, n. 369; D. M. Frimmer, Manuale theologiae moralis, II, 8⁴ ed., Friburgo in Br. 1936, n. 300.
Vincenzo Carbone
IRRESPONSABILITÀ : v. RESPONSABILITÀ.
IRRISIONE. - Significa dileggio, beffa, scherno. E il comportamento di colui che, con il sarcasmo contenuto principalmente nel modo di ridere o di parlare, intende ottenere che altri abbiano a sentirsi in vergogna senza alcun motivo; da questo lato è un'azione distinta dall'ingiuria che attenta all'onore, dalla diffamazione che attenta alla fama e dalla sussurrazione che attenta all'amicizia.
E chiaro che se alcuno, senza trascendere però nel modo, intende indurre altri a vergognarsi del male commesso, allo scopo di emendarsi, non fa alcun peccato, ma piuttosto un atto di virtù; così pure, quando si conservi il debito modo, lo scherzo può ridursi ad un atto di entrapolia (Sum. Theol., 2⁴-2²⁰, q. 72, a. 2, ad 1). Quando però si intenda di indurre alcuno a vergognarsi, la i. è un peccato di ingiustizia, quasi una violazione di persona. Questo peccato, se ciò che si deride è grave ed importante, è pure un grave peccato: grave colpa è cosí deridere la fede, i genitori, le bontà, ecc.; negli altri casi ci potrà essere più facilmente colpa leggera.
Bim.: D. M. Frimmer, Manuale theologiae moralis, II. 4⁴-5² ed., Friburgo in Br. 1928, n. 184.
Luigi Oldani
IRSINA (già Montepeloso). - In provincia di Matera. L'antichità della Chiesa non è suffragata da alcun documento. Nell'alternarsi delle dominazioni, rimase sempre fedele alla Sede Romana, né pare accettabile l'ipotesi che il vescovato sia stato fondato dai Bizantini sullo scorcio del sec. x o al principio dell'xi. Nel 1123, da una bolla di Callisto II (1119-24) risulta eletto vescovo l'abate benedettino Leone di S. Maria di Montepeloso (m. nel 1130); il nome del successore è ignoto: probabilmente dovette perire nella strage operata da Ruggero II (1133).
Con lui e con la città si spense anche il breve episcopato, ed ebbe inizio la lunga serie dei priori francesi che ressero la chiesa fino al 1451, nel quale anno sorse il vescovato di Andria e Montepeloso. Nel 1479, dopo cinque vescovi, Montepeloso riottenne l'indipendenza con il privilegio di essere direttamente soggetta alla S. Sede; ma nel 1818 fu definitivamente unita alla diocesi di Gravina
"aeque principaliter". Dei vescovi di Andria e Montepeloso si ricordano i primi due, fra' Antonello dei Minori Conventuali (1451) e fra' Antonio Giannotti domenicano, fin qui da tutti gli storici confusi per uno solo; e M. A. Lupoli, ultimo dottissimo preside di Montepeloso (1797), Monumenti. - L'odierna Cattedrale, della fine del sec. xviri, è sorta sul posto dell'antica gotica, di cui resta il campanile. Dei monasteri, i più noti furono quelli benedettini di Juso e d'Irsi e quello avevo di S. Francesco d'Assisi, di cui rimane un sotterraneo affrescato.
Bim.: M. Janora, Memorie storiche, critiche e diplomatiche della chiesa di Montepeloso, Matera 1901; id., Il vescovado di Montepeloso, Potenza 1904: L. Duchesne, L'évèché de Montepeloso, in Mclanges d'arth. et d'hist., 23 (1903), pp. 363-73.
Pascuale 'Testini
IRVING, Edward. - Pastore protestante, n. ad Annan (Scozia) il 4 ag. 1792, m. a Glasgow il 7 dic. 1834. Nel 1819 fu nominato assistente del Chalmers, nella parrocchia di S. Giovanni a Glasgow; tre anni dopo, nel 1822, fu chiamato a reggere la "Caledonian Church", cappella scozzese di Londra, dove si rese famoso per la sua oratoria.
Mentre I. si dedicava tutto alle sue prediche nella cappella scozzese di Londra e allo studio delle profczic, H. Drummond (1786-1860), nell'Avvento del 1826 , iniziò una serie di riunioni religiose nella sua villa di Albury Park con un gruppo di ca. 40 simpatizzanti. Si occupavano principalmente dell'interpretazione delle prolezie e del loro adempimento e a tali riunioni fu invitato anche l'I. A questi era capitato fra mani il libro del gesuta ccleno P. Lucunes, pubblicato sotto lo pseudonimo di G. Giosafet Ben-Ezrai sulla venuta del Messia; e avendolo tradotto, si persuase e persuase gli altri membri delle riunioni di Albury Park che era vicina la venuta di Gesù Cricto, ma che prima il mondo sarebbe stato rimovato con il ristabilimento degli uffici di apostoli, profeti, evangelisti e angeli (vescovi e pastori). Questo conecise con la notizia sporsasi di persone che avevano il dono di profczia, delle lingue e dei miracoli. Ben presto si cbbero dei profeti anche tra i partecipanti alle riunioni di Albury Park. Nel 1832 il Drummond, mosso dallo spirito di profczia, cominciò a scegliere i primi apostoli fino a raggiungere il numero di 12. Questi poi clessero gli evangelisti e gli "angeli".
Nacque così la Chiesa cattolica apostolica: cattolica, perché doveva estendersi a tutto il mondo; apostolica, per il ristabilimento dei 12 Apostoli. L'I., che pur aveva contribuito non poco alla fondazione della nuova setta, non venne eletto a nessun ufficio, perché legato ancora alla Chiesa presbiteriana. Quando poi nel 1833 fu condannato, soprattutto per aver manifestato alcune dottrine false o molto debbie sulla umanità di Gesù Cristo, cercò un rifugio nella nuova setta, ma vi dovette entrare come semplice fedele fino a tanto che uno dei profeti ebbe rivelazione che era stato eletto da Dio "angelo " (vescovo), anzi capo degli angeli, cioè di un gruppo di pastori, ma non ebbe mai il grado supremo di apostolo. Per questo i membri della Chiesa cattolica apostolica non vogliono assolutamente essere chiamati irvingiani o irvingiti; nondimeno questo è il nome più in uso, benché l'ufficiale sia l'altro. L'organizzazione di questa setta è del tutto speciale. I capi della Chiesa dovevano essere i 12 Apostoli eletti da Dio e manifestati dai profeti. Non dovevano avere successori, ma durante la loro vita si doveva convertire il mondo e aver luogo la venuta del Signore. Dopo gli Apostoli venivano in dignità i profeti, che manifestavano ciò che Dio loro rivelava; non erano eletti ma riconosciuti dalla Chiesa quando manifestavano le rivelazioni ai fedeli. Gli evangelisti erano scelti dai soli Apostoli e li dovevano accompagnare nella conversione del mondo; gli angeli (vescovi e pastori) erano quelli che dovevano dirigere le comunità già stabilite. Nel 1838, dopo due anni di ritiro e di studio nella villa di Drummond a Albury Park, i 12 Apostoli, accompagnati da evangeliati, si sporsero per il mondo, diviso con i nomi delle dodici tribù d'Israele. Prima di separarsi, compilarono il "Grande Testimonio", che è
## Page 153

(fat. Alinari)
ABRAMO IN ATTO DI SACRIFICARE ISACCO.
Bassorilievo marmoreo di Jacopo della Quercia (1425-30) - Bologna, chiesa di S. Petronio.
## Page 154

PROLOGO DI ISAIA. Pagina miniata della Bibbia di Borso d'Este, opera di Taddeo Crivelli e collaboratori (1455-67) - Modena, Biblioteca Estense, vol. II, f. 3r.
## Page 155
le loro confessione di fede, e che doveva essere presentato ai re e grandi della terra, incluso il papa. Ma il risultato non corrispose alle speranze. Alcuni degli apostoli speravano in buona fede di ricevere i doni e carismi degli Apostoli per cosi grande impresa, ma invano; e uno di essi, il Mackenzie, al quale era toccata l'evangelizzazione della Svezia e della Norvegia (tribù di Gad), deluso, rinunziò all'apostolato e si separò dalla setta. Questo fatto, le eccentricità dei profeti, l'autorità assoluta che si assunsero gli apostoli, l'aver adottate molte dottrine e in molte cose la liturgia cattolica, sempre tanto aborrite dalle sètte protestanti, la scissione della Chiesa neo-apostolica, e finalmente la morte dell'ultimo dei 12 apostoli primitivi, morto nel 1901 all'età di 96 anni, senza che in tutto questo tempo apparisse il Signore, inflissero duri colpi alla Chiesa cattolica apostolica, la quale al presente è ridotta a poche migliaia di aderenti.
Nel 1863 rimanevano solo 6 degli apostoli, e nella Germania, dove la nuova Chiesa aveva avuto abbastanza buon esito, nacque l'idea di sostituire i defunti con altri. Questa idea fu capeggiata dai due angeli (vescovi) H. Geyer e F. W. Schwarz. Ma se l'ufficio degli apostoli diventava perpetuo, cadeva una delle dottrine fondamentali della Chiesa cattolica apostolica, cioè della prossima venuta del Signore durante la missione dei 12 apostoli. Gli apostoli superstiti si opposero dunque alla nuova dottrina e scomunicarono il Geyer e lo Schwarz. Questi non si preoccuparono di tale scomunica, anzi nel 1865 lo Schwarz prendeva la direzione di una nuova setta con il titolo di apostolo, eleggendone poi altri, e sostituì le dottrine protestanti alle cattolicizzanti della Chiesa car-tolica-apostolica. La nuova setta assunse il nome di Comunità o Chiesa neo-apostolica (Neu-apostolische Gemeinde). Allo Schwarz morto nel 1895 successe Fritz Krebs, che diede al primo apostolo (Stammapostel), cioè a se stesso, una qualche superiorità sugli altri, mentre prima erano considerati come uguali. Alla sua morte nel 1905 gli successe Ermanno Niehaus, che diede nuovo impulso alla setta. Il numero degli apostoli crebbe fino a 14 (Paolo e Barnaba), e la nuova setta si è propagata in molte parti del mondo. Dieci apostoli erano nella Germania : degli altri quattro, uno in ciascuna di queste regioni : Olanda, Svizzera, Americo settentrionale e Africa del sud.
Il loro libro principale è il Lehrbuch der Fragen und Antworten: catechismo di domande e risposte, nel quale in 656 domande si contiene tutta la dottrina. E diviso in 10 parti, ognuna della quali spiega uno o più articoli di fede. Cristo legge la sua Chiesa per mezzo di «apostoli viventi» ai quali compete la designazione di tutti gli uffici ecclesiastici. E ammesso il Battesimo dei morti, cosicché può fedele può farsi battezzare per i suoi antenati che vuol salvare, morti fuori della setta. Nella Cena del Signore sono dati «i meriti di Gesù Cristo mediante il pane ed il vino» in maniera misteriosa ma visibile. Chi riceve il grande Sacramento dello Spirito Santo è annoverato fra i 144.000 segnati dall' Apocalisse. All'avvento del Signore risorgeranno solo i giusti per regnare con lui per un millennio, dopo il quale risorgeranno anche i reprobi e ci sarà il giudizio finale.
Biol.: Miscellanies from the collected writings of E. I., Londra 1866; E. Miller, The history and doctrines of Irvingism or of the so-called catholic and apostolic Church, 2 voll., ivi 1878; J. G. Simpson, s. v. in Enc. of Rel. and Eth., VII, p. 422 sgg.; A. F. Voucher, Une célébrité nublé, le p. Manuel de Lacunna y Diaz, Collanges-sous-Saléve, Haute Savoie 1941; C. Algermissen, La Chiesa e le chiese, Brescia 1942, pp. 640, 678 sgg., 707, 724, 735 sg., 727, 729, 730. Camillo Crivelli
ISAAK (Izac), Heinrich. - Compositore fiammingo, n. ca. il 1450 , m. a Firenze nel 1517. Visse prima alla corte di Ferrara, fu poi organizata e maestro di cappella a S. Giovanni e alla corte di Lorenzo il Magnifico in Firenze (1480-92), ove era chiamato Enrico il Tedesco.
Lo si trova per qualche anno ad Innsbruck, di nuovo a Firenze, poi ad Augusta, e dal 1497 alla corte di Massimiliano a Vienna. Nel 1514 tornò a Firenze. Dieci messe furono stampate a Venezia nel 1506 col titolo Missae Henrici Izac; altra raccolta di 13 messe (ivi 1539).

(164 U. Bortogallo, Storia Universale, (F, parte 26, Torino 1933, p. 28) Isabella la Cattolica - Ristato, da una stampa della Biblioteca nazionale di Parigi.
Mottetti, salmi ed inni in raccolte del Petrejo (ivi 1539) e del Rhaw (Norimberga 1541), molte altre composizioni in raccolte dell'epoca e posteriori. La musica dell'I., di stile contrappuntistico e polifonico molto sostenuto, ebbe ai suoi tempi larga diffusione.
Biol.: P. Wagner, Geschichte der Messe, Ratisbona 1914, pp. 282-317; H. Rietsch, H. I. und das Innubrucklied, in Jahrbuch Peters, Lipsia 1917; M. Bakelzer, Studies in medioeval and renaissance music, Nuova York 1920, pp. 191 e 198. Silverio Mattei
ISABELLA la Cattolica, regina di Castiglia. N. il 22 apr. 1451 a Madrigal de las Altas Torres, m. il 26 nov. 1504 a Medina del Campo.
Figlia di Giovanni II di Castiglia e di Isabella del Portogallo, sposò nel 1469 a Valladolid Ferdinando d'Aragona. Alla morte del fratello Enrico IV, che regnava in Castiglia, I. fu incoronata regina nel 1474. Appena salita aul trono si trovò coinvolta in una guerra contro Alfonso V del Portogallo, il quale sosteneva la successione nel Regno di Castiglia della nipote Giovanna la Beltraneja, figlia illegittima della moglie di Enrico IV, Giovanna del Portogallo. Con il trattato di Trujillo (1479) I. ottenne da Alfonso V la rinuncia ai presunti diritti sulla Castiglia da parte della nipote. Morto nello stesso anno Giovanni II d'Aragona, Ferdinando gli successe nel Regno e l'unione delle due corone di Castiglia e d'Aragona aprì la strada alla unificazione della Spagna, che I. e Ferdinando attuarono in parte durante il loro comune regno, dopo lunga guerra, con la conquista del Regno musulmano di Granato (1492). I. rafforzò pure all'interno l'autorità reale, assai decaduta durante il regno di Enrico IV. Altra preoccupazione fondamentale di I. costituì la riforma del clero regolare e secolare e la realizzazione dell'unità religiosa dei territori sottoposti alla sua autorità. Fu dato nuovo impulso all'Inquisizione e si procedette all'assimilazione dei Mori e dei Giudei, i quali ultimi dovevano o farsi battezzare o lasciare la Spagna entro quattro mesi (editto 31 marzo 1492).
Biol.: Per le fonti e la bild. cf. W. H. Prescott, History of the reign of Ferdinand and Isabella the Catholic, 3 voll., Boston 1838; B. Sánchez Alonso, Fuentes de la Historia española e hispanoamericana, Madrid 1927, ed. Apéndice, ivi 1946, v. indici; W. T. Walsh, Isabelle la Catholique, Parigi 1932; J. Bouissounouse, Isabelle la Catholique. Comment se fit l'Espagne, ivi 1949. Silvio Furlani
ISABELLA di Francia, beata. - Figlia di Luigi VIII e Bianca di Castiglia, sovrani di Francia, n. nel marzo 1225 e m. il 23 febbr. 1270. Rifiutato vistose offerte di matrimonio, con l'aiuto del fratello s. Luigi IX nel 1225-59 fondò il monastero di Clarisse di Longchamp, i cui statuti furono approvati da Alessandro IV nel 1259 e temperati da Urbano IV nel 1263. Il suo culto, approvato da Leone X nel 1521, fu esteso da Innocenzo XII all'Ordine francescano nel 1696.
Biol.: Acta SS. Augusti, VI, Parigi 1868, pp. 787-808; H. Sbaralea, Ballariam Franciscanum, II, Roma 1761, pp. 477 486; III, ivi 1765, pp. 64-69; L. Duchesne, Histoire de l'abbaye royale de Langchamp 1233-1789, 2° ed., Parigi 1904.
Martino Bertagna
ISABELLA II, regina di Spagna. - N. il 10 ott. 1830 a Madrid, m. il 9 apr. 1904 a Parigi. Figlia di Ferdinando VII e di Maria Cristina, perse il padre
## Page 156
all'età di tre anni. Ferdinando VII, prima di morire, aveva promulgato la "prammatica sanzione", assicurando alla figlia la successione, atto che incontrò l'ostilità del fratello Carlo, il quale alla morte del Re (19 sett. 1833) si considerò leso nei suoi legitimi diritti. Maria Cristina, la quale era stata nominata reggente, si trovòpertanto coinvolta in una guerra civile che durò qua-

sio F. Flaten. Perigdo dello Restaurazone, in Maria Universite, sec. IV, col. II, Milano 1838, p. 365) Isabella II, regina di Spagna - Rirtatto. Limgrafia di Lefosse da un quadro di Ernesto Girard.
si sette anni (dal 1833 al 1839). Raggiunta I. la maggiore età nel 1843, la situazione interna della Spagna non migliorò.
Le ambizioni personali di uomini politici e di generali impedivano la formazione di qualsiasi governo saldo, né erano definitivamente tramontate le speranze dei carlisti di impadronirsi del trono. La soluzione del problema dinastico, dopo la rinunzia di Don Carlos, a favore del figlio Don Carlos Luis, conte di Montemolin, il quale assunse il nome di Carlo VI, parve prossima, ma il progetto di matrimonio tra quest'ultimo ed I. incontrò l'ostilità non solo dei liberali, ma pure di alcune potenze estere (Francia, Inghilterra), cosicché la pacificazione tra le due correnti non poté aver luogo. Il matrimonio contratto nel 1846 da I. con il duca di Cadice, unione favorita e voluta dalle corti di Londra e di Parigi, inasprì l'oppio la contesa dinastica. I rapporti con la S. Sede e con la Chiesa cattolica, subito dopo la morte di Ferdinando VII, peggiorarono sensibilmente, benché il governo spagnolo e la Regina si prodigassero per la restaurazione pontificia in Roma dopo i fatti del 1848-49, e benché I. si facesse devota fautrice presso Pio IX cosi della definizione del dogma dell'Immacolata, come dell'altro dell'Assunzione di Maria. Né essi migliorarono con il Concordato del 16 marzo 1851 , perché, tre anni dopo, la nomina a presidente del consiglio dei ministri del generale Espartero segnò l'inizio di nuove misure contro la Chiesa. Scoppiata nel sett. 1868 una rivoluzione, I. fu costretta a lasciare il paese, si stabili a Parigi ed abdicò nel 1870 a favore del figlio Alfonso XII.
BibL.: J. Becker, Relaciones diplomáticas entre España y la S. Sede durante el siglo XIX, Madrid 1909, passim; B. Sanchez Alonso, Fuentes de la historia española e hispano-americana, 2ᵃ ed., ivi 1927, ed. Apéndice, ivi 1941 (per la bibl.); J. Schmidlin, Papstgeschichte der neuesten Zeit, I-II, Monaco 1933-34, passim; J. Parry, The spanish marriages, 1841-46, Londra 1936, passim; P. de Luz, Isabel II, reina de España (1830-1904), trad. spagnola, 3ᵃ ed., Barcellona 1942.
Silvio Furiani
ISACCO. - Figlio di Abramo e Sara, padre di Giacobbe ed Esaú. E il secondo dei grandi patriarchi del popolo ebraico. Nella S. Scrittura è presentato come il figlio della promessa, l'erede delle benedizioni messianiche. Già Abramo aveva avuto un figlio, Ismael (v.), da Agar schiava di Sara (Gen. 16). Ma il Signore preannunziò che un altro sarebbe stato l'erede ed il seme benedetto, il figlio che gli avrebbe partorito la donna libera, Sara (Gen. 17, 16-21; 18, 10-14). Difatti al tempo predetto Sara nonagenaria diede alla luce un figlio, che fu circonciso l'ottavo giorno ed ebbe nome Isacco (Jisḥāq = "egli ride"), non tanto in ricordo del riso incredulo della madre (Gen. 18, 10 sgg.), quanto per il riso giocondo che la sua nascita arrecava alla famiglia (ibid. 21, 1-7).
Abramo aveva allora 100 anni. Ben presto, per motivo dei figli, si acuirono i contrasti tra le due madri, Sara ed Agar. Anche Ismael, più grande di età e di carattere indomito, cominciò a molestare il piccolo I. (Gen. 21, 9 dice soltanto che Ismael "scherzava " con I.: senza dubbio erano scherzi di cattivo gusto, cf. Gal. 4, 29). La convivenza si rendeva difficile, ed Abramo, cedendo alle pressioni di sua moglie Sara e dietro l'espresso comando di Jahweh, allontanò Agar e suo figlio (Gen. 21, 9-21).
Su quest'episodio s. Paolo fu una duplice riflessione: a) che il privilegio per Israele di essere il popolo di Dio non proviene dalla semplice discendenza carnale da Abramo, ma piuttosto dalla libera promessa di grazia, a cui corrisponde il merito della fede in Abramo (cf. Rom. 9, 7 sgg.); b) che i due figli di Abramo con le loro madri simboleggiano i due Testamenti, i cui contrasti dopo la venuta di Gesù Cristo sono evidenti: l'uno (il Vecchio Testamento), del monte Sinai, raffigurato in Agar, madre di schiavi, quali appunto sono i Giudei, esclusi dalle "promesse" in pena della loro incredulità; l'altro (Nuovo Testamento), simboleggiato nella donna libera Sara (Gerusalemme, la Chiesa), madre di figlioli liberi, che sono i credenti, eredi delle promesse fatte ad Abramo (cf. Gal. 4, 22 sgg.).
1 All'età di 40 anni I. sposò Rebecca, figlia di Bathuel, della sua stessa discendenza di Thare : le trattative per il matrimonio furono condotte dal vecchio e fido procuratore di Abramo, Eliezer, che condusse la sposa ad I. da Haran di Mesopotamia (Gen. 24). Dopo la morte del padre, che I. seppellì nella grotta di Makhpēlāh presso Mambre (cf. Gen. 25, 8 sgg.), ebbe solenne conferma da Dio delle promesse fatte ad Abramo, con parole quasi identiche (Gen. 25, 11; 26, 2-5). Non avendo prole, si rivolse a Jahweh e dopo 20 anni di matrimonio ebbe due gemelli, Esaù (v.) e Giacobbe (v.), il secondo dei quali soppiantò il primo nato, riuscendo prima a farsi cedere il diritto della primogenitura (Gen. 25, 21-34), e poi a carpire la benedizione del primogenito dal vecchio padre (Gen. 27). E quantunque I. serbasse le sue preferenze per Esaù, tuttavia, a fatto compiuto, riconobbe il diritto acquisito di Giacobbe, e gli confermò la benedizione data, concedendo ad Esaù una benedizione di minor grado e di ordine materiale. Al tempo di questo episodio I. aveva 137 anni : perduta la vista, credeva vicina la fine. In realtà visse altri 43 anni.
Anche I., come già suo padre, si rifugiò a Gerara

(da Wilpert, Saveringi, tav. 116, 1)
Isacco - Benedizione di I. Particolare di un sarcofago del sec. Iv conservato al Louvre - Parigi.
## Page 157
(odierna Tell G̈emmeh, a sud-est di Gaza) nel paese dei Filistei, durante una carestia che afflisse il paese. Quivi si applicò all'agricoltura, e, grazie alla benevolenza del Re ed alla sua laboriosità, migliorò rapidamente la sua posizione, si da suscitare l'invidia dei Filistei, che prescro a molestarlo per la vecchia questione dei pozzi. I., uomo pacifico ed alieno dai contrasti, lasciò il paese e ritornò a Berasheo, ove Jahweh gli apparve un'altra volta: poco dopo lo stesso re Abimelech venne a riconciliarsi con I. e rinnovare il patto di amicizia (Gen. 26). In occasione del soggiorno in Ge-
cara è riferito un episodio analogo a quello occorso ad Abramo (cf. Gen. 20): anche I. per timore di sgradevoli sorprese tentò di far passare la propria moglie Rebecca per sua sorella; ma, scopertosi il vero, ebbe da Abimelech assicurazione di piena libertà per sé e per la sua donna (Gen. 26, 6-11). Non si sa se l'Abimelech qui menzionato sia lo stesso del precedente racconto (Gen. 20), ovvero, come sembra più probabile, un omonimo figlio dell'amico di Abramo. L'identità del racconto ha fatto anche pensare ad un eventuale sdoppiamento dello stesso episodio.
I. morì in He bron all'età di 180 anni, e fu seppellito dai suoi due figli Esaù e Giacobbe nella tomba di suo padre, nella grotta di Makhpēlāh presso Mambre (Gen. 35.27 sgg .; cf. 49, 31). Il fatto più importante della vita di I. è il sacrifizio

(fol. Althorf)
laacco-Giacobbe sotto le vesti di Esaù presenta il cibo a I. (Gen. 27); affresco nella chiesa superiore di Assisi (sec. 201) attribuito al Maestro d'Iscora-
del quale, per comando di [Dio ad Abramo, doveva essere egli stesso la vittima; è detto più comunemente «sacrificio di Abramo» E uno degli episodi più illustri del Vecchio Testamento (Gen. 22), celebratissimo nella liturgia e nell'arte cristiana. Jahweh, ingiungendo ad Abramo di offrirgli in olocaioto il diletto figlio I., mise a dura prova la sua fede ed obbedienza (cf. Hebr. 11, 17-19). La prova fu felicemente superata, ed il Signore ricompensò il patriarca accettando per l'olocausto un ariete in sostituzione del figlio, e confermando solennemente le promesse già fatte. Indirettamente venivano anche riprovate le pratiche dei sacrifici umani, frequenti presso i Semiti ed i Cananei. Il racconto biblico (Gen. 22) è tutto un inno alla grandezza di Abramo, ed anche dal punto di vista letterario viene giudicato "un capolavoro di rappresentazione psicologica" (H. Gunkel, Genesis, Gottinga 1901, p. 209).
Tuttavia, secondo molti «critici», è completamente leggendario e di tardiva composizione (appartiene, secondo la teoria wellhauseniana, al documento elohista,
sec. viII o ix a. C.). Esso rappresenterebbe una presa di posizione dell'ebraismo contro gli abbominevoli riti cananei; inoltre starebbe a dimostrare che in tempi più remoti il sacrificio dei primogeniti era in uso anche presso il popolo ebreo (B. Stade, H. Gunkel, E. Renan, A. Loisy, W. F. Paterson, ecc.). Secondo altri (E. König, R. Kittel, C. H. Cornill) il racconto esprimerebbe semplicemente l'orrore di Abramo e dei suoi compagni alla vista dei sacrifici umani in uso presso i Cananei. Queste supposizioni sono arbitrarie ed in netto contrasto con il testo biblico, di ben più antica data, la cuil lineare semplicità è garanzia di storicità. Esse trascurano un dato di fatto, che è la chiave d'interpretazione di tutto il racconto: l'intenzione di Jahweh di mettere alla prova il patriarca (tentavit: Gen. 22, 1); Dio non voleva l'immolazione reale del figlio, ma il sacrificio interiore dell'obbedienza. Ne si può affatto dimostrare la pratica, in tempi premosaici, di sacrifici umani presso il popolo ebraico (cf. E. Mader [v. bibl.], p. 149 sgg.).
La tradizione cristiana ha sempre visto nel sacrificio d'I. un tipo insigne del sacrificio di Cristo: in Abramo si può ravvisare l'Eterno Padre che non risparmia il suo Unigenito (cf. Rom. 8, 32) per la salute dell'umanità; I., recante sulle proprie spalle le legna per il sacrificio, nell'umile accettazione della sua condizione di vittima, è figura espressiva di Cristo che sale con la croce il Calvario per quivi immolarsi; l'ariete offerto in sostituzione d'I. rappresenta in qualche modo la soddisfazione vicaria di Cristo. "Isaac Christi passuri est typus", dice s. Am. brogio (PL 14, 446), seguendo Ireneo (PG 7, 986), Tertulliano (PL 2, 662), Cipriano (PL 4, 629).
Nella liturgia latina il sacrificio d'I. è ricordato nelle preci per gli agonizzanti, e soprattutto nel canone della Messa dopo la Consacrazione ("... sacrificium patriarchae nostri Abrahae"); inoltre ha un posto d'onore nella liturgia del Sabato Santo e della vigilia di Pentecoste.
Bibl.: H. Mangenot, Isaac, in DB, III, coll. 930-33; M. Hagen, Lexicon Biblicum, II, p. 827 sg.; G. Ricciotti, Storia d'Israele, I, Torino 1934, pp. 131-36; I. Schuster-G. B. Holzammer, Manuale di storia biblica. Il Vecchio Testamento, trad. it., inl 1942, pp. 273-79. Per il sacrificio di I.: P. Dornstetter, Abraham (Bibliche Studien, 7), Friburgo in Br. 1902, pp. 5167; E. Mader, Die Menschenopfer der alten Hebräer und der benachbarten Völker (Bibliche Studien, 14), Friburgo in Br. 1909, pp. 149-52; L. Pirot, Le sacrifice d' Isaac, in DBs, I, coll. 23-28. Gaetano Stano
I. nell'arte. - Nell'arte cristiana antica, oltre alle numerose scene del sacrificio (v. abramo), I. compare talvolta nell'atto di benedire Giacobbe ed Esaù, come, ad es., in un sarcofago ora al Museo del Louvre (Wil-
## Page 158
pert, Sarcofagi, p. 235, tav. 116, 1), ovvero adagiato sul letto in atto di benedire Giacobbe (Gen.25,28), come nei musaici di S. Maria Maggiore (Wilpert, Mosaiken, p. 434, tav. 11, 1); tale scena era pure nella basilica di S. Felice in Nola come si apprende da s. Paolino (Carm. 27, v. 62), e si trovava anche in s. Ambrogio a Milano (V. Forcalia e E. Seletti, Iscrizioni cristiane di Milano anteriori al IX sec., Codogno 1897, p. 213).
Più tardi si trova di nuovo detta scena nella Bibbia di s. Paolo, nel ciclo della basilica di S. Pietro (Wilpert, Mosaiken, p. 383); in quella di S. Paolo, come è attestato dal cod. Barb. lat. 4406 (Venturi, V, p. 1351, fig. 137), nel duomo di Monreale, ecc.
Più rara è la scena di I. quando, divenuto cieco, chiama a sé Esaù (Gen. 27, 3) che era rappresentata nel ciclo della Basilica Vaticana (Wilpert, Mosaiken, p. 383). I., con Giacobbe ed Esaù, ritorna sia nel ciclo di S. Giovanni ante portam Latinam che in quello di Ferentillo e Monreale. La scena dell'inganno e del disinganno di I. è nella basilica superiore di S. Francesco di Assisi (Venturi, V, p. 139, fig. 113). A Nola nella basilica di S. Felice era pure raffigurato l'episodio dei Palestinesi che ostruiscono a I. i pozzi di acqua (S. Paolino, Carm. 27, vv. 618619). Finalmente la morte e la sepoltura d'I. (Gen. 33, 28-29) sono effigiati nella Genesi di Vienna (fol. 14, 27). (W. von Hartel e Wickhoff, Die Wiener Genesis, Vienna 1895, fol. 14, 27).
Enrico Josi
Testamento apocrifo di I. - Apocrifo giudaico del sec. II o III d. C.; è pervenuto, insieme al testamento apocrifo di Giacobbe, nelle versioni copta, araba ed etiopica, quale appendice al testamento di Abramo (v.).
Insieme formano un trittico, concepito e svolto secondo un medesimo schema: apparizione dell'angelo Michele, il quale raduna i membri della famiglia intorno al patriarca, che prima di morire è ammesso alla visione dei segreti del ciclo e dei luoghi di pena; seguono le raccomandazioni di ordine morale. Queste ultime, mancanti nel testamento di Abramo, sono sviluppate nel testamento d'I. Noi tre apocrifi vi sono alcuni tratti di colorito cristiano, come una profezia della nascita di Gesù Cristo, e riferimenti a Mt. 5, 28, Rom. 1, 18, Eph. 4, 26, che peraltro non pregiudicano l'origine giudaica. I tre testamenti sono stati pubblicati, nel testo copto, da I. Guidi (Rendiconti della R. Accademia dei Lincei, 5^{text {a }} serie, 9 [1900], pp. 157-80, 223-64); brani della versione araba sono stati tradotti in inglese da W. E. Barnes, in M. R. James, Apocrypha of the Old Testament, Londra 1920, pp. 131-54 (The Testament of Abraham; Appendix). - Vedi tav. XV.
Bibl.: J. B. Frey, Abraham (Testament d'), in DBs. I, col. 38.
Geetano Stano
ISACCO. - Primo katholikòs della Persia, ossia capo gerarchico di tutti i vescovi di quell'impero, m. nel 410 . Fu insediato nella sede Seleucia-Ctesifonte, capitale della Persia, nel 399, grazie all'intervento di s. Maruta (v.) il quale ottenne previamente da Iezdegerd I la cessazione del periodo di persecuzione. Ancora più solennemente I. fu confermato vescovo di Seleucia-Ctesifonte e dichiarato "capo dei vescovi di tutto l'Oriente", ossia della Persia, nel Sinodo ivi tenuto nel 410.
Questa volta l'elezione fu sancita dallo stesso Imperatore, il quale concesse piena libertà ai cristiani. D'altra parte I. e i vescovi persiani accettarono i canoni conciliari ormai vigenti nell'Impero bizantino e portati da s. Maruta, fra i quali v'erano pretesi canoni niceni.
I. fu riconosciuto katholikòs delle 5 metropolie che corrispondevano alle 5 province dell'Impero persiano. Del resto si ammetteva sempre l'obbligo di ricorrere per le questioni più importanti ai vescovi "occidentali", ossia al patriarcato antiocheno.
Bibl.: O. Braun, De sancta nicaena synodo, Münster 1898, p. 34 sgg.; id., Das Buch der Synhodos, Stoccarda 1900, p. 7 sgg.; J. B. Chabot, Synodicon orientale, Parigi 1902, pp. 258-
272; J. Labourt, Le christianisme dans l'empire perse, ivi 1904, pp. 87-99; I. Ortiz de Urbina, Storia e cause della scisma della Chiesa di Persia, in Orient. Christ. Periodica, 3 (1937), pp. 468-73. Ignazio Ortiz de Urbina
ISACCO, santo. - Abate di Costantinopoli, vissuto nel sec. iv e m. fra il 406 e il 425 . Fondò il primo monastero di Costantinopoli ed ebbe come discepolo s. Dalmazio (v.). Sostenne la causa della fede contro gli ariani durante l'impero di Valente. Festa il 30 maggio.
Bibl.: Acta SS. Maii, VII, Anversa 1688, pp. 247-60; J. Pargnire, Date de la mort de st J., in Echos d'Orient, 2 (1898), pp. 138-45; Synax. Constantinope, coll. 717-18.
ISACCO, santo. - Abate di Monteluco. Oriundo della Siria, venne in Italia nella prima metà del sec. vi, per sottrarsi alle mene dei monofisiti. Stabilitosi sul Monteluco nei pressi di Spoleto, condusse dapprima vita ritirata, poi fondò un monastero secondo il sistema delle laure palestinesi, il quale però, dopo la sua morte, adottò la Regola di s. Benedetto.
I. fu celebre per la vita di preghiera, per le guarigioni di malati, per la liberazione di ossessi e per lo spirito profetico. Le sue reliquie si conservano a Spoleto e la sua festa si celebra l'i i apr.
Vengono attribuiti ad I. alcuni scritti, specie 63 Sermoni, che però sono di altri, forse di Isacco di Antiochia, vissuto nel sec. v.
Bibl.: s. Gregorio Magno, Dialog., III, 14; è questa la fonte unica per la vita di I., dalla quale dipendevano gli Atti nel Leggendario della chiesa di Spoleto, oggi perduto; Acta SS. Aprilis, II, Anversa 1675, pp. 27-30; P.F. Kehr, Italia Pontificia, IV, Berlino 1909, p. 11; Martyr. Romanum, p. 135. Vincenzo Monachino
ISACCO di Amida. - Scrittore siro del iv o v sec., di cui non si sa se sia lo stesso Isacco di Antiochia o diverso da lui. Altri invece non vorrebbero ammettere in quell'epoca che due I. : quello di Amida, ortodosso discepolo di s. Efrem, e Isacco di Antiochia, monofisita un po' posteriore a lui. Secondo questa ipotesi gli scritti non monofisitici attribuiti a "Mär Isacco il dottore" sarebbero del nostro I.
Bibl.: A. Baumstark, Geschichte der syrischen Literatur, Bonn 1922, p. 63 sg.
Ignazio Ortiz de Urbina
ISACCO di Antiochia. - Detto anche il Grande, il quale secondo alcuni sarebbe identico ad I. di Amida.
Si sa da Gennadio che egli fu uno scrittore molto fecondo (De vir. ill., 66); ma non è sempre facile fare la distribuzione degli scritti che nei codici vengono attribuiti a «Mar I. il dottore». Questi avrebbe visitato Roma al tempo di Arcadio ( 395-408 ), avrebbe assistito al terremoto di Antiochia ( 459 ) e sarebbe morto il 7 ag. 461. A lui appartengono poemi sui giochi secolari (404), sulla conquista di Roma per opera di Alarico (410) e altri.
Edizioni: G. Bickell, S. Isaaci Antioch. opera omnia, 2 voll., Giessen 1873-77; P. Bedjan, Homiliae S. I. A., I, Lipsia 1903.
Bibl.: A. Baumstark, Geschichte der syrischen Literatur, Bonn 1922, pp. 63-66; J.-B. Chabot, Littérature syriqque, Parigi 1934, p. 33 sgg.
Ignazio Ortiz de Urbina
ISACCO di Edessa. - Secondo Giacomo di Edessa vi sarebbero due I. di E., uno monofisita della seconda metà del sec. v e un altro che si sarebbe poi fatto ortodosso ai tempi di Asclepio (520-25). Nei codici poi gli scritti di I. di E. si confondono con quelli di Isacco di Antiochia (v.).
Il monofisita sarebbe autore del poema di 2136 versi sul pappagallo che ripeté l'aggiunta : "qui crucifixus est pro nobis». Invece quello cattolico sarebbe autore degli scritti che difendono il Sinodo di Calcedonia.
Bibl.: A. Baumstark, Geschichte der syrischen Literatur, Bonn 1922, pp. 63-66; J. B. Chabot, Littérature syriaque, Parigi 1934, p. 33 sgg. Ignazio Ortiz de Urbina
## Page 159
ISACCO il Grande, santo armeno: v. sahak.
ISACCO II, Angelo, imperatore d'Oriente. Fu imperatore per due volte, dal 1185 al 1195 e, con l'aiuto dei latini, dall'ag. 1203 fino al genn. 1204. Il suo governo fu molto movimentato. Ottenne il trono per un atto di violenza nel 1185 e lo perdette per un complotto rivoluzionario di suo fratello Alessio III (1195-1203) che lo fece accocare.
Fra gli atti del suo governo spiccano i diplomi imperiali per le repubbliche italiane Venezia, Genova, Pisa, il suo trattato con il sultano d'Egitto Solàh ed-dîn contro la spedizione latina della Crociata dell'imperatore Federico I, ed alcuni ordinamenti riguardanti il diritto monastico (Patmos, Atene), quello matrimoniale (scioglimento dell'impedimento del settimo grado di consanguineità in un caso), la nuova disposizione intorno all'ordinamento delle sedi vescovili (Taxis), e finalmente il divieto per i vescovi dell'uso del matrimonio ed anche della coabitazione con la sposa.
Fu perciò ben detto che I. seguiva il sistema del cesaropapismo; anche verso la Chiesa Romana mostrò poca simpatia nel suo primo governo, ma nel secondo riconobbe il primato del papa.
Bibl.: Fr. Dölger, Regesten der Kaiserschanden des oströmischen Reiches, II, Monaco 1925, pp. 91-102, 108; F. Cognaens, Un imperatore bizantino della decadenza: I. II Anzelu, in Benarione, 31 (1915), pp. 29-60, 227-80; V. Laurent, Une lettre dogmatique de l'empereur f. l'age au primat de Hanyme, in Echos d'Orient, 39 (1940-42), pp. 59-77.
Giorgio Hofmann
ISACCO JOGUES, sarto: v. CANADO-AMERICANI, MARTIRI.
ISACCO di Ninive. - Autore spirituale siro del sec. viI, n. a Bēt Qatrājē e poi consacrato vescovo di Ninive dal hatholibās nestoriano Giorgio I (658-80). Dopo pochi mesi lasciò la sede e si ritirò nella solitudine. Ebediesu gli attribuisce e sette tomi sulla direzione dello spirito, sui divini Misteri, sul Giudizio e sulla Provvidenza» (Catalogo, 70).
I. di N. divenne uno degli scrittori spirituali più celebri ed influenti di tutto l'Oriente attraverso anche versioni arabe, greche ed etiopiche dei suoi scritti, i quali nel sec. x ispirarono Simeone il Nuovo Teologo e più tardi influirono sui Russi. Nel 1838 I. V. Aireevskij lo dichiarò il più profondo di tutti i filosofi. Studi recenti hanno messo in chiaro che I. non è poi tanto originale ma dipende da diversi autori e specialmente da Evagrio il Pontico. Nondimeno l'influenza di I., così grande nell'Oriente, si estese anche all'Occidente, dove apparvero versioni latine, italiane, spagnole, ecc. dei suoi scritti.
E