V. Aireevskij lo dichiarò il più profondo di tutti i filosofi. Studi recenti hanno messo in chiaro che I. non è poi tanto originale ma dipende da diversi autori e specialmente da Evagrio il Pontico. Nondimeno l'influenza di I., così grande nell'Oriente, si estese anche all'Occidente, dove apparvero versioni latine, italiane, spagnole, ecc. dei suoi scritti.
Edizioni: P. Bedjan, Mar I. N. de perfectione religiosa (Parigi-Lipsia 1909); trad. it. Collazione dell'abate Isaac e lettere del b. don Giovanni (Venezia 1500), dalla latina.
Bibl.: A. Baumstark, Geschichte der syrischen Literatur, Bonn 1922, pp. 223-25; J.-B. Chabot, Littérature syriaque, Parigi 1934, p. 104.
Ignazio Ortiz de Urbina
ISACCO ben Salomon Israeli. - Filosofo ebreo, n. in Egitto ca. 1865, m. a Tunisi ca. il 955. Esercitava la medicina alla corte dei califfi di Qajrawān.
Valente medico e semplice compilatore come filosofo: tale all'incirca il giudizio del medico-filosofo Maimonide, a suo tempo, e di E. Gilson ai giorni nostri. L'elemento ebraico-biblico nel pensiero di I. è sommerso dall'influenza del neoplatonismo, che talvolta si amalgama ad elementi aristotelici. Il suo merito consiste principalmente nell'aver dato l'impulso primo agli studi filosofici ebraici, i quali poi risentono fortemente l'influenza dell'indagine filosofica araba. Le sue opere (Il libro delle definizioni; Il libro degli elementi; Il libro dello spirito a dell'anima) presentano un miscuglio di speculazioni mediche, fisiche e filosofiche, che rivelano e uno spirito più curioso che sistematico ed originale e (Gilson).
I. ammette l'idea della creazione e fa una distinzione netta tra l'atto creativo ex nihilo di Dio e la genera-
sione naturale, la quale va producendosi su un sostrato già esistente. La creazione rivela la bontà e la saggezza di Dio. In quanto alla profezia : la rivelazione sotto forma sensibile è dovuta alla natura degli organi di recezione; la rivelazione nel sogno è per metà corporale e per metà spirituale. Se poi negli scritti profetici ricorre ora la forma spirituale ed ora la forma sensibile, ciò è dovuto all'intenzione di adattare la parola del profeta all'intelligenza delle diverse classi di lettori.
Bibl.: Edizioni : Opera amnia Vsaac, Lione 1513; J. T. Muckle, Isaac Israeli Liber de definitionibus, in Archives d'hist. doctr. et littér. du moyen-âge, 11 (1977-38), pp. 299-346. Studi : J. Guttmann, Die Philosophie des Judentums, Monaco 1933, pp. 96-102; G. Vaida, Introduction a la pensée juive du moyen-âge, Parigi 1947, pp. 66-68, 222 (con bibl.); E. Gilson, La philosophie du moyen-âge, ivi 1947, p. 368 sg.
Eugenio Zolli
ISACCO della Stella. - Abate e teologo cistercense, n. in Inghilterra all'inizio del sec. xir, m. nel monastero della Stella (presso Poitiers) ca. il 1169. Monaco della Stella nel 1145, ne divenne due anni dopo abate. Recatosi con alcuni confratelli nella deserta Ile de Ré (La Rochelle), vi fondò un monastero, dove visse con estrema povertà e straordinario fervore di spirito, attuando in pieno gli ideali di s. Bernardo, di cui era ammiratore entusiasta.
Scrisse: 54 Sermones de tempore et de festo (PL 194, 1689-1876) di cui 41 furono tenuti nell'Ile de Ré, 13 nell'abbazia della Stella; Epistola de anima ad Alcherum (ibid., 1875-90), scritta nel 1162 , particolarmente importante per la storia della psicologia razionale; Epistola de officio Misrae ad Ioannem ep. Pictaviensen, di cui si conservano tre redazioni: la brevior, che riproduce il testo rimasto incompleto per un assalto al monastero (ibid., 1889-95); la longior, che porta il testo completato dopo l'incidente (Vienna, Bibl. Naz., lat. 1068, ff. 59-61); la brevissima, una specie di riassunto fatto da altri (a Parigi, Bibl. Naz., lat. 812, ff. 358-62; 1252, ff. 1-5; 1828, ff. 168-69; 2474, ff. 22-23 [frammenti]; 11579, ff. 52-53). L. D'Achery (Spicilegium, I, Parigi 1655, pp. 343-52) dà la redazione brevissima. Rimane inedito il Commentarius in Ruth.
Uomo di straordinaria cultura filosofica e teologica, sta degnamente a fianco dei suoi contemporanei Abelardo, Ugo di S. Vittore, Pietro Lombardo, per il riuscito tentativo di illustrare speculativamente le verità rivelate. Di tendenza platonica e con movenze proprie della scuola di Chartres, nei mirabili Sermones, vera somma teologica predicata, presenta i caratteri inconfondibili di un pensatore originale, dotato di fine sensibilità psicologica, che argomenta con vigore dialettico e penetra nell'intimo della verità, mostruolone i profondi legami e i reconditi nessi, con elasticità di pensiero e incisività di frase. «Solebat aut invenire prorsus nova, aut eleganter innovare vetera» (Sermo 48 : PL 194, 1853). L'idea guida della sua dottrina soteriologica e mariana è l'idea della nostra solidarietà in Cristo.
Bibl.: Hurter, II, coll. 155-56; B. Heurtebize, s. v. in DThC, VIII, col. 14; A. Landgraf, s. v. in LTHR, V, coll. 614-15; F. Bliemetzteder, Isaac von S., Beiträge zur Lebensforschung, in Jahrbuch für Philosophie und spekulative Theologie, 18 (1904), pp. 1-35; id., Eine unbekannte Schrift Isaaks von S., in Studien und Mitteilungen aus dem Bénodiktiner- und Zisterzienserorden, 20 (1908), pp. 433-41; id., Isaac de S. Sa spéculation théologique, in Recherches de théologie ancienne et medievale, 4 (1932), pp. 134-50; B. Geyer, Die patristische und scholastische Philosophie, 11* ed., Berlino 1928, pp. 258-61; W. Menser, Die Erkenntnisehre des Isaac von S., Ein Beitrag zur Geschichte der Philosophie des XII. Jahrh., Battrapp in W. 1934; E.Mersch, Le corps mystique, 2² ed., Bruxelles-Parigi 1936, pp. 130-36; M. Wulf, Storia della filosofia medievale, trad. it. di V. Miano, I, Firenze 1944, pp. 217218; I. De Ghellinck, L'exice de la littérature latine au XIIe siácle, I, Bruxelles-Parigi 1946, pp. 189 e passim; A. Piolanti, De nostra in Christo solidarietate, praecipua Isaac de S. testimonia, in Euntes Doxete. Commentaria Urbaniana, 2 (1949), pp. 349-68; M.-A. Frackebond, Le Pseudo-Denis l'Aréopag. parmi les sources du cistercien Isaac de l'Etoile, Westmalle 1948; id., L'influence de st Augustus sur le cistercien Isaac de l'Etoile, in Collect. Und. Cisterc. Reform., 1949, pp. 1-17, 264-78; 1950, pp. 5-16.
Antonio Piolanti
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ISAI (ebr. Jišaj; Volg. Iesse). - Terzo discendente di Booz (v.) e padre di David (v.), da Betlemme. Ebbe otto figli ed almeno due figlie. Fu in casa sua che, dopo la reiezione di Saul (v.), fu mandato Samuele (v.) a cercare un altro re: ed il minore, David (v.), fu l'elotto (I Sam. 16). Quando poi David cominciò la sua vita errabonda per sfuggire all'ira di Saul, I. fu, dal figlio, condotto presso il re di Moab (la nonna d'I. era stata una moabita: Ruth). Della sua morte nulla sappiamo.
Quantunque fosse uno degli "anziani" di Betlemme (I Sam. 16, 4-5) e di famiglia non oscura - suo nonno Booz era stato celebre per virtù guerriere (Ruth. 2, 1) - I. era in fondo "uno qualsiasi", e Saul sfogherà volentieri il suo disprezzo per David chiamandolo "il figlio d'I." (I Sam. 20, 27. 30 sg.; 22, 7 sg.; cf. 23, 10; II Sam. 20, 1; I Reg. 12, 16). Eppure questa denominazione, dopo che l'avrà usata, in una splendida profezia messianica, Isaia ("uscirà un pollone dal ceppo d'I., fiorirà un virgulto dalla sua radice»: Is. 11, 1. 10), diverrà celebre; è consacrata nella liturgia natalizia ("O radix Iesse... ").
ISALA (ebr. Jēla { }^{′} j a ̈ h[û] " salute [è] Jahweh ", Settanta 'Hoalac). - Il maggiore dei profeti scrittori del Vecchio Testamento (sec. viII a. C.).
I. Is. Profeza. - L'attività d'I. è in connessione intima con la storia dei sovrani di cui il profeta fu contemporaneo, secondo le indicazioni di singoli luoghi biblici e il dato generale di Is. 1, 1: "Nei giorni di Ozia, Ioatham, Achaz ed Ezechia, re di Giuda». Il loro regno complessivamente occupa il sec. viII avanzato, per una settantina d'anni: periodo difficile sotto l'aspetto politico e di decadenza sotto l'aspetto religioso-morale, ma fiorente per quanto riguarda la società israelitica, che gode per progresso di civiltà, a causa dei frequenti scambi con i paesi vicini, specialmente con i paesi aramei (a nord), con l'Assiria e l'Egitto.
Gerusalemme era a quest'epoca una bella città, con servizi pubblici perfezionati (Is. 7, 3; 22, 8-11; ecc.). grandi palazzi e molto traffico, sempre oggetto di preoccupazione da parte dei re per la sua difesa (Is. 22, 8; ecc.). I re del tempo d'Isaia sotto il punto di vista morale e religioso, da cui li giudicavano i profeti, furono o mediocri, o lontani dall'impersonare l'ideale teocratico. Ozia (o Azaria, ca. 769-737), morto nell'anno stesso in cui il profeta aveva iniziato il suo ministero, aveva avuto un lungo regno, in cui Israele godé di un certo benessere: in sostanza un buon re, che aveva fatto una politica forse un po' piccola a confronto con quella del collega del nord Ieroboum II, ma feconda specialmente per l'avvenire, a motivo del suo carattere pacifico e popolare. Il successore Ioatham regno solo un paio d'anni, o poco più (737-34). Achaz (734-720) fu invece il tipo del re "laico", per quanto questa espressione è applicabile a un semita di quell'epoca: politicante astuto, calcolatore, sfruttatore delle situazioni. Al giudizio riassuntivo dell'autore del Libro dei Re è uno dei sovrani di Giuda che fecero "ciò che non piace a Jahweh ", fu un "empio" e come tale punito (II Reg. 16, 2-20). Un ottimo re fu invece il
grande Ezechia (721-693), anche se nella sua vita non mancano errori gravi, specialmente nella politica con l'Assiria. Al tempo di Achaz era avvenuta la guerra siroepiliraimita ( 736-735 ); inoltre i primi tentativi di penetrazione assira in Palestina con Taglaifapahlasar III (745727) e specialmente con Salmanasar V (727-722). Ma Ezechia dovette tener testa a Sargon (721-705) e a Sennacherib (705-681) e subire la disastrosa invasione nei suoi territori : in compenso fu più fortunato in relazioni diplomatiche con paesi lontani, Babilonia, Etiopia, altri piccoli Stati di Siria e Arabia, e in guerricciole con i Fili-

(per carissia di mons. J. P. Frutac) insieme ad altri manoscritti ebraici
che, di "politica": trascorrevano momenti difficili, o ognuno sentiva il bisogno di pronunciarsi per l'Egitto o l'Assiria, a non parlare delle posizioni che si prendevano pro o contro Samaria, Damasco, ecc.
In tale ambiente nacque e visse I., il più personale scrittore del Vecchio Testamento e uno dei più profondi portavoce di Dio di tutta la storia religiosa della umanità. Figlio di Amos (da non confondere con il profeta omonimo), nacque con tutta probabilità a Gerusalemme, che fu il teatro della sua attività (Is. 7, 3 sgg.; 8,2; 22, 15 sgg.; 37, 2 sgg.). I dati del libro non confermano la tradizione talmudica che I. fosse di stirpe regia, ma mostrano in lui un aristocratico, che aveva dimestichezza con la corte (cf. specialmente i capp. 7 e 36-39), al corrente con i retroscena della politica (caso sintomatico: ibid. 29, 15 sgg.). La data di nascita cadrebbe verso il 767 a. C., se si suppone che all'epoca della sua "vocazione" nel 737 fosse sui trent'anni. A questa data I. doveva già essere coniugato (cf. ibid. 7, 3), con una donna di cui non si conosce il nome, che è detta "profetessa" (ibid. 8, 3), per la visione religiosa che I. ebbe del suo matrimonio, non espressa in modo cosi esplicito come in Osea (v.), ma pur evidente nei nomi simbolici dei figli (cf. ibid. 7, 3 e 8, 3).
Di poco anteriore a I. era stato Amos. Osea era in piena attività (ca. 745-735), quando I. sarà stato sui venti anni; coetaneo doveva essere Michea (v.), che a vicenda subì e, in misura minore, esercitò un influsso su I.
Come altri profeti prima e dopo di lui, I. si sentì investito della sovrumana missione in una manifestazione divina a carattere improvviso, la "vocazione", da lui stesso descritta (ibid. 6), avvenuta ca. il 737 a. C. I. si trovava nel Tempio, probabilmente solo, in preghiera, quando in una visione grandiosamente solenne poté contemplare Jahweh seduto su un trono "eccelse", mentre dei Serafini librati in aria in due schiere al due lati, a cori alterni, gridavano l'invocazione "Santo, Santo, Santo! ". I. osservava, accompagnato da un sentimento di profondo timore per la coscienza della sua personale indegnità di assistere a tanto spettacolo, oltre il ricordo della miseria morale del suo popolo peccatore, con cui si
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sentiva corresponsabile. Ma ecco che uno dei Serafini prese dall'altare una pietra infuocata e con essa purificò le labbra del profeta. Allora Jahweh stesso comunicò a lui la sua missione: l'incarico di accelerare con la sua parola l'azione del giudizio di Dio, già in atto, contro il popolo prevaricatore, finché non fosse divenuto simile a un troncone d'albero, da cui doveva spuntare un nuovo "seme" il popolo messianico (ibid. 6, 13). Il mistero di quell'ora fascinosa s'improver incancellabilmenie nel ricordo dell'uomo, divenuto profeta. L'anima del veggente si sentì assorbita per sempre nella missione che Dio, proclamato tre volte "Santo", aveva voluto dargli. Conscio della sua appartenenza a Jahweh, da allora visse e operò quale mandatorio del "Santo d'Israele" (come spessissimo I, chiama Dio) al suo popolo e perfino ai pagani. Con coraggio intrepido, per oltre un trentennio adempì la missione di ridare alla religione la sua purezza nonosteistica e morale, inculcare la giustizia nei rapporti tra gli uomini, specialmente dei ricchi verso i poveri, e ridestare nella vita pubblica il senso della elezione d'Israele e della sua appartenenza a Dio. Sono le tre linee maestre del messaggio d'I. Le relazioni politiche e commerciali con Aramei, Assiri, Egiziani favorirono l'infiltrazione in Israele anche di idee e pratiche pagane; così alle antiche trasgressioni contro la religione si aggiungevano le nuove: culti astrali, magia, divinazione, tutte con il carattere della raffinatezza del vivere alla moda foresteria. Delle forme religiose tradizionali restavano le manifestazioni esteriori, lgrandi sacrifici, sfarzose cerimonie, vuote di religiosità sincera e disgiunte dalla moralità. Per ambedue gli atteggiamenti, paganesimo immorale e ritualismo vuoto, il profeta ha le più aspre parole di biasimo, derisione, disprezzo, che non risparmiano i luoghi cultuali più venerati e alludono molte volte alla classe sacerdotale, o a cittadini in vista, responsabili di cattivo esempio.
I. Iortò anche per la moralità sociale. Da Amos (v.) e da lui vengono le più impressionanti figurazioni delle trasgressioni contro la giustizia: il ricco che commette sopruso ai danni del popolo minuto e si arricchisce a suo spese (Is. 5, 8.14-15; ecc.); sentenze ingiuste nelle cause che si svolgono davanti ai magistrati; oppressione del-
l'orfano e della vedova (ibid. 23; ecc.). Si parla anche di violenze personali, fino al delitto: il profeta conosce dei "peccati scarlatti" (ibid. 18); Dio si copre la faccia di fronte al gesto della preghiera (stender le mani al cielo), perché sono mani piene di sangue (ibid. 15). La perversione è nella stessa concezione morale: si chiama bene il male e male il bene (ibid. 5, 20). La denuncia delle più disgustose tare morali completa il ripudio della religiosità esteriore, a cui è spesso associata, in stridente contrasto con le più urgenti esigenze della santità divina.
Caratteristico del pensiero d'I. fu il richiamo della attività pubblica e della stessa politica ai principi della fede e della moralità della religione jahwista. Israele è il popolo di Dio: ha una legge e Dio esige da lui un costume; la sua vita pubblica, come quella privata, non può dunque essere quella di uno qualsiasi dei popoli gentili. I suoi re non possono mettersi nella corrente che trascina tutti i sovrani ed i popoli a una politica di puro e semplice utilitarismo. Inoltre Israele, proprietà di Jahweh, deve difendere da ogni degenerazione pagana il suo patrimonio spirituale: non può quindi, nemmeno per motivi occasionali, far causa comune con i popoli idolatrici. Onde l'aspira opposizione che I., prima e più di ogni altro profeta, mostrò riguardo alle alleanze politiche e militari con i popoli pagani. Nella contesa per l'egemonia, che si combatte tra le potenze confinanti, Samaria, Siria, Assiria a nord, Egitto a sud, non deve Israele prendere posi-

(da Millar Burrows, The Dead Sea Seralls, 1. The Isaiah Manuscript, New Haven 1858, Jan. 111
Isala-11. 52, 13-54, 4: profezia della Passione (ultimo dei carmi del Servo di Jahweh). Rotolo di I. trovato presso "Ajn, Feshah3 (Mar Morto).
zione né da una parte né dall'altra: deve riporre la speranza della sua salvezza solo nella fiducia in Jahweh, da cui sarà salvato. La fede sia la norma della sua politica. La pratica opposta è anzitutto una offesa alla santità di Jahweh e si risolverebbe in un abbandono d'Israele da parte di lui. Così inergnò I. ad Achaz in occasione della minaccia dell'invasione da parte dei regni di Samaria e Damasco collegati (Is. 7), e più tardi al tempo di Ezechia, in occasione delle ostilità assiro-egiziane (ibid. 2820); e ciò ripeté in altre circostanze. Politica utopistica, parrebbe a prima vista, e cosi fu giudicata la posizione d'I. Ma la prova dei fatti diede ragione all'«utopista»; il "realismo" non salvò Achaz dalla disastrosa invasione che teneva tanto a evitare; nella tremenda prova del 701
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a. C., che rivelò la grandezza d'animo del profeta, ma mise a fuoco anche il carattere "utopistico" delle sue vedute religioso-politiche con la più "impolitica" delle sue proposte (rifiuto dell'offerta di patteggiamenti con il pagano re Sennacherib, che si trovava in un momento di difficoltà, ma era sempre passato di vittoria in vittoria), se il re Ezechia non avesse seguito i consigli del vecchio profeta sarebbe andato travolto e con lui la stessa Gerusalemme. In mezzo al mare burrascoso degli avvenimenti, I. indicò la rocca incrollabile della fiducia nel Signore, a cui il Re e il popolo dovevano aggrapparsi: per la fiducia nel Signore d'I. Gerusalemme fu salva.
In conseguenza di ciò, come tutti gli uomini di Dio, conobbe l'opposizione. Non sempre le sue parole furono ascoltate con deferenza e rispetto: interessi colpiti, vizi denunziati cercarono la rivalsa nella calunnia, nell'odio, nello scherno (Is. 28, 9.10), nello sprezzo della sua parola (ibid. 30, 12), e a periodi alterni gli procurarono influenze fortunate e impopolarità e sfavore a corte. A un momento di questo genere una non controllabile tradizione giudaica, giunta in documentazione tardiva, collega la fine di I., su cui il testo biblico tace, e che avrebbe fatto del profeta un martire.

Ispia - Il profeta I. annunzia ad Ezechia la prossima morte Affresco del sec. viII in S. Maria Antiqua "Roma.
secondo un criterio unico. Tra le collezioni a minori "si distinguono le due riguardanti Babilonia (capp. 13-14 e prima parte del cap. 21) e quella di contenuto singolare detto "apocalisse d'I." (capp. 24-27), la cui autenticità è seriamente posta in dubbio per ragioni (esposte, p. ex., dal cattolico J. Fischer [v. bibl.], I, pp. 110, 148) di ambientazione storica (la potenza neobabilonese si afferma almeno un secolo dopo I.) e di forma.
L'appendice storica (capp. 36-39) ha origine comune con il tratto II Reg. 18, 17-20, 19, di cui è in sostanza un duplicato: vi sono ragioni per ritenerla sia opera d'I. (cf. II Par. 32, 32), utilizzata dall'autore del Libro dei Re, sia opera dell'autore di quel libro, da cui sarebbe stata estratta e inserita in I., a motivo della parte importante che il profeta ebbe nei fatti narrati.
2. Parte seconda (capp. 40-66). - Notevoli differenze di contenuto e forma hanno fatto sollevare, fin dalla fine del sec. xviri (Döderlein, 1775: Eichhorn, 1824), forti dubbi sull'autenticità della seconda parte, il cui autore, senza pregiudizio della questione critica e in via provvisoria, persistendo il grave problema, viene quasi universalmente designato con il nome di "Deuteroisaia".
Alcuni studiosi poi accettano un'ulteriore divisione di questa parte, proposta dal Duhm (1892), in due raccolte di autori diversi, detti "Deuteroisaia" (capp. 40-55), da cui sono tenuti distinti i carmi sul "Servo di Jahweh", inseriti in quattro punti diversi (nei capp. 42, 49-50, 52-53), e "Trinoisaia" (capp. 56-66). Altri frazionamenti, più minuti e audaci, escogitati da "critici" isolati, non meritano considerazione.
L'autore, con la mentalità, le aspirazioni, le preoccupazioni di un giudeo vivente alla fine dell'esilio babilonese, parla per lo più della prossima liberazione d'Israele, del suo ritorno nella Terra Santa e dell'inaugurazione del "regno di Dio". Formalmente, si hanno carmi, veri e propri "componimenti" letterari, di cui alcuni lunghi, secondo una tecnica che dispone di mezzi progrediti e alle volte raffinati. Questo cenno è sufficiente a indicare la lontana origine dell'ipotesi che non a I., ma a un anonimo scrittore del sec. vi a. C., eventualmente studioso d'I., si debba attribuire questa "seconda parte", da considerare un libro biblico a sé stante. Si deve affermare il carattere eminentemente storico-critico della questione, nonostante la sua origine razionalistica.
Per i cattolici il valore (religioso) dei vaticini messianici contenuti in Is. II nella quasi totalità resterebbe intatto, se invece che all'I. del sec. viII a. C. si attribuissero a un autore del sec. vi a. C. (cf. H. Höpfl-A. Miller-A. Metzinger, Introd. in Vet. Test., Roma 1946, p. 418), ossia resterebbero vere e proprie profezie; lo stesso si può dire dei vaticini riguardanti la liberazione d'Israele dal suo esilio. Già un noto responso della Pontificia Commissione Biblica del 28 giugno 1908 (Ench. Bibl., no. 287-91), senza assumere atteggiamenti decisivi, limita l'aspetto
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dotrinale-teologico della questione nell'affermare (in ciò seguito concordemente da tutti i cattolici) il carattere di vera profezia che hanno i vaticini della seconda parte d'I. (Resp. 1-III), mentre per il problema dell'autenticità, sul terreno critico, afferma soltanto che gli argomenti che fino a quell'epoca si erano portati per negare l'autenticità isaiana non sono sufficienti a permettere di abbandonare l'attribuzione pacificamente ammessa da tutta la tradizione giudaica e cristiana (Resp. IV-V). I cattolici non hanno cessato, con il consenso dell'autorità ecclesiastica, di considerare la possibilità che effettivamente il « Deuterosissia " non risalga oltre il sec. vi e di studiare gli argomenti pro e contro tale opinione, che nemmeno a distanza di quasi mezzo secolo dal responso può dirsi dimostrata, benché abbia guadagnato delle adesioni. Un utile orientamento sulla posizione più avanzata del pensiero cattolico è in J. Coppens, Histoire critique des lieres de l'Ancien Test., Lovanio 1942, pp. 182-83,187-88. D'altra parte non è di poco interesse notare che ancora recentissimi studiosi non cattolici si sono pronunziati contro l'ipotesi del "Deuteroissio" e favorevoli all'unità del libro (vedi l'elenco di H. Höpfl-A. Miller-A. Metzinger, op. cit., p. 415 , nota 6 ).
Argomenti in favore dell'unità tradizionale sono, specialmente, che l'autore della seconda parte del libro visse non in Babilonia, a cui son fatti ben scarsi riferimenti, interpretabili anche come non da visione diretta, ma in Palestina, di cui sono ritratte bene anche le condizioni civili (Is. 56 sg .); il fatto che sarebbe questo l'unico esempio di un libro profetico anonimo, fatto notevole e strano, certo non conforme alla mentalità religioso-letteraria isacolitica; la tradizione giudaica e cristiana; e altre considerazioni di pensiero e forma. In contrario si fanno valere: la descrizione dell'esilio come situazione attuale, non futura (Ciro è un personaggio supposto noto e perfino designato con il suo nome); molte particolarità

(da H. Omont, l'ac-simile des miniatures des plus anciens manuscrits grecs de la Bibl. Nat. du VIe au XIe siècle, Parigi 1861, I, I. 1920. Ina. H. Isala - I. in preghiera. Miniatura del sec. x - Parigi, Biblioteca nazionale, cod. gr. 139, f. 435.
di linguaggio e anche di concezioni teologiche generali (maestà divina; sapienza; onnipotenza; trascendenza), proprie di questo libro; il carattere letterario dell'insieme, opera di poeta, anziché di näbhi".
5. Gli oracoli di I. - Tra gli oracoli isaiani di particolare importanza sono da rilevarsi: a) il cap. i, utilizzato come introduzione generale al libro, ma composto forse dopo la guerra siriaca del 732 : rappresentazione vivida e commossa, in immagini bellissime, delle dolorose condizioni di quel momento, sotto l'aspetto religioso, morale ed economico. - b) La visione d'introduzione del cap. 6, che contiene almeno in germe tutti i temi caratteristici della dottrina del profeta. - c) Il vaticinio dell'Emanuele (v.) nel cap. 7, con sviluppi in una lunga serie di vaticini susseguenti ("Libro dell'Emmanuele ", capp. 17-12). - d) I carmi del "Servo di Jahweh" (42, 1-7; 49, 1-9; 50, 4-11; 52, 13-53, 12), con profezie della passione e redenzione messianica. - e) La descrizione della nuova Gerusalemme messianica (capp. 60-62).
Ma la sublime potenza dello scrittore e il suo valore religioso e profetico potrebbero conoscersi solo nella lettura diretta del suoi vaticini. Le "forme" che egli usa (parte 10) sono quelle fissate dalla tradizione profetica: oracoli di minaccia e promessa in relazione al futuro, e di rimprovero riguardo al presente. La sua teologia altissima, la passione violenta che l'investe a tutti, il colore patetico dei suoi appelli alla fede e all'abbandono in Dio, la potenza plastica dell'espressione continuamente avvivata da immagini, alcune delle quali sembrerebbero oggi perfino troppo audaci, o scagliate con un vigore spiegato solo dalla profondità di concezione e dall'immediatezza creatrice ne fanno il più grande poeta ebraico e uno dei sommi geni dell'antica civiltà semitica.
Bibl.: Oltre i manuali d'introduzione biblica, cf. A. R. Gordon, The faith of Isaiah, statesman and evangelist, Londra 1920; anon., Il profeta I. e l'esegesi tradizionale, in Cic. cati., 1931, 1, p. 134 sgg.; L. Dumeate, Le propiste Isole: le sang, la foi, le génie, in Revue biblique, 44 (1935), pp. 526-47; P. A. Munch, Die Stellung Tesaias zu den sozialen Fragen seiner Zeit, in Theol. Stud. und Krit., 107 (1936), p. 217 sgg.; H. Jonker, Die messianische Verhändigung im Buche Is., in Pastor bonus, 49 (1938-39), pp. 189 sgg., 279 sgg., 338 sgg.; 50 (1930-40), p. 2 sgg.; A. Vaccari, Visio Isaiae, in Verbum Domini, io (1939), pp. 10 sgg., 162 sgg., 343 sgg.; S. Garofalo, La nazione profetica del "Resta" d'Israele, Roma 1942 (e in sommario in Verbum Domini, 21 [1941], p. 229 sgg.); G. Brillet, Isale Parigi 1945.
Commenti patristici : Origene (PG 13); s. Basilio (PG 30); s. Cizillo Alessandrino (PG 79); s. Girolamo (PL 24).
Commenti cattolici: B. Neteler, Münster 1876; A. Condamin, Parigi 1902; S. Minocchi, Bologna 1907; J. Knaben-bauer-F. Zorell, 2 voll., Parigi 1922-23; F. Feldmann, 2 voll., Münster 1925-26; J. Fischer, 2 voll., Bonn 1937-39; G. Girotti, Torino 1942.
Non cattolici: S. D. Luzzatto, Padova 1822-67; B. Duhm, Gottinga 1892 (4* ed., ivi 1922); K. Marti, Tubinga 1900; H. W. Hertzberg, 2 voll., Lipsia 1936-39. Giovanni Rinaldi
III. I. notoli di I. - Un rotolo dell'intero libro di I. fu scoperto nell'autunno 1947 in una grotta a 2 km . a ovest del Mar Morto, a 4 km . dalle sorgenti di 'Ajn el-Feshah; fu acquistato dal metropolitana stropiacobita di S. Marco a Gerusalemme. E lungo 7,24 m., alto 26 cm ., composto di 17 fogli di cuoio (larghi da 25 a 63 cm .) cuciti con fili di lima. Il testo sacra vi è disposto in 54 colonne (di 29 righe in media); fu scritto con cura nel sec. II o i a. C. (J. Trever lo data : 125-100 a. C.). A metà fabbr. 1948 fu fotografato da John C. Trever (E. L. Sukenik ne copiò allora e pubblicò i capp. 42-43, Gerusalemme 1948), e nel 1950 l'American School of Oriental Research ne ha dato l'edizione fototipica (in 61 tavole doppie), a cura di Miller Burrows.
Il testo è nella sostanza conforme alla recensione masoretica, ma ha molte grafie bizzarre, ridondanti (scriptomes plense); appartiene al tipo di trasmissione "popolare ", distinto dal testo " ufficiale "determinato dai
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sophérlm, i quali eliminavano verso l'inizio dell'èra cristiana i testi "popolari" gettandoli nella génizah. E interessante l'ortografia dei nomi propri (J. T. Milik [v. bibl.], p. 217 sg.); nei nomi teoforici la finale -jithō è quasi regolarmente sostituita con -jdh. Dal cap. 34 i pronomi maschili e femminili di 3ᵃ persona singolare assumono una forma allungata (hmod, hd') e altre forme (hōh, mf', -hōh) si prolungano con una moter lectionis. Un testo indipendente dalla tradizione codificata dai sophérlm si osserva in 19. 18; 49, 5. 24-25; ecc.
In Is. 41-53 si hanno notevoli varianti messianiche. In 51, 14 (matohtl "ho unto" invece di mithath "distruzione") appare il Messia come sommo sacerdote, fondatore di un'alleanza universale; in 53, 11 è aggiunto (come anche nel manoscritto dell'Università ebraica) 'ör "luce"; 42, 1: "la sua giustizia" ("sua" è omesso nel testo masoretico); 51, 5: "In Lui (Messia), sperano le terre lontane... le prodezza del suo braccio", ecc. (nel testo masoretico: "In Me (Dio)" ecc.).
L'Università ebraica di Gerusalemme possiede un altro rotolo di l (acquistato da E. L. Sukenik) allo stato frammentario. Racchiude parti dei capp. 17, 22 e 23, e l'ultimo terzo del libro (capp. 44-66), tutto in pessimo stato. Si sta facendo rivivere questo testo con la fotografia ai raggi infrarossi. E fedelissimo alla recensione "ufficiale"; Sukenik lo ritiene del sec. III o II a. C.
Bial.: G. Lambert, Les manuscrits découverts dans le désert de Yuda, in Nouvelle revue théologique, 81 (1949), pp. [286-304] 290-93; J.-M.-P. Bauchet, Note sur les variantes de sens d'Is. 4 et 43 dans le na. du désert de Yuda, ibid., p. 305 sgg.; M. Burrows, Orthography, morphology and syntax of the St. Mark's Isaiah manuscript, in Journal of biblical literature, 68 (1949), pp. 195211; M. Burrows (con J. C. Trevor e W. H. Brownlee), The Dead Sea scrolls of St. Mark's Monastery, I. The Isaiah manuscript and the Hobbakhah commentary, Nuova Haven 1950; J.T. Milik, Note sui manuscritti di "Ala Felba, in Biblica, 31 (1950), pp. 73, 76-94, 204-20; D. Barthélemy, Le grand rouleau d'Isale trouvé près de la Mer Morte, in Revue biblique, 57 (1950), pp. 530549 .
Antonino Romer
IV. Iconografia. - Un affresco situato nell'arenario del cimitero di Priscilla rappresenta la Madonna che stringe al seno il Bambino; a sinistra un personaggio in tunica e pallio tiene con la sinistra il volume e con la destra indica la stella dipinta (oggi svanita) sul capo della Madonna. G. B. De Rossi, che per primo pubblicò l'affresco, identificò il personaggio con I., il quale scrisse: "Ecce Virgo concipiet et pariet Filium" (Is. 7, 14); nella stella il De Rossi vide la luce vera, simbolo di Cristo, predetta dallo stesso profeta: "Surge illuminare Ierusalem, quia venit lumen tuum et gloria Domini super te orta est " (ibid. 60, 1-6). Il Garrucci invece propose di identificare il personaggio per il profeta Balaam, il quale preannunciò la stella: "Orietur stella ex Iacob" (Num. 24, 17). Il Wilpert mantenne l'opinione del De Rossi e dette dell'immagine una riproduzione a colori molto importante perché oggi la stella non è più riconoscibile (Pitture, tav. 22); lo stesso autore ritenne a torto di identificare un'altra simile scena in un affresco molto danneggiato del cimitero di Domitilla (ibid., p. 175, fig. 14). Recentemente il p. E. Kirschbaum ripropose la tesi del Garrucci, mentre L. De Bruyne mise in rilievo le allusioni di I. alla luce (Conference della Società dei cultori di archeologia cristiana, in Riv. di arch. crist., 21 [1945], p. 243).
E da mettere in rilievo il passo di Giustino che attribuisce ad I. (Apol., I, 32 : PG 6, 380) quanto invece appartiene a Balaam.
Nella topografia cristiana di Cosma Indicopleuste una miniatura rappresenta la visione di I.; nel centro è il Redentore in trono tra due serafini acclamanti "Agios, agios !", mentre nell'angolo destro il profeta è avvicinato da un angelo che gli purifica le labbra con un carbone ardente (una scena simile è pure nell'inizio del libro di I. nella Bibbia di Carlo il Calvo della Biblioteca nazionale di Parigi). Nel Salterio greco n. 139 della Biblioteca nazionale di Parigi una miniatura rappresenta un'altra visione di I.; dalla mano divina si sprigiona dall'alto un raggio che investe il capo nimbato del profeta stante tra l'aurora e la notte personificate.
Un affresco di S. Maria Antiqua rappresenta il profeta I. che predice a Ezechia la sua morte imminente (Is. 38, 1). Nella cappella di al-Baqawāt in Egitto era rappresentato il martirio del profeta. Una miniatura con la visione di I. è nel f. 67 del manoscritto contenente i Sermoni di s. Gregorio Nazianzeno della Biblioteca nazionale di Parigi (Cod. Purisinus 510).
Bial.: G. B. De Rossi, Immagini scelte della beata Vergine Maria tratte dalle catacombe di Roma, Roma 1854; H. Leclercq, Isale, in DACL. VII, coll. 1577-82.
Enrico Ioni
V. Ascensione di I. - Apocrifo del Vecchio Testamento a carattere narrativo e profetico, avente per protagonista il profeta I. E unanimemente riconosciuto il carattere composito dell'opera. Sull'identificazione delle fonti, o scritti indipendenti anteriori, e delle aggiunte redazionali o posteriori, gli studiosi avanzano varie ipotesi, che si accordano sostanzialmente nel riconoscere un Martirio d'I. (capp. 1-3, o 2-3 fino al v. 12, e prima metà del cap. 5); uno scritto apocalittico detto da Charles Testamento di Ezechia (cap. 3 dal v. 13 e cap. 4); una Visione d'I. (dal cap. 6 al cap. 10 e parte del cap. 11).
Il primo documento narra che I. sotto accusa di essersi fatto superiore a Mosè, per aver detto "Vidi il Signore" (Is. 6, 1), viene dall'empio re Manasse fatto tagliare con una sega di legno: questo scritto, noto già a Origene (In Is. hom. 1,5), e secondo alcuni anche a Hebr. 11, 37, che tra i generi di martirio ricorda l'«essere tagliato" (ma potrebbe attingere solo da tradizioni parallele), è giudaico e della fine, o metà, del sec. I a. C.
Il secondo documento narra dei risentimenti provocati in un avversario del profeta dalle grandi profecie messianiche di lui: Incarnazione, Passione e Morte del Cristo, elezione degli Apostoli, ecc. E di origine cristiana, forse del sec. II d. C.
Il terzo documento narra un viaggio d'I. per i sette cieli, ove conosce i misteri più riposti, anch'essi a carattere cristiano: forse anche questo del sec. II d. C.
La compilazione finale è della fine del sec. II d. C., o inizio del III. Il testo originale era greco, solo parzialmente conservato (2,4-4,4); si hanno la versione etiopica intera (sec. v) e frammenti di tre versioni latine, di una slava e una copta.
La narrazione della morte d'I. ebbe una certa fortuna presso i Padri (E. Tisserant [v. bibl.], pp. 6274) e gli scritti giudaici; il libro era apprezzato presso alcune sètte gnostiche. - Vedi tav. XVI.
Bial.: Edizioni : testo etiopico: A. Dillmann, Lipsia 1877; frammenti greci e latini: B. Charles, Londra 1900; copto: P. Lacau, in Muséon, 59 (1946), pp. 453-67. Versioni con introduzione: in francese (E. Tisserant, Parigi 1909; in inglese : R. Charles, op. cit.; id., The apocrypha and psend. of the Old Testament, II, Oxford 1913, pp. 153-62; id., The Ascension of I., Londra 1918; in tedesco: H. Duensig, in E. Hennecke, Neutest. Apahr., 2² ed., Tubinga 1924.
Studi: V. Burch, The literary unity of the book of the Ascension of I., in Yourn. of theol. studies, 20 (1918-19), pp. 17-23. I. Felten, Storia dei tempi del Nuovo Testamento, II, Torino 1932, p. 350 sgs.
ISAIA. - Scrittore ascetico, da non confondere con il monaco egiziano Isaia del sec. Iv, di cui parlano Rufino (Hist. monach., 10: PL 21, 428 sg.; cf. E. Preuschen, Palladius und Rufinus, Giessen 1897, p. 63 sg.) e Palladio (Hist. Laustica, cap. 14; ed. Butler, II, p. 37 sg.). I. era monofisita, asceta anch'egli; venne dall'Egitto in Palestina, vivendo nell'eremo di Eleuteropoli, e presso Gaza, dove morì l'11 ag. 488; era, secondo Zaccaria retore (Vita Isaiae, ed E. W. Brooks, Corpus script. christ. orient., Script. Syri, 3ᵃ serie, XXV, Parigi 1907, trad. latina, pp. 110), anche autore di scritti ascetici.
Son ben provate le sue relazioni come monofisita con Pietro l'Iberico, vescovo di M'aiuma e con Teodoro di Antinoe; ma accertata la sua vera posizione
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(fot. Alinari)
Isai da Pisa - L'evangelista s. Marco (ca. 1470). Scultura sul portale della chiesa di S. Marco - Roma.
di fronte alla questione degli anatematismi cirilliani. Di fatto poi sottoscrisse l'Enotico di Zenone.
Le sue 29 conferenze furono molto apprezzate nell'Oriente (raccolta incompleta di testimonianze presso I. Hausherr, in Mélanges offerts au v. p. F. Casualtora, Trebosa 1948, p. 527 sg.), ma entrò anche in estratti ( 68 Praecepta seu conviliu abbatis I.) nel Codex regularum di Benedetto di Aniane e cosi nel tesoro spirituale della Chiesa latina. I., pure, fu il primo che si fece influenzare da Simone di Mesopotamia, autore delle omelie falsamente attribuite a Macario (cf. H. Dörries, Symeon v. Mesopotamien [Texte und Unters., 53. 1], Lipsia 1941, p. 449). Interessante la sua dottrina sulla Croce (simboleggiata dal venerdi) e sul sabato spirituale (cf. I. Hausherr, op. cit., p. 344 sgg.).
Bull.: Non esiste ancora una edizione soddisfacente delle sue conferenze. Il testo greco fu pubblicato da Augustinus, Tof deyōtu π α π · mathrm{de} ξ η α tilde{ω} v 'H α dot{α} ξ η α λ ε ξ η α vB', Gerusalemme 1911. Su un testo migliore ancora inedito v. H. Dörries, loc. cit., p. 3. Testi sirisci sono elencati presso A. Baumstark, Geschichte der syrischen Literatur, Bonn 1922, p. 165. Sulla differenza fra traduzione sirisca e testo greco v. Rücker, in Oriens Christianus, 3° serie, 9 (1934), p. 193. n. 3. Molto ricca è la collezione di testi attribuiti ad I. nella letteratura cristiana araba: S. Vailhé, Un mystique monophysite, le moine Isaïe, in Echos d'Orient, 9 (1906), pp. 81-91; M. Viller - K. Rahner, Anzze und Mystik in der Väterzeit, Friburgo 1939, p. 109 sg.; G. Graf, Geschichte der christlichen arabischen Literatur (Studi e testi, 118), I. Città del Vaticano 1944, p. 402 sg.; A. Guilloumont, Une notice syriague inédite sur la vie de l'abbé Isaïe, in Mélanges P. Peeters, I. Bruxelles 1930, pp. 350-60.
ISAIA d'Este. - Canonico regolare lateranense, m. nei primi anni del Cinquecento, detto anche "di Padova", secondo la consuetudine dei Lateranensi di preferire il nome del capoluogo a quello d'origine. Fu tra gli uomini più dotti e abili della Congregazione durante la 2^{text {a }} metà del sec. xv. Per molti anni ebbe il governo nelle principali canoniche, tra cui quelle di Vicenza, Padova, Vercelli e Venezia. A varie riprese fu eletto visitatore e procuratore generale.
Nel 1480 scrisse a Vicenza un commento latino sul Cantico dei Cantici. Alcuni anni più tardi, sollecitato dalle Canonichezze di s. Tommaso di Vicenza e da altre pie donne venete, ne compose un altro per loro in lingua volgare con interpretazione allegorico-ascetica. E il primo commento sul Cantico che si conosca scritto in lingua italiana, stampato a Venezia il 9 nov. 1504.
Bull.: G. Ricciotti, Il Cantico dei Cantici, Torino 1927, p. 178; N. Widluecher, La Congregazione dei Canonici Regolari Lateranensi, Gubbio 1929, p. 334.
ISALIA da PISA. - Scultore attivo a Roma e a Napoli intorno alla metà del sec. xv. Nel 1447 a Roma è incaricato, quale successore del Filarete, del compimento della tomba di Antonio Martinez Chiaves, cardinale di Portogallo (ora frammentaria in S. Giovanni in Laterano), e nello stesso anno partecipa ai lavori per la sepoltura del papa Eugenio IV (ora in S. Salvatore in Lauro, nel chioeiro).
Del 1450-51 sono i progetti per il coronamento della facciata del duomo di Orvieto (non eseguiti). Nel 1456-58 lavora a Napoli per l'Arco di Castel Nuovo, nel 1460 è nuovamente a Roma agli ordini di papa Pio II, per cui esegue il tabernacolo di S. Andrea per S. Pietro, ora frammentario nelle Grotte Vaticane. Fra le altre sue opere si ricordano il lavabo di S. Maria Maggiore ed il rilievo dell'architrave di S. Marco. La sua arte deriva dalla scultura pisana, di cui continua a riecheggiare temi : tuttavia la sua debole ma chiaramente individuale personalità artistica ondeggia fra varie tendenze, che vanno dall'amore per l'antico al ricordo di Donatello, con risultati di energica plasticità e di insistenti calligrafismi. I. da P. è il padre dello scultore Gian Cristoforo Romano.
Bull.: Venturi, VI, pp. 376-88; M. Semrau, s. v. in ThiemeBecker, XIX, pp. 240-42.
Eugenio Battisti
ISAURIA. - E la più occidentale provincia del patriarcato di Antiochia e nella geografia ecclesiastica dell'epoca bizantina non comprende se non una parte della precedente provincia romana, grosso modo le valli del Lamos e del Kalykandos e il massiccio montuoso fra questa ultima ed il mare. La sua esplorazione archeologica è incompleta. Metropoli della I. è Seleucia, presso la quale sorse il santuario più importante dedicato al culto di s. Tecla che aveva soppiantato quello del demone Sarpedonte e della dea Atena, consistente in un martyrium e monasteri racchiusi in un muro fortificato a protezione degli assalti briganteschi. Il santuario attirava un grandissimo numero di pellegrini di ogni regione. I miracoli di s. Tecla ricordano anche una cappella della Santa a Selinunte, costruita su una acropoli e che difese sovente la città contro gli attacchi nemici : un altro monastero di S. Tecla, noto attraverso una iscrizione, esisteva a Diocesarea ed un santuario a Dalisandos che fu luogo di pellegrinaggio celebre quasi quanto quello presso Seleucia. Il carattere montagnoso della regione protesse le comunità cristiane nei primi secoli dell'invasione musulmana, si che rappresentanti degli antichi vescovati appaiono in parte ancora al VII Concilio, e Giorgio di Cipro, la Nea Tactica e la Notitia Antiochena dànno fin otto nomi di sedi vescovili.
Il gruppo più importante di monumenti della I. è quello del santuario di S. Tecla presso Seleucia, nella località oggi chiamata Meriamlik, una grande basilica a tre navate divise da colonne, probabilmente costruita nella seconda metà del v sec. e rimaneggiata più tardi, una grotta sotto di essa trasformata in chiesa, una basilica a cupola sulla navata centrale probabilmente fondazione dell'imperatore Zenone ( 574 -91)) e un poco più lontano la "chiesa del Nord». Della massima importanza è questa basilica a cupola che documenta una nuova concezione dello spazio architettonico nell'evoluzione delle forme basilicali In Seleucia un antico tempio romeno era stato trasformato in chiesa con la sostituzione di un'abside ad uno dei lati minori. La basilica di S. Tecla è notevole non solo per le sue grandi dimensioni, ma prin-
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cipalmente perché i due locali che fiancheggiano l'abside al modo della Siria sono provvisti ognuno di un'abside secondo una struttura caratteristica della Siria centrosettentrionale (cattedrale di Il-Anderin, martyrion e basilica B di Rusâfah).
All'estremità settentrionale della valle del Kalykandos, presso il villaggio di Huğa Kalesi sorge un'altra importantissima chiesa, una basilica a tre navate di perfetta costruzione in pietra squadrata, di tecnica (anche nella decorazione) prettamente siriaca: la navata centrale è divisa in due parti da archi traversi, e su quella innanzi al presbiterio si eleva a torre che ha al piano ultimo, sopra al matroneo, gli angoli smussati con quattro raccordi a nicchia portati da colonne, simili a quelli delle camere laterali all'abside della basilica di S. Sergio a Rusâfah, e al Convento Rosso presso Sohâg, tutti monumenti della metà del v sec. Pure di planimetria nettamente siriaca con l'abside fiancheggiata da due camere, sono la grande chiesa a matroneo di Gâmbazli e una di Tapureli; mentre invece una chiesa di Olba e due di Sôk Örem (Korassion) si riattaccano a strutture diffuse nella Cilicia, aventi cioè un locale dietro l'abside, nel primo caso provvisto esso pure di due absidi. La sua funzione liturgica è ignota. Una chiesa di Olba ed una di Tapureli hanno il solo diaconicum. Tutte queste basiliche a tre navate sono provviste di nartece ed a Meriamlik tanto nella basilica a cupola quanto nella chiesa del nord v'è anche l'atria, prova della penetrazione di elementi ellenistici in una regione che può considerarsi come l'estrema propaggine dell'architettura siriaca verso il nord-ovest.
Bibl.: L. Duchenne, Les nécregules chrétiennes de l'Isaurie, in Bulletin de correspondance hellénique, 4 (1880), p. 195 sge.; J. Kall-A. Wilhelm, Denkmäler aus dem Rauhen Kithlien (Monumente Asiae Minoris antiqua, 3), Manchester 1931; A. C. Headlam, Ecclesiastical Sites in I., in Journal of hellenic studies, Supplement, 1892, Londra 1893; E. Herzfeld-S. Guver, Meriamlik und Korybos (Monumenta Asiae Minoris antiqua, 2), Manchester 1930; G. L. Bell, Notes on a journey trough Cilicia und Lycaonia, in Revue archéologique, 2 (1906), pp. 32-36; V. Schultze, Altchristliche Städte und Landschaften, II : Kleinasien, parte 2*, Gütersloh 1926, pp. 218-63. Ugo Monneret de Villard
ISBOSETII. - Unico dei quattro figli di Saul (v.) superstite dopo la giornata di Gelboe (v.).
Il suo nome primitivo ' bar{imath}-ba'al (I Par. 8, 34) "uomo del Signore" fu più tardi deformato in 'lî-böleth «uomo d'ignominia» per il cambio invalso di ba'al in böleth.
Uomo inetto, e messo tuttavia sul trono dallo zio Abner (v.) in Mahanaim oltre Giordano, combatté inutilmente per sette anni contro David (v.), cui obbediva il sud (II Sam. 2, 8-32). Gli venne prima a mancare, per un inopportuno rimprovero, l'appoggio di Abner (II Sam. 3, 6-12); poi, morto Abner, anch'egli fu ucciso, nella sua casa, durante il riposo pomeridiano. La sua testa, recata dagli assassini a David per ingraziarselo - e n'ebbero in premio la morte -, fu sepolta insieme alle ceneri di Abner in Hebron (II Sam. 4).
Un altro I. ('Itba'al) fu tra i maggiori capitani di David (II Sam. 23, 8 testo critico). Gino Bressan
ISCARIOTA: v. GIUDA ISCARIOTA.
ISCHIA, diOCESI di. - Fondata nel sec. XII nella maggiore delle isole del golfo partenopeo; superfice 46,3 mathrm{knq}; popolazione tutta cattolica di 53.000 ab.; comuni 6. La diocesi, suffraganea di Napoli, comprende la sola Isola; parrocchie 18, comunità religiose maschili 3 , femminili 12 , un museo archeologico e una biblioteca con 13.000 volumi.
L'isola è variamente denominata dai poeti e storici greci e latini. L'attuale nome comincia ad apparire verso il sec. viII. La sua formazione geologica è d'origine vulcanica, probabilmente del periodo detto diluviale. I primi abitatori si fanno risalire al in millennio a. C.; in seguito vi approdarono e stabilirono colonie gli Etruschi, i Fenici, i Siracusani, gli Elleni, i Latini. Fin dal 192 a. C.
i Romani, per le prodigiose e abbondanti acque termali, anche oggi sfruttate, vi costruirono parecchie terme, come è provato da iscrizioni, bassorilievi e statue dissotterrate in questi ultimi anni. Secondo la Passio sarebbe stato deposto sulla sponda dell'isola il corpo della martire africana s. Restituta, e le sarebbe stata data sepoltura a Lacco Ameno. Nella primavera 1930 , rimosso il pavimento della chiesa di S. Restituta, se ne sono trovati altri più antichi sovrapposti e a m. 1,35 dal piano si rinvennero alcuni sepolcri e una lucerna fittile cristiana; si è pure constatato che il muro absidale è di epoca romana.
La storia dell'isola non è estranea a tutti gli avvenimenti che seguirono la caduta dell'Impero romano fino a tutto il mediocro. Fu distrutta da non pochi terremoti ed eruzioni dell'Epomeo, saccheggiata dai pirati e contesa dai vari invasori. Il Castello che si leva su un grande scoglio, collegato all'isola mediante un ponte, fu edificato nel 474 a. C. da Gerone di Siracura e modificato nel 1441 da Alfonso V d'Aragona; per secoli fu la roccaforte dell'isola e il rifugio dei superstiti sfuggiti al terremoti e alle razzie dei pirati.
I. è la patria di s. Giovanni Giuseppe della Croce (1654-1734) e di Baldassarre Cossa (1367-1419), antipapa con il nome di Giovanni XXIII. La Cattedrale è dedicata a Maria S.ma Assunta in Cielo. - Vedi tav. XVII.
Bibl.: M. E. Abhamonte, Cenno storico dell'isola d'l., Napoli 1863; Ughelli, VI, pp. 271-79; V. Mirabella, Cenni storici e guida illustrata dell'isola d'l., Napoli s. n.; O. Buonocore, La dioresi d'l. dall'origine ad oggi, ivi 1947. Gennaro Auletta
ISCRIZIONI: v. EPIGRAFIA CRISTIANA.
ISENBIEHL, Johann LORENZ. - Eseguda e orien talista cattolico, n. nel 1744 a Heiligenstadt (Eichsfeld), m. il 26 dic. 1818 a Östrich (Rheingau). Parroco a Gottinga, frequentò specialmente il corso delle lingue orientali di Johann David Michaelis (1769). Nominato nel 1773 professore di lingue orientali e di esegesi nel Seminario di Magonza, palesò principi d'interpretazione piuttosto liberali, curandosi poco del consenso unanime dei Padri; suscitò la celebre controversia intorno a Is. 7, 14, al qual testo negò qualunque senso messianico, nonostante la sua citazione in Mt. 1, 22 sg. (v. emanuele).
Questa sua tesi, resa pubblica nel libro Neuer Versuch über die Weissagung vom Emmanuel (Cablenza 1778), gli cagionò la sospensione a divinit e l'incarcerazione, l'opposizione di teologi ed esegeti, la censura di diverse facoltà teologiche (Strasburgo, Magonza, Vienna, Parigi, ecc.) e la condanna dell'opera all'Indice (decr. 20 sett. 1779). Nel Natale dello stesso anno I. si sottomise, ottenne la libertà ed un canonicato ad Amöneburg.
Altre opere di I. sono: Beobachtungen von dem Gebrauch der syrischen Ponati diacritici bei den Verbis (Gottinga 1773); Chrestomathia patristica Graeca (Magonza 1774); Corpus decisionum dogmaticorum Ecclesiae catholicae (Costanza 1777);