79). Nel Natale dello stesso anno I. si sottomise, ottenne la libertà ed un canonicato ad Amöneburg.
Altre opere di I. sono: Beobachtungen von dem Gebrauch der syrischen Ponati diacritici bei den Verbis (Gottinga 1773); Chrestomathia patristica Graeca (Magonza 1774); Corpus decisionum dogmaticorum Ecclesiae catholicae (Costanza 1777); De rebus divinis tractatus introducentes in universam Veteris ac Novi Testamenti Scripturam et theologiam christianam, I (Magonza 1787).
Bibl.: F. Vigouroux, s. v. in DB, III (1905), coll. 987-89; Hurter, V, coll. 295-97; J. Gass, Strassburger Theologen im Aufhldrungszeitalter, Strasburgo 1917, pp. 33-59; Pastor, XVI, in. pp. 280, 377-79. Adalberto Metzinger
ISENBURG, DIETHER von. - Arcivescovo di Magonza, n. nel 1412, m. il 7 maggio 1482 ad Aschaffenburg, Eletto arcivescovo di Magonza nel 1459, non ebbe la conferma di Pio II. Divenne pertanto l'anima dell'attività antiromana in Germania e patrocinò la convocazione di un concilio generale per rinnovare i decreti del Concilio di Basilea. Nel 1462 fu obbligato a rinunciare alla dignità arcivescovile a favore di Adolfo di Nassau confermato dal Pontefice. Eletto nuovamente arcivescovo nel 1475 ebbe stavolta la conferma pontificia. Nel 1477 fondò l'Università di Magonza.
Bibl.: K. Monzel, D. von I., Erabischof von Mainz, Erlangen 1868; A. Veit, D. von I., in LThK, III, col. 317, con bibl.: H. Jedin, Storia del Concilio di Trento, trad. it., Brescia 1949, pp. 45-46. Silvio Purlani
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ISERNIA e VENAFRO, diocesi di. - Diocesi unite, suffragance di Capua, in Campania. In una superfice di kmq. 714 si ha una popolazione di 53.000 ab., tutti cattolici, con 41 parrocchie, 68 sacerdoti diocesani e 7 regolari, un seminario, 2 comunità religiose maschili e 5 femminili (1949).
Le origini di I. si perdono nella leggenda. Secondo l'opinione oggi più accreditata, risalirebbero agli Osci, come è documentato da numerose iscrizioni rinvenute e dallo stesso nome Aisernion, ritrovato su certe monete e che in lingua osca significa sasso, e quindi città edificata sui sassi. Fu colonia romana con diritto monetario fin dal 265 a. C.; a Roma restò sempre fedele. Ebbe una preminenza su tutte le città sannitiche, anche durante le guerre sociali. Le origini cristiane di I. risalgono al sec. v. Il primo vescovo cui accenna l'Ughelli è un s. Benedetto, non bene identificato, del quale si conserva il corpo sotto l'altare maggiore della Cattedrale. Succedono poi altri nomi sporadici nella serie dei vescovi fino al 942 ; da allora la serie diventa ininterrotta. Nel 1182 papa Lucio III pose sotto la protezione pontificia la diocesi di I. unendole l'altra vicina di V. Nel 1302, le due diocesi furono di nuovo unite da Adenolfo arcivescovo di Capua e affidate a un tal vescovo Gerardo, la cui bolla di consacrazione, recante anche i limiti della diocesi, è conservata nell'Archivio storico della Cattedrale. Separate di nuovo, le due diocesi venneredeffinitivamente unite nel 1852. La città di I. fu rasa al suolo da vari terremoti, nell'847, nel 1349 e nel 1456; s'aggiungano le distruzioni e gli incendi operati durante le guerre che devastarono la penisola durante il medioevo. La cattedrale di I. è stata più volte riedificata, anche ultimamente dopo i bombardamenti del sett. 1943, sotto i quali perirono ea. 4000 persone. I. è la patria di s. Celestino V, papa. La cattedrale di I. è dedicata a s. Pietro; quella di V. alla Madonna di Loreto. V. anche VEnAFRO.
BieL. Υ Ughelli, VI, pp. 366-402 e 579-86; Lanzoni, I. pp. 176-77, 379-80; R. Gartucci, Storia { }_{4}² di I., Napoli 1848. Gennaro Auletta
ISIDE (Isis; egiz. i.t [= seggio ]; gr. 'Ios;). I. Generalita. - La più nota divinità egiziana femminile. Ebbe come centro originario di culto il Delta, forse la città di Buto. Le antiche testimonianze ne rivelano il carattere di divinità cosmice, personificante il cielo, per cui fu presto assimilata ad Hathor e alla stella Sirio (Sothis).
Ma questi aspetti primitivi scomparvero di fronte a quella che si può definire la fortuna di I., cioè di essere stata introdotta nella leggenda di Osiride (v.) in qualità di sposa fedele, madre di Hōro (v.). La triade I. - Osiride - Hōro è la più celebre del pantheon egiziano. Come si sia giunti a questo accostamento di I. ad Osiride non è dato stabilire con certezza; potrebbe essere dovuto alla casuale vicinanza dei relativi santuari (cf. K. Sethe, Urgeschichte und älteste Religion der Ägypter, Lipsia 1930, §63). Secondo la leggenda, I. ricompose amorevolmente il cadavere di Osiride smembrato da Seth, poi, trasformatasi in uccello, ridiede vita allo sposo ventilandolo con le ali. Successivamente, divenuta madre di Hōro, protesse il bimbo dalle persecuzioni di Seth allevandolo in segreto fra pericoli di ogni sorta. La vitalità e la popolarità del culto di I. si ricamettono appunto con i suoi aspetti di sposa e madre esemplare.
Con l'avvento dell'età ellenistica mentre da un lato I. venne accostata per sincretismo alle divinità greche (I.-Afrodite; I.-Tyche; I.-Demetra; I.-Artemide; I.-Ecate) dall'altro acquistò carattere di divinità universale: «la bella essenza di tutti gli dèi» (Pap. Oxyr., XI, 1381, linea 126). Alessandria divenne il centro di irradiazione del culto di I. alla quale fu associato Serapide (l'Apis defunto), dio nazionale adottato dai Tolomei. Patrona del porto di Alessandria e protettrice dei naviganti (Tletc reAáyıa) essa conquistò a poco a poco i porti del Mediterraneo dove risiedevano colonie di mercanti egizi, incontrando anche il favore delle popolazioni

(fei. Gali. Sassi Vaticani)
Iside - Statua ellenistico-romana (sec. II d. C.) - Musei Vaticani, Braccio Nuovo.
locali. A Creta, Rodi, Smirne, in Grecia ed in Italia meridionale sorsero comunità di fedeli di I. e Serapide.
A Roma i culti isiaci raggiunsero uno sviluppo tale che il Senato tra il 59 e il 48 a. C. si vide costretto a emanare severe misure repressive contro un movimento che metteva in pericolo la religione dello Stato. La persecuzione si inasprì sotto Tiberio dopo un fatto scandaloso avvenuto nel 19 d. C. Invece Caligola promosse la costruzione di un grandioso santuario dedicato ad I. nel Campo Marzio, ampliato successivamente da Domiziano e adornato con monumenti importati dall'Egitto. Il culto di I. si spinse anche al nord dove è testimoniato in Britannia, Gallia e Germania. Le ultime feste pubbliche in onore di I. furono celebrate a Roma nel 394 d. C., mentre in Egitto l'ultimo tempio di I. officiato fu quello dell'isola di File, presso la prima catenata.
II. Riti e misteri. - In età faraonica I. compare nei cosiddetti misteri (specie di sacre rappresentazioni a carattere liturgico) di Abido e in alcuni veri e propri drammi teatrali recitati da attori profani. Argomento fondamentale era la leggenda di I. ed Osiride, con particolare riguardo agli episodi patetici. Però il carattere frammentario dei testi non permette una conoscenza concreta di questo aspetto ritualedrammatico del culto isiaco.
Durante l'epoca ellenistica I. fu centro, nei paesi del mondo mediterraneo, di un culto misterico i cui elementi rituali sono stati in forma velata descritti da Apuleio di Madaura (sec. II d. C.) nel 1. XI delle Metamorfosi. Egli, che si nasconde sotto il nome di Lucio, descrive la cerimonia iniziatica a cui fu ammesso a Corinto dal sacerdozio isiaco dopo una serie di digiuni, astinenze e preghiere alla dea, narrando di essere sceso nell'Ade, di aver attraversato gli elementi del cosmo, di aver contemplato il Sole corruscante e di aver salutato gli dèi superi ed inferi. Il giorno seguente, rivestito di dodici stole e seduto su di un trono, ricevette l'omaggio dei confratelli già iniziati. Egli subì dunque un rito di se-
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poltura, contemplò o mediante figurazioni, il cui meccanismo è ignoto, o mediante un sonno estatico, il mondo di oltretomba, regno di Osiride-Sole, donde tornò nel mondo assimilato al dio e percio venerato come un nuovo Osiride dai confratelli. Si tratta dunque della solita vicenda di morte e resurrezione, propria dei misteri alla quale egli è ammesso per intercessione di I.
Fra le grandi feste pubbliche la più famosa era quella primaverile dell'Isidis navigium, in cui i fedeli e i sacerdoti invocando la dea come patrona dei naviganti scendevano in processione alla riva del mare abbandonando un battello sacro alle onde (Apuleio, Met., XI, 8-17; Firmico Materno, De err. prof. relig., 2). Questa festa segnava l'inizio della ripresa della navigazione dopo i mesi invernali. Altra cerimonia importante si svolgeva in novembre per tre giorni consecutivi, destinati a commemorare le dolorose peregrinazioni di I. in cerca di Osiride e culminava con il felice ritrovamento (inventio) dello sposo (cf. Giovenale, VII, 29).
Queste celebrazioni religiose avevano un carattere pubblico o semipubblico, mentre quelle segrete erano riservate agli iniziati dai quali si richiedeva una rigorosa purezza interna ed esterna, l'astinenza da alcuni cibi in determinati periodi e l'obbligo del segreto assoluto circa i riti mistici. Queste privazioni erano largamente compensate dalla gioia di poter servire: «la santa, eterna protettrice del genere umano, sempre generosa di favori verso i mortali, che elargisce un affetto materno nelle sventure» (Apuleio, Met., XI, 25).
III. Iconografia. - I. appare antropomorfa con in capo il segno geroglifico del proprio nome (il seggio) ovvero con l'acconciatura di Hathor (disco solare che campeggia tra due corna bovine liriformi). Alle volte, in riferimento alla leggenda, è raffigurata alata, nell'atto di ventilare Osiride. Immagine comune di I. è quella rappresentata nell'atteggiamento di allattare il figlioletto Hōro (Arpocrate). In età greco-romana appare anche sotto l'aspetto di serpente uréo.
Attributi che caratterizzano I. sono il sistro e la situla per la libagioni.
Bibs.: E. Meyer-W. Drexler, in Roscher, Lexicon. II, pp. 260-248; F. Cumoni, Les religions orientales dans le paganisme romain, 4^{text {a }} ed., Parigi 1929, pp. 69-94; I. Vandier, La religion égyptienne (Mama, 1), Parigi 1944, v. indice. Sergio Bosticco
ISIDORO. - Metropolita di Kiev (1436-38); cardinale vescovo di Sabina (1439-63), patriarca unito di Costantinopoli (1459-63). N. a Mesembria nella Grecia, fu monaco del monastero di Demetrio in Costantinopoli. Le autorità bizantine lo inviarono come legato al Concilio di Basilea (1433) e poi come successore del metropolita Gerasio a Mosca (1437) con il compito di conquistare quel regno per la vagheggiata unione delle Chiese.
Senza essersi ambientato molto a Mosca si recò a Ferrara nel 1437. In quel Concilio, dove fungeva da delegato del patriarca di Antiochia, I. fu uno dei più zelanti promotori dell'unione. Dopo la chiusura del Concilio (che si trasferì a Firenze), I. si recò nel 1436 alla volta di Mosca passando per la Lituania. A Mosca riusci a far proclamare il decreto di unione ma fu quindi fatto arrestare dal granduca e dopo molte peripczie fuggi durante la Pasqua del 1444 e riparò a Budapest dove il re Ladislao di Ungheria-Polonia accordò il privilegio basilare per gli uniti di Lituania-Polonia. Da Siena il papa Eugenio IV lo inviò a Costantinopoli; quivi insieme al patriarca unito Gregorio Mammas consacrò un vescovo per la Volinia; non poté però allora assistere alla proclamazione dell'unione a Costantinopoli. Ebbe tuttavia questa gioia nel suo secondo viaggio nel 1453 poco prima della caduta della città sotto i Turchi da lui presenziata. Da allora visse a Roma dove morì il 27 apr. 1463.
Bibs.: Th. Ziegler, Die Union des Konzils von Florenz in der russischen Kirche, Würzburg 1938, v. indice; G. Mercati, Scritti d'I., il cardinale ruteno (Studi e testi, 46), Roma 1926; A. M. Ammann, Storia della Chiesa russa e dei paesi limitrofi, Torino 1948, v. indice.
Alberto M. Ammann

(la J. Braun, Trocks and Attributs der Halligra in der deutschen Kunst, Stoccarda III, 89. 88)
Isidoro l'Acricoltore, santo - Scultura di Günther (ca. 1770)-Rott sull' Inn.
ISIDORO l'A
Gricoltore, santo. - Detto anche I. di Madrid, n. verso il 1070 e m. il 15 maggio 1130 a Madrid.
Escreitò in maniera esemplare il mestiere di contadino, dedito insieme ad una vita di continua preghiera e di carità verso il prossimo. Anche la moglie, Maria Toribia, da cui ebbe un figlio, è venerata con il titolo di beata (cf. Acta SS. Maii, 111, Anversa 168a, pp. 550-57). Il 14 giugno 1619 Paolo V ne approvava il culto e Gregorio XV, il 12 marzo 1622, lo canonizzava solennemente. E ricordato dal Martirologio romano al 10 maggio.
P. Bibs.: La Vita, della fine del sec. xill. scritta forse da G. Egr. dio di Zamora, in Acta SS. Mati. III. Anversa 168a, pp. 512-19; BHL. 4494; Z. Ginela Villada, S. I. Labrador, in Rocón y Fe, 52 (1922), pp. 36 sels., 167,323
sels., 454 sels.: Martyr. Romantm, p. 182 sg. Alberto Ghinato
ISIDORO di Alessandria, santo. - Solitario del monte Nitria, n. nel 319 e m. nel 404. Fu discepolo di s. Antonio l'eremita e compagno di s. Macario. Insieme a s. Atanasio venne a Roma e ripartì con la matrona Melania per il deserto d'Egitto.
È rimasto celebre la sua mitezza e, oltre al dono delle lacrime, la facilità con cui cadeva in estasi mentre prendeva il cibo. Con i padri dell'eremo Macario e Pambo colpì il monaco proprietario: "pecunia tua tecum sit in perditionem». Molto ebbe a soffrire dal patriarca Teofilo Alessandrino, che prima aveva voluto innalzarlo all'episcopato e poi lo espulse non solo dalla Chiesa di Alessandria, ma anche dal deserto di Nitria. Insieme ai monaci suoi discepoli, essi pure banditi dall'Egitto, cercò la protezione di s. Giovanni Crisostomo nella Palestina. Si noti però che Metafraste riferisce a torto quest'ultimo fatto all'omonimo Isidoro Pelusiota. Il nostro I. è stato scambiato anche con il vescovo di Ermapoli e con altro Isidoro presbitero origenista.
Bibs.: Acta SS. Isonarii, I. Anversa 1643, pp. 1015-17, preso da Palladio, Historia Lausiaca, capp. 1-2, e dagli Atti di s. Giovanni Crisostomo. Emmanuele Candal
ISIDORO di CHIO, santo, martire. - Soldato, appartenente alla flotta di Alessandria all'epoca dell'imperatore Decio, con il grado di aiutante (optio) per le distribuzioni annonarie. Poco tempo dopo che la sua nave era approdata all'isola di Chio, denunciato quale cristiano dal centurione Giulio, fu fatto passare per le armi dal prefetto delle milizie, Numeriano. Così la Passio, che non è un documento genuino (BHL, 4478-80; Supplementum, p. 179; BHG, 960-61, cf. anche Anal. Boll., 32 [1913], p. 468; 54 [1936], p. 396 ).
Non è escluso che si tratti d'una vittima di Diocleziano anziché di Decio. Comunque il culto di s. I. di Chio a causa della notorietà del suo santuario, conosciuto
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anche in Occidente (cf. Gregorio di Tours, In gloria Martyrum, 101), ha oscurato : suoi omonimi martiri, come quello ricordato da Eusebio di Cesarea, pure egiziano, vittima della persecuzione di Decio (Hist. eccl., VI, 41, 19). E quindi molto probabile che gli accenni a reliquie o a chiese di s. I., senz'altra indicazione, sino ai primi secoli del medioevo, si debbano riferire al nostro martire. Così, a Costantinopoli, la cappella con reliquie di s. I., edificata accanto a S. Irene da s. Marciano (sec. v); a Calama (Guelma) e Henchir Djulta in Africa, le iscrizioni con accenni a reliquie di s. I.; la lampada con il nome di s. I. trovata in Egitto e la Chiesa a lui dedicata a Dejr el-Medinet; a Roma, la chiesa e il monastero ricordati rispettivamente nella Topografia einsieldense (ed. R. Valentini-G. Zucchetti, Codice topografico della città di Roma, II, Roma 1942, p. 187) e nel Lib. Pont. nella biografia di Leone III (II, p. 24; Valentini-Zucchetti, op. cit., p. 301). Le reliquie di s. I., trasportate a Venezia nel 1125 (cf. Trandatio di Cerbano Cerbani: SHL, 4481) furono poi dal doge Andrea Dandolo collocate in S. Marco nella suntuosa cappella che egli fece decorare a musoico con le storie del Santo (1334-35).
I Sinasseri (Synax. Constantinop., col. 683) e il codice Bernense del Martirologio geraniminno (Martyr. Hieronym., pp. 253, 255) lo ricordano al 14 maggio; al 3 febbr. e al 15 maggio il Martirologio romano (Martyr. Romanum, pp. 50, 190), facendone due persone distinte, mentre le due notizie si riferiscono alla stessa persona. - Vedi tav. XVIII, Bim.: Acta SS. Moi, III, Anvers 1680, pp. 445-52; Ch. Huelsen, Le chiese di Roma nel medioevo, Firenze 1927, pp. 278-79; H. Delehaye, Les origines du culte des Martyrs, 2 eed., Bruxelles 1932, pp. 216, 226-27, 239, 383, 401. A. Pietro Frunze
ISIDORO GNOSTICO. - Figlio e discepolo di Basilide.
Scrisse i libri seguenti : Sull'anima cresciuta ( Π ε ρ i π ρ 0 varphi ρ ω tilde{ω} ς ψ ∪ χ tilde{η} ς; cf. Clemente Alessandrino, Strom., II, 20, 113); Etica ( 1 mathrm{~B} mathrm{′} α dot{α}; ibid., III, 1, 2); Esegesi del profeta Parchor ( { }^{′} Σ ξ η η η τ ι α dot{α} τ ω tilde{η} η ε ι varphi η dot{η} τ ω Пá χ γ ω varphi, ibid., VI, 6, 53). L distingueva fra l'anima razionale e l'animale, che si era accresciuta nella migrazione delle anime per il mondo delle pietre, delle piante e degli animali. L'anima razionale deve dominare l'anima inferiore. I. si basò su tradizioni di Mattia (Clemente Alessandrino, VII, 108; Ippolito, Ref., VII, 20) e sull'autorità dei profeti Barkabba e Borkoph (identico con Parchor; v. Agrippa Castore in Eusebio, Hist. eccl., IV, 7, 7). Epifanoi (Hier., 32, 3) conosce un'opera, Parenetica di I., che è forse identica con la sua Etica. Strana la profezia di Cham, che I. cita e che sarebbe stata la fonte della filosofia di Ferocule (Clemente Alessandrino, Strom., VI 6, 53), come Parchor sarebbe stata la fonte della filosofia di Aristotele. Si tratta forse di un'espressione del nazionalismo egiziano che afferma la dipendenza della filosofia greca da presunti autori egiziani (per altre manifestazioni del nazionalismo egiziano v. ultimamente G. Bardy, in Revue d'histoire ecclés., 45 [1950], p. 5 sq. ).
Bim.: Raccolta di frammenti nelle edizioni di s. Ireneo di R. Massuet: PG v. e di A. Stieron (a voll., Lipsia 1848-53); inoltre presso Ad. Hilgnsdold, Die Netzergeschichte des Urchristentums, Lipsia 1884. Studi: P. Hendrix, Basilides, Amsterdarn 1926, pp. 85-92.
Erik Peterson
ISIDORO Mercator: v. Pseudo-Isidoro.
ISIDORO di Mileto. - Nome di due architetti. I. il vecchio fu attivo durante il sec. vi a Costantinopoli, insieme con Artemio di Tralle; posto a lui in sottordine, avrebbe partecipato alla costruzione della chiesa di S. Sofia. Egli è ricordato soprattutto come tecnico e matematico insigno.
Più definita e circoscritta l'attività di I. il giovane, nipote del precedente, pur esso architetto attivo a Costantinopoli nel sec. vi. Opere sue : la ricostruzione della cupola di S. Sofia, srollata in seguito al terremoto del 538 , l'architettura della chiesa dei SS. Apostoli, pure a Costantinopoli, e molti edifici a Zenobia sull'Eufrate.
Bim.: H. Glück, Isidorus von Milet, in Thieme-Becket, XIX, p. 251; P. Rommelli, s. v. in Enc. Ital., XIX, p. 802; S. Bettini, L'architettura bizantina, Firenze s. d., passim. Emilio Lavagnino
ISIDORO di Pelusio, santo. - Scrittore ecclesiastico n., secondo una notizia riferita da Fozio, in Alessandria nella 2ᵃ metà del iv sec. Di famiglia nobile e ricca, sentì presto il fascino della vita monastica e si ritirò in un monastero presso Pelusio dove, divenuto abate, svolse una lunga attività come apologeta, come interprete della S. Scrittura e, per quanto indirettamente e con scarsa efficacia, come difensore dell'ortodossia. L'anno della morte è incerto, ma va posto, secondo quanto risulta dal riferimento a particolari avvenimenti in qualche epistola, dopo il 434.
L'unica opera pervenuta di I. è l'Epistolario, uno dei più ricchi della grecità. Comprende infatti zora lettere distribuite in 3 libri, alcune però ripetute (p. es.: IV, 147=mathrm{V}, 91 ; mathrm{IV}, 190=mathrm{V}, 138 ); altre di dubbia autenticità per l'assenza di carattere epistolare, cui vanno aggiunte le 49 pubblicate dall'Aigrain e altre 5 dal Capo. Lunghissime alcune (II, 146; III, 154), di due o tre righi soli altre (I, 30; III, 190), sono indirizzate a persone di condizione diversa, vescovi, disconi, monaci, retori, uomini politici, e due (I, 35 e 311 ) persino all'imperatore, Teodosio II. Vi sono discussi gli argomenti più vari : superiorità del Nuovo Testamento sul Vecchio Testamento (II, 53), valore der Battesimo (III, 195), immortalità dell'anima (IV, 125), eresie montanista (I, 242-45), manichea (I, 52), novaziana (I, roo), e specialmente numerosi passi della Bibbia, nell'esegesi dei quali I., seguendo l'indirizzo della scuola antiochena, concilia il senso storioc-letterale con il senso spirituale ( δ α ω ρ^{′} α ), ma indulge talvolta all'interpretazione allegorica (p. es., IV, 117).
Di altre opere si è creduto, a torto, di scorgere un indizio nelle stesse lettere di I.: in II, 138 e 228 egli fa cenno di un λ ó γ o ς π ρ δ ς "E λ λ λ η ν α ς mentre, in III, 253 parla di un λ 0 γ i δ ω ν π ε ρ i voú μ dot{η} ε i ν α ι ε i μ α ρ μ ε ν η ν, che il Niemeyer suppose essere tutt'uno con il primo, congetturando un λ ó γ o ς π ρ δ ς "E λ λ λ η ν α ς π ε ρ i ' τ ω tilde{η} μ dot{η} ε i ν α ε i μ α ρ μ ε ν η ν identificato recentemente da A. Altaner (Byzant. Zeitschrifi, 42 [1942], p. 91 sgg.) con l'Ep. III, 154.
Bim.: Opere : Editio princeps di Jac. Billius, Parigi 1585 (primi tre libri, con trad. lat.). L'opera, completata del IV i. (C. Rittershaus, Heidelberg 1603) e del V (A. Schott, Parigi 1638). Fu ristampata, insieme con le colazioni su nuovi codici di P. Pessinus (1670) e del Niemeyer in PG 78, 103-1646; R. Aigrain, Quarante-neuf lettres de st Isidore de Pélum. Ed. crit. de l'ancienne version lat. contenue dans deux manuscrits du Concile d'Ephite, Parigi 1911;Studi: N. Capo, De I. Pelus. epistolarum recre-ione ac numero quaestio, in Studi italiani di filologia classica, 9 (1901), pp. 449-66. H. A. Niemeyer, De I. Pelus. vita, scriptis et doctrina commentaria historico-chatologica, Halle 1829 (ristampata in PG 76, 9-12 e 1647-71); E. L. A. Bouvy, De sancto I. Pelus. libri tres, Nîmes 1883; L. Bayer, Isidors von Pelusium klassische Bildung, Paderborn 1915; D. S. Mpalanos, "Iзi β ° varphi ° ς; I. II η λ ° ι τ ι σ τ ς, Atene 1922; A. Schmid, Die Christologie Isidors von Pelusium, Friburgo 1948.
Filippo di Benedetto
ISIDORO di Siviglia, santo. - I. Vita. - N. ca. nel 560 , m. nel 636. Figlio di una illustre famiglia ispano-romana (benché sua madre fosse forse di stirpe gotica) che diede alla Chiesa e alla Spagna tre vescovi : Leandro, Fulgenzio, Isidoro, e una monaca, Fiorentina, tutti santi. S. I. nacque a Siviglia dove suo padre Severiano si era trasferito poco tempo prima da Cartagena. Morti i genitori, Leandro, metropolita di Siviglia, fu per il beniamino dei suoi fratelli, I., padre e maestro al tempo stesso. Più tardi, nel 601, I. doveva succedergli nella sede e nel prestigio della sua scuola, «luminare splendente e incorruttibile» come lo chiamò s. Braulio di Saragozza.
Fu infatti il ristagno a cui confluirono le correnti del sapere antico, per distribuirsi in un sistema armonico. La sua opera non è originale; ma, in quanto esatta comprensione del passato e sistematico adattamento di esso alle generazioni successive, essa fa di I., come giustamente è stato detto, una delle personalità più salienti di tutta la letteratura universale.
Vescovo, I. presiedette il II Concilio di Siviglia (619), nel quale combatté e riusci a convertire un vescovo siriaco
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(per cortesia dell'Ambasciata di Spagna)
Iscroro di Siviglia, santo - Facciata principale della chiesa di S. I. (sec. xiv-xvi) - León.
acefalo; presiedette anche il IV Concilio di Toledo (633), uno dei più importanti tra i concili nazionali, che unificò la disciplina liturgica in Spagna e redasse una delle formule più precise di fede trinitaria e cristologica. Dopo un vescovato fecondissimo, mori nel 636: morte edificante descritta dal docepolo Redento in pagine commoventi.
II. Opere. - Con ambizione enciclopedica I. abbraccio lo studio intero delle conoscenze umane. Due cataloghi delle sue opere servono a ricostruire il suo patrimonio letterario, che si accrebbe col tempo: il primo è la Praenotatio Librorum divi I. (PL 81, 16-17) fatta da s. Braulio di Saragozza, il secondo è il cap. 9 del De viris inlustribus di s. Ildefonso di Toledo.
Tra le sue opere appartengono alla teologia dogmatica : Sententiarum libri III, che formano, per cosi dire, la prima Summa theologica, genere destinato a sopravvivere cosi gloriosamente; il De fide catholica contra Iudaeos, dedicato alla sorella Fiorentina, opera di apologetica messianica, tradotta poi in antico tedesco alla fine del sec. viri. Alla teologia biblica, le Quaestiones in Vetus Testamentum di tipologia biblica; il Prooemiorum liber unus, note introduttive al canone scritturistico; il De ortu et obitu patrum, esposizione biografica di personaggi biblici; il De numeris qui in Sacra Scriptura occurrunt, interpretazione mistica dei numeri che si incontrano nella S. Scrittura; le Allegoriae quaedam Sacrae Scripturae, sui numeri e personaggi dell'Antico e del Nuovo Testamento. Alla liturgia e alla disciplina ecclesiastica: il De ecclesiasticis Officiis, sul culto e sui ministri, il Simbolo e i Sacramenti, la Regula monachorum, notevole per la delicatezza che I. dimostra di fronte ai deboli e per i suoi consigli sulla lettura e sullo studio. Sono invece di carattere ascetico i Synonimorum libri duo che trattano di ascetica penitenziale e che s. Ildefonso chiamò librum lamentationis. Nell'ambito delle scienze profane: il Differentiarum libri duo, lessico di sinonimi di cose e di parole; il De natura rerum dedicato al re Sisebuto, e il De ordine creaturarum trattato di cosmografia, meteorologia e altre scienze naturali. Nel genere storico, la Chronica maior, storia universale che, continuando quelle di Giulio Africano, Eusebio di Cesarea, Girolamo e Vittore, giunge al 615 , la Historia Gothorum, con appendici sopra i Vandali e gli Svevi, che si apre con l'entusiastico, ditirambo De laude Spaniae; il De raris inlustribus, continuazione delle opere similari di s. Girolamo e di Gennadio, ma con speciale riguardo ai personaggi spagnoli; il De haeresibus, breve storia delle ctesie. Hanno invece carattere enciclopedico le Etymolo-
giae, che rinchiudono in 20 voll. tutto ciò che di sacro e di profano si poteva conoscere nel sec. vir di grammatica e di medicina, di teologia e di mineralogia, di pietre preziose, di agricoltura e costruzione di vasi, della guerra e del lavoro domestico, tutto questo ordinato con un mirabile sistema. S. I. impiegò vari anni nella compilazione di questa opera che alla sua morte era ancora incompiuta. La sua divisione in libri si deve a s. Braulio.
Il linguaggio domina tutta la concezione dell'opera. Il procedimento è quello etimologico; e, cogliendo l'occasione di spiegare l'etimologia di ogni vocabolo, I. spesso va a orecchio, secondo l'uso degli antichi retorici e grammatici. Egli vi svolge tutta la ricchezza delle sue conoscenze : tutto un volume della Patrologia del Migne che suscita sorpresa e meraviglia nel lettore moderno, per la erudizione e la costanza che si deve supporre nell'uomo che realizzò una tale opera.
Innumerevoli sono le fonti di questo grande musaico che la filologia moderna tenta di analizzare. Molte sono di seconda mano, non dall'arsenale enciclopedico di Svetonio che non è esistito, ma da diversi compendi e glossari che si vanno identificando di giorno in giorno; il numero di autori utilizzati è straordinario. Dallo studio delle Etymologiae traggono grandi vantaggi la filologia e la grammatica, la storia letteraria, l'archeologia, ecc.
Il suo epistolario, molto ristretto, consta di 11 lettere. Sette di queste formano la corrispondenza epistolare tra I. e s. Braulio : documento pieno di interesse per lo studio delle relazioni tra questi due grandi uomini, e che fa assistere alla lenta elaborazione delle Etymologiae. I 27 Epigrammata in distici, che adornavano la sua biblioteca, talvolta sotto i busti degli autori allora celebrati, la sua farmacia e il suo Scriptorium, sono un interessante apporto alla storia della cultura. La sua autenticità, da alcuni negata o posta in dubbio, oggi, dopo gli studi di H. Beeson, è fuori discussione.
Questa raccolta delle sue opere, oggi riconosciute, non esaurisce senza alcun dubbio tutta l'abbondanza del suo patrimonio letterario, e la ricerca moderna si affanna a identificare alcuni dei «molti altri opuscoli» a cui allude s. Braulio nella sua Praenotatio. Ciononostante non gli appartengono alcune delle opere che gli sono state recentemente attribuite: la Commentiuncula ad sororem, attribuitagli dall'Anspach (Script. eccles. Hisp. lat., III, El Escorial 1935) che invece è posteriore a s. I., come ha dimostrato il p. A. Vaccari. Pure posteriore al dottore della Spagna è il Liber de variis quaestionibus, pubblicato come opera isidoriana nella medesima collezione, dal-
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CASTELLO ARAGONESE (1438-40).
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(1)ol., Mionis)

(1)ol., Mionori)
In alto: IL SANTO ESORCIZZA VALERIA F. AFRA, scene del martirio. In basso: IL PRETE CERBANO TRAFUGA IL CORPO DEL SANTO; il doge rimprovera Cerbano. Mussico della cappella di S. Isidoro (1354-55) - Venezia, basilica di S. Marco.
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l'Anspach e dal p. Vega: l'esame dell'opera inducc ben più a ricercare l'autore nell'adozionista Felice di Urgel.
La produzione letteraria di s. I., come si è detto, è priva di priginalità. Il suo valore dottrinale sta nelle sue fonti. E stato detto che per ogni sua affermazione egli ha una fonte determinata; questo giudizio appare sempre più vero men mano che proseguono gli studi fildogici delle sue opere. La redazione è un musaico o un lavoro di intarsio, in cui si inscriscono e incrociano frasi, sentenze e incisi di moltissimi autori, ingegnosamente combinati e adattati alle pieghe del ragionamento in ogni caso particolare. Pur avendo conoscenza personale e diretta di ciò che afferma, se per esprimere il suo pensiero ha alla mano la redazione già fatta di un autore antico, la utilizza (cf., per es., nel De sivis inlustribus), invece di dare un giudizio suo con parole diverse.
Raramente nomina gli autori di cui si serve. Sono di solito i SS. Podri, specialmente negli scritti di carattere ecclesiastico. Gli autori pagani sono maggiormente utilizzati nelle Etymologine e nelle opere di scienze profane. Benché non si limiti a estrarre de un solo autore, ma disponga invece di vari autori per ciascuna materia, è però certo che prende specialmente da autori classici.
Così nel libro I delle Differentioc la sua fonte principale è il De orthographio di Agrcsio, grammatico del sec. v; nel De natura rerum, l'Hezocmerou di s. Ambrogio, le Recognitiones dello pseudo Clemente nella raduzione di Rufino e i pagani Igino, Solino e Servio; nel De numeris i sette libri De arithmetica di Marziano Capella (fine del sec. IV) e vari scritti di s. Agostino sul simbolismo biblico; le Sententiae sono un carrcto dei Muralia di s. Gregorio; la Regula monachorum deriva sostanzialmente da Cassiano e da s. Benedetto; i Tituli della biblioteca, infine, sono cosparsi di numerosi e interessanti reminiscenze di Marziale.
La diffusione della sua opera fu straordinaria, e per la sua rapidità e per la sua estensione. I suoi codici furono apportatori di cultura dalla Spagna alla Francia e di lì, per mezzo dei monaci irlandesi, a tutta la cristianità. Scrittori francesi hanno citazioni isidoriane già nel sec. viI. Aldalma, nella sua Epistola ad Abicrium (685-703) utilizzò il De natura rerum nel secolo stesso in cui esso fu composto. Il De fide catholica veniva tradotto in tedesco a Murbach nel sec. viII. Anche le Sententiae si copiavano già nel sec. viI; e ancora si conservano a Milano manoscritti di Bobbio di quel secolo e dell'vili. La diffusione delle Etymologine ha del meraviglioso: trascorso appena un secolo dalla morte del suo autore, già avevano passato i Pirenei 54 copie dell'opera. Oggi se ne conserva ca. un migliaio di codici manoscritti. Ciò che fa immaginare che ne siano esistiti to.ooo nel medioevo: uno dei "successi liberati" celebri nella storia.
S. I. fu, come già si disse, l'educatore del medioevo, e i suoi libri furono testo obbligatorio nelle scuole. Gli archivi conservano ancor oggi un gran numero di estratti, di adattamenti, di frammenti presi dalle sue opere a fini scolastici. Le sue definizioni e i suoi aforismi giuridici, coniati in modo preciso e definitivo, furono introdotti nelle collezioni canoniche e si apprendevano a memoria, come prescriveva Giovanni di Salisbury. Se I. utilizzò fonti critiche, dovunque lo si copiò e plagiò senza riguardo. Beda compendiò nella sua la Chronica di I., e nel suo De Temporibus il De natura rerum. Uno Scattus sconosciuto, del sec. viII, ricalcò i suoi Versus de alphabeto sui Tituli dello spagnolo. Latchen (ca. 660), per quanto irlandese, compendiò il De ortu et obitu patrum nei suoi Dicta Isidori in libro de vita et exitu prophetarum. Il De institutione clericorum, di Rabano Mauro, nel sec. IX, include, senza confessarlo, capitoli su capitoli testualmente copiati da I. Il medioevo studiò e pensò sotto il segno di I., animato dalle spirito di lui.
Il fondo antico tradizionale si unisce a doti di chiarezza e metodo che tutto riducono a sistema luminoso e mettono ordine in tutto ciò che tratta. Stile terso, sobrio, elegante nella sua semplicità, in ciò che mantiene di personale; precisione di concetti e concisione di termini, che cesella l'espressione, consa-
crandola in perpetuità; e, allorché si ispira a fonti antiche, abile sagacia nella selezione degli autori classici.
Infine, da tutta l'opera di I. traspare l'uomo: carattere bello ed elevato, trasfigurato dalla santità; vibrante di entusiasmo per tutti i sentimenti di pietà, di umanità, di parchettismo, giunge sino ad effusioni di tenerezza nelle sue lettere familiari. Le quali, per quanto siano poche, dànno un ritratto che invano si cercherebbe nelle sue esposizioni impersonali delle Etymologize e nel De ecclesiasticis officis.
Bibl.: edizioni: la migliore edizione completa delle opere di s. I. è quella di P. F. Arévalo, S. Isidori Hispalensis episcopi Hispaniarum doctoris opera omnia, 7 voll., Roma 1797-1803. riprodotto in PL 81-83; è preceduta da un ampio studio, Isidoriama, su s. I., i suoi scritti e le antiche edizioni. Di vari scritti vi sono edizioni critiche particolari: G. Bother, De natura rerum, Berlino 1837; Th. Mommsen, Chronica minora, in MGH, Auctores antiquissimi, XI (1894); W. M. Lindsay, Isidori Hispalensis episcopi etymologiarum libri XX, Oxford 1911; E. Anspach, Institutionum disciplinae, in Rhein. Mus., 1912, pp. 237-63; id., Tainnis et Isidori nova fragmenta et opera, Madrid 1930; C. H. Beeson, Versus Isidori (Isidor-Studien), Monaco 1913, pp. 133-86; A. G. Vega, De haeresibus, El Escorial 1935.
Studi : la migliore bibliografia aggiornata è in B. Altaner, Patrologie, Friburgo in Br. 1930. Studi generali: M. Manitius, Gesch. der lat. Liter. des Mittelalters, I. Monaco 1911, pp. 32-70; Z. Garcia Villada, Historia eclesiástica de España, II, II, Madrid 1933, pp. 197-229; F. Pérez de Urbel, Las letras en la época visigoda, nella Historia de España diretta da P.Monéndez e Pidal, ivi 1940, pp. 379-431; G. Madoz, Escritores de la época visigótica, nella Historia general de las literaturas hispánicas, diretta da G. Diaz Plaza, Barcellona 1940, pp. 114-40.
Sulle questioni dell'autenticità: A. Vaccari, Un trattato ascetico attribuito a s. Girolamo, in Mllanges Cavalleria, Tolosa 1948, pp. 147-62 (sulla Commentiuncula ad coronem); G. Madoz, Una obra de Félix de Urgel falsamente adjudicada a s. I. de Sevilla, in Estudios eclesiásticos, 23 (1940), pp. 147-68. Sullo stato delle ricerche intorno s. I., v. B. Altaner, Der Stand der Isidorforschung. Ein kritischer Bericht über die seit 1910 erschienene Literatur, in Misc. Isid., Roma 1936, pp. 1-32; per la cronologia, J. A. de Aldama, Indicaciones sobre la cronologia de las obras de s. I., ibid., pp. 37-89; sulla sopravvivenza isidoriana, E. Anspach, Das Fortleben Isidors vom VII. bis IX. Jahrhundert, ibid., pp. 323-56.
Monografie: In Miscellanea Isidoriana, Roma 1936, un insieme di studi isidoriani, di vari specialisti, riguardo alla cronologia e alla valorizzazione delle opere dello spagnolo, Per l'asperto canonico, P. Sébincenó, La dernier Père de l'Église, et Isidore de Séville, Parigi 1929. Sulla sua azione nei concili, G. Madoz, El floriligio patriztico del II Concilio de Sevilla, in Misc. Isid., pp. 177-220; id., Le symbole du IV Concilio de Tolède, in Rev. d'hist. ecclés., 39 (1938), pp. 3-20. Per la sua Regula monachorum, R. Klee, Die Regula monachorum Isidore vom Sevilla und ihr Verhaltnis zu den übrigen abendländischen Mönchoregeln jener Zeit, Marburg 1909. Per le lettere, B. Geiselmann, Die Abendmahlslehre an der Wende der christl. Epätontike zum Frühmittelalter, Monaco 1933. Sulla spiritualità, J. Mullins, The spiritual Life according st. I. of Seville, Washington 1940. Giuseppe Madoz
ISLAM. - Religione fondata da Maometto (v.) in Arabia nel sec. viI d. C. Il nome i. significa in arabo "dedizione" a Dio. Da esso deriva islamismo, mentre dal participio muslim "colui che professa l'i." deriva, attraverso il plurale persiano muslimán e il turco müsülmān, musulmano.
La diffusione della religione di Maometto fu conseguente all'espansione militare dello Stato da lui fondato. Perciò l'i. è un fenomeno non solo religioso, ma anche politico e giuridico. Esso regola sotto la legge divina ogni aspetto della vita del credente, a differenza del cristianesimo, che fa distinzione tra potere spirituale e potere temporale. D'altronde le vicende politiche, che condussero l'i. a grande espansione oltre i confini dell'Arabia, gli diedero un carattere supernazionale che lo differenzia storicamente dal giudaismo.
Come religione, l'i. appare un adattamento al popolo arabo del monoteismo ebraico e cristiano. Adattamento con parziali alterazioni, sia per le vie attraverso cui l'eredità monoteistica giunse a Maometto, sia per il contatto con i culti arabi persiannici
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(da M. Gorce - R. Mortier, Histoies gèntrols des religions, IV. Parigi 1917, p. 281;
Iblâm - Nascita di Maometto. Miniatura del ms. arabo Gâmi at-Tawârib-Edimburgo, Biblioteca Universitaria.
(v. arabia). Nel suo sviluppo poi intervennero, sia pure in misura limitata, elementi religiosi e culturali non arabi, assimilati con la conquista.
Nella sua storia, la religione dell'i. presenta una fase elaborativa che dura ca. tre secoli, dando luogo successivamente ad una progressiva cristallizzazione della teoria. L'elaborazione si svolge parallela in tre sensi : teologia legale ( f i g h ), teologia dogmatica ( h a lâm), teologia spirituale (tayawwuf). L'ampio, antico sviluppo della legge religiosa conferisce all'i. un certo carattere formalistico. Le esigenze della vita interiore trovano posizioni piuttosto periferiche.
Sommario: I. L'espansione storica. - II Teologia legale. III. Teologia dogmatica - IV. Teologia spirituale. - V. L'i. cterodosso.
## I. L'espansione storica.
Sommario: I. Limiti e caratteri della storia musulmana. II. I califfi "ortodossi" (632-61). - III. Gli Umajiadi (661-750). - IV. Gli 'Abbâsidi (750-1258). - V. Gli Stati autonomi fino alla egemonia ottomana. - VI. Il periodo dell'egemonia ottomana. - VII. L'espansione coloniale europea ed i movimenti nazionali.
I. Limiti e caratteri della storia musulmana. La storia militare e politica dell'i. include a priori le vicende di tutte le genti e di tutti gli Stati musulmani. Ne sono dunque parte cosi i popoli che furono i portatori della religione di Maometto (Arabi), come quelli che l'adottarono o a cui fu imposta (Persiani, Turchi, Indiani, Berberi, ecc.), dal momento e fino al momento in cui tale adozione durò. Geograficamente, il raggio storico d'azione dell'i. si estende dalla Francia e dalla Spagna, attraverso l'Africa e l'Asia, fino alla Cina ed all'arcipelago malese; tocca a nord la Russia meridionale e la Balcania, a sud l'Africa orientale.
D'altronde, l'effettiva unità del mondo musulmano si concreta soltanto nella prima fase del califfato, fin ca. il sec. IX. Succede poi un periodo di frazionamento che, seppur fondamentalmente alterato dall'affermarsi di grandi Stati di origine turca o mongola, non si risolve più a generale unificazione. Sarà dunque legittimo, in base a criteri etnici e politici, rinviare per i dettagli della storia musulmana alla trattazione dei singoli popoli e delle singole regioni. Qui sarà opportuno soffermarsi in specie sulle vicende del califfato unitario, che comprendono approssimativamente il periodo corrispondente a quello in cui si formò e si definì strutturalmente l'i. come fenomeno religioso. Si avrà cosi la sintesi delle grandi linee del lungo travaglio storico attraverso il quale i
popoli di fede musulmana sono giunti all'odierna situazione politica e geografica nel mondo.
II. I califfi "ortodossi" (632-61). - La morte di Maometto lasciava l'Arabia quasi completamente unificata sotto il nuovo Stato. Unione però notevolmente precaria, poiché, al di fuori della zona facente perno sulle città di Mecca e di Medina, si fondava su accordi tra il profeta e le tribù arabe: queste ultime, in gran parte, considerarono sciolti tali accordi dopo la morte di Maometto. D'altronde, l'assenza di disposizioni testamentarie lasciava aperta una questione dinastica che, da prima sopita, doveva poi riaffiorare ed essere elemento determinante di crisi lungo tutto il corso della storia islamica.
Eletto successore del profeta, il genero Abû Bakr (632-34) sedò in guerra sanguinosa le rivolte delle tribù e, data cosi l'indispensabile saldezza allo Stato, effettuò le prime puntate verso il nord, che dovevano sorro il successore 'Umar (634-44) trasformarsi in conquista stabile. Il decennio di lui fu il periodo delle grandi conquiste : superati i confini dei decadenti imperi bizantino e persiano, gli Arabi occuparono con invasione travolgente Palestina, Siria, Mesopotamia ed Egitto, spingendosi fino a Tripoli. La nuova religione, considerata tradizionalmente come l'elemento propulsore della conquista, fu piuttosto il fattore di unità che permise l'attuarsi di più complessi moventi economici, tradizionali all'arida terra d'Arabia di fronte alle più fertili regioni confinanti.
Fu merito di 'Umar la prima organizzazione amministrativa della conquista : i musulmani si stanzarono nelle regioni assoggettate in nuclei militari retti da governatori, ricevendo come combattenti uno stipendio fisso ed una quota del bottino, che per un quinto andava allo Stato. Gli infedeli furono sottoposti a tributo, riscosso per lo più attraverso la loro stessa amministrazione e compensato con la protezione dei conquistatori. Questo sistema ottenne un duplice positivo effetto: preservò inizialmente gli Arabi dall'assimilazione, mantenendone inalterate le energie militari, e contentò i nuovi sudditi, facendo tollerare di buon grado la dominazione.
Il califfato di 'Uṭmân (644-56) segna il progresso della conquista, che si estende alla Persia ed avanza nell'Africa settentrionale, mentre si attrezza per mare alla lotta contro Bisanzio; ma il nepotismo del castiffo verso i membri della sua famiglia (gli Umajjadi,
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appartenenti all'aristocrazia meccana della tribù di Qurajs suscita lo scontento dei vecchi compagni del profeta. Quando 'Uṭmān viene ucciso a Medina, essi eleggono a successore il cugino e genero di Maometto 'Alī ( 656-6 mathrm{r} ).
Intorno alla figura di 'Alī si imperniano avvenimenti decisivi per la storia politica e religiosa dell'i. Sedata una rivolta guidata da ' bar{A} 'išah, la moglie del profeta, egli si trova di fronte l'umajjade Mu'āwijah, governatore della Siria. Vengono a battaglia a Siffin, sull'Eufrate (657), con esito incerto. Mu'āwijah propone ed ottiene un arbitrato. A questo punto, una parte dell'esercito di 'Alī si stacca da lui rifiutando di aderire a tale decisione e forma il gruppo dissidente dei hāriğiti, che, pur battuti sanguinosamente da 'Alī a Nahrawān ( 658 ), sopravvivono e si sviluppano. L'arbitrato si risolve in un nulla di fatto. Intanto Mu'āwijah si assicura il controllo, oltre che della Siria, dell'Egitto e dell'Arabia. Nel frattempo 'Alī cade sotto il pugnale di un hāriğita. Sale così al potere, con Mu'āwijah, la dinastia umajjade, nel mentre si delineano nell'i. le principali correnti politico-religiose; ortodossi, šīiti, hāriğiti.

III. Gli Umajjadi (661-750). - Il califfato umajjade segna il determinarsi nella storia islamica di alcuni fatti di essenziale importanza. In primo luogo, il potere si trasferisce ad una famiglia non legata da stretta consanguineità né da comunanza di lotta con il profeta. Inoltre, al principio elettivo nel califfato si sostituisce il principio dinastico: due rami della stessa famiglia, prima il aufjāniide e poi (dopo il quarto califfo Marwān) il marwāniide, detengono ininterrottamente il potere. La capitale, e con essa il centro di gravità dell'Impero, si sposta a Damasco, nella Siria, base delle truppe fedeli alla nuova dinastia.
Questi fatti stessi aprono gravi problemi, che seguono e determinano il corso degli eventi: si ricostituisce e si rafforza il legittimismo della famiglia del profeta, cui s'accoppia il rigorismo religioso nel giudicare gli Umajjadi usurpatori temporali; si ripete periodicamente la crisi di successione, nel gioco di ambizioni all'interno della famiglia.
Altri problemi, non meno gravi, il califfato umajjade eredita dalla precedente situazione storica. Le tribù beduine, elemento determinante della conquista, avevano trovato sì nell'i. la forza di propulsione, ma non si erano perciò durevolmente amalgamate; la loro rivalità, specialmente acuta tra il gruppo settentrionale e quello meridionale, riaffiorava
a tratti malgrado la politica conciliatrice dei califli, minando all'interno la solidità militare dell'Impero. D'altronde, il problema dei rapporti tra Arabi conquistatori e popoli assoggettati tornava a porsi dopo l'instaurazione del sistema di 'Umar: le conversioni sempre più frequenti toglievano ai musulmani fonti di tributo, per lo stremarsi delle residue comunità, nel mentre si avviava il processo di islamizzazione dei sudditi non arabi, che doveva confluire nella composita civiltà 'abbāside.
Malgrado tutto ciò, il califfato umajjade riuscì a rafforzare l'organizzazione interna dello Stato e ad estendere le conquiste; risolse in alcune grandi figure di sovrani gli elementi di attrito a sostanziale unità; portò gli Arabi alla massima espansione politica, nel mentre si sviluppavano in fecondo travaglio gli elementi del sistema religioso. Va dunque accolto con estrema cautela il giudizio negativo della successiva tradizione musulmana, che rimproverò soprattutto agli Umajjadi di aver trasformato lo Stato teocratico in un Impero di carattere e fini essenzialmente politici. Tale fu in effetti il califfato umajjade; e fu "Impero arabo", come lo definì il Wellhausen (das arabische Reich) : ma la critica non ha motivo di ravvisare in ciò, nel più ampio quadro della storia musulmana, elementi negativi di giudizio.
La prima grande personalità della dinastia umajjade è Mu'āwijah ( 66 mathrm{r}-80 ). L'accordo con Hasan b. 'Alī e l'abile politica dei suoi governatori nel 'Irāq lo misero al riparo dagli 'alīdi. Poté così continuare l'espansione militare, estendendo l'Impero in direzione dell'India e dell'Atlantico. Assediò due volte Costantinopoli, sia pure senza successo. Svolse abile politica di conciliazione tribale, nel mentre riusciva ad imporre, con il riconoscimento del figlio Jazīd a successore, il principio dinastico.
Sotto Jazīd la rivolta 'alīde scoppiò : il figlio di 'Alī, Husajn, cadde nel 680 a Karbalā', gettando nuovi germi di rivolta. Più lunga, e militarmente ben più pericolosa, fu la rivolta di 'Abdallāh b. az-Zubajr alla Mecca. Soltanto il quinto califfo, 'Abdalmalik (685-705), riusci a domarla (692). Sedata al contempo l'insurrezione šī ita di al-Muhtār, l'Impero tornò alla pace e si riaprì la via della conquista, con una nuova spinta nell'Africa settentrionale; essa

Ila M. Gorte - M. Martin, Histoire générale des religions, IV. Parigi 1917, p. 109 IstÂM - Maometto e l'angelo Gabriele, Ministura - Edimburgo, Biblioteca Universitaria, cod. arab. n. 20.
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si estese sotto il figlio al-Walid (705-15) con lo sbarco in Spagna (711) e l'occupazione di quasi tutta la penisola, mentre dal lato opposto gli eserciti musulmani invadevano il Sind e la Transoxiana.
L'Impero umajjade raggiungeva cosil la sua massima estensione. Dei califfi successivi, 'Umar II (717-20) si segnalò per la sua pietà religiosa e per la riforma economica, basata sull'estensione dell'imposta territoriale ai musulmani per ovviare alla crisi delineatasi. Sotto Hišām (724-43) i musulmani penetrarono profondamente nella Gallia, dove furono fermati da Carlo Martello (battaglia di Poitiers, 732); ma nel contempo una rivolta di Berberi mise in pericolo il controllo sul Nord-Africa.
Gli anni seguenti furono l'inizio della crisi. Brevi ed effimeri califfati si succedettero tra l'imperversare delle lotte tribali. Solo l'ultimo umajjade, Marwān II (744-50), riusci per qualche tempo a riprendere il controllo della situazione. Intanto, però, giungeva a maturazione nell'oriente la lunga propaganda del legittimismo 'alide, in cui si era inserita anche la linea dei discendenti di al-'Abbās, asserendo di aver ricevuto l'investitura da Abū Hāsim, figlio di Muhammad b. al-Hanafijjah, figlio di 'Alī. Confluivano nel movimento le energie nazionali iraniche, avverse ai domin