volume-07

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get, Introduction à l'histoire de l'Orient musulman. Eléments de bibliographie, Parigi 1948 (utilissimo).

Opere generali: C. Brockelmann, Geschichte der islamischen Tälter und Staaten, Monaco e Berlino 1939 (trad. aggiornate: in glese, Nuova York 1947 e 1949; francese, Parigi 1949); P. K. Hitti, History of the Arabs, 4² ed., Londra 1949 (fino al periodo dell'egemonia ottemana esclusa). Ottimi quadri genealogici e cronologici in E. de Zambaur, Manuel de généalogie et de chronologie pour l'histoire de l'I., Hannover 1927. Sono rimaste incomplete le grandi opere estadistiche iniziate da L. Caetani: Annali dell'I., 10 voll., Milano 1904-26 (traduzione o riassunto delle fonti ed analisi critica, fino all'anno 40 dell'egira); Chronographia islamica, Parigi 1912-22 (raccolto delle fonti per ogni avvenimento, fino all'anno 132 eg.), continuata nella Cronografia generale del bacino mediterraneo e dell'Oriente musulmano, fasc. 1, Roma 1923 (fino al 144 eg.).

Sugli Umajjadi: J. Wellhausen, Das arabische Reich und sein Sturz, Berlino 1902. Inoltre una serie di studi di H. Lammeus e F. Gabrieli (v. le indicazioni di J. Sauvaget, op. cit., pp. 110-20).

Sugli 'Abbāsidi: G. van Vloten, De Ophomst der Abbasiden in Churcum, Leida 1890; A. Mes, Die Reualsance des I., Heidelberg 1922 (sulla civiltà 'abbāside della decadenza).

Per bibl. specifica dall'epoca degli Stati autonomi in poi v. le voci relative ai singoli popoli e regnaci, inoltre J. Sauvaget, op. cit., p. 129 sgg. Sugli avvenimenti più recenti : M. V. Seton-Williams, Britain and the arab states, A survey of aeglaserab relations, 1920-46, Londra 1948; cf. anche la rivista Oriente moderno, 1 (1921) sgg.

Religione. Opere generali: I. Goldziher, Vorlesungen über den I., 27 ed., Heidelberg 1925 (trad. francese di J. Arin, Le dogme et la loi de l'I., Parigi 1920); H. Lammeus, L'I., croyances et institutions, 37 ed., Beirut 1944 (trad. it. di F. Gabrieli, Bari 1949); G. E. von Grunebaum, Medizual I., Chicago 1946; M. Guidi, Storia della religione dell'I., in P. Tacchi Venturi, Storia delle religioni, II, 3² ed., Torino 1949, pp. 303-437. I. moderno: R. Hartmann, Die Krisis des Islam, Lipsia 1928; H. A. R. Gibb, Wïlder I. P. Londra 1932; id., Modern trends in I., Chicago 1947. Antologie di testi: J. Schacht, Der I. mit Aurchlass des Qur'das, Tubinga 1931; A. J. Wensinck, The muslim creed: its genesis and historical development, Cambridge 1932.

Teologia legale: Th. W. Juynboll, Handleiding tot de kennis van de mahammeldansche wet volgens de leer der sjidjl'titische school, 3² ed., Leida 1923 (trad. it. di G. Bertara, Milano 1916); D. Santillana, Istituzioni di diritto musulmano malichita con riguardo anche al sistema sciafista, 2 voll., Roma 1926-43 (fondamentale); J. Schacht, G. Bergsträsser's Grundzüge des islamischen Rechts, Berlino e Lipsia 1932.

Teologia dogmatica: A. S. Tritton, Muslim theology, Londra 1947; L. Gardet e M.-M. Anawati, Introduction à la théologie musulmane. Essai de théologie comparée, Parigi 1948 (studio comparativo con la teologia cristiana).

Teologia spirituale: R. A. Nicholson, The mystics of I., Londra 1914 (trad. it. di V. Vezzani, Torino 1923); id., Studies in islamic mysticism, Cambridge 1921; L. Massignon, Essai sur les origines du lexique technique de la mystique musulmane, Parigi 1922; id., Recueil de textes inédits concernant l'histoire de la mystique en pays d'I., ivi 1929; A. J. Wensinck, Oostersche mystiek, Amsterdam 1930; M. Smith, Studies in early mysticism in the Near and Middle East, Londra 1931.

I. eterodoxos. La migliore introduzione, con bibl., nelle voci del citato Handwörterbuch des I. Inoltre A. S. Tritton, op. cit. Si'iti in generale: D. M. Donaldson, The shi'ite religion, Londra 1933. Zajditi: R. Strothmann, Der Kultur der Zaiditen, Strasbourgs 1912; id., Das Staatsrecht der Zaiditen, ivi 1912. Duodecimani: R. Strothmann, Die Zasäfer-Schl'u, Lipsia 1926. Härdjiti: J. Wellhausen, Die religio-politischen Oppositionspartnien im alten I., Berlino 1901; F. Gabrieli, Sulle origini del movimento idrifita, in Rend. R. Accademia d'Italia, Scienze morali e storiche, 77 serie, 3 (1941), pp. 110-17; M. Guidi, Sui Härdjiti, in Riv. degli studi orientali, 21 (1944), pp. 1-14. Per le altre sette, v. le voci relative.

Sabatino Mosca!
ISLANDA. - I. Geografia. - E la più grande ( 102.819 kmq .; oltre quattro volte la Sicilia) isola europea dopo la Gran Bretagna; lontana dalla Scozia e dalla Norvegia 900-950 kmq. ca., ma appena 330 dalla Groenlandia. Con le sue punte più settentrionali tocca il circolo polare Artico.

Il perimetro costiero è assai accidentato da fiords e baie; l'interno consta di un altopiano (elevato in media dai 400 agli 800 m .) di lave sormontato da numerosi vulcani, alcuni dei quali attivi (Hekla, 1357 m.), e ricoperto da estese calotte di ghiaccio : i ghiacciai da soli assorbono, anzi, oltre 1 / 8 della superfice dell'isola. Frequenti i geysir, i vulcani di fango e le sorgenti termali (queste ultime largamente utilizzate per riscaldamento ed utilizzabili per forza motrice). Il clima è relativamente temperato, mitigato com'è dagli influssi oceanici sul litorale, ma alquanto più rigido nell'interno, con inverni lunghi e nevosi e abbondanti precipitazioni.

Appena 1 / 7 dell'isola è abitato (lungo le coste, massime a mathrm{SO}_{2}, o a poca distanza da esse, nonché nei fondovalli del corso inferiore di alcuni fiumi), ma più che a magre e precarie colture consentite dalla postura subpolare dell'I. (patate, rape), è destinato all'allevamento, quasi esclusivamente estensivo e prevalentemente ovino (pochi i bovini ed i cavalli). Ma il fulcro dell'attività economica è da ricercare nella pesca, una delle meglio attrezzate d'Europa, che consente un prodotto cospicuo ( 400 mila tonn. negli ultimi anni), e alimenta l'unica industria locale (olio e farina di pesce). La presenza di giacimenti di bauxite apre larghe possibilità all'impianto di altre industrie, tanto più che all'isola sono assicurate larghe risorse idroelettriche ( 4 milioni di HP). La flotta mercantile stazzava nel 1948 ben 1,5 milioni di tonn.
L'I., che costituì dopo il 1918 una monarchia indipendente legata alla Danimarca da unione personale, è dal 1944 costituita a repubblica democratica con governo elettivo e rappresentanza bicamerale.

Biss.: J. Walter, Island, Studien zu einer Landeskunde, Stoccarda 1932; R. Thordarson, Island past and present, 32 ed., Oxford 1942; H. P. Brien, Island and the Icelanders, Slaphwood 1943.

Giuseppe Caraci
II. Storia. - L'I. fu abitata per la prima volta verso la fine del sec. viI da monaci irlandesi, che sperarono di trovarvi rifugio dopo essere stati cacciati dalle isole Shetland e Faeröer dai Vichinghi, i quali giunsero pure in I. nel sec. IX e la colonizzarono. I nuovi coloni, provenienti soprattutto dalla Norvegia e pagani, nominarono nel 930 un'assemblea (Althing), detentrice del potere legislativo e giudiziario, ma alcuni lustri più tardi (nel 965 ) all'Althing rimase solo la competenza di legiferazione. L'introduzione del cristianesimo in I. rinonta al 981. Nel 1262 il re di Norvegia Håkon Håkonson pose termine all'indipendenza islandese. L'isola passò sotto la sovranità norvegese e verso la fine del sec. xiv, con l'unione di Kalmar, sotto quella danese.

La riforma luterana incontrò dapprima molte resistenze ed appena nel 1330, con la condanna a morte dell'ultimo vescovo cattolico Jón Arason, le ordinanze di Cristiano III poterono essere introdotte integralmente. La pace di Kiel (genn. 1814), che obbligò re Federico VI di Danimarca a rinunciare a favore della Svezia ad ogni diritto sulla Norvegia, non mutò lo "status" dell'I., la quale continuò a dipendere dalla Danimarca ed acquistò lentamente il diritto all'autogoverno. I legami con Copenaghen, ridottisi sensibilmente nel 1918 con l'unione personale tra i due Regni, si spezzarono del tutto il 17 giugno 1944 con la proclamazione della Repubblica d'I. La Costituzione, entrata in vigore quel giorno, riconosce quale Chiesa di Stato la evangelico-luterana (art. 62), ma ammette anche le altre confessioni religiose.

Biss.: V. G. Laustsen, I., in Enc. Ital., XIX, pp. 628-29; V. Waschnitius, Island, in Die Religion in Geschichte und Gegenwart, III, 22 ed., Tubinga 1929, coll. 433-36; J. Metzler, Island, in LThK. V, coll. 640-42, con bibl.

Silvio Furlani
III. Il vicariato apostolico. - Il vescovo Federico di Sassonia e l'islandese Thorvaldur furono i primi missionari dell'I. (981) : ma dopo cinque anni

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ne furono cacciati. Nel 996 s. Olaf, re di Norvegia, inviò altri missionari. Nel 1000 la religione cattolica fu proclamata dall'Althing, assemblea nazionale, religione di Stato. Nel 1056 il papa Vittore II eresse la sede episcopale di Skålholt, che più tardi ( 1106 ) fu divisa con la crezione dell'altra diocesi di Hólar. Le due sedi furono prima sotto la giurisdizione del patriarcato del nord (arcivescovato di Brema-Amburgo); nel 1104 passarono alla dipendenza dell'arcivescovo di Lund, e infine, nel 1154 , di quello di Nidaros (Trondheim). L'ultimo vescovo di Hólar fu Jón Arason, che venne decapitato per la fede il 17 nov. 1550 , ed eroica fine ebbe anche l'ultimo vescovo di Skálholt, che morì in prigione a Soro in Danimarca. Nel 1544 la pseudo riforma vi fu introdotta con le armi dal re di Danimarca.

Dalla morte dei due vescovi fino al 1856 nessun sacerdote poté recarsi in I., perché le leggi proibivano severamente ogni ministero cattolico. Dal 1859 fu permesso a due sacerdoti di recarsi nell'I., solo per esercitare il ministero tra i pescatori cattolici stranieri. Nel 1874 il governo danese concesse la libertà di culto. Dopo la morte dell'ultimo dei due missionari (1875) i pochi cristiani, il cui numero oscillava dai 3 ai 4 mila, rimasero senza assistenza per ca. venti anni. Intanto nel 1852 Pio IX aveva eretta la prefettura apostolica del Polo Artico, comprendente anche l'I. Il 28 luglio 1869 essa fu divisa in prefettura apostolica della Norvegia e in quella di Danimarca e I., la quale il 22 febbr. 1892 fu elevata a vicariato apostolico. Solo, però, nel 1895 il vicario apostolico poté inviarvi altri missionari del clero secolare. Nel 1903 la missione fu affidata alla Compagnia di Maria di Montfort. L'isola fu eretta in prefettura apostolica, distaccandola dal vicariato apostolico di Danimarca il 12 giugno 1923 e fu elevata a vicariato apostolico il 6 giugno 1929. La religione di Stato è la luterana, ma la religione cattolica è una religione riconosciuta dallo Stato e gode la più completa libertà senza alcuna restrizione. La Chiesa luterana ha un vescovo che risiede a Reykjavik, con giurisdizione su tutta l'isola, più altri due vescovi, che sono semplici curati di campagna, la cui funzione è quella di consacrare il vescovo del paese.

Su di una popolazione di 136.000 ab. i cattolici sono 388; catecumeni 8; sacerdoti: 2 nazionali, 6 esteri; fratelli esteri 2; suore: 2 nazionali, 55 estere; scuole 2, elementari con alunni 259; stazioni primarie 2; chiese 1; cappelle 2.

BibL.: AAS, 15 (1923), pp. 489-90; 21 (1929), pp. 659-60; MC, 1950. pp. 63-64.

Saverio Paventi
IV. Letteratura. - Popolata dalla fine del sec. IX all'inizio del x da nobili norvegesi venuti in conflitto con il loro re, Araldo dalla bella chioma (Harald Haarhage), l'I. vide ben presto svilupparsi un tipo di civiltà e di cultura che, se pur strettamente connessa alle altre terre scandinave (ai primi colonizzatori norvegesi se ne aggiunsero ben presto altri danesi e svedesi) ed aperta agli influssi della non lontana Irlanda, ebbe una sua particolare impronta di
esclusivismo aristocratico e di diffusa democrazia. Le saghe e le poesie di tipo eddico recitate tra il popolo ed i preziosi poemi degli scaldi islandesi, onore e vanto di tutte le corti del nord, non sono infatti che due aspetti diversi e complementari di una stessa civiltà, in cui gli individui, ridotti praticamente allo stesso denominatore dall'esilio e chiusi in tanti clans gli uni contro gli altri armati nella lotta quotidiana per l'esistenza, non erano però dimentichi della loro nobile condizione e della loro comunie origine. Impresa ardua e quasi disperata distinguere, nelle fonti scritte conservate, la parte specificatamente islandese dal substrato norvegese o meglio scandinavo, tanto che si è usi parlare, più comprensivamente, di una letteratura norrena.

Senza addentrar si nella questione, basterà ricordare che, mentre gran parte di questa letteratura, che fu patrimonio comune del nord scandinavo, scompare al-
trove con l'avvento del cristianesimo, dopo esser stata tramandata oralmente per generazioni, essa continuò ad esser coltivata in I. e trovò poi proprio negli ecclesiastici cristiani, altrove spesso nemici delle tradizioni autocrone, i più fedeli raccoglitori. Composti per la maggior parte in I. furono i canti dell' Edda (v.) antica, o Edda poetica, raccolti nel sec. xiri da un ecclesiastico islandese e riscoperti nel 1643 dal vescovo Bryniall Sveinsson (Codex regius 2365 della Biblioteca reale di Copenaghen). Data l'impossibilità di una netta distinzione locale o cronologica (i canti più antichi risalgono a oltre il sec. 12, i più recenti sono contemporanei al raccoglitore), essi vengono generalmente divisi, a seconda dell'argomento, in canti mitici (o degli dèi), eroici e didattici. Nei primi, accanto a cupe e complicate concezioni cosmogoniche, si hanno avventure burlesche o tragiche di divinità completamente antropomorfizzate, sottoposte non meno dei mortali ad un duro destino. Tra i canti eroici, notevoli quelli del ciclo dei Volsunghi, ove appare per lampi ed allusioni la tragica materia leggendaria di comune ceppo germanico che ha dato origine al poema dei Nibelunghi. Uguale concisione e simile tecnica raccorciata ed allusiva si trova nel poema didattico Hávamál ("Canto del Signore"), nel quale la morale vichingia è esposta in tutta la sua cruda semplicità.

Nella prima parte della sua Edda in prosa, Snorri Sturluson (1178-1241) tratta la stessa materia dell'anonima Edda poetica, mentre nella seconda e nella terza parte, più specificatamente didattiche, egli espone con abbondanza di particolari e con frequenti esemplificazioni la poetica del suo tempo: per merito suo è così giunta sino a noi gran parte della poesia scaldica, e da lui si sa quanto rigide e sottili fossero le regole metriche e quanto obbligato nella sua ricchezza fosse il linguaggio degli scaldi (v. tra l'altro l'uso del honning, metafora di difficilissima interpretazione). Più legata della poesia eddica e della saga ad una data classe sociale e ad un dato coetume (gli scaldi si rivolgevano al pubblico difficile ed esigente delle corti), la poesia scaldica, fiorita solo verso la fine del sec. x, era già quasi scomparsa un cinquantennio dopo l'avvento in I. del cristianesimo (a. 1000). Famosis-

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simo tra gli scaldi fu Egil Skallagrimsson (900-83), autore, tra l'altro, di una bella lirica in morte dei figli, lontana dal tono encomiastico comune a questa poesia. Di Egil narra una delle saghe più famose, la Egilsaga, che, per quanto tramandata anonima come la maggior parte delle saghe, è stata attribuita a Snorri. A differenza dei canti edifici, di cui spesso solo la redazione è islandese, e diversamente dalla poesia scaldica, originaria forse della Norvegia e diffusa in tutto d nord, sia pure per opera di islandesi, la saga è del tutto autoctona e caratteristica dell'L, anche se le frequenti interpolazioni poetiche nel testo in prosa hanno fatto pensare a influssi celtici. Tramandate oralmente per generazioni e trascritte poi, probabilmente per opera di ecclesiastici, dal sec. XII, le saghe sono non solo documento letterario di massima importanza (non ancora spento nella prosa islandese moderna è il ricordo del loro stile preciso e robusto) ma anche preziosa testimonianza storica. Si apprende da esse non solo la vita di tutti i giorni sull'isola, ma delle imprese dei primi colonizzatori (Laxdaelsaga, "Saga degli abitanti la valle del Rio dei salmoni"), dei viaggi di scoperta in Groenlandia e in America (Saga di Erik il rosso e di Leif), delle lotte tra le diverse famiglie (Njálssaga), del sorgere e dell'affermarsi del cristianesimo (Kristmisaga). Valore storico hanno specialmente l'anonimo Laandnámsbók, lo Íslandigabók di Ari Thorgilsson (1067-1148), la Sturlungasaga e la Heimskringla ("Orbe terrestre") di Snorri, ove la storia dei re di Norvegia è narrata dalle leggendarie origini del regno al 1177; particolarmente lunga la narrazione della vita di s. Olao, il protettore dei cattolici scandinavi. Più tarde sono le saghe di argomento fantastico (saghe bugiarde), traduzione o meglio rielaborazione di motivi leggendari germanici (Volsungasaga), scandinavi (Frídhjafssaga) e persino carolingi ed arturiani.

In seguito alla perdita dell'indipendenza, e specialmente in seguito all'Unione di Kalmar (1397), si ha una decadenza anche nel campo culturale e letterario: del tutto esaurita sembra la fantasia dei narratori di saghe, e la tradizione eddica e scaldica è ridotta unicamente a esperienza formale : alla difficile allitterazione, congeniale allo spirito delle lingue germaniche, si sostituisce la più facile rima (si ricorda la Olafsrima, ca. del 1350), ma la poesia non è più oramai forma d'arte sorretta dall'ispirazione, bensì esercizio di verseggiatori che cercano unicamente di evadere dalla miseria quotidiana. Dopo la
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(da Grogrephic Magazine, apr. 1923, p. 369) Islanda - Veduta di Isafjördhur.
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"riforma" si ha un indubbio arricchimento della lingua (oramai islandese moderno e non più medio) con le traduzioni dell'Antico e del Nuovo Testamento per opera di Oddur Gottskálksson e del vescovo Gudhbrandur Thorláksson, ma bisogna giungere sino al sec. XVII per trovare dei veri poeti nelle persone dei pastori protestanti Stefán Olafsson (1620-88) e Hallgrimur Pétursson (1614-74). Se il primo è ricordato specialmente per i suoi canti d'amore e canti conviviali, nei salmi del secondo, ove nelle sofferenze di Cristo è additata l'unica via di salvezza per l'umanità provata e peccatrice, si trova l'eco più potente della profonda miseria che dominava in quegli anni l'L; l'enorme diffusione di cui subito godettero è la miglior prova di quanto aderenti essi fossero allo spirito dell'epoca. Dopo alcuni decenni di silenzio si leva poi la voce di Eggert Olafsson (1726-68), educatore e scienziato ancor più che lirico (si ricorda di lui il poemetto didattico Búnadharbalkur, "La vita rustica"). Il romanticismo tedesco giunse in I. attraverso la Danimarca, dopo le guerre napoleoniche; risollevatasi dalla sua miseria dopo l'abolizione del monopolio commerciale danese, l'L, che si era praticamente trovata divisa dalla Danimarca dal 1807 al 1814 , è ora pronta a far tesoro delle suggestioni nazionalistiche insite nel verbo romantico. Si può ora veramente parlare di un rinascimento politico e culturale promosso in gran parte da poeti. Prima tra tutti, Bjarni Thorarensen (1786-1841), con l'occhio fisso alla tradizione eddica, non lamenta la povertà del paese o la durezza della sua natura, ma esorta il suo popolo a sopportare con dignità e forza d'animo il proprio destino. Piena la sua fiducia nella vita anche nelle liriche di tono più personale, come il Sangen til Sigrun, bellissimo canto d'amore. Il suo Islands Minni ("Ricordo d'I.") è considerato un canto nazionale.

Ancora maggiore l'ottimismo nazionalistico e patriottico di Jónas Hallgrimsson (1807-45), lirico e geologo di grande valore: intorno alla rivista Fjölnir, da lui fondata a Copenaghen nel 1835 , si raccolgono così i giovani intellettuali islandesi, infiammati d'amore per il proprio popolo e per la propria terra. Meno ottimisti i poeti della seguente generazione, e anche meno impegnati nella lotta politica e sociale. Cosmopoliti per cultura ed interessi ma profondamente islandesi nell'animo, sebbene sedotti più dall'idea del passato che da quella dell'avvenire della patria, furono Grímur Thomsen (1820-96)

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![img-13.jpeg](img-13.jpeg)
(da Gragraphic Magazine, apr. 1918, p. 791) Islanda - Chiesa di Holtastadir.
e Matthias Jochumsson (1835-1920): fine conoscitore della letteratura europea contemporanea, aristocratico traduttore dal greco classico e autore di impeccabili ballate il primo, traduttore di Byron e di Shakespeare il secondo, noto anche come fecondo giornalista, autore drammatico e poeta di ispirazione religiosa.

Contemporaneo di questi due poeti è Steingrimur Thorsteinsson (1831-1913), autore di noti canti patriottici e religiosi e traduttore di H. C. Andersen. Il realismo europeo giunge verso la fine del secolo anche in I. insieme agli echi delle lezioni di G. Brandes a Copenaghen : banditrici del nuovo verbo si fanno le riviste islandesi Verdandi (1882) e Hainsdallur (1883), pubblicate entrambe nella capitale danese. Primo tra i poeti ad aderire al nuovo movimento è Hannes Hafstein (1861-1922), non dimentico dei suoi personali contatti con G. Brandes e con H. Drachman; notevole per l'aderenza al paesaggio natale la lirica Ved Valagilselven. Nella scia di G. Brandes è anche Porstein Erlingsson (1858-1914), socialista e libero pensatore, mentre a lui si oppone, in nome di un principio religioso, Einar Benediktsson (1864-1940), che è da considerarsi forse il più grande poeta moderno islandese. Fantastico e geniale (non a caso traduce il Peer Gynt ibseniano), mistico e panteista, egli è sempre pervaso da un immenso amore per la propria lingua, che considera come il testo posto da Dio alla melodia della vita. Isolato dalle correnti letterarie dell'epoca e lontano dalla madrepatria (emigrò giovanissimo nel Canadá) Stephan G. Stephánsson (1857-1927) esalta intanto nelle sue Andeókur («Notti insonni») la terra natale, ancora più bella nel ricordo, e la lingua materna, ancor più cara in terra straniera. Nel suo complesso, il sec. xx è stato finora più favorevole in I. alla prosa che alla poesia; specialmente il romanzo, per lo più di argomento paesano locale o storico, già iniziato nel sec. xix per opera di Jón Thóroddsen (si ricordano i suoi romanzi Piltur og Stúlka, "Ragazzo e ragazza", e Madur og kona, "Uomo e donna"), acquista ora sempre maggiore importanza. Molto letti in I. sono ancora i racconti umoristici del poeta Benedikt Gröndal (1826-1907), mentre
di fama europea gode Gestur Pálsson (1852-91), che seppe fondere nei suoi romanzi l'antica tradizione della saga islandese con la moderna tecnica realistica. Notevoli i narratori Jón Stefánsson (1831-1915), Jacob Thorarensen (n. 1886), David Stefánsson (n. 1894), Jon Magnússon, Gudmundur, Gíslason Hagalin (n. 1898), Gudmundur Fridiónsson (1869-1944) e Sigurdur Nordal (n. 1886). Molto conosciuto il romanzo Gull ("Oro") di Einar Hjörleifsson K'curan (1839-1938). Tra i prosatori contemporanei, il primo posto spetta forse a Halldór Kiljan Laxness (n. 1902), autore del fortunato romanzo Salha Valha e della trilogia Islands Klocho (1943-46); ricordiamo anche Pórberger Pordarson (1889). Ma il maggior successo di pubblico lo ha avuto Gunnar Gunnarsson (n. 1889), tradotto in italiano, che ha preferito la lingua danese alla materna. Della sua vasta produzione si ricordano i romanzi Af Borgsloegtens Histoire ("Cronaca della gente di Borg", 1911-14), Livets Strand ("Il fiúo della vita", 1915), Salige er de Enpoldige (" Beati i semplici ", 1920); Kirken paa Bjerget ("La chiesa sulla montagna", 1924-27). Interessanti i suoi due romanzi storici Jón Arason, che ha per protagonista l'ultimo vescovo cattolico d'I., e Hvide Krist (1934), ove sono descritti gli ultimi anni del paganesimo islandese. La lingua danese è anche quella dei romanzi di Jónes Gudlaugsson (1887-1916), mentre in neonorvegese scrive Kristmann Gudmundsson (n. nel 1902); di lui si ricordano Bradehjolen ("L'abito da sposa", 1927), Livets Mingen ("Il matimo della vita", 1929) e Hvite Netter ("Notti bianche ").

Diversamente dalla narrativa, che ha potuto valersi della tradizione delle saghe già artisticamente elaborata, l'arte drammatica può considerarsi agli inizi. Primo appassionato cultore del genere è Indridi Einarsson di cui si ricorda il dramma Nýarsmóttir ("La vigilia di capodanno ") ed a cui è dovuta la creazione di un teatro drammatico nella capitale islandese; dalla lingua danese si sono invece serviti Jóann Sigurjónsson (1180-1919), autore del dramma Legnerea ("Il mentitore"), e Gudmundur Kamban, (18881945) drammaturgo, romanziere e poeta lirico. Tra i moderni cultori del genere lirico basterà ricordare David Stefánsson (1895-), Tómas Gudmundsson (1901-) e Jóhanne úr Kötlum (1899). Complessivamente, la letteratura irlandese si trova oggi in un periodo di fermento e di sviluppo che fa ben presagire per l'avvenire

Bist.: J. Helgason, Norsen Litteraturhistorir, Copenaghen 1934. Cf. inoltre: R. Norsen, Den norsk-istáudika poæien, Stoccolma 1926; S. Nordal, Islands litteratur i det 10. og 10. ark., ivi 1927; H. G. Tepsøe Jensen, Den skandimaiske Litteratur fra 1870 til vore Dage, Copenaghen 1928; G. Prampolini, La letteratura islandese moderna, Milano 1930; K. Albertson, Indledning in a Hvide Falke ", Digte fra Islands lyriake Guldaldere i danah Oversættelse, Copenaghen 1944.

Alda Manghi
V. Ordinamento scolastico. - L'istruzione scolastica islandese è obbligatoria dai 7 ai 14 anni, secondo la legge del 1907. Gli scolari al di sotto dei 10 anni sono esentati dalla frequenza se la loro abitazione dista molto dalla scuola; in questo caso l'istruzione elementare viene curata dalle "scuole mobili». Per facilitare l'istruzione elementare esistono scuole elementari tipo collegio della durata di 12 settimane all'anno. La frequenza dai 7 ai 9 anni d'età, ha la durata di 33 settimane; dai 10 ai 14 anni d'età, 24 settimane. L'insegnamento della religione è obbligatorio. Includendo l'insegnamento religioso nei programmi delle scuole islandesi si è pensato di alternare la teoria con la prassi. Lo scolaro viene esortato a farsi una cultura religiosa per conto suo, viene indotto a dare le spiegazioni di Dio, della creazione, dell'anima, da sé e il maestro ha poi il compito di correggere le opinioni errate.

L'istruzione secondaria si impartisce nelle scuole secondarie inferiori, nelle scuole rurali, nelle scuole supplementari, nelle scuole per i ragazzi, nelle scuole distrettuali, nelle scuole medie, nelle scuole classiche, nelle scuole scientifiche e nelle scuole miste. Esiste un seminario per maestri.

L'istruzione superiore viene impartita nell'Università di Reykjavik, fondata nel 1911.

Bist.: A. Baldacci, L'istruzione in I., in Bollettino di legislazione scolastica comparata, 6 (1948), fasc. 111, p. 118 sgg.; fasc. iv. p. 167 sgg.

Miroslav Stumpf
ISLA Y ROJO, José Francisco de. - Gesuita, predicatore e scrittore satirico, n. a Vidanes nel

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1703, m. il 2 nov. 1781 a Bologna, dove si era trasferito in seguito all'espulsione del suo Ordine dalla Spagna. Frutto della sua predicazione, che egli alternò con l'insegnamento, sono i Servames ( 6 voll., Madrid 1792-93) non esenti da quel concettiamo che l'I. doveva poi combattere con la Historia del famoso predicador fray Gerundio de Campazas, alias Zotes (ivi 1758). Romanzo picaresco, ma senza le sconvenienze del genere, e didattico per le discussioni sull'alaquenza sacra, che l'I. si propose di risanare con l'arma del ridicolo, ma senza allusioni a Ordini determinati né venendo mai meno alla riverenza per la vita religiosa. L'opera suscitò tale fermento, che nel 1760 l'Inquisizione vietò di scrivere e pro o contro. Il secondo volume fu edito nel 1768 all'insoputa dell'autore e assai scorretto.

Preziose le sue Cartas familiares, pubblicate postume dalla sorella Maria Francesca de Ayala (Madrid 1783-86). Altre opere ascetiche si conservano inedite negli archivi dell'Ordine. G. Baretti, che l'ebbe amico, definì l'I. «il moderno Cervantes».

BibL.: Sommervogel, IV, coll. 622-86; il Fray Gerundio, le Cartas familiares e altri scritti sono stati editi da P. F. Mordau, con un'introduzione bio-bibliografica, nel vol. XV della Biblioteca de autores espaloles, Madrid 1820 (ristampa 1918); il solo Fray Gerundio nell'ed. Brockhaus, Lipsia 1885. Studi: Compendio historico de la vida, caracter moral y literario del célebre p. Iod Francisco de I., dota a lux Dona Maria. Francisca de lula y. Lanoila, Madrid 1803 (l'opera è dovuta al p. I. J. Tolra, ma riveduta dalla sorella del p.I.); F. Bruneticce, La question de Gil Blas, in Histoire et littératiere, II, Parigi 1891, pp. 235-60; B. Gaudrou, Les prèrheurs burlesques en Espague au XVIIIe siècle, ivi 1891: Y. Clan, L'immigrazione dei Gesuiti spaguali letterati in Italia, Torino 1895, passim; A. Baumgartner, Der spanische Humorist p. Iod Francisco de I., in Stimmen aus Maria Laach, 68 (1902), pp. 82-92, 182-205, 2,9-315; U. Coveno, G. Baretti e J. F. de I., in Grem. 17. lett. ital., 45 (1905), pp. 193-314; S. Gigli, Contribuirio a la bibliografia del p. I., in Rev. Silal. esp., 10 (1923), p. 63 sgg.

ISMAEL. - Figlio di Abramo e di Agar, schiava di Sara. Le circostanze della sua nascita si leggono in Gen. 16. Sara, moglie di Abramo, non avendo prole ed essendo in età molto avanzata, offrì al marito come concubina (moglie di second'ordine, ma legittima) la propria serva Agar (forse donata dal Faraone, cf. Gen. 12, 16), perché procreasse dei figli, i quali per diritto sarebbero stati attribuiti alla padrona. La cosa era conforme al diritto babilonese (che era il diritto del paese d'origine di Abramo); ne fa fede il codice di Hammurapi, che contempla espressamente il caso (artt. 144-47). Agar, appena divenuta madre, s'inorgogli contro la sua padrona; e questa la «umiliò" (Gen. 16, 6), ossia la rimise nella condizione di semplice schiava, come è previsto nell'art. 146 del detto codice di Hammurapi. La serva umiliata si ribellò e fuggi nel deserto; ma, ammonita da un angelo, ritornò ai suoi padroni e partorì un figlio, per nome I. : Abramo aveva allora 86 anni.

I. fu il primo ad essere circonciso, insieme con il padre, nell'istruzione del rito della circoncisione (v.): aveva allora 13 anni (Gen. 17, 23 sg.). Nato l'anno seguente da Sara il «figlio della promessa», Isacco, presto si riaccesero i litigi tra le due madri; ed anche I. si diede a molestare il fratello Isacco più piccolo di lui e d'indole più quieta (cf. Gen. 21, 9 sgg.). Per questo motivo Abramo fu costretto ad allontanare Agar ed il suo figlio I., che si diressero verso sud nel deserto di Bersabee, ove si smarricono e, per la mancanza dell'acqua, si videro in serio pericolo di vita. Ma un angelo li salvò, additando loro una sorgente. I., cresciuto negli anni, si diede alla vita nomade ed alla caccia, dimorando nel deserto di Pharan, ad ovest, tra Hevila e Sur (odierna Gifar). Prese per moglie una donna egiziana, e fu padre di numerose prole, come Dio aveva promesso, in grazia di suo padre Abramo (Gen. 17,

20; 21, 13. 18). Con il fratello Isacco diede sepoltura ad Abramo (Gen. 25, 9) e morì in età di 137 anni (ibid. 25, 17).

BibL.: G. Ricciotti, Storia d'Israele, I, Torino 1934, p. 146 sg. Gaetano Stano

ISMAELITI. - Così sono chiamati, dal nome del padre, i discendenti di Ismael.

Questi ebbe 12 figli, presentati nella Bibbia come capostipiti di 12 tribù arabe: Nabaioth, Cedar, Adbeel, Mabsam, Masma, Duma, Massa, Hadar, Thema, Iethur, Naphis, Cedma (cf. Gen. 25, 12 sgg.). Si fa menzione degli I., insieme ai Madianiti, nel racconto di Giuseppe venduto (Gen. 37, 27 sg.; 39, 1): erano mercanti che portavano scemi e spezierie in Egitto. Gli I. dovettero avere stretti contatti con i Madianiti e con gli Idumai, con i quali sono spesso nominati nella Bibbia (cf. Gen. 28, 9; 36, 3; Indr. 8, 3.24; Indt. 2, 13; I. Par. 2, 17; 27, 39; Ps. 82, 7). Come il padre, si diedero alla vita nomade. Della discendenza d'Ismael si vantano, come è noto, gli odierni Arabi : ma non tutti discendono da lui. Per lo più si ravvisano degli autentici discendenti d'Ismael negli Arabi beduini, che abitano tra le steppe della Palestina e del deserto siro-arabico.

Gaetano Stano
ISMAHEL. - Nome identico, in ebraico, a Ismael ( y i ī m a^{′} vec{e}^{′} l ); ma la Volgata, per lo più, distingue leggermente il figlio di Abramo (Ismael) dagli altri personaggi dello stesso nome (Ismahel).

Tra questi sono da ricordare :

1. I. padre di Zabadia : il figlio era uno dei maggiorenti di Giuda sotto il re Issaphat (v.) ed attivo collaboratore nell'opera riformatrice (II Par. 19, 11).
2. I., figlio di Iohanan, uno dei centurioni che, agli ordini del sommo sacerdote Ioiada (v.), abbatterono la regina Attalia (II Par. 31, 1).
3. I., uccisore di Godolia (v.). Figlio di Nathania, della reale stirpe di Giuda. Caduta Gerusalemme sotto il re Nabuchodimosor (587 a. C.), in un primo tempo collaborò con Godolia, lasciato dal Re babilonese a governare la Giudea. Ma dopo tre mesi, mentre il valoroso governatore, con l'aiuto del profeta Geremia, si accingeva alla difficile opera di ricostruzione sociale, I., istigato dalla fazione antibabilonese ed appoggiato dal re degli Ammoniti, lo uccise a tradimento nella sua residenza in Maspha, riuscendo poi a fuggire e mettersi in salvo presso gli Ammoniti (II Reg. 25, 22-26; Ier. 40-41). Gaetano Stano

ISNARD, Etienne. - Teologo, canonista e storico, n. a Tolone il 17 genn. 1578, ivi m. il 24 ott. 1656.

Entrò nell'Ordine dei Minimi ad Aix in Provenza nel 1607. Dopo avere insegnato filosofia e teologia, si dedico interamente alla predicazione, operando molte conversioni. Dotato di notevole erudizione, fondò la biblioteca del Convento di Tolone, del quale fu anche Superiore. Delle sue opere risultano edite il Sermon pour l' Atheent (Lione 1628) e il Codex Minimus Ordinis Minimorum (I, ivi 1631 ; II, ivi 1635). Altri lavori lasciò manoscritti fra cui Histoire de Toulon, ampiamente sfruttata dagli storici posteriori (p. es., D. Lambert, Histoire de la ville de Toulon, Tolone 1886).

BibL.: G. M. Roberti, Disegno storico dell'Ordine de' Minimi, I, Roma 1909, p. 612 sg.; II, ivi 1922, p. 758; F. Jacquier, Le laudon Ordinis Minimorum, in Acta Capitulorum Ordinis Minimorum, II, ivi 1916, pp. 514, 538; A. Bouisson, L'hist. de Toulon par le p. I. et les origines chrétiennes de Toulon, in Les Archites d'histoire de Fréjis et Toulon, 4 (1935), pp. 90-102. Gennaro Moretti

ISNARDO da Chiampo, beato. - Domenicano (anche I. da Vicenza o da Pavia), n. a Chiampo (Vicenza) sulla fine del sec. xit, m. a Pavia il 19 marzo 1244.

Vestito l'abito di s. Domenico, probabilmente a Bologna, passo quindi a Milano, poi, verso il 1230, a Pavia, ove strinse amicizia con il santo vescovo Redobaldo II, da cui ebbe nel 1231 la chiesa di S. Maria di Nazareth per fondare un monastero del suo Ordine. Ivi egli fu priore, esercitando un efficace apostolato, arricchito anche del dono dei miracoli. Dal Capitolo della cattedrale di Tours fu incaricato di amministrare tutti i suoi beni in

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Italia. Nel 1919 veniva approvato l'Ufficio e la Messa propria (AAS, II [1919], p. 48r). Festa il 22 marzo.

Bibl.: F. G. de Fracheto, Vitae Fratrum O. P., Roma 1897. pp. 227 sg., 302 sg.; R. Maiocchi, Il b. I. da Vicenza, Pavia 1910; G. Odeto, La Cronaca maggiore dell'Ordine domonicano, in Arch. FF. PP., in (1940), pp. 326, 346, 370. Alberto Ghinato

ISÓ BAR NON. - Katholikós nestoriano, eletto nell'823 in età di 80 anni e m. nell'828.

Scrisse: Questioni sulla S. Scrittura, un'opera giuridica Canoni e leggi, delle omelie e Risposte a questioni del diacono Masario, di contenuto liturgico.

Bibl.: A. Baumstark, Geschichte der syrischen Literatur, Bonn 1922. pp. 219-20; J. B. Chabot, Littérature syriague, Parigi 1934. pp. 109-10.

Guglielmo de Vries
ISÓ'BÖKT. Metropolita nestoriano di Rēwardāšir (Persia), vissuto nel sec. viII.

È autore di una importante opera giuridica in 6 ll . intorno ai canoni ecclesiastici, opera composta originariamente in persiano e fatta tradurre in siríaco dal katholikós Timoteo I (ed. e trad. tedesca di E. Sachau, Syrische Rechtsbücher, III, Berlino 1910, pp. 1-201). I. ha lasciato anche opere di carattere filosofico e liturgico.

Bibl.: A. Baumstark, Geschichte der syrischen Literatur, Bonn, 1922, pp. 215-16.

ISÓ'DĀD di Merw. - Vescovo nestoriano di Hēdattā. N. a Merw, visse nel sec. IX.

Ispirandosi a Teodoro di Mopsuestia scrisse un commentario del Vecchio e del Nuovo Testamento, uno dei più importanti che si abbiano dai nestoriani. Quello sui Vangeli è stato pubblicato e tradotto in inglese: M. D. Gibon, The commentaries of Isho'dad of Mersv, Cambridge 1911-13.

Bibl.: A. Baumstark, Geschichte der syrischen Literatur, Bonn 1922, p. 234; J. B. Chabot, Littérature syriague, Parigi 1934. pp. 111-12.

ISÓ'DENAH. - Metropolita nestoriano di Bāṣrā, vissuto nel sec. IX.

Compose il Libro della castitá, ossia un florilegio di brevi biografie di asceti fioriti in Persia e in Mesopotamia, e una Storia ecclesiastica in 3 parti, conosciuta soltanto frammentariamente. Si attribuiscono ancora a I. altre opere di diversa indole, ma di minore importanza.

Bibl.: A. Baumstark, Geschichte der syrischen Literatur, Bonn 1922, p. 234.

Ignazio Ortiz de Urbina
ISÓ JAHB II. - Katholikós nestoriano, n. a Gēdālā, consacrato nel 628 e m. fra il 643 e il 644. In un tempo travagliato dalle guerre fra i Persiani ed Eraclio e dall'invasione degli Arabi, diede esempio di non comune abilità. Si presentò dinanzi ad Eraclio ad Aleppo e dietro certe concessioni ai decreti del Concilio di Calcedonia ottenne di poter comunicare in sacris con i Bizantini, il che gli procurò rampogne dalla parte dei ferventi nestoriani. Poi, dinanzi all'avanzare dei musulmani, si ritirò a Karkā dē Bēt Sēlōk. I. ha lasciato diversi scritti di secondario interesse.

Bibl.: A. Baumstark, Geschichte der syrischen Literatur, Bonn 1922, pp. 195-96. Ignazio Ortiz de Urbina
ISOLA di CAPO RIZZUTO. - Diocesi soppressa. La cittadina di I. sul Mar Ionio, poco a sud di Crotone, fu sede vescovile fin dal sec. Ix.

I Bizantini, creando di sana pianta la diocesi e la metropolia di S. Severina, le diedero quattro suffragance, tra cui I., che nei documenti greci viene ricordata come x30122257 Sōv 'AldGhav. Essa figura nelle Notitiae (PG 107, 384) bizantine fin dal tempo di Leone il Filosofo (866912). E quindi del tutto arbitraria l'affermazione di G. Fiore, che I. «fu un venerabile monastero benedettino, il cui abate, per nome N. il tramutò in cattedrale circa gli anni del Signore 1000 ". Il Minasi nega persino l'esistenza dell'abbazia benedettina, che il vescovo Matteo, secondo l'Ughelli, avrebbe esentato dal. la sua giurisdizione nel 1239.
I. fu distrutta due volte dai Saraceni. La popolazione, già distribuita in tre parrocchie, si ridusse ad una sola, con non più di 3 mila anime. Perciò nel 1818 , nel Concordato tra la S. Sede e il Regno di Napoli, fu soppressa e il suo territorio incluso in quello della vicina Crotone.

Tra i presuli di I., meritano menzione il benedettino Onorato Fascitelli, letterato, che prese parte al Concilio di Trento; Annibale Caracciolo, suo successore, munifico e zelante; e soprattutto s. Luca di Melicuccà, monaco basiliano, che la governò alla fine del sec. XI e ottenne privilegi dal conte Ruggero il Normanno nel 1092.

Bibl.: Ughelli, IX, pp. 709-17; G. Fiore, Calabria illustrata, II, Napoli 1743, pp. 338-40; P. Bottazzi, in Enciclopedia dell'ecclesiastico, IV, ivi 1845, pp. 596-97; Hierodis Symecdemus et notitiae Graecae episcopatuum, ed. Parthey, Berlino 1866, p. 129, n. 657; G. Minassi, Le chiese di Calabria, Napoli 1896, pp. 255-58; F. Russo, La metropolia di S. Severina, in Arch. storico della Calabria e Lucania, 16 (1948), pp. 1-20. Francesco Russo

ISOLANI, Isidoro de. - Scrittore domenicano, n. a Milano verosimilmente tra il 1477 e il 1480 e m. verso la metà del 1528. Insegnò successivamente a Pavia (1513), Verona (1515), Milano (1517) e Cremona (1519). Nel 1521-22 fu baccelliere, e in seguito reggente a Bologna.

Fu tra i primi domenicani italiani a polemizzare con Lutero (Revocatio Martini Lutheri augustiniani ad S. Sedem, anon., Cremona 1519). Lasciò varie e apprezzate opere di filosofia (De immortalitate humani animi, Milano 1520), di agiografia e di teologia. Ma la sua fama è legata soprattutto alla Summa in quatuor partes divisa de donis c. Joseph, sponsi Beatissimae V. M... (Pavia 1522, Avignone 1861, con trad. franc., Roma 1887), con cui si mise all'avanguardia nella diffusione del culto di s. Giuseppe e ne fissò le basi teologiche. Con parola elegante, copiosa dottrina e grande pietà vi si enumerano e illustrano più di 60 doni del santo patriarca.

Bibl.: A. Rovetta, Bibliotheca chronologica illustrium virorum prev. Lombardiae O. P., Bologna 1691, pp. 108-109; QuétifEchard, II, p. 50, 376a; F. Argelati, Bibliotheca scriptorum Medio-

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lonensian, 1, Milano 1742, coll. 744-47, n. 923; Hurter, II (1506), coll. 1222-23; F. Lauchert, Die itolienischen literarischen Gepors Luthers, Friburgo in Br. 1912, pp. 200-15; P.-M. Scheff. s. v. in DThC. VIII. 1, coll. 112-15; L. Bianchi, in L'Osservatore Romano del 19 marzo 1930.

Abele Redigonda
ISORELLI, Dionisio. - Musicista, n. a Parma nel 1544, m. a Roma il 21 apr. 1632. Dopo aver servito alla corte dei Medici a Firenze quale organizzatore di spettacoli( ad es., gli intermedi del 1589), venne a Roma, dove entrò nella Congregazione dell'Oratorio alla Vallicella, come laico, nel 1599.

Collaborò con E. Del Cavaliere per la realizzazione scenica della Rappresentazione di anima e corpo, lavorando attivamente per l'instaurazione a Roma di quello stile monodico recitativo che a Firenze li aveva già riuniti per propugnare il rinnovamento musicale italiano. I. fu buon suonatore di viola e compositore egli stesso: la Rappresentazione del figliol prodigo su testo di p. Agostino Manni, di cui si pensa che l'I. abbia composto la musica, è, con L'innima e corpo di E. Del Cavalieri, un esempio di quelle rappresentazioni spirituali che hanno maggiore affinità con l'Oratorio propriamente detto. Nel nuovo stile recitativo scrisse delle Lamentazioni per il Giovedi Santo. Due sue laudi: "Perché cosi facesti - e "Mentre a noi vibra" sono nel Tempio armonico dell'Animuccia (Roma 1599, parte 1*, pp. 102 e 151 ).

Bibl.: G. Pasquetti, L'oratorio musicale in Italia, Firenze 1906, pp. 78, 123-24; D. Alaleona, Studi sulla storia dell'Oratorio in Italia, Torino 1908, pp. 62-65, 153, 156. Luisa Cervelli

## ISPANO-AMERICANA, LETTERATURA. -

Comprende la produzione letteraria delle diverse nazioni americane di lingua spagnola e si elabora in tre fasi: l'epoca imperiale ispanica, quella dei movimenti di indipendenza (sec. xix) e la moderna, iniziata dall'opera di Rubén Dario, che le conferisce
![img-14.jpeg](img-14.jpeg)

## La <br> LIRA ARGENTINA,

## 6 Coleccion

DE LAS PIEZAS POETICAS,

## EN BUENOS-AYRES

## DURANTE LA GUERRA

## DE SU INDEPENDENCIA.

![img-15.jpeg](img-15.jpeg)

## BUENOS-AYRES.

1824.
Le Lira Argenlina, Ingress on Paris y editada en Buenos Aires, 1824.
(da J. A. Leguizemion, Historia de la literatura hispano-americana, I. Buenos Ayres blá. p. XII. Ispano-americana. letreratura - La lira argentina, Buenos Ayres 1824. Promespisio.
originalità, stabilendo tuttavia continui rapporti con la cultura di Spagna.

Sommario: I. Argentina. - II. Bolivia. - III. Cile. - IV. Colombin. - V. Cuba. - VI. Ecundor. - VII. Messico. - VIII. Nicaragua. - IX. Paraguay. - X. Perí. - XI. Uruguay. - XII. Venezuela. - XIII. Altri paesi centro-americani.
I. Argentina. - La cultura dell'Argentina differisce forse da quella di altri Stati ispano-americani per la maggiore assenza di "meticciaggio" di razza con l'elemento aborigeno. Con un predominio di sangue spagnolo e italiano, essa è stata anche attenta alle varie voci provenienti dall'Europa, specialmente dalla Francia, dall'Inghilterra e dalla Germania : per cui si può dire che Buenos Aires sia il centro di cultura americano più europeizzato. Nella sua prima fase la letteratura argentina è provinciale, ispirata all'ambiente delle "pampas", e trova espressione nella poesia dei "payadores (trovatori) gauchos"; ma già sorgono le prime opere formatrici dello spirito nazionale, quali gli Hímnos a la libertad di López Planes (1784-1836), o quelle intese a rievocare le origini del paese, come il Triunfo de Ituzaingó di Juan Cruz Varela (1794-1839).

Nel periodo remantico operano il poeta e romanzicre Esteban Echeverría (1803-31), autore di Elvira a la novia del Plata, e Domingo Faustino Sarmiento, maestro d'importanza nazionale. Dedito alla politica, andò in esilio durante la dittatura di Rosas, contro il quale scrisse il Facundo Quiroga (1845), biografia romanzesca di un personaggio che simboleggiava le idee culturali e politiche dell'autore, al quale si deve pure, fra l'altro, la raccolta Recuerdos de provincia. Formatori della coscienza nazionale argentina furono pure : Juan Bautista Alberdi (1810-84), che scrisse le Bases para la organización constitucional de la República argatina, e il generale Mitre, che, oltre alla sua attività politica, compose biografie di Sanmartin e di Belgrano.

Un cenno basta per Victor Olegario Andrade (18381882), autore di Atlántica, El nido de condores, Prometeo, mentre più lungo discorso richiede il "gauchismo", che costituisce il midollo della prima epoca letteraria argentina. A parte la produzione drammatica, inaccessibile senza l'aiuto della rappresentazione scenica, tre nomi lo definiscono esemplarmente: Hilario Ascasubi (1807-81), creatore della figura di "Santos Vega, el payador"; Estanislao del Campo (1834-80), autore del poema Fausto, relazione, fatta da un "gaucho" a un altro, di una rappresentazione del dramma goethiano; e, soprattutto, José Hernandez (1834-86), autore del celebre Martin Fierro, che deve considerarsi la grande epopea della vita nella campagna americana nel periodo intermedio tra l'indipendenza e la progressiva organizzazione avviata dal sec. xx. Il protagonista è un "gaucho" che racconta le disgrazie della sua vita in un verso popolarissimo e pieno di grazia e di freschezza, lasciando la testimonianza di una forma di vita scomparsa, elegiacamente sentita e cantata con accenti che fan pensare ai modi omerici. Metri e strofe son quelli dei "payadores": sestine di ottosillabi. Le parti aggiunte (La vuelta de Martin Fierro, ecc.) concedono più al folklore, ricche come sono di canzoni popolari intercalate. Da ammirare, in Hernandez, l'abilità nel fondere narrazione e lirismo e nel trattare un linguaggio discorsivo e immediatamente derivato dalla bocca del popolo. Accolto al suo apparire come un capolavoro nazionale, non solo in Argentina, ma anche in Spagna (si veda, ad es., il giudizio dell'Unamuno). Il Martin Fierro è stato forse un po' trascurato dalla recente poesia argentina, più avviata verso modi europei; sembra però che il valore di quest'opera torni a operare nella coscienza poetica attuale.

Sorvolando su due poeti neoclassici: Carlos Guido Spano (1827-1918) e Leopoldo Díaz (n. nel 1862), autore di Hellas, si arriva alla poesia del "modernismo" che vanta un gran nome: Leopoldo Lugones (1874-1938), contemporaneo e amico più giovane di Rubén Darío. L'assimilazione della poesia francese non riuscì a tacitare i suoi intensi sentimenti patriottici: si allineano, cosi,

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accanto a Los crepúsculos del jardín (1905), Lunario sentimental (1909), Las horas doradas (1922), altre opere come Odas seculares (1910), di cui fa parte la famosa A los ganados y las mísse. Altri poeti di quest'epoca sono: Evaristo Carriego e Conrado Nalé Roxlo, ambedue coltivatori di una poesia di sobborghi, di tono crepuscolare; Pedro B. Palacios ("Almafuerte"), poeta dal tono morale alquanto ingenuo; Héctor P. Blomberg (n. nel 1890), cantore dell'illusione del mare; Alfredo R. Bufano (n. nel 1893), poeta (Romancero) e autore di saggi sulla mistica italiana rinascimentale; Rafaél Alberto Arrieta (n. nel 1889), autore di Alma y Momento; Enrique Banchs, B. Arturo Capdevila, Fernández Moreno, ecc.

Nella prosa si incontrano parecchi nomi di romanzieri ispirati alla vita di campagna: Carlos M. Ocantos (n. nel 1860), Roberto J. Payró (1867-1938; Cuentos de Payo Chico, Divertidas aventuras del Nieto de Juan Moreira), Manuel Galvez, Benito Lynch (n. nel 1885; Los coranchos de la Florida; Se llevaron el cañón para Machimba) e, soprattutto, Ricardo Güiraldes (1886-1927), autore di Don Segundo Sombra, che riassume il carattere eroico del "gaucho" quale si trovava in Martin Fierro, ora, però, visto dall'esterno: figura leggendaria, più allusa che descritta direttamente, e passando in mezzo a un ambiente e a una psicologia piuttosto lirici e sensitivi che epici.

L'opera, vastamente diffusa, di Hugo Wast (pseudonimo di Gustavo Martínez Zuviria) porta verso un clima meno poetico, ma assai vario e adattato al gusto della folla. Invece nel caso di Enrique Larreta (n. nel 1873) si dovrebbe parlare di un romanzo poetico, di atmosfera moderna, specialmente nel celebre La gloria de don Ramiro, ambientato nell'Avila cinquecentesca. Fra le sue opere si citano: Zagoibi, romanzo della "pampa"; La calle del amor y de la muerte, liriche di argomento spagnolo; e la recentissima La naranja (Madrid 1949).

Nella poesia, oltre al caratteristico mondo di Alfonsina Storni (1892-1938), poetessa di viva sensibilità, cui si devono Ocre (1925) e Mascarilla y trébol (1938), si assiste allo svolgimento del cosiddetto "avanguardismo". Oltre a Oliverio Girondo, è importante Jorge Luis Borges (n. nel 1900), fondatore della rivista Prismas e autore di Picciánes, opera in prosa fantastica di grande singolarità. In seguito, attraverso Ricardo E. Molinari e Leopoldo Marechal (n. nel 1900), autore di Sonetos a Sofia e El centauro, questa poesia si avvia verso un senso più classico e a volte cattolico e ispanico, come in Ignacio B. Anzoátegui e Francisco Luis Bernárdez, nato in Spagna e autore di La ciudad sin Laura.

Intanto la prosa prende nuova vita per opera di Eduardo Malles (n. nel 1903), aut