volume-07

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Molinari e Leopoldo Marechal (n. nel 1900), autore di Sonetos a Sofia e El centauro, questa poesia si avvia verso un senso più classico e a volte cattolico e ispanico, come in Ignacio B. Anzoátegui e Francisco Luis Bernárdez, nato in Spagna e autore di La ciudad sin Laura.

Intanto la prosa prende nuova vita per opera di Eduardo Malles (n. nel 1903), autore di Todo verdor perecerá; Cuentos para una inglesa desesperada e La bahía de silencio, descrizione della vita artistica e intellettuale di Buenos Aires con evidenti influssi dei romanzieri inglesi e di Proust. Romanzieri e saggisti degni di menzione sono: Ezequiel Martinez Estrada (Radiografia de la pampa), Macedonio Fernández e Raúl Scalabrini Ortiz, autore di El hombre que está solo y espera, acuto testimonio dell'angoscia dello spirito contemporaneo di Buenos Ayres.

Nel campo di attività meno esattamente letterarie, vanno ricordati : gli storiografi Rómulo D. Carbia, Guillermo Furlong e Vicente Sierra (El sentido misional de la conquista española en América); il filosofo Francisco Romero, autore di parecchi studi e direttore delle edizioni filosofiche della casa Losada; speciale importanza ha il contributo di un folto gruppo di filosofi neotomisti, alcuni presso i Cursos de cultura católica di Buenos Aires, come il rev. Julio Meinvielle, polemista contro Maritain, e il p. Octavio N. Derisi, e altri presso altri centri di cultura, come il p. Sepich all'Università di Mendoza e Nimio di Anquín a quella di Córdoba.

Massimo folklorista è Juan Carrizo, raccoglitore delle canzoni popolari argentine. Delle riviste va citata, per la lunga continuità e per il carattere rappresentativo del-l'ultima-europeismo bonaerense, la rivista Sur, diretta da Victoria Ocampo, una saggista spagnola lungamente vissuta in Francia.
II. Bolivia. - All'epoca del romanticismo la Bolivia ha come principale poeta Ricardo J. Bustamante (1821-84). Nel movimento "modernista", accanto a Rubén Darío e a Lugones, opera anche il boliviano Ricardo Jáimes Freyre (1868-1913), autore di Custolio Bárbara, seguito da Franz Tamayo (n. nel 1880). Il romanziere più conosciuto è Alcides Arguedas (n. nel 1879), autore di Vida criolla. Da citare pure il narratore e critico Adolfo Costa du Rels (n. nel 1891), spesso scrittore in lingua francese.
III. Cile. - Il grande poema epico nazionale del Cile non è cileno, ma spagnolo: La Araucana di Alonso de Ercilla, che racconta la guerra di dominazione. Ancora nel Seicento, nello stesso Cile, un poeta continua la narrazione delle gesta dell'Ercilla: Pedro de Oña, le cui innovazioni formali sulla classica "ottava reale" adoperata dall'Ercilla sono state molto lodate dalla recente critica spagnola. All'epoca imperiale spagnola risale il romanzo El cautiverio feliz di Francisco Núñez de Pineda y Bascuñán, rivalutato e pubblicato dalla più giovane critica cilena, e la cronaca Restauración de la imperial di Fray Juan de Barrenechea. Posteriore è l'opera (latina) del gesuita Manuel de Lacunza, fondatore, con i suoi commentari all' Apocalisse, del cosiddetto "millenarismo " in America, il quale ai nostri giorni conserva una certa influenza su uno scelto gruppo d'intellettuali cileni cattolici, anche se della più fedele ortodossia.

L'epoca dell'indipendenza offre soltanto qualche nome isolata di contore del nuovo spirito rivoluzionario, come quello di Camilo Enriquez (n. nel 1769).

Nel periodo di consolidamento ottocentesco, che trova espressione politica nell'organizzazione statale del presidente Portales, è da notare l'influenza esercitata su tutta la nazione dal venezuelano Andrés Bello (1781-1863), famoso per le sue opere grammaticali. Importanza nazionale ha José Victorino Lastarrias (1817-88), nella dottrina sociologica e nella fondazione della narrativa cilena. Ancora nell'Ottocento, il romanzo fiorisce specialmente per opera del cosiddetto "Balzac cileno", Alberto Blesi Gana (1830-1920), e di altri, quali Luis Orengo Luco (1866) ed Eduardo Barrios (n. nel 1884). Il nome di Pedro Prado (n. nel 1886), fa passire dal romanzo alla poesia, anche coltivata da lui, che nel 1949 ha vinto il premio nazionale. La poesia è in genere più importante nella letteratura cilena di questo periodo. Dopo gli anni del cambio di secolo, che vantano nomi di poeti, come Carlos Pezoa Velis (1829-1908), Manuel Magallanes Moure, Carlos Prendez Saldías (n. nel 1892), Max Jara (n. nel 1886), Luis Felipe Contardo (1880-1921) e Carlos R. Mandaca (1881-1928), appare una grande trilogia di poeti di importanza continentale ed universale: Gabriela Mistral, Pablo Neruda e Vicente Huidobro. Gabriela Mistral (pseudonimo di Lucila Godey), n. nel 1889 e recentemente insignita del premio Nobel, ha svolto, dopo la profondità sentimentale di Desolación (1922), un progressivo giro nel suo concetto della poesia, attraverso Termura e Tala, che arricchisce notevolmente la sua lirica, con un nuovo senso umile, ironico ed affettuoso verso le cose piccole, accanto alla grandezza storica dei suoi Cantos de América. Attualmente è console della sua nazione a Petropolis (Brasil). Vicente Huidobro (1893-1948) è invece, accanto allo spagnolo Gerardo Diego, il fondatore del "creazionismo", tendenza avanguardista di spirito armonizzato con le nuove tendenze di Parigi. Nell'antologia, pubblicata dalla casa editrice cilena "Zig-Zag" in occasione della sua morte, si può vedere una progressiva evoluzione della sua poesia - in francese e in spagnolo - dall'iniziale avanguardismo verso un senso più umano (Altazor). La sua importanza letteraria dipende forse più dalla sua influenza magistrale e rinnovatrice che dalla sua opera. Ma senza dubbio l'influenza più evidente nella poesia attuale di tutta l'America è quella di Pablo Neruda (pseudonimo di Nefiali Reyes,

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(de J. A. Leporunico, Hislario de la literatura hispano-americana. II, Buenos Aires Bld, p. 280) Ispano-americana. letreratura - Rizatto di Alonso de Ercilla y Zúhiga (1533-94), Dipinto del Greer (cs. 1590) - Madrid, Pexilo.
n. nel 1904). I titoli più importanti nella sua produzione sono: Veinte pormas de amor y una canción desesperada (1924), Tentativa del hombre infinito (1926), Anillos (1926) e, soprattutto, Residencia en la tierra (Santiago del Cile 1933; 2 voll., Madrid 1935), più recentemente seguita dalla Tercera Residencia (Buenos Aires 1945) che contiene España en el corazón, Canto general de Chile ed altri poemi. La sua radicale originalità linguistica e la forza del suo sentimento oscuro, concepito in modo che si potrebbe chiamare "surrealista", senza escludere la sua singolarità, hanno fatto di Neruda il poeta attualmente più famoso dell'America spagnola, fame però in parte dovuta alla sua attività politica (è stato senatore comunista) che a volte ha limitato pericolosamente il suo orizzonte poetico. Come la sua più recente produzione, edita fonograficamente da Arturo Soria a Santiago de Chile, sono da ricordare le Alturas de MacchuPicchu e Nuevas alturas de Macchu-Picchu (lo studio più importante sulla sua poesia si deve ad Amado Alonso: Poesia y estilo de Pablo Neruda, Buenos Aires 1940).

La grande influenza nerudiana è evidente fra molti poeti cileni più giovani, p. es., Juvencio Valle, autore di Nimbos de Piedra, Rozamel del Valle, e Humberto Díaz Casanueva, direttore della rivista Pro-arte. Sono da ricordare, non solo come poeti ma anche come critici e professori, Roque, Esteban Scarpa (Martal manteni. miento), José M. Souvirór, spagnolo di origine, Angel Custodio González, Alfredo Lefebvre ed Eduardo Anguita. Nella storia, oltre ai libri di ricordi di Rosales, è da segnalare l'opera del giovane Jáime Eyzaguirre, direttore della rivista Estudios e autore di O'Higgins; Ventura de Pedro de Valdivia e Hispano-américa del dolor.
IV. Colombia. - La Colombia, attraverso la sua storia letteraria, è riuscita a rimanere una nazione conservatrice dal senso classico ed equilibrato, con inclinazione verso il culto dell'oratoria e degli studi grammaticali. Ancora nel Seicento si trova un poeta gongorista, Hernando Dominguez Camargo, e la grande monaca, autrice di opere mistiche, suor Francisca Josefa del Castillo y Guevara (1671-1742). Nel

Settecento, rispondendo alla tendenza dell'epoca, si fonda la "Academia del buen gusto", precorritrice della grande vita accademica colombiana fino ai nostri giorni. Il tempo della indipendenza ha due poeti: José M. de Salazar (1785-1828) e Luis Vargas Tejada (1802-29), lo "Chénier colombiano".

Il romanticismo fu introdotto in Colombia da José Joaquin Ortiz (1814-92), che rappresenta per 'a sua nazione quel che Quintana fu per la Spagna; ma veramente giunge alla più tipica espressione con José Eusebio Caro (1817-53) e Julio Arboleda (1817-62). Dopo, e fra innumerevoli altri poeti, ebbe importanza nazionale Rafael Pombo (1833-1912), senza dimenticare Gregorio Gutiérrez González (1826-72). Alla fine dell'Ottocento si trovano le figure più decisive per la formazione di una coscienza grammaticale ed umanistica: Miguel Antonio Caro (18431909) e, soprattutto, Rufino José Cuervo (1844-1911), chiamato da Menéndez y Pelayo "il filosofo più eminente nella razza spagnola nel sec. xix ", autore di una famosa Gramática spagnola, di un'altra latina, di un Diccionario de la costrucción y régimen de la lengua castellana, e di parecchie altre opere. In questo tempo appare anche un romanzo che ha avuto grande fama in tutto il mondo di lingua spagnola: María di Jorge Isaacs (1837-95).

La poesia colombiana, sempre copiosa, ha in questi anni uno dei suoi classici : José Asunción Silva (1863-96), la cui vita, resa infelice da un'eccessiva sensibilità, fu truncata con il suicidio. Il suo Nocturno rimane uno dei pezzi più celebri della lirica americana. In seguito, attraverso una lunga vita di lavoro scarso e perfezionato che fa pensare a un atteggiamento flaubertiano o parnassiano, appare in posto eminente Guillermo Valencia (18721943), autore di Ritos. Ma forse il poeta che diventa sempre più interessante per il gusto dei nostri giorni è Barba Jacob (pseudonimo di Miguel Angel Osorio, 18831942), personalità decadente e rispondente al tipo di "maudit" francese, e che nella sua breve e diversa opera ha due o tre poemi (Los desposados de la muerte; Balada de la vita profunda), degnamente rivalutati dalla più recente critica americana e spagnola. Oltre a qualche libro di sonetti, José Eustasio Rivera (1889-1928) ha scritto La vorégine, da molti ritenuto il migliore romanzo della terra ispano-americana. Fra gli attuali, nessuno raggiunge l'alto prestigio del poeta Eduardo Carranza. Sono da ricordare, infine, il prosatore Germán Arciniegas e, fra i sempre numerosi poeti di influenza "piedracelista", Helcias Martán Góngora.
V. Cuba. - Fin dalla «prima aria di sapor locale», trovata da Menéndez y Pelayo nella Oda a la piña di Manuel de Zequeira y Arango (1760-1846), la letteratura cubana si sviluppa rapidamente acquistando la propria fisionomia. L'epoca romantica ha la grande personalità di José M. de Heredia (18031829), formato ancora nella mentalità classica e autore di una lirica piena di fuoco (El Teocalli de Cholula; Al Niágara). All'epoca della guerra di indipendenza ha importanza il nome del mulatto Placido (pseudonimo di Gabriel de la Concepción Valdés, 18091844), poeta di stile semplice e popolare, e dalla vita combattiva e sfortunata, al pari dell'altro poeta Juan Clemente Zenea (1832-71). La poetessa Gertrudis Gómez de Avellaneda si include di solito nella letteratura spagnola, a causa della sua residenza.

Il vero formatore della coscienza nazionale è José Martí (1853-95), poeta del Versos sencillo, scrittore, giornalista, caduto nella guerra di indipendenza. Come poeta premodernista, si può nominare Julián del Casal (1863-95). Nel Novecento si è avuta la fioritura della "poesia negra ", antologizzata da Emilio Ballagas (n. nel 1908), e la cui principale figura è Nicolas Guillén (Balada de las dos abuelos). Nell'epoca più recente si incontrano Mariano Brull (n. nel 1891), Luis Palés Matos e Fernando Ortiz, accanto al narratore Lino Novás Calvo. Adesso la poesia continua con notevole attività : fra i giovani si ha la poetessa Dulce Maria Loynaz (Juegos

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(da J. A. Leguizamion, Historia de la literatura hispana-americana. II, Buenos Ayres (63, p. 85)
IsPano-AMERICANA. LETTERATURA. - Autografo di José Marti, 1833-95 (Cuba). Pagina relativa alla concezione di un ordine architettonico americano - Avans, Archivio di Gonzalo de Quesada.
de agua, Madrid 1948; Versos, S. Cruz de Tenerife 1948), Eugenio Florit e José Lezama Lima, ispiratore del giovane gruppo "Origenes", che conta a sua volta poeti come Fina García Marruz, Eliseo Diego e Cintio Vitier.

La critica letteraria è esercitata principalmente da José M. Chacón y Calvo.
VI. Ecuador. - Tralasciando qualche nome del Seicento, quale, p. es., il p. Jacinto Evia, antologizzatore di un Ramillete, e di fra' Matias de Cordoba, nell'Ottocento si trovano nomi più importanti. José Joaquin de Olmedo ( 1780-1874 ) occupa il posto più rilevante della poesia ecuatoriana in questo secolo, con i suoi versi di carattere pindarico (La victoria de Junin). Il presidente Gabriel García Moreno, famoso per il suo ardore di cattolico, fu anche scrittore politico e sociologico. Altri poeti romantici furono Julio Zaldumbide (1833-87) e Numa Pompilio Llona (1832-1907). Nel Novecento, più ricco per la letteratura ecuatoriana, la poesia, rinnovata dalla influenza dei movimenti europei, fiorisce prima con Jorge Carrera Andrade (n. nel 1903), dalla copiosa produzione, e con Jorge Reyes (n. nel 1904), cantore della sua terra (Treinta poemas de mitierra).

Ai giorni nostri ha valore il romanziere Jorge Icaza, il cui romanzo Huasipungo è tradotto in italiano. Infine il poeta José Rumazo ha pubblicato a Madrid Raudal e ha fatto conoscere la parte ormai realizzata del suo poema Memoria de la sangre, forse documento capitale della nuova lirica americana.
VII. Messico. - Dal tempo stesso della conquista, nasce nel Messico una letteratura mista indiocastigliana, in lingua maya, azteca o nahuatl, ma in lettere latine, come nel caso del Popol-Vuh, raccolta di tradizioni aborigene, o del Chilam-Balam di Chumayel. Fra i primi storiografi messicani, si trovavano Juan Suárez de Peralta (Tratado del descubrimiento de las Indias), Fray Diego Durán, meticcio (Historia de las Indias), Hernando de Alvarado Tezozomoc (Crónica mexicana; Crónica chichimeca) e Fernando de Alba Ixtlilxochitl, questi due ultimi di discendenza reale messicana, e Fray Agustín Dávila Padilla (Historia de la fundación y discurso de la provincia de Santiago de Mexico, del Orden de Predicadores). Francisco de Terrazas, lodato dal Cervantes, scrisse il poema epico Nuevo Mundo y conquista, mentre Juan de Castellanos è l'autore delle lunghissime Elegias de varones ilustres de Indias (1589). L'età barocca vanta il nome della monaca poetessa ed erudita Sor Juana Inés de la Cruz (v.).

Nel Settecento il francescano Manuel de Navarrete, fonda l'« Arcadia Mejicana», cioè la prima accademia. Dell'epoca delle lotte per l'indipendenza è Fernando Calderón (1809-45: Soldado de la libertad), accanto a figure più ricordate, quali Manuel Eduardo Gorostiza (1789-1851), drammaturgo che abitò in Spagna, Manuel Rodríguez Galván (Prafecla de Guatimos) e José Joaquin Pesodo (1801-61: Las aztecas). Grande importanza, anche come figura nazionale e politica delle guerra, ha l'indiano Altamirano (1834-73: El Zarco). Altri nomi, come Manuel Acuña (1849-73), Justo Sierra, Manuel José Othon, e Salvador Diaz Mirón, portano verso il "premodernismo", meglio rappresentato da Manuel Gutiérrez Nájera (1859-95). In questa epoca opera il critico poeta Francisco A. de Icaza (1863-1925), vissuto molto tempo a Madrid, e ritratto pocticamente da Antonio Machado. L'epoca del "modernismo" ha, come rappresentanti poetici messicani, Luis C. Urbina, José Juan Tablada, autore di "Isai-kais", Amado Nervo (1870-1919), di vasto successo, specialmente in Spagna (El arqueru divino; La amada invidcil) di un tono lirico fra il becque. rianismo ed il prosaismo, ed Enrique González Martínez (n. nel 1871), il quale piega verso un maggiore intimismo sentimentale e psicologico, insorgendo contro la retorica ornamentale ("Tufeccle el cuello al cisne,..."). Fra le nuove generazioni poetiche si trovano Carlos Pellicer (n. nel 1899), Xavier Villaurrutia, più all'avanguardia (Nostalgia de la muerte, 1908), Jäime Torres Boder (n. nel 1901) e valenti poetesse come Concha Urquiza, Margarita Paz Paredes, ecc. Ramón López Velarde (18881921) ha cantato la vita provinciale, con stile fra l'umorismo e la tenerezza (La suene patria; Zacabra).

Nel campo della storiografia Carlos Percyra (18711944) è stato il formatore di una vera coscienza storica, intesa alla revisione critica dei fatti. Delle sue opere son da menzionare: La obra de España en América; Herman Cortés y la epopeya del Andhuac; Las huellas de los conquistadores; Breve historia de América; Historia de la América española; El mito de Monroe: Tejas: la primera desmembracion de Mëjico.

Come pensatore e filosofo si è affermato José Vasconcelos (n. nel 1884), convertitosi al cattolicesimo, creatore dei concetti della "razza cosmica" e della "quinta razza" (Indologia; El monismo estético; Estética; Tratado de metafísica; Ética; Historia del pensamiento filosofico, ecc.).

La critica letteraria vanta Alfonso Reyes (n. nel 1889) poeta, autore di saggi ed editore di classici (Cuestiones estéticas, 1910-11; Simpatías y diferencias, 1921-26; Cuestiones gongorinas, 1927; La antigua retórica, 1942; La experiencia literaria, 1942; El Deslinde, 1945; ecc.). Coltivato è anche il romanzo, da Federico Gamboa (18641939), detto lo "Zola messicano", a Martín Luis Guzmán (n. nel 1887) e Mariano Azuela, autore di Los de abajo e romanziere della vita popolare.

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VIII. Nicaragua. - La scarsa estensione e popolazione non hanno impedito, durante questo mezzo secolo, al Nicaragua di porsi all'avanguardia della poesia ispano-americana. Anzitutto esso fu la patria del grande iniziatore Rubén Darío, pseudonimo di Félix Rubén García Sarmiento. N. a Metapa, oggi Ciudad Darío nel 1867, m. a León (Nicaragua) nel 1916, visse molti anni a Parigi, Spagna e Argentina. Dopo aver assimilato il modernismo e il simbolismo francese, avvertito dal Valera nel suo giovanile Azul, si orientò verso i moduli classici spagnoli, contribuendo decisivamente alla fioritura della poesia in Spagna fin dalla cosiddetta "generazione del ' 98 ", benché a volte esercitasse maggiore influenza sul pubblico la parte meno profonda e più retoricomusicale della sua opera multiforme.

L'assorbente rinomanza continentale del Rubén non impediva la continuazione della vita poetica nicaraguense; si trovano, cosi, due o tre nomi quasi contemporanei, prima dell'apparizione delle due giovani generazioni poetiche attuali : il sacerdote Azarias H. Pallais (n. nel 1885), maestro del più giovane gruppo d'avanguardia, Salomón de la Selva (n. nel 1893), poeta anche in lingua inglese, e, soprattutto, Alfonso Cortés, il quale, nato alla fine del sec. xix, pazzo fin dalla gioventù, è una delle figure più enigmatiche e magiche della poesia americana. Fra gli as. 1925 e 1930 apparve nel Nicaragua un gruppo di "vanguardia", costituitosi fra gli ex-alunni dei Gesuiti : ciò spiega come la sua tendenza politica si sia sempre orientata verso l'ideologia cattolica, ispanica e gerarchica. Il grande maestro di questo gruppo fu ed è - senza dimenticare l'influenza del citato P. Pallais - José Coronel Urtecho (n.
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(de J. A. Lcquizanien, Historia de la literatura hispano-americana. I, Buenos Aires 1955, p. 656) Ispano-americana, letteratura - Ritratto di Ignacio Manuel Altamirano, 1834-93 (Messico).
nel 1906), traduttore della poesia nord-americana, folklorista, drammaturgo e, in specie, continuo ed efficace conversatore. La figura più notevole edattiva di questo gruppo, che ora ha raggiunto una maturità più integrale, è il poeta Pablo Antonio Cuadra (n. nel 1912), fondatore dei Cuadernos del Taller de san Lucas, e teorico dell'idea dell'«Ispanità» (Hacia la Cruz del Sur, Madrid 1936; Breviario Imperial, ivi 1940; Entre la cruz y la espada, ivi 1946). Joaquin Pasos (1915-47) costituisce con la sua lirica tellurica (Misterio Indio; Canto de guerra de las cosas) l'avvio all'opera di una giovanissima generazione da Ernesto Mejía Sánchez a Carlos Martínez Rivas (n. nel 1924) ed Ernesto Cardenal (n. nel 1925).

Per la conoscenza della vita poetica del Nicaragua è utile l'antologia Nueva poesia nicaraguense, con introduzione di E. Cardenal e note di Orlando Cuadra Downing (Madrid 1949).
IX. Paraguay. - In terra paraguayana coltivano la poesia, specialmente all'epoca del modernismo, Juan O'Leavy (n. nel 1879), Pablo Max Insfran (n. nel 1894) e Carlos Zubizarreta.
X. Perú. - Nell'epoca imperiale spagnola la vita letteraria di Lima lasciò, oltre a nomi come quello del generale Alfonso Picado, il ricordo di un'anonima poetessa, "Amarilis", che inviò a Lope de Vega una epistola metrica, meritando una lunga risposta in versi.

Il Settecento vanta Pablo da Olavide (1725-90), figura importante nella politica della corte spagnola, e poeta in Miserere. L'Ottocento ha poeti romantici guoli Felipe Pardo Aliaga, Clemente Althaus (183590) e Carlos A. Salaberry, famoso per la poesia Acuérdate de mi. Ma il grande monumento della letteratura peruviana è costituito dalle Tradiciones peruanas, lunga serie di volumi di racconti popolari, raccolti e sviluppati in forma d'arte da Ricardo Palma (1833-1919). L'epoca del "modernismo" e "simbolismo" ha Manuel González Prada (1848-1918), autore di Minúsculos, Grafitos e altri libri di poesia, Carlos Germán Amézaga (18621906) e, specialmente, José Santos Chocano (1873-1934) una figura poetica che riempì di sé l'ambiente letterario americano, anche se oggi è meno apprezzata. La sua vasta opera, di estrema musicalità e dai temi più caratteristicamente americani, ebbe allora significato continentale. Annotando di passaggio il nome del poeta raffinato e

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(do R. D., Guentos y poemas en prosa, Madrid s. a., tav. 1. t.) Ispano-americana, letteratura - Raratio di Rubén Dario, 1867-1916 (Nicaragua).
aristocratico José M. Eguren, si perviene a César Vallejo (1898-1938), il cui alto e schictto lirismo va diffondendo la sua influenza sempre più crescente in America e in Spagna. Con i suoi libri (Las hereldos negros; Trifce; Versos humanos; España: aparta de mi este calix; El tungsteno) Vallejo ha creato un nuovo linguaggio, fortemente espressivo della emozione originale e che si sta riconoscendo come una delle voci essenziali americane.

Tra i più giovani, a parte altri poeti come Sologuren o l'ermetico Martín Adan, va segnalato un gruppo di intellettuali sociologi e politici, fra i quali Luis Alberto Sánchez, Mariátegui e Xavier Abril. Storiografi degni di menzione sono : José de la Riva Aguero e, attualmente, Raúl Porras Barrenechea e Guillermo Lohmann Villena.
XI. Uruguay. - La fioritura letteraria dell'Uruguay avviene con relativa tardezza : nel primo Ottocento si ha il nome del poeta neoclassicista Francisco Acuña de Figueroa (1790-1862), ma soltanto alla fine di questo secolo appare un'opera notevole, il poema epico Tabare, narrazione fantastica di un episodio della conquista, di Juan Zorrilla San Martín (1855-1931). Dopo di lui, il principale romanziere uruguaiano è stato Carlos Reyles (1870-1939), autore di El cmbrujo de Sevilla.

L'epoca del modernismo ha come primo rappresentante poetico Julio Herrera Reissig (1875-1910); ma il fatto più singolare (tralasciando quello dei poeti francouruguayani, cioè francesi di vita e lingua ma uruguayani di nascita, come Isidore Ducasse - "comte de Lautréamont" - e Jules Supervielle) è l'apparizione di parecchie poetesse di risonanza continentale: María Eugenia Vaz Ferreira (1875-1924), la delicata Delmira Augustini (18901914) e la appassionata Juana de Ibarborou - «Juana de América" - (n. nel 1895).

Il pensatore José Enrique Rodó (1871-1917), soprattutto in Ariel, ma anche in Motivos de Proteo e El mirador de Próspero, ha preconizzato la conservazione dei valori tradizionali greco-latini di fronte allo splendore materiale sassone e nordamericano. Degni di menzione sono altri poeti, come Carlos Julio J. Casal, Carlos Vaz Ferrei-
ra, Fernín Silva Valdés (n. nel 1887), Carlos Sabat Er casty, Alvaro A. Vasseur, traduttore di Whitman, ed Emilio Oribe, che in seguito si è dedicato alla filosofia (Tentia del naus). Notevole influenza esercitano saggi di Alberto Zum Felde.
XII. Venezuela. - La storia letteraria del Venezuela conta nel Settecento il poeta gongorino Alonso de Escobar; nelle epoche dell'Illuminismo e nel primo Ottocento, José Antonio Martín, Abigail Lozano, poeta romantico, José Ramón Yepes. Si arriva cosi al grande filologo e grammatico, maestro del colombiano Cuervo: Andrés Bello (1781-1865), che nel Cile esercitò una influenza decisiva sulla formazione intellettuale della nazione, e che fu pure autore di liriche (Silva a la agricultura de la zona tórrida).

Scrittori recenti sono, tra i poeti, Rufino BlancoFombona (1874-1944); tra i romanzieri, Rómulo Gallegos (n. nel 1884), autore di Doña Bárbara; La Trepadora; Cantaclara; Canaima e Pobre negro, che dànno il senso della vergine natura americana, dominatrice dell'uomo. Restano da nominare, per i nostri giorni, Mariano Picón Salas, narratore, autore di saggi e critico eminente, e gli storiografi Angel C. Rivas (1873-1930) e Laureano Vallenilla Lanz (1870-1936).
XIII. Altri passi centro-americani. - Ancora nell'Ottocento, un gesuita di Guatemala, Rafael Landivar, scrive un lungo poema latino, Rusticatio mexicana, molto lodato da Menéndez y Pelayo. Nella stessa Guatemala dopo altri nomi, come J. Batres (1809-44), ricorrono quelli di Rafael Arévalo Martínez (n. nel 1892), poeta di opera scarsa ma molto interessante, e Miguel Angel Asturias. Puerto Rico ha avuto Eugenio M. de Hostos (1839-1903), scrittore politico dell'epoca dell'indipendenza. La repubblica domenicana (San Domingo), oltre all'eminente critico e teorico della letteratura Pedro Henríquez Ureña, vanta il poeta Manuel del Cabral, la cui Antologia Tierra, selezione fatta in Madrid (1949, La encina y el mar, ed. Cultura Hispanica) di tutta la sua opera fino a quell'anno, rivela un senso del linguaggio nello stesso tempo molto umano e inventivo. Nella stessa isola, tralasciando Haiti, di lingua francese, vive un gruppo di giovani poeti: Franklin Mieses Burgos, Antonio Fernández Spencer, ecc.

L'Honduras ha il poeta ed antologizzatore Rafaél Heliodoro Valle. Costa Rica conta poeti quali R. F. Guardia, María Isabel Carvajal e il critico e maestro Roberto Brenes Mesén. Poeti del Salvador sono Juan Bernal, J. J. Cañas, J. Aragón.

Bibli. Oltre a quella citata incidentalmente e a quella speciale dei rispettivi autori, si consulti, per un orientamento uninente: M. Menéndez y Pelayo, Historia de la poctia hispanoamericana, 2 voll., Madrid 1911-12; M. Picon Salas, Hispanoamérica, posición critica, Santiago 1931; F. de Onin, Antologia de la poctia española e hispanoamericana, Madrid 1934; L. A. Sanchez, Vida y pasión de la cultura en América, Santiago 1935: Antologia de la poctia moderna en lingua española, Mexico 1941; A. Zum Felde, El problema de la cultura americana, Buenos Aires 1943; L. Panero, Antologia de la literatura hispanoamericana, 2 voll., Madrid 1944; R. E. Scorpa, Lecturas americanas, prosa y verso, Santiago de Chile 1944; E. Diez Canedo, Letras de América. El Colegio de México, México 1944; L. A. Sanchez, Nueva historia de la literatura americana, Buenos Aires 1944; J. A. Leguizamón, Historia de la literatura hispanoamericana, 2 voll., ivi 1945; A. Torres Riouco, La gran literatura iberoamericana, ivi 1945.

José M. Valverde
ISPEZIONE (CORPORALE, REALE e LOCALE). - La ricognizione e l'accesso sono due mezzi di prova offerti al giudice onde dargli la possibilità di acquisti su determinati luoghi, oggetti o persone, attraverso il proprio personale intervento, elementi di prova utili alla definizione della causa.

La differenza tra i due istituti è data dal fatto che la ricognizione avviene per lo più nel tribunale,

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sicché ad essa sfugge l'esame dei luoghi, mentre l'accesso si compie mediante lo spostamento del giudice ed il suo diretto esame in loco di persone e cose interessanti la causa.

In entrambi i casi, ma più propriamente nel caso dell'accesso, che ha, sotto il dedotto aspetto, un significato più lato e una singolarità più marcata, si realizza la cosiddetta i. diretta, oculare da parte del giudice: la quale i. sarà corporale, reale o locale, secondo che riguarderà persone, cose o luoghi. Trattasi, come si vede, di due mezzi istruttori che hanno singolari caratteristiche subbiettrie ed obbiettive, in quanto, da un lato, il giudice potrà aggiungere gli elementi di una propria valutazione personale a quelli che sono stati allegati in giudizio dalle parti e, dall'altro lato, per quanto riguarda soprattutto l'i. locale, potrà dare forte risalto a quelle situazioni oggettive che, a stento e spesso incompiutamente, risulterebbero provate dagli incombenti peritali o testimoniali.

Dal punto di vista tecnico-processuale la ricognizione deve considerarsi più lata dell'accesso, in quanto può essere o meno un elemento di quella. L'i. in forma di accesso, a differenza di quella che si attua con la semplice ricognizione, non può essere disposta se non nei casi di comprovata necessità e nella forma del decreto (CIC, can. 1806), che deve essere conesso ondiile partibus e che deve dettare, specie in rapporto al fine che con l'accesso si intende perseguire, le provvidenze utili al buon esito dell'espediente, oltreché la determinazione della somma da depositarsi per le spese speciali cui quest'ultimo dà luogo.

L'i., sia nella forma dell'accesso che in quella della ricognizione, può essere disposta tanto su istanza di parte che ex officio in qualsiasi genere di cause e può essere compiuta anche a futura memoria.

Quanto al tempo in cui essa può essere attuata, si tenga presente che di regola va disposta nel corso del periodo probatorio (cf. Regulae Rotae, § 166).

Tanto la ricognizione che l'accesso possono essere espletati mediante il giudice istruttore o delegato (CIC, can. 1807). In tal caso è evidente che il mezzo istruttorio perde alquanto la sua efficacia tipica, che ad esso deriva dal fatto che il giudice, con la sua utilizzazione, deve direttamente ispezionare i luoghi, le cose e le persone che riguardano le lite. Ma è non meno evidente che, nel caso del giudice collegiale, spesso si ravvisi l'utilità pratica di delegare un elemento del collegio giudicante al compimento dell'i.

Essendo l'i. un mezzo straordinario, è logico che sia compiuto tutto quanto è utile a renderla esauriente. Pertanto al giudice che la compie è consentito di utilizzare sul posto l'opera di periti e di interrogare i testi prodotti dalla parte o indicati ex officio (can. 1810). Le parti, dal loro canto, sono abilitate in genere a presensiare la ricognizione giudiziale o l'accesso, sia direttamente che a mezzo di un loro procuratore, salva al giudice la facoltà di proibire tale presenza ove sia il fondato timore che da questa derivino disordini o risse (can. 1809).

L'accesso giudiziale (cann. 201 e 1367) non può essere compiuto fuori del limite territoriale della giurisdizione senza l'autorizzazione del vescovo, cui è sottoposta la zona che è oggetto dell'i.; qualora tale autorizzazione sia negata (cf. Regulae Rotae, §§ 166-167), si può ovviare all'inconveniente mediante la richiesta per rogatoria verbale del giudice del luogo.

Il notaio deve certificare (can. 1671) nell'apposito verbale le singole operazioni compiute con la ricognizione giudiziale o con l'accesso.

Le spese della ricognizione e dell'accesso devono essere liquidate dalle parti nella proporzione e nella misura che si applicano nella prova per testi o per periti. In particolare quindi le spese graveranno sulla parte che ha chiesto l'i. giudiziale o su entrambi le parti, ove l'i. stessa sia stata chiesta dalle due parti o disposta d'ufficio, salva la definitiva liquidazione delle spese giudiziali.

Da quanto s'è detto risulta che il fine dell'i. è, tra l'altro, quello di far conoscere al giudice l'esatto valore da attribuirsi alle altre prove mediante una più diretta disamina, da parte suo, dello stato della questione.

Evidentemente sia l'uno che l'altro dei due mezzi istruttori dei quali si discorre possono essere ammessi di ufficio, e cioè senza una previa istanza delle parti, anche nelle cause di interesse privato.

Il giudice può anche stabilire - ove questo sia utile che sia fatta una descrizione dei luoghi in tavole topografiche o che sia fatta una ricognizione di tavole già esibite in giudizio (cf. Regulae Rotae, § 170).

Infine si tenga conto che nelle cause criminali l'accesso per lo più è disposto affinché il giudice abbia una esatta cognizione di quel che si chiama il corpus delicti.

BibL.: F. Roberti, De processibus. II, Roma 1926, p. 91 sgg.; Wernz-Vidal, VI, p. 443 sgg.; M. Legs, Commentarius in iudicia ecclesiastica. II. Roma 1930, pp. 771 sgg.; F. Della Rocca, Istituzioni di diritto processuale canonica, Torino 1946, pp. 247-48.

Fernando Della Rocca
ISPIRAZIONE. - Dal latino in-spirare- spirar dentro, infondere lo spirito.

Sommario: I. L'i. biblica. - II. L'i. divina. - III. L'i. nelle religioni non cristiane.

## I. L'i. Biblica.

Influsso divino carismatico, soprannaturale, concesso agli scrittori per comporre i libri canonici del Vecchio e del Nuovo Testamento in modo che Dio ne risulti l'autore principale. L'i. biblica è un dogma definito nel Concilio Vaticano (Const. de fide catholica [24 apr. 1870], cap. 2: De revelatione (Denz-U, 1787] e can. 4° [ibid., n. 1800]).

Il nome è derivato da δ ε dot{α} π mathrm{muo} τ mathrm{os} (II Tim. 3, 16), che la Volgata giustamente traduce divinitus inspirata. I Greci adoperano δ ε ω π mathrm{muo} τ dot{ε} α o dot{ε} π dot{ε} π mathrm{mu} α.

1. Esistenza. - Le prove del fatto dell'i. dei libri canonici del Vecchio e del Nuovo Testamento sono dedotte dalla tradizione ebraica e cristiana e dalla S. Scrittura.
r. La tradizione ebraica. - La tradizione ebraica non ha lasciato un sistema dottrinale sull'i. biblica, però ha professato sempre la fede nell'origine divina dei libri canonici del Vecchio Testamento. L'i. del Pentateuco è un dogma fondamentale per gli Ebrei : "Chiunque dice che la Tôrāh non viene dal cielo, non avrà parte nel secolo futuro " (Sanhedhrin, 10, 1).

Sebbene in un piano inferiore, gli Ebrei ritengono ispirati anche i Nébhî̀lm ed i Kèthûbhîm (cf. A. Cohen, Le Talmud, Parigi 1933, p. 1713 sgg.; J. Bonsirven, Le judaïsme palestinien, I, iv; 1934, pp. 448-63). Gli apocrifi giudaici (p. es., Enoch slavo 22, 12-23, 6; i Libri sibillini, ecc.), il Talmud, Filone, ecc., piuttosto esagerano l'apporto dell'influsso divino. Flavio Giuseppe attesta la canonicità dei libri del Vecchio Testamento come di fede tradizionale, professata fin dall'infanzia dagli Ebrei, per cui credono che essi contengano precetti di Dio immutabili e sono pronti, se necessario, anche a morire per difenderla sull'esempio di non pochi martiri (presso Eusebio, Hist. eccl., III, 10).
2. La tradizione cristiana. - Questa fede passò in eredità alla tradizione cristiana attraverso l'autorità di Gesù e degli Apostoli, che la estesero ai libri del Nuovo Testamento, dilucidandola e mettendola in maggior risalto. Conseguenze di questa fede sono: a) le preoccupazioni dei Padri di ricercare sensi profondi e reconditi perfino nei minimi particolari della Bibbia; b) il martirio di non pochi cristiani, specialmente sotto Dioclezioano (a. 303), per non consegnare i sacri volumi: p. es., i ss. Saturnino, Dativo, Agape, Chionia e Irene, Euplio, ecc.; c) l'uso di portarli per devozione sul petto, di adoperarli per curare gli ammalati o per liberare gli ossessi. Alcuni Padri e scrittori testimoniano esplicitamente in favore dell'i. biblica con parole di profonda ammirazione: p. es., s. Clemente Romano, la Didachè, la lettera di Barnaba, s. Ignazio,

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s. Giustino, s. Ireneo, s. Ippolito Romano, s. Cipriano, s. Epifanio, Tertulliano (cattolico), le scuole alessandrina ed antiochena, i ss. Basilio, Efrem, Girolamo, Agostino, Gregorio Magno, ecc. La fede della Chiesa è espressa solennemente già nel Simbolo niceno e nel Decreto gelasiano (492-96).

L'esame dei Libri Sacri non vi ha riscontrato nulla che ripugni all'i. biblica, ma anzi ha confermato che sotto l'aspetto religioso, morale, letterario ecc. essi sono degni di essere considerati opera divina. Le obbiezioni che vengono dalle narrazioni di fatti immorali, dalla presunta indole mercenaria del Vecchio Testamento, dalla legittimazione di frodi e menzogne (cf. di Abramo con Sara, Giacobbe con Isacco, di Iahel, lephte, Sansone, Giuditta, ecc.) sono facilmente confutate. Anzi in questı stessi episodi è applicata la legge della retribuzione, per cui chi pecca è punito e chi è fedele a Dio è ricompensato anche nella vita presente.
3. I testi della S. Scrittura. - Vari testi della S. Scrittura attestano l'i. dei libri del Vecchio Testamento.

Riferiscono infatti o suppongono i vari elementi da cui risulta che lo scrittore sacro è un «profeta» (Mt. 26, 56; Lc. 18, 31; 24,25; Rom. 16, 26; Hebr. 1, 1-2, ecc.), che scrive sotto l'influsso di Dio che lo riempie di Spirito Santo (Os. 9, 7; Mich. 3, 8; Ez. 2, 2; 3, 12; 8, 13; 11, 5.24; Zach. 7, 12; II Sam. 23, 2; Eccli. 39, 8; 48, 27; II Esdr. 14, 21.25.40-44); il quale gli ordina di parlare o di scrivere (Ex. 17, 14; 34, 27; Deut. 31, 19; Is. 8, 1; 30, 8; Hab. 2, 2; Dan. 8, 26; 12, 4; Ez. 24, 2; in modo speciale Ier. 36) e di esporre solo quello che Dio vuole (Deut. 18, 15-22; Ier. 23, 16; 20, 7-9, 15, 19; 14, 14; Ez. 13, 3-17; Mich. 3, 5-8; Zach. 7, 12; cf. II Sam. 7, 1 sgg.), dichiara divino (Os. 4, 1; Joel 1, 1; Am. 1, 6. 9. 11. 15; 2, 1 ecc.; Abd. 1; Ion. 1, 1; 3, 1; Mich. 1, 1; 3, 5; 6, 1; Nah. 1, 12; Soph. 1, 1; Agg. 1, 1; 2, 1. 11. 21; Zach. 1, 1; 7, 1 sgg .) ciò che ha scritto; riferisce visioni, rivelazioni o sogni soprannaturali (Num. 12, 6 sg.; Is. 6; 20; Ier. 1, 11-16; Ez. 4, 1-3, 4; Ier. 4, 20 sg.; Is. 5, 9; 22, 14; Ez. 9, 1; Ier. 20, 7-12; 23, 28; Mich. 3, 8; Is. 6, 6-9; Ier. 1, 17-19; Ez. 3, 8-9). L'agiografo o scrittore biblico è quindi l'intermediario per cui Dio parla o scrive (Os. 1, 1-2; Agg. 1, 7; Mal. 1, 1), è la bocca di Dio (Ier. 15, 19; Is. 30, 2, conforme a Ex. 4, 15 sg.; 7, 1). Alcune azioni simboliche descrivono plasticamente l'influsso divino sul profeta-scrittore, p. es., Ezechiele deve divorare il libro che contiene l'oggetto della sua predicazione (Ex. 2,8-3,5); ad Isaia e Geremia vengono purificate le labbra perché siano resi atti al loro ministero. Dio pone le parole nella loro bocca (Ier. 1, 9; Is. 6, 6); ordina a Geremia di mettere in scritto tutte le profezie tenute dal principio del ministero fino all'anno 4 di Ioakim e di riscriverle dopo che il volume è stato bruciato dal Re (Ier. 36). Un'altra prova dell'i. del Vecchio Testamento è fornita dai titoli con cui i libri vengono designati, cioè di «santi», «sacri» (I Mach. 12, 9; II Mach. 8, 23), "libro del Signore» (Is. 34, 16), oppure semplicemente "libro" o "Scrittura" (Dan. 9, 2; Ex. 17, 14 ecc.).

Il Nuovo Testamento offre testi molto più espliciti. Alcuni lasciano intravvedere un'origine speciale dei libri del Vecchio Testamento, poiché, adducendoli semplicemente con le formole di «Scrittura» ( dot{η} γ ρ α varphi η ) "è scritto" ( γ ε dot{ε} ρ ρ α π τ α : Io. 10, 34 sgg.; Mt. 4, 4, ecc.) per dirimere ogni questione, li considerano di un'autorità indiscussa e superiore ad ogni altra, proprio in quanto sono "le Scritto", "la Scrittura" per eccellenza. Poiché gli Ebrei possedevano altri libri di riguardo, tale autorità non si spiega supponendo che fossero gli unici libri della loro letteratura. Né si giustifica con il prestigio dei loro autori, anche se di Mosè, perché non tutti i libri di tali autori sono stati elevati al grado di Scritture divinamente ispirate. La loro origine è dunque connessa ad un intervento divino che la rende superiore ad ogni eccezione e ad ogni libro umano.

Altri passi chiamano gli scritti veterotestamentari τ dot{α} λ dot{α} γ ι α тoû θ ε ω hat{imath} ( = "oracoli di Dio»: Rom. 3, 2); λ dot{α} γ ι α ζ ω̂ ν τ α ( = "oracoli di vita»: Act. 7, 38); λ dot{α} γ o s тoû θ ε ω hat{imath} ( = "parola di Dio»: Mc. 7, 13) ecc. I Libri biblici sono designati quali «santi» (Rom. 1, 2) e "sacri» (II Tim. 3, 15), cioè di origine divina.

Altri ancora affermano l'infallibilità ed una ineluttabile necessità ad adempirsi di quanto "è scritto" (cf., p. es., Lc. 18, 31; Mt. 5, 18; Act. 1, 16; 3, 8.21); ne proclamano l'autorità suprema ed incontrastata a dirimere tutte le questioni che toccano fede e costumi, riconosciuta da Gesù, dagli Apostoli e dai giudei. Cristo afferma che la Scrittura non può andar distrutta ( λ u θ dot{η} γ α α : cf. Is. 10, 35; Rom. 1, 17; Gul. 3, 1 sgg.; I Cor. 9, 9 ecc.). Tale autorità suppone un obbligo di riceverla che non puo venire che da una disposizione esterna, superiore alle autorità umane, ed include una dignità superiore a tutti gli altri libri. Solo perché divini, i Libri Sacri potevano assurgere al fastigio di norma in cose di fede e costumi (cf. Rom. 15, 4; I Cor. 9, 10).

Altri passi mettono in risalto la parte di Dio ed il contributo dell'uomo; di Dio quale autore principale; dell'uomo quale strumento. P. es., in Mt. 1, 22 Dio "per mezzo" (8ı dot{α} ) del profeta Isaia (8, 8; cf. Mt. 2, 15) predice della Vergine partoriente; in L c. 1, 70 parla "per la bocca ( 8 i α σ τ η μ α τ o s ) dei santi profeti; in Mt. 22, 43, David "in Spirito" ( dot{ε} ν vv ε dot{ε} μ α τ ι ) compose P. 110, 1; in Act. 1, 16 lo Spirito Santo predisse "per bocca" (8ı α σ τ dot{α} μ α τ o s ) di David la "Scrittura" di Ps. 41, 10; in Act. 4, 25 invece si afferma che Dio dice il Ps. 2, 1, per mezzo dello Spirito Santo, per la bocca di David (cf. F. J. F. Jackson-K. Lake, The beginnings of Christianity, IV, Londra 1933, pp. 46-47. Si può tradurre: "che per mezzo dello Spirito della santa bocca di David, tuo servo..."). Secondo Paolo lo Spirito Santo parlò ai Padri per mezzo di Isaia (Act. 28, 26-27 = Is. 6, 9-10). In altri testi si cita il Vecchio Testamento con il solo nome dello Spirito Santo, onde l'autore umano passa in seconda linea (p. es., Hebr. 2, 4; 3, 7; 9, 8; 10, 15). Oltre a questa serie di testi, il Nuovo Testamento ne presenta due che si possono definire classici, cioè : II Tim. 3, 16 e II Pt. 1, 20.

Il testo capitale è II Tim. 3, 16: "Ogni Scrittura ( dot{ε} ) divinamente ispirata ( ε ) anche utile ad ammaestrare, a riprendere, a correggere, a dare quell'educazione che è nella giustizia». Il verbo «è» sembra doversi supplire subito dopo il soggetto ( dot{η} γ ρ α varphi η ), perché così richiedono il xal senza verbo prima di "utile» ( dot{α} varphi η̂ λ μ ° ς ) e il contesto, volendo Paolo nel v. 16 dimostrare perché Timoteo può essere istruito a sapienza e salute dallo studio della S. Scrittura, cioè perché «è divinamente ispirata e (perciò) utile...». La "Scrittura» è quella del Vecchio Testamento, perché il termine γ ρ α varphi dot{η} è usato in questo senso nel Nuovo e perché nel contesto si tratta di quella che Timoteo apprese dalla madre Eunice e dalla nonna Loide, ebree.

L'espressione: π α̂ π α γ ρ α varphi dot{η} può intendersi in senso distributivo: "Tutto ciò che viene sotto il nome di Scrittura (quindi ogni libro ed ogni passo del Vecchio Testamento); oppure in senso collettivo (come nome proprio) : "tutta la Scrittura». L'aggettivo vartheta ε hat{ε} π ν ε ι σ τ o s ( vartheta ε hat{ε} ς-π ν ε ω ) è da prendersi in senso passivo "divinamente ispirato" conforme agli aggettivi in σ τ o ς ed alla comune interpretazione dei Padri e scrittori greci. Onde si afferma che il Vecchio Testamento proviene da Dio per mezzo dell'ispirazione, cioè di una comunicazione fatta intellettualmente allo scrittore. E meno probabile, sebbene profondo, il senso attivo: "ogni Scrittura che irradia Dio", o "da cui traspira Dio".

In un altro passo (II Pt. 1, 20 sg.), s. Pietro afferma ( 1,12-20 ) che la realtà della dynamiz e della Parusía di Gesù, oltre che dalla propria esperienza personale fattane nella Trasfigurazione, si dimostra

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anche dalla parola (scritta) dei Profeti ( left.τ ρ ° ρ γ τ ι ι ι ι ςright) λ ε óos). Perciò esorta i fedeli a prestarvi attenzione, cioè a seguirla come si fissano gli occhi su una lampada che risplenda di notte in un luogo buio, fino a tanto che spunti il giorno desiderato della Parusia, in cui la stella del mattino brillerà nei loro cuori, tenendo presente come punto importante che "nessuna profezia della Scrittura diventa ( σ dot{text { ó }} үíveгas) di interpretazione privata. Infatti nessuna profezia mai fa emanziata per volere d'uomo, ma (santi) uomini da parte di Dio parlarono, perché portati ( ρ ε ρ dot{η} μ ε v o s ) dallo Spirito Santo ".

Per "profezia della (contenuta nella) Scrittura", Pietro intende il Vecchio Testamento, le cui predizioni riguardanti il Messia si considerano come un magistero vivo e continuo (cf. Rom. 16, 26). "Non è d'interpretazione privata" si può intendere dell'origine oggettiva, cioè : il Vecchio Testamento "non è il risultato dell'elocubrazione privata dei Profeti", come insegnavano gli pseudo-dottori. Però, anche ritenendo l'interpretazione comune (l'interpretazione della S. Scrittura non si lascia all'arbitrio di ciascuno), si ha una prova indiretta dell'i. del Vecchio Testamento; non si lascia all'interpretazione arbitraria di ciascuno proprio perché ha un senso stabilito da Dio. Secondo Pietro, quindi, "la profezia" (il Vecchio Testamento) è voluta dalla volontà divina, non da iniziativa o capriccio di uomo; Dio all'uopo suscitò uomini santi ai quali comunicò un influsso, per cui erano come portati ( varphi ε ρ dot{η} μ ε v o s ) dallo Spirito Santo per scriverla, non a nome proprio, ma come rappresentanti di Dio ( dot{ε} π dot{δ} ( vartheta ε σ hat{σ}).

I testi di Paolo e di Pietro s'integrano a vicenda. Pietro attribuisce a Dio l'iniziativa della composizione del Vecchio Testamento e della comunicazione dell'energiz che rende l'agiografo capace di scriverlo come rappresentante di Dio; Paolo asserisce che il Vecchio Testamento proviene da Dio mediante una comunicazione diretta all'intelletto dell'agiografo.

L'i. dei libri del Nuovo Testamento, poi, si dimostra dalla tradizione, come risulta dalla storia del Canone e dalla loro equiparazione, in fatto ed in teoria, ai libri del Vecchio Testamento. Ricorrono, inoltre, accenni vari all'origine divina di singoli libri apostolici.
S. Giovanni spesso dichiara di dovere scrivere l'Apostolica per ordine di Dio (Apoc. 1, 11. 19; 2, 1. 8. 12. 18; 3, 1. 7. 14; 19, 9) e chiama il suo libro "profezia", a cui nulla si deve aggiungere o togliere, per divina disposizione (ibid. 22, 9. 10. 18-19). In I Tim. 5, 18 sembra che Paolo citi L c. 10, 7 equiparandolo a Deut. 25, 4. Pietro mette sul medesimo piano le lettere di Paolo e le "altre Scritture", cioè quelle del Vecchio Testamento (II Pt. 3, 16), e dichiara che Paolo le ha scritte secondo "la sapienza che gli fu data" (cf. I Cor. 2, 13), cioè dallo Spirito Santo. Quindi, secondo Pietro, il Corpus Paulinum a lui noto è stato composto sotto un influsso speciale dello Spirito Santo. Doveva godere di grande importanza nella Chiesa, se l'interpretazione falsa che se ne dava suscitava tanto scalpore. Probabilmente era ritenuto già normativo in cose di fede e costumi. Si può quindi dedurre che fin dal tempo degli Apostoli nella composizione degli scritti del Nuovo Testamento si vedeva un intervento speciale di Dio.

In quanto dogma, l'i. biblica deve essere da tutti ammessa e richiede perciò un criterio per cui possa essere facilmente rilevata. I protestanti all'uopo stabiliscono vari criteri o troppo soggettivi o troppo scientifici, comunque insufficienti. J. D. Michaella considerò l'i. come un carisma richiesto dal ministero apostolico (e profetico), onde suppose che l'origine apostolica (e profetica) dei libri fosse il criterio della loro i. ("criterium muneris apostolatus ").

I Padri si basarono sulla tradizione per distinguere i libri ispirati : affermarono cioè di accettarli, proprio perché li ereditavano dagli antichi e dai maggiori con l'obbligo di riceverli come tali. Ricercavano tale tradizione nelle varie Chiese, in modo particolare deducendola dalla lezione liturgica (p. es., Serapione, vescovo di Antiochia, m. ca. il 190, presso Eusebio, Hist. eccl., VI, 12, 3 ecc.) e riallacciandola ad una rivelazione primitiva, esplicita od implicita, degli Apostoli. Perciò il criterio completo e decisivo della i. è l'attestazione fatta dagli Apostoli implicitamente (p. es., approvando i libri per la lezione liturgica) oppure esplicitamente, trasmessa, interpretata e proposta autenticamente dal magistero infallibile della Chiesa. Il criterio dell'origine apostolica ebbe un valore pratico e non esclusivo, in quanto furono accolti come divini dalla Chiesa soltanto libri scritti nel tempo apostolico e trasmessi dagli Apostoli.
II. Natura. - Bibbia e tradizione presentano Dio "autore" della S. Scrittura, che per comporla si serve dell'uomo come di uno strumento razionale e che la "detta"; inoltre designano questa come vartheta ε dot{σ} π v ε ι σ τ o s. Però l'agiografo è sempre considerato vero autore del libro sacro; lo vuole, le concepisce, la elabora, lo pubblica e l'attribuisce a sé apponendovi il proprio nome. Ogni agiografo si distingue per le sue caratteristiche stilistico-letterarie.

I primi scrittori cristiani trattano dell'i. insieme con il dono di profezia. Pochi Padri e scrittori