oltanto libri scritti nel tempo apostolico e trasmessi dagli Apostoli.
II. Natura. - Bibbia e tradizione presentano Dio "autore" della S. Scrittura, che per comporla si serve dell'uomo come di uno strumento razionale e che la "detta"; inoltre designano questa come vartheta ε dot{σ} π v ε ι σ τ o s. Però l'agiografo è sempre considerato vero autore del libro sacro; lo vuole, le concepisce, la elabora, lo pubblica e l'attribuisce a sé apponendovi il proprio nome. Ogni agiografo si distingue per le sue caratteristiche stilistico-letterarie.
I primi scrittori cristiani trattano dell'i. insieme con il dono di profezia. Pochi Padri e scrittori paragonano l'ispirato ad uno strumento musicale (lira, cetra, arpa, flauto, organo) sotto le mani dell'artista divino. Tra quelli che tentarono una spiegazione speculativa sono Origene, s. Giovanni Crisostomo e s. Girolamo. Secondo Origene, lo Spirito Santo abitava in modo speciale negli autori sacri e li muoveva ( π imath v ε hat{imath} ) a profetare, servendosene come di strumenti liberi e razionali (C. Celsum, III, 3 : PG 11, 925, ecc.). L'influsso divino nell'intelletto produceva "una illuminazione ed un'illustrazione ", che provocavano "maggior chiarezza e perspicuità»; poi muoveva la volontà e rinvigoriva la memoria. Gli agiografi « in un modo divino " attinsero il senso divino ed " in modo divino" videro e sentirono e scrissero o parlarono. Anche il Crisostomo parla dell'illuminazione e dell'illustrazione dell'intelletto e mette in risalto l'adattamento dello Spirito Santo alla limitatezza dello strumento umano nella nota teoria della "condi" scendenza" ( π ν ν ε ε τ α dot{α}^{′} α o v ζ ). La cooperazione dell'agiografo è sottolineata nell'Expositio in Ps. 48, 2 (PG 55, 225).
S. Agostino (De Gen. ad litteram, XII, 6-27: PL 34, 459-79) illustra i tre generi di visioni (corporale, spirituale, intellettuale) e fa risaliare come Dio agli agiografi « alium sic. alium vero sic narrationem suam ordinare permisit". S. Girolamo giustifica le caratteristiche letterarie degli agiografi con la loro formazione culturale e con l'ambiente da cui provengono. Cassiodoro (Exposit. in Psalt., Praef. : PL 70, 9 sgg.) dà la definizione della profezia che viene adottata dagli scolastici.
I filosofi arabi (Avicenna, 980-1037; Algazel, 10591111) ne trattano sotto l'aspetto filosofico. I rabbini medievali tentano di spiegare l'i., e di particolare importanza è l'appetto di Maimonide (1130-1204). Molti scolastici si pongono la questione del modo come i Profeti ricevono le comunicazioni divine e la risolvono dicendo che vedono "in speculo seternitatis", cioè nell'essenza divina in quanto immagine di tutte le cose (Guglielmo d'Auxerre, tra il 1231 e il 1236; Guglielmo d'Alvernia, m. nel 1249; Filippo Grevio, m. nel 1236), oppure "in quanto è un'illuminazione che procede dall'essenza divina " (Alessandro d'Hales, m. nel 1245), oppure in quanto è alcunché di creato per mezzo di cui l'atto dell'intelletto viene elevato (s. Alberto Magno, m. nel 1280). S. Bonaventura (1221-74) non tratta ex professo dell'i. biblica, però ne parla a più riprese e Van den Borne ne trae la definizione: "Istigazione e direzione divina a servizio del
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carisma di dottore, profeta o evangelista n. S. Tommaso sviluppò magistralmente quanto era stato scritto nei secoli precedenti anche dagli scrittori arabi e da Maimonide, dando una esposizione sistematica della natura della profezia, che serve tuttora di base agli studi sull'i. biblica (Sum. Theol., 2ᵃ-2^{mathrm{ac}}, qq. 171-74). Per Duns Scoto, cf. B. Innocenti, Il b. Giovanni Duns Scoto e la Bibbia, Arezzo 1922.
La natura dell'i. biblica è stata esplorata con impegno nell'ultimo secolo. Precedettero le ipotesi insufficienti: 1) L. Lessio (1623) opinava che essa potrebbe ridursi ad una semplice approvazione divina di un libro scritto "humana industria sine assistentia Spiritus Sancti ", forse così sarebbe stato composto il II Mach. Condannate tre sue proposizioni dall'Accademia di Lovanio, ammise la necessità che l'agiografo scrivesse "es instinctu Spiritus Sancti ». Simile ipotesi avanzarono anche J. Bonfrère e D. Haneberg. 2) A. Calmet, Chrismann, J. Jahn (Bonfrerius) ridussero l'i. biblica ad un'assistenza divina all'agiografo per premunirlo da ogni errore. 3) Per altri l'i. biblica è un intervento morale simile ad una direttiva, ad una spinta iniziale a scrivere. Tutte queste ipotesi furono ritenute insufficienti.
La dottrina cattolica sull'i. biblica è esposta nella encicl. Providentissimus Deus (1893), nella Spiritus Paraclitus (1920) e nella Divino afflante Spiritu (1943), la quale attribuisce il progresso degli studi sull'i. biblica all'applicazione della nozione filosofica della causa strumentale, riconoscendo nell'autore sacro "un organo, ossia strumento dello Spirito Santo, vivo e dotato di ragione». Si considera l'uomo capace di comporre la S. Scrittura, in quanto libro, anche con le semplici sue forze. Però si stabilisce l'intervento di un influsso divino speciale, per cui le facoltà dell'autore sacro, che concorrono alla composizione di un libro, si mettono a servizio di Dio nella composizione di esso sicché il libro possa attribuirsi anche a Dio ed in modo principale. L'encicl. Providentissimus descrive i vari aspetti dell'influsso divino: "Nam supernaturali Ipse virtute ita eos ad scribendum excitavit et movit, ita scribentibus adstitit, ut ea omnia eaque sola, quae ipse iuberet et recte mente conciperent et fideliter conscribere vellent, et apté infallibili veritate exprimerent; secus non Ipse esset auctor S. Scripturae universae ". Secondo la Spiritus Paraclitus l'i. biblica è una grazia divina per cui Dio comunica alla mente dello scrittore un lume per proferire agli uomini "ex persona Dei" la verità, muove la volontà e spinge a scrivere e lo assiste in modo peculiare e continuo fino a che il libro sia composto.
L'influsso ispirativo pertanto si distingue da tutte le grazie e dal concorso ordinario di Dio alle creature : è gratis datum, non gratum faciens, quantunque ordinariamente si conceda a persone pie; si dà per la durata della composizione del libro; la sua caratteristica è di investire le facoltà razionali dell'uomo per renderle capaci di scrivere il libro di Dio. Il primo risultato perciò è di elevare, di eccitare, muovere e sostenere le facoltà umane, ciascuna secondo la propria indole.
L'influsso sull'intelletto, è un'illuminazione che induce a vedere e giudicare come vuole Dio. E perciò influsso illuminante e motivo. Quali i suoi limiti? Non è necessario estenderlo alla cosiddetta raccolta del materiale letterario (ricerche, consultazioni, raccolta di notizie, ecc.), non essendo essenzialmente richiesto dalla nozione di autore. Ma deve intervenire nel giudizio circa il materiale, che può essere speculativo (sulla verità delle notizie) e pratico (sulla convenienza di metterle in scritto). Non c'è dubbio che si estenda al pratico, e probabilmente anche allo speculativo; essendo psicologicamente uniti e l'uno basandosi sull'altro, la loro separazione sarebbe innaturale e violenta e contraria alla nozione di causa strumentale; né Dio
risulterebbe autore del libro sacro se non facesse proprie le cose che contiene, esprimendo il proprio giudizio per mezzo dell'agiografo. Secondo alcuni l'influsso intrinsecamente corrobora l'intelletto ed illumina le cose da scrivere con luce più fulgida; probabilmente però basta limitarlo ad una subordinazione dell'intelletto, onde giudichi come vuole Dio: infatti, se può giudicare con le proprie forze, si richiede solo che giudichi mosso e diretto da Dio; ciò è sufficente perché si possa dire che il suo giudizio è provocato n voluto da Dio.
La rivelazione propriamente detta non è da confondersi con l'i., che è un impulso a scrivere sia cose note, sia cose rivelate. In genere la Bibbia contiene cose già note all'agiografo prima dell'i. La rivelazione ricorre solo in pochi casi. Poiché l'i. non annulla, ma osscconda l'indole razionale dell'uomo, non è necessario che l'agiografo sia consapevole della sua i., a differenza del profeta, che deve parlare a nome e nell'autorità di Dio. Illumina peraltro e attiva l'intelligenza, onde esclude il furore e l'esaltazione maniaca proprie dei vati pagani, né comporta, come tale, l'estasi.
L'influsso sulla volontà è la comunicazione di una energia che scuote, desta, spinge la volontà a scrivere quanto con il giudizio pratico è stato giudicato doversi mettere in scritto. Dio agisce in modo misterioso, salvaguardando la libertà umana.
Va anche esaminato l'influsso sulle facoltà esecutive (memoria, reminiscenza, fantasia; cervello, nervi, muscoli). Avendo queste facoltà grande parte nella vivacita delle immagini, nell'esattezza e nitidezza dei particolari, ecc., e quindi nella redazione del libro, è necessaria almeno un'assistenza divina perché si evition errori e si rendano con infallibile fedeltà i giudizi dell'intelletto.
L'influsso ispirativo sui collaboratori, segretari, amanuensi, glossatori ecc. è circoscritto all'ambito ed alla natura della loro collaborazione alla composizione della S. Scrittura.
L'i. è una caratteristica esclusiva dei libri del Vecchio e del Nuovo Testamento e non ha nulla a che vedere con l'i. che si attribuisce ai poeti, ai letterati, agli artisti, ai vati, ai libri delle religioni pagane, alle sibille ecc., e neanche con l'i. privata concessa talvolta ad alcuni santi.
III. Estensione. - La dottrina cattolica, basata su II Tim. 3, 16, sulla tradizione, sulla nozione di Dio autore della S. Scrittura, sulla dignità di essa ecc., ritiene tutte le parti della Bibbia, senza eccezione o distinzione, divinamente ispirate e l'encicl. Providentissimus ha riprovato quelle opinioni che la limitano alle cose di religione o di morale, negandola per le parti bibliche che contengono notizie storiche, profane, di scienze naturali ecc. (Holden, nel 1662; F. Lenormant [v.]; S. Di Bartolo [v.], per gli obiter dicta, particolari incidentali quali, p. es., II Tim. 4, 13; Tib. 11, 9 ecc. [card. Newman]), e che non hanno perciò connessione con il raggiungimento dell'ultimo fine (G. Semeria).
La teoria dei vecchi protestanti, secondo cui Dio avrebbe dettato materialmente le parole attraverso la fantasia o l'intelligenza dell'agiografo, è ormai sorpassata, perché contraria alla dignità della natura umana, e perché incapace a spiegare le diversità stilistiche, la fatica letteraria degli agiografi ecc. I cattolici tutti richiedono nell'agiografo almeno un'assistenza speciale, per cui sia posto in grado di scegliere parole atte a rendere fedelmente i concetti da esprimersi. Disputano soltanto se la scelta delle singole parole (in "individuo") sia rimessa integramente all'agiografo (J. B. Franzelin) oppure si faccia da questo strumentalmente (i. verbale psicologica). Vi sono argomenti in favore dell'una e dell'altra opinione. Però quelli della prima valgono piuttosto contro l'i. verbale meccanica dei protestanti. La differenza tra le due opinioni non è grande: nella prima Dio influisce affinché l'agiografo scelga la parola adatta, lasciandolo libero di preferire l'una o l'altra tra le adatte; nella seconda in-
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vece lo determina a scegliere anche le singole parole, cioè una adatta tra le adatte. Quest'ultima sembra più probabile, perché più conforme alla nozione di causa strumentale, all'inseparabilità delle parole dalle idee, alla tradizione, alla nozione della Bibbia quale Verbum Dei, ecc. La diversità di stile provertelvbo dalla diversità degli strumenti (agiografi) adoperati da Dio, che si adatta alla loro indole e dignità.
IV. EffeTtI. - Il primo risultato dell'i. è che il libro sacro si deve attribuire a Dio come ad autore principale, acquistando quindi un'autorità divina. Peraltro non risulta tutto divino allo stesso modo. Ma è divino in sé ciò che proviene da Dio, dagli angeli e santi parlanti a nome di Dio, o dall'agiografo in veste di agiografo. E divino solo in forza dell'i. ciò che riferisce come storico senza pronunciarsi sulla sua bontà, la quale portanto non muta per il fatto che è riferito nella Bibbia. Ciò che afferma, approva, riprova, narra ecc. è affermato, approvato, riprovato, narrato ecc. da Dio con quella modalità in cui è espresso dall'agiografo. L'approvazione di una persona non si esconde a tutte e singole le sue gesta. I consigli dati dall'agiografo non come tale, non diventano consigli di Dio, ma rimangono consigli di persona prudente (p. es., I Tim. 5, 25 ; II Tim. 4, 13. 21). I fatti turpi sono sempre implicitamente riprovati, i virtuosi approvati nei limiti della morale professata. Quando l'agiografo cita fonti letterarie si deve supporre che in linea di massima le approvi (p. es., I Reg. 11, 41; 14, 29; 15, 31 ecc.). Dal contesio si può dessunere nei singoli casi in qual misura non le approvi (v. CITAZIONI IMPLICITE).
Altro effetto importantissimo dell'i. è l'immunità da errori, che compete alla Bibbia, per la quale v. inerranza.
BibL. Tra le opere più importanti: I. Fr. Marchini, De divinitate Sacrorum Bibliorum (J. B. Migne, Cursus S. Scripturae, III, Torino 1777, pp. 1-492); J. Delitzsch, De Inspiratione S. Scripturae quid mutuerunt PP. apostelici et apologetiae saec. II, Lipsia 1872; Fr. Schiffini, De Inspirationis Biblorum vi et ratione, Bressanone 1882; F. Dausch, Die Schriftinspiration, Friburgo 1891; J. B. Paulus, Die Euryblica Providentissimus Deus und die Inspiration, in Zeitschr. f. hathal. Theil., 18 (1894), pp. 627-86; G. M. Brandi, La questione biblica e l'encidi. - Providentissimus Deus v, Roma 1894; K. Holzhey, Die Inspiration der hl. Schrift in der Anschauung des Mittelalters, Monaco 1895; C. Chauvin, L'Inspiration des Divines Ecritures, Parigi 1896; M.-J. Lagrange, L'Inspiration des Livres Saints, in Revue bibl., 5 (1896), pp. 199-220; J. B. Franzelin, De Divina Traditione et Scriptura, Roma 1896; Th. Pöguus, A propos de l'lupiration des Livres Saints, in Revue bibl., 6 (1897), pp. 75-82; D. Zanonchuk, Divina Inspiratio S. Scripturae ad mentem s. Thomae Aq., Roma 1898; id., Scriptor sacer sub divina Inspiratione iuxta usatosiiam card. Franzelin, iv) 1903; Th. Calman, Qu'est-ce que l'Ecriture Sainte? (Sciences et foi, 83), Parigi 1899, 8* ed. ivi 1907; E. Granelli, De Inspiratione verbali S. Scripturae, in Divus Thomas (Piacenza), 2* serie, 3 (1902) pp. 211-25, 321-40, 433-45; id., De effectibus Inspirationis, ibid., pp. 573-88; 4 (1903), pp. 28-39, 479-524; L. De San, Tractatus de Divina Traditione et Scriptura, Bruges 1903; P. Joüon, Le criterium de l'lupiration, in Etudes, 98 (1904), pp. 80-91; A. Meyenberg, Ist die Bibel inspiriert?, Lucerna 1907; L. Mechinesu, L'idée du Livre inspiré, Bruxelles 1907; C. Crosta, L'i. agiografica, Montefalco 1907; A. Cellini, Proposdentica biblica, II, Eiparamoane 1909; J. V. Bainvel, De Scriptura Sacra, Parigi 1910; H. Van Laak, De S. Scripturae Inspiratione, Roma 1910; A. Dorsch, De Inspiratione S. Scripturae tractatus dogmaticus, Innsbruck 1912; 2* ed. ivi 1926; 3* ed. ivi 1927; H. Merkelbach, L'Inspiration des Divines Ecritures, 3° ed., Liegi 1913; J. Nogara, De Inspiratione S. Scripturae, Monza 1913; J. Jacome, Diteretatio de natura Inspirationis S. Scripturae, Vienna 1919 (v. anche in Divus Thomas, 2 [1912], pp. 308-34; 3 [1916], pp. 190-221; 4 [1917], pp. 45-80, 552-46); E. Ford, On Inspiration, in The Downside Review, 40 (1922), pp. 292-368; J. A. Mc. Clorey, The Inspiration of the Bible, St. Louis-Londra 1923; Ch. Pesch, De Inspiratione S. Scripturae, 2° ed., Friburgo 1923; id., Supplementum contineus disputationes recentiores et decreta de luspiratione S. Scripturae, ivi 1926; C. Van den Borne, Doctrina s.
Bonaventurae de Inspiratione et Iuerrantia S. Scripturae, in Antonianum, 1 (1926), pp. 309-26; G. Mortari, La nozione di causa istrumentale e le sue applicazioni alla questione dell'i. verbale, Verona 1928; H. Höpf, Tractatus de Inspiratione S. Scripturae, Roma 1929; L. Billot, De Inspiratione S. Scripturae, 4* ed., ivi 1929; H. Dieckmann, De essentia Inspirationis quid Concilium Vaticanum definierit et docuerit, in Gregorianum, 10 (1929), pp. 72-84; A. Bex, De Inspiratione Scripturae Sacrae, Roma 1930; e s. v. in DBS, 17, 482-530; A. Colungo, La Inspiration divina de la S. Escritura, in Ciancia Tomista, 42 (1930), pp. 58-77; G. Luysseau, Essai sur la nature de l'lupiration scripturales, Parigi 1930; S. Zarb, De criterio Inspirationis et canonicitatis SS. Librorum, in Divus Thomas (Piacenza), 34 (1931), pp. 147-86; J.-M. Vosté, De divina Inspiratione et veritate S. Scripturae, Roma 1932; G. M. Perrella, De apostolica et prophetico munere ad Inspirationis et canonicitatis criterio altero pro Novo altero pro Vet. Test., in Divus Thomas (Piacenza), 35 (1932), pp. 49 sgg., 142-76; S. Tromp, De S. Scripturae Inspiratione, Roma 1932; F. Fabbi, La condiziondenza e divina nella i. biblica secondo s. G. Gritostomo, in Biblica, 14 (1933), pp. 334-47; F. S. Porporato, Affetti dell'agiografo e i., in Cio. Catt., 1933, iv, pp. 279288, 391-403; id., Miti e i., Chieri 1944; id., La S. Struttura e le scienze, ivi 1948; R. F. E. Steinmüller, Some problems of the Old Testament, Nuova York 1938; E. Antonisello, 'Eritzoü Spos入心仏tsz тĭs Өescrezup'asz тĭs' A.Г., Atene 1938; B. Decker, Die Entwicklung der Lehre von der prophetischen Offenbarung, Bredavia 1940; C. L. Daniel, The Bible's seeming contradictions, Grand Rapids 1942; E. Florit, I. e inerransos biblica, Roma 1943; J. Enciso Viana, El modo de la Inspiracion profética según el testimonio de los mismos profetas, in Estud. bibl., 6 (1947), p. 447; Crisóstomo de Pamplona, Algunas cuestiones relacionadas con la naturaleza del influjo inspirativo, in Est. franc., 49 (1948), pp. 36-39; B. K., Das christliche Verständnis der Offenbarung. Eine Vorlesung (Theologische Existenz heute, nuova serie, 12), Münster in V. 1948; G. M. Perrella, Introduzione generale alla S. Bibbia, Torino 1948; A. Van Rooy, De inerrancia S. Scripturae, in Collectanea Dilettinienzia, 33 (1948), pp. 138-60; A. Albanese, Le questioni bibliche alla luce della esegesi tradizionale, Palermo 1949.
Bonaventura Mariani
## II. I. Divina.
Illustrazioni e influssi soprannaturali con cui Dio muove le anime, e a cui la teologia spirituale dà anche il nome di «istinto» divino, riferendole spesso allo Spirito Santo, perché le opere di santificazione gli si attribuiscono per appropriazione. Le i. appartengono all'ordine delle Grazie attuali.
Non vanno confuse con le rivelazioni e locuzioni interne, le quali comunicano nuove idee per influsso straordinario divino-angelico. Sono semplici illustrazioni intellettuali che fanno meglio conoscere quel che già si possiede, o particolari mozioni nella volontà e nel sentimento, che incitano a meglio compiere determinate azioni intese da Dio. Anche gl'increduli ed i peccatori possono ricevere i. (Leone XIII, encicil. De Spirito Sancto, 1897). E importante esservi docili, poiché Dio conduce sempre alla perfezione e alla salvezza l'anima che ne segue gl'in-tili e l'iniziativa (Is. 6, 44; cf. Ps. 20, 4); ordinariamente, in proporzione della fedeltà nel seguire le piccole i., Iddio dispone l'anima a riceverne delle maggiori.
Le i., non sono necessariamente avvertite; l'azione di Dio sfugge il più delle volte alla coscienza. Conseguentemente l'ascetica raccomanda d'essere attenti ad agire in ogni cosa secondo i lumi della ragione e della fede, di osservare particolarmente quelle mozioni ed affetti che si sentono sorgere nell'animo in occasione di pie pratiche, letture, ed alla vista di buoni esempi e ascoltando la divina parola, valendosi assai spesso Iddio di tali mezzi, per suscitare le sue i. L'uomo però può anche illudersi e potendo essere soggetto alle mozioni sia degli angeli buoni che cattivi, deve esaminare diligentemente le i. (I Is. 4, 6). Generalmente provengono dal buono spirito quelle che rafforzano nel bene, nell'umiltà, nell'obbedienza all'autorità, nella carità ecc. Nei casi dubbi è prudente rivolgersi al consiglio di un buon direttore spirituale. Celebri regole per discernere le mozioni interiori furono scritte da s. Ignazio di Loyola negli Esercizi spirituali (Regulae ad spiritue dignascendae, I et II hebd.).
Errarono gli alumbrados e altri pseudo-mistici contrapponendo le i. dello Spirito Santo e la sua guida ai precerti esterni dell'autorità ecclesiastica; ed i quietisti (v.), il cui principio generale era che si dovesse aspettare,
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prima di qualunque azione interna o esterna, una mozione speciale dello Spirito Santo, altrimenti l'atto sarebbe proceduto da amor proprio. Tali errori furono condannati dalla Chiesa (J. De Guibert, Documenta, 213. 406, 438-48,46 mathrm{r} ).
Bibl.: A. Adrisenssens, De divinis inspirationibus opusculum, Colonia 1570; L. La Puente, Guia spiritual, Valladolid 1609; G. B. Scaramelli, Direttario ascetico, capp. 6-9 (Disservimento degli spiriti), Venezia 1753 (rist.); J. A. M. Meynard, Troité de la vie intérieure, II, Parigi 1923, pp. 491-500; J. De Guibert, Theologia spiritualis, 3² ed., Roma 1946, nn. 126-82; A. Saudreau, I gradi della vita spirituale, trad. it., Milano 1940, capp. 5-8. Arnaldo M. Lanz
III. L'i. nelle religioni non cristiane.
Nelle religioni non cristiane, l'i. appartiene a quel tipo di divinazione che non dipende da segni esterni, ma dal suggerimento proveniente da una divinità o da altra fonte sopranormale. Quando l'i. avviene per il creduto possesso che, in seguito ad eccitazione preliminare, uno spirito prende di un individuo facendolo parlare ed agire a sua posta, si ha lo sciamanismo (v.).
Quando l'i. avviene in un luogo particolarmente sacro, e attraverso una persona che è assistita da un sacerdozio addestrato, si ha l'oracolo (v.).
I. individuale è ritenuta quella che avviene attraverso visioni, allucinazioni, sogni (v. inCUBARIONE), ritenuti dalla mentalità popolare come manifestazioni di un mondo superiore.
Le religioni storiche sorte in un secondo tempo, come reazione o integrazione di quelle naturali, grazie all'opera di un fondatore o riformatore, possiedono quasi tutte un canone di scritture sacre, ritenute provenienti dalla divinità stessa attraverso la rivelazione del riformatore o profeta. L'Avesta dei mazdei, ispirato da Ahura Mazda a Zarathustra, il Corano esistente ab aeterno in cielo, e rivelato da Allāh a Maometto per il ministero dell'arcangelo Gabriele, sono i due casi tipici di i. che i fedeli ritengono venuta direttamente da Dio.
Alcune religioni, pur senza vantare questa diretta i., hanno scritture sacre in cui è contenuta la tradizione del paese, alle quali viene attribuito un valore normativo per la vita religiosa e morale; tali sono i Veda dell'India, i King della Cina confuciana, il Taotsong dei taoisti, il cui nucleo centrale è costituito dal Tao te King di Lantse, il Tripitaka (Tipitaka in pali) del buddhismo, il Siddhanta del jainismo, il Granth dei Sikh. Anche manichei, mandel, bābisti, bahk'isti, hanno i loro libri sacri.
Bibl.: V. le voci manicheismo: mandei: bābismo: baháismo. Nicola Turchi
ISRAEL. - Dapprima soprannome di Giacobbe, poi nome del popolo originato dai 12 figli di lui. Iddio cambiò il nome del patriarca Giacobbe (v.) in I. (Gen. 32, 28).
Siccome tale cambiamento venne fatto in seguito ad una "lotta" (täräh= arabo tarä [Th. Nöldeke, Neue Beiträge zur semit. Sprachwissenschaft, Strasburgo 1910, p. 75], "combattere") vittoriosa sostenuta dal patriarca (Gen. 32, 24-32; diversa è la concezione in Os. 12, 4 sg .), il nome di I. viene spiegato: "Egli lotta con Dio». Ma poiché nei nomi teoforici Dio è di solito soggetto, taluni, scostandosi da Gen. 32, 29, spiegano: "Dio combatte (per lui) ". Va considerato però che la lotta si svolge di notte e che il misterioso lottatore vuole essere congedato allo spuntare dell'alba, ed è all'alba che avviene il cambiamento del nome; non è escluso che la Scrittura adombri il secondo significato del nome: Säräh= arabo tard "splendere" (cf. G. Procksch, Die Genesis, 2²-3² ed., Lipsia 1924, p. 373) cioè : "Dio risplende", il che concorderebbe con le reofanie bibliche e con la frequente associazione "Dio e luce" nella letteratura profetica e nell'innologia biblica.
Eugenio Zolli
ISRAELE. - Denominazione ufficiale assunta dallo Stato ebraico indipendente sostituitosi nel 1948 al mandato britannico sulla Palestina.

(prop. Ene. Cati.)
Israele - 1) Confini di Stato; 2) limiti delle zone di occupazione araba; 3) ferrovie.
I. Geodrapia. - Situato nell'Asia anteriore, lungo il Mediterraneo, fra Libano, Siria, Transgiordania ed Egitto, questo Stato ha una superfice di 27.009 mathrm{kmq}. (compresi 704 kmq . di acque interne; meno del Piemonte) ed è costituito da un'esile pianura litoranea su cui declina con lento pendio un tavolato, od altopiano calcareo, inciso da fratture e gole d'erosione e povero d'acque superficiali. L'altopiano, elevato in media 600-800 mathrm{~m}. (cima più elevata il M. Germag, m. I199), che si continua con l'arido Neghehh fino al Mar Rosso, incombe ad E. sulla fossa (el-Gōr) del Giordano, la quale si prolunga anch'essa, con il Mar Morto e il Wādī el-'Arabah, fino al Golfo di 'Aqabah. Il clima va attenuando il suo carattere marittimo e mediterraneo man mano che si procede verso E.; le precipitazioni, in genere scarse e concentrate nei mesi invernali, crescono con il rilievo, ma diminuiscono anch'esse verso E. e verso S. Tuttavia il paese è molto più vario che non comporti la sua modesta ampiezza, e tutt'altro che
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desolato : dovunque si trovi acqua (fiumi, pozzi artesiani) il terreno si presta bene a più generi di colture. Pochi e di breve corso i fiumi, dei quali l'unico importante è il Giordano (ca. 300 km .), che finisce nel Mar Morto ( 913 kmq .), posto a 392 m . sotto il livello del Mediterraneo e profondo 399 m .; lago caratteristico per l'eccezionale salanità (zo S2) e l'elevato peso specifico delle sue acque, nonché per la mancanza assoluta di fauna ittica.
La popolazione ( 1,9 milioni di ab.; 72 a kmq.) è assai diversa per razza, lingua, religione e aspirazioni : i gruppi numericamente più cespicui sono il musulmano, l'israelita ed il cristiano; figurano inoltre minoranze di Drosi, Siri, Armeni, Greci, Egiziani, ecc., nonché ca. 60 mila beduini. Sebbene accresciuto da una continua intensa immigrazione, l'elemento israelita non ha ancora la maggioranza assoluta della popolazione, se non in quella delle tre unità territoriali (Stato arabo, Stato ebraico, città di Gerusalemme che il progetto di sistemazione assegna agli Ebrei), cioè in gran parte della zona costiera, nella Galilea orientale e nel Neghebih. Assai cresciuta, negli ultimi anni, la popolazione urbana : oltre la capitale, Gerusalemme ( 164 mila ab.), tre centri abitati oltrepassano oggi i 100 mila ab. (Giaffa, Haifa e Tel Aviv, che con i suoi 183 mila ab. li supera tutti).
L'economia palestinese si basa sull'agricoltura, che dà cereali (frumento, orzo), tabacco, sesamo, frutta, ecc., ma soprattutto vino, olio e agrumi (questi ultimi principale articolo di esportazione). Discreti i redditi dell'allevamento (che ha carattere mediterraneo, ma ben provvisto anche di bovini; fiorenti pollicoltura e apicoltura); modeste le risorse minerarie (zolfo, salgemma, potassa, bromo), cui sovvengono tuttavia buone disponibilità idroelettriche (Giordano) e lo sbocco del petrolio dell'Iràq, che mette capo a Haifa. Le industrie sono in promettente sviluppo, specie nei centri dove prevale l'elemento ebraico, ma hanno ancora dimensioni modeste (notevoli le petrolifere e la manifattura del tabacco). I traffici via terra sono orientati verso N., specie dopo completato l'allacciamento della rete palestinese ( 600 km .) con la rete del Libano; quelli marittimi si giovano dei porti di Giaffa e di Haifa (scohedue modernamente attrezzati) : quest'ultimo è divenuto ormai il più importante di quelli del Mar del Levante.
BnL.: A. Bonne, Palästina: Land und Wirtschaft, Lipsia 1932; F.-M. Abel, Géographie de la Palestine, 2 voll., Parigi 1933-38; F. Cerescani, Palestina d'aggi, Brescia 1934; P. Goodman, The jewish national home, Londra 1943; L. Picard, Structure and evolution of Palestine, Gerusalemme 1943; W. C. Lowdermills, Palestine: land of promise, Londra-Nuova York 1944; B. Gurwisch-Gerth, The jewish population of Palestine: immigration, demography, structure and national growth, Gerusalemme 1945; R. R. Nathan-O. Goss-D. Creamer, Palestine: problem and promise, Washington 1946; A. Gerrs, Statistical handbook of jewish Palestine, Gerusalemme 1947. Giuseppe Caraci
II. Condizione giuridica della Chiesa cattolica. - Quando si stabili la divisione della Palestina ( 29 nov. 1948), erano contemplati il rispetto e la salvaguardia dei Luoghi Santi cristiani, ebraici e musulmani con tutte le loro istituzioni annesse.
Nel Proclama d'indipendenza dello Stato di I., emanato il 14 maggio 1948, era dichiarata - piena eguaglianza sociale e politica di tutti i suoi cittadini, senza distinzione di razza, di religione e di sesso; garanzia di piena libertà di coscienza, di religione, educazione e cultura; salvaguardia della santità e inviolabilità dei santuari e luoghi santi di tutte le religioni».
L'organizzazione del governo comprende il Ministero del culto in cui, tra le diverse sezioni per gli affari religiosi in genere, è pure quella delle comunità cristiane. Tuttavia, la prima Assemblea costituente (Kaneseifi), eletta il 25 genn. 1949, che tiene le sue sessioni a Tel Aviv, non ha ancor preso posizione in merito.
Nello Stato d'I. esistono attualmente quattro principali confessioni cristiane: i cattolici (latini, greco-cattolici, maroniti); i greci-ortodossi (con i russi pravoslavi); i protestanti (Chiesa episcopale anglicana, araba
e inglese; Congregazione evangelica araba e altre diramazioni rappresentate da missionari nelle principali città) e gli ortodossi-monofisiti (armeni, copti, siriani-giacobiti, abissini). Sembra che allo Stato si imponga la possibilità del problema dei cristiani di origine ebraica.
BibL.: E. Hoade, Guide to the Holy Land, Gerusalemme 1946, pp. 89-92; United Nations world (Nuova York), maggio 1948; Palestine Post (Gerusalemme), 4 apr. 1949; I. service of information (Roma), 3 ag. 1949 e 8 giugno 1950; Bulletin des Nations Unies (Parigi), 13 giugno 1950; anon., La Terre Sainte, Tel Aviv 1950. Martiniano Roncaglia
ISSACHAR. - Nono figlio di Giacobbe, quinto di Lia, il cui nome Jisšahhâr nel qêrê perpetuum corrisponde a «uomo mercenario» o «vi è la mercedie»; nel qêrhbh «Egli [Doi] procura la mercede», terza persona singolare del verbo šhr in šaph'êl, antica forma cananea o ebraica dei testi ugaritici.
Il nome è spiegato dalla madre: «Il Signore mi ha dato la mia ricompensa» (šêhhârî), il che suppone la grazia biblica del şithlêh (Gen. 30, 18; cf. v. 16). Con i figli Thola, Phua, Iasub e Semran (Gen. 46, 13; Num. 26, 23; I Par. 7, 1), I. discese con Giacobbe in Egitto, ove la discendenza dei suoi figli tanto si moltiplicò che al tempo dell'esodo la tribù contava nel primo censimento 54.400 guerrieri (Num. 1, 28-29) e nel secondo 64.300 (Num. 13, 8). Igai rappresentò la tribù nell'esplorazione di Canaco (Num. 13, 8) e Phaltiel nella commissione per la spartizione del territorio (Num. 34, 26).
Le frontiere del cantone issacharita (Ios. 19, 17-23) possono approssimativamente esser delimitate dalla numerazione delle città assegnate : da Engannim ( = Genin) all'angolo sud-est della pianura d'Esdrelon per Iezrael ( = Zer'in), Sumen ( = Sôlem) la linea si incontrava al Thabor, la montagna sacra, con le tribù di Nephthali e Zabulon e procedeva all'est verso il Giordano. Comprendeva quindi la parte orientale della fertile pianura di Esdrelon e la valle del Galûd, terreno buono e ameno. Come avevano preannunziato Giacobbe (Gen. 49, 14-15) e Mosè (Deut. 33, 18), la tribù, accantonata nelle valli adiacenti al Thabor e a Nabî Dabî, non si avvantaggiò della ricchezza del suolo se non a scapito della sua indipendenza e "come asino robusto, sdraiato in buon posto, piegò il dorso alla soman servendo nelle carovane dei potenti Cananei. Tuttavia la tribù aderì alla guerra indetta da Debora contro Sisara (Iude. 5, 15), issachariti furono i giudici Thola (Iude. 10, 1) e il re Baasa (II Reg. 15, 27); e la tribù, di 87.000 guerrieri (I Par. 7, 5), favorì David nell'accesso al trono d'Israele (I Par. 12, 32).
Bim... Per il significato del nome: R. De Langhe, Les textes de Ras Qhamra-Qgarit, II, Parigi-Oembloux 1945, p. 448. Per le delimitazioni delle frontiere: W. F. Albright, The topography of the tribe of I., in Zeitschr. f. alttest, Wissensch., 44 (1926), pp. 225-36; A. Sauriaola, The boundary between I. and Naftali, Helsinki 1927.
Donato Baldi
ISSOPO (ebr. { }^{°} ε α δ δ mathrm{h}; greco ǒo σ ω π α ς ). - Pianticella che veniva usata per aspergere nei riti ebraici.
L'1. è menzionato già in Ex. 12,22, ove si parla delle porte israelitiche in Egitto spruzzate con il sangue dell'agnello. In particolare era usato per la purificazione del lebbroso (Leu. 14,4) e per l'acqua lustrale (Num. 19,6. 18). Per un uso metaforico del termine cf. Ps. 50,9. In Io. 19,29 si è concordi nel vedere una lezione errata, non potendosi trattare di i.
I botanici non convengono nell'identificare questa pianticella. Si è pensato all'Hyssopus officinalis di Linneo, ma, dato che esso non cresce in Palestina, è stato identificato anche con l'Origanum Maru.
Bim... I. Loew, Die Flora der Juden, II, Vienna 1926, pp. 84-101; id., Der bibliche'ēsōb, in Sitzungberichte der Kaiserl. Abad der Wissensch. in Wien, 161 (1909); 3. 3. Angola Penna
ISTALLAZIONE. - La i. (vocabolo che si usava accanto a inthronisatio per i vescovi ed il sommo pontefice) è l'immissione in possesso di un beneficio sia concistoriale che non concistoriale, chiamata institutio corporalis (can. 1443 § 2). Il CIC, per i benefici concistoriali, preferisce la di-
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zione "possessionem capere» (cann. 293 § 2, 313 , 322 § 1,334 \ 2,353 ), per quelli non concistoriali, il termine "missio in possessionem" (can. 1443 § 2).
La i., nel diritto vigente, non è soltanto un rito complementare, ma l'atto conclusivo della provvista beneficiale che dà l'exercitium iuris nel proprio beneficio (cann. 334 \ 2,461,1446,1472 ecc.).
Essa, che nel diritto delle Decretali costituiva una delle competenze dell'arcidiacono ed in seguito dei vicari generali e foranei, ora, per sé, è riservata all'Ordinario, il quale però non solo può delegare altri, ma, per causa giusta, può dispensare dalla forma che i canoni o le consuetudini suggeriscono per la presa di possesso, che può essere fatta anche mediante un procuratore fornito di mandato speciale (cann. 1443-45). Con la presa di possesso non soltanto l'investito acquista ogni diritto sia spirituale che temporale del beneficio (can. 1472), ma, ipso iure, viene a vacare l'ufficio o beneficio incompatibile con il nuovo (can. 2396; v. incompatibilità). Ché se la presa di possesso, quantunque invalida, perduri da tre anni, dà il diritto della prescrizione sul beneficio, purché, s'intende, non ci sia stata mala fede o simonia (can. 1446).
Bibl.: N. Garcia, De beneficiis ecclesiasticis, Saiagozza 1609, parte 10*, cap. 4; L. Thomassin, Vetus et nova disciplina circa beneficia et beneficiorius, Parigi 1688; M. Pistocchi, De re beneficiali uxto canonet, Torino 1928, p. 220 sgg.; S. d'Angelo, De possessione benefici, in Apollinaris, I (1928), pp. 411-15; T. Schaal, Corporal installation of pasture, in The eccles. review, 9 (1934), pp. 620-24; G. Stocchiero, Il beneficio eccles. in provvisione, Vicenza 1946.
Innocenzo Parisella
ISTANZA. - E voce usata nel diritto processuale con due diversi significati. I., anche al di fuori del linguaggio canonistico, indica infatti qualsiasi richiesta o domanda che, nel corso del processo, o anche prima di questo, si rivolge al giudice, eccetto solo quelle per le quali è prescritta una forma particolare e che hanno nomi particolari, come, ad es., la citazione, il libello o il ricorso. Con i. si chiede che il giudice, dopo la presentazione del libello e la sua ammissione, citi le altre parti per addivenire alla concordanza del dubbio; sempre con i. si richiedono nuovi mezzi istruttori, e via dicendo.
Ben più importante, in diritto canonico, è il secondo significato : infatti i. o, meglio, i. della lite (cf. CIC, 1. IV, parte I, tit. VIII De litis instantia) è il procedere e l'evolversi della causa dalla contestazione della lite alla sua conclusione mediante pronuncia del giudice attraverso l'istruzione probatoria. Fondamentale al riguardo è il can. 1732: "l'i. ha inizio con la contestazione della lite; essa termina in tutti quei modi coi quali si conclude il giudizio, ma può anche interrompersi prima, oppure cessare in seguito a perenzione o rinuncia».
L'i. si divide in due distinte e determinate fasi; la prima, istruttoria, in cui vengono raccolte tutte le prove e che termina con la pubblicazione degli atti e la conclusione in causa, e nella quale è preminente l'azione del giudice; la seconda in cui avviene la stesura e la presentazione delle memorie difensive e l'emanazione della sentenza. Presupposti dell'i. della lite sono il libello (v.) introduttorio, la citazione (v.) e la contestazione della lite (v.); conseguenza, la definizione della causa. Normalmente l'i. termina con sentenza definitiva, ma può anche terminare con transazione (v.), con il compromesso in arbitri (v. arbitri), con il giuramento (v.) decisorio. In questo modo la lite ha una conclusione e la causa una decisione. Ma l'i. può anche terminare senza che vi sia stata sulla causa una decisione; ciò avviene quando si ha perenzione o rinuncia. Vi sono inoltre dei casi rassativamente elencati, in cui l'i. non termina, ma viene interrotta; si opera di diritto l'interruzione quando, durante il processo, una delle due parti in causa venga a morire, o perda la capacità di stare in giudizio, oppure, qualora non agisca in proprio ma in virtù di un ufficio, cessi dalla titolarità dell'ufficio stesso. Occorre notare che l'i. si in-
terrompe solamente nel caso in cui si sia ancora in fase istruttoria, mentre se vi sia già stata la pubblicazione degli atti e la conclusione in causa, l'i. segue il suo corso, dopo che il giudice avrà citato ex ufficio l'erede o il successore. Altro caso di interruzione di i. si ha quando il procuratore o il curatore cessino dall'incarico. L'i. riprende, dal punto in cui si è verificata la causa interruttiva, ad opera degli erudi o dei successori o quando sia stato nominato un nuovo procuratore o curatore dalla parte, o quest'ultima dichiari di voler stare in giudizio personalmente. Eccezione alla regola generale si ha nelle cause in cui vi sia controversia fra chierici sul diritto ad un beneficio: malgrado la morte di una delle parti, l'i. non si interrompe, ma deve venir proseguita dal promotore di giustizia, a meno che il beneficio non sia di libera collazione dell'Ordinario e questi preferisca aggiudicare la causa e il beneficio al superstite. Mentre, come già detto, il modo normale con cui termina la i. è la sentenza o le altre forme sostitutive di questa, l'i. può terminare per perenzione (v.), o per rinuncia (v.); la prima opera di diritto in seguito alla inattività processuale delle parti; la rinuncia è atto di parte attrice, che raggiunge lo scopo di por fine all'i. solo se sia accettata dal convenuto e ammessa dal giudice.
Bibl.: Verna-Vidal, VI, n. 408 sgg.; I. Noval, Commentarium CIC, IV, I, Torino-Roma 1920 n. 419 sgg.; F. Della Rocca, Istituzioni di diritto processuale canonico, Torino 1946, p. 183 sgg. Giorgio Franco
ISTANZIO. - Tra i discepoli di Priscilliano merita un'attenzione speciale il vescovo I. perché a lui sono stati attribuiti, più che al superiore della setta, gli 11 trattati scoperti da G. Schepss e pubblicati in CSEL, 18 (1889). Scritti su un piano apologetico, essi non contengono grandi cose che rivelino la cresia di cui i contemporanei incolpavano Priscilliano. Per questa ragione, il Morin li attribui a I., ma non a tutti soddisfece la soluzione del saggio patrologo benedettino; e ancora la paternità dei trattati menzionati è soggetto di discussione.
Bibl.: G. Morin, Pro I. contre l'attribution à Priscillien des apuscules du manuscrit de l'Giesburg, in Rev. bénédictine, 30 (1913), pp. 133-73. Contro il Morin sss J. Martin, Priscillian adr I., in Hist. Jahrbuch, 33 (1912), pp. 237-51. Giuseppe Madoz
IŠTAR. - Divinità femminile principale del pantheon dei Babilonesi e Assiri, nonché di numerose altre schiatte dell'Asia occidentale antica, sebbene non tutte le dessene questo nome. Presso i Babilonesi e Assiri era per molti suoi tratti di origine sumera, sebbene non si possa affermare che questa dea derivasse dai Sumeri anche presso tutte le altre nazioni palerorientali. I Sumeri la chiamavano Innimni.
Già presso questi essa porta quei due caratteri principali che si trovano descritti o accennati molte volte nei testi babilonesi o assiri : dea dell'amore e della guerra. Quest'ultimo tratto era messo molto in rilievo segnatamente dagli Assiri, popolo spiccatamente guerriero. Essa presiedeva tanto all'amore sessuale quanto all'amore puro, ma era in primo luogo divinità della fecondità e dei parti, tanto presso gli uomini quanto presso gli animali, ed anche in tutta la natura. Era la divinità dell'amore mercenario, e la si riguardava quale la prostituta tra gli dèi, calci che non aveva sòagnato neppure l'amore degli uomini e persino degli animali. Siccome era la divinità femminile più cospicua del pantheon, assorbì in sé la figure di quasi tutte le altre dee, cosicché nel periodo assiro il suo nome divenne sinonimo di dea. Essa era d'altro canto la divinità della guerra, che conferiva la vittoria al suo popolo, per il quale combatteva e debellava i nemici. Quale dea guerriera, la si raffigurava armata di tutto punto, nel periodo assiro con una aureola formata di stelle. I. era una figura importante dei miti mesopotamici, in primo luogo di quello chiamato La discesa di I. agli inferi.
Bibl.: G. Furlani, La religione babilonese e assira, I, Bologna 1928, pp. 169-8o. Giuseppe Furiani
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-ISTE CONFESSOR DOMINI, COLENTES". - Inno dei Vespri nell'Ufficio del Comune dei confessori pontefici e non pontefici, di cui sono ignoti l'autore e l'epoca: lo si trova nei manoscritti fin dal sec. x (cf. C. Blume, Anal. bymnica, LI, Lipsia 1908, p. 134).
In strofe saffiche, esalta la santità nei suoi molteplici aspetti, sintetizzando con classico movimento di forma d'alta musicalità tutto un susseguirsi di concetti legati da un tenue filo logico: la gioia per l'ingresso alla vita eterna di chi ha confessato Cristo con una vita vissuta ad imitazione della sua nell'esercizio eroico di tutte le virtù, prudenza, umiltà, pudicizia, sobrietà, che sono la sostanza della santità e che fanno del confessore un eroe non inferiore al martire.
Biss.: G. G. Belli, Gli inui del Breviario tradutti, Roma 1836, pp. 372-73; V. Terreno, Gli inni del Breviario romano, Mondavi 1932, pp. 318-19; A. Mirra, Gli inni del Breviario romano, Napoli 1947, p. 355.
Silverio Mattei
"ISTE QUEM LAETI COLIMUS FIDELES".
-Inno delle Lodi nella festa di s. Giuseppe, scritto, come gli altri della stessa festa, da fr. Giovanni della Concezione (Juan Escalar), carmelitano scalzo, per l'ufficio approvato da Clemente X nel 1671 (cf. A. Wilmart, L'hymne Te Joseph celebrent, in Auteurs spirituels et Textes dévots du Moyen age latin, Parigi 1932, pp. 559-70).
In strofe saffiche, si apre con l'accenno al passaggio del santo Patriarca dalla vita terrena alla eterna, assistito da Gesù e da Maria, con i quali ore gode la gioia del Paradiso. Ispirata è la preghiera, perché i suoi meriti ci procurino la compagnia di Gesù e di Maria al momento della morte, il perdono delle colpe e la stessa gloria eterna.
Biss.: Belli, pp. 234-35; Terreno, p. 190; Mirra, p. 200. Silverio Mattei
ISTERISMO (mal caduco, morbus sacer). Psiconevrosi caratterizzata da particolari anomalie dell'equilibrio neuro-psicologico, dell'indole, del carattere, che variamente combinandosi o reagendo tra loro dànno origine alla più svariata sintomatologia clinica a base funzionale. U. Cerletti lo definisce "sindrome morbosa caratterizzata da un complesso psicoemotivo che genera reazioni somatiche psichiche esagerate od abnormi e tende a riprodurle ed a fissarle».
Innumerevoli le ipotesi sulla genesi dell'i. Ha valore storico quello d'Ippocrate, accettata per tutto il medioevo, che ritenne la malattia causata dalle peregrinazioni dell'utero ( dot{α} σ dot{ε} ρ α ) impazzante per l'addome e il torace. Nel 1818 Lepsis per primo classifcò l'i. tra le malattie nervose. Poco più di mezzo secolo più tardi ( 168 I ) Sydenham, avendo notato gli innumerevoli quadri con cui si presenta la malattia, affermò trattarsi di forma nervosa funzionale. Alla fine dell'Ottocento nuovo impulso fu dato alla conoscenza dell'i. da Charcot con le sue ricerche all'Ospedale della Salpêtrière a Parigi. Nel 1908 Babinscki denominò le manifestazioni isteriche "piriatismo" ( π i hat{θ} π π ° ς= scimmia) considerandolo un insieme di disturbi che è possibile riprodurre per suggestione o imitazione in determinati soggetti, e che sono suscettibili di scomparire sotto l'influenza di una contresuggestione. Tale concezione di Babinscki è incompleta, in quanto nell'i. si trovano manifestazioni certamente non da suggestione. Per Janet ha importanza la disgregazione della coscienza e la depressione mentale; Kraepelin lo fa dipendere da sensazioni intense ed esagerate dovute a violente emozioni. Ancor più recenti (Haskovec, Pienkovoski, Dezwartz) sostengono la genesi sottocorticale dell'i. In Italia, Buscaino sostiene che l'i. trovi origine in un'anormale condizione del mesencefalo e dei gangli della base del cervello, capaci di reagire in modo paradossale agli stimoli psichici. Secondo altri l'i. si determinerebbe in individui con sistema nervoso costituzionalmente labile, in sèguito a emozioni (shock anaffiattico da emozione); queste sarebbero capaci di bloccare i legami e le inibizioni cortico-mesencefaliche e liberare l'automatismo dei nuclei sottocorticali. Per il Freud l'i. è provocato dal ribollire e dal tentativo di venir fuori in luce di complessi psico-sessuali, avisati e mala-
mente orientati durante lo sviluppo infantile, repressi nel subcosciente (v. psicanalisi). Autori ancor più recenti escludono trattarsi di una malattia e ammettono un solo carattere isterico.
La malattia si riscontra di preferenza nel sesso femminile, non è rara però negli uomini e può presentarsi sin dall'infanzia ( 8-10 anni); non risparmia razza o categoria sociale. Tra i fattori causali dell'i. figurano: l'eredità neuropatica, l'influenza dell'ambiente, la falsa educazione; i traumi psichici agiscono piuttosto come fattori occasionali scatenanti l'episodio isterico. I traumi fisici (cadute, urti, infortuni, ecc.) agiscono particolarmente per gli squilibri della coscienza e gli stati emotivi intensi capaci di suscitare; sorgono cosil le nevrosi da infortunio e l'i. traumatico. Concause possono essere le malattie infettive (sifilide, tubercolosi, tifo, scarlattina, ecc.), le intossicazioni (alcoolismo, avvelenamento da ossido di carbonio), le disendocrinie (morbo di Flajani-Basedow). E errato dare un valore causale preponderante alle affezioni che riguardano la sfera sessuale; non va considerate causa. l'astinenza sessuale, in particolare se coscientemente e liberamente prescelta e vissuta come alto ideale di vita.
L'i. presenta un numero assai vario di sintomi che hanno in comune alcune caratteristiche che li rendono riconoscibili. Essi non dipendono da grossolane lesioni anatomiche del sistema nervoso; possono comparire e scomparire rapidamente e complessivamente, non presentando quella sintomatologia costante e caratteristica legata alle vere alterazioni anatomiche; il quadro è di solito ricchissimo e variabilissimo.
I disturbi psichici sono caratterizzati dalla influenza notevole che ha la suggestione nel determinarli, dal periodo di "attesa" che il processo psichico presenta e nella tendenza alla riproduzione.
Tra le manifestazioni motorie sono frequenti : il torcicollo isterico, lo spasmo della glottide, del faringe, dell'esofago (bolo isterico), le contratture, le paralisi flaccide o spastiche, localizzate o diffuse a metà corpo (emiplegia isterica), delle corde vocali con afonia improvvisa.
Tra i disturbi sensitivi : le aberrazioni isteriche sono innumerevoli e si manifestano nei modi più bizzarri, non rimanendo escluso alcun territorio d'innervazione e gli stessi organi di senso.
Tra i disturbi visivi più frequenti, dovuti ad autosuggestione, sono l'acromatopsia, ossia la perdita della sensazione dei colori, il restringimento del campo visivo, la diplopia, ossia la visione doppia, la cecità unilaterale o bilaterale, ecc. Riguardo l'udito, spesso si presenta diminuzione, sino, alcune volte, alla sordità completa. Per il gusto e l'olfatto sono frequenti le anestesie circa determinate sostanze : zucchero, sale, sceto, chinino, così pure diminuzione della sensibilità delle mucose (congiuntive, gola). Importante è l'assenza del riflesso faringeo, molto frequente nell'i. Le alterazioni sensitive della pelle si presentano in forma generalizzata, non risparmiando alcun territorio; oppure in forma segmentaria, assumendo una configurazione a guanto, a calza, a scarpa, a stella, a foglia, a tutta una metà del corpo, più spesso a sinistra, ecc.; disturbi della sensibilità che hanno sempre la caratteristica di non corrispondere a quelle zone che dovrebbero essere in rapporto ai ben determinati territori di distribuzione dei nervi periferici o delle radici spinali.
I dolori o algie, anche questi frequentissimi, si localizzano ovunque : al capo, colonna vertebrale, arti, articolazioni, violenti o semplicemente sotto forma di ipereotesia, cioè esagerata sensibilità; sensazioni anormali o paradossali sono le parest