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 di non corrispondere a quelle zone che dovrebbero essere in rapporto ai ben determinati territori di distribuzione dei nervi periferici o delle radici spinali.

I dolori o algie, anche questi frequentissimi, si localizzano ovunque : al capo, colonna vertebrale, arti, articolazioni, violenti o semplicemente sotto forma di ipereotesia, cioè esagerata sensibilità; sensazioni anormali o paradossali sono le parestesie (formicoli), bruciore, senso di scossa elettrica, di spasmo particolarmente tra l'esofago e la valvola superiore dello stomaco ( x bolo isterico v.

I disturbi secretori riguardano la sovrabbondanza accessionale della saliva (prialismo); o del sudore, spesso limitate a un particolare e ben configurato territorio cutaneo; o dell'urina (poliuria od oliguria o completa anuria); o delle lacrime o del latte.

Penomeni particolari sono rappresentati dalla cosiddetta febbre isterica, che alcuni autori (Babinscki) riten-

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gono sempre simulata con abili manovre durante la misurazione, altri pensano in rapporto a crisi di violenta iperemotività o a turbe nervose dei centri vasomotori e termoregolatori; tale febbre pud assumere addirittura l'aspetto e il decorso proprio di determinate malattie infettive. Fenomeni vasomotori, di dilatazione o spasmo delle arteriole e capillari cutanei, possono dare rossori o pallori generali o locali o macchie irregolari o a figurazione o strie, rilevate o no, rosse o bianche, sulla pelle, che seguono alla stimolazione meccanica locale (dermografismo).

L'isterico è capace di una sensazione soggettiva dei visceri interni, nella loro forma, posizione, funzione e, attraverso tale via, giunge a mentire malattie interne di ordine organico (ulcere gastro-duodenali, tumori, ecc.), a volte la stessa gravidanza. Tutta questa sintomatologia pud essere permanente ("stigmate isteriche") oppure accessionale.

Completano il quadro dell'i. i sintomi psichici, veramente essenziali e costanti, legati al particolare temperamento e indole dell'isterico. Tra tali sintomi vanno notati : la tendenza a richiamare e a fissare l'attenzione altrui sulla propria persona (egocentrismo); alla esagerazione, alla menzogna sistematizzata (mitomania, v.), alla simulazione; ad essere esageratamente influenzati dalle proprie rappresentazioni mentali e rimaner influenzati dalla suggestione sia propria (autosuggestione) che altrui; allo spezzamento e alla disgregazione dell'unità del blocco della coscienza psicologica. Particolarmente dopo gli accessi, seguono fenomeni di dissociazione, amnesia, illusioni sensoriali, allucinazioni. L'individuo tra le sue nonmostra inoltre, nei riguardi dal tono affettivo, apatia o iperemotività, mancanza di energia e di durevolezza nella volontà (abulia).

Particolarmente in passato (tempi di Charcot), era facile la comparsa degli episodi acuti in forma di a grandi crisi * isteriche, ricordanti nelle linee generali l'attacco epilettico. L'individuo sotto l'azione della suggestione, o in séguito a cause esterne occasionali (spavento, angoscia, ecc.), comincia a sentire disturbi svariati, si sente incapace di influire sul proprio corpo, accusa senso d'oppressione, d'angoscia, respirazione affannosa, senso di batticuore, tremore generale, singhiozzo rumoroso; infine è preso dalla crisi convulsiva. L'isterico si dibatte scosso da convulsioni tonico-cloniche, contorsioni, contratture in pose acrobatiche (arco di cerchio isterico); caratteristici sono la teatralità della crisi, la necessità della presenza di pubblico per il suo svolgersi, l'abilità di non farsi alcun male, non estante le cadute e il violento battere. Dopo un periodo più o meno lungo, l'accesso isterico cessa con una crisi di pianto, oppure il malato s'addormenta. Nell'isterico facilmente si presentano fenomeni di catalescia (v.), catatonia (v.), letargia (v.), ipnotismo (v.).

La personalità morale dell'isterico è assai alterata; Krafft-Ebing asserisce che gli isterici sono affetti da grandissima esaltazione libidinosa, quantunque non ne manchino d'incredibilmente frigidi. Non hanno più il senso morale della carità e della umanità, la volontà e l'energia morale si indeboliscono e il libero arbitrio ne risente. Le anomalie delle sensazioni influiscono sull'ordine morale e sulla vita affettiva. Si hanno cosi impulsi veementi, passioni e simulazioni. Non tutti gli atti commessi da isterici, però, sono privi di responsabilità, giacché non sempre si compiono sotto l'influsso della malattia, anzi molte volte sono fatti con libertà e conoscenza e non sempre l'influsso morboso è cosi grave da eliminare ogni responsabilità.

Nei riguardi della prognosi, l'i. deve considerarsi, allo stato attuale della medicina, inguaribile nella sua particolare impostazione neuro-psicologica, specialmente se una mal condotta educazione ha permesso lo svolgersi e il fissarsi, attraverso l'età, delle tare ereditarie e delle morbose tendenze dell'indole. Al contrario, una cura e un'educazione ben condotta possono attenuare la tendenza morbosa,
prevenire o troncare rapidamente la sintomatologia e le crisi in atto.

A parte la cura strettamente medicamentosa, che a volte pud dare risultati insperati, la massima utilità pud ricavarsi dai metodi di psicoterapia (v.) suggestiva o persuasiva il cui valore è senza dubbio più legato all'intuito, alla pazienza, spesso all'eroica carità di chi la pone in opera, piuttosto che al valore intrinseco di questo o quel metodo. Nei riguardi delle possibilità di cura della psicanalisi (v.) e della sua figura morale, sarà detto alla corrispondente voce.

In linea generale bisogna guardarsi dal dare un eccessivo peso ai disturbi isterici; non bisogna però cadere nell'eccesso opposto di trascurare o peggio di schernire e maltrattare roczamente gli ammalmi, accusandoli di essere visionari o simulatori. Inquantoche la malattia degli isterici, pur riconoscendo una genesi puramente ideativa, si svolge indipendentemente dalla volontà cosciente degli infermi per i quali rappresenta una reale causa di sofferenza. Inoltre l'affettività, sempre anormalmente sviluppata negli isterici, malamente rintuzzata, si frapporrebbe quale insormontabile barriera a impedire ogni tentativo di terapia.

Della più grande importanza è la prevenzione dell'i. nei figli degli isterici. La loro educazione dovrà prendere di mira in special modo la soppressione dell'eccessiva sensibilità, educando i giovani con energia, senza durezza, ma altresi senza sentimentalismi, insegnando loro per tempo il dominio di se stessi e sviluppando le troppo debole volontà. E di grande importanza non secondare lo sviluppo della fantasia, ciò specialmente evitando letture e spettacoli capaci di provocare violente emozioni o forti suggestioni. Nei casi di grave predisposizione famigliare potrà esser utile l'educazione fuori dell'ambiente e dell'influsso dei parenti.

Nei riguardi di quelle manifestazioni isteriche che possono simulare fenomeni di ordine preternaturale e soprannaturale o che, realmente di tale natura, sono falsamente giudicati isterici (atmonate, sudori di sangue, stati mistici, ecc.) v.: DEMONIACIIE MANIFESTAZIONI; MEDIANICHE MANIFESTAZIONI; METAPSICHICA; MIBACOLO.

BibL.: J.-M. Charcot, Leyou sur les maladies du système ner. venn fuites à la Salpêtrière, Parigi 1874; P. Janet, Etat mental des hystériques, ivi 1893; U. Cerletti, Riassunto delle lezzoni di clinica delle malattie nervose e mentali, Roma 1946; G. Moglie, Manuale di psichiatria, ivi 1946; L. Scremin, Dizionario di morale professionale per i medici, 4 e ed., Roma 1949, pp. 422 sgg.. 482 sgg.: A. Vallejo Nàgera, Tratado de psiquiatria, Barcelona 1949. Giuseppe de Ninno-Adele Pignatelli

ISTIGAZIONE AL DELITTO. - E una forma specifica di concorso di più persone nel delitto, più precisamente una forma di concorso o partecipazione morale, svolta cioè mediante attività psichica. In un significato più ampio si dice di ogni attività diretta ad eccitare e rafforzare nella volontà altrui un proposito delittuoso preesistente (i. semplice), o a farlo sorgere, là dove prima non esisteva (determinazione). Essa si attua in particolare attraverso le sottospecie del mandato, del comando e della coazione morale. I codici moderni, tuttavia, compreso quello canonico, non distinguono tra istigazione e determinazione, per cui le due forme sono penalmente equivalenti.

Le forme principali dell'i., sotto le quali si possono ricondurre le varie sue manifestazioni, sono: l'eccitamento semplice a mezzo di consiglio, suggestione, preghiera, persuasione, esortazione, ecc. (consilium hortativum o nudum); l'eccitamento accompagnato da istruzioni utili alla consumazione del reato (consilium instructum, vestitum, cooperativum); la promessa di assistenza o di aiuto da prestarsi dopo il delitto. Quando l'azione istigatrice non si limita alla semplice promessa, ma si esprime in un aiuto concreto immediatamente utile alla consumazione del reato, allora l'i. si complica con la correità e la complicità fisica. Altrettanto avviene quando si tratta del consilium cooperativum vero e proprio, quando cioè all'i. si accompagnano istruzioni talmente precise, da

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risultare un effettivo aiuto positivo al compimento della azione delituosa. Non è invece rilevante il semplice consilium doctrinale di chi insegna semplicemente come si compie il delitto.

Per il reato d'i. sono richicste quelle stesse condizioni che sono i presupposti di ogni cooperazione : che l'i. determini efficacemente chi altrimenti non si sarebbe deciso; che l'attività istigatrice sia anteriore o concomitante alla perpetrazione del delitto, poiché, dopo il delitto non può aversi che favoreggiamento e ricettazione; che all'i. siano effettivamente seguiti atti di esecuzione, anche incompleta. L'i., infatti, in tanto è considerata forma di compartecipazione delituosa, in quanto sia stato poi consumato o tentato il reato.

Sconosciuta nel diritto romano classico come forma di compartecipazione criminosa, l'i. fu considerata solo in parte nel diritto posteriore, prevalentemente nella forma del consilium cooperativum (D. 47, 2, 50, 3), mai come delitto a se stante, né mai con responsabilità equivalente a quella dell'esecutore principale. Anche il diritto germanico la considerò molto tardi, come delitto parziale e come tentativo. La dottrina relativa si sviluppò ad opera del diritto statusario e specialmente del diritto canonico, il quale, attese le sue finalità precedentemente etiche e spirituali, non poteva non considerare ogni forma di concorso morale. Si deve al diritto canonico la parificazione dell'imputabilità dell'istigatore a quella dell'esecutore (c. 6 § i, X, 5, 39).

Il codice penale italiano considera l'i. come forma punibile di concorso nel reato solo quando contribuisce a dar causa al reato stesso, ossia quando è stata accolta e seguita da esecuzione. In tal caso l'istigatore soggiace alla stessa pena dell'esecutore, da aggraversi qualora la persona istigata sia un soggetto non punibile (artt. 110, 111 64). L'i. non accolta o, se accolta, non seguita da effetto, non è considerata come reato. Nondimeno, poiché l'i. può essere indice della pericolosità sia dell'istigante come dell'istigato, la legge conferisce al giudice la facoltà di applicare, in tale ipotesi, una misura di sicurezza (libertà vigilata), limitata, per ovvie ragioni, al solo istigatore, quando l'i. non sia stata accolta (art. 115, capvv. 2, 3, 4; art. 229).

Resta quindi sancito il principio della non punibilità della sola i. in quanto tale. Solo per via di eccezione il codice penale riconosce dei casi d'i. sterile punita non come forma di concorso, ma come reato a se stante. Tale è il caso, in modo particolare, dell'i. pubblica a definquere in genere, anche nella forma indiretta dell'apologia di reato, a disubbidire alle leggi d'ordine pubblico o a commettere reati contro la personalità dello Stato (artt. 414, 415, 303). Tale è pure il caso dell'i. di militari alla disobbedienza e all'indisciplina (art. 266), del pubblico ufficiale alla corruzione (art. 322), di chiunque al disprezzo e vilipendio delle istituzioni, delle leggi o degli atti di un pubblico ufficiale o di un ministro del culto (art. 327), oppure al suicidio (art. 580), alla prostituzione (art. 531), alla corruzione di minorenni e a pratiche contro la procreazione (artt. 530, 533).

Il CIC non offre una figura distinta di i., ma la considera sotto la figura generica della induzione di altri alla consumazione del delitto (can. 2209 § 3), comprendendovi non solo l'i. propriamente detta, ma anche la determinazione. I canonisti in genere identificano l'i. con il consilium, il quale, in realtà, ne è solo una forma.

Canonicamente l'imputabilità dell'istigatore è pari a quella dell'esecutore principale, se l'i. risultò causa efficience principale senza il concorso della quale il delitto non sarebbe stato commesso. In tal caso l'istigatore, in ossequio al principio della comunicabilità della pena, è tenuta alla stessa pena dell'esecutore principale (cann. 2209 § 3, 2231). L'i. inefficace è fatta rientrare sotto la figura del tentativo, distinto dall'imputabilità che può spettare all'esecutore (can. 2212 § 3). Se poi l'i. risulta causa secondaria, limitata cioè a facilitare un proposito già formato che avrebbe avuto effetto anche senza il concorso di essa, l'imputabilità dell'istigatore è minore ed è punita, alla stessa maniera della cooperazione inefficace, o con
pena specifica, quando questa sia espressamente prevista, o con pena da irrogarsi pro prudenti superiorum arbitrio (cann. 2209 § 4, 2231, 2212 §§ 3, 4). L'istigatore che abbia concorso efficacemente nel delitto è tenuto in solido alle spese e al risarcimento dei danni che ne siano derivati (can. 221). La piena ritrattazione della i. fatta in tempo utile e in modo efficace, libera da ogni imputabilità; se parziale o imperfetta nell'efficacia, la diminuisce, ma non la toglie (can. 2209 § 5).

Quanto alla valutazione teologico-morale, è da tener presente che l'i., anche se inefficace o semplicemente non accolta, crea una responsabilità morale di fòro interno contro la virtù della carità, più o meno grave in ragione del suo oggetto, ed importa l'obbligo in coscienza della ritrattazione per impedirne gli effetti nocivi; se poi si è rivelata efficace, il peccato è contro la giustizia e l'istigante è obbligato in coscienza, indipendentemente da qualsiasi atto del giudice, al risarcimento in solido dei danni arrecati (v. cooperazione, II).

BibL.: M. Cevolotto, I. a delinquere e concorso nel reato commesso, in Rivista di diritta e procedura penale, 1921, p. 316 sgg .; G. Michiels, De delictis et de poenis, Lublino 1934, p. 312 sgg.; F. Roberti, De delictis et poenis, I, 1, Roma 1958, p. 217 sge.; C. Saltelli-E. Romano Di Falco, Nuovo Codice penale commentato, III, Torino 1940; V. Manzini, Trattato di diritto penale italiano, II, ivi 1948, p. 305 sgg.

Zaccaria da San Mauro
ISTINTO. - E una tendenza, un impulso interiore, che determina e dirige un complesso di atti esteriori, spontanei e coordinati, per mezzo dei quali l'animale soddisfa ai bisogni della sua vita di relazione. Gli i. sono almeno tanti quanti sono i vari bisogni dell'animale e possono riguardare o un determinato oggetto (la volpe che va in cerca della lepre) o una determinata azione (l'uccello che costruisce il nido). Essi mirano ad un duplice scopo : la conservazione dell'individuo, cosi che questo si cerca il cibo (il ragno, la larva del formicaleone) o lo ammassa per il futuro (api, formiche) o si difende dai nemici (varie forme di nido, mimetismo dei colori, finta morte, automutilazione, emigrazioni); e la conservazione della specie (scelta di luoghi sicuri, provviste di cibo diverso per la prole, ammaestramento).
I. Caratteri dell'i. - I caratteri empirici dell'i. si possono ridurre ai seguenti : 1) L'adattabilità ai fini particolari da raggiungere. Sotto questo aspetto il mondo animale, specialmente quello degli insetti, dispiega meraviglie; nulla di più ingegnoso del comportamento del castoro nel costruire dighe; dell'ape nel disporre e formare le cellette esagonali, risolvendo il problema geometrico ed economico di ottenere che esse contengano il massimo di miele con il minimo dispendio di cera; del rinchite accartoccino, che taglia la foglia della betulla secondo una formula di matematica differenziale, scoperta da non molto; dell'ammoffia, vegetariana, che alla sua larva carnivora procura un bruco di farfalla vivo, ma immobilizzato prima con pungerne i centri nervosi. 2) La recità, nel senso che l'animale non conosce, sotto la ragione di fine, il fine che pure raggiunge cosi mirabilmente con la sua azione, né la proporzione che hanno con questo fine i mezzi da esso adoperati. Conosce quei movimenti che compte, che sono di fatto altrettanti mezzi ordinati al bene suo o della specie, ma non percepisce il fine in quanto tale, né i mezzi in quanto tali. Tanto è vero che o mutato le circostanze o disturbato nel suo lavoro, continua a compiere atti senza accorgersi che sono diventati inutili (il ragno, ad es., che porta e difende energicamente il suo bozzolo, continua a trascinare e a difendere una pallina di sughero sostituita al bozzolo; gli uccelli nutrono i pulcini per un certo tempo, poi li abbandonano, anche se, per mancanza di cibo, li vedono morire di fame). 3) La specificità. Gli i. sono caratteristici della specie. Ogni specie di ragni tesse lo stesso tipo di tela; ogni specie di uccello fa lo stesso tipo di nido, tanto che facilmente s'indovina la specie dell'uccello dalle caratteristiche del nido. Talora si hanno atti caratteri-

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stici entro la medesima specie, ad es., gli atti istintivi dell'ape regina sono diversi da quelli dei fuchi, i quali a loro volta non hanno l'i. di mellificare e produrre la cera. 4) La preformazione, nel senso che l'i. è innato, spontaneo, naturale, non appreso dall'esperienza; la larva del formicalcone compie perfettamente il suo lavoro, appena dischiusa dall'uovo, senza alcun previo ammiestramento dei genitori, che più non ci sono; il papero, corato da una gallina, corre subito all'acqua e vi si tuffa a nuoto, nonostante le grida della chioccia spavettata; lo scoiattolo fa la provvista di nocciole per il primo inverno, che non conosce, come la farà per gli inverni successivi. Qui, però, occorre distinguere fra i. primari e i. secondari. I primari sono quelli immediatamente perfetti e non oltre perfettibili (ad es., il beccare per i pulcini, il poppare per i mammiferi); secondari sono quelli meno indispensabili, che possono perfezionarsi con l'esercizio e l'esperienza (ad es., gli uccelli imparano a cantare, i cani ad afferrare in questo o quel modo la preda; nelle migrazioni sono i più anziani a dirigere il volo; tutti gli animali imparano a temere il fucile da caccia; molte specie di pesci non abboccano più all'amo, dopo che uno di essi vi è stato preso). E in generale si osserva che quanto più è sviluppato lo psichismo, il che avviene quanto più si sale nella scala delle specie, tanto più diminuisce l'efficacia automatica dell'i. Questo fatto permette anche l'ammuestramento e l'addomesticamento degli animali superiori, i quali per mezzo delle abitudini psico-fisiologiche si prestano a far sorgere in sé tendenze e capacità nuove. 5) L'immutabilità; gli i., cioè, si manifestano sempre con le medesime attività (le api di oggi lavorano esattamente come ai tempi di Virgilio, che le cantò nelle "Georgiche; gli individui vecchi, ne sanno quanto i giovani. Tuttavia bisogna anche ammettere un certo grado di plasticità, di pieghevolezza alla diversità delle circostanze ambienti (ad es., il rigogolo adopera, ora, per fabbricarsi il nido, dei fili tessuti dalla mano dell'uomo; eppure è certo che l'arte di tessere non è antica quanto l'uomo; il ragno adatta la tela alla diversità dei punti di appoggio, in cui le singole tele sono lavorate). 6) La coordinazione, nel senso che gli atti istintivi, molte volte assai complicati e ingegnosi, e richiedenti tempo, non si attuano a vanvera, ma appaiono dominati e diretti in funzione dello scopo da ottenere e non si arrestano fino ad averlo ottenuto. Hanno dunque una finalità verso cui, pure nella loro più complessa diversità, convergono. 7) La correlazione con lo sviluppo e con determinate situazioni dell'organismo. Così l'i. di conservazione negli insetti a metamorfosi produce comportamenti diversi secondo che l'insetto è allo stato di bruco, di crisalide, di formazione perfetta; l'i. sessuale si manifesta dopo la maturazione e scompare dopo l'involuzione degli organi riproduttori; le api operaie passano dal comportamento di nutrici delle piccole larve, che nei primi giorni di vita restano sedentarie nella loro celletta, a quello di produttrici di cera, quando le glandole secernenti il liquido nutritizio subiscono un'involuzione e quelle della cera prendono forte sviluppo, e finalmente a quello di raccoglitrici di miele, quando i favi sono formati; così pure la carenza nel cibo di sostanze necessarie o l'indigestione suscita la ricerca di altri cibi determinati che non si cercano fuori di quelle circostanze.
II. Natura dell'r. - Dalla considerazione dei caratteri sopra accennati varie concezioni derivarono intorno alla natura dell'i. : 1) Teoria meccanicista. Cartesio, i filosofi meccanicisti e i difensori della teoria dei «tropismi» (J. Loëb, M. Verworn, ecc.), che fra la materia e lo spirito non ammettono il terzo dato, che è la vita, riducono l'i. ai soli riflessi fisiologici da esso suscitati e l'animale ad un puro automa. Il che contraddice apertamente all'esperienza. Il ragno che ripara la sua tela, lacerata da un buffo di vento, l'insetto che rimedia al l'incidente sopravvenuto, mentre costruisce la sua celletta, dimostrano che le circostanze possono in certa misura determinare l'inserzione nella serie degli atti instinctivi di un nuovo atto, diventato accidentalmente necessario per potere proseguire e compiere il ciclo istintivo. Inoltre le modificazioni che secondo i casi il rigogolo sa apportare al suo nido, la pernice al suo rifugio, dimostrano
nell'i. una certa plasticità. Ma se il gioco degli atti è puramente meccanico, non potrà né interrompersi, né completarsi, né modificarsi. L'i. suppone i riflessi o semplici o associati, ma non si confonde con essi, bensì li dirige al loro scopo. 2) Teoria antropomorfica. Altri filosofi, invece, e parecchi naturalisti, colpiti dalle meraviglie dell'attività istintiva, vorrebbero attribuire agli animali un'intelligenza come la umana, anche se di grado inferiore, anche se rudimentale. L'esperienza invece insegna che l'i. non richiede una cognizione intellettiva che non spiegherebbe più la uniformità e la costanza delle azioni istintive (v. più oltre, V). 3) Teoria mistica. Essa vede nell'i. un'intelligenza misteriosa, che nulla ha che fare con l'intelligenza umana, ma è piuttosto una specie di intuizionismo, per cui si dice, ad es., che gli animali prevedono il tempo, i cataclismi e corrono a ripararsi; mangiano perché intuiscono che altrimenti morrebbero di inanizione. Però questi fatti hanno ben altra interpretazione; gli animali non hanno intuizione del tempo; ma sono essi fatti che certe sensazioni particolari producono riflessi che li preparano ai cambiamenti del tempo; così mangiano, perché la sensazione della fame suscita quei riflessi che li spingono a cercarsi il cibo. 4) Teoria psicologica. La condotta istintiva, quale si rivela dalle forme tipiche indicate sopra, "è un'attività che porta l'impronta non solo di un nesso causale tra le sue diverse manifestazioni, e fra queste e le strutture dell'organismo, ma anche di una direzione ad un fine e di un'esperienza oggettiva. Ci si presenta in modo evidente come un tutto, come un'unità organizzata, diretta verso un fine, che, mentre si svolge, non è ancora in atto, e, raggiunto, ne segnerà la conclusione». E anche nel soggetto che compie l'azione, si deve supporre "un'attività interiore, sicura e inconsapevole, che organizza in un determinato senso il dato grezzo, recettore ed effettore dell'organismo, in modo da collegarlo in un tutto, che si svolge successivamente nel tempo e nello spazio. E adunque la direzione, o meglio il "senso ", la nota fondamentale e caratteristica dell'i.; esso perciò deve essere considerato un'attività psicologica" (A. Gemelli-G. Zunini [v. bibl.], p. 340). Quest'attività interiore, che provoca l'attività esterna e i movimenti e le azioni necessarie al fine, è propria, secondo a. Tommaso e la filosofia scolastica, di una facoltà particolare, che l'animale possiede, di discernere ciò che gli è conveniente o nuoce e si chiama "estimativa" (a. Tommaso, De veritate, q. 18, a. 7, ad 7; De anima, lib. III, lect. 24).
III. Funzionamento dell'i. - L'i. è condizionato da un duplice fattore : a) la naturale predisposizione dell'organismo dell'animale (aspetto fisiologico); b) la"percezione, che può essere o una sensazione organica interna o una percezione, accompagnata dalla relativa rappresentazione, di un oggetto esterno, ad es., la vista di una pozzanghera, un grido, un canto, un odore, ecc. (aspetto psichico). Quindi, in virtù della naturale predisposizione dell'animale, certi oggetti provocano in lui determinate rappresentazioni e sensazioni, le quali mettono in moto la tendenza istintiva e allora l'animale agisce sotto la spinta di queste sensazioni e delle rappresentazioni che le accompagnano; le quali, naturalmente, variano con il variare delle circostanze attualmente date e perciò fanno variare l'atto istintivo adattandolo ad esse. Ad es., il gatto, per balzare sul topo, non fa sempre lo stesso salto, ma lo proporziona alla distanza, alla immmobilità o movimento della preda; l'ammoffla, che non riesce ad immobilizzare la sua vittima alla prima stilettata, la ripete. Questo spiega l'accortezza, che si nota nelle azioni degli animali, che è un apprezzamento delle forme dell'oggetto, dei rapporti spaziali, dei movimenti da fare o tralasciare o rifare.
IV. Origine dell'i. - Secondo i vari modi di concepire la natura dell'i., varie sono le teorie escogitate intorno alla sua origine, che si possono raggruppare così : 1) Teoria dell'adattamento: l'i. deriverebbe dalla necessità, per l'animale, di adattarsi alle condizioni esterne; una specie di lotta per la vita sotto l'alternativa di adattarsi o morire (J. B. Lamarck, C. Darwin, H. Spencer, ecc.). Il che non può essere, perché gli animali (l'ape che fa le cellette, la pecora che fugge il lupo) sarebbero periti,

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prima di aver potuto adattarsi. 2) Teoria dell'ubitudine individuale: l'i. è causato dall'abitudine contratta di agire sempre in quel determinato modo per motivo o della propria esperienza, o di imitazione o di educazione (S. Condillac, R. Russel-Wallace, ecc.). Al che si può osservare che l'i. già esiste fin dalla prima operazione istintiva (l'uccello costruisce il primo nido con la medesime facilità e perfezione che i nidi successivi; la pecora fugge d lupo fin dalla prima volta che lo vede). Se l'i. fosse frutto di educazione, la prima volta non sgirebbe essi perfettamente come la seconda, la terza, ecc., tranne che si voglia attribuire agli animali, che pongono atti istintivi cosi complessi e meravigliosi, una capacità di apprendimento da riuscire subito là, dove l'uomo dovrebbe impiegare molto più tempo; l'imitazione, poi, non può aver luogo almeno in quei cosi in cui, ad es., gli insetti non hanno modo di vedere neppure un istante i loro genitori che muoiono prima dell'uscita della larva dall'uovo. Ciò non toglie che automatismi acquisiti si inseriscano in un atto istintivo complicando cosi la loro interpretazione. 3) Teoria dell'ubitudine ereditaria: l'i. sarebbe trasmesso dai genitori nella prole (cosi in generale gli evoluzionisti). Ma allora non si spiegherebbe da chi i capostipiti di quella determinata specie abbiano potuto creditare gli i. trasmessi; inoltre se alcuni i. possono forse ereditarsi, di molti l'eredità non spiega nulla, ad es., la regina e i fuchi delle api non lavorano, ma generano; le api operaie, invece, da essi generate, lavorano con arte meravigliosa e non generano. 4) Teoria della percezione: l'i. sarebbe prodotto dalla percezione degli oggetti esterni. Ma si deve osservare che la percezione è un fattore necessario a mettere in moto l'i., e perciò non lo crea, ma lo suppone; inoltre i sensi esterni non percepiscono la ragione di utilità, altrimenti come mai l'uccello raccoglie le paglie per il nido solo in determinate epoche dell'anno e non negli altri giorni, nei quali vede pure le stesse paglie del medesimo colore? Perché il passero sceglie, per costruire il nido, la paglia e la rondine il fango?

L'origine dell'i., come quella dell'intelligenza e della volontà, posside la soluzione del problema della natura della vita e della sua finalità; non può quindi arrestarsi alla sola scienza sperimentale, ma deve risalire alla metafisica, la quale tratta appunto dell'origine dei viventi, delle facoltà di cui furono arricchiti dal loro supremo Autore in ordine ai fini assegnati a ciascuna specie di essi.
V. L'I. non è intelllgenza. - Che gli animali posseggano l'intelligenza è già opinione antica, affermata, almeno implicitamente, dai sostenitori della trasmigrazione delle anime umane nelle bestie; ed è sostenuta, anche in tempi posteriori, da H. Rotarius e M. Montaigne; in tempi recenti dai patrocinatori della cosiddetta " psicologia popolare" (A. Brehm, G. J. Romanes) sulle tracce di C. Darwin, e poi da quei naturalisti evoluzionisti, i quali classificano le azioni degli animali in due ordini: quelle compiute in modo conforme al fine, ma antecedentemente ad ogni esperienza, apparterrebbero all'i., che agirebbe meccanicamente; quelle invece compiute in forza della propria esperienza, apparterrebbero alla intelligenza, che non differirebbe dalla umana se non di grado.

La filosofia, invece, e lo studio più accurato dei fenomeni offerti dall'esperienza, condotto da insigni naturalisti (ad es., J. H. Fabre, G. Surbled, L. T. Hobhouse, J. B. Watson, J.-A. Plateau, W. Wagner, E. Claparède, J. Lubbock, W. Wundt, E. L. Thorndike, A. J. Kinnaman, ecc.) asseriscono con certezza che le operazioni dei bruti non procedono da intelligenza, perché di questa non dànno nessun segno che ne provi la presenza o la necessità; anzi dànno segni di non possederla affatto. E s'intende per intelligenza la facoltà di formare e comprendere concetti astratti, universali, di conoscere le relazioni intercorrenti tra effetto e causa, tra mezzi e fine, di formulare giudizi e ragionamenti e non soltanto di associare diverse rappresentazioni; e infine di riflettere sulle proprie azioni in ordine ad un continuo adattamento e perfezionamento.

Ora l'intelligenza, appunto perché diretta nelle sue operazioni da concetti astratti e universali, non si limita
ad una specie sola di operabilità; ad es., chi è diretto dall'idea astratta di "casa", non si limita, per costruirla, ad un materiale soltanto (ad es., il legno), né ad un solo tipo; donde la possibilità che lo stesso architetto costruisca edifici secondo gli stili più vari. Invece, negli animali, le singole specie e talora anche le singole sottospecie hanno un genere solo di operabilità e tutti gli individui, che ad esse appartengono, lo svolgono allo stesso modo; gli atti istintivi sono uniformi e costanti.

Inoltre, fra le doti dell'intelligenza si contano il linguaggio, il progresso, la nozione di un Dio e di una legge morale, la tendenza a beni soprasensibili, tutte doti che non si riscontrano negli animali. Questi infatti: 1) non hanno la vera facoltà del linguaggio, che suppone la conoscenza dei segni esteriori (parola o gesto) che si adoperano, né delle relazioni che passano fra parola e parola, gesto e gesto, né dello scopo per cui si parla e gestisce e si cerca di comunicare agli altri le proprie idee e il proprio sapere. Hanno, sì, un'apparenza di linguaggio (arla, guaiti, sibili, fiochi, ecc.), ma esso altro non è che una esteriorizzazione delle loro interne appetizioni e affetti, che destano a loro volta in altri animali appetizioni o affetti simili o tendenze di imitazione o associazioni adatte a far agire in questo o quel modo, in questa o quella direzione. La chioccia, ad es., con determinate grida avverte il pericolo; a quelle grida i pulcini corrono o ripararsi sotto le sue ali; cosi le scelte dei gabbiani, delle starne, delle pavoncelle, delle marmotte gettano un grido all'appressarsi di un pericolo. Quel grido manifesta la passione, l'affetto suscitato nella chioccia o nella scolta dal pericolo. Produrrà anche l'effetto di mettere in guardia i pulcini o i compagni; ma per sé il grido non è che puro fenomeno psicologico; è fenomeno psicologico il correre via dei pulcini, manifestazione dell'affetto prodotto in essi da quel determinato grido della chioccia. In altri termini, altro è che la natura indirizzi il grido della chioccia alla sicurezza dei pulcini, altro è che la chioccia con quel grido intenda dare un avviso, chiamare i pulcini, come farebbe una mamma con i suoi bambini. "Essi bruta animalia aliquid manifestant non tamen manifestationem intendunt; sed naturali instinctu aliquid agunt ad quod manifestatio sequitur" (Summ. theol., 2²-2^{mathrm{ne}} q. 1 ro, a. 1). Cosi si spiegano tutte quelle espressioni dei bruti, che noi percepiamo come indirizzate ad altri, come segnali. Di fatto servono come segnali, ma il bruto non li percepisce come tali, non li usa col fine di avvisare gli altri; l'indirizzamento è solo affettivo e materiale, non intellettivo e formale. Lo stesso si dica del supposto linguaggio delle api, delle formiche che attirano le compagne. Si dove hanno trovato abbondanza di miele o di zucchero o di grano. Il fatto si può spiegare con gli ammusamenti, o abboccamenti o palpeggiamenti provocati da una parte dalla soddisfazione di avere trovato qualcosa di buono e dall'altra dalla percezione che a quei gesti suscita l'azione istintiva di accorrere sul posto fortunato. Non si può quindi asserire né che i bruti parlino, né, tanto meno, che si intendano tra di loro. Per intendersi ci vorrebbe un accordo intorno al significato di quel grido, di quella mossa particolare. Ma quest'accordo non interviene, ad es., la prima volta che il pulcino sente l'allarme della chioccia, o il gattino vede il cane. 2) I bruti, poi, non sono capaci, se non di quei progressi che derivano dall'associazione delle immagini e dalla memoria; non modificano, infatti, il loro modo di agire, se non in virtù appunto di queste facoltà organiche e sensitive. Mentre l'uomo segna variazioni e progressi multiformi nelle scienze e nelle arti, nei bruti non si potranno avere che variazioni di procedimenti pratici, accidentali, dentro la cerchia delle variazioni di un organo fisso nella sua struttura specifica; esso non potrà mai liberarsi nelle sue azioni dallo stile e dalla misura imposta dalla natura al suo appetito, alla sua fantasia, alla sua stessa inventiva. 3) I bruti, come attesta l'esperienza quotidiana, non manifestano alcun segno di tendenza alle cose soprasensibili, né segno alcuno di religione o di legge morale. Altrimenti non si vedrebbero indulgere di continuo ai loro appetiti, abbandonare od uccidere gli individui malati, come regolarmente si constata in molte specie, né, come in altre,

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la femmina divorare sempre il maschio dopo l'atto riproduttivo.

Talora si notano, è vero, nei bruti delle azioni, che si direbbero rivestire una moralità, come l'obbedienza, la gratitudine, il pentimento, l'amore verso il padrone, fino ad esporsi per lui al pericolo della vita, o morire sulla sua tomba; ma queste azioni hanno soltanto una rassomiglianza apparente con gli atti delle vere virtù; in realtà procedono solo dall'affetto sensitivo, dal ricordo di fatti e circostanze passate, ad es., dall'amore, dalla memoria di piaceri trascorsi, dal timore, ecc.

Voler considerare molti atteggiamenti degli animali quali forme, seppure primitive, di intelligenza, urta anche con quanto dice la morfologia e la fisiologia del cervello. E ormai chiaramente dimostrato che le funzioni psichiche superiori, e tra queste la previsione del futuro e la preveggenza in proposito, e gli atti di volontà, ecc., sono legati nell'uomo con la presenza di definite parti corticali degli emisferi cerebrali, localizzate soprattutto nei lobi frontali e nella corteccia prefrontale. Queste parti corticali sono assenti in tutti gli animali, anche in quelli, quali le scimmie antropomorfe, morfologicamente più simili all'uomo. E cosa nota come la distruzione di questi centri nell'uomo porti alla perdita di tutti gli atti intellettivi e pertanto non si può attribuire intelligenza alle bestie, che normalmente sono prive di questi centri.

A compiere l'argomento si può accennare ad alcuni animali famosi, che si vollero portare come esempio di bruti intelligenti : il cavallo berlinese Hans, i cavalli di Elberferd, il cane di Mannheim, le scimmie Maia di Vienna e Basso di Francoforte, ecc. i quali con colpi di zoccolo, con muovere tavolette recanti le lettere dell'alfabeto o i numeri, ecc., dimostrarono di saper leggere, capire una lingua, distinguere le persone per nome, eseguire operazioni matematiche molto ardue. Ma l'esame accurato delle circostanze dimostrò pure che si trattava di semplici automatismi, dirette da movimenti o da cenni di persone presenti e specialmente di chi li aveva educati. Cambiate, infatti, le circostanze, le azioni apparentemente intelligenti cessavano, o si svolgevano alla rinfusa, con sbagli continui (cf. sull'argomento: A. Gemelli, Bestie che pensano e fanno i conti... e uomini che non ragionano, in Religione e scienza, Milano 1920, pp. 51-108; id., L'intelligenza delle scimmie, in Scienza ed apologetica, ivi 1920, pp. 301-33; E. Claparède, Les chevaux pensentis d'Elberferd, in Arch. de psychologie, 12 [1912], p. 263 sgg.; 13 [1913], p. 244 sgg.; id. e J. Largnier, A propos du chien de Mannheim, ibid., pp. 312-78).

Intorno a tutta questa questione dei fatti meravigliosi dei bruti, che paiono supporre la presenza di una facoltà intellettiva, occorre tener presente : che si devono ben esaminare i fatti per scervrare la pura verità dalle interpretazioni antropomorfiche con cui vengono esposti ed abbelliti; che il fatto non deve essere unico, per poter escludere gli eventi puramente fortuiti; che si deve prima cercarne la spiegazione nelle facoltà sensitive, i., memoria, ecc. Seguendo accuratamente queste norme sempre meglio si constaterà che l'i. non è mai intelligenza.
VI. L'i. nell'uomo. - Anche nell'uomo, essendo animale, ci sono gli i. e si manifestano fin dalla prima infanzia. Si osserva, infatti, nel bambino l'i. di succhiare, di deglutire, di muoversi e camminare; l'i. gregario, cioè l'impulso a voler stare in compagnia degli altri; l'i. del timore ad un suono improvviso, alla comparsa di una persona ignota; l'i. di rivolgersi alla mamma e riposare quieto tra le sue braccia. Esso manifesta i suoi stati d'animo con pianti, grida, strepiti, sorrisi, carezze. Però l'uomo, dotato di intelligenza, esercita facilmente una specie di «censura " sui suoi i., e li assoggetta a poco a poco all'impero della ragione e della volontà; di modo che essi perdono a poco a poco il loro carattere di «animalità " per rivestire quello di inclinazione (v.). Per cui si suole dire che l'uomo ha meno i.-abilità che gli animali e più i.-inclinazioni. Questa la ragione
per cui gli i. dell'uomo appaiono in pieno e spesso anche in forma anormale negli individui impeditj nell'uso dell'intelligenza, ad es., negli imbecilli e nei cretini; mentre nel bambino normale appaiono nella loro purezza naturale.
VII. Le leggi degli i. - Gli i. sono soggetti adalcune leggi, che offrono conseguenze importanti nel campo della pedagogia. 1) Legge della caducita : molti i., presenti e operanti nei primi anni di vita, cessano più tardi, per il solo fatto della evoluzione dell'organismo; cosi, ad es., i pulcini, dopo un certo numero di giorni, non si sentono più stimolati a ripararsi sotto le ali della chioccia, che li avverta del pericolo. 2) Legge della specializzazione : ogni i. che ha trovato una volta la sua piena soddisfazione in un determinato oggetto, rimane esposto a compiacervisi in modo esclusivo e quindi a perdere il suo impulso spontaneo verso altri oggetti della stessa specie; di qui l'amore esclusivo per un luogo (l'uccello rifà il nido sullo stesso ramo), le simpatie o antipatie "irrazionali " per determinate persone o azioni. In questi casi l'i. tende a trasformarsi in un'inclinaxione acquisita. 3) Legge della confluenza: se un determinato oggetto suscita due i. contradditori, il fatto di svilupparne uno avrà come conseguenza il fatto di inibire l'altro e renderlo come nato-morto. Ad es., un pulcino sente i due impulsi contradditori : seguire o fuggire una persona. Se fin dal primo giorno lo si abitua a seguirla, non proverà più verso quella persona l'i. della paura, che suole nascere al quarto giorno. 4) Legge della sopravvivenza: se l'i. ha potuto funzionare nell'epoca in cui il suo dinamismo era al massimo, si accrescera di un'abitudine, che continuerà a vivere e a reagire anche scomparso l'i. Gli i. esercitati al massimo di una direzione (p. es., l'i. del gioco, dello sport) producono un particolare attaccamento a questo o quel gioco o divertimento. 5) Legge della inibizione: un i. non può essere neutralizzato, prima del periodo della sua caducità, che dallo sviluppo dell'i. contrario. Così la paura del castigo può impedire lo sviluppo di un certo numero di i. non buoni.
VIII. La pedagogia degli i. - Le leggi sopra accennato offrono all'educatore alcune norme assai importanti, che hanno il loro riverbero su tutta quanta la vita: 1) gli i. devono essere sorvegliati e diretti fin dal loro primo apparire. Quindi le famiglie devono mantenere i bambini sotto i loro occhi il maggior tempo possibile; solo cosi potranno, accorgendosi di tendenze cattive, mettervi riparo, sottraendo ad esse gli oggetti che possono servire d'impulso al male e offrire invece alle tendenze buone gli oggetti che servono a svilupparle. Le persone non della famiglia raramente compiono bene quest'ufficio; e nella famiglia stessa nessuno meglio della mamma, che ha il cuore più ricco di intuizioni e di espansione. 2) Si deve sorvegliare l'apparizione delle tendenze utili per offrire loro continua occasione di esercitarrisi, spingendo al loro massimo potenziamento quelle che saranno più utili per l'avvenire. 3) Allontanare dal bambino tutto ciò che può rappresentare un pericolo e per il presente e per il futuro (p. es., la combattività del bambino non è sempre bene assecondarla eccessivamente con spadine, archi, rivoltelle e con quanto sa di sopraffazione violenta). 4) Non si deve confondere il pericolo con il dolore. Nulla vale meglio quanto l'associare il piacere e il dolore all'esercizio degli i., secondo che si vogliono incoraggiare o reprimere. Il dolore che deriva o segue all'esercizio di un'azione nociva ha un grande potere inibitore. Certo il potere inibitore per eccellenza è l'attività della volontà, illuminata dalle savie ragioni esposte della intelligenza; ma anche rimanendo nella zona sensitiva, la pena e il castigo affiancano mirabilmente la debolezza della volontà. 5) Non si deve esagerare la paura del rischio e del dolore; altrimenti si formeranno persone inerti, egoiste, incomprensive, mentre nulla vi è di più educativo e formativo della esperienza vissuta del dolore.

Birl.: H. Joly, L'instinct, Parigi 1873; G. J. Romanes, L'intelligence des animaux, iv 1887; J. Lubbock, Les sens et l'instinct chez les animaux, ivi 1891; T. Pesch, Die grossen Welt. rätbrel, I, 2² ed., Friburgo in Br. 1892, pp. 224-390, 701, 727-21; F. Salla Sewia, Le azioni e gli i. degli animali, Roma 1896; E. Was-

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mann. Insinht u. Intelligenz im Tierreich, 3² ed., Friburgo i. Br. 1902 (vers. it., Firenze 1908); P. Hachet-Souplet, La genie des instincts, Parigi 1912; J. H. Fabre, Souvenirs entomologiques, 7² ed., 10 voll., Parigi 1919-25, (vers. it., Milano 1922-27); H. E. Ziegler, Der Begriffe des Insinhtes ciant u. jetzt, 3² ed., Jena 1920; J. de la Vassière, Psychologie pédagogique. L'enfant, l'addresent, le jeune homme, 2² ed., Parigi 1926, pp. 217-20, con ampia bibl., pp. 508-509, 510-11; M. Thomas, L'instinct. Thème, réalité, ivi 1929; J. v. Uexküll-G. Krissot, I mondi invisibili, verst. it., Milano 1936; E. Janssens, L'instinct d'après W. Mac Dougall, Parigi 1938; G. Zunini, I. e sviluppo, in Rn. di filos. non-aromatica, 30 (1938), pp. 319-33 (con ampia bibl.); P. Siwek, Psychologia metaphysica, Roma 1944, pp. 167-77, 228-36; E. Baudin, Corso di psicologia, Firenze 1948, pp. 561-86; A. Grandi-G. Zunini, Introduzione alla psicologia, 2² ed., Milano 1949, pp. 319-68.

Celestino Testore
ISTITUTI DI STUDI SUPERIORI. - Con questo nome vengono indicati gli atenei o università per gli studi ecclesiastici, dove l'insegnamento è impartito in maniera scientifica al modo universitario. Si ricordano qui in particolare quelli esistenti in Roma (secondo l'ordine in cui figurano nell'Annuario Pontificio) che accolgono alunni di tutte le parti del mondo; di quelli
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esistenti fuori Roma si accenna alle voci delle singole diocesi, dove si trovano.
I. Pontificia Università Gregoriana. - Gli inizi della Pontificia Università Gregoriana risalgono al 1551, quando a. Ignazio di Loyola, con denaro ricevuto da s. Francesco Borgia, presa in affitto una modesta casa ai piedi del Campidoglio, vi apriva il 18 febbr. il Collegio Romano. L'anno seguente Giulio III con la bolla Sacrae religionis dava facoltà di istituire cattedre di filosofia e teologia (che furono erette nel 1553) e di conferire agli alunni il dottorato in filosofia e teologia con tutti i privilegi delle altre università. Divenute insufficienti così la prima come le successive sedi provvisorie a raccogliere gli alunni che, venuti da ogni parte d'Europa, già nel 1567 superavano il migliaio, Gregorio XIII volle dare a questo seminario di tutte le nazioni e di tutte le lingue, come egli lo definl, una conveniente dotazione e una sede decorosa costruita dall'architetto Ammannati ed inaugurata nel 1584. In memoria del Pontefice, che fu veramente "fundator et parens" del Collegio Romano, questo assunse col tempo il nome di Pontificia Università Gregoriana. Nel 1773, soppressa la Compagnia di Gesù, l'Università fu affidata al clero secolare sotto l'alta direzione di una commissione cardinalizia che la resse fino al 1824 quando Leone XII, col breve Cum multa, ne riaffidò la direzione alla Compagnia di Gesù. In seguito alle vicende politiche del 1870 il Collegio Romano fu privato della sua sede; le scuole letterarie furono sospese (ripresero più tardi con la fondazione dell'Istituto Massimo alle Terme) mentre le Facoltà di filosofia e teologia continuarono
nel vicino Palazzo Borromeo. Nel 1876 Pio IX vi aggiunse la Facoltà di diritto canonico e nuovi sviluppi ebbe sotto i suoi successori sicché, divenuto insufficente il Palazzo Borromeo, nel 1930 si trasferì nella nuova sede in Piazza della Pilotta costruita dall'architetto G. Barluzzi. Nuove facoltà e nuove cattedre vennero istituite mentre sorgevano e si sviluppavano gli Istituti consociati Biblico e Orientale, in modo da attuare la volontà di Pio XI che nel motu proprio Quam maxime voleva che la Pontificia Università Gregoriana fosse una "vera e perfetta Università di tutti gli studi ecclesiastici pienamente adattata alle esigenze dei tempi \%. Essa è, secondo la espressione di Pio XI, la vera e propria Università del Papa; il gran cancelliere è lo stesso cardinale prefetto della S. Congregazione dei Seminari e delle Università e il rettore è nominato dal Santo Padre.

È riconosciuta come Università pontificia dallo Stato italiano e in virtù dei Patti Lateranensi gode di particolari privilegi.

Essa comprende 8 facoltà (Teologia, Diritto canonico, Filosofia, Storia ecclesiastica, Missionologia, S. Scrittura e Oriente antico [nell'Istituto Biblico], Oriente moderno [nell'Istituto Orientale]); un Istituto di cultura superiore religiosa per i laici, una scuola superiore di lettere latine e speciali cattedre di ascetica e mistica, di scienze economiche e sociali, di storia delle religioni ecc.

È frequentata da alunni di ogni parte del mondo; vi sono rappresentate ca. 50 nazioni, 500 diocesi, 70 Ordini e Congregazioni religiose; la lingua ufficiale è il latino.

Scopo della Pontificia Università Gregoriana è di formare, sotto lo sguardo vigile e paterno del vicario di Cristo, queste scelte schiere di giovani ecclesiastici nella purezza della dottrina cattolica e nello spirito della romanità cristiana, e prepararli ad un efficace apostolato. Infatti le caratteristiche del suo insegnamento sono sempre state il "sentire cum Ecclesia" e l'aderenza alla realtà e alle esigenze dell'apostolato.

Nella sua storia quattro volte secolare essa ricorda esimi maestri quali Toledo, R. Bellarmino, De Lugo, F. Suárez, G. Vázquez, G. Maldonado, Cornelio a Lapide, Silvestro Mauro, C. Clavio, L. Taparelli, G. Perrone, G. B. Franzelin, L. Billot, F. X. Wernz, F. Ehrle, ecc.

Tra le molte migliaia dei suoi alunni sono 6 santi canonizzati, oltre 30 basti tra le file dei confessori e dei martiri, mentre sono centinaia quelli che hanno dato il sangue per la fede. Dalle sue aule sono usciti 13 papi, da Gregorio XV a Pio XII, un gran numero di cardinali, vescovi, superiori di Ordini e Congregazioni religiose, per non parlare dei predicatori e missionari, numerosissimi professori di seminari che in tutte le parti del mondo hanno fatto e fanno pervenire l'influsso della Pontificia Università Gregoriana nella formazione del clero.

La Biblioteca, ricominciata dopo il 1870 , conta 260.000 voll. Pubblica due riviste scientifiche: Gregorianum, Periodica de re morali canonica liturgica, 4 collezioni : Ana-

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(fot. Francesco Bcalr)
Istituti di