lave fu così la preparazione immediata dello scisma che doveva, morto Onorio, scoppiare in Roma e nel seno stesso della Chiesa. Amico al nuovo Pontefice, e assai stimato nella di lui cerchia, ove predominava il cancelliere, card. Aimerico, Gregorio rimase in primo piano durante il non lungo pontificato. Quel che non fu del Pierleoni : questi, la sua famiglia e la sua fazione, ebbero - al dire dell'autore della Vita Honorii, Pandolfo - molto a dolersi della palese avversione del Pontefice. Ciò spiega come, avvicinandosene la fine, i Pierleoni, ed i loro amici nel Collegio cardinalizio, non ristessero dal sommuovere gli animi perché il caso del dic. 1124 non avesse più a ripetersi. Ma del pari - solo con maggior segretezza e scaltrezza - s'agitava loro contro il card. Aimerico.
Preceduta da vere e proprie inconfessabili trattative, più allo scopo di fuorviar l'uno o l'altro partito, la morte di Onorio II, tratto alcuni giorni prima nel convento fortificato di S. Andrea in Clitvo Scanvi, fu immediatamente seguita, nella notte tra il 12 e il 13 febbr., nell'assenza della maggior parte dei cardinali, dall'elezione (in angulo, in abscondito, in tenebris, dirà Pietro, cardinale vescovo di Porto e decano del Collegio) di Gregorio di S. Angelo, di prima mattina intronizzato in Laterano con il nome di I. II.
Fidente nella sua maggioranza indiscussa, l'altra parte si riuniva (o che la riunione fosse già preparata o ch'essa fosse affrettata alle prime notizie, recate dall'altro Pietro, il pisano cardinal) di S. Suasana) nella tarda mattina del 13 in S. Marco. All'una elezione un'altra se ne contrappose : e la parola fu alla violenza. Presto, mentre dalle due cancellerie s'alimentava la polemica (basata anche su un errore d'interpetrazione dello Statutum de electione Pontificis di Niccolò II), i Pierleoni, con il loro Anacleto II, prevalsero in Roma e I. fu costretto, lasciato il munito monastero del Palladio, a fuggire, verso la metà di maggio, dal porto tiberino per Pisa e Genova, verso la Francia. Doveva essere la sua fortuna: ancor prima che v'arrivasse, la fama del Pontefice esule e fuggitivo aveva inciso nella ancor recente tradizione di sventura e di esilio che, dai primi Papi riformatori a Gelasio II, aveva sempre dato nuova lana alla Chiesa e suscitatole attorno nuovi entusiasmi, e le accoglienze delle rivali città marinare furono un presagio che, perdendo Roma, I. II si acquistava il mondo. Indetto a Etampes, da Luigi VI il Grosso, re di Francia, un Concilio, in esso prevalse il parere di s. Bernardo di Cîteaux, di aperto favore per I. Egli l'apprese mentre, lentamente rimontato il Rodano, era giunto a Cluny. Anche se l'Aquitania - con il suo legato, il vescovo Gerardo - sarebbe rimasta ostile, il resto della Francia avrebbe seguito I. e, tramite Norberto di Magde-
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burgo, cappellano imperiale, sarebbero stati guadagnati alla causa Lotario III e la Germania; mentre, da un incontro di Enrico I d'Inghilterra con s. Bernardo, sarebbe venuta pure l'adesione della Chiesa inglese. Intensissima, l'attività cancelleresca d'I. dalla Francia, anche rivolta alle Chiese (specie a quelle che aveva visitate) d'Italia, dove, non solo a Roma, la situazione permaneva sfavorevole: infatti si erano dichiarate per Anacleto le Chiese milanese e aquileiese, e abilmente si era pure stretto al Papa di Roma il gran Ruggero, il costitutore della monarchia normanna dell'Italia meridionale, consacrata appunto da Anacleto.
Solo una spedizione imperiale poteva risolvere la situazione italiana, a favore di I. Ma, preparata per tutto il 1132, e decisa fin dall'incontro di Liegi, l'anno precedente, una spedizione non bastò. Lotario poté riportare in Laterano il suo Papa, ma non mantenervelo: fosse stato o no sincero il tentativo di Anacleto, di giungere, attraverso un giudizio del tribunale imperiale, all'annullamento di entrambe le elezioni, appena Lotario fu costretto a ritornare verso il nord, abbandonando la conclamata crociata antinormanna, anche I. non poté più sostenersi in Roma. Non lasciava tuttavia, questa volta, l'Italia: da Pisa, con maggior speranza in un non lontano estinguersi dello scisma, avrebbe per tre anni dotato i documenti della sua cancelleria. Nell'ag. 1136 Lotario poteva rinnovare, con forze maggiori, la spedizione in Italia. Obiettivo della marcia è il Mezzogiorno: solo la sconfitta di Ruggero II avrebbe portato alla eliminazione di Anacleto. E, dopo un'aspra vicenda, il piano imperiale parve riuscire: ma fu una vittoria solo apparente. Appena I. e Lotario ebbero presa la via di Roma (e greve, specie a proposito di Montecassino, fu il dovere ancora una volta I. difender la Chiesa dalle richieste di Lotario, desideroso di restituire alla corona alcune almeno delle concessioni di Worms), Ruggero, sbarcando a Salerno, riprendeva in mano la situazione. Tuttavia questa precipitava (nonostante la morte di Lotario, al possaggio delle Alpi, nell'autunno del 1137, e dopo un convegno a Salerno e la conversione là operata da s. Bernardo di Pietro da Pisa) con la fine improvvisa di Anacleto, avvenuta il 25 genn. 1138. I., reistallatosi in Roma dall'anno prima, dovette peraltro ancora attendere che si estinguessero (i superstiti anacletiani dettero al morto un successore con Vittore IV) le ultime fiamme dello scisma.
Il Concilio Lateranense del 1139, voluto come solenne chiusura, e condanna, dei torbidi dello scisma, con una durezza apparsa eccessiva ai contemporanei, e allo stesso s. Bernardo, terminava con la scomunica di Ruggero II. A piegarlo, I., con l'appoggio dei principi capuani, mosse verso il Napoletono: ma, come Leone IX a Civitate, anch'egli, e S. Germano, imprigionato dal suo nemico, dovette riconoscergli la dignità contrastata e far ritorno a Roma sotto la sua scorta.
Da quel momento, il dramma del pontificato d'I. - turbato da uno scisma d'otto anni, gravido di conseguenze nella Chiesa in fermento - riprende, dopo la breve affermazione, e volge tristemente al tramonto: dinanzi allo spettacolo del sorgere delle communitates intorno, e d'una ben più potente, con il sollevarsi di Roma stessa, a séguito della guerra di Tivoli e della sua mancata distruzione. Tra i torbidi del violento insorgere del popolo romano - mentre il Senato si restaura e si tende a distinguere il potere ecclesiastico dal potere civile, secondo quello che sarà il monito del grande agitatore, Arnaldo da Brescia - I. II moriva, il 24 sett. 1143.
Bnol.: Fonti: Epistolae Innocentii II: PL 174 (e Jaffé-Wattenbach, I, pp. 911-19); Vita Innocentii II, scritta dal card. Bosone, in Lib. Pont., II, pp. 379-85 e in J. B. Watterich, Pontificum Romanorum Vitae, II, Lipsia 1862, pp. 174-275 (e ivi altre fonti coeve). Letteratura: tra le voci di enciclopedie, la più importante è quella di E. Amann, in I7ThC, VII, II (1923), coll. 19501961. - Tra le vecchie monografie, cf. J. De Lannes, Histoire du pontificat de Innocent II, Parigi 1741, e quella migliore di J. C. Hartmann, Vita I. II Pont. Romani, Merburgo 1744. Di moderno non v'è che lo studio, assai particolare, di G. Wieczorek, Das Verhältnis des Papstes Innozenz II. zu den Klöstern, Greifswald 1915. - Per l'esposizione, e la critica, dei fatti, fonti e
letteratura, v. P. F. Palumbo, Lo scisma del MCXXX. I precedenti. La vicenda romana e le ripensazioni europee della lotta tra Anacleto e I. II (col Regesto degli Atti di Anacleto II), Roma 1942.
Pier Fausto Palumbo
INNOCENZO III, ANTIPAPA: V. LANDO di SEZZE.
INNOCENZO III, PAPA. - Di nome Lotario, n. a Gavignano (Segni) nel ribo o ribi da Trasmondo, appartenente alla nobiltà locale (donde il nome di Conti alla famiglia), e dalla nobile romana Clarice Scotti, eletto pontefice l'8 genn. I198, m. a Perugia il 16 luglio 1216. Roma, dove ricevette la prima educazione, fu la sua vera patria; venne poi mandato a studiare teologia a Parigi e diritto canonico a Bologna (vi ebbe maestro il grande decretalista Uguccione da Pisa). Tornato a Roma, fu ordinato suddiacono da Gregorio VIII, e da Clemente III promosso cardinale diacono dei SS. Sergio e Bacco. Nella Curia, anche sotto il successore Celestino III, si distinse per la sua abilità e operosità.
Nello stesso tempo componeva due operette, che rimasero celebri : il De miseria humane condicionis, più noto sotto il titolo, posteriore, De comptemptu mundi, (PL 217, 701-46) trattato ascetico che descrive lo stato dell'uomo dalla nascita all'altretomba (la sua influenza sino al sec. XVI fu assai grande, come dimostrano i 400 e più manoscritti che ne rimangono), ed il De sacro altoris mysterio (PL 217, 763-913) lungo commento alla Messa, importante per la teologia sacramentaria e per la storia della liturgia. Anche da pontefice, I. continuò la sua attività letteraria, componendo opuscoli, numerosi sermoni (p. es.: De vita et passione Domini N. 7. C. [PL 217, 813-18]; De omnibus Sanctis [PL 217, 917-18]; De quadripartita specie nuptiarum liber [PL 217, 921-68]; Commentarium in septem psalmos poenitentiales [PL 217, 967-1129]; Regula Ordinis S. Spiritus de Saxia [PL 217, 1129-1138]; Sermones de tempore [PL 217, 313-450]; Sermones de Sanctis [PL 217, 451-691]) e trattando nelle sue lettere questioni di teologia e di diritto. Nel 1210 fece raccogliere le più importanti lettere e le inviò all'Università di Bologna, prima raccolta ufficiale di decretali.
Alla morte del vecchio Celestino III, Lotario fu eletto pontefice. Subito iniziò dal Laterano una mirabile ed intensissima attività in tutti i campi ed in tutte le parti della cristianità. Due motivi la dominano ed orientano, sin dal principio del pontificato: la riforma della Chiesa e la Crociata. Vero discepolo di s. Bernardo, il suo autore preferito, cominciò con la riforma della Curia, cercando di combattervi la venalità; curò la formazione di un episcopato e di un clero migliore, favorendo insieme la decentralizzazione con il rafforzare l'autorità dei vescovi e dei metropoliti, con il reprimere gli appelli abusivi a Roma, con concili provinciali e nazionali (importante quello del 1212 a Parigi). Promosse inoltre la riforma dei monasteri maschili e femminili, e favorì le nuove fondazioni che sorgevano, più rispondenti ai bisogni del tempo: così approvò l'Ordine dello Spirito Santo per l'assistenza ai malati poveri (chiamò a Roma il fondatore Guy di Montpellier, facendo costruire il grande ospedale di S. Spirito), i Trinitari per la liberazione dei prigionieri, gli Umiliati nella Lombardia, e stimolò la costituzione di canoniche regolari. Aiutò autorevolmente s. Domenico e s. Francesco nei loro inizi, ed al primo suggerì l'idea di un Ordo Praedicatorum contro gli eretici della Francia, al secondo diede la facoltà di predicare, approvandone oralmente il modo di vivere. Si può dire che furono proprio lo spirito e l'opera di riforma di I. III che prepararono i due grandi Ordini mendicanti e la loro affermazione. Il Concilio generale tenuto a Roma nel nov. 1215 (IV Lateranense) sanzionò la riforma della Chiesa del grande Papa, promulgando
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una vasta legislazione canonica nel campo del dogma, della morale, della disciplina e della organizzazione ecclesiastica, la più importante prima del Concilio di Trento.
Gli sforzi di I. per organizzare una nuova Crociata (nel 1187 era caduta Gerusalemme, e la III Crociata era finita miseramente) furono condotti con grande costanza ed energia. Le speranze formatesi nel 1202, quando si costituì, sotto il suo impulso, l'armata crociata, furono deluse dai Veneziani, che si servirono dei Crociati contro Zara e poi contro l'Impero di Costantinopoli. I. deplorò vivamente gli eccessi dei Crociati, si rallegrò purtuttavia del nuovo Impero latino che sorse in Oriente (1204), con la speranza (troppo ottimista) di poter infine raggiungere l'unità con la Chiesa orientale, per cui già nel 1198 aveva iniziate trattative. Dopo il 1204 ripresero i suoi sforzi per una nuova Crociata, ed il Concilio Lateranense ebbe come suo scopo principale la preparazione della grande impresa, predisposta per il 1217.
Lo zelo di I. si volse anche a combattere l'eresia catara e valdese, che alla fine del sec. xir si era radicata e si mostrava pericolosa specialmente nella Francia meridionale, nella Linguadoca: il Papa cercò prima di combattere le cause che la favorivano, svolgendo azione di riforma dei costumi del clero e dell'episcopato, favorendo i gruppi che si erano convertiti (approvò i «Poveri cattolici» di Durando di Huesca) e promuovendovi la predicazione in povertà, cui spinse i Cistercenni e poi s. Domenico con i suoi compagni. Gli scarsi risultati di questa azione, e la fatale uccisione del legato papale Pietro di Castelnau (1208), lo indussero a chiedere l'aiuto del braccio secolare, per reprimere con la forza il male che minacciava l'unità della Chiesa. Accolsero l'invito alla Crociata contro-gli albigesi i baroni del nord della Francia, guidati da Simone di Montfort, desideroso di privare dei suoi territori Raimondo VI conte di Tolosa: la Crociata si trasformò così in una sanguinosa guerra di conquista, che il Papa non fu in grado di dominare, anche perché mal servito dai suoi legati, favorevoli a Simone; al Concilio del Laterano, I. riusci a far mantenere al figlio di Raimondo parte dei domini. Un'altra Crociata, più fortunata, egli bandì contro i musulmani della Spagna, in aiuto dei re di Castiglia, la quale portò alla vittoria di Las Navas di Tolosa (1212). Nel nord dell'Europa, nelle regioni ancora pagane della Finlandia, della Prussia e specialmente della Livonia, inviò missionari e organizzò la Chiesa; si rivolse anche alla Russia, per ottenerne l'unione con Roma, ma senza pratici risultati; invece l'unione fu ristabilita (per breve tempo) con la Bulgaria, il cui sovrano, Joannitza, chiese al Papa la corona, offrendogli il suo regno come vassallo.
Di fronte ai sovrani d'Europa, I. svolse un'azione assai intensa, dominata dall'idea della pace cristiana e dell'unità per la Crociata. L'Impero, dopo la morte di Enrico VI (1197), era diviso tra due contendenti, Ottone di Braunschweig e Filippo di Svevia, fratello di Enrico VI : I. tenne un atteggiamento di eresa e di prudenza, e solo nel 1201 riconobbe Ottone; dopo la uccisione di Filippo lo incoronò imperatore nel 1209. Ma presto dovette porsi contro di lui, perché invadeva i territori della Chiesa e mirava a conquistare tutta l'Italia; si rivolse allora al giovane Federico II, re di Sicilia, di cui era stato tutore, il quale promise che avrebbe tenuta separata la corona di Sicilia da quella imperiale (1213).
Così le circostanze costrinsero I. a favorire l'ascesa all'Impero del figlio di Enrico VI, la cui politica egli aveva tanto deprecata. Con la Francia i rapporti furono buoni, fu però fermissimo contro il re Filippo Augusto, sino a giungere all'interdetto sul regno, per indurlo a riprendere la moglie legittima Ingeburga; inoltre, quando nel 1203 scoppiò la guerra tra Francia e Inghilterra con l'invasione della Normandia, intervenne autorevolmente presso i due sovrani perché ristabilissero la pace, precisando la natura spirituale (ratione peccati) e non politica del suo intervento. Una complicata questione per la nomina
dell'arcivescovo di Canterbury e poi le ostilità alla Chiesa di Giovanni Senza Terra, portarono nel 1208 all'interdetto sui domini inglesi ed alla deposizione del Re: minacciato di una invasione da parte di Filippo Augusto, Giovanni chiese l'assoluzione ad I. ed offrì il suo Regno vassallo della S. Sede. Anche altri sovrani, come Pietro II di Aragona, offrirono in feudo il loro Regno al Papa, per avere la protezione della sua alta autorità spirituale. In Italia, infine, molto lavorò I. per rafforzare il suo dominio a Roma e nelle terre della Chiesa, nella Toscana e nel nord per legare a sé i Comuni, e nell'Italia meridionale, cercando di rendere il Regno vassallo della S. Sede come aveva disposto per trattamento l'imperatrice Costanza. L'allargamento della sua autorità politica su quasi tutta l'Europa, ha fatto rappresentare I. come un "distributore di corone", tutto inteso a formare un dominio politico universale, detto impropriamente teocrazia. In realtà, non fu questa la sua concezione politica: dai genuini fondamenti del primato papale, egli sviluppò la dottrina dell'unità della Chiesa e della plenitude potestatis del pontefice come vicario di Cristo; discepolo di Uguccione e della scuola canonistica di Bologna, mantenne la tradizionale dottrina della distinzione e indipendenza dei due poteri, pur sottolineando la superiorità dello spirituale. D'altra parte, la sua intensa attività per la pace e per la unione dei principi cristiani in vista della Crociata, come la sua difesa della libertà dei diritti della Chiesa, lo portarono a molteplici e profondi interventi nel temporale, che di fatto allargarono l'autorità politica del papato, contribuendo indubbiamente a legare sempre più il temporale allo spirituale. La dottrina successiva di Innocenzo IV, che afferma l'alto dominio del papa vicario di Cristo sull'uno e l'altro potere, ne sarà uno sviluppo, ma ancora non appare in I. III.
La morte lo colse all'età di 55 anni, dopo più di 18 anni di pontificato, mentre era a Perugia e preparava la Crociata. - Vedi tav. III.
BibL.: recente e bene informato lo studio di A. Fliche nella prima parte del vol. La chrétienté romaine (in A. Fliche-V. Martin, Histoire de l'Eglise..., X, Parigi 1950, pp. 11-212; si veda ancora F. Hutter, Geschichte Papst Inuazenz III. und seiner Zeitarmosien, 4 voll., 3⁴ ed., Amburgo-Gotha 1841-42 (tradotto più volte in italiano), e A. Luchaire, Inuacent III, 6 voll., Parigi 1904-1908. Sulla dottrina politica, M. Maccarrone, Chiesa e Stato nella dottrina di papa I. III, in Lateranum, nuova serie, 6 (1940); id., I. III prima del Pontificato, in Archivio Deh. rom. it. patria, 66 (1943), pp. 29-154. Lettera e scritti di I. in PL 214-17. Per il Repertum super negotia Romani imperii, cf. F. Kempf, Die Register Inuazenz III. (in Misc. historiae pontificiae, 9), Roma 1945, e la sua accuratissima edizione (ibid., 12), ivi 1947. Michele Maccarrone
INNOCENZO IV, PAPA. - Sinibaldo Fieschi, n. alla fine del sec. xir dal conte di Lavagna, di famiglia generese; studiò sotto la guida di uno zio paterno, che era vescovo di Parma, frequentò a Bologna le celebri scuole di diritto canonico e romano ascoltando maestri illustri, come Azone ed Accursio, e divenne egli stesso uno dei più rinomati canonisti del suo tempo (ebbe, fra l'altro, gran parte nella elaborazione della dottrina delle persone giuridiche); nel 1226 si trasferì a Roma ove ebbe incarichi in Curia e compì legazioni; il 23 sett. 1227 Gregorio IX, che lo conosceva da tempo, lo elevò al cardinalato assegnandolo al titolo presbiteriale di S. Lorenzo in Lucina. Alla morte di Celestino IV (io nov. 1241) seguì una vacanza di ben 18 mesi mentre la Chiesa era in condizioni gravissime per l'ostilità dell'imperatore Federico II; finalmente i pochi cardinali superstiti elessero all'unanimità il Fieschi ( 24 giugno 1243) che assume il nome di I.
Il nuovo Papa mostrò dapprima l'intenzione di svolgere trattative con il Sovrano, ma ben presto ogni intesa divenne impossibile perché entrambe le parti avevano troppe pretese; inoltre I. si sentì poco sicuro in Roma, e si portò a Genova e di qui a Lione, dove convocò un Concilio generale per il giugno 1245. Malgrado la difesa di Taddeo di Sessa, Federico venne solennemente scomunicato per la seconda volta e deposto dal trono; seguj
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(da P. Frison, Sallia Purperata, Parigi 202) Innocenzo IV, papa - I. IV presiede il I Concilio di Lione. Frontespizio della Gallia Purperata di P. Frison, Parigi 1638. Exemplare della Biblioteca Vaticana.
un periodo di lotte con alterna fortuna, chiuso con la morte dell'Imperatore ( 17 dic. 1250). Allora I. prese la via del ritorno, ma soltanto il 6 ott. 1253 entrò in Roma, quando erano già scoppiati nuovi dissidi con gli eredi di Federico, Corrado e Manfredi; un anno dopo I., da tempo ammalato, morì a Napoli ( 7 dic.).
Tra le sue opere di giurista si deve ricordare l' A p paratus in quingue libros Decretalium, composto per scopi pratici, che ebbe molta diffusione e godette di grande autorità. Inoltre I. promulgò tre collezioni autentiche di canoni comprendenti 41 sue Decretali e le inviò alle Università di Bologna e Parigi perché la inserissero nella compilazione di Gregorio IX sotto i titoli corrispondenti; la costituzione principale era quella Romana Ecclesia emessa nel I Concilio di Lione; scrisse anche un commento alle proprie Decretali.
Gli scritti giuridici di I. furono commentati da Giovanni di Dio, Pietro di Sampsone, Bernardo di Compostella il giovane e l'Ostiense. Sta a sé lo scritto del Papa intitolato Apologeticus ovvero De iurisdictione imperii et auctoritate Romani Pontificis diretto contro Pier della Vigna, ma che oggi non si riesce ad identificare con sicurezza.
Bibl., - Nicola da Calvi, Vita Innocenti IV papae, in RIS, III (ivi nure una vita di un anonimo); Matteo Paris, Chronicon, in MGH, Scriptores, XXVIII, pp. 107-389; MGH, Epistolue nasc. XIII ecc., II: E.Berger, St Louis et Innocent IV, Parigi 1887; id., Les registres d'Innocent IV, 4 voll., ivi 1894: A. Fols, Kaiser Friedrich II. und Papst Innocenz IV., Strasburgo 1905; I. Dainaki, Niewapieczenstwo Tatariskie w Polowie XIII w. i Papieo Innocenty IV, Lwowie 1922; B. Sütterlin, Die Politik Kaiser Friedrichs II. und die römischen Kardinalle (1239-30), Heidelberg 1929; F. Brezzi, Roma e l'Impero medievale, Bologna 1947, p. 443 sgg. Su I. IV giurista, cf. I. F. Schulte, Bei-
träge zur Literatur über die Decretalen Gregors IX., Innocenz IV. ecc., Vienna 1871, pp. 33-127; F. Ruffini, La classificazione delle persone giuridiche in Sinibaldo Fieschi (I. IV), ecc., in Studi Schupfer, II, Torino 1898, p. 313 sgg.; B. Kurtscheid-F. A. Wilchea, Historia iuris canonici, I, Roma 1943, p. 239; A. van Hove, Prolegomena, 2ᵃ ed., Malines-Roma 1945, pp. 362-63. 433, 477, 480: H. Marc-Bonnet, Le Si-Siège et Charles d'Aujou sous Innocent IV et Alexandre IV. in Revue historique, 200 (1948), p. 38 sgg.
Paolo Brezzi
INNOCENZO V, PAPA, beato. - Religioso domenicano, noto sotto il nome di Fr. Petrus de Tarantasia, n. nella Tarantasia propriamente detta (alta Valle dell'Isère e non già in Valle d'Aosta o nella piccola e sconosciuta Tarantasia lionese) ca. il 1224, m. a Roma il 22 giugno 1276.
Prese l'abito domenicano nel Convento di Lione ca. il 1240; nell'estate 1233 si recò allo Studio di Parigi e vi ottenne il grado di maestro in teologia. Come tale partecipò ai lavori ( 1 giugno 1259) della commissione extra-capitolare dei cinque maestri, fra i quali s. Alberto Magno e s. Tommaso d'Aquino, incaricati dal Capitolo generale di Valenciennes di preparare la ratio studiorum dell'Ordine. Occupò all'Università parigina la cattedra dei - Francesi dal 1259 al 1264. Nel 1260 ebbe il titolo di predicatore generale. Subito dopo l'elezione del nuovo generale dell'Ordine, Giovanni di Vercelli (1264), 128 proposizioni estrarte dai due primi libri del suo commento alle Sentenze di Pietro Lombardo furono denunciate al Generale, il quale dovette esimerlo dalla cattedra. I confrandli della provincia di Francia lo scelsero allora come loro provinciale (1264-67). Intanto s. Tommaso per incarico di Giovanni di Vercelli si pone ad esaminare l'anonimo libello di denuncia pronunciandosi nettamente a favore dell'accusato (cf. Explanatio dictorum de dictis cuiusdam a fratre Thoma, ed. degli opuscoli, III, Parigi 1927, p. 211 sgg.), ragione per cui il Capitolo generale di Bologna (1267) esonerò Pietro di Tarantasia dalla sua carica di provinciale per affidargli nuovamente la cattedra parigina, che tenne dal sett. 1267 al maggio 1269, quando fu rieletto provinciale della provincia di Francia. Per volere di Clemente IV, Pietro si occupò attivamente della predicazione della Crociata. Le ottime doti di amministratore, di cui il già brillante professore parigino dette prova, indussero Gregorio X, che lo conosceva personalmente, ad eleggerlo arcivescovo di Lione e primate delle Gallie ( 6 giugno 1272). La sede primaziale delle Gallie, cui erano annessi i diritti comitali, si trovava in un momento particolarmente critico, sia a causa della lunga vacanza (dal 1267 e praticamente dal 1243 , perché il predecessore Filippo di Savoia non si era mai fatto consacrare) sia a causa delle mire annessionistiche di Filippo l'Ardito e delle lotte intestine che insanguinavano la città per il conseguimento di alcuni diritti comunali e per l'amministrazione della giustizia. L'eletto, al corrente delle necessità e difficoltà della diocesi lionese, doveva restaurare la disciplina del clero, rivendicare i diritti usurpati e pacificare gli animi. Già prima dell'ott. 1272, Pietro aveva preso possesso della sua sede, provocando le proteste del re Filippo l'Ardito; ma, chiarito il suo atteggiamento, il Re ritirò i suoi agenti da Lione, riconoscendo all'arcivescovo il pieno diritto all'amministrazione della giustizia, primo passo per ottenere la distensione degli animi. Intanto Gregorio X, con fine massa politica, sceglieva Lione quale sede del Concilio generale che si doveva aprire il 1° maggio 1274 per trattare della Crociata e dell'Unione con la Chiesa greca, e creava l'arcivescovo cardinale vescovo di Ostia ( 28 maggio 1273). Pietro, consacrato tra il maggio e l'ag. 1273, continuò a tenere l'amministrazione della sede lionese fino alla vigilia del Concilio che egli preparò con cura e al quale prese poi parte molto attiva. Vi tenne infatti i discorsi d'apertura della terza e quarta sessione e l'elogio funebre di s. Bonaventura ( 7 giugno, 6 e 15 luglio 1274); il 16 luglio amministrò il Battesimo a tre membri della missione dell'İlkhân di Persia, Abâqâ; e si occupò dell'annosa questione degli Ordini mendicanti. Sul finire dell'anno si recò alla corte di Filippo l'Ardito, cui comunicò anche i progetti di Gregorio X per il matrimonio di un figlio del Re con Giovanna di Navarra. Eletto
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(per cortesia di mans. A. P. Frutaz)
Innocenzo V. papa, beato - Sigillo plumbco d'I. V. trovato nella Valle di Thera sopra Sarre (Aosta), il 1° ag. 1897 - Aosta, Museo dell'Accademia di S. Anselmo.
penitenziere maggiore, accompagnò Gregorio X a Beaucaire (21 apr. 1275) e a Losanna ( 6 ott.).
Alla morte del Pontefice, avvenuta ad Arezzo il 10 genn. 1276, il card. Pietro, presente al Conclave, fu scelto come suo successore ( 21 genn.) e assunse il nome di I. V; poi il 22 febbr. a Roma fu intronizzato e incoronato. I pochi mesi del suo pontificato furono intensamente occupati dalla preparazione della Crociata, che difficoltà politiche resero irrealizzabile, dalla pacificazione di Genova con Carlo d'Angiò e dalla cessazione delle ostilità tra Pisa ghibellina e la Lega guelfa toscana. I mesi di marzo e aprile furono particolarmente dedicati ai problemi orientali della Crociata e dell'Unione, sanzionati dal Concilio del 1274, che trattò con gli inviati di Michele VIII il Paleologo, Giorgio il Metochita, arcidiacono di Costantinopoli, e l'intendente maggiore, Teodoro. Purtroppo nel corso di queste delicate trattative I. subì oltre misura l'influsso di Carlo d'Angiò e di Filippo di Courtenay, imperatore latino di Costantinopoli, come si rileva dal tono delle istruzioni date al generale dei Minori, Girolamo d'Ascoli, capo della missione che doveva concludere con il Paleologo le trattative in corso. La missione fu poi interrotta dalla morte del Pontefice. Le simpatie troppo evidenti di I. per Carlo d'Angiò, misero il Papa in serie difficoltà con l'eletto imperatore romano, Rodolfo di Asburgo. I. si interessò anche del processo di canonizzazione di Margherita d'Ungheria. In quanto al suo atteggiamento ostile verso l'Ordine dei Serviti, è appurato che si tratta di una diceria a fondo leggendario. Il suo culto fu confermato da Leone XIII il 14 marzo 1898. Festa il 22 giugno.
Orezz. - Pietro di Tarantasia occupa un posto distinto fra gli scolastici del sec. xili e i suoi scritti ebbero una notevole diffusione non solo nell'ambiente universitario, ma anche nei principali centri culturali europei, come si rileva dai ca. 280 manoscritti (secc. xili-xvi; l'elenćo è suscettibile di ulteriori arricchimenti), rinvenuti nelle biblioteche del continente, e dalla monumentale edizione del commento alle Sentenze del sec. xviI. Egli appartiene al periodo di transizione della scuola domenicana che dall'agostinismo a tinte neoplatoniche passo all'aristotelismo cristiano con i due grandi maestri, suoi contemporanei ed amici, s. Alberto Magno e s. Tommaso d'Aquino. Le opere di Pietro rappresentano il frutto del suo insegnamento universitario, ma purtroppo la loro analisi riesce ai più laboriosa perché la maggior parte di esse è tuttora manoscritta. Pietro è stato non solo un forbito compendiatore, come si rileva principalmente dal commento alle Sentenze, ma un vero pensatore capace di sostenere le sue soluzioni con originalità e fermezza. La sua produzione scientifica comprende, come del resto quella dei grandi scolastici del sec. xili, commenti alla Scrittura e alle Sentenze e questioni teologiche particolari dove si coglie la peculiarità del suo pensiero.
Appartengono al suo primo insegnamento: 1) In IV
libros Sententiarum Commentaria, composto tra il 1257 e il 1259 , ma pubblicato tra il 1259 e il 1264 (cf. ed. di T. Turco e Giov. Battista de Marinis, 4 voll. in-fol., Tolosa 1649-52). L'autore ha adoperato i commentari paralleli dei ss. Bonaventura e Tommaso; quest'ultimo ha dovuto analizzare l'opera per incarico di Giovanni di Vercelli cui indirizzò poi l'Explanatio dubiarum già ricordata. 2) La redazione A della postilla Dedi te in luceon gentium alle Epistole di s. Paolo, anteriore al 1264. Di questa postilla esiste una redazione B dovuta ad un anonimo, nel passato spesso attribuito al domenicano Nicola de Gorran e più volte stampata sotto questo nome (Colonia 1478, ecc.). Di particolare interesse teologico sono le "distinctiones" e la "dubitationes" che interrompono il commento letterale.
Al secondo insegnamento si devono attribuire : 1) il Quodlibet contenente 37 questioni (cf. ed. P. Glorieux, in Recherches de théol. ancienne et médiévale, 9 [1937], pp. 237-80). La questione 36 sulla salvezza nello stato d'innocenza è stata confutata da s. Tommaso nel Quodlibet V, q. 5, a. 8). 2) Le questioni De lege et praeceptis (oltre 50), rivendicate definitivamente a Pietro. La prima questione sull'esistenza della Legge eterna è stata pubblicata integralmente (cf. ed. O. Lottin, in Ephemerides Analogicos Lovanientes, 14 [1937], pp. 295-97). Le soluzioni date alle questioni di carattere dogmatico e morale ivi trattate e nel Quodlibet permettono di cogliere gli aspetti più originali del pensiero del nostro autore. Di Pietro si hanno anche 13 prediche certamente autentiche. Le sue postille al Pentateuco e a s. Luca non sono ancora state ritrovate.
Bibl.: Su I. si hanno ora due opere fondamentali che sostituiscono tutto ciò che è stato scritto su di lui in passato: Beatos Innocentius PP. V (Petrus de Tarantasia O. P.). Studia et documenta, Roma 1943 (la polemica sulla patria e studiata da A. P. Frutaz: gli scritti da H.-D. Simonin, lavoro fondamentale, e da L.-M. Vosté); M.-H. Laurent, Le bienheureux Innocent V (Pierre de Tarentaise) et sua temps (Studi e Testi, 199). Cilt.a del Vaticano 1947 (biografia definitiva, ricca di erudizione, con il regesto degli atti di I.; in appendice L.-B. Gillon vi studia nuovamente gli scritti e C. Giannelli vi pubblica la relazione del Metochita). Si veda inoltre: K. Renner, Die Christologie des Petrus von Tarantasia, Roma 1941; M. Grabmann, Handschriftliche Mitteilungen uber Abbreviationen des Sentenzenhamentares des s. Papstes Innozenz V., in Divas Thomas Friburg., 24 (1946), pp. 199-12; I. Tomko, De inhabitatione Spiritus Sancts in anima iusts sec. b. Petrum de Tarantasia, 1950 (tesi inedita dell'Atenco Lateranense). A. Pietro Frutaz
INNOCENZO VI, papa. - Originario del Limosino, Stefano Aubert fu eletto papa il 18 dic. 1352 e incoronato il 30 . Era uno stimato giureconsulto che

(fot. Alinari)
Innocenzo V. papa, beato - Particolare della serie dei beati e santi domenicani dipinti dal Beato Angelico sotto la Crocifissione - Firenze, Convento di S. Marco.
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(1ot. Andersve)

(fot. Minari)
In alto: STRAGE DEGLI INNOCENTI: rilievo in bronzo di B. Bellano (1484-88) - Padova, Basilica del Santo. In basso: affresco attribuito al «Maestro delle Vele» - Assisi, basilica di S. Francesco, chiesa inferiore.
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(1)id. (lirari)
ANCONA DEI SANTI INNOCENTI.
Opera di Andrea di Giovanni (1410) - Orvieto, chiesa di S. Ludovico.
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(fol. Alinari)
INNOCENZO III CONSEGNA A S. BENEDETTO IL PRIVILEGIO PAPALE PER SUBIACO. Affresco di « Maestro Consolo» - Subiaco, Sacro Speco, chiesa inferiore.
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SEPOLCRO IN BRONZO D'INNOCENZO VIII. Opera di A. Pollaiolo (1419) - Basilica di S. Pietro.
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aveva esercitato le funzioni di index maior nel siniscalcato di Tolosa, prima di salire alle sedi vescovili di Noyon, di Clermont e di Ostia, e prima di ottenere la carica di gran penitenziere.
I. si deve annoverare tra i papi riformatori; si affrettò ( 8 luglio 1355 ) a dichiarare nulla la capitolazione sottoscritta, durante il Conclave, dai membri del S. Collegio, come attentatoria alla pienezza del potere che Cristo aveva conferito a Pietro (cost. Sollecitudo pastoralis, in Balleriana Romenum, ed. Ch. Caqualiñes, III, II, Roma 1741, pp. 316-18). Inoltre attese a che il clero osservasse la residenza, represse gli abusi che si erano introdotti in alcuni Ordini religiosi e impose a questi ultimi nuove Regole. Con energia, anche se invano, difese i diritti del matrimonio che Pietro il Crudele, re di Castiglia, aveva violato. Se non protestò contro la pubblicazione della «bolla d'oro» ( 14 genn. 1356) che istituiva un regime nuovo per la elezione del re dei Romani (passando sotto silenzio le pretese della S. Sede ad approvare e a confermare tale elezione e a sostituire l'autorità imperiale in Italia durante la vacanza dell'Impero) fu senza dubbio perché il famoso editto staccava la penisola da questo stesso Impero e di conseguenza favoriva la sua politica personale oltr'Alpi.
I. si proponera infatti di riconquistare gli Stati della Chiesa. Ebbe il merito di scoprire un uomo di genio nel card. Egidio Albornos, che seppe ridurre all'obbedienza il prefetto di Roma, Giovanni di Vico, i baroni del Patrimonio di S. Pietro, della Marca d'Ancona e della Romagna, e riuscì a strappare Bologna alle mani di Bernabò Visconti.
Le preoccupazioni creategli dalla pucrra dei Cento anni e gli scacchi diplomatici che dovette subire, minarono la sua malforma salute. M. il 12 sett. 1362; fu sepolto nella chiesa della certosa di Villeneuve-les-Avignon, da lui fondata.
Bibs.: C. Cipolla, I. VI, e la casa di Sawaia (Miscellanea di storia italiana, 6), Torino 1902, pp. 149-213; K. Zcumer, Die Caldene Bulle Kaiser Kaele IV., Viemer 1908; E. Daprez, Innocent VI. Lettres closes, patentes et curioles se rapportant à la France, Parigi 1909; W. Schefflct, Karl IV. und Innozenz VI. Beiträge zur Geschichte ihrer Beziehungen, Berlino 1912; St. Baluzius, Vitae paparum Avenianensium, ed. G. Mollat, I. Parisi 1916, pp. 309-46; II. Ivi 1928, pp. 433-91; E. Filippini, Il card. Egidio Albarnaz, Bologna 1933 (libro insufficiente); G. Biscaro, Le relazioni dei Visconti con la Chiesa, Bernabò e il vicariato di Bologna, I. VI e i primi processi 1333-62, in Archivio storico lombardo, nuova serie, 2 (1937), pp. 119-93; G. Mollat, Les pages d'Avignon, 9^{text {e }} ed., Parigi 1930, pp. 97-108 (con abbondante bibl.).
INGGENZO VII, PAPA. - Cosimo Gentile de' Migliorati, n. a Sulmona verso il 1336, m. a Roma il 6 nov. 1406. Entrò nella Curia dove divenne chierico del S. Collegio, cappellano papale, collettore apostolico in Inghilterra. Arcivescovo di Ravenna il 4 nov. 1387 passò il 18 giugno 1389 a Bologna e fu creato cardinale di S. Croce il 18 dic. 1389 da Bonifacio IX. Il 9 marzo 1390 andò legato in Lombardia e Toscana per mettere pace fra Galeazzo Visconti e i comuni di Firenze e di Bologna. Il 17 ott. 1404 fu creato papa dagli 8 cardinali dell'obbedienza di Bonifacio IX presenti a Roma, obbligandosi a rinunciare qualora Benedetto XIII, il suo avversario di Avignone, facesse altrettanto; non volle però incontrarsi con lui.
Dovette nel suo governo subire il prepotere di Ladislao di Durazzo re di Napoli e le violenze del comune di Roma. Di questo volle vendicarsi suo nipote Ludovico Migliorati feroce condottiero di ventura, e quando i parlamentari del popolo, uscendo dal Vaticano dove avevano duramente trattato con I., passarono presso S. Spirito, si impadronì di loro e ne uccise undici ( 16 ag. 1405). Sollevatosi il popolo, I. fu costretto a fuggire precipitosamente verso Viterbo, ma ritornò ben presto richiamato dai Romani ( 16 marzo 1406), ai quali perdonò, punendo solo i maggiori colpevoli, ma non il nipote.
I. ha il merito di avere provveduto all'Università di Roma istituendovi nuove cattedre per l'insegnamento del greco, medicina, retorica e filosofia.
BibL.: H. Finko, Zum Konzilsprojekte Innozenz VII., in Römische Quartalschrift, 7 (1893), p. 483 sgg.; P. Brand, I. VII. ed il delitto di suo nipote Ludovico Migliorati, in Studi e documenti di storia e diritto, 21 (1900), pp. 179-215; (cf. recensione di P. Egidi in Arch. soc. rom. st. patris, 24 (1901), pp. 313-201; N. Valois, La France et le grand schisme d'Occident, III, Parigi 1901, passim; P. Paschini, Roma e il Rinascimento, Bologna 1940, v. indice.
INNOCENZO VIII, PAPA. - N. a Genova nel 1432, m. a Roma tra il 25 e il 26 luglio 1492. Alla morte del pontefice Stato IV, nel 1484, Roma fu in armi ed anche il collegio cardinalizio si divise in due gruppi, uno capeggiato da Rodrigo Borgia, che aveva l'appoggio degli Orsini, l'altro da Giuliano della Rovere sostenuto dai Colonna; dopo varie trattative si giunse ad un po' di tregua, che permise di dare inizio al Conclave il 26 ag. in Vaticano alla presenza di 25 cardinali, dei quali solo 4 stranieri. Riusci eletto Gian Battista Cibo, di 52 anni, che in gioventù era cresciuto alla corte di Napoli, poi era diventato vescovo di Savona, trasferito quindi ad Amalfi ed era stato elevato al cardinalato nel 1473; era malaticcio, di carattere amabile, molto accogliente, ma senza volontà e pronto ad affidarsi a chi lo sapeva convincere.
La sua condotta giovanile era stata assai riprovavale e al momento dell'elezione erano ancor vivi due suoi figli, che egli colmò di ricchezze e sistemò con ottimi matrimoni (Franceschetto sposò la figlia di Lorenzo de' Medici); né è escluso che la sua elezione sia avvenuta in modo simoniaco. L'incoronazione ebbe luogo il 12 sett. con una solenne cavalcata al Laterano che si svolse senza incidenti. I. favorì le arti, fece costruire il famoso Révedere in Vaticano e la villa della Magliana, abbellì varie chiese; al suo tempo lavorarono a Roma il Pollaiolo, il Pinturicchio, il Mantegna, il Lippi ed il Perugino; la corte papale era fastosa ma immorale e per far fronte alle enormi spese si ricorreva a mille espedienti, moltiplicando gli uffici e vendendo le cariche, che cadevano in mano di titulari indegni, pronti a loro volta a rifarsi taglieggiando i fedeli dei vari paesi europei, ma suscitando ovunque fiere proteste. Si aggiunga che le frequenti malattie del Papa facevano correre spesso voci di una sua morte con tutti i disordini che seguivano in città in questi casi, le uccisioni, i saccheggi ed altre sfrenatezze.
In politica I. non fu costante; dapprima fu spinto a combattere Ferdinando di Napoli perché questo era nell'interesse dei Colonna, mentre gli Orsini parteggiavano per il Re; i Romani si videro minacciati da carestia e dovettero fortificarsi dentro le mura, ma dopo una lunga guerra condotta senza convinzione prevalse il partito della pace, anche per l'intervento del Re di Spagna e di Ludovico il More; il 12 sett. 1486 furono pubblicati i patti, che comportarono qualche sacrificio da parte del Papa ma ridettero la tranquillità a Roma. Più tardi ripresero i dissidi tra il Pontefice ed il Re di Napoli, che si appellò anche ad un Concilio; fu perciò scomunicato e da Roma furono inviati aiuti ai baroni ribelli; poco prima della morte I. tornò ad essere d'accordo con Ferdinando e questa volta ebbe influenza su di lui Lorenzo de' Medici, al quale il Papa si era affidato ciecamente dopo esser stato aiutato dal signore di Firenze nelle sue solite difficoltà finanziarie; uno dei compensi fu la porpora al giovanissimo figlio di Lorenzo, Giovanni, che divenne più tardi Leone X. Accanto a Lorenzo godette molto prestigio durante tutto il pontificato il card. Giuliano della Rovere, alla cui influenza e ai cui maneggi I. doveva la tiara.
Tra gli altri atti politici di I. si possono ricordare il riconoscimento di Enrico VII Tudor quale re d'Inghilterra dopo la guerra delle Due Rose, e la concessione del titolo di re cattolico a Ferdinando d'Aragona dopo la presa di Granata e la definitiva cacciata degli Arabi dalla Spagna. Il Papa stipulò perfino un patto con il sultano turco Bǜazid II benché avesse prima predicata la crociata contro di lui; il trattato (1489) stabiliva la concessione di un tributo annuo a I., che in compenso s'impegnava a non suscitare antagonisti al Sultano: ed infatti
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il fratello di costui fu tenuto in una dorata prigione in Vaticano.
Due atti che toccano più da vicino il campo religioso sono la famosa condanna delle 900 tesi di Pico della Mirandola ( 4 og. 1486 ) e quella, altrettanto celebre, della stregoneria (bolla Summis desiderantes del 5 dic. 1484); alla prima Pico rispose con un'autodifesa, alla seconda segul una campagna degli inquisitori domenicani in Germania contro i colpevoli, persecuzione che non fu priva di violenze esagerate dovute ad eccessiva credulita. - Vedi tav. IV.
BibL.: H. Burckardus, Liber noturum o Diarium (1483. 1508) ed. L. Thuasne, 3 voll., Parigi 1883-85, oppure ed. E. Celani in RIS, nuova ed., XXXII, it (senza indice e con errori); cf. recensione di G. B. Picotti in Arch. dello Soc. rom. di it. patrio, 38 (1915), p. 369 sgg. (il Burckardus era maestro delle cerimonie pontifice e quindi ben informato, anche se non sempre obiettivo e benevolo): Disparsi e lettere di Giacomo Gherardi nunzio pontificio (1487-90), a cura di E. Carusi (Studi e testi, 21), Roma 1909; P. Fedele, La pace del 1486 tra Ferdinando d'Anagona e I. VIII, in Archivio storico per le province napoletane, 30 (1905); Pastor, III (v. indice); E. Rodocanachi, Histoire de Rome. Une rose prinoiire au Vaticau pendant la Renaissance (1471-1503), Parigi 1925; G. B. Picotti, La giovinezza di Leone X, Milano 1928 (passim); P. Paschini, Roma nel Rinascimento, Bologna 1940 (v. indice).
Paolo Brezzi
INNOCENZO IX, PAPA. - Giovanni Antonio Facchinetti de Nuce, n. il zo luglio 1519 da famiglia veronese trasferita a Bologna. Fu al seguito del card. Alessandro Farnese, abbreviatore delle lettere apostoliche e, nominato vescovo di Nicastro (Reggio Calabria) il 26 genn. 1560 , partecipò attivamente al Concilio di Trento.
Nel 1566 fu inviato nunzio a Venezia e vi rimase sino al 1575, contribuendo a stringere con la Signoria la celebre lega contro il Turco che portò alla vittoria navale di Lepanto. Avendo rinunciato a Nicastro (1575), fu nominato patriarca di Gerusalemme ( 12 nov. 1576) e poi creato cardinale dei SS. Quattro Coronati da Gregorio XIII il 12 dic. 1583. Fu uno degli inquisitori del S. Uffizio ed uno dei prelati più reputati dell'età sua. Già ritenuto "papabile" nel Conclave donde uscì Gregorio XIV, alla morte di lui, grazie al favore del partito spagnolo, fu eletto pontefice il 29 ott. 1591 e coronato il 3 nov. Morì il 30 dic. di quello stesso anno, consunto da faciche superiori alla sua malferma salute. Si mantenne favorevole alla politica spagnola, avverso perciò ad Enrico IV di Francia, pur limitando i contributi della S. Sede nella guerra contro gli ugonotti. Rimasero inedite alcune sue scritture compilate prima del pontificato.
BibL.: A. Cicarella, Vita Innocentii IX (in aggiunta alle Vitae Pontificum del Platina), Colonia 1626: D. M. Valensise, Il vescovo di Nicastro, poi papa I. IX e la lega contro il Turco, Nicastro 1898; D. Bergamaschi, Della patria e del pontificato di I. IX, in Arte e storia, 26 (1906), p. 151 sgg.; Pastor, X, pp. 576-90; L. Ranke, Die röm. Päpste in den letzten vier Jahrh. I, 30 ed., Amburgo 1928, pp. 421-28; P. Pecchini, Roma nel Cinquecento, Bologna 1948 (v. indice).
Paolo Brezzi
INNOCENZO X, PAPA. - N. a Roma il 7 maggio 1574, m. ivi il 7 genn. 1655. G. B. Pamphili, discendente da una famiglia venuta a Roma da Gubbio sulla fine del sec. xv, era stato educato sotto la direzione di uno zio, che poi fu cardinale, laureato in ambe le leggi, avvocato concistoriale (1601), uditore di Rota (1604), nunzio a Napoli (1621-25) e nella Spagna (1626), cardinale (in pectore il 30 ag. 1627, pubblicato il 19 nov. 1629), prefetto della S. Congregazione del Concilio. La sua elezione ( 15 sett. 1644) rappresentò una reazione contro le tendenze francofile dell'ultimo periodo di Urbano VIII; in essa ebbero tuttavia gran parte i Barberini, nipoti di quest'ultimo.
Il suo avvento fu salutato con gioia, perché il Pamphili aveva fama di uomo colto in diritto e politico esperto. In realtà la sua figura, che appare sotto aspetti diversi nel mirabile ritratto del Velázquez, nella statua dell'Al-
gardì, nei busti del Bernini, era complessa. Alto e asciutto, olivastro, calvo e con barba rada, aveva aspetto burbero, sguardo penetrante; era taciturno, sospettoso, lento nel decidere; e tuttavia pio, buono, amante della giustizia e della pace. Soprattutto gli nocquero le tendenza ad accumulare denaro e a profonderlo poi non sempre opportunamente, e l'indebito amore per i suoi. I difetti dell'uomo e la gravità dei tempi, in cui si andava sgretolando l'unità del mondo cattolico e l'assolutismo dei principi appariva già minaccioso alla Chiesa, rescro non felice né glorioso il suo pontificato.
Creò per primo un segretario di Stato non appartenente alla sua famiglia e, dopo la morte del Panciroli, diede l'ufficio a Fabio Chigi, il futuro Alessandro VII, uomo degno; si lasciò però, durante quasi tutto il pontificato, dominare dalla cognata Olimpia Maidalchini, intelligente ed energica, ma ambiziosa e di a nauseante ingordigia -; l'ascendente di lei fu tale che si favoleggiò fin di rapporti non leciti. Un figlio prima, poi congiunti di lei tennero il posto di "cardinale nepote", non sempre in accordo con la donna intrigante. Reco anche danno alla fama d'I. il non essersi avveduto delle falsificazioni del sottodatario Mascambruno, che poi egli, avvertito dal Chigi, fece processare e giustiziare.
I. provvide a lenire la carestia con elemosine e provviste di grano. Colta occasione dall'insolvenza del duca di Parma Ranuccio II Farnese e dalla sospettata complicità di lui nell'uccisione del vescovo di Castro, fece occupare e distruggere Castro ( 1649 ) e ottenne che questo e altri feudi passassero sotto il dominio diretto della Chiesa. Ma non seppe o non poté arrestare la decadenza politica ed economica della State della Chiesa e il disavanzo, crescente anche per gli sperperi dei Pamphili.
Nella continua lotta tra Spagna e Francia, tentó di mantenersi in equilibrio, pure propendendo per la prima, il cui predominio giudicava meno gravoso alla Chiesa e all'Italia. Fece processare per le loro malversazioni i Barberini, che si erano stretti alla Francia; ma dovette riconciliarsi con loro per le minacce del Mazzarino. E, del resto, non fu largo di favori indebiti nemmeno alla Spagna: non consentì ad ingerenze del suo Re nel campo ecclesiastico; nella ribellione di Napoli ( 1647-48 ) offrì la mediazione tra la Spagna e gli insorti e disapprovò, come l'insurrezione, le vendette e la mancata fede spagnola. Se non riconobbe Giovanni IV re del Portogallo, non fu tanto perché questi fosse ribelle alla Spagna, quanto per le sue pretese alle nomine vescovili.
Confermò il Chigi quale rappresentante della S. Sede nel Congresso di Vestfalis e si adoperò per la pace; ma fu ostile a concessioni ai protestanti e, conclusa la pace ( 24 ott. 1648), protestò contro gli articoli lesivi degli interessi della Chiesa, con il breve Zelus domus meae, che, per non aggravare le condizioni della Germania, fu pubblicato soltanto il 20 ag. 1650 , antidatandolo al 26 nov. 1648. Il breve ebbe risonanza assai scarsa; ma, più che la protesta, giovarono a riacquistare alla Chiesa parte del terreno perduto nella Germania la riunione di sinodi, le missioni, l'istituzione di seminari, che I. promosse. Al progresso spirituale della Chiesa contribuì, approvando o imponendo riforme di Ordini religiosi, sopprimendo congregazioni e conventi che avessero troppo scarso numero di membri, celebrando, fin con eccessiva pompa, il Giubileo del 1650 , al quale convennero 700.000 pellegrini.
Confermò a più riprese la bolla di Urbano VIII contro l'Augustinus di Giansenio; ma non volle che fosse pubblicata in Fiandra con l'aggiunta di un decreto regio sull'assistenza del braccio secolare, come pretendeva il re di Spagna per trarne occasione di asservire la Chiesa. Approvò la condanna del S. Uffizio contro la proposizione dell'Arnauld sull'u-
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Innocenzo X, papa - Ritratto dipinto da Dicgo Velázquez (1620) - Roma, Galleria Doria.
nità di Pietro e Paolo come capi della Chiesa e contro la dottrina dell'uguaglianza dci due Apostoli, come pure la proibizione del giansenistico Catechismo della Grazia. E, secondo il parere di una Congregazione cardinalizia, alle cui sedute partecipò di frequente, emanò il 31 maggio 1653 la bolla Cum occasion