pi della Chiesa e contro la dottrina dell'uguaglianza dci due Apostoli, come pure la proibizione del giansenistico Catechismo della Grazia. E, secondo il parere di una Congregazione cardinalizia, alle cui sedute partecipò di frequente, emanò il 31 maggio 1653 la bolla Cum occasione, che condannava come eretiche cinque proposizioni di Giansenio sulla Grazia e il libero arbitrio. Ma in tutta la questione procedette con molta cautela per non aggravare la scissura.
Nei paesi infedeli inviò o favorí missioni, accrescendo i poteri di Propaganda; creò un Collegio maronita in Ravenna; elevò a università il Collegio dei Domenicani di Manila. Nulla questione, acremente dibattuta tra Domenicani e Francescani da un lato, Gesuiti dall'altro, sulla liceità dei riti cinesi, approvò il decreto di Propaganda del 12 sett. 1645 , che ne costituiva la prima condanna. Nel violento conflitto scoppiato nel Messico tra il potentissimo vescovo Palafox e i Gesuiti, si dichiarò in favore del primo, pure non approvandone le misure estreme, e restrinse i privilegi dei Gesuiti con vantaggio dell'autorità diocesana.
Aiutò Venezia contro i Turchi nella guerra di Candia e pensò a una lega, che naufragò per la diffidenza degli stessi Veneziani, con i quali poi venne in contrasto per la violazione della giurisdizione ecclesiastica.
Favori gli studi storici dello Sforza Pallavicini e del Rinaldi. Continuò, in minore misura, le grandi opere costruttive dei suoi predecessori : commise al Bernini la decorazione dei pilastri longitudinali e il pavimento in musaico della navata centrale di S. Pietro e la colossale status equestre di Costantino; all'Algardi il grande rilievo dell'altare di S. Leone Magno; al Borromini il rifacimento barocco della Basilica Lateranense. Fece sistemare nell'antica forma di stadio Piazza Navona, con il Palazzo Pampbili di Girolamo Rinaldi, la chiesa di S. Agnese del Borromini, le monumentali fontane del Bernini, mentre il nipote Camillo cresva con l'opera dell'Algardi la villa del Gianicolo. Fece continuare da Carlo Rinaldi il Palazzo del Museo Capitolino e disegnare da Antonio del Grande le "Carceri nuove" in Via Giulia "securiori ac mitiori reorum custodiae", opera insieme di illuminato mecenatismo e di umanità eccezionale in quei tempi.
La salma di I., dopo essere rimasta per l'avarizia dei familiari «in un canto, in una cassaccia", ebbe modesta sepoltura in S. Agnese in Agone. - Vedi tav. V.
Bra.; Meglio del volume di J. Ciampi, I. X Pamfili e la sua corte, Roma 1878, che è manchevole nell'informazione, vedi Pastor, XIV, i e le molte opere ivi citate. Giovanni Battista Picotti
INNOCENZO XI, papa. - N. a Como il 19 maggio 1611, m. a Roma il 12 ag. 1689. Benedetto Odelscalchi, di ricca famiglia di commercianti, aveva fatto i primi studi a Como, quelli di diritto a Roma e a Napoli e qui aveva ottenuto la laurea; era stato protonotario, commissario al mercato, governatore di Macerata, cardinale ( 6 marzo 1645), legato di Ferrara (1645-50), vescovo di Novara (165054). Viveva ritiratissimo, attendendo ai suoi uffici di cardinale e ad opere di pietà e di carità, quando, secondo l'aspettazione di molti, ma contro la sua volontà e solo dopo che fu sottoscritta da tutti i cardinali una capitolazione che era opera sua, fu eletto papa il 21 sett. 1676.
Era alto di statura, con la fronte ampia, il naso aquilino, il mento sporgente; dignitoso nel portamento, riservato, schivo di applausi. Immune da nepotismo, cosi da dichiarare di non avere casa né famiglia, avrebbe voluto colpirlo con una bolla, che non poté promulgare per l'opposizione di cardinali e di governi. Soppresse la posizione di cardinale nepote e alla Segreteria di Stato diede l'organizzazione che tuttora conserva.
Ebbe grande cura della religione e della moralità. Ordinò predicazione del Vangelo semplice e pratica, istruzione catechistica a fanciulli e adulti, osservanza delle Regole monastiche; provvide all'educazione giovanile, all'assistenza spirituale ai malati; promosse il culto dell'Eucaristia; voleva meno preti, ma buoni, e poneva grande attenzione nella scelta dei vescovi e dignitari ecclesiastici. Impose modesta di vesti femminili e riusci, pur con fatica, a ottenere qualche coglionamento; combatté l'usura e il giuoco; tollerò a stento e con restrizioni le recite nei teatri; in anni di particolare strettezza proibi anche i divertimenti del carnevale.
Dando per primo esempio di economia rigidissima, riducendo uffici e stipendi, togliendo gli sperperi, fino affittando i giardini papali, restaurò le finanze, ed ebbe denaro per la difesa dell'Europa contro il Turco, per l'approvvigionamento di Roma e dello Stato in anni di carestia, per la beneficenza larghissima. Volle che fosse amministrato rettamente la giustizia, e riformò i tribunali di Curia, senza tuttavia riuscire a sopprimere interamente gli abusi.
Difese l'integrità della dottrina religiosa, tenendosi lontano da ogni forma d'interconfessionalismo. Si adoperò alla conversione dei protestanti, ma volle che si desse saranzia di serietà e disinteresse. Lottò contro l'Inquisizione portoghese, cercando di avocare a sé il giudizio, troppo spesso inficiato da interessi politici, sugli Ebrei convertiti e sospetti di giudaismo. Salutò con gioia l'avvento al trono d'Inghilterra del cattolico re Giacomo II e mandò in missione presso di lui Gerolamo d'Adda; consigliò tuttavia prudenza e tolleranza, resistette a pretese del Re e, pur deplorandone la cacciata, non aiutò lo spodestato.
La tendenza ascetica e qualche lacuna della cultura teologica lo resero alquanto incline al giansenismo; tuttavia la Congregazione del Concilio approvò la Comunione frequente e anche quotidiana. Dimostrò, dapprima, stima e simpatia per Michele Molinos, sostenitore del quietismo (v.); fece condannare opere contrarie alla sua dottrina; creò vescovo e cardinale Pier Matteo Petrucci, amico di lui. Ma non pronunciò alcuna definizione dogmatica in favore del quietismo, anzi approvò la condanna del S. Uffizio contro 68 proposizioni del Mlolinos ( 28 nov. 1687), che, dopo l'abiura, rimase in carcere. Avversario delle morale lassista, convalidò la condanna di 65 proposizioni in senso probabilisto ( 1670 ) e un decreto del S. Uffizio, che riconosceva al gesuita Tirso Gonzáles
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Innocenzo XI, papa - Il Pontefice riceve l'omaggio degli ambasciatori del Siam presentati dal p. G. Tschard. Ignoto del sec. xvir - Roma, collezione Odescalchi.
libertà di sostenere, contro le opinioni predominanti nell'Ordine suo, il probabiliorismo, e procurò poi l'elezione del Gonzales a generale ( 1687 ).
Energico difensore dell'autorità papale, ebbe una lunga contesa con Luigi XIV. Lodò lo zelo del Re nel reprimere il calvinismo e festeggiò la revoca dell'Editto di Nantes (1685); ma né approvò i mezzi brutali di Luigi, né ammise l'ingerenza di lui in materia religiosa. Condannò l'estensione a tutta la Francia del diritto di regalia, cioè di amministrazione regia delle diocesi vacanti, e resistette all'intromissione del Re nelle nomine ecclesiastiche. E, quando l'Assemblea del clero francese votò i quattro articoli delle libertà gallicane (marzo 1682), tacciò di debolezza i vescovi consenzienti, condannò le decisioni dell'Assemblea (breve II apr. 1682), rifiutò di preconizzare vescovi membri di questa, se non avessero ritrattato gli articoli.
Nuovo oggetto di contrasto con il Re Sole fu la decisione del Papa (circolare ai nunzi del 4 genn. 1677, bolla del 12 maggio 1687) di togliere il "quartiere" degli ambasciatori, cioè il diritto di franchigia e di asilo nei loro edifici. L'oratore francese de Lavardin entrò in Roma con armati ( 16 nov. 1687) e si fortificò nel Palazzo Farnese: il Papa considerò scomunicati non solo l'ambasciatore, ma il Re stesso e i ministri. Il conflitto s'inasprì per la pretesa del Re di porre nella sede arcivescovile tedesca di Colonia il card. von Fürstenberg, creatura francese. Parlamento e Re appellarono al Concilio ( 8 febbr. e 27 sett. 1688): Avignone e il contado Venassino furono occupati; il Papa fu minacciato d'intervento con
le armi. I. non piegò; ma le questioni furono risolute dopo la morte di lui.
Principale lode fu per I. l'essere stato anima della difesa della cristianità contro il Turco. Il tentativo di unire per questa lotta non solo le nazioni cristiane dell'Occidente, ma anche gli Stati non cristiani dell'Oriente falli per lo scarso fervore religioso, le divisioni fra i cristiani, la politica di Luigi XIV, rivolta ad abbattere gli Asburgo e ad ampliare i confini della Francia, fosse pure con l'appoggio indiretto dei Turchi. Il Papa ebbe tuttavia parte nelle trattative di Nimega (1677-79); e, sebbene considerasse lesi dai trattati i diritti della Chiesa, si limitò a una moderata protesta per non compromettere la causa della pace; e anche più tardi si adoperò per là tregua conchiusa a Ratisbona tra la Francia e gli Asburgo (1684). Ebbe merito grande nella conclusione dell'alleanza fra l'Imperatore e Giovanni Sobieski re di Polonia ( 1° apr. 1683), donde venne la vittoria di Vienna, e nell'adesione di Venezia (marzo 1684) e della Russia (1686) alla "Lega Santa": contribuì largamente alla liberazione di Buda (1686) e alle fortunate campagne che opposero una diga alla nuova ondata dei Turchi e salvarono la civiltà europea. La guerra tra la Francia e l'Imperatore ostacolò il compimento dell'impresa.
Le ossa di I. riposano in S. Pietro in un monumento grandioso, opera del Monnor. Il popolo, che vivente non aveva mostrato di amarlo per la sua austerità, lo venerò poi come santo. Anzi, il processo della sua canonizzazione venne iniziato nel 1714 e continuato sotto Benedetto XIV. E da augurare che possa venire ripreso, perché, nonostante qualche angolosità, l'irresolutezza dovuta
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a soverchio scrupolo, la tenacia nel conservare le proprie opinioni, I. fu, per la nobiltà degli ideali e la santità della vita, fra i migliori pontefici. - Vedi tav. VI.
Birl.: Pastor, XIV, in: fra le molte opere ivi citate v. in particolare i molti articoli di Ch. Gèrin e il suo volume Louis XIV et le St-Siège, Parigi 1894; G. Berthier, Vita di I. XI, Roma 1889; M. Inunisch, Papst Innozens XI., Berlino 1900; F. de Boiani, Inoncent XI, Roma 1910-12; v. inoltre L. O' Brien, Inoncent XI and the revocation of the Edict of Nantes, Berkeley 1930; I. Orcibal, Louis XIV contre Inoncent XI, les appels au futur Courile de 1655 et l'opinion française, Parigi 1949.
Giovanni Battista Picotti
INNOCENZO XII, PAPA. - Antonio Pignatelli, n. il 13 marzo 1615 presso Spinazzola, di famiglia principesca napoletana, m. a Roma il 27 sett. 1700. Fece i suoi studi nel Collegio Romano dei Gesuiti. Entrò nella prelatura romana sotto Urbano VIII e fu vicelegato di Urbino. Innocenzo X lo nominò inquisitore a Malta, dove rimase dal 1646 al 1649. Fu poi governatore di Viterbo, e nel 1652 ebbe la nunziatura di Toscana, alla quale seguirono nel 1660 quella di Polonia e nel 1668 quella di Vienna. Caduto in disgrazia con Clemente X, questi lo allontanò da Roma dandogli il vescovato di Lecce. Richiamato a Roma nel 1673 , venne nominato segretario della Congregazione dei Vescovi e Regolari e poi maestro di Camera. I. XI, che lo ebbe in grande stima, lo nominò cardinale il 1^{text {o }} sett. 1681, e vescovo di Faenza e legato di Bologna. Alla morte del card. Caracciolo gli assegnò l'arcivescovato di Napoli, dove egli si segnalò per la sua larghissima beneficenza. Il 12 luglio 1691 fu eletto papa.
Sacerdote di costumi purissimi e di inesauribile carità, I. dedicò ogni cura al miglioramento morale e'materiale del suo popolo: dette grande sviluppo all'Ospizio di S. Michele a Ripa Grande dove erano accolti e attuati i giovani poveri, destinò il Palazzo Lateranense agli invalidi al lavoro. Riordinò l'amministrazione ponendo un freno all'abuso delle vendite degli uffici, e compensò la perdita dell'erario con la riduzione delle spese di corte. Con la riforma giudiziaria si propose di assicurare ai sudditi una giustizia imparziale ed onesta, e, a facilitare il funzionamento dei tribunali, li riunì tutti nella Corte Innocenziana (Palazzo di Montecitorio). Con la
bolla Romanum decet Pontificem del 22 giugno 1692 vietò ai pontefici di arricchire i nipoti e stabili un limite alle entrate di un parente del papa che fosse nominato cardinale. Assidue cure dedicò al miglioramento del clero: nel 1694 fondò la Congregazione per la Disciplina e la Riforma dei Regolari; nel 1695 proibì le capitolazioni elettorali per l'assegnazione di vescovati e monasteri (usate specialmente in Germania). Promosse lo sviluppo di Propaganda in America, in Persia e in Cina.
Nei rapporti con la Chiesa gallicana, I. poté giungere ad un accordo con Luigi XIV. Questi revocò il decreto che imponeva ai vescovi l'obbligo di insegnare i 4 articoli, e i vescovi inviarono al Papa lettere di scusa. Anche se la ritrattazione era solo generica, I. aveva ottenuto una vittoria morale ed evitato uno scisma. Dovette anche intervenire nelle dispute gianseniste del Belgio. Con un breve del 1694 proibì ai vescovi di fare qualsiasi aggiunta al formulario di Alessandro VII e di discutere ulteriormente sulle 5 proposizioni. E poiché i giansenisti se ne valsero per dichiarare non soggetto a censura il libro di Giansenio, I. confermò le decisioni di Alessandro VII, ordinando ai vescovi di procedere canonicamente contro chi contravveniva con atti esteriori, ma vietando qualsiasi indagine sulle intenzioni. Al giudizio di I. fu inoltre deferita la questione del quietismo francese, sollecitato dal misticismo della vedova Guyon (v.). Poiché la Guyon aveva avuto il consenso del Fénelon, ne derivò un lungo aspro contrasto fra questi e il Bossuet, che terminò con la condanna di buona parte delle proposizioni formulate dal Fénelon, da parte del Papa (1699).
Circa i rapporti internazionali della S. Sede, Leopoldo I, sebbene il Papa lo avesse largamente sovvenuto nella guerra turca, si dimostrò sospettoso ed ostile, sicché I. fu spinto a più cordiali intese con la Francia. Per suo suggerimento Luigi XIV impose nella pace di Ryswick la clausola che in tutti i paesi restituiti la religione cattolica doveva rimanere nello stato in cui si trovava al momento della consegna. Questa clausola portò scarsi vantaggi al cattolicesimo, perché il re di Francia, nell'aderire al desiderio del Papa, mirò soprattutto a riattizzare gli urti religiosi in Germania, e sfruttò abilmente la tensione persistente nei rapporti fra Roma e Vienna. Il primo testamento del re di Spagna, Carlo II, fu

(fot. Gab. fol. 102.)
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approvato da I.; ma dopo la morte dell'arciduca Giuseppe Ferdinando erede designato, I. aderì alla proposta spagnola di dare il trono a Filippo d'Angiò, come quella che giudicò più rispondente agli interessi della Chiesa.
Biel.: Pastor, XIV, it, pp. 413-507 (e bibl. ivi citata). Per il problema del quistismo v. la bibl. alla voce quietismo. Roberto Palmarocchi
INNOCENZO XIII, PAPA. - Michelangiolo Conti, dei duchi di Poli, n. a Poli il 13 maggio 1655, m. a Roma il 7 marzo 1724. Fu governatore di Ascoli, di Frosinone e di Viterbo, quindi nunzio nella Svizzera (1695-98) ed a Lisbona (1698-1709), ove acquistò grande influenza presso la regina Maria Anna. Creato cardinale il 7 giugno 1706, ebbe la diocesi di Osimo (1709-12) e, successivamente, quella di Viterbo, che lasciò nel 1719 per motivi di salute.
L'8 maggio 1721 fu elevato, con voto unanime e con l'appoggio di Carlo VI d'Asburgo, al pontificato. Godeva fama di uomo attivo, austero, onesto, ed abile nei maneggi diplomatici; l'elezione fu quindi accolta con grande favore, soprattutto dai Romani, che lo consideravano loro concittadino, dal Noailles e dai giansenisti, che ricordavano il suo atteggiamento ostile alla bolla Unigenitus. Il nuovo Pontefice deluse molte speranze a causa della sua malferma salute, del suo carattere debole ed incerto, e del dissolversi dell'equivoco, che aveva fatto del card. Conti un giansenista. In realtà, la sua opposizione alla Unigenitus era stata cagionata dallo sdegno contro Clemente XI, che non aveva interpellato il S. Collegio: divenuto pontefice, egli riconfermò e sostenne la bolla emanata dal predecessore. Quando, infatti, nello stesso 1721, sette vescovi francesi ne chiesero la soppressione, egli fece condannare la loro lettera (8 genn. 1722). D'altro canto, non nascose la sua ostilità verso i Gesuiti, dichiarandosi contrario ad essi nella questione dei riti cinesi. L'atteggiamento da lui assunto nella maggiore questione del momento, il contrasto tra Gesuiti e giansenisti, fu quindi tale da attirargli da ambedue le correnti accuse di incertezza e di debolezza. Simili accuse gli vennero rivolte quando, pur avendo, nonostante ogni pressione, assolto (1723) ed ospitato l'Alberoni, condannato dal suo predecessore, non seppe negare al reggente di Francia la porpora per l'indegno Guglielmo Dubois. La forza delle circostanze, più che la debolezza del carattere, lo indusse più volte a cedere di fronte alla volontà delle potenze europee e lo portò ad insuccessi in molte altre questioni politiche o politico-religiose: pur avendo concesso a Carlo VI, il 9 giugno 1722, l'investitura di Napoli e di Sicilia, e ricevuto da lui l'omaggio della chiesa, non ottenne la rinuncia alla legazia apostolica; protestò invano contro l'assegnazione di Parma, feudo papale, a don Carlos di Borbone; chiese più volte senza successo all'Imperatore la restituzione di Comacchio; non riuscl a concludere un concordato con la Spagna.
All'interno dello Stato si adoperò per lo sviluppo della cultura e dell'economia, che volle favorire permettendo il libero commercio dei grani. Creò cardinale il fratello Bernardo; ma, nonostante i timori di alcuni, non restaurò i metodi del nepotismo.
Biel.: M. Mayer, Die Papstwahl Innozenz' XIII., Vienna 1874; E. Michaud, La fin de Clément XI et le commencement du pontificat d'Innocent XIII (1711), in Revue internationale de théologie, 5 (1897), pp. 42-60, 304-31; J. Paquier, Innocent XIII, in DTSC, VII, coll. 2012-16; M. Ott, Innocent XIII, in Cath. Enc., VIII, p. 23; Pastor, XV, pp. 413-86; E. Rota, Le origini del Risorgimento, II, Milano 1938, p. 770 sg. Fausto Fonzi
INNOCENZO di Sant'ANDREA. - Carmelitano scalzo spagnolo, al secolo Innocenzo de la Carra y López, n. nel 1553 in Tafalla (Navarra), m. nel 1620 a Granada. Fu ricevuto nell'Ordine a Postrana, nel 1572, da s. Giovanni della Croce, di cui I. fu non solo compagno in diversi conventi e nei suoi viaggi, ma anche fedele discepolo della santità e dottrina.
Pubblicò, sotto il nome di Andrés Lazarra Cruzate,
l'opera: Teologia mistica y espejo de la vida eterna par el cual son encaminadas las almas que desean alcanzalla (Roma 1615).
Biel.: Martialis a S. Joanne Bapt., Bibliotheca Scriptorum Carm. Ent., Bordeaux 1730, p. 213; Silverio de s. Teresa, Historia del Carmen Descalzo en España, ecc., IX, Burgos 1940, pp. 137-39.
Ambrogio di Santa Teresa
INNOGRAFIA. - Per inno s'intende un carme lirico cantato in onore di Dio, della Vergine o dei santi. Nella Chiesa primitiva la poesia religiosa fondamentale fu costituita dai Salmi e dai cantici scritturali. E incontestabile però che vi fiorirono cantici di carattere eucologico o eucaristico, usati nelle celebrazioni liturgiche o per devozione privata, spesso nei primordi, di improvvisazione carismatica, con le movenze caratteristiche del salmo (Salmi idiotici) o composti secondo maniere poetiche popolari; tutti senza pretese artistiche.
1. Christiana-latina. - A portare l'innodia latina cristiana alla sua perfezione artistica e alla sua maturità contribuirono principalmente due fattori. Gli eretici (gnostici, ariani, donatisti) ricorravano volentieri ai carmi religiosi, cantati a voce di popolo, come mezzo per diffondere le loro idee. A tale propaganda s. Efrem Siro (m. nel 373), dotato di magnifiche qualità poetiche, oppose i suoi canti, pieni di cundore, di sentimento, di esaltazione lirica, di forza di simbolismo; ebbe imitatori nelle Chiese di lingua greca e poi anche nell'Occidente. Con la pace costantiniana e il successivo trionfo della Chiesa si accrebbe il numero delle persone colte che aderivano al Vangelo. Le loro esigenze estetiche non si accontentavano dei primitivi carmi cristiani, non potevano trovarvi soddisfacimento. Primi rappresentanti della scuola poetica classicheggiante sono Commodiano, Giovenco, Faltonia Proba : il primo si serve dell'esametro classico, ma esimendolo delle regole della prosodia, e si esprime con linguaggio popolare; il secondo con lingua e tecnica di Virgilio rinarra il Vangelo di s. Matteo; la terza adopera il genere centomistico. Scarso il loro valore poetico, assente il senso lirico. S. Ilario di Poitiers (m. nel 367) fu il primo a tentare la via della lirica religiosa latina, ma con scarso successo. I tre frammenti di inni abbecedari, parte del suo Liber hymnorum, che si trovano nel Codice Aretino, pubblicato dal Gamurrini (1887), lo dimostrano teologo di grandiose concezioni, ma involuto e inefficace versificatore. La gloria di essere padre della innodia dell'Occidente spetta tutta a s. Ambrogio. S. Agostino ricorda come sua madre assisté ai natali della poesia di Ambrogio, sorta nella fase più minacciosa della lotta antiariana, quando il vescovo e il popolo milanese erano chiusi nella Basilica Porziana, assediata dagli sgherri di Giustina: «in quella circostanza fu introdotta l'usanza dei paesi d'Oriente di cantare inni e salmi, perché il popolo non si consumasse di tristezza e di noia» (Conf., IX, 7). La forma poetica scelta da Ambrogio per i suoi inni è quella del dimetro giambico acatalettico, che da lui fu detto verso ambrosiano; esso è semplice, fluido, musicale. Quale ne è l'origine? Si esclude che questa si debba ricercare nell'Oriente. Dagli orientali il grande vescovo trasse l'uso del canto alternato e forse anche il modo melodico. Di ispirazione popolare e di fattura artistica, accurata nella metrica, la poesia di s. Ambrogio, piena di eleganza, di gravità romana, maschia nella tenera effusione della pietà cristiana, è grande modello che più di ogni altro avrà imitatori. Accettabile la tesi che gli inni autentici di Ambrogio siano 15: Aeterne rerum Conditor; Iam surgit hora tertia; Deus creator omnium; Intende qui regis Israel; Splendor puternae gloriae; Iniuminans altissimus; Apostolorum supparem; Victor, Nubar, Felix pii; Apostolorum passio; Hic est dies verus Dei; Agnes bentae Virginis; Amore Christi nobilis; Aeterna Christi manera; Grates tibi, Iesu, nexus. Aurelio Prudenzio, (m. al principio del sec. v) che nella sua attività poetica sorge quando Ambrogio tramonta, in alcuni dei suoi inni adotta lo schema di versificazione di quest'ultimo. Di
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(la Chrestlaja Renanorm Poutifram Roma 1:31, p. 153)
DinoCenzo XIII - Ritratto.
genere lirico sono quelli del Cnthemerimon, 12 in 9 metri diversi scritti per i vari tempi della preghiera. Vi si notano sfarzosa fantasia, vivacità di entusiasmo, frequente ricorso al simbolismo, prolissità. Scopo di questi inni sono la semplice letteratura e la edificazione privata dei fedeli. Tuttavia sono stati introdotto nella liturgia romana con giustopposizione di strofe di carmi di largo respiro i seguenti : Ales diei nuntius; Audit tyrannus oculus; Soltiete, flores martyrum; Lux ergo surgit aurea; Lux et tenebrae et lumina; O sola magnarum orbium; Quicamque Christum quaeritis. Celio Sedulio (italico, vissuto nella v^{′} metà del sec. v nell'Arcadia) è poeta schietto e sensibile. Dei 2 inni in onore di Cristo, uno in distici, l'altro in dimetri giambici, migliore è il secondo: è alfabetico e si compone di 23 strofe. Il verso ambrosiano in esso usato diventa più musicale : coincidenza dell'ictus metrico con la sonorità ritmico-tonica, terminazioni con parole trisillabiche, qua e là assonanze e rime. Due tratti di questo inno sono entrati nella liturgia natalizia: A solis ortus cardine e Hostis Herodes inquis. Degli inni di Eznodio di Pavis (m. nel 521), artificiosi e lambiccati, alcuni entrarono nel Breviario mozarabico, nessuno in quello romano. Venanzo Fortunato (m. nel 600), cappellano del monastero di S. Croce e Poitiers e poi vescovo di quella città, fu poeta elegante, susterro e si rivela di alto pensiero teologico espresso con energiche antitesi particolarmente in quegli inni dei suoi Carmina o Miscellanea che sono entrati nell'uso liturgico: O Redemptor, sume carmen; Pange lingua, gloriosi proelium certaminis; Quem terra, pontus, oethera; Vesilla regis prodenut. A s. Gregorio Magno (m. nel 604), sebbene lo si sappia compositore di inni, nessun carme si può con certezza attribuire; ciò vale anche per s. Beda il Venerabile (m. nel 732), il quale nel l'Indes enorm aperum si dichiara espressamente autore di un libro di inni. Sino al 700 dominò nella poesia arti-stico-religiosa quella metrica. Da questo tempo prevale sino all'epoca carolingia ( 768-887 ) quella ritmica, senza però che mai si perda il culto dell'altro. Alla versificazione ritmica per la sua musicalità e semplicità erano riservati i più lusinghieri successi e vasti sviluppi estesi alle lingue romanze. I principi della sua composizione sono la isocronia delle sillabe, la omofonia (assonanze e rime), la sonorità tonica. E proprio a quest'ultima che spetta l'elemento innovatore più forte. L'accentuazione ritmica permette di esprimere meglio il movimento delle passioni, riflette candore e spontaneità, asseconda la lingua parlata. Gli schemi diversi in essa impiegati sono quelli popolari e quelli classici: ma questi perdono l'assonanza e si arricchiscono di rime sporadiche e più sistematiche. I versi qui usati sono quelli più musicali e popolari: la tetrapodia giamluca usata da s. Ambrogio; la tetrapodia trocaica derivata dal ritmo degli ioci triumphales che segnavano il passo delle legioni romane (p. es., De Germanis, non de Gallis, Duo triumphant consoites); il tetrametro dattilico ( O Roma nobilis orbis et domina).
Bisogna osservare che la introduzione degli inni nella liturgia delle Chiese occidentali avvenne a poco a poco. Incominciò a Mileno. La Regola di s. Benedetto, prescrivendo la recita o canto di un inno a ogni ora canonica, molto contribuì a questa diffusione che si nota specialmente in Francia, in Germania, in Irlanda. Nella Spagna, destinata a divenire la terra degli inni, l'uso vi fiorì dopo il Concilio IV di Toledo (633). Roma seguì l'esempio
solo nella seconda metà del sec. xit e li mutuò dal Breviario mozarabico. Dal 600 all'epoca carolingia è da segnalare la letteratura innodica dei monaci iroscoti nelle loro isole come pure sul continente europeo, dove numerosi emigravano.
Accanto a poesie ritmiche e metriche, se ne hanno, in prevalenza, di quelle dove non si curano né accento regolare né prosodia, ma invece la rima e l'assonanza.
Il rinascimento carolino comportò una intensa produzione poetica, per il riaffermarsi del classicismo, prevalentemente metrica (esametri, distici, saffiche). I poeti sono numerosi e onorati nella corte carolingia, alla quale poi nel culto della musa latina si sostituiscono le residenze episcopali e le abbazie (Liegi, Treviri, Metz, Spira, Bamberga, Ratishona, S. Gallo, Napoli, Montecassino ecc.). I principali poeti che hanno avuto la gloria di aver scritto inni divenuti di uso liturgico sono: Paolo Discono (m. nel 798), Paolino di Aquileia (m. nell'802), Teodolfo di Orléans (m. nel 798), Rabano Mauro (m. nell'836). Di Paolo Discono sono i due inni a s. Giovanni Battista O nimis felix meritigue celii e Ut queant laxis resonare fibris che a Guido d'Arezzo offri la nomenclatura della gamma musicale. Di Paolino di Aquileia è l'inno ai ss. Apostoli Pietro e Paolo ( O Roma Felix, quae iustorum principum). Di Teodolfo, detto il Pindaro, i distici per la processione della Domenica delle Palme Gloria, laos et honor, in cui la glorificazione di Cristo Re è squisitamente velata dal pianto per la sua passione. Di Rabano Mauro sono due inni per la festa di Ognissanti, già molto amati e usati: Christe, redemptor onosium e Iesu, salvator surcoli. A questo tempo rivale la composizione del Veni creator Spiritus, attribuito a Carlomagno. Nel sec. ix è frequente la traslazione delle reliquie e intensificato il culto dei santi. Conseguentemente per le processioni e le feste nascono fiorite di inni di sapore epico. Le rime vi appaiono regolari e accurate; nelle saffiche in fine del verso e anche dopo la cesura: O veneranda Trinitas laudanda. In tale età ha avuto origine il carme Christe rex regum che rappresenta il trionfo quasi orgiastico della rima.
Con il sorgere degli Ordini mendicanti, francescani e domenicani, e particolarmente per opera loro, la poesia innodica riceve un nuovo afflato caldo e innovatore, che sviluppa e favorisce la preghiera privata. La rima è stimata e cercata con diligenza; dalla metà del sec. xit riceve il predominio quella bisillabica femminile. Vanno menzionati Jacopone da Todi, Adamo da S. Vittore, Alfano di Salerno, Giovanni Peckham. Per l'Ufficio del Corpus Domini, introdotto da Urbano IV (1264), s. Tommaso d'Aquino scrisse gli inni, di vasta risonanza, grandiosi nella forma e nelle espressioni, ritmici e rimati : Pange lingua, gloriosi; Verbum supernum prodiens; Sacris solennits sancta sint gaudia. Di deteriore fattura, ma sentiti gli inni attribuiti a s. Bonaventura, di largo uso : In passione Domini; Imperatrix clementiae e O gloriosa Domina quae tua cruciamina. Dal 1300 al 1300 si nota una decadenza nella innodia. Le composizioni sono numerose, ma scadenti per mancanza di espressione, per puerili giochi di parole e per inosservanza delle leggi della accentuazione. Si sollevano dal comune per avvertite doti poetiche Tommaso da Kempis (m. nel 1471), Giovanni di Jenstein (m. nel 1400), l'autore anonimo del iubilus rythmicus, bernardiano nella sostanza, Iesus doleis memoria. Nel sec. xv sorge il culto di s. Giuseppe e si compongono inni in suo onore. A questo riguardo ben più noto e diffuso di quello di Simone Gersona (m. nel 1429) : O veneranda Trinitas-Iesus, Joseph et Maria e l'altro di autore anonimo Plande caelestis curia.
I 70 o 75 inni del Breviario rappresentano una ben piccola parte dei trenta mila che sono stati finora trovati e pubblicati, vera selva poetica del medioevo, dovuta in gran parte all'indirizzo platonico agostiniano del pensiero teologico. Gli inni del Breviario, nei quali si rispecchiano le due tendenze poetiche proprie della letteratura cristiana la-
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tina, quella metrica e quella ritmica, per iniziativa di Urbano VIII (1623-44) subirono una revisione, onde furono ridotti alla quasi totale uniformità metrica: vittoria, questa, dell'Umanesimo classicheggiante. Il Papa, anch'egli poeta latino, in tale riforma fu coadiuvato dai latinisti Strada, Galluzzi, Petrucci, Sartiewski. Accesi di zelo per la purezza della prosodia e della metrica classica, essi vi trovarono 1000 "errori", ma non ne corressero che 952. Con i poeti più antichi, come s. Ambrogio, Prudenzio, Sedulio, Venanzio Fortunato, furono abbastanza rispettosi, ma con molti di quelli posteriori furono spietati; ne sottomisero alcuni a una cura radicale: cosi due inni Tibi, Christe, splendor Patris della festa di s. Michele e Urbe beata Jerusalem della dedicazione della Chiesa furono rifusi e rifatti con nuovo metro; gli inni di s. Tommaso d'Aquino non furono toccati. Tale opera di revisione innodica fu approvata dalla S. Congregazione dei Riti nel 1629. Da alcuni fu aspramente giudicata, si da far dire: "accessit latinitas et recessit pietas».
BibL.: raccolta di testi: H. A. Daniel, Thesaurus hymnoloxicus, Halle e Lipsia 1841-56; F. J. Mone, Lateinische Hymnen d. Mitrelaltws, Friburgo in Br. 1833-35; la raccolta più compendiosa di G. M. Drews e C. Blume, Analecta hymnica medii ureci, Lipsia 1886 sgg.: Poetce Latini medii uevi in MGH, Berlino 1880-90, Utile repertorio: U. Chevalier, Repertoriom hymnologicum, Lovanio 1892-94 (cf. C. Blume, Repertoriom repertorii, Lipsia 1901). Gli studi sono numerosi e vanno ricercati in quelli sui singoli autori e nelle storie letterarie delle varie epoche. Da segnalare: G. Rietschel e Drews, Kirchoulied, in Realow. Jär post. Theol. u. Kirche, X, pp. 399-419; Menitius, passim; U. Chevalier, Poésie liturgique, Parigi 1893; E. Albin, La poésie du Bréviaire, essai d'histoire critique et littéraire, I. Les hymnes, Lione 1809; S. Colombo, La poesia cristiana antica, Roma 1912; A. De Labriolle, Histoire de la littérature latine chrétienne, Parigi 1920; F. J. E. Roby, A history of christian-latin poetry from the beginnings to the close of the M. E., Oxford 1927; J. de Ghelinck Littérature latine au moyen dge, Parigi 1939, passim. Per la metrica W. Meyer, Gesammelte Abhandlungen zur mittellateinischen Rhythmik, Berlino 1905.
Giuseppe Del Ton
II. Nella Chiesa greca. - Dei primordi dell'i. nella Chiesa greca poco o nulla è noto: le prime notizie, che provengono poi da un pagano, Plinio il Giovane (Ep., X., 97), si riferiscono non tanto alla materia quanto alla forma di esecuzione del complesso innografico. Il canto antifonale ebbe un predominio nei primi secoli del cristianesimo: era un alternarsi di due cori in cui i versi di un salmo erano a turno cantati dalle due parti (antifone propriamente detto) oppure commentati da un ritornello (responsorio) o da una semplice formula indipendente dal testo (alleluia, amen, kyrie eleison, ecc.) che ebbe in seguito varie denominazioni a seconda degli sviluppi ed usi ( dot{α} α × α dot{α}, dot{α} σ dot{α} α λ μ α, dot{α} α ρ α σ τ ξ ρ ω ν, dot{ε} ρ dot{α} μ ν ω ν ).
Dagl'inni ecclesiastici dei primissimi secoli, e che pur dovettero fiorire in un'epoca di ardore religioso e gloriosi martiri, pochissimi se ne tramandano: l'inno mattutino δ δ ξ α èv dot{α} dot{ξ} α τ o t ς nei primi secoli cantato in gregoriano anche in Occidente, il vespertino α dot{α} α hat{imath} τ ε, π α i δ ε ς, α dot{α} ρ ω ν, il lucernare varphi α̂ ς D. α ρ hat{σ} v, l'inno di ringraziamento per il desinare ε α̂ λ °- γ η τ o ́ s ~ ε hat{imath}, Kú ρ ι ε, dot{ε} τ ρ ε dot{ε} ρ ω ν μ ε dot{ε} α operatorname{veo} τ η τ o ́ s ~ μ o ν, l'antifona per la Madonna restituitaci nella forma primitiva da un papiro del sec. III dot{α} σ dot{α} τ η̂ ν σ ι ε hat{τ} τ ε ε dot{ε} α dot{α} α dot{α} α dot{α} α dot{α} α dot{α} α dot{α} α dot{α} α dot{α} α dot{α} α dot{α} α dot{α} α dot{α} α α dot{α} α dot{α} α dot{α} α dot{α} α dot{α} α dot{α} α dot{α} α (C. H. Roberts, Catalogue of the greek and latin papyri, III, Manchester 1938, n. 470).
Ma questi sono ancora lontani dalla i. intesa come indipendente e libera creazione dell'entusiasmo del poeta: gl'inni della Sinagoga, soprattutto i salmi di David, furono considerati come la più alta espressione umana, e quindi la più acconcia che l'anima cristiana potesse
rivolgere alla Divina Maestà; e le nuove creazioni tanto più erano considerate degne quanto echeggiassero forme e parole degli antichi testi. Opposti criteri furono dibattuti nei primi secoli sugli orientamenti della sacra i.: mentre il Concilio antiocheno del 269 condannava il vescovo Paolo di Samosata per aver estromessi dalla sua chiesa i canti recenti non improntati al Salterio di David (Eusebio, Hist. eccl., VII, cap. 30), perore contrario pronunciò intorno al 370 il Sinodo di Laodicea che considerò le nuove innodie come pericolose alla salute dell'anima. Questi preconcetti dovevano riuscire dannosi allo sviluppo dell'i. e i loro riflessi appaiono operanti nella creazione e diffusione del canone e indirettamente nella maggior parte della poesia sacra bizantina.
Un vigoroso contributo alla libera creazione era intanto derivato, indirettamente, dagl'innografi eretici (sopra tutti il siro Bardesane che s. Efrem dice autore di 150 inni con rispettivi metri ed arie musicali; s. Clemente d'Alessandria e l'egiziano Nepis che a una rigida forma metrica preferirono una prosa ritmica abbondante, ed Atrio autore della Theleia). L'indipendenza delle norme tradizionali e l'uso che costoro fecero della poesia sacra per la diffusione delle loro cresie, trassero sullo stesso piano della libera e personale composizione gl'innografi difensori dell'ortodossia. Cosi s. Efrem contrappose i suoi inni a quelli di Bardesane, riproducendone ritmi ed arte musicali. Nel iv sec. Metodio d'Olimpo, Gregorio Nazianzeno e Sinesio introdussero i metri classici nella poesia sacra, con molta abilità ma poca fortuna; mentre la poesia ritmica ebbe in seguito, fra il v e il vi sec., cultori in Ciriaco snacareta, Cirillo d'Alessandria, Antimo, Marciano, Assenzio, Anastasio e lo stesso imperatore Giustiniano autore del famoso « dot{ω} μ ° ν ν γ ε ν hat{jmath}; Ylós xal Aóyos» (Christ., p. 32).
Un nuovo genere innografico si presenta a noi improvvisamente e nell'acme del suo sviluppo nel sec. vi : il kontahion ( α ° ν ε dot{ε} α ι o v ) che ebbe in Romano d'E. mesa il massimo e insuperato cultore. Nella forma orrginaria esso consta di un complesso di 18-24 strofe (olxos = stanze) di uguale struttura metrica, precedute da un proemia ( α ° α ε α hat{imath} λ ι o v ) di ritma e stesura differente la cui chiusura è di ritornello ( ε dot{α} dot{α} μ ν ω ν ) a tutte le strofe successive. Mentre il titolo deriva da xovrós, asse di legno cui si avvolgeva la pergamena, l'inno avrebbe avuto i precursori nella poesia siriaca. Gli argomenti del kontahion sono tratti dai misteri del Vangelo e dal mondo spirituale e storico del cristianesimo; la forma è strettamente connessa sia all'omelia che al dramma. Romano infatti richiama molto da vicino i dialoghi acrostici delle omelie di s. Proclo. Tra i molti cultori del kontahion, oltre a Romano, si ricordano Anastasio, Domizio e Cirillo. Notissimo e diffuso è lo smagliante inno Amathistos (che si canta in piedi) di discusso autore.
Il kontahion domina fino al sec. viII e cioè fino all'apparire del canone. Questo nuovo genere innografico consta di nove odi - successivamente di otto per la eliminazione della seconda riservata nel periodo quaresimale - con metro e melodia differenti. Ogni ode è composta di quattro o più strofe (tropari), l'ultima delle quali è sempre dedicata alla Madonna - θ ε σ τ o ε i o v. Nella Quaresima si adottano canoni di tre o quattro odi (triodi - tetraodi).
Nei canoni tipo - con metro e melodia originale la prima strofe di ogni ode esordisce, mediante allusione o accostamenti, da un prestabilito inno biblico: la I dal canto degli Israeliti (Ex. 15, 1-8); la II - canto di Mosè presso la morte (Deut. 32, 1-43); la III - canto di Anna (I Sam. 2, 1-10); la IV - orazione di Abacue (Hab. 3, 2-19); la V - preghiera di Isaia (Is. 26, 9-21); la VI - preghiera di Giona (Ion. 2, 3-10); laVII - l'inno dei tre fanciulli di Babilonia, detto anche di Azoria (Dan. 3, 2-53); l'VIII - l'inno dei fanciulli nella formace (ibid. 3, 34-63); la IX - l'inno della Vergine, Magnificat (Le. 1, 46-55). In questa norma, sempre rispettata, non è difficile intravvedere un compromesso fra il rigido tradizionalismo, contrario all'uso degli inni che non fossero della Scrittura e la tendenza all'adozione di nuovi canti pur nel rispetto della tradizione. Ed è logico che il canone provenisse proprio dagli ambienti mona-
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(Vol. Alinari)
BUSTO IN BRONZO DORATO E PORFIDO D'INNOCENZO X. Opera di A. Algardi (ca. 1650) - Roma, Palazzo Doria.
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RITRATTO DI INNOCENZO XI.
Opera di G. B. Gaulli (ca. 1685) - Roma, Galleria dell'Accademia di S. Luca.
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(1st. Exa. cart.)
Innografla - Innario ambrosiano, codice del sec. xI - Biblioteca Vaticana, cod. Vat. lat. 83, f. 206ʳ.
stici ove la secolare e inflessibile rigidità delle consuetudini dovere aver fatto più profondamente sentire il desiderio della novità. E fra i primi e più grandi cultori del canone a noi noti sono Andrea Cretese, Germano patriarca di Costantinopoli, Giovanni Damasceno, Cosma monaco, Cipriano, Elia di Gerusalemme, Stefano Sabaita, ai quali si aggiunsero Giorgio Anatolico, Giorgio Siceliota, Teodoro Studita, Sergio Agiopolita. Non è dato sapere con sicurezza chi sia stato il creatore del canone: nessun serio fondamento hanno le ipotesi che attribuiscono la paternità ad Andrea cretese, autore del grande canone. Il periodo aureo di questo genere innegrafico va dalla seconda metà del sec. viI a quasi tutto il sec. viII, quando cioè gli autori componevano insieme con i nuovi ritmi le nuove melodie ad essi appropriate; e non è azzerdato affermare che in questa epoca la melurgia bizantina raggiunge il massimo impulso e splendore della sua storia.
La creazione dei ritmi e delle melodie originali si affievali, sino a spegnersi del tutto nel sec. Ix. Sboccio invece vigorosa e ricca l'i. semplice, dei poeti non musici, i quali adottarono i ritmi altrui. Questi inni, come ogni altro modulato su un prototipo, furono chiamati prosomii, quelli originali mutuati dagli innografi automeli, e i non mutuati affatto idiomeli. Le esigenze degl'innografi e dei cori indussero a riunire i testi poetici e melurgici delle prime strofe dei Canoni originali che erano scelti a modello (birmi), e la raccolta formò l'Hirnolaghion.
Tra gl'innografi si ricorderanno Mitrofane, autore di moltissimi canoni dell'actoecho, Metodio di Siracusa e i suoi concittadini Gregorio e Teodosio. Ma orma ben più vasta lasciarono Giuseppe di Catania, detto per antonomasia l'innografo, e il suo discepolo Teofane, la produzione dei quali, consacrata nei Minea e nella Paracletica, fu tanto vasta da completare quasi tutta l'ufficiatura dell'anno liturgico; Giuseppe di Tessalonica autore di moltissimi canoni del Panticostarion e del Triodion e gli altri studiti Antonio, Arsenio, Basilio, Gabriele, Nicola.
Il canone divenne il centro dell'ufficiatura e segnatamente del Matutino; il kontahion ne subì le conseguenze : non fu estromesso, ma, ridotto al solo proemio e a una sola strofe (la prima), incastrato fra la sesta e la settima ode, come inseriti fra le odi precedenti furono il cothisma, la catayasia, il sinassario. Da tale norma liturgica derivò che molto spesso l'autore del canone è il medesimo del kontahion e dei tropari d'intervallo.
Verso la fine del sec. vir sorge ancora un nuovo genere innografico, il syntomon: inno compendioso dai versi settenari e di strofi pentastiche. Cipriano fu l'autore, e il prototipo ( mathrm{co} mathrm{ξ} mathrm{ξ} mathrm{ξ} mathrm{ξ} mathrm{ξ} mathrm{ξ} mathrm{ξ} mathrm{ξ} mathrm{ξ} mathrm{ξ} mathrm{ξ} mathrm{ξ} mathrm{ξ} mathrm{ξ} mathrm{ξ} mathrm{ξ} mathrm{ξ} mathrm{ξ} mathrm{ξ} mathrm{ξ} mathrm{ξ} mathrm{ξ} mathrm{ξ} mathrm{ξ} mathrm{ξ} mathrm{ξ} mathrm{ξ} mathrm{ξ} mathrm{ξ} mathrm{ξ} mathrm{ξ} mathrm{ξ} mathrm{ξ}) mathrm{mo} mutuato dal Damasceno, Germano, Giuseppe innografo, Stefano italogreco (sec. xi) e, fino nei tardi secoli, da molti altri innografi purtroppo anonimi.
Dopo il sec. viII i melodi vanno sensibilmente diradandosi: meno fecondi, ma continuatori della gloriosa tradizione, sono la poetessa Casia, Fozio, gli imperatori Leone il Saggio e Costantino Porfirogenito. La decadenza dell'i. si accentua sempre più dopo il sec. x: la poesia si rende sempre più goffa di frasi altissnanti e insipida di luoghi comuni. Tuttavia meritano la citazione Giovanni Mauropa, Giovanni Zonara e Niceforo Blemmida; mentre fra gli italogreci gl'innografi criptensi Nilo Bartolomeo, Paolo, Stefano.
E norma, tuttavia con eccezioni, che negli inni l'autore apponga il proprio nome, preceduto, se la stesura della compilazione lo permette, da una frase. L'una e l'altro sono espressi dalle lettere iniziali dei tropari (acrostichide). Talvolta da codeste iniziali non si ha frase né nome, ma l'ordinata successione delle lettere dell'alfabeto « ζ μ ν mathrm{~m} α λ α α dot{α} η τ ω ν.
La metrica non si basa sulla durata, ma sul numero delle sillabe e l'accento della parola; e in strofe della stessa compilazione i versi si corrispondono rigorosamente nell'isosillabismo e nella omotonia. Il senso della lunga e della breve del popolo greco era perduto da tempo e il dotto tentativo di Gregorio Nazianzeno, Sinesio e pochi altri di adottare la metrica classica doveva inesorabilmente rimanere sterile.
BibL.: I.-B. Pitra, Hymnographic de l'Eglise grecque, Roma 1887; id., Analecta sacra, cpiullegio Salveneani parata, I, Melodes. Parigi 1876; W. Christ e J. Paranikas, Anthologia Graeca carminum christianorum, Lipsia 1871; P. Bouvy, Poètes et melodes. Etude sur les origines du cyclone tonique dans l'hymnographie de l'Eglise grecque, Nimes 1886; Krumbacher, 268-91; id., Die Ahrestichis in der griechischen Kirchenpoetie (Sitzungsberichte der philos.-philolog. und hist. Klasse der Kgt. Bayer Ah. der Wissenschaften), Monaco 1903; in questa opera si troveranno i richiami ai precedenti e preziosi studi dello stesso autore. P. Mosa, Das Kontahion, in Byz. Zeitschrift, 18 (1910), pp. 285-306; G. Cammelli, Romano il Melode, Firenze 1903; S. G. Mercati, Contenison, in Enc. Ital., XI, p. 226; id., Romano il melode, ibid., XXX, p. 39 sg.; H. Leclercq, Hymnus, in DACL. VI, II, coll. 28682901; L. Petit, Antiphone dans la liturgie grecque, ibid., I, II, coll. 2461-88; L. Tardo, L'antica melurgia bizantina, Grottaforzata 1938; P. Yiby, La musica bizantina, Milano 1938; R. Cantarella, Poeti bizantini, Milano 1948; Fr. Dölger, Die byzantinische Dichtung in der Reinsprache, in Handbuch d. gr. u. lat. Philologie, Berlin 1948; E. Wellenz, A history of byzantine music and hymnography, Oxford 1949; G. Schirb, Lineamenti storici sulla genesi e lo sviluppo del syntomon, in Boll. della badia di Grottaferrata, 3 (1949), pp. 133-92, 199-234. Giuseppe Schirù
III. Nel bito arnieno. - Gli inni in uso nella liturgia armena sono assai numerosi. L'Innario o mathrm{S}_{text {ar }} rahan (v. arnienia) che li contiene quasi tutti, dà 1166 inni. Essi possono dividersi in tre gruppi : quelli chiamati «canoni» che sono destinati all'ufficiatura di un giorno determinato (le feste del Signore e dei grandi santi); quelli che formano una serie di inni, che non sono legati ad un giorno fisso, ma si regolano secondo uno degli otto toni prescritti per quel giorno (le domeniche, la commemorazione dei Santi, le ferie quadrugesimali); finalmente inni quasi isolati in onore di un santo o destinati a qualche particolare scopo.
Per essere completo, il «canone» o la «serie» deve comprendere otto inni, cosi distribuiti: il primo nell'Uf-
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ficio di mezzanotte si aggiunge al cantico di Ex. 15, 1-21; il secondo, terzo, quarto e quinto, nell'Ufficio del Matutino si aggiungono all'inno dei tre fanciulli (Benedictus), al Magnificat, al salmo Miserere e al salmo delle Laudes; il sesto, nella S. Messa, si canta prima del Tri-
sagio, è l'inno proprio del giorno; il settimo nel Vespro al salmo 120 Lecavi; e l'ottavo, nel Matutino, al salmo 102 Laudate pueri. Il nucleo centrale è costituito degli inni secondo, quarto e quinto; spesso manca il terzo, più spesso ancora il sesto, ed il settimo si trova raramente; i mancanti vengono sostituiti da inni presi a simili canoni.
Questi inni hanno generalmente da tre a cinque strofe, ma possono averne anche dieci. Gli uni sono in prosa, gli altri in prosa misurata, altri ancora con rime bianche, altri finalmente con rime piene. Il sistema di versificazione è simile a quello dei Greci e la lunghezza di una strofa è simile a quella di un troparium dell'i. greco.
Oltre al Sarahan si trovano ancora degli inni nel Khordadetr (= Messale): quello del principio «Mistero profondo * è ben conosciuto; poi l'inno dell'incensazione, l'Intruito, dopo le lezioni l'agiologia, poi l'inno durante il bacio di pace, dopo la Consacrazione tre inni rispettivamente al Padre, al Figlio, allo Spirito Santo, in fine l'inno della Comunione. Quasi tutti questi canti non sono degli inni, nel senso stretto della parola, perché sono composti di una sola strofa.
Altri inni si trovano nel Maftotz (= Rituale) nel rito del Battesimo e del Matrimonio, ma specialmente in quello dei diversi gradi dell'Ordinazione. Questi inni si cantano al principio, quando si fa l'ingresso, o all'occasione di una processione o anche alle fine, p. es., dopo la tradizione degli strumenti o la vestizıone del neo-ordinato (cf. H. Denzinger, Ritus Orientalium, Würzburg 1853 ; F. C. Cort'heure, Rituale Armenarum, Oxford 1905).
Finalmente il Ginnagirk (questo libro contiene le parti fisse dell'Ufficio divino) dà, oltre gli inni delle ore minori contenuti anche nel Sarahan, al Notturno tre inni di Nersete il Grazioso, e nel Vespro l'antico inno thùq lxapiv (testo assai diverso da quello greco; cf. Breviarum armenium, Venezia 1908).
Contro la tesi troppo scettica di Ter Mikaëlian, si può credere che alcuni inni furono composti già nel sec. v e che mentre altri furono perduti o non ammessi nell'Inuario, altri nuovi sono stati scritti fino al sec. xv; ma non si deve credere alle attribuzioni di molti inni a tale o tal'altro autore, perché sembra che quelle attribuzioni siano state stabilite soltanto al sec. xi. Senza dubbio l'autore più ricco, elegante e maggiormente rappresentato è s. Nersete il Grazioso (1102-72). Molti di questi inni eccellono per la semplicità nella forma, la chiarezza del contenuto, l'originalità delle immagini, la solennità del tono; ma questo criterio non basta per fare distinzione fra inni antichi e più recenti.
Bibl.: Nerma Ter-Mikaëlian. Das armenische Hymnarium. Studien zu seiner geschichtlichen Entsiohlung, Lipsia 1905 (v. la recensione in Oriens Christianus, 6 [1906], p. 446); A. Baumstark, Die christliche Literaturen des Orients. II [Sammlung Gäschen, n. 3281], Lipsia 1911, p. 95 sg.; N. Emin, Sarahan, 4² ed., di K. I. Korsanianta, Mosca 1914 (versione russa completa, con doppia prefazione); L. Petit, Arménie, in DThC, I, II, col. 1965, con l'indicazione degli inni tradotti in lingue europee.
IV. Nel ritto copto. - Inni liturgici si cantano nel rito del Battes