volume-07

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 19.546 | 2.642 | 137 | 142 | 3 | 2 | - | 3.155 |
| Basilicata | 126 | 9.987 | 543 | 54 | 57 | - | - | - | 615 |
| Calabria | 405 | 15.102 | 1.772 | 117 | 122 | - | I | - | 2.000 |
| I. meridionale | 1750 | 73.262 | 10.243 | 140 | 146 | 6 | 3 | I | 11.706 |
| Sicilia | 368 | 25.707 | 4.000 | 156 | 164 | 3 | 2 | I | 4.413 |
| Sardegna | 325 | 24.089 | 1.034 | 43 | 45 | I | I | - | 1.240 |
| I. insulare | 693 | 49.796 | 5.034 | 101 | 106 | 5 | 5 | I | 5.653 |
| Repubblica italiana | 7764 | 301.021 | 42.127 | 140 | 152 | 39 | 12 | 9 | 46.122 |
| Terr. libero di 'Trieste |  | 718 | 348 | 470 |  |  |  |  | 373 |

Poco meno del 50 \% della popolazione attiva vive di agricoltura (compresa la caccia e la pesca), un terzo di industria (compresi i trasporti e le comunicazioni), meno di un decimo di commercio (compreso il credito e le assicurazioni); il resto è occupato nelle pubbliche amministrazioni ( 4,3 \% ), nell'economia domestica ( 3,6 \% ), nelle arti libere e nel culto ( 1,5 \% ), ecc. Questa suddivisione si riferisce al censimento 1936 : cinquant'anni fa l'agricoltura assorbiva da sola i 3 / 5 e l'industria meno di 1 / 4 di quello stesso totale.

Appena il 7,8 \% della superficie territoriale dello Stato è improduttiva; la superficie agraria e forestale si ripartisce come segue : seminativi 43,2 \%, boschi e castagneti 18,6 \%, colture legnose specializzate 7,8 \%, incolti produttivi 5,1 \%, prati, prati-pascoli e pascoli permanenti 17,4 \%.

Il carattere mediterraneo dell'agricoltura italiana è messo bene in luce dalle sue produzioni meglio tipiche ed anche dalla scarsa specializzazione delle colture, essendo quelle erbacee di regola consociate alle arboree (gelso, vite, olivo, mandorlo, ecc.). La produzione cereali. cela, per quanto relativamente notevole (secondo posto fra gli Stati europei, toltane l'U.R.S.S., per il frumento, terzo per il granturco), non copre il fabbisogno interno, sì che le voci relative figurano di solito tra le più cospicue nelle importazioni. Vini ed oli alimentavano, in passato, una discreta corrente esportatrice, ma ormai i soli prodotti agricoli che facciano sentire il loro peso nelle esportazioni sono la frutta secca e gli agrumi, sebbene questi ultimi debbano ormai fronteggiare crescenti, fortunate concorrenze.

L'I. dispone di un modesto patrimonio zootecnico (in milioni di capi, 1948 : 9,4 ovini; 7,9 bovini; 3,8 suini; 2,2 caprini; 1,6 equini), danneggiato inoltre dalle recenti
due guerre. L'I. settentrionale era nota per il forente allevamento del baco da seta : il raccolto medio dei bozzoli superava, in tempi normali, i 300 mila quintali; ciò che le assicurava il primo posto in Europa per la produzione della seta.

Trascurabili le riserve forestali (il legname è una delle voci preminenti nelle importazioni) e modesto il beneficio tratto dalla pesca, di cui quella marittima limitata in sostanza alle acque nazionali.

L'ultimo grande conflitto mondiale ha colpito duramente l'industria italiana, che aveva compiuto, dopo il 1900, progressi cospicui, nonostante la posizione di inferiorità in cui si trova il territorio per la mancanza assoluta o la scarsezza delle materie prime indispensabili. Tra le fonti di energia, l'unica di cui l'I. abbondi è quella idroelettrica, che dispone di oltre un milione di impianti e produsse, in complesso, 20,8 milioni di Kwh nel 1949; ma, a parte la ineguale distribuzione regionale delle istallazioni, è già insufficiente al consumo interno (si importa energia dalla Svizzera) e non può essere sovvenuta se non in proporzioni minime da combustibili fossili (soprattutto ligniti) o liquidi (limitati all'Emilia), e dalla stessa pur notevole produzione di metano ( 236,2 milioni di mc. nel 1949). Fra i minerali metallici spiccano solo il mercurio, l'alluminio (mancanza totale, pero, di criolite), il piumbo e il magnesio.

Ciò inceppa grandemente l'espansione di una industria pesante pari al bisogno, e lo stesso si può ripetere, in sostanza, per gli altri rami d'attività (basti pensare alla mancanza di cotone), quando si eccettuino le industrie alimentari ed alcune di minor conto. Ciò nonostante, l'abbondanza di mano d'opera, la buona preparazione specifica delle maestranze, la tradizionale laboriosità ed ingegnosità del popolo italiano hanno consentito all'in-

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dustria italiana di figurare tra le prime d'Europa, così per l'entità della produzione, come per il suo alto livello tecnico: soprattutto il ramo tessile (setifici, cotonine, fibre artificiali e lana), che nell'I. padano-veneta conta un poderoso complesso di impianti, non solo copriva il fabbisogno nazionale, ma dava vita ad una forte corrente esportatrice.

Il mirabile progresso dell'economia nazionale verificatosi nell'ultimo cinquantennio non poteva tuttavia impedire che la bilancia commerciale si chiudesse in passivo; deficit colmato tuttavia di regola con le rimesse degli emigranti, con le risorse dell'industria marittima, con i noli della marina mercantile e con gli interessi dei capitali impiegati all'estero. Normalmente il 60 \%, in valore, delle importazioni era assorbito nell'anteguerra dalle materie grezze o semilavorate necessarie alle industrie, il 20 \% da materie prime o prodotti alimentari ed il resto da manufatti. Nelle esportazioni ca. il 40 \% constava di prodotti finiti, il 30 \% di generi alimentari specializzati (vini, olii, agrumi, frutta ecc.), il 20-25 \% di materie semilavorate ed il rimanente di materie prime. La Germania era alla
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Stalia - Campanile di Courmayeur (sec. xit) - Aosta.

Dell'Africa già italiana è ancora incerto il destino, eccetto che per la Somalia (v.), restituita all'I. per deliberazione dell'ONU (2I dic. 1949), con il mandato di amministrarla in regime fiduciario e prepararne l'indipendenza.

Bibl.: G. Marinelli, La terra, IV, Milano 1897; T. Fischer, La penisola it. Saggio di corografia scientifica, Torino 1902; H. Nissen, Italische Landeshunde, Berlino 1883-1902; G. De Lorenzo, Geologia e geografia fisica dell'I. meridionale, Bari 1904: G. Greine, I., Breslavia 1925; P. Gribaudi, L'I., Torino 1925; G. Pulle, L'I. continentale, Firenze 1925: id., L'I. peninsulare ed insulare, ivi 1926; N. Krebs, I. (Groevaphat des Welthandels, 1), Vienna 1926, pp. 813-68; O. Maull, I., in Länderkunde von Südenrapa, ivi 1929, pp. 133-298; E. Migliorini, s. v. in Euc. Ital., XIX (1933), pp. 693-1083 (ricchissima bibliografia); H. Kanter, I., in Handbuch der geogr. Wissenscluft: Sïdenrapa, Berlino-Potsdam 1933, pp. 289-422; A. Marescalchi-L. Visentin, Atlante agricola dell'I., Novara 1935; Ass. Mori, I. Caratteri generali, Milano 1936; Count. naz. it. per la geografia, La localizzazione delle industrie in I., Roma 1937; D. Gribaudi, Ambiente fisiogeografico ed ampicazca della proprietà terriera con particolare riguardo all'I., Torino 1939; A. Crispo, Le ferrovie italiane : storia politica ed economica, Milano 1940; Dizionario di politica, s. v., II, Roma 1940, pp. 391-681; G. Dainelli, Atlaute fisico-economico di I., Milano 1940; F. Eredia, Distribuzione della temperatura in I., Roma 1942; V. Giusti, Caratteristiche nadiiuntali italiane, agrarie, sociali e demografiche, ivi 1943: A. J. White, The evolution of modern I., 1789-1919, Oxford 1944; G. Volpe, L'I. moderna: 1819-1913, Firenze 1945: J. Thomas, The problems of I.: an economic survey, Londra 1946; G. Tremelloni, Storia dell'industria italiana contemporaneo, Roma 1947; G. Vedovato, Il Trattato di pace con l'I., ivi 1947; G. Merlini, Le regioni agrarie in I., Bologna 1948.

Giuseppe Caraci

## II. Storia civile ed ecclesiastica.

1. Geologia. - L'I. è l'immagine di un provvidenziale disegno, con la sua possente unità fisica, bene individuata entro la cornice di frontiere naturali, le Alpi e il mare, e collegata internamente dalle diramazioni dell'Appennino, e dalle numerose arterie fluviali che solcano in tutti i sensi la Penisola.

Fermatasi nelle profondità marine nei lontanissimi millenni e sollevatasi primamente dalle acque con le rocce cristalline che formano l'intima ossatura del sistema alpino e con la zone calabro-sicula della catena appenninica, ricoperta poi dal mare e di nuove riemerse con altre terre per alcun tempo saldate all'Africa, disgiunte in seguito per fratture, corrugamenti ed immersioni varie, colmata poi nella grande insenatura a pie' delle Alpi con depositi alluvionali, coperta qua e là da eruzioni vulcaniche, mentre i ghiacciai si fondevano e arretravano, l'I. si trova quasi definitivamente costituita con l'età quaternaria nel bel mezzo del Mediterraneo, come immenso malo lanciato a sud, nella direzione di Levante, e a nord collegata alla regione danubiana.

Tormento geologico, a cui sembra corrispondere ugual tormento nella sua vita storica, ove perennemente si alternano le emersioni e le immersioni, le fratture e le ricomposizioni di vita morale e politica, nel mondo contrastato della civiltà mediterranea e poi europea.

Ma il passato geologico d'Italia pesa ognora sul suo divenire storico, determinando costanti influssi non meno

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sulla conformazione della civiltà che nella vita vegetale ed animale. L'antichissima congiunzione con l'Africa influi sulla flora e la fauna primitiva dell'I.; la mediterraneità sugli scambi reciproci fra regione e regione; lo sviluppo vulcanico sulla fertilità del suolo; la ricchezza delle coste sulla vita marinara; la varietà delle regioni interne sul fiorire del separarismo locale; ma per comperto la frequenza delle valli incise da fiumi, agevola le comunicazioni e i nessi anche fra regioni lontane.
2. Il nome. - E derivato all'I. da una tribù del più antico stadio-indocuropeo, situata in un punto del Brusio (odierna Calabria) che prendeva il nome dal vitello (vitelio vithio: buc, toro), certo l'animale sacro del gruppo; dagli scrittori greci reso 'I tzàls. Il nome andò estendendosi fino a Taranto (sec. iv), poi all'Italia centrale (sec. iit) dall'Arno al Rubicone, e nella riforma amministrativa ordinata da Augusto raggiunse la cerchia delle Alpi dal Varo all'Arsa nella penisola istriana: "hace est Italia diis sacra" (Plinio, Nat. hist., III, 5, 46). La provenienza del nome è confermata dal fatto che allo scoppio della guerra sociale ( 50 - 87 a. C.) provocata dagli Alleati Italici (Marvi, Sanniti, Lucani) per la parificazione dei diritti con Roma, fu dai ribelli scelto il toro come simbolo monetale e fu dato alla città di Corfinio, centro del moto insurrezionale, il nome di Italica.

Altri nomi dell'I. sono: Esperia, per la sua posizione occidentale rispetto alla Grecia; Ausania, forma grecizzata di Aurunci, gente roca confinante con le colonie greche dell'Italia meridionale; Euntria, per eponimia da un Enotrio colonizzatore del paese; lo storico Antioco di Siracusa (sec. v, in Dion. Ahe., 1 35, seguito da Aristotele, Polit., VIII, 1329 b) derivava il nome I. da un eponimo Italo.
3. Le prime gent. - Anche l'I. ebbe, come tutti i popoli d'Europa, dopo l'età paleolitica e neolitica, una età encolitica poco dissimile da quella neolitica, iniziatrice della metallurgia con le prime leghe imperfette di rame e che precedette l'industria del bronzo, susseguita poi dall'età del ferro che, nel Mediterraneo, a differenza di altre regioni, cade in piena storia.

La sua posizione la fece il grande crogiulo, dove vennero a incontorsí e a convivere tutti gli elementi umani della grande civiltà mediterranea nella sua varietà dolico-mesocefala del sud e brachicefala o alpina del nord, con riti funebri diversi da luogo a luogo, dal più antico dell'inumazione a quello dell'incinerazione. Pertanto, diverse civiltà preistoriche sono fiorite in Italia, ma si debbono a genti per lo più inumatrici e ascritte ad una sola razza, quella mediterranea dolicocefala.

I discendenti di questa stirpe, che è mediterranea, e che popola tutta la penisola e le isole conservando l'avito costume della inumazione, sono noti con i nomi di Liguri i quali, affini agli Iberi, erano diffusi nell'Italia settentrionale, in parte dell'Italia centrale, in Corsica e in Sardegna, a Malta e Pantelleria, con nomi locali diversi; gli altri, nell'Italia meridionale, e autori, sembra, delle prime ceramiche dipinte.

A queste genti neolitiche si sovrapposero, scendendo per le Alpi Giulie dai paesi transalpini, gli Indoeuropei in due ondate, una più antica (ca. 2500 a. C.) che incinerava i suoi morti ed occupò buona parte della penisola giungendo fino alla Sicilia orientale, l'altra più recente ' 1500 a. C.), inumatrice, già in possesso del ferro.

Grazie a questa duplice immigrazione, senza entrare in troppo minute distinzioni e suddivisioni, spesso di materia opinabile, la situazione etnografica dell'I. è la seguente:
A. Indoeuropei italici: 1. Latini, stanziati nel centro del Lazio; Falisci intorno a Civita Castellana. Ad est e a sud del Lazio Equi nell'alta valle dell'Aniene, Volsci dai Monti Lepini al mare, Ernici sui territori di Ferentino e Anagni.
2. Italici del gruppo osco-umbro, detto anche umbrosabellico: Sabini (Safini), nei centri di Terni e di Rieti; Undri, stanziati nell'alto corso del Tevere; Marri, nel bacino dal Fucino; Peligni, a ponente di questo bacino; Picenti e Pretuzi, sulla costa adriatica tra Ancona e Adria; Vestini e Marrucini sulla costa medesima ai due lati del Pescara; Campani, nella Campania; Sanniti, nel centro montuoso, con capitale Boviano; Frentani sul versante
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(Jot. Bremestampa, Torino)
Italia - Ponte Lunetto - Premosello (Novara).
adriatico del Molise; Lucani, dalla costa tirrena al Golfo di Taranto; Bruzi nell'attuale Calabria.
B. Indoeuropei non italici: Greci della Magna Grecia e della Sicilia; Celti nell'Italia settentrionale, suddivisi nelle tribù degli Insubri, sui laghi Maggiore e di Como; Cenòmoni, sui laghi di Iseo e Garda; Lingoni, a sud del corso inferiore del Po; Boli, tra il Po e gli Appennini; Sénoni nell'Adriatico tra Ravenna e Ancona; Siculi e Sicani nella Sicilia orientale e media; Veneti, tribù illirica, stanziati nella Venezia e nell'Istria; Iapigi, altra tribù illirica stanziata nella Puglia e suddivisa nelle tre tribù dei Dauni, Puglia settentrionale sotto il Gargano, Perceci a sud-est dei primi, Messapi nell'attuale penisola salentina, un tempo denominata Calabria.
C. Popolazioni non indoeuropee: Liguri dalle foci dell'Arno al Ticino; Corsi; Sardi; Elimi, sulla punta occidentale della Sicilia; Etruschi, tra l'Appennino e il Tirreno; Fenici in taluni punti della costa della Sicilia occidentale e in Sardegna.
4. Influssi di civiltà esotiche: Fenici, Greci, Etruschi. - Dal 1000 in poi, navi fenicie solcano il Mediterraneo e, secondo Tucidide, precorrono i Greci nel frequentare le coste della Sicilia, occupando i promontori e le isole adiacenti. Ma nulla di fenicio venne in luce dalle esplorazioni del versante orientale della Sicilia, a differenza di quello occidentale.

Orme fenicie si trovano a Malta, ma non anteriori al sec. viI, a Motia, a Solunto, a Panormo, specie in questa ultima munitisima porta e punto d'appoggio nel Tirreno per la espansione fenicia che dalla Sicilia si diffuse in Sardegna. Nora pare fosse la più antica città dell'isola, la più antica colonia fenicia, a cui succedette per importanza Cagliari. Ma scarso influsso ebbe sull'I. la cultura fenicia, mancando di una propria originalità, e riducendosi ad un repertorio decorativo attinto dall'arte miceneo. Di ben altra natura l'influsso greco, quando più si intensifica, durante i secc. viIt e viI a. C., il movimento coloniale ellenico. Furono i Greci, non i Fenici, che trasmisero ai popoli d'I. l'uso della scrittura, con forme derivate da vetusti alfabeti ellenici, e, con le scritture,

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molto del loro sapere nella poesia, nella scienza e nel diritto, nella religione, nella filosofia.

Magna Grecia fu detta l'ampia regione da essi occupata e comprendente: il mezzogiorno della penisola dove le principali colonie furono Taranto, Sibari, Crotone. Taranto ebbe più lunga durata; Sibari, rimasta leggendaria per la mollezza dei suoi costumi, fu poi soggiogata da Crotone, famosa per i suoi adeti. In Sicilia la città più notevole per monumenti fu Siracusa, ma sono da ricordare anche Gela, Agrigente, Messina e, più a occidente. Segesta, Sellanunte e Imera che Strabone considera come Magna Grecia. Nel continente, invece, Cuma fu una delle più ricche, costruita sopra uno scoglio vulcanico, attivissimo apposdo di mercanti che recavano i vasi della Grecia in cambio del grano; baluardo della civiltà italica e mediatrice della civiltà ellenica verso i popoli dell'I. centrale. Una colonia di Cuma fu Napoli, la città nuova. Rivali dei Greci furono i Cartaginesi, che solo Roma doveva espellere dall'I.

Un terzo elemento etnico e culturale, anch'esso d'origine esotica è rappresentato dagli Etruschi. Se i Greci si tengono strettamente alla costa, preferendo le colline che si protendono sul mare, quasi a farsi scudo contro l'interno, e là fondano una città coloniale, dotandola di un porto, gli Etruschi invece entrano dalle foci e dalle valli fluviali nella pianura aperta e si gettano subito all'interno della regione italica e cercano di costituire un centro di organizzazione territoriale, una capitale. Controversa la provenienza; chi li vuole di origine transmarina, che è la tesi più probabile; chi li fa derivare da regioni transalpine e discesi poi dalla valle del Po in Toscana. Pure coperta di oscurità la lingua. Gli Etruschi si addensarono specialmente nel territorio degli Umbri compreso tra il Mar Tirreno, l'Arno e il Tevere, e vi si fissarono con una saldezza che non fu raggiunta altrove. In qual tempo è pure incerto. Chi segna il loro inizio tirrenico verso il rooo a.C., chi tre secoli dopo. La nazione etrusca ebbe uno sviluppo magnifico e lussuoso, che fa pensare ad una civiltà molto raffinata e aristocratica. Al sec. vir appartengono le tombe degli Ori, squisitamente lavorate nei gioielli che le adornano, specie le tombe lungo il lago di Balsena, presso Capodimonte. Ricca città di ampio perimetro fu Volterra; aveva muraglie ciclopiche, di cinque metri di spessore con 7 km . di contorno. L'Etruria era una dodecapoli, confederazione di 12 città, con un legame espresso da una riunione annuale in una località ove sorgeva il santuario comune.
5. L'Influsso etrusco sui Latini. - Verso la fine del sec. vir gli Etruschi passarono il Tevere e bloccarono i primi villaggi di Roma: cio, secondo la leggenda, che fa chiudere il periodo monarchico di Roma con tre re etruschi, autori dell'unione dei vari villaggi sulla sinistra del Tevere in una sola città.

Costruito da artefici etruschi fu il maggior tempio di Roma, dedicato alla triade Capitolina. Per la religione v. Etruschi, religione degli. Non solo il tempio, l'abitazione, le tombe diedero gli Etruschi ai Romani e agli Italici: anche l'orientazione del tempio e del reticolato stradale sul quale sono distribuite le case; usi e costumi, ludi funebri, gladiatori, insegne di potere come i fasci littorii, la costruzione delle mura e delle porte, l'arte architettonica e dell'ingegneria applicate alle opere pubbliche.

Nel sec. vi, espandendosi nel Lazio e verso il mare occuparono la Campania, ove Capua fu la città principale. Ma ancora più notevole lo stanziamento nella pianura padana, che viene assegnato intorno al 500 a. C. Gli Etruschi della valle dell'Arno, risaliti i valichi appenninici, sarebbero sboccati nell'ampia pianura che popolarono di città, alcune su palafitte: Adria, Mantova, Ravenna, Bologna, Rimini, Cesena, Modena, Parma, Piacenza. La poderosa invasione guerresca dei Galli rovino tutto il lavoro di organizzazione intrapreso e condotto già avanti dagli Etruschi verso le Alpi, ritardando così il raggiungimento di questo confine naturale da parte dei popoli peninsulari unificati. Nel complesso la conquista etrusca si afferma in ampiezza più che in solidità. Confederazione di più città, ognuna con piena autonomia, non fascio di
forze compatte; regime di città, come in Grecia; non Stato unitario, ma piccoli Stati.

Ecco invece l'opera di Roma: l'ascesa graduale, continua di una singola città che tutto accentra intorno a sé, con una politica rigidamente unitaria. E questo che dà ragione della scomparsa etrusca e dell'assorbimento di tutte le altre genti nella grande compagine romana, dopo la caduta del baluardo etrusco di Vign, che sorgeva di fronte a Roma, sulle sponde del Tevere.
6. Il problema storico d'I. - Anche nei più antichi tempi i popoli d'I. si presentano con una fiera volontà di distinzione da luogo a luogo, nel governo, nei costumi, nei metodi di lavoro, nei riti sepolcrali. All'unità geografica fa contrasto la vorictà di vita e di genti. Il problema se sia possibile portare di una popolazione italiana fusa da Roma con la sua opera di unificazione politica va risolto positivamente nel senso che Roma lasciò l'I. etnicamente come l'aveva ricevuta dai secoli anteriori; tanto è vero che le differenze regionali di dialetto, di costume, somatiche, sussistono ancora nell'I. adierna ma esse non annullano l'indole unitaria fondamentale della storia d'I. perché questa è stata facilitata dall'unità geografica del paese; dal fatto che quattro delle popolazioni in esso più ampiamente diffuse: Italici, Greci, Celti e Illiri, appartengono alla stessa stirpe indoeuropea, mentre i Latini, posti al centro della regione italiana, sulle rive di un fiume navigabile, al confine delle genti civili di Etruria e Campania, hanno creato un sistema politico che dopo aver assoggettato le genti ne ha facilitato la progressiva assimilazione.

Bial.: G. De Sanctis, Storia dei Romani, Torino 1907, spec. i capp. 2-3; A. Pignoni, Essai sur les origines de Rome, Parigi 1917, capp. i-3; G. Pinas, Storia delle civiltii antiche d'I. Milano 1923; IV, von Duhn, Italische Gräberkunde. I. Heidelberg 1924; H. J. Rose, Primitive culture in Italy, Londra 1926; G. Patroni, Le origini preistoriche d'I., Milano 1927; U. Rellini, Le origini della civilta italica, Roma 1929; G. Devoto, Gli antichi Italici, Firenze 1931. Ettore Rota-Nicola Turchi
7. Roma e le sue conquiste. - La fondazione di Roma si fa risalire al 754-53 a. C. Il primo periodo storico della città è quello regio ( 754-509 ), a cui successe la Repubblica, che durò fino al 23 a. C., e che costituì l'epoca più costruttiva della storia romana. L'ampliamento territoriale si accompagna a lotte di classe dovute a contrasti di interessi economici e alla volontà della plebe di essere giuridicamente equiparata ai patrizi. La conquista dell'I. richiese poco meno di 300 anni e fu l'impresa più difficile.

La conquista d'I. accrebbe le forze attrattive del Mediterraneo su Roma. Ma il coincidere con la maggiore potenza di Cartagine in queste acque, sul versante occidentale, dalla Spagna alla Sicilia, rese inevitabile il conflitto tra Roma e Cartagine. Dalle guerre puniche Roma uscì assai ingrandita territorialmente, dominando i due versanti del Mediterraneo quasi per intero. Con la sconfitta di Zama (202 a. C.) Cartagine perdette la Spagna e la Sicilia. Con l'inseguimento di Annibale in Oriente e dopo le vittorie contro Antioco re di Siria, Roma occupò la Macedonia e la Grecia, e si sporse le vie dell'Asia. Nel 146 a. C. aveva, incontrastato, l'impero del Mediterraneo.

Grave fu la lotta aperta dagli Italici contro Roma; avendo essi cooperato alle grandi conquiste di questa chiesero di essere pari ai Romani nei privilegi e nei diritti civili, che erano annessi alla condizione di cittadini romani entro l'ambito di Roma.

Fu questa la guerra sociale ( 91-88 a. C.) vinta dagli Italici che conseguirono la condizione di cittadini romani. L'I. a sua volta divise con Roma le sorti dell'Impero del quale costituì il centro e che contribuì a fondare.
8. Trasformazioni nell'ordine morale e politico. Profonda fu la rivoluzione nei costumi, promossa dai contatti con l'Oriente. Il mondo romano comincia a orientalizzarsi nelle abitudini di vita, deprimentdo i vantaggi della cultura ellenica che aveva dato ai Romani senso di misure e di equilibrio e di armonia morale, nell'arte e nel pensiero.

L'ampiezza delle frontiere accresce le difficoltà della difesa e le occasioni di guerra. I pericoli crescono d'ora in ora, insieme con le occasioni di avventure militari e politiche.

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(1st. Esil)
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(1st. Esil)
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(Int. Alineri)
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(Int. Eali)
In alto: INTERNO DELLA CHIESA DI S. PIETRO di Tuscania (sec. xI-xII). In basso: INTERNO DI S. MINIATO AL MONTE (sec. xi-xit) - Firenze.

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Spartaco solleva le masse degli schiavi; Mitridate, re del Ponto, sommuove l'Oriente; Catilina cospira contro il Senato; i pirati impediscono il traffico di mare. Già Roma era provando anche la gravità della pressione germinica che agisce sulla linea delle Alpi e trabocca nella pianura padana. Crescono nei capi degli eserciti le attrattive di fortuna e gli stimoli a rischiare la sorte. Il potere non è più elemento d'ordine, ma preda di ambizioni: vi aspirano Cesare e Pompeo, come già Mario e Silla. Mentre Pompeo contende a Mitridate le terre d'Oriente, Cesare soggiogo in Gallia, primo episodio della conquista dell'Impero. Il tentativo di accordo fra Cesare, Pompeo e Crasso per dividersi il comando sulle terre della Repubblica, si traduce in un contrasto armato fra i primi due, dopo la morte di Crasso avvenuta in uno scontro con i Parti, e si risolve nella vittoria di Cesare, signore cosi assoluto di Roma.

Sebbene si atteggi a riformatore democratico, e con le sue leggi si definisca amico del popolo, la sua veste di dittatore quasi onnipotente ispira una cospirazione repubblicana che vedeva con lui in pericolo la vecchia forma di governo (marzo 44). Ma Bruto, che vuole essere il difensore della libertà, uccide Cesare, non il cesarismo. Un triumvirato fra Ottaviano, nipote di Cesare, Antonio e Lepido si concluse con la lotta fra Antonio ed Ottaviano e vide l'affermazione di quest'ultimo dopo la vittoria navale di Azio (3I a. C.).
9. L'Ispedof di Roma. - Ottaviano, restaurando apparentemente la repubblica, diede vita ad un regime monarchico: il principato. Il territorio sottoposto a Roma fu diviso in 18 province: dieci senatorie per le quali il Senato designava dei proconsoli; le altre otto imperiali, governate direttamente da legati di Augusto; principale merito del regime imperiale fu il particolare interesse per le loro condizioni.

L'età imperiale segna il punto più alto dell'organizzazione di Roma nel suo massimo sviluppo di vita spaziale, costruttiva e monumentale.

Dai lidi dell'Atlantico l'Impero si spinse sino alle regioni prossime al Caucaso, e dal limite dei deserti africani sino a gran parte della Britannia, lasciando ovunque orme incancellabili di civiltà con le strade, i ponti, gli acquedotti, il senso di ordine e di disciplina, l'impero della legge, l'unità del diritto.

Fatto ancor più notevole l'affermarsi del cristianesimo che rovescia gli dèi locali, unifica le genti nel culto di un Dio solo, porta una rivoluzione nell'ordine morale, giuridico e sociale del mondo classico.

Ottaviano impone una tregua alle lotte di partito e proclama la pax romana. Nella politica estera mira a creare una linea di frontiera a protezione della romanità dalle invasioni barbariche; ma la linea Reno-Danubio non fu oltrepassata, se non per constatare la superiorità delle tribù germaniche muoventesi al di là di essa.

Il potere cesareo toccò il suo spogeo accostandosi alle tradizioni assolutiste dell'Oriente e dissolvendosi in un governo militare che, per la vastità dei confini, mal si reggeva sulla forza del proprio esercito. Cosi dovette ricorrere all'aiuto dall'elemento barbarico, accettando patti sempre più umilianti e pericolosi, mentre la società romana si assopiva nella servitù politica, esteriormente raddolcita dai giochi pubblici e mascherata agli occhi dei ricchi dal lavoro degli schiavi in numero crescente. Tuttavia lo spirito epicureo che si diffondeva nella società romana non distolse dallo studio di alti problemi di morale, e la cultura rielaborò il pensiero filosofico dell'Efiade, che aiutava le coscienze a meglio sentire la forza innovatrice del cristianesimo. La poesia assurse a dignità artistica con i grandi poeti del secolo d'oro. Lo stoicismo aiutava a tollerare la durezza del momento politico volgendo l'animo ad una accettazione rassegnata della stessa tirannide. Questa si acul nei primi successori di Augusto; fu mitigata da bontà di opere, da anni di pace e da miglioramenti nella condizione degli schiavi, dei poveri, degli orfani, con gli imperatori Antonini.

Le funzioni pubbliche perdono il loro prestigio politico. I Romani abbandonano le vecchie cariche, la co-
scienza civile illanguidisce e la partecipazione al governo non costituisce più un'ambizione per il cittadino.

Poi vicende politico-militari trasformano profondamente la compagine dell'Impero specialmente in seguito ai torbidi che ne misero in pericolo la compagine durante il sec. III. Si è maturata ormai la divisione in Occidente ed Oriente: il primo di lingua latina, il secondo in prevalenza di lingua ellenistica. Con ciò Roma cessa di essere il centro direttivo del governo e dell'amministrazione, che per l'Occidente è spostato per un momento a Milano ed a Treviri; Costantino nel 332 fonda Costantinopoli, la nuova Roma, che diventa la vera capitale dell'Oriente. A rifornire l'esercito non bastano più le reclute d'I.; vi contribuiscono tutte le province dell'Impero, e non basta: bisogna ricorrere ad ausiliari barbari che si entrano in torme, prima di assalire l'Impero in forza come invasori. Essi hanno già in custodia qualche provincia. Teodosio deve cedere loro alcune terre della Balcania, nel 378 d. C., accogliendoli quali federati dell'Impero; i Goti montano la guardia sul Danubio.

Anzi, i loro barbari vorrebbero prolungare la vita dell'Impero, sostituendo i Germani ai Romani nell'esercito e negli organi superiori di governo : così pensa Atxulfo quando sposa Galla Placidia, la figlia di Teodosio. Il piano fallisce per opposizione di gruppi interni, gelosi della nazionalità romana, offesa da estranei contatti. Con gli inizi del sec. v l'Impero d'Occidente ripara a Ravenna come a luogo più sicuro; a Roma rimane il capo della Chiesa universale che con il rovinare delle istituzioni assurge a difensore del popolo italico. Il papa Leone I muove incontro al terribile Attila e ottiene che lasci incolume parte d'l., ritardandone il saccheggio. Ma la breccia è aperta. Roma stessa è più volte assalita e spogliata. I barbari non appaiono più come bande guerriere isolate, ma come masse di gente senza patria e senza terra che vogliono accasarsi sul ricco suolo dell'Impero.

Il tentativo riesce ad Odoacre, capo degli Eruli, che, deposto Romolo Augustolo, ultimo imperatore in Occidente, a cui dà una pensione annua, rinvia a Costantinopoli le insegne imperiali dell'Occidente per dare un aspetto concreto al fatto nuovo: la cessazione dell'autorità diretta dell'Impero in Occidente ( 476 d. C.).

L'I. è diventata un regno barbarico, che vuol dirsi ancora romano, a indicare i due tipi di sudditanza al sovrano. Odoacre inizia le tradizioni di Regnum contrapposte al vecchio Imperium, ma non osa dirsi rex Italiae: con maggior senso di rispetto alla supremazia dell'Oriente si dice rex in Italia.

La fortuna di Odoacre sveglia le ambizioni di Teodorico, re degli Ostrogoti, che, favorito dalla politica dell'Oriente di fiaccare i barbari con altri barbari, caccia Odoacre e costituisce a Ravenna un nuovo Regno. Ma invano egli sogna di mettersi nel solco della romanità e togliere il contrasto fra l'elemento barbarico e la civiltà romana; appena morto lui, quello tenta di soffocare questa, finché l'Oriente con Giustiniano (v.) riprende il sopravvento con il finire delle guerre gotiche, che seminarono di rovine tutta l'Italia. Il regime bizantino a sua volta viene sconvolto dall'invasione longobarda ( 568 ) con la quale, si può dire, ha principio il medioevo.

Biol.: Di massima importanza sono le fonti epigrafiche e particolarmente il CIL soprattutto i voll. I, IV, V, VI, IX, X, XI, XIV, XV. P. Ducati, L'I. antica, Milano 1938; R. Paribeni, L'I. imperiale, ivi 1941: A. Piganiol, Histoire de Rome, Parigi 1949, con ampie informazioni sulle ricerche più recenti.
ro. Il cristianesino in I. - Roma non intese imporre in I. e poi nell'Impero le sue specifiche forme religiose, né distruggere i culti tradizionali ed i santuari dei singoli luoghi con i quali erano strettamente congiunte le pubbliche manifestazioni della vita sociale degli abitanti. Era però fatale che con il prevalere dei nuovi ordinamenti politici avessero a decadere le tradizioni religiose locali : e con il loro progressivo cessare cessassero pure di costituire una forza sociale, per ridursi al più a semplici superstizioni personali. Vincolo comune e contras-

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segno di legittimismo divenne il culto di Roma e dell'imperatore in quanto questi impersonava il potere governante; anche i nuovi collegi sacerdotali soppiantarono quelli propri di ciascuna città o regione. Ben presto però presero larga popolarità in seno alle diverse classi sociali i culti orientali di Iside, Cibele, Mitra, ecc. che le milizie, i mercanti, gli schiavi si presero cura di trasportare per ogni dove, creando talora espricciose contaminazioni di culti e credenze. Contro tutta questa eterogenea simbiosi di pratiche religiose, che si protrasse in I. sino al sec. Iv ed oltre, il cristianesimo oppose la sua intransigenza spirituale fondata su una salda compagine di verità ed un preciso codice morale. Verso la metà del sec. I esso era già stabilito in Roma e di qui si allargò prima di tutto nel Lazio e nella Campania. Mancano purtroppo, quasi del tutto, i particolari che diano luce sulle fasi successive della diffusione, specialmente per le regioni del mezzogiorno e delle isole. Le tradizioni locali, per quanto tarde, tentano ricollegare l'origine delle loro Chiese con s. Pietro ed i suoi immediati discepoli; in ogni modo non si fa appello in alcun luogo ad apostoli d'altra provenienza. Naturalmente i centri maggiori si fecero alla loro volta centri di evangelizzazione e di organizzazione nelle città circostanti. In questa condizione si trovarono soprattutto Ravenna per l'Emilia, verso la fine del sec. II, Milano per la Liguria, verso il principio del in, ed un poco più tardi Aquileia per la Venezia ed Istria. Il fatto poi che numerose erano nelle regioni centrali d'I. le città e che esse erano fra loro indipendenti, fece si che numerose vi fossero sin da principio le sedi vescovili a differenza delle regioni settentrionali dove le città erano in confronto poche. Si sa in ogni modo che nel 251 una sessantina di vescovi, se non tutti, almeno in massima parte, italiani, era presente ad un concilio a Roma; e poiché certamente non tutti i vescovi potevano esservi presenti, il numero delle sedi era superiore.

Con questa loro prima organizzazione le Chiese italiane superarono le persecuzioni imperiali. Anche a tale proposito mancano notizie particolari. I martiri, numerosi particolarmente a Roma e nei paesi circonvicini più profondamente cristianizzati, non mancarono nemmeno nelle altre regioni, specialmente durante l'Impero di Massimiano, ma mancano fonti storiche sicure, che offrano dati precisi e certi. Con la pace costantiniana il cristianesimo si estese in profondità, e nuove sedi vescovili si fondarono in tutte le province, sia per lo zelo dei romani pontefici, sia per lo spirito di proselitismo che dovette essere assai vivace. Né le lotte ariane, che ebbero certo il loro contraccolpo anche in I. (basti accennare al Concilio di Rimini del 359) e particolarmente a Milano ed Aquileia, ritardarono l'assestamento definitivo della nuova fede. Furono particolarmente s. Eusebio da Vercelli e poi s. Ambrogio da Milano che promossero il sorgere di nuove Chiese; altrettanto dovette avvenire per opera del vescovo di Aquileia nella Venezia e nelle contemini province transalpine. Però mentre per tutto l'alto medioevo non ci fu altra autorità intermedia fra i vescovi ed il papa, nell'I. cisappenninica, fra il iv ed il v sec. invece si costituirono nel settentrione le due grandi metropoli prima di Milano poi di Aquileia. A Milano fece capo la Liguria e poi la Rezia I, ad Aquileia la Venezia ed Istria, la Rezia II, il Norico e la Pannonia superiore. Ragioni politiche condussero nel sec. v
inoltrato a costituire nell'Emilia la metropoli di Ravenna. I vescovi delle tre metropoli settentrionali si radunavano intorno ai loro metropoliti; i vescovi invece dell'I. peninsulare e delle isole si radunavano regolarmente ogni anno intorno al romano pontefice, per trattarvi delle necessità correnti; solo occasionalmente si radunavano a Roma i rappresentanti dell'intero episcopato italico.

Le controversie riguardanti le dottrine pelagiane ebbero solo passeggere ripercussioni nel clero della Venezia; invece una grave frattura venne a crearsi nell'episcopato italiano alla metà del sec. vi, come conseguenza della condanna dei "Tre Capitoli" voluta dal Concilio di Costantinopoli del 253. Supponendo che si fosse menomata l'opera di s. Leone Magno, i vescovi dell'I. centrale e settentrionale protestarono contro l'Imperatore e contro papa Parigiio I. I vescovi della Tuscia e del Ravenante si piegarono. Quelli invece delle metropoli di Milano e di Aquileia diedero origine ad uno scisma che si extingueva per Milano sul principio del sec. vir, ma che per Aquileia duró tutto quel secolo e diede origine al patriarcato di Aquileia in territorio longobardo ed a quello di Grado nella regione rimasta soggetta all'Impero; nemmeno con l'estinsione dello scisma si poté ricostituire l'unità originaria della metropoli.

Alla gerarchia definitivamente organizzata si affiancò una nuova forza che non era da essa indipendente, ma acquistò ben presto uno sviluppo autonomo: quella del monachesimo. Introdotto in I. sull'esempio dell'Oriente dopo la metà del sec. iv, esso trovò seguaci nel clero che continuava a raccogliersi intorno al suo vescovo, ma particolarmente fra i laici uomini e donne con un'organizzazione dapprima incerta, oscillante fra la vita eremitica e quella cenobitica, cioè con vita comune. Fu s. Benedetto di Norcia (v.) che, durante le guerre gotiche, dall'alto di Montecassino compilò una Regula che dava assoluta preferenza al cenobitismo con l'ordinare comunità nelle quali accanto alla preghiera era reso obbligatorio il lavoro particolarmente agricolo. Diffusasi anche fra le genti barbariche, essa fu insieme una potente ravvivatrice di spiritualità, in mezzo ad un mondo che minacciava di abbrutirsi negli odii e nella miseria morale e sociale, ad insieme di vita civile con il contribuire, grazie al lavoro ed alla fraterna convivenza, al progressivo rinascere di migliori rapporti economici e sociali. Più tardi al monachesimo benedettino si aggiunse anche quello di origine orientale che giunse sino a Roma ma ebbe particolare espansione nell'I. meridionale ed in Sicilia (v. basiLIANI b'I.).

Così organizzata la Chiesa in I. affrontò le invasioni barbariche e lo sconvolgimento dei pubblici istituti che ne furono la conseguenza. Incominciava un compito nuovo accanto a quello affidatole dal suo Divin Fondatore: quello di salvare le reliquie della civiltà e di sorreggere e dirigere i suoi sforzi verso i nuovi destini.

BibL.: Oltre alle Storie generali della Chiesa, come L. Duchesne, Histoire ancienne de l'Eglise, 3 voll., Parigi 1910-29; id., L'Eglise au VIe silele, ivi 1925, e Pliche-Martin-Frutaz, voll. I-V; per le bibl. particolare sui veri argomenti e personaggi della storia antica d'I., cf.: T. Horigki, Italy and her invaders, 8 voll., Londra 1880-1900; C. Diehl, Essai sur l'administration byzantine dans l'exarchat de Ravenna, Parigi 1888; P. Savin, Gli antichi vescovi d'I., 3 voll., Torino 1899 - Bergamo 1932; A. Harnack, Missione e propagazione del cristianesimo, vers. it. di P. Marucchi, Torino 1506 (rist. Milano 1945); U. Moricca, Storia della letteratura latina cristiana, 3 voll., Torino 1923-34; Lanzoni; P. Batiffol, Le

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ITALIA ECCLESIASTICA ALL'INIZIO DEL SEC. VII
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* Dusset tolura, asistent
- Dusset era, sompere
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siège apostolique de st Damase à st Léon le Grand, ivi 1924; H. Liatzmann, Petras und Paulus in Rom, 2^{text {a }} ed., Berlino 1927; J.-R. Palanque, St Ambroise et l'Empire romain, Parigi 1933; G. Lucchesi, Note agiografiche sui primi vescovi di Ravenna, Fienza 1941; T. Grossi, S. Benedetto e la sua opera verus la Chiesa e la società, Torino 1943.
iI. Il medioevo. - La breve ricostituzione dell'unità italiana, sia pure sotto il dominio bizantino, con la sua capitale a Ravenna, è del tutto sconvolta dall'invasione dei Longobardi. Questi barbari, discesi ( 568 ) senza nessuna investitura imperiale, iniziano per conto proprio un'impresa che li porta a costituire un regno esclusivamente proprio con capitale a Pavia e con due appendici quasi autonome: i Ducati di Spoleto e di Benevento che occupano quasi tutto il dorsale montuoso dell'Appennino. Ma la loro ambizione non si ferma qui : rifattisi dagli sconvolgimenti intestini, puntano sulle città della Puglia e della Lucania dove s'incontrano con i Bizantini e poi anche con i musulmani; ma anclano pure alla conquista delle città della Campania; premono su Ravenna e le Pontapoli, e dalla Tuscia su Roma. Le popolazioni italiche, tuttavia, nonostante le eresie (monotelismo e questione delle immagini) che da Costantinopoli si tentava d'imporre anche con la forza, intendevano rimanere fedeli all'Impero, provvedendo magari con le proprie iniziative alla difesa; esso rappresentava sempre la civiltà contro gli ordinamenti barbarici e non si voleva che questi avessero a soppiantare la lex Romana. In questa reazione i romani pontefici erano alla testa, e nemmeno la conversione dei Longobardi mutò con loro i rapporti politico-nazionali, tanto che quando gli ultimi re longobardi, occupata già Ravenna, pensavano di avere in mano Roma, i papi, a difesa di quanto rimaneva ancora di romano, comprese le lagune venete e l'Istria, ricorsero, in pieno accordo con la nobiltà cittadina, all'intervento dei Franchi. Anche l'Impero d'Oriente non si mostrò contrario a quest'intervento, pensando che poteva riuscirgli utile cacciare i barbari con altri barbari, secondo la massima della politica bizantina. Ma Carlomagno che condusse i Franchi in I. nel 773 dispose diversamente : egli si proclamò re dei Longobardi, cioè del Regno settentrionale e dei due Ducati ed assicurò alla Sede Romana le institiae sancti Privi cioè i paesi che i Longobardi non avevano ancora occupati saldamente, mentre ai Bizantini rimanevano nel mezzodi i paesi ancora sottoposti al loro dominio. Nel Natale dell'8oo Leone III papa, obbedendo evidentemente ad una tradizione classica, ricostituiva con Carlomagno l'Impero d'Occidente con il concetto di avere un difensore qualificato per Roma e per la Chiesa d'Occidente, che in quel momento era quasi tutta compresa nel dominio di lui. Questi ormai, oltre che re dei Longobardi, diventa imperatore romano (qualifica che durerà sino agli albori del sec. xix), ma proprio in Roma e sue dipendenze egli non è veramente sovrano e la sua autorità s'incontra con quella del Papa; ciò non fu certo senza contrasti per lui ed i suoi successori. Si aprì così un brillante per quanto breve periodo, durante il quale si maturava il feudalesimo, si costituivano i grandi principati laici e poi anche quelli ecclesiastici, i grandi monasteri sorti ovunque allargavano la loro influenza. Principio inconcusso : solo il cattolicesimo guidato dal pontefice doveva reggere le coscienze, informare le leggi, correggere le consuetudini, dirigere la conversione degli infedeli.

Un nuovo rigurgito di barbarie, dovuto al decadere del dominio franco ed all'invasione degli Ungheri, imperverso durante il breve periodo dei re nazionali; mentre
i musulmani, conquistata la Sicilia, si infiltravano in tutta la penisola e a mala pena si potè tenere loro testa e cacciarneli. I grandi feudatari, discordi fra loro, mirano a strappare al sovrano privilegi ed a rendersi il più possibile indipendenti; rendendo però debole il potere sovrano rendono più deboli se stessi, sia di fronte al nemico comune, sia di fronte ai propri soggetti che tendono a fare con loro quello stesso che essi fanno al sovrano, frazionando il possesso (e fu un bene), ma frazionando anche il potere, accrescendo l'arbitrio, mettendo sovente terra contro terra, castello contro castello. Vescovadi e monasteri con il ricevere doni di terre e con l'arricchirsi di esenzioni e di privilegi diventano anch'essi, in questo frazionamento di poteri, organismi secolareschi, si circondano di vassalli, si sostituiscono ai conti anche nel dominio sulle città; così avviene già con la fine del sec. ix ai vescovi di Parma, Reggio, Arezzo, Trento, Novara, Vercelli, Aquileia. Altre sedi, come Milano, se non hanno diretto dominio sulle città, lo hanno, ed esteso, sui castelli, le valli, i fiumi, ecc. L'abbazia di Farfa (come quella di Montecassino al mezzodi) ha tanta potenza da osar contrastate anche con Roma. Tutto questo traeva man mano i profeti nell'arbita del sovrano al quale erano tenuti a prestare servizio e giuramento e dal quale ricevevano l'investitura dei feudi annessi al loro ufficio, creando una facile confusione fra lo spirituale ed il temporale. Ciò spingeva sovrani e principi infatti ad ingerirsi nelle cose interne della Chiesa, a nominare di proprio arbitrio vescovi ed abati, ad esigere per sé le decime. Gli antichi ordinamenti e concetti giuridici decadono; e si vedono alti uffici ecclesiastici affidati troppe volte a rozzi uomini d'arme e ad ambiziosi cortigiani, disposti a dissipare il patrimonio ecclesiastico a vantaggio di partigiani e vassalli, ben poco preoccupati della disciplina ecclesiastica; la simonia diventa usuale e anche i rapporti con la suprema autorità ecclesiastica minacciano di piegare dinanzi alle cupidigia delle grandi famiglie cittadine ed alla pressione di quel mondo feudale che investe tutte le forze operanti, religiose e nazionali. Con i sovrani della casa di Sassonia si ricostituisce il S. Romano Impero al servizio ormai della nazione germanica e vi resta incluso anche il Regno italico del settentrione; ma invano quei sovrani tentano di far sentire il loro potere sul mezzogiorno che resta assai meno influenzato dagli ordinamenti feudali. Emanciparsi dalle strettoie feudali e creare nuovi, più civili rapporti sarà ormai il proposito sia dei pontefici sia della popolazione italiana, animata da spiriti e forze nuove. Più cosciente quello e più programmatico, trova la sua forza nel riareglio spirituale, dovuto in buona parte alle grandi riforme monastiche che si succedono via via sino a concretarsi con il movimento francescano sotto in I. al principio del sec. xiri, e con quello domenicano che trovò in I. la sua più propizia acclimatazione; l'uno e l'altro raggiungono la più completa indipendenza dal sistema feudale. Quando questo è al suo colmo (metà del sec. xif, prende forza la riforma morale della Chiesa, la quale, con Gregorio VII, assume un aspetto anche giuridico nella lotta per le investiture, durata mezzo secolo, il cui risultato fu una più chiara precisazione della libertà e dei diritti della Chiesa. Tale lotta ebbe i suoi drammatici episodi in I. ed inutilmente vi consumarono le loro forze migliori gli imperatori della casa di Franconia. Insanto i Normanni riuscivano a formarsi un saldo regno unitario nell'I. meridionale, aggiungendovi ben presto la Sicilia riconquistata ai musulmani e trionfando sui diversi elementi regionali che tenevano diviso il paese. Il papato mantenne nell'I. centrale il suo dominio, assai più blando e meno organico di quello normanno. Al settentrione si profilano più drammatiche e complicate vicende per cui la riforma ecclesiastica procede di pari passo con i moti popolari di carattere sociale e politico insieme. Molteplici forze elaborano una età nuova, ricca di avvenire: le città marlnare, Venezia, Genova, Pisa, Amalli hanno il Mediterraneo come loro campo d'azione e, sotto la pressione di una più libera e vasta economia, tendono ad essere repubbliche indipendenti con un proprio campo di sfruttamento commerciale. Nelle città dell'interno, grazie a maestranze specializzate,

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a sapiente scambio di denaro, ad una borghesia accorta ed industre, il Comune si organizza socialmente e politicamente al di sopra del potere del vescovo ed in opposizione ai feudatari del contado.

La città nega i vecchi tributi al Cesare d'oltralpe con orgoglio signorile e respinge i suoi messi come elementi estranei all'I. Scoppia la contesa fra le città che aspirano ad una vita propria e gli imperatori svevi che tentano di trattenerle entro la propria orbita di servitù. Sostenute dalla Chiesa, la quale mira a rendere più salda ed efficiente la libertà conquistata con la lotta per la investitura, le città si stringono in lega, si fanno forti con il nuovo motto «libertas» e scrivono con gli Statuti cittadini la legge nuova d'I. L'Impero è battuto. La vittoria di Legnano rimuove le difficoltà allo sviluppo del Comune, creazione italiana, artefice di tutta la storia futura.

Il Comune è forza espansiva : conquista il contado, sottomette la feudalità campagnola, signoreggia le grandi vie del commercio, crea intorno a sé unità politiche ed economiche sempre più vaste, prepara lo Stato moderno; ha una sua finanza, un suo esercito, dove è possibile anche una flotta mercantile; organizza leghe militari, combatte i Comuni, ha sogni di ampio dominio. Le esigenze di guerra accentrano i poteri, assopisco