volume-07

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litiche ed economiche sempre più vaste, prepara lo Stato moderno; ha una sua finanza, un suo esercito, dove è possibile anche una flotta mercantile; organizza leghe militari, combatte i Comuni, ha sogni di ampio dominio. Le esigenze di guerra accentrano i poteri, assopiscono le forme democratiche, aprono la via a piccole e a grandi dittature locali e regionali.

Di qui gli organismi più vasti e più complicati, signorie e principati, che fanno nascere il problema di un assetto politico più unitario e più sicuro nella penisola, tentando ora la soluzione federale (tale era l'idea di Cola di Rienzo), ora la soluzione unitaria con Gian Galeazzo Visconti a Milano e con Ladislao re di Napoli. Vane speranze, annullate da gelosie reciproche, da abitudini di libertà locali, da immaturità di coscienza nazionale, ed ancor più da pareggio di forze tra i vari che aspirano a costituirsi un grande regno, onde i tentativi d'una parte vengono paralizzati da quelli della parte opposta. L'unità apparve come un pericolo per la libertà. In tali condizioni non fu possibile giungere che ad un sistema di equilibrio politico che soltanto il prestigio personale di Lorenzo il Magnifico riusci a prolungare.

Ma siffatto equilibrio, retto da piccoli espedienti e da compromessi fallaci, non poté produrre accordi durevoli. Nessuno degli Stati contraenti, Milano, Venezia, Firenze, Napoli... fu disposto a rinunziare alla propria autonomia e rimase diffidente dell'altro. Quando le grandi monarchie d'Europa, Francia e Spagna, militarmente più forti, accampando pretesi diritti gettarono i propri eserciti sulla penisola, questa non trovò che troppo tardi una forza di resistenza collettiva, e l'I. perdette la propria libertà.

BibL.: Fonti : per il medioevo occupano il primo posto le opere di L. A. Muratori, Rerum Italicarum scriptores, 25 voll., Milano 1723-51 (una riedizione, voluta da G. Carducci, iniziata dal 1900, non ha ancora compreso tutto il materiale raccolto dal Muratori, mentre sono pubblicati alcuni voll. di accessiones), e Antiquitates Italicae medii aevi, 6 voll., Milano 1738-43. Inoltre: Historiae patriae monumenta, edita iussu regis Caroli Alberti, 24 voll., Torino 1836-84; le Fonti per la storia d'I. (Roma 1890 sgg.) e i Regesta chartarum Italiae (ivi 1907 sgg.) dell'Istituto storico italiano per il medioevo; i Monumenta, le Miscellanee e i periodici delle Società e Deputazioni di storia patria (particolarmente importante la Miscellanea di storia italiana, della Deputazione di Torino ( 1862 sgg.), che riguarda la storia di tutta la Penisola); il Bullettino dell'Istituto italiano ( 1842 sgg.). Alcuni testi vanno ricercati nella PL, altri nei MGH: altri ancora non sono nelle collezioni. Sono pure da consultare per i documenti imperiali J. F. Böhmer, Regesta imperii, voll. I-II, Innsbruck 1889-93 ( 2ᵃ ed. del I vol., ivi 1908); voll. V-VII, ivi 1881-98; vol. III, ivi 1887; per quelli pontifici: Jaffé-Wattenbach; Porthast; P. F. Kehr, I. pontiflcia, 8 voll., Berlino 1906-35.

Studi: F. Dahn, Urgeschichte der germanischen und romantichen Völker, 4 voll., Berlino 1881-98; F. Gregorovius, Storia della Città di Roma nel Medio-Evo, 4 voll., trad. it. Roma 1900; F. Chalandon, Histoire de la domination Normande en Italie et en Sicile, Parigi 1907; L. Halphen, Etudes sur l'administration de Rome au Moyen dge (131-1171), Parigi 1907; L. M. Hartmann, Geschichte Italiens im Mittelalter, 3 voll., Gotha-Lipsia 1897-1911; L. Duchesne, Les premiers temps de l'Etat Pontifical, Parigi 1911; L. Fliche, La Réforme Orégarienne, 2 voll., Lovanio 1924-25; F. Schneider,

Rom und Romgedanke im Mittelalter, Monaco 1926; H. Grisar, Roma alla fine del mondo antico, 2 voll., 2ᵃ ed., Roma 1931; G. Volpe, Il Medioevo, 2ᵃ ed., Firenze 1932; R. Morghen, Le concezione dell'Impero romano-germanico e la tradizione di Roma da Carlo Magno a Federico II, in Rend. Ass. Lincei, sces. VI, vol. XIII, 1936; E. Jordan, L'Allemagne et l'Italie au XIIe et XIIIe siècles, Parigi 1939; G. Romano-A. Solmi, Le dominazioni barbariche in I. 1393-888), 3ᵃ ed., Milano 1940; L. Salvatorelli, L'I. comunale dagli inizi del sec. XI alla metà del sec. XIV, 2 voll., ivi 1940; E. Garin, Il Rinascimento italiano, Milano 1941; G. Falco, La Storia Romane Repubblica. Profile storice del Medio Evo, Napoli 1942; E. Dupré Theseider, L'idea imperiale di Roma nella tradizione del Medioevo, Milano 1942; L. Sorrento, Medievalia, Brescia 1943; Ch. Petit-Dumillis e P. Guinard, L'Essor des états d'Occident, 2ᵃ ed., Parigi 1944; P. Brezzi, Roma e l'Impero medievale, Bologna 1948; N. Valeri, L'I. nell'età del Principati, Milano 1949; L. Salvatorelli, I. medievals, Milano s. d.; R. Cessi, Regnum ed Imperium in I., Bologna 1949; G. Fasoli, I Re d'I., Firenze 1949; G. Mollat, Les Papes d'Avignon, 10a ed., Parigi 1950; L. Simeoni, Le Signorie, Milano 1950.
12. Età moderna e contemporanea. - a) La conquista dell'I. - "Anno 1494 : anno infelicissimo, anno primo degli anni miserabili», scriveva il Guicciardini, pur non celando il suo grande stupore per la ricchezza delle nostre città : robuste come organismi economici, maestre di arte e di scienza, centri cospicui di un nuovo movimento di civiltà, animate dalla protezione di pontefici e di signori.

Il contrasto che turbava Guicciardini era nell'esistenza di una superiorità civile dell'I., compromessa nel momento in cui l'I. stessa stava per divenire la più ambita preda delle grandi monarchie d'Europa, forti della propria unità politica.
L'I. è una costellazione di cinque maggiori Stati che faticosamente si bilanciano: Milano, Venezia, Firenze, Roma, Napoli; pure indipendenti sono alcuni Stati minori: Savoia, Mantova, Ferrara, Saluzzo, Modena, Genova; la Sicilia e la Sardegna, sono alla dipendenza degli Aragonesi di Spagna.

Frantumata e perciò debole, logorata da gelosie interne, incapace di accordi durevoli, l'I. diventa l'oggetto comune delle ambizioni delle giovani potenze, poiché I. vuol dire il più ricco tesoro di beni e di fortune mediterranee, strada aperta verso l'Asia e verso l'Africa; con numerosi porti, naviglio mercantile o da guerra, ricchezza bancaria e industriale, robusta riserva di uomini, di armi e di vettovaglie. Dapprima Francia e Spagna, poi Impero, Svizzera, Turchi, si prefiggono la conquista dell'I. o di una parte di essa.
b) Tentativi di re francesi. - La Francia elabora una politica italiana invocando vecchi diritti sulla Lombardia e sul Regno di Napoli, senza pensare più all'altra sponda. Abbandona le sue aspirazioni sull'Inghilterra: rinuncia anche alla espansione verso le Fiandre, la Germania e la Spagna per avere l'I. Carlo VIII, sebbene abbia preso il titolo di "re di Sicilia e di Gerusalemme", non aspira che al Regno di Napoli, quale erede degli Angioini.

Il suo governo disapprova questa guerra: non vede quale sicurezza possa dare una terra tanto distante. Ma il suo amore di avventura lo sollecita come lo sollecita Ludovico il Moro, usurpatore di Gian Galeazzo e imparentato con il Re di Napoli; ancora più lo sospingono alla conquista i baroni napoletani, in conflitto con la corona. L'impresa non incontra resistenza per la superiorità dell'artiglieria di Carlo VIII, Valicato il Moncenisio nel sett. 1494, egli passa a Milano avendo ottenuto promessa di libero passaggio dal Duca, e si dirige verso Firenze; Pietro de' Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico, gli fa omaggio, ma è costretto a lasciare la sua città dove il popolo è in fermento. Quando il Re vuol imporre alla Repubblica odiosi patti, si trova di fronte la minaccia di Pier Capponi a desiste dalle pretese. A Roma costringe ad accordi Alessandro VI. Il 22 febbr. dell'anno dopo entra in Napoli festeggiato dai baroni e prende possesso del reame. Al fulmineo successo delle armi francesi ritrispende tosto una coalizione fra Spagna, Casa d'Austria,

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Italia inizio sec. IX

1. Limite della supremazia di Carlomagno - 2. Regno d'Italia.
2. Patrimonio di S. Pietro. - 4. Impero Romano d'Oriente.
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Italia al 1559

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Venezia, Milano ed Alessandro VI : inizio di una politica di alleanza che nasce intorno al problema italiano; Carlo VIII, sopraffatto dalle forze della lega, si apre a stento un passaggio a Fornovo ( 6 luglio 1495) e ripara in Francia.

Nel 1498, moriva Carlo VIII senza discendenti. Gli succedeva il cugino Luigi XII (1498-1513) della Casa Valois d'Orléans. Già signore di Asti in I., assunse il titolo di re delle Due Sicilie e di duca di Milano, pretendendo al Milanese come erede di Valentina Visconti, figlia di Gian Galeazzo. Egli si alleò con Venezia, a cui promise Cremona e Ghiaradadda, e affidò a Gian Giacomo Trivulzio, milanese, il comando delle sue truppe. Il Moro fuggì in Germania; ivi raccolse forze ma fu sconfitto a Novara e condotto in Francia dove finì i suoi giorni prigioniero. Luigi XII rimase signore di Milano. Di là, aggregatosi Cesare Borgia, il figlio di Alessandro VI che si era creato una propria signoria con alcune città delle Marche e di Romagna, mosse alla conquista di Napoli. Segreti accordi con Ferdinando di Aragona re di Spagna e di Sicilia, per una ripartizione del Regno, lo esposero a litigi per questioni di confini che gli costarono la rinuncia al Regno (1504). Napoli diventa, con la Sicilia, una provincia del Regno di Spagna.

I Veneziani, cresciuti in potenza con l'acquisto di Cremona, della Ghiaradadda e di alcuni porti delle Puglie e di citrà in Romagna, sembravano in proeinto di avere in loro balia la penisola, per cui Machiavelli scriveva: "O la sarà una porta che aprirà loro tutta I. o le fia la rovina loro".

Morto Alessandro VI nel 1503 saliva al soglio pontificio Giulio II che per rivendicare le città di Romagna occupategli aderì alla lega di Cambrai con il Cesare tedesco, Francia e Spagna a danno di Venezia ( 1508); questa, battuta ad Agnadello ( 1509 ), rinunciava al papa ed al re di Spagna i suoi nuovi possessi. Allora Giulio II si propose di cacciare i Francesi dall'I. con la forza di un'altra lega, detta Santa ( 8 ott. 1519). Vi aderirono gli Spagnoli, gli Imperiali, accanto a Inglesi e poi a Svizzeri e alla stessa Repubblica di Venezia. La penisola è nuovamente rimaneggiata. Massimiliano Sforza, figlio del Moro, ebbe il Ducato di Milano. La Repubblica di Firenze, che aveva partecipato per i Francesi, fu abbattuta e ricadde in mano dei Medici (ag. 1512). Parma e Piacenza furono cedute al pontefice Giulio II; gli Svizzeri presero Locarno e la Valtellina.

Nel 1515 Francesco I, successo al cugino Luigi XII sul trono di Francia (1515-47), ricuperava il Milanese con la battaglia di Marignano (13-14 sett.) e sottometteva Genova.
c) La contesa tra Francia e Spagna. - L'anno dopo a Ferdinando il Cattolico, re di Spagna, succedeva il nipote sedicenne, che tre anni più tardi, in gara con Francesco I, era eletto imperatore. La vastità dei domini che Carlo V raccoglieva con la duplice corona di Spagna e di Germania soffocava da ogni lato la Francia, mentre i beni di oltre mare parevano conferirgli una sovranità mondiale. Francesco I osò contrastargli tanta potenza e la lotta combattuta in I. e in Francia, con il concorso dei maggiori Stati, durò 39 anni: dal 1520 al 1559 , con sorte per lo più avversa ai Francesi e portò profondi rivolgimenti nel sistema territoriale della penisola. Francesco I iniziò la guerra nel 1521. Un esercito inpanotedesco conquistò Milano. Gli Svizzeri, al servizio della Francia, assalirono l'esercito imperiale presso Milano, alla Bicocca, ma furono battuti; anche Genova fu tolta alla Francia e la Lombardia fu data a Francesco II Sforza, fratello di Massimiliano. Francesco I talla Francia calo in I. per il Moncenisio e rioccupò Milano (ott. 1524). Le truppe di Carlo si ridussero entro Pavia che fu assediata dai Francesi. Dopo 4 mesi di assedio si impegnò una battaglia campale ( 24 febbr. 1521) rovinosa per Francesco I, fatto prigioniero e condotto a Madrid. Tutto andò perduto. Gli Stati italiani sentirono il pericolo della potenza asburgica e si accostarono alla Francia (ag. 1525), seguiti dall'Inghilterra che partecipò anch'essa ad una politica italiana.

Rievuta la libertà, ecco Francesco I al centro di una lega ora contro gli Imperiali, insieme con il papa Cle-
mente VII, i Veneziani, i Fiorentini e lo Sforza. Ancora una volta il papa appariva liberatore d'I. Ma le truppe della lega non ebbero fortuna. Roma fu assalita e messa a sacco dai lanzichenecchi (1527); il Papa, riparatosi in Castel Sant'Angelo, dopo nove mesi riscattò con il denaro la sua città; frattanto la peste desolava l'I., la povertà e il dissolvimento colpivano tutti, dai contadini agli artisti, sbandati ed esuli. Una breve tregua segnata dalla pace di Cambrai ( 1520 ) rimetteva a Milano lo Sforza, a Firenze i Medici, mentre Carlo V, signore di Napoli, prendeva a Bologna la corona imperiale ( 21 febbr. 1530). Firenze, dove s'era restaurata la repubblica nel 1527, tentava di resistere al ritorno dei Medici, e per 10 mesi sosteneva l'assedio degli Imperiali, difesa dalle fortificazioni di Michelangelo. Nell'ag. si arrese e i Medici rientrarono e vi stettero fino al 1737.

Il sacco di Roma e la capitolazione di Firenze chiudono il periodo aureo del Rinascimento. Nel 1520 moriva Raffaello, un anno dopo Leonardo, nel 1527 il Machiavelli, nel 1533 l'Ariosto, l'anno seguente il Correggio, nel 1531 Andrea del Sarto. Letterati ed artisti si portano nelle corti straniere e vi diffondono le luci del loro genio. Il Rinascimento italiano diventa europeo, mentre va declinando nella sua terra d'origine. Incomincia l'età della Riforma.

Dopo i trionfi di Lutero in Germania, nel 1545 si apriva il Concilio di Trento (v. trento, concilio di).

Intanto nel 1536 il conflitto veniva ripreso. Francesco I, senza dichiarazione di guerra, con ingiustificata violenza, il 3 apr. entra in Torino, considerata base della resistenza degli Imperiali e nuovo punto di partenza per la conquista della Lombardia: il Piemonte restò in possesso di Francesco per 23 anni.

Nel 1536 Carlo V abdica lasciando al fratello Ferdinando I l'Impero, al figlio Filippo II i domini di Spagna; la Casa d'Austria non è più un blocco solo, ma è suddivisa nei due rami, d'Austria e di Spagna. La guerra prosegue, giunta alla sua sesta ripresa. Enrico II, successo al padre Francesco I nel 1547, rinnova la passata ostilità, ma per più breve tempo e con avverso destino. Filippo II si apre la via di Parigi con la battaglia di S. Quintino (ag. 1557). Il trattato di pace concluso a Catesu Cambrésis (1559) afferma il predominio spagnolo in I. : Lombardia, Napoletano, Sicilia, Sardegna e lo Stato dei Presidi (fortezze sul Mar Tirreno) rimangono in possesso della Spagna per un secolo e mezzo. Il Piemonte ritorna in parte ai Savoia, nella persona di Emanuele Filiberto, il combattente di S. Quintino con gli Imperiali. Il Ducato di Firenze, che fra poco sarà granducato, restava ai Medici ingrandito con il territorio senese.
d) Periodo spagnolo: attivitá e passivitá. - Questo periodo di guerra non fu tutto passività per l'I. Essa perdette uomini, terre, armi, ma non perdette mai il prestigio della propria superiorità intellettuale.

Il nuovo assetto è già un progresso: esso offre una maggiore omogeneità politica raccogliendo maggior numero di terre entro una stessa potestà statale.

Il regresso si attua nella vita economica e civile e nella produzione industriale e agricola; i migliori esulano, la nobiltà si ritrae dalle usate attività, la borghesia è soffocata dalla concorrenza straniera e dal movimento di affari transoceanici, dai quali rimane esclusa. Ma non dovunque è vita misera e provinciale; quel tratto d'I. che è ancora libera dallo straniero, rientra nella grande politica, riprende la vecchia contesa tra Francia e Spagna, ipperditta di ogni fatto nuovo soprattutto per svolgere una politica autonoma. Per opera del Piemonte l'I. cessa di essere un elemento passivo della politica europea. Già con Emanuele Filiberto porta il suo peso sui destini d'Europa; egli considera il suo Stato come «il bastione d'I. n; cerca uno sbocco al mare, comperando Omeglia; impone l'uso della nostra lingua negli arti pubblici. Ancor più decisamente italiana è l'attività diplomatica e militare di Carlo Emanuele, che tenta un'azione concorde con la Francia di Enrico IV per scuotere la egemonia asburgica. Egli, più che sui possessi transalpini, preme sul versante padano, mirando a Milano; punta su Genova che però resiste; ma riesce ad acquistare

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Finale; ottiene da Enrico IV il Saluzzese e possessi in terra francese. Combatte due volte per avere il Monferrato. Si oppone all'insediamento asburgico in Valtellina. La grande politica attira anche Venezia. Essa dà segni di forte vitalità nella lotta contro i Turchi a Lepanto, (1572) nella difesa, per quanto rovinosa, di Cipro e di Candia, nell'occupazione del Peloponneso che tenne dal 1699 al 1718.

La Toscana fa grandi sforzi per sfuggire al pericolo comune di decadenza e con il granduca Cosimo I (15371574) poi con Ferdinando I (1587-1609) ha momenti di fioritura commerciale e portuaria. Lo Stato della Chiesa, che divide i domini spagnoli del nord da quelli del sud, è un freno al dilagare della potenza madrilena. Tutto rivolto alla restaurazione del cattolicesimo, ritrova le forze di ordine e di disciplina che avevano fatto la grandezza del papato nel medioevo e si giova del Concilio di Trento (1545-65), del l'Ordine dei Gesuiti, come di altri Ordini e Congregazioni, del Tribunale supremo dell'Inquisizione a Roma per una sistematica lotta contro l'eresia che s'era presentata minacciosa anche in I.

L'I. diede ogni giorno il suo contributo a questa opera di restaurazione religiosa e visse ancora in solidarietà con la Chiesa, negando la propria adesione al protestantesimo. Mentre il papato nutriva l'ideale di un umanesimo cristiano che non sacrificasse, come il vecchio umanesimo, il culto della virtù a quello dell'arte, i condottieri della riforma cattolica ponevano la perfezione morale al di sopra di ogni altra perfezione attuando prodigi di spiritualità cristiana, trasfusi in opere religiose e civili, non supposti dai capi luterani : scuole, orfanotrof, ospedali, oratori per fanciulli, colonie di missionari in terre lontane, ecc.
e) L'I. e le guerre di successione. - La situazione interna d'I. muta radicalmente con le tre guerre di successione, spagnola, polacca, austriaca. La prima, conclusa con i trattati di Utrecht (1713) e di Rastadt (1714), toglie alla Spagna i possessi in I., e assegna all'Austria il Milanese, con l'aggiunta del Mantovano tolto ai Gonzaga, nemici dell'Impero, di Napoli e della Sardegna; dà la Sicilia a Vittorio Amedeo II con il titolo regio; la seconda guerra (pace di Vienna 1718) assegna la Toscana al duca di Lorena, Francesco Stefano, esandosi estinti i Medici con Gian Gastone; toglie all'Austria Napoli e la Sicilia che trasferisce a Don Carlo di Borbone, lasciando all'Austria, con il Milanese, Parma e Piacenza; assegna Novara e Tortona al re del Piemonte Carlo Emanuele III; la pace di Aquisgrana (1748) che chiude la terza guerra riduce alla sola Lombardia il dominio austriaco in Italia, porta fino al Ticino il Regno sabaudo con l'alto Novarese e l'Oltrepò pavese.

Queste guerre trovarono il Piemonte preparato a giocare sul vecchio dualismo franco-asburgico, e a cercare fra gli stranieri un punto d'appoggio per connettersi con le forze d'Europa ed entrare attivamente nella vita internazionale.

Fra la prima e la seconda guerra cade l'avventura di Giulio Alberoni, il cardinale che fu primo ministro alla corte di Madrid, con il suo grandioso programma di togliere all'Austria le province d'I., per darle ai figli di Elisabetta Farnese che egli aveva unito in matrimonio con Filippo V di Spagna. Esito infelice: l'Alberoni fu licenziato.

Vittorio Amedeo dovette accettare la Sardegna in cambio della Sicilia, ceduta all'Austria. Nella guerra di successione polacca trovò un posto di combattimento Carlo Emanuele III di Savoia con la promessa del Milanese, negata e ridotta poi alla consegna di poche citti.

Nella terza guerra, austriaca, lo stesso Re rinnova la sua collaborazione con la stessa posta di Milano, in cui si insedia per pochi mesi, vi si accosta poi con un altro passo innanzi, dopo la brillante vittoria dell'Assietta (1747). Un anno prima, Genova aveva cacciato gli Austriaci che si erano introdotti in Liguria.
f) Il periodo riformatore. - Ed ora cinquant'anni di pace. La situazione territoriale rimane immutata, cccetto la perdita della Corsica, che Genova vendette alla Francia nel 1768 per liberarsi dei continui torbidi isolani. Pace feconda di avanzamenti ideali e reali. Non più moto di eserciti, ma di pensiero: studio di problemieconomicoamministrativi; esame del problema d'I.: si comincia a delineare la necessità di una I. libera per potersi affiancare
con le grandi potenze d'Europa. Il Muratori presenta la storia d'I. in un corpo organico. Il Vico sostiene l'intima autonomia nello sviluppo dei popoli, entro regole eterne.

Il Parini deplora l'ozio dei nobili; l'Alfieri la servilità d'I.; il Genovesi la disunione economica; il Baretti la divisione politica; il Verri l'intralcio delle barriere interne; il Filangeri la mancanza di colonie sull'altra sponda; il Beccaria l'inumanità del diritto penale e il monopolio della mano d'opera. Filosofi e letterati zespingono i governi d'I. ad attuare riforme che aumentino i prodotti dell'industria e della terra, riducano i privilegi di classe, adeguino il clero ai laici negli obblighi tributari, svincolino le terre dalla manomoria e il lavoro dai ceppi del corporativismo medievale; riforme che favoriscano i traffici sul sistema stradale e la navigazione interna. Si avverte l'inferiorità dei piccoli Stati entro la piccola economia di provincia. Si comincia a considerare l'I. su di un piano di interessi nazionali: ecco il progetto Galeani Napione del 1780 per un ordinamento unitario federale della penisola, per un accordo militare e commerciale tra tutti i suoi Stati. Egli invoca l'influsso morale di Roma e si augura il primato effettivo dei Savoia. Prima grande idea di una collaborazione nazionale, con a capo il pontefice, moderatore supremo di una politica sabauda su vasta scala.

Dei cinquant'anni di pace, profitta l'I. colta, anche per accogliere favorevolmente le novità dottrinali che matureranno con la Rivoluzione Francese.

Infatti la dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino viene accolta nei cenacoli dei filosofi e nelle logge massoniche d'I. con entusiasmo: essa promuove la formazione di un partito democratico repubblicano, unitario secondo alcuni, federale secondo altri. Viene accolto ugualmente il principio della sovranità popolare di cui si apprezza il significato quale pubblica affermazione del diritto all'indipendenza dal dominio straniero; esso crea il "patriottismo ", non più locale o culturale, ma nazionale e democratico.

Bist.: Fonti: per l'stà moderna non si hanno collezioni generali di fonti: il materiale, vastissimo, è disperso in raccolte molteplici. in edizioni monumentali come quelle dei diari di Marin Sanudo per Venezia, quelle che riguardano Firenze, Na-

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Italia al 1848

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poli ecc. Si aggiungano carteggi di personaggi illustri, relazioni diplomatiche, discorsi politici, bollari di pontefici ecc. E non tutto di quanto si ha a stampa ha avuto un'edizione adeguata. Pastor: C. Morandi, Idee e formazioni politiche in Lombardia dal 1746 al 1814, Torino 1927; N. Cortese, Stato ed ideali politici nelI'I. meridionale nel' 700 , Bari 1927; C. A. Jemolo, Il giansenismo in I. prima della rivoluzione, ivi 1928; B. Croce, Storia dell'età barocca, ivi 1929; A. Anzilotti, Movimenti e contratti per l'unità italiana, ivi 1930; F. Valsecchi, L'assolutismo illuminato in Austria ed in Lombardia, Bologna 1931; E. Fueter, Storia del sistema degli Stati europei dal 1401 al 1539, Firenze 1932; E. Walser, Gesammelte Studien zur Geistesgeschichte der Renaissance, Basilea 1932; A. Fanfani, Le origini dello spirito capitalistico in I., Milano 1933; F. C. Church, I riformatori italiani, trad. it., Firenze 1933; F. Chabod, Per la storia religiosa della Stato di Milano durante il dominio di Carlo V in Lombardia, Bologna 1938; D. Cantimori, Eretici italiani del Cinquecento, Firenze 1939; P. Paschini, Roma nel Rinascimento, ivi 1940; G. Toffanin, Storia delI'Umanesimo, Bologna 1943; E. Pontieri, Il tramonto del baronaggio siciliano, Firenze 1943; E. Dammig, Il movimento giansenista a Roma nella seconda metà del sec. XVIII, Città del Vaticano 1942; H. Jedin, Katholische Reformation oder Gegenreformation?, Lucerna 1946; E. Codignola, Illeministi, giansenisti e giacobini nelI'I. del Seccento, Firenze 1947; M. Petrocchi, La controviforma in I., Roma 1947; H. Jedin, Storia del Concilio di Trento, Brescia 1949; F. Chabod, Gli studi di storia del Rinascimento, in Cinquanta anni di vita intellettuale, Napoli 1950, pp. 123-207; P. Tacchi Venturi, Storia della Compaznia di Gesù in I., Roma 1950; M. Petrocchi, Il tramonto della Repubblica di Venezia e l'assolutismo illuminato, Venezia 1950.
g) Il periodo francese. - Le logge massoniche si convertono in clubs giacobini. Al riformismo legale succede l'agitazione rivoluzionaria. Le nuove idee hanno già i loro affermatori a Napoli (1794), a Palermo (1795), a Bologna (1794). Napoleone passa le Alpi nel 1796 con promesse di libertà. Il partito dei novatori ludingato e credulo gli facilita la marcia. Egli viene a combattere l'Austria nella pianura padana per aprirsi la via di Vienna attraverso i valichi alpini.

Il re di Sardegna Vittorio Amedeo III accetta la guerra entrando nella prima coalizione a fianco dell'Austria, e ne è la prima vittima.

Bonaparte, battuti gli Austro-Sardi a Montenotte e a Millesimo, costringe Vittorio Amedeo III a cedere la contea di Nizza e la Savoia, le fortezze di Cuneo, Tortona, Alessandria. Il Piemonte è liberi via di transito ai francesi. Bonaparte entra in Milano il 12 maggio 1796 e punta su Mantova che capitola nel genn. 1797.

Questa prima guerra contro l'Austria si chiude con il trattato di Campoformio che dà ad essa il Veneto in cambio del Belgio per la Francia. Napoleone prosegue la campagna d'I. per la conquista dell'intera penisola, puntando anche su Roma.

Pio VI ha sconfessato quei sacerdoti francesi che avevano prestato il loro giuramento alla Repubblica : perciò la Francia ritiene ostile la S. Sede. Ostili sono anche le plebi d'I. Le vittorie dei sanculati hanno infatti una risposta in senso conservatore nelle sommosse rurali e urbane che vogliono difendere le proprie tradizioni e la propria Chiesa; le più clamorose furono le pasque veronesi, nell'anniversario dei Vespri Siciliani.

Bonaparte incoraggia i novatori ad insorgere contro i vecchi governi e istituisce una legione italica a cui viene consegnata la bandiera tricolore. Cade ovunque l'antico regime. Sorgono repubbliche regionali, italiane, ma tutelate dai comandi militari francesi e dai delegati di Bonaparte. Ecco la Confederazione Cispadana ( 7 genn. 1797: Parma, Modena, Ferrara, Reggio) che, ingrandita dalla Lombardia, divenne la Repubblica Cisalpina ( 18 luglio 1797); poi altre di ugual stampo, la Ligure, la Romana, con l'arresto del Papa (condotto in Francia prigioniero), quindi la Partenopea ( 24 genn. 1799), provocata dall'inutile intervento di Ferdinando IV per restaurare lo Stato della Chiesa; così pure la Toscana, trasformata nella Repubblica Etrusca; e da ultimo il Regno Sardo, ove Carlo Emanuele IV, succeduto a Vittorio Amedeo III, dovette rinunciare al Piemonte a favore della Francia, ritirandosi in Sardegna, come Ferdinando di Napoli si era ritirato in Sicilia.

La momentanea assenza di Napoleone dall'Europa, per l'impresa d'Egitto, riporta in Italia gli Austriaci al-
leati dei Russi (1799). E la reazione dei 13 mesi; cadono le repubbliche, risorgono i regni di prima. Ma con il ritorno di Napoleone, nuovo sovvertimento. La vittoria di Marengo assicura a lui il Piemonte e la Lombardia. Il primo è incorporato con Genova alla Francia, l'altra rinnova la Repubblica Cisalpina, che di lì a poco, dopo i comizi di Lione, prende il nome di Repubblica Italiana. La Toscana con lo Stato dei presidi diventa Regno di Etruria per Ludovico I, genero del re di Spagna, in cambio di Parma e di Piacenza: il Papa e Ferdinando IV rientrano nei loro Stati.

Lo sviluppo dell'imperialismo francese, vòlto alla conquista d'Europa, muta ancora la carta d'I. La Repubblica Italiana diventa Regno d'I. (1805) : viceré il figliastro di Napoleone, Eugenio di Beauharnais, ma con l'aggiunta di Parma, mentre Genova è annessa alla Francia. Nel 1808 il Regno è accresciuto della Venezia, ma i suoi domini sull'altra sponda sono annessi alla Francia con il nome di Provincie Illiriche.

Nel 1807 Toscana e Parma diventano dipartimenti della Francia, e Firenze capoluogo e sede di corte per Elisa Baciocchi, sorella di Napoleone.

Nel 1808 il Regno d'I. è accresciuto delle Marche per metterlo in comunicazione più diretta con il Regno di Napoli che da Ferdinando Borbone passa a Giuseppe Bonaparte; questi poi, fatto re di Spagna, lo cede a Gioacchino Murat. Il 17 maggio 1809 Roma è dichiarata città dell'Impero e tutto il restante territorio pontificio diventa territorio francese. Pio VII è deportato a Savona.

Nel 1810 il Regno d'I. acquista ancora il Trentino e l'Alto Adige fino alla chiusa di Bressanone. Ma poco dopo tutto precipita insieme con la fortuna di Napoleone. Dei reggitori napoleonici, nel 1814, rimane in I. solo il Murat : ma egli invano tenta con il proclama di Rimini (marzo 1813) di mantenersi il Regno che è ri preso da Ferdinando IV.

Gli Austriaci entrano in Milano il 30 maggio 1814.
b) Restaurazione e fermenti liberali. - Il Congresso di Vienna decide le nuove sorti d'I. con l'atto finale del 9 giugno 1813; il Lombardo-Veneto è dato all'Austria; Genova è aggiunta al Piemonte; Modena e Reggio passano ad un arciduca austriaco, Francesco IV d'Este; il Granducato di Toscana a Ferdinando III di Lorena; il Regno delle due Sicilie a Ferdinando I di Borbone, già Ferdinando IV. Il Papa è reintegrato nei suoi domini, mentre l'Austria tiene presidio a Ferrara e si sforza di condurre la politica italiana.

Gli anni che seguono sono un continuo fermento di idee novetrici e un lavoro preparatorio della riscossa nazionale. La spinta è ancora la vicenda napoleonica. Erano passati vent'anni di contatti italo-francesi, fecondi anche nei loro quotidiani attriti.

La cruda esperienza smorzò le prime illusioni. Si cominciò a credere non più in una libertà alargita, ma guadagnata. I moti anti-napoleonici predisposti da una società segreta detta de' Raggi, preludio di quella carbonara, e il famoso tentativo del generale cisalpino Lahoz per dare al misogallismo dell'Alfieri l'eloquenza delle armi, aveva già messo a prova la coscienza nazionale, addestrata ai prodami insurrezionali dello stesso Bonaparte. L'I. ora prosegue su quella strada, mettendo a profitto i risultati positivi della dominazione francese. Se la Francia aveva dato una vana illusione di libertà politica, aveva tuttavia, se non altro formalmente, promosso l'esercizio di una certa libertà civile ed amministrativa.

Così l'I. riprese l'opera interrotta dal Congresso di Vienna, ma con proprie iniziative. Ecco il primo Risorgimento che ha gli stessi uomini di ieri, gli ex-ufficiali italiani di Napoleone. L'ideale di indipendenza che cospira nelle società, sfocia nei moti costituzionali del 1820-21 e poi del' 30-31 che si sperò erroneamente di coordinare con le insurrezioni straniere, prima di Spagna, poi di Francia. L'Austria li soffocò nel nascere. L'ultimo moto carbonaro, scoppiato nel 1831 a Modena, fu stroncato dal duca Francesco IV.

Tra queste distrette nasce il mazzinianesimo con il principio nuovo : la Repubblica unitaria. Mezzi d'azione :

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l'iniziativa italiana, l'intervento del popolo, concezione della vita come una battaglia, accettazione della prova come un mezzo di risorgimento, armonia fra il pensiero e la azione. Meta prossima : la libertà dell'I. ma quale condizione essenziale per la libertà dell'Europa e del mondo. Meta ultima: Roma sede di un concilio teocratico-lisico dei popoli per una fraternità senza confini e senza distinzioni di razza. Strumenti di propaganda: la Giovane Italia, che fu associazione e giornale.

L'idea rivoluzionaria acquistò terreno, ma l'attivismo di G. Mazzini si tradusse in un vano sacrificio di giovani vite. Nasce la critica al mazzinianesimo come questo l'aveva fatta alla carboneria. Si cercano altri mezzi. Vincenzo Gioberti guarda alla Chiesa. Con il suo «Primato degli Italiani» (1843) vuol preparare all'I. un pontefice che sia ispiratore della rivoluzione nazionale, attingendo dalla storia d'I. la tradizione di un popato sempre solidale con la causa italiana. E la premessa storica del partito neo-gusello; espressione italiana di un mu-vimento europeo, il romanticismo cattolico-liberale. Chateaubriand aveva scritto ca. 20 anni prima: «Le arti italiane ebbero Leone X; non potrebbe avere un altro Leone l'italiana libertà ?». Mazzini confidava nel popolo. Ora si confida nel Papa e nei principi. Massimo D'Azeglio (1846) biasima i moti insurrezionali e sostiene la necessità di creare un'opinione pubblica nazionale intorno ai problemi economici d'I. per eccitare un'azione di governi in senso liberale e per creare l'accordo fra i principi e il popolo.

L'elezione di Pio IX (1846) parve realizzasse tali aspirazioni. Egli inizia il Risorgimento sopra il terreno della legalità e dell'azione statale. Le sue riforme trovano i principi d'I. disposti ad essere ugualmente riformatori. L'opinione pubblica invoca una costituzione. La si attende nel nome del nuovo Pontefice che eleva il grido fatidico: "Benedite Gran Dio l'I.». Pio IX diventa un simbolo. Quando Vienna insorge, eccitata dalla rivoluzione di Parigi, Milano si solleva e combatte le sue cinque giornate per cacciare gli austriaci di Radetzky. Anche Venezia è in fiamme. Si invoca l'intervento del Piemonte, e Carlo Alberto delibera la guerra. Il 27 marzo del 1848 egli varca il Ticino e muove oltre il Mincio. La prima campagna d'indipendenza, con i contingenti militari affluenti da ogni Stato della penisola, di fatto anche dallo Stato pontificio, insieme con numerosi volontari, ha lieto inizio a Goito e Peschiera, ma infausto epilogo a Custoza ( 23-25 luglio). L'abbandono dei principi, resi diffidenti dal fatto che il Piemonte non ne voleva sapere di giungere alla lega federativa, portò la dissoluzione. Radetzky rientra in Milano il 6 ag. e Carlo Alberto rientra in Piemonte. L'anno seguente, Carlo Alberto ritenta la prova ma è nuovamente sconfitto a Novara ( 23 marzo 1849). Egli abdica in favore del figlio Vittorio Emanuele II e va esule ad Oporto, ove muove il 28 luglio.

Il neo-gusfilismo non ebbe buona fortuna, sia per il mancato accordo fra i principi perché era temuta la supremazia del Piemonte, sia per le mene sovvertitrici degli estremisti mazziniani. Dopo il 1849 si rinnovano le congiure.
i) Cavour e il Piemonte. - Ma la questione italiana viene ripresa e monopolizzata dal Piemonte e le dà luce il Cavour che guarda a Parigi e a Londra. E da quelle capitali si guarda pure a Torino. L'intesa avviene sulla guerra di Crimea. Il Piemonte, richiesto di aiuti, vi partecipa, insieme con i franco-inglesi, contro la Russia. Nel Congresso della pace, a Parigi, Cavour raccoglie le prime simpatie internazionali. Sono i primi frutti della politica liberale europea. Poi l'incontro con Napoleone III a Plombières e l'impegno di una collaborazione francese alla guerra contro l'Austria. La seconda campagna d'indipendenza (1859) è rapida da Magenta a Solferino. La Lombardia è indipendente; rimane però ancora austriaco il Veneto. Ma Cavour raccoglie più ampia messe. Fa insorgere le popolazioni dell'I. centrale (Modena, Parma, Bologna, Toscana). Ne annette i territori con voto plebiscitario. Prevale l'idea monarchica per opera della rivoluzione abilmente timoneggiata a favore della dinastia sabauda. Così quando la marcia dei garibaldini si arresta al Volturno, Cavour non lascia l'iniziativa anti-borbonica
totalmente in balia del partito d'azione a sfondo mazziniano e sinistro. Teme la repubblica e per questo invia re Vittorio attraverso le Marche e l'Umbria ad incontrare Garibaldi, che cede all'esercito regio e si ritira a Caprera.
l) Il Regno d'I. - Il 14 marzo 1861 venne proclamato a Torino il Regno d'I., nel primo Parlamento nazionale composto di 214 senatori e 413 deputati, rappresentanti di tutte le regioni. Il 6 giugno moriva il Cavour che stava preparando diplomaticamente l'acquisto di Venezia e di Roma.

Dei due problemi, l'uno fu risolto da La Marmora mercé l'alleanza con la Prussia sollevatasi contro l'ege. monia dell'Austria, quindi con una campagna del 1866 nel Veneto sia per terra (Custoza) sia per mare (Lissa). L'altro, dopo i tentativi garibaldini, stroncati dall'intervento sabaudo (Aspromonte) e dalle congiunte forze franco-pontificie a Mentana (1867), fu risolto grazie alla caduta di Napoleone III (1870); la sconfitta di Sedan dava libertà di azione al governo italiano che non si ritenne più vincolato dalla Convenzione di Sett. (15 sett. 1864), cui era seguito il trasporto della capitale da Torino a Firenze per la sorveglianza dell'inquieto garibaldinismo. Il 20 sett. 1870 le truppe italiane entrarono in Roma e Pio IX si rinchiudeva in Vaticano. All'unità nazionale mancavano ancora i territori di Trento, di Trieste e dell'Istria.

Restava ora, per il componimento dell'impresa nazionale, la sistemazione unitaria spirituale e materiale del giovane Stato, che di unitario aveva solo la conformazione esteriore. Una pesante mole di problemi gravata sul nuovo Parlamento, composto di una Destra e di una Sinistra corrispondenti alle due principali tendenze di tutti i moti nazionali : il partito moderato e il partito d'azione, i monarchici e i repubblicani. La soluzione del problema finanziario, primo in ordine di tempo, fu l'ultima benemerenza della Destra storica; il pareggio fu raggiunto nel 1876 , anzi superato con l'avance di oltre 20 milioni; la rete ferroviaria e telegrafica, mezzi potenti di unione, erano raddoppiate.

In quell'anno la Destra cedette il governo alla Sinistra che a poco a poco aveva rinunciato al programma antimonarchico. Agostino De Pretis fu il primo dei vecchi repubblicani che indossò panni ministeriali, seguito poi da Cairoli, Crispi, Nicotera, Zanardelli. Si accentuò il regime di sovranità popolare. Ma la politica estera fu discorde dalla politica interna: questa si accostava alla Francia democratica con allargamenti graduali del suffragio elettorale; quella si stringeva agli Imperi centrali mediante la Triplice Alleanza (1887), risposta di Roma all'occupazione francese di Tripoli.

Il ministero Francesco Crispi tentò (1887-96) una politica militare a scopo coloniale, ma con tendenze dittatorie, sfociando nel disastro di Adua. Il partito socialista, sorto ufficialmente nel 1892, iniziò con Leonida Bissolati, sostenuto da Felice Cavallotti, un'agguerrita opposizione a qualsiasi avventura militare.

Il governo risponde con leggi eccezionali e numerosi arresti. Crispi dovrà dimettersi ( 9 marzo 1896), rassegnando il potere ad un uomo di Destra, il marchese di Rudinl. Il 29 luglio 1900 l'eccidio di re Umberto segna il tramonto della vecchia I. e l'affermazione decisiva di un governo liberale e democratico, prima con Zanardelli, poi con Giolitti, dal 1903 al 1914. Corrono anni di forte incremento industriale sorretto dalla politica borghese dei grandi affari, con occhio anche alle classi operaie, quindi rispetto della libertà di sciopero, tutela degli emigranti, campagna contro la malaria, incremento al cooperativismo, alle case popolari, agli istituti di previdenza e di assistenza, di assicurazioni. Nell'economia generale, favorita la grande industria, le bonifiche, il credito agrario, le ferrovie. E mentre il partito socialista abbandona il suo programma, la socializzazione della proprietà, piegando verso un moderato riformismo di Stato, la Chiesa attenua le rivendicazioni del potere temporale, sicché gradualmente anche le masse cattoliche scendono in campo sul piano sociale e politico, contrapponendo all'agnosticismo liberale ed al materialismo marxista, la concezione cristiana della vita pubblica.

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m) Leggi cversive contro la Chiesa. - Per quanto riguarda la politica nei confronti della Chiesa, essa fu ispirata, come già nel Regno sardo, al principio della separazione fra i due poteri. Questo voleva significare il motto cavurriano "libera Chiesa in libero Stato", la cui applicazione non poteva però non risolversi in misure contrarie ai diritti della Chiesa stessa. Si era cominciato sino dal 1848 con una legge contro i Gesuiti e le Dame del S. Cuore che furono sfruttati; e con lo stabilire che la differenza di confessione religiosa non fosse di ostacolo al godimento dei diritti civili e politici e all'ammissibilità alle cariche civili e militari. Con la legge Siccardi del 1850 furono assoggettate al giudice laico le contese del clero di carattere civile, le contestazioni beneficiarie e quelle riguardanti le proprietà della Chiesa ed i reati degli ecclesiastici, sopprimendo cosi il fòro ecclesiastico; fu imposto il beneplacito regio perché le istituzioni religiose potessero acquistare
diverse per cura d'anime; fu stabilito che i beni da loro posseduti, o da ottenersi in seguito, fossero convertiti per opera dello Stato iscrivendo nel debito pubblico dello Stato stesso una rendita del cinque per cento a favore dell'ente proprietario. In questa conversione però il trenta per cento fu attribuito al Fondo per il Culto (v.) che soppiantò in parte la Cassa ecclesiastica; ed altri gravami si aggiunsero a danno dell'asse ecclesiastico, oltre alle tasse ed alle imposte. Tutto questo, oltre che creare uno sconvolgimento
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l'ralia - Paesaggio dolomitico e costumi di Selva. Val Gardena (Bolzano).
mento ecclesiastico ed una sfiducia presso i cattolici nel nuovo regime, condusse all'allontanamento dei cattolici stessi dalla vita politica che si acui con l'occupazione di Roma (1870), la quale apriva la Questione romana (v.), e si giunse a tenere come regola di condotta il "non expedit», cioè l'inopportunità di eleggere e di essere eletti nelle elezioni politiche (di qui la massima : né eletti né elettori); inopportunità che fu ben presto autorevolmente interpretata come illiceità. A Roma furono applicate le leggi in vigore nel Regno ed alle pubbliche relazioni fra Chiesa e Stato si intese provvedere con la Legge delle Guarentigie (v.), del 13 maggio 1871.

Lo spirito laico prese nuovo coraggio dopo la costituzione del Regno unitario, grazie anche al lavorio costante della massoneria (v.); nel 1873 furono abolite le Facoltà teologiche nelle università, nel 1877 fu tolto l'insegnamento religioso nelle scuole secondarie, ed anche nelle scuole elementari fu man mano intralciato con prescrizioni spesso contraddittorie, tentando persino di escludere dall'insegnamento qualunque ministro del culto. Nel campo delle opere pie, tanto numerose e ben dotate, il governo si intromise con particolare accanimento per togliere ad esse ogni carattere religioso e per escludere in più casi i ministri del culto. Ciò avvenne particolarmente con la legge del 1890 , per cui furono esclusi i preti dalle Congregazioni di carità istituite nei singoli comuni con i beni e le rendite di pii benefattori e poste già sotto la sorveglianza della Chiesa. Questo trionfante laicismo, che si ammantava di patriottismo e mostrava sempre di temere un ristabilimento del potere temporale, giunse inoltre in nome della scienza a proclamare la Chiesa nemica del progresso e della libertà. Non fa meraviglia perciò che si creassero gravi difficoltà a quelle iniziative ed associazioni che si proponevano la difesa della secolare tradizione religiosa e che, in grazia della proclamata libertà, non si potevano ufficialmente impedire o sopprimere. Si procedette cosi fino alla prima guerra mondiale quando, grazie al lealismo dei cattolici ed alle benemerenze della S. Sede, si pensò che era pur pos-

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sibile un'intesa dello Stato italiano, ed è con questo spirito che si poté giungere ai Patti Lateranensi (v.).
n) Il sec. XX. - L'inizio del secolo vide l'I. sospinta verso una politica estera e coloniale che sboccò nell'occupazione della Libia e del Dodecanneso (1912) e nella partecipazione italiana, caduti per la violazione austriaca gli impegni della Triplice Alleanza, alla I guerra mondiale (v.). Questa, se restitui il paese quasi appieno nei suoi confini naturali ed etnici, segnò, con il depauperamento conseguente e con la difficoltà di reinserire nella vita di pace l'enorme numero di smobilitati, l'inizio di una serie di agitazioni; mentre a queste i governi tentavano di per fine con la concessione di varie provvidenze di ordine sociale e con il lassior esaurire la spinta delle masse popolari (Giolitti) sorse, formalmente come forza rivoluzionaria non marxista, ma con indirizzo fortemente nazionalistico, il movimento fascista (v. fascismo; Mussolini, Benito).

La dobolezza dei ministeri del tempo, la riluttanza dei Partiti popolare (v.) e socialista ad assumere le responsabilità del governo e la fatale ripugnanza del re nel proclamare lo stato di assedio, condussero alla cosiddetta "marcia su Roma" e alla presidenza Mussolini (28 ott. 1922).

Il fascismo al potere, dopo un periodo in cui sembrò voler condividere con alcuni partiti democratici la direzione della cosa pubblica, assunse, prendendo occasione dagli avvenimenti seguiti all'assassinio dell'on. Matteotti, la fisionomia di partito unico, sciogliendo o costringendo a sciogliersi i partiti di opposizione, e proseguendo poi instancabile l'opera di eliminazione degli avversari politici (Tribunais speciale, ecc.). In politica interna si distinse con una serie di provvidenze a carattere sociale e, ad onta dei suoi atteggiamenti e delle sue ideologie, spesso in contrasto con la dottrina della Chiesa, co ne è stato più volte rilevato da Pio XI (cf. in particolare la Non abbiamo bisogno: AAS, 23 [1931], pp. 285-312), con la conciliazione con la S. Sede (v. patti latetanensi); in politica estera, con atteggiamenti revisionistici del trattato di pace e con una tendenza espansionistica, specialmente in campo coloniale. Espressioni salienti di questa politica la guerra contro l'Etiopia (1936) e l'annessione dell'Albania (1939). L'isolamento nel quale venne a trovarsi l'I. spinse il governo fascista ad una stretta collaborazione con la Germania nazionalsocialista e con il Giappone, e alla conclusione di un trattato di alleanza militare (il cosiddetto "patto d'acciaio ", 1939) in seguito al quale l'I. entrò in guerra il 10 giugno 1940 a fianco della Germania (v. guerra monilara, II).

L'attività dei partiti antifascisti, che non avevano cessato, in I. e all'estero, di tener desto lo spirito di opposizione al fascismo, e l'andamento sfavorevole delle operazioni militari, mossero infine la Corona ad un atto di forza; prendendo occasione da una votazione del Gran Consiglio del Fascismo che aveva messo in minoranza il Mussolini, il Re costrinse quest'ultimo alle dimissioni (25 luglio 1943), affidando la presidenza di un governo di elementi tecnici al maresciallo F. Badoglio. Tale governo si trovò nella necessità di proseguire per il momento la guerra a fianco della Germania e di negoziate contemporaneamente con le Nazioni Unite la cessazione delle ostilità. La notizia dell'avvenuta firma dell'armistizio di Cassibile, diffuse l'8 sett. 1943, diede luogo ad una reazione da parte tedesca, che si concluse, di li a pochi giorni, con l'occupazione di una notevole parte dell'I. (fino a Napoli), con la liberazione del Mussolini e con la costituzione ad opera di questo, nell'I. settentrionale, della cosiddetta Repubblica sociale italiana (28 sett. 1943).

Alcuni dei componenti del governo legittimo, al seguito del Re e del Principe ereditario, trovavano rifugio nell'I. meridionale. Dichiarata guerra alla Germania ( 13 ott. 1943), si otteneva che le Nazioni Unite, in considerazione anche della leale esecuzione degli obblighi armistiziali, accettassero la limitata collaborazione delle
forze armate italiane, riconoscendo all'I. lo status di cobelligerante.

Nell'I. occupata dai tedeschi i Partiti antifascisti, costituitisi in Comitato di liberazione nazionale, condussero una violenta lotta contro l'occupante ed i suoi satelliti fascisti; la storia della resistenza italiana ha eventi insigni ed oscuri, che videro uniti tutti coloro, sacerdoti, soldati, partigiani, che non volevano piugare alla prepostenza straniera ed indigena; i quali contribuirono, con il loro sacrificio, al conseguimento della liberazione totale, apportata dalla vittoria degli eserciti delle Nazioni Unite (apr. 1945).

Gli stessi Partiti avevano ottenuto dal re Vittorio Emanuele III l'impegno di ritirarsi a vita privata dopo la liberazione di Roma (4 giugno 1944); il figlio Umberto, con il titolo di Lungotenente generale del Regno, esercitò la prerogative regie fino all'abdicazione paterna ( 9 maggio 1946). In seguito all'impegno ugualmente assunto dal re, il 2 giugno 1946 si svolsero le elezioni per decidere sulla forma istituzionale dello Stato; elezioni che diedero la maggioranza alla repubblica. L'Assemblea Costituente, nominata con votazione contemporanea, elaborò la Costituzione della Repubblica Italiana che venne promulgata il 27 dic. 1947 (v. repubblica).

Bull: P. De La Gorce, Histoire du Second Empire, 6 voll., Parigi 1894-1904; A. Comandini, L'I. nei seuto anni del sec. XIX, giorno per giorno illustrata, Milano 1900-29; I. Rinieri, La diplomazia pontificia nel