so, neppure in tempi di realismo, quando compito della poesia fu creduto il registrare la realtà esterna) la poetica della persona, proposta da Dante che scorta l'uomo nel suo cammino della Croce verso la gloria di Dio.
Ecco giunto, dopo di lui che l'apre, il tempo in cui questa parola, Umanesimo, diventa esplicita. Se abbiamo serbato, nell'intitolare il paragrafo, l'endiade tradizionale, Umanesimo e Rinascimento, non era già perché non bastasse la prima, a definire il moto della nuova civiltà. Ma anzitutto per intendere meglio che quest'epoca è capitolo di un perenne umanesimo cristiano, che si rifà al dogma dell'inttegrazione divina dell'umano con una chiarezza e una insistenza forse non conosciute né prima né dopo. In secondo luogo per non dimenticare che si tratta di un'applicazione parziale e complessa della meditazione paolina sul nuovo Adamo, che rinasce in Cristo e per Cristo : un capitolo di quell'immensa ansia di rinnovamento che nel secondo millennio investe tutta la vita. Infine per non trascurare l'indicazione tradizionale, che con la parola «umanesimo» indica più volentieri l'aspetto filologico di quel fenomeno storico che nella parola «rinascimento» (e "renovatio" e "reformatio") viene osservato in una accezione ontologica. Il dualismo del primo millennio, che talvolta era sfociato in una violenta opposizione manichea, è ottimisticamente
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(Id. Jllueri)

(Id. Jllueri)
In alto: CORTILE DELLA CERTOSA DI S. MARTINO. Architettura di Cosimo Fansago (sec. xvII) - Napoli. In basso: PALAZZO PAESANA DEI MARCHESI DI SALUZZO. Su disegno dell'arch. Plauteri (sec. xvili) Torino.
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(fol. Alinari)

(fol. Alinari)
In alto: CAPPELLA DEI SANGRO (sec. xVIII) - Napoli.
In basso: INTERNO DEL PALAZZO FARNESE. Galleria dei Caracci (sec. xvi) - Roma.
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conciliato. Già il tomismo aveva ridato una dignità alla natura, seppure abbassata dal peccato, e aveva restituito alla ragione il diritto di giungere con i suoi mezzi, se non al possesso dell'essere, a una nozione intellettuale della verità, e alla filosofia antica la gloria di avere toccato le soglie della Rivelazione cristiana. Ma la nuova letteratura, e tutta la cultura che ne consegue, si dichiara disposta a rielaborare un'immagine dell'uomo nella pienezza della sua dignità riacquistata. Il programma è implicito in Dante: non diremo che sia senz'altro concordemente inteso e applicato dai letterati italiani : anzi, se vogliamo cercare una documentazione, affidata all'arte, di questa vasta tendenza, dovremo piuttosto seguir la vicenda della pittura e della scultura (e più della prima, per il carattere di immediata traduzione del dato della visibilità, che poteva apprendere da Dante). La cultura letteraria indugia a
trar le conseguenze della poetica dell'Alighieri. Da un lato si prolunga in una ricerca più provveduta dell'espressione latina, in una miglior conoscenza archeologica dell'antichità, in un acquisto del mondo classico, un mondo di forme eccellenti, e finisce col dimenticare la complementarità originaria di cultura classica e di vita cristiana, quella intesa come "limbo" di questa, come attesa dignitosa, ma malinconica, della pienezza dei tempi : è l'umanesimo archeologico e filologico, inteso al documento o alla ripetizione del dato formale. Dall'altro lato Firenze mantiene la guida della cultura volgare, riducendo volentieri ogni novità alla misura di una sfera un po' pettegola e circoscritta di vita cittadina, o insistendo in un tecnicismo stilistico che vale non molto più di una tradizione artigiana. Per tutto il Trecento e per buona parte del Quattrocento, la letteratura fiorentina, quasi aggirando la seconda e la terza delle "tre corone" trecentesche, Petrarca e Boccaccio, si mantiene municipale (sia pur talvolta con la duttile grazia di Franco Sacchetti, autore di spigliatissime novelle e di garbatissime canzoni a ballo); e si equilibra nella discussione sulla preminenza del latino e del volgare; finché ritrova proprio nel suo municipalismo - quando l'umanesimo filologico ha compiuto la sua parabola - la libertà e l'ampiezza delle invenzioni geniali, negli ultimi anni del Quattrocento, con Luigi Pulci, con Lorenzo de' Medici, con Angelo Poliziano. Intanto il resto d'I., sempre orientandosi verso Firenze, va acquistando il senso della nuova letteratura.
Tutto si misura per secoli traguardando le nuove forme a paragone di Dante: Petrarca e Boccaccio stessi, con un'opera di genialità immensa e di larghissima efficacia, si trattengono quasi in una variazione tematica nei limiti esterni dell'opera dantesca. Il Canzoniere prosegue lo stilismo e, attraverso l'elaborazione della poesia amorosa di Cino da Pistoia, sospende la meditazione elegiaca in un vago riflesso di attesa, di malinconia, di trasfigurazione: ancora l'itinerario di Beatrice dalla terra al cielo, in Laura viva e in Laura morta. Ma la problematica religiosa del transito è riecheggiata più che sofferta, meditata più che individuata: e i Trionfi ripetono astrattamente la vicenda dall'Amore all'Eternità, con l'immagine di una vita che passa sotto archi decorosi ed enfatici, con incontri di lunghe teorie di uomini illustri. Se Petrarca si decora e svanisce nell'indistinto elegiaco, pur rifugiandosi nella preghiera, Boccaccio si riallaccia alla
14. - Enciclopedia Cattolica. - VII.

(1ot. Enit)
Italia - La distesa del Tavoliere delle Puglie.
narrativa anteriore a Dante nelle opere minori, la sviluppa con molto ardire, accoglie e solennizza i temi del Novellino, e infine tenta l'antitesi della Commedia nel Decameron: commedia umana, appunto, non direttamente sofferta, ma riguardata da lontano, casi tristi e lieti, varie vicende nel vasto mondo, sconsolati precipizi di sventura e gioie di sensi allegri, raccontati dai "dieci" che si rifugiano in villa per fuggire la peste. Entrambi fuor dalla sfera volgare intesero a una più solenne dignità di studio attendendo all'urganizzazione culturale dell'umanesimo filologico; entrambi ebbero una altissima dignità di pensiero, l'uno richiamando il platonismo e s. Agostino nelle letture più assidue dei letterati, l'altro celebrando la poesia come parola divina. Entrambi suggerirono alla civiltà italiana due modi frequentatissimi anche molti secoli dopo di loro: l'uno il giuoco sapiente e soave dei sentimenti elusi nell'effusione melodica; l'altro la norma dell'osservazione realistica, staccata da un impegno morale, colta nel rapporto del giuoco comico: il melodramma e la commedia, seppure occorrevano due secoli perché tali forme diventassero vulgire. La storia delle immagini poetiche della letteratura italiana è sempre molto lunga, e va seguita lungo assidue trasposizioni: non esiste fra noi quella attenzione fervida e tesa che consente il pronto assimilare, e forse impone la superficiale persuasione delle opere presto accettate, presto esauste, e distolte alla loro vita segreta.
La cultura letteraria del Quattrocento apre un dualismo fra cultura umanistica e letteratura popolare: assai meno rilevato, nell'atto, di quanto può sembrare a chi voglia stabilire fra i due temi una opposizione dialettica, attendendo che la letteratura del Cinquecento concili la tesi della poesia di popolo con l'antitesi della letteratura umanistica, nella sintesi del formalismo o del poligrafismo cinquecentesco. La dottrina filologica e archeologica degli umanisti italiani pone le basi di una cultura letteraria e di un metodo educativo proposto, e attraverso l'esempio italiano diffuso, a tutta l'Europa. Lorenzo Valla definisce più compiutamente di ogni altro i modi delle nuove eleganze della lingua latina (si trattava di una scelta che extraeva dalla letteratura latina, antologicamente, il meglio, rispondente al gusto dell'età aurea) e anche in filosofia propone un generico sincretismo, sul fondamento d'un rinnovato epicureismo. Ma Vittorino da Feltre, con ben altra profondità di vita morale, dispone la nuova pedagogia, evita l'eccesso dell'intellettualismo scolastico, armonizza le attitudini fisiche e l'educazione del gusto, sul fondamento di un cristianesimo amorosamente osservato contempera l'individualismo con le esigenze della vita sociale. Centri di nuova cultura si moltiplicano per la penisola; e le accademie di Firenze, con il suo indirizzo prevalentemente filosofico, di Roma, con più
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vive preoccupazioni archeologiche e storiche, di Napoli, dove più attivo studio è la poesia, orientano le diverse preoccupazioni degli studiosi e assicurano la molteplicità degli indirizzi, con la concordia della pronta attenzione di tutti alla vita intellettuale di ognuno. Anche il mecenatismo, che assicura alla letteratura e alla cultura (prima lasciate alla libera iniziativa delle città e degli Ordini monastici) la protezione talvolta pesante della corte e della politica, si diffonde in questo tempo : soluzione certo storicamente imponente del problema dei rapporti fra cultura diffusa e vita sociale. La stampa è il mezzo escogitato per moltiplicare la partecipazione alla scoperta culturale; le officine tipografiche dovunque fondate diffondono testi religiosi e testi classici. La fondazione della nuova cultura e la proposta di una umanità che integra la Rivelazione cristiana con il tesoro dell'intelligenza antica si diffonde dall'I. in Europa.
Ma il dualismo dell'umanesimo filologico di stretta osservanza classicheggiante (dualismo di cultura pagana contrapposta alla Rivelazione cristiana; di forme classiche preferite alle forme di lingua volgare) non è che una fase polemica; ben altra antipiezza e importanza assume la proposta di disporre i due elementi per un processo di integrazione: l'uomo nuovo, se si accresce dei tesori della sapienza antica, non è che un cristiano più riccamente partecipe della vita. Lo si intende osservando come sia transitoria l'intransigenza dei seguaci della latinità pura: l'umanista pedante che si rifugia nel suo latino e nel suo greco per sottrarsi agli assalti del costume e della moralità contemporanca, diventa presto ridicolo; quando pur l'umanesimo filologico e filosofico non diventa una macchina incendiaria contro la società cristiana. In I. prevale un accordo di senso comune e di buon senso, che cercano di evitare la proposte estreme; né si può dimenticare, in I., che alla scoperta degli antichi si era giunti ad opera di grandi poeti volgari, e che una ricca cultura volgare aveva preceduto una ricca cultura classicheggiante, e non viceversa. L'agervolezza, onde la cultura fiorentina dell'ultimo Quattrocento riesce ad essere greca, latina e volgare nello stesso tempo, dimostra la direzione che la storia della cultura è per prendere; e le nuove invenzioni poetiche diventano anche più feconde a Ferrara, dove l'esistenza di una dinastia secolare, di tradizioni cavalleresche, e un certo arcaismo goticizzante promuovono su base anche più larga l'intesa del nuovo sincretismo. Alla corte di Ercole I, uno dei principi più provvidi e pensosi d'I., il gusto delle letture romanzesche, dai poemi e dei racconti di Francia, si dispone accanto alle letture dei classici, promosse da Guarino Veronese, maestro di classicità a tutta la cultura ferrarese; e i poeti estensi, dal Boiardo all'Ariosto, vanno riassumendo in armonia un sogno di amorosa e guerresca avventura.
In questi anni, fra l'impresa di Carlo VIII e il sacco di Roma, tra il 1494 e il 1527 , accade la catastrofe della civiltà cittadina d'I. che, urtando contro i grandi Stati unitari guidati da una dinastia nazionale (Francia e Spagna), non riesce a salvare l'indipendenza. La crisi politica d'I. si accresce a dismisura nella crisi d'Europa, anzi del mondo: crisi religiosa, che divide la "politeia" cristiana, mentre il tradizionale nemico d'Oriente, l'islamismo, si organizza statalmente nell'eredità di Bisanzio; crisi economica, ché le grandi scoperte geografiche, la scoperta dell'America, il passaggio marittimo alle Indie, il dominio oceanico europeo, sconvolgono ogni sistemazione tradizionale. L'I. si trova a capo della cultura europea, ma con la gravissima denuncia, promossa dai fatti, di una preparazione politica assolutamente inadeguata. Di più, si trova davanti a conseguenze imprevedute delle sue stesse parole; e subisce la sorte che tocca al suo eroe, a Cristoforo Colombo, che muove alla scoperta di nuove terre dove
propagare la fede di Cristo, e scatena la più gigantesca gara di egoismi che il mondo abbia mai visto, continenti interi aperti alla cupidigia di avventurieri senza freno e legge; che dai suoi viaggi torna incatenato, dopo che ha liberato tanto spazio; che mette al servizio della conoscenza umana l'esperienza della sua arte di navigatore del mare Oceano, e chiude senza volerlo il suo proprio paese in un lago interno, desolato dalle flotte dei pirati barbareschi. Poiché il suo destino è di vivere, l'I. vive; e anche nella letteratura, proprio in quegli anni di decadenza della nazione, fa la proposta di una cultura di popolo ed offre i frutti della sua civiltà cittadina e del suo umanesimo ad una civiltà nazionale. L'impulso della fantasia e della parola si moltiplica: i nuovi scrittori parlano al popolo della nazione, non più ai dirigenti di una città : la civiltà fiorentina diventa italiana. Niccolò Machiavelli tenta la fondazione di un tecnicismo politico che compia il miracolo di salvar l'I. dai barbari, rinuncia si alla giustificazione trascendentale della vita politica come vita morale, fa un passo indietro serrando nei limiti di una prassi immanente le operazioni dello Stato, ma fa un passo avanti assegnando alla vita della nazione una dignità di fede e di speranza. Ludovico Ariosto, che Cervantes chiama poeta cristiano, in quel turbine di guerra sogna un'avventura ricomposta armoniosamente e provvidenzialmente in pace, accetta la vecchia eredità dell'Impero come una adorna cornice per condurre in porto i suoi guerrieri amprosi, ispira una generosa fiducia negli uomini, al di là del male e della rissa, spazia fantasticando per il mondo, e lo ricompone in pace nella dignità di una parola nobile e accorta. Baldassar Castiglione, che ambasciatore del Pontefice a Carlo V non ha potuto evitare il sacco di Roma e ne muore, propone il modello di una vita attenta ai porti quotidiani ma gentile, capace di ricavare l'armonia e la dignità della perfezione con cui le piccole cose sono osservate e portate al loro natural termine.
Con loro la letteratura esce dai limiti dell'individualismo umanistico e cittadino dei grandi trecentisti : davvero la partenza di Erasmo da Rotterdam dall'I. segna una svolta nella storia della cultura europea. Ma nemmeno Erasmo, pur cosi solerte nell'opporsi alle deviazioni nazionalistiche di Lutero e nel salvare i valori cattolici della tradizione e della ragione, prevede che la prossima fase della cultura europea non tocca già ad una aristocrazia intellettuale che parli latino e sorvegli il costume e le credenze di tutti, mentre guida i capi responsabili, ma al popoli con le loro esigenze di vita concreta, con i diversi linguaggi e i vari costumi. Per questa via s'incammina la cultura italiana; e sua antesignano è quel 'Teofilo Folengo che, umanista e filosofo, gentiluomo e frate, contrappone alle eleganze ciceroniane del Valla non più l'accorto sincretismo di Erasmo, ma la plebea vitalità della sua epopes maccaronica. I primi imitatori europei della letteratura italiana umanistica, anche di quella in volgare, dal marchese di Santillana a Goffredo Chaucer, dunque dal feudatario iberico al borghese d'Inghilterra benvisto alla corte del re, avevano procurato di apprendere moduli di più raffinata eleganza; ma certo non si erano permessi di uscire dai confini della letteratura medievale volgare: spasso di una vita di classe, entro i limiti di occasioni molto ben definite. Ma le nuove letterature dei loro popoli accolgono la parola e l'intenzione della letteratura italiana cinquecentesca, sia pur privata in parte delle eleganze native, ne accolgono il poema, il romanzo, la novella, il teatro, nell'espressione più immediata e più efficace: ne accolgono più volentieri le traduzioni vulgate che le forme originarie. Con qualche ritardo sull'I. del Cinquecento i popoli d'Europa si dirigono verso le letterature nazionali e popolari: la Spagna dapprima e poi l'Inghilterra : con un più lento processo la Francia, che ha da assimilare o da abbandonare l'immensa eredità della sua letteratura volgare medievale. Questo è il fenomeno più imponente della cultura d'Europa: il sorgere delle letterature nazionali sull'esempio della letteratura d'I. : e il processo non è finito finché il Romanticismo non fa entrare nella cultura europea anche la Germania e la Russia.
La cronaca della letteratura italiana durante il Cinque-
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cento, da Machiavelli, Ariosto e Castiglione a Torquato Tasso, con il quale i nuovi modi dell'età barocca diventano esperienza consapevolmente sofferta, ha meno importanza, benché ne sia ricchissima l'antologia. Prevalenza di poligrafi : scrittori, spesso di mestiere, che propongono a un mercato librario assai attivo, e d'importanza, europea, le opere che possono avere più fortuna. D'altra parte si hanno opere, come la Vita di Benvenuto Cellini, che pioiono staccarsi affatto da ogni giustificazione storica, e riflettono il liberissimo estro di uno spontaneo atteggiarsi per diretto impulso di una ricca natura. Infine, per quel che è della cultura accademicamente sorvegliata, abbiamo le composizioni più circospette, elaborate secondo i canoni di una molto rigorosa didattica dell'arte, che si andava elaborando, anche in applicazione della nuova critica letteraria. Ma non sarebbe che perzialità o pregiudizio storiografico ripetere per la letteratura del Cinquecento la consueta accusa d'inersia, di conformismo classicheggiante, di scarsa vita. Giudizio che ha lunga vicenda: dalla polemica protestante e illuminista, intesa a condannare ogni opera sorta nell'àmbito della cultura della Riforma cattolica, alla polemica romantica, tutt'altro che propensa a chi accettava di definirsi nei moduli di un'intelligenza formale e di una tradizione classica, agli storiografi del Risorgimento che volentieri ponevano in rapporto la decadenza politica con la decadenza letteraria. Ma giudizio non più vero perché più ripetuto; e la vita della parola raramente fu così fervida come allora. La stessa contrapposizione di lingua e di dialetto l'attesta: quel pullulare di forme linguistiche particolari potè sorgere solo quando la lingua nazionale ebbe compiuto il suo processo evolutivo verso la stabilità e la dignità della codificazione letteraria. I dialetti sono un dono della letteratura del popolo-nazione: senza l'intenzione e il gioco dell'antitesi non avrebbero quel carattere di polemica, di avventura, di disinvoltura scoperta di una realtà minore. E, ancora a proposito di lingua, va osservato come proprio nell'esercizio stilistico dei poeti lirici - frettolosamente aggruppati nella designazione di petrarchisti, ansi, dal loro caposcuola, grande uomo di coltura, grande politico della letteratura, e teorico della lingua e dell'amor platonico, il veneziano Pietro Bembo, fondatore della classicità volgare, detti addirittura bembisti - lo schema del verso petrarchesco e il suo lessico siano rivolti a una invenzione sottilissima di poesia. Della Casa, Galcazzo di Tarsia, Tansillo, per giungere alle stupende invenzioni del Tasso, sono grandi poeti lirici, e definiscono equisitamente la verità di un'immagine che si muove per suggestioni d'incontri, raccolta in una meditazione arcana: né la lirica europea, tra Góngora e i senetti di Shakespeare, intorno alla rivoluzione della Pleiade francese, sarebbe storicamente comprensibile senso di loro. Per altrettanto spazio, più frequentato dall'attenzione popolare, si rivolgono i novellieri : il Bandello offre innumerevoli temi alla narrativa e alla drammatica d'Europa; e lo Straparola inaugura la fiaba, preludendo a quelle avventure magiche che oltrepassano il Barocco in cerca del Romanticismo. E ancor dall'I. cinquecentesca si diffonde in Europa il sogno letterario e costumistico d'Arcadia, inaugurato da un napoletano, Sannazzaro (v.), vissuto nella catastrofe della dinastia aragonese e dell'indipendenza del Regno : un "luogo" più che una forma della letteratura, questa Arcadia, che dalla Spagna di Montemayor passa all'Inghilterra di Sidney e di Shakespeare, e getta anch'essa un ponte verso Rousseau e l'Europa romantica. Infine è qui, nell'I. del Cinquecento, che la storiografia della nuova Europa si fonda; dal Guicciardini, che nella vicenda delle guerre d'I. vede le premesse per una più complessa concezione dello statismo, alle curiosità romanzesche dello storiografo d'Europa Giambullari. E dalla storiografia nasce la dottrina politica, come della storiografia e della dottrina politica si accresce la tecnica diplomatica: la soluzione umanistica della letteratura, incremento dell'uomo, vale ad assicurare alla pianta-uomo d'I. d'essere esemplare anche quando le condizioni politiche sono avverse; e italiana è la sistemazione pedagogica della cultura.
Infine, tre luoghi ideali sono indicati da questa cul-
tura cinquecentesca, per servir di mediazione fra l'invenzione della parola e la riflessione del costume : la corte, il teatro e l'accademia. La corte, segno d'eccellenza del vivere e della condotta politica dello Stato, raccoglie remote creditá antiche e medievali, ma si codifica nell'I. rinascimentale, proprio mentre scade l'importanza degli Stati della penisola e introduce la civiltà cortigiana dell'Europa barocca e il modello della società aritrocratica. Il teatro, più aperto all'attenzione popolare, rispecchia le esigenze di eleganza e di elezione della corte, che tanto concorre al suo formarsi, ma trasporta fra la gente le invenzioni dell'arte. Infine l'accademia siede a custodire la tradizione letteraria umanistica, cataloga le opere eccellenti adunando intorno a loro le nozioni storiche e linguistiche che l'illuminino e trasceglie le forme esemplari e imitabili.
3. L'età barocca. - Durante l'età barocca la letteratura italiana pare distaccarsi dalla vita comune e proseguire in disparte la ripetizione dei motivi più suoi. L'unità intellettuale d'Europa, cômpito immenso assolto dal medioevo, era pur stata la premessa dell'Umanesimo; e l'egemonia culturale d'I., nei suoi secoli fecondi, aveva confermato quell'appartenenza. Ma declinando il Cinquecento, la cultura italiana, se viene ancora celebrata e ammirata, meno può da se stessa. Eppure non si può, dopo gli studi recenti che hanno tolto di mezzo la vieta concezione di una mortale decadenza italiana seguita al Rinascimento, congedare con un cenno frettoloso un'epoca che può essersi espressa in altre forme che le letterarie (il linguaggio architettonico e il linguaggio musicale si esercitano in un territorio assai più vasto che la stessa letteratura e la stessa pittura del Rinascimento : in realtà, hanno accolto in sé i temi elaborati in altre forme espressive), ma che si è svolta con stupenda coerenza e che ha consentito il ritrovamento di una intatta fecondità di vita spirituale, all'avvento dell'età romantica. Eccoci indotti a varcare i limiti del periodizzamento tradizionale. Finché si parlava di secentismo o addirittura di marinismo, si rinunziava certo a fare storia, ma ci si poteva considerar giustificati nella condanna: per accogliere in un'intelligenza unitaria le nuove invenzioni del linguaggio, è necessario uscir dalla convenzione politica e formalista di "decadenza", e allargare la prospettiva. L'età barocca s'avvia quan.lo la letteratura cinquecentesca diventa, come s'è visto, popolare e nazionale; e finisce trapassando nel Romanticismo: benché l'intellettualismo illuministico ed enciclopedistico credesse di aver liquidato per sempre, in nome dei lumi e della ragione, i diritti della fantasia nell'aprirsi la strada, e illuminarla altrui, verso l'essere. E tuttavia bisogna riconoscere che in I. vien meno l'antica stupenda unità della ricerca artistica, cosi permeata di vita morale, per quel connaturarsi agevole del cristianesimo nel costume. Moralità e fantasia si distaccano: l'una sorveglia la vita di rapporto in una rigida norma del lecito e dell'illecito, e nell'osservanza della regola; l'altra si disfrena in un'avventura che rischia ad ogni passo di perdere ogni rapporto documentabile con la realtà.
3. Più universale d'ogni altra forma d'incontro, d'ogni altro ideal "luogo" per un'intesa fra la gente, è il teatro: che fin dalle sue origini par contenere in sé la necessità del suo destino e si orienta verso gli aspetti che l'età barocca vedrà codificati e diffusi. S'era cominciato con la commedia; e s'era appena giunti alla fondazione di un teatro vero e proprio, a stabilire un linguaggio e una consuetudine, quando i primi commediografi italiani, Ludovico Ariosto, Niccolò Machiavelli, Pietro Aretino, Angelo Beolco segnarono una strada che doveva essere percorsa per secoli. Se Ariosto comincia letteratissimo con la for-
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mola aperta e sciolta dei Suppositi, dove i giuochi dei servi ricordano ancora i modi della giulleria, il Ruzzante, che proprio dalla giulleria incomincia, approda alla meditata centinenza classicheggiante dell'Anconitano. Qui non ci tocca il catalogo delle commedie, dall'anonima degli Ingannati, fortunatissima in tutto il teatro di Europa, al Candeloio di Giordano Bruno, traboccante di umori e di virulenza, dove l'autore invade la scena perseguitando le maschere dei suoi stessi fantasmi, con un eccesso, forse, di parola. La commedia letteraria si colorisce delle invenzioni artigiane dei comici dell'arte, che pur da quella hanno appreso lo schema e il rapporto dei personaggi seri e faceti, perché sia compreso il linguaggio mimico e possibile il giuoco dell'improvvisazione; e parallela all'ingresso dei comici napoletani nelle compagnie dell'arte, verso la fine del Cinquecento, è l'inftuenza esercitata dal commediografi napoletani, fra i quali il Della Porta. L'altra forma del teatro italiano dell'età barocca evade dalla parola verso la musica, come la commedia evade dalla parola verso il mimo; e se ne parla perché al contatto con la musica la parola or si snatura, or si arricchisce. Letterati come il Rinuccini, il Raspigliosi, lo Zeno, testimoniano che il teatro in musica accetta il soccorso dell'intelligenza; e il "poeta" (in realtà librettista, perché l'interpretazione autenticamente poetica del soggetto tocca, nel teatro dell'età barocca, al musicista) stabilisce un rapporto, fra la parola e la musica, che non può più essere dimenticato, se è vero che la parola "poetica", d'ora in poi, s'intride di musica, e diventa tutta canora: tale nel Settecento l'I. parrà al Burney. E infine la tragedia, che nel costume del teatro è sostituita dal melodramma, mantiene una sua tradizione letteraria. Opere tragiche notevolissime si stampano, più che non si recitino, lungo tutta quell'età: dall'Orazia dell'Aretino al Giulio Cesare del Pescetti, dalle tragedie di Federico della Valle, stupende di ispirazione religiosa e di profonda intensità di vita morale, all'Aristodemo del Dottori, alla Merope del Maffei, alle drammaturgie del Gravina, del Martello, del Conti. Appunto di drammaturgia è da parlare, cioè di costruzione riflessiva, di una proposta organica, affidata alla parola, senza troppo curarsi del viaggio che farà tra la gente, affidata alla fortuna scenica. D'altra parte, proprio questo atteggiamento della letteratura salva alla cultura italiana la possibilità di aprirsi, quando che sia, alle grandi drammaturgie letterarie d'Inghilterra, di Spagna, di Francia, che non avevano conosciuto la teatralità estrema, intimamente logica, del teatro dell'arte e del teatro dell'opera, ed erano rimaste più fedeli che gl'italiani alla missione della parola.
Proporremmo, per agevolare al sommario l'intelligenza di un mondo cosi complesso come quello che la letteratura italiana va promovendo e illuminando, di guardare anche ad una distribuzione geografica della letteratura. L'Umanesimo poteva tendere a svincolarsi dai legami troppo forti con i luoghi, ma la civiltà popolare del Barocco non può certo dimenticare, per l'astratta ragione, la concreta natura; e dalla natura vengono le immagini di cui la fantasia si nutre, immagini ora obliosamente accettate, in una fiducia che il Rinascimento aveva raccomandato, ora
sospettate, per un più scrupoloso controllo dei loro effetti. Il centro ideale della letteratura italiana si sposta ormai verso il mezzogiorno: l'Accademia napoletana aveva disposto una giustificazione culturalistica; al precursore Sannazzaro era toccato di indicar nella finzione d'Arcadia l'ideal luogo d'incontro fra letteratura e natura; e il gruppo "napoletano" dei lirici petrarchisti già porta nell'elaborazione dei temi petrarcheschi una novità d'invenzione più liberamente abbandonata alle suggestioni del sentimento e dell'immagine. Della sua nascita sorrentina si rammenta certo Torquato Tasso, che il quadro biografico tradizionale risospinge sempre a settentrione, fra il padre bergamasco e le origini fiorentine della madre e il soggiorno prima beato e poi funesto di Ferrara. Ma anche qui la natura è più forte della cultura, se non occorra piuttosto dire che, attraverso i casi miserandi della vita tanto dolorosamente sofferto, il Tasso realizza quell'incontro di nativo impulso fantasticante e diaccademismostorico e razionalistico, che consente l'immensa fortuna della sua opera. Quella cultura, quell'accademismo, nonostante le prevenzioni e i dubbi, sapevano dunque aprirsi ai nuovi messaggi. Attraverso il Tasso i due grandi temi della nuova cultura diventano l'evasione arcadica e l'evasione eroica: Aminta, appunto, e Gerusalemme; ma l'evasione arcadica si compone in una squisita musicalissima cadenza di armonia elaborata, attraverso la quale si dimentica ogni suggestione di una natura irruente e tremenda, o addirittura diabolica, come appare in tante zone del naturalismo settentrionale; e nella gesta sacra intende il segno e la guida della Provvidenza: «e sotto i santi segni ridusse i suoi compagni erranti». La concezione idilliaca della natura resta ferma in attesa della codificazione arcadica: un Chiaferera, che toccò tutti i modi poetici, come per antologizzare, ne varia solo le esperienze formali; e la mescolanza di avventura romanzesca e di storia, la gran novità tassiana, attende addirittura il Romanticismo. Nel frattempo, attraverso Giambattista Marino e i marinisti, il centro dell'osservazione e della lettura della poesia si sposta dalla tradizione e dalla ragionevolezza alla fantasia: diversamente precorsi dai teorici del Cinquecento, fondatori delle nuove giustificazioni della letteratura, i lirici marinisti accettano che la parola poetica sia senz'altro metafora. Evidentemente questo passaggio, cioè la giustificazione della fantasia, e la convalida dell'arte, non in quanto si riduce, attraverso il processo delle variazioni, alla ragione, ma in quanto «inventa», attraverso la metafora, nuove rispondenze e scopre il regno prima celato delle "meraviglie", attende la teorizzazione vichiana. Tocca a Vico infatti riassumere, teorizzandoli, tutti i motivi validi della cultura barocca: e idealmente la congiunge al Romanticismo. Certo occorre abbandonare l'interpretazione, ormai desueta, che lo limitava nell'opposizione all'intellettualismo cartesiano, e quell'altra, più invalsa, che lo fa scopritore del moderno idealismo immanentista : per i risultati delle indagini moderne, del cattoliciesimo Vico non si può mettere in dubbio l'atteggiamento di filosofo sapienziale e di storico della Provvidenza. Ma qui basti osservarlo come riassuntore di tanti temi salienti della letteratura italiana dell'età barocca: letteratura di
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popolo, prevalenza del sentimentale e del fantastico, allusività della metafora e vita storica dell'immagine: è per lui che la storia accoglie anche la vita della fantasia.
Non si spengeva, intanto, la tradizione della letteratura solenne, spesso ridotta a maniera grande. Suo centro è Firenze; e a Firenze fa capo il rispetto per le forme autenticate e classicheggianti, la custodia della purezza della lingua, un'immediata e abbastanza irriflessiva concordia di letteratura e di ragione, attuata diplomaticamente riconoscendo quanto v'era di ragionevole nel tradizionale. A Firenze fa capo la tradizione della lirica civile, intesa alla celebrazione degli argomenti solenni : il ferrarese Testi e il pavese Guidi, intorno al fiorentino M. Filissia. A Firenze si mantiene la tradizione degli studi storici o politici, e quella particolare concretezza di osservazione acuta e circospetta che era l'eredità, diremmo metodologica, degli storici fiorentini, protrattasi nei politici veneti e piemontesi. Ma gl'interessi si allargano, intanto, e se un aretino vissuto a Firenze, il Vasari, diventa storico dell'arte, ancora al canone ideale della storiografia toscana fanno capo i grandi storici dell'età, pur nelle loro diversissime attitudini : dal Baronio, padre della storia ecclesiastica (era dell'Oratorio, infatti, vicinissimo a quel s. Filippo Neri che con un'agevolezza stupenda e una mirabile ingenuità di fede seppe nutrire la cattolicità con il linguaggio dell'intelligenza fiorentina), al precursore documentario del Muratori, il modenese Sigonio; da Paolo Sarpi, pur così acceso di veemenze politiche nella sua storiografia polemica, e certo più aperto alle tendenze dell'intellettualismo che ad una problematica religiosa, all'altro storico del Concilio di Trento, il documentatissimo e attentissimo Sforza Pallavicino. E ancora a Firenze fa capo la prosa scientifica, che si svolge organicamente in una ininterrossa tradizione: se il favolismo e la scoperta delle naturali meraviglie avevano, al declino del Rinascimento, acceso la prosa ermetica di Leonardo, intorno a Galileo Galilei si elabora una notazione letteraria della scoperta scientifica, che val ben altro, quanto ad acquisto della natura e a mirabile pienezza d'arte, che le avventure arcadiche; fino al Redi e al Magalotti, son questi gli idillici e gli epici della prosa scientifica. Eppure il quadro della cultura toscana non sarebbe completo senza tener conto di un accento regionale e municipale che sorge quella cultura. La custodia della lingua e della dizione fiorentina, affidata all'Accademia della Crusca, non si priva mai dei giuochi e degli innocenti spassi accademici; e l'erudizione letteraria e filologica, tra il Borghini e il Salvini, mantiene un tono di allegra sprezzatura; e il nipote di Michelangelo, Buonarroti il Giovane, riassume con stupenda duttilità la cultura granducale, cosi nella sua opera di accademico come nelle mirabili commedie della Tancia e della Fiera.
Altro discorso convien fare quando il centro della prospettiva della storiografia letteraria si sposta verso Milano: perché l'eredità del moralismo lombardo, che aveva detto la sua parola nelle origini, ed era rimasto come sommerso nella catastrofe politica del Ducato, risorge con il declinare del dominio spagnuolo. Carlo Maria Maggi, fra il Senato e le scuole di Brera, fra l'amistizia del Vico e il panegirico del Muratori, segna e interpreta questo rinnovamento : le cui espressioni più autentiche non sono nella lingua e stile illustri, che pure il Maggi interpreta con adeguata compitezza, ma in dialetto. Il gusto della cerchia circoscritta e dell'osservazione di costume non andrà poi più smarrito, dopo l'esempio delle sue liriche e delle sue commedie; e ne risentirà il Parini, pur fra gli
impegni solenni, accettati e perseguiti dalla sua musa illustre. Parini, infatti, riesce a riportar fra la gente, ad una concretezza ormai smarrita di osservazione e di analisi, la tradizione più solenne della letteratura italiana. Per un verso egli (che muove d'Arcadia, e che dalla trasformazione stilistica e moralistica del cosiddetto rinnovamento settecentesco ha appreso tanto, e prosegue già dal Frugoni al Bettinelli, al Cesarotti, percorrendo nella sua opera instancabile e attentissima tutto lo svolgimento letterario del Settecento) si ricollega all'accademismo della maniera grande; ma per l'altro, "primo pittor del signori costume", attende a quella realtà di cose viste, di notazioni circospette, che con la maniera grande sembra e non è in contrasto : ché il contrasto si risolve nel Parini in animoso giuoco comico. Né sarà da dimenticare, fra i temi che più animano la società milanese del Settecento, le preoccupazioni sociali, economiche e politiche di quell'attivissimo patriziato : intorno ai fratelli Verri, a Cesare Beccaria e al periodico Il Caffe si manifesta un nuovo fervore di vita intellettuale, di responsabilità liberamente assunte; e l'intellettualismo enciclopedistico, con le sue preoccupazioni pratiche e il suo antitradizionalismo, vi predomina. Parini si avvale di tutto; ed è pur sempre su un ambiente cosi preparato che scenderà la rivelazione poetica e storica e morale dei romantici.
Da tutte le parti si avverte l'insorgere di questa energica e attiva vita morale. Dunque è tramontata l'età barocca? e non è altro, questo rinnovamento settecentesco, se non una fase del prevalente razionalismo, vittorioso dopo la prevalenza del sentimento e della fantasia fra il Cinque e il Seicento? Parrebbe di sì, a chi riflette che si tratta pur sempre di un movimento di minoranze aristocratiche e intellettuali, avverse al populismo e all'irrazionalismo barocco. In realtà, la poetica del sensismo è molto più riducibile ad un proposito di conciliazione che a una polemica: varrà infatti essa pure a preparare il sentimentalismo romantico. Le monarchie assolute e i principi riformatori anche in I. appoggiarono tale intellettualismo e promossero larghe tendenze di cultura enciclopedistica; ma restò un episodio, in I., tranne che in sede politica. Principe illuminati, o direttamente, come Carlo III di Borbone, o indirettamente, attraverso i loro primi ministri, come il Bogino, il Du Tillot, il Fossombroni, e letterati francesizzanti (da Ferdinando Galiani a Melchiorre Cesarotti) o anglicizzanti e più tardi germanizzanti (da Gastone Della Torre Rezzonico ad Aurelio de' Giorgi Bertòla) non osservavano certe la vita delle moltitudini e il costume connaturato fra noi. Il cattolicesimo durava al centro della vita sociale, e gli s'accordava il linguaggio musicale (l'avvento dell'opera buffa significò una svolta importantissima nel teatro lirico, che s'aperse per essa ad una sensibilità più fresca, a una osservazione più diretta, ed esercitò influenze predominanti nel populismo romantico) e il linguaggio architettonico : barocchi, anche nella riscoperta del reale minutamente osservato, sono i grandi pittori veneti. La parola di Parini (ci riallacciamo ancora a lui, per toglier di mezzo ogni diaframma fra la varie forme dell'arte, in una prospettiva storica che pur fa centro nella letteratura per intendere la vita civile d'I.: «ut pictura poësis») va dall'Arcadia della Vita Eutica alla descrizione romantica della Notte che, preannunciando la nuova poesia, pur volge indietro lo sguardo al romanzasco d'altri tempi «allor che gl'incliti avi eran duri ed alpestri...». E quando gli stranieri scendono in I., riscoprono il costume dell'età barocca, e stupiscono che cosi pronta armonia di vita in così vitrace estra del sentimento e dell'ingegno si realizzi senza lasciarsi prima disciplinare e ammonire dalla mutria pedagogica dell'intellettualismo. La stessa Arcadia, l'accademia romana che deduce colonie ovunque, e che tutti i poeti aduna nelle sue sedi, e il bel mondo con loro, con la sua eredità rinascimentale, con il suo languore preromantico, dice come il vecchio, in I., fluisca blandamente nel nuovo, senza rivoluzionari clamori. Nella agevole e poco impegnativa finzione pastorale essa proseguiva il sincretistico programma classico-cristiano del Rinascimento e accoglieva naturalisti e poeti, commediorgrafi ed eruditi: una specie di immensa enciclopedia,
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parlante anziché scritta, volta alla ricerca ragionevole di quanto del passato potesse essere utile al futuro, e ad accogliere in un costume signorilmente affabile persone bennate.
Infine, tornando al teatro, la letteratura italiana accetta questo, fra i suoi ideali luoghi d'incontro, per tentare vie nuove. E prima con Metastasio riassume in parole semplici e adorne quanta musica quella musicalissima civiltà aveva diffuso al vento, ogni angolo del paese echeggiandone. Poi con Goldoni, che muove da un noviziato letterario ingenuo ed enfatico, finché s'accorge che la tradizione dei comici dell'arte può essere modificata solo dall'intimo, attraverso un'attenzione accorta, che trasporti il giuoco mimico in una sfera di impegno morale, non conclamato né solennizzato, ma pure sincero e volenteroso, dà di quel costume un'immagine animatissima, e riassume in una cadenza musicale, anche più sottile ed esperto che l'abbandono melodico del Metastasio, il senso di quella vita tra l'opere e i capricci. Ultimo, con l'ambizione di nuovi tempi eroici, l'Alfieri.
4. Romanticismo. - La letteratura dell'età barocca, in questi più vasti limiti dove la si colloca, aveva assolto compiti degni; e proposto un'assidua intesa fra la fantasia e il costume; e salvata e diffusa una tradizione poetica, serbando vive e attive le invenzioni artistiche e la concezione stessa umanistica della vita. Ma una crisi della cultura si avverte sempre più acuta negli ultimi decenni del Settecento, anche fra noi; par sospesa, mentre le guerre della Rivoluzione e dell'Impero fanno scomparire le ultime vestigia dell'Europa feudale e ripropongono una soluzione politica di quel nazionalismo popolare che pure era un atteggiamento diffuso dalla letteratura dell'età barocca in tutte le nazioni; infine sbocca nella polemica letteraria più vastamente partecipata e più importante per il costume e per la vita morale dell'Occidente dopo l'umanesimo letterario : del quale è pure, nel profondo, una integrazione. Il Romanticismo, che qui si tiene presente solo nella prospettiva della storia della letteratura italiana, entrò dapprima in polemica con l'interpretazione intellettualistica e razionalistica della vita e della letteratura, principalmente rappresentata dalla cultura francese; proseguì promovendo il senso e il sentimento della vita dei popoli, custodita da quella poeticità profonda e ingenua che si negava alle letterature riflessive, e animò i movimenti nazionali dell'Europa ottocentesca; insorse contro le regole formali e contro la retorica, vedendo nel classicismo la codificazione accademica delle spontanee invenzioni dei poeti creatori, e affermò la libertà e la verità dell'arte. Non solo la codificazione classicista era battuta in breccia, ma lo stesso dualismo di costume e di fantasia, dove in I. si era fermata la poetica barocca, era superato nella ricerca di un impegno spiritualmente più vasto, dove la poesia fosse testimonianza di tutta la vita spirituale. Tuttavia, una polemica letteraria batte sulle proposte che sembrano più urgenti o che sono più facilmente comprensibili; e del vasto programma i romantici italiani, pur conoscendo le induzioni ultime della metafisica dell'arte, sostennero soprattutto il tema della letteratura popolare; e accettavano che l'I. fosse, come era, luogo d'elezione non più di accademizzanti studiosi, alla ricerca dei canoni della astratta bellezza, ma di quanti vedevano nella poesia una intrinseca forma del vivere, la spontanea rivelazione di una ricca natura. Le conseguenze che si trassero in sede politica da questo atteggiamento erano ovvie; e Il Conciliatore, alla cui redazione davano opera, con altri, il Pellico, il Porro Lambertenghi, il Confalonieri, il Borsieri,
il Di Brene, il Berchet (che aveva iniziato in I. la polemica romantica con la Lettera semiseria di Crisostomo) cadde ben presto in sospetto presso la polizia austriaca, che pure non aveva visto di malocchio, in un primo tempo, l'attenzione di questa nuova cultura lombarda alla giovane letteratura tedesca. La persecuzione politica travolse quei generosi nella prigionia dello Spielberg e nelle dure vigilie dell'esilio; e fu occasione che in un impegno più drammatico ritrovassero il senso cristiano della vita: che poteva essere stata, ai tempi della discussioni letterarie, solo un'attenzione disinvolta che reagiva al disinvolto scetticismo del sensismo. Anche per questa via la letteratura italiana si riproponeva al centro della vita morale e storica della nazione.
Ma una polemica letteraria lavora ad accertare la verita della poesia; e i romantici italiani avevano dietro di sé e accanto a sé i testi autentici di quel profondo rinnovamento di cui andavano in cerca; e anche del Conciliatore l'animatore ideale era stato Manzoni, che pure, di proposito, sui giornali non scriveva: Manzoni che sta al vertice della nuova letteratura, e che con un'amplificazione del tutto retorica (ma che anche per questo gli sarebbe dispiaciuta) può della letteratura italiana moderna essere considerato il fondatore. Fu Vittorio Alfieri ad iniziare in I. un movimento protoromantico che si doveva sviluppare, attraverso Foscolo, nell'umanesimo cristiano di Manzoni: anche se da talune conseguenze polemiche rimane immune quando, intento a un canone drammaturgico ideale, evade in una zona eccelsa di classicismo e di profetismo politico. Tocca a lui, comunque, per quel che la critica scerne di attivo nelle sue parole più vere, iniziare nella letteratura italiana quel potente moto che l'individualismo sentimentale e operistico trasfigura in individualismo etico, e l'umanesimo formalistico della tradizione accademica in umanesimo integrale. Alfieri è in attesa : dei trasalimenti d'anima che si fanno lentamente luce nel tenebrore dei destini spietati e nella fiera forza delle volontà opposte, "nell'urto e nell'impeto degli affetti tremendi " come diceva, stupefatto e un po' scherzoso, Parini; di una letteratura consapevole che esaltì la dignità dell'uomo-poeta; del "popolo italiano futuro ". E l'attesa si anima, attraverso l'esperienza vitale dei poeti che dopo di lui, idealmente suoi discepoli, si dispongono in un attivo processo di interpretazioni. Tocca a Foscolo rituffare in una sfera storica più operosamente riassunta l'ideale uomo alfieriano, e circondar di pietà e del senso dei grandi declini la vicenda degli eroi, oltrepassando di tanto, nel profondo, la molteplicità fervida e cordiale dell'opera letteraria di Vincenzo Monti, che pur reintrodusse, attraverso imitatazioni ingegnose e la traduzione incomparabile, la lettura di Dante e di Omero. E tocca a Manzoni, che incomincia dove Foscolo finisce, dalla moralità e dalla storia, ripercorrere la vicenda degli uomini illuminandola della Rivolezione cristiana, e cercar sempre più nell'intimo gli ideali di libertà, di moralità e di verità, che s'eran prima affacciati alla vigilia poetica della giovinezza. La conversione segna, con gli Ioni sacri, l'inizio di una osservazione del mondo sociale visto in quelle zone del sentimento e della vita religiosa che sfuggivano, prima, o eran trascurate; e le Osservazioni sulla morale cattolica, che risultano, oggi, necessaria mediazione fra gli Ioni e le Tragodie da una parte, e I promessi sposi dall'altra, riconducono alla sua origine cattolica quel costume popolare italiano che tanta polemica protestante e illuminista aveva disprezato, che il Romanticismo guarda con occhio tanto diverso. Ma Leopardi sembra interrompere quell'animato concorde salire. La sua poesia s'affaccia, cominciando, si segni eroici e alle appassionate evasioni del melodramma, e la sua filosofia si organizza secondo gli schemi e i temi dell'intellettualismo settecentesco; ma ben altro spazio acquista quando, dopo la caduta delle illusioni, si restringe nel rifugio dell'idillio, nell'animato spazio, nei silenzi del cosmo e del destino umano, ansiosamente interrogati. La sua parola, quanto più si restringe nella forma cristallina, tanto più apprende; ed a confronto con il Man-
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Italla - Panorama c teatro greco di Tsormina.
zoni si vede che il suo messaggio è di solitudine, mentre il messaggio di quello è la parteciperione, e l'uno sperimenta dall'intimo della parola quanto l'altro indaga e tenta dal mondo della vita morale. La letteratura italiana si orienta dopo Manzoni verso i termini complementari, ma ancora a lui riferibili, del Pellico e del Tommaseo : la tragedia spirituale di una libertà morale guadagnata nella schiavitù di una prigione generosamente sofferta, e l'acquisto animato e sensuoso dell'universo creato, nell'opera del Tommaseo poeta e narratore e storico e lettore.
La nuova cultura cresce sulla nuova letteratura : con un'attenzione ad una problematica religiosa che i vecchi tempi avevano ignorato; con una responsabilità storica e spirituale che oltrepassa tutte le cautele. Una nuova critica si forma e si esperimenta, via via perfezionando riflessivamente i suoi metodi : si riallaccia a Vico, e si accresce delle esperienze di tutte le letterature romantiche d'Europa. Anzi, l'impegno morale e nazionale della nuova letteratura conduce filosofi e politici a valutare attraverso il documento letterario la vita storica del popolo italiano che si tenta ora di comprendere nella sua interezza, e di scrutare nella sua fisionomia spirituale; Gioberti e Mazzini, Balbo e Settembrini, Cattaneo e Bonghi, per opporre alcuni nomi più noti in facili antitesi, hanno interessi teorctici e politici che si equilibrano e si integrano con lo studio e la pratica della letteratura. Nuove correnti, dall'hegelismo al positivismo, si avvicendano sulla prima antitesi proposta dall'umanesimo romantico, ma il centro della nuova critica e della nuova storiografia resta questo: un metodo di ricerca più esperto ritenta le grandi sillogi documentarie del Settecento di Mu-
ratori e di Tiraboschi, e il medioevo, che i romantici con