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nessuna altra opera anteriore, tale da convincere che ci si trova realmente di fronte all'opera di un grande artista che sentiva in modo intensissimo il dramma della espressione formale della sua età. Tale dramma trova una ben diversa estrinsecazione nell'altro musaico romano composto al tempo di Leone Magno ( 440-6 mathrm{r} ) in S. Paolo. Esso, sebbene molto manomesso e restaurato, denota il prevalere di un gusto decorativo, i cui segni erano già anche a Roma in rilievi e pitture del sec. Iv, e che nell'arte bizantina avrà la massima espressione. D'altro canto forme della tradizione ellenistico-romana, ancora più tardi, fra il 326 e il 530 , trovavano la loro più tipica espressione nel musaico dell'abside della chiesa dei SS. Cosma e Damiano, quasi che quel linguaggio tradizionale, proprio sul punto di trasformarsi, volesse accentuare alcuni dei suoi tipici caratteri. Tra il sec. iv e il vi dunque era a Roma un continuo alternarsi di modi pittorici. In Campania sembrano allora prevalere, più che altro, i modi ellenistici, ma nella regione giungeva anche il riflesso delle maniere pittoriche usate a quel tempo nell'Africa settentrionale. Così, mentre gli esempi più antichi delle pitture catacombali napoletane mostrano d'essere fedelmente connessi agli affreschi di Ercolano e Pompei, in quelle dei secc. iv e v dominano i riflessi dell'ellenismo orientaleggiante. Come avviene nei meravigliosi musaici di S. Giovanni in Fonte e nelle pitture del S. Gennaro extra moenia a Napoli, da assegnare al sec. v.

Ma già a quel tempo i più chiari e luminosi riflessi della nuova civiltà artistica fiorita a Bisanzio si riverberarono su Ravenna (v. bizantina, ARTE).

Ravenna nel sec. v diviene la capitale artistica d'Italia. Già s'è detto che a Roma nel sec. v i valori di massa, tipici dell'antica architettura classica si risolvettero in valori cromatici di superficie. Tale fenomeno fin dal sec. v si accentua a Ravenna nei tre principali monumenti architettonici di quell'età che vi sono conservati: la basilica di S. Giovanni Evangelista, il mausoleo di Galla Placidia ed il battistero degli Ortodossi. Vi appare soprattutto, ove

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si senta l'architettura di quegli edifici strettamente connessa alla loro decorazione cromatica, che annulla in certo modo la stessa perentoria logicità delle strutture ancora legate, come a Roma, alle forme tradizionali.

Caratteri analoghi sono in altre costruzioni ravennati del tempo di Teodorico, particolarmente nel S. Apollinare Nuovo, nel S. Apollinare in Classe, nella basilica di S. Vittore, in quella dello Spirito Santo e nel S. Andrea. Ma in altri edifici ravennati invece, ugualmente del sec. vi, appaiono caratteri più complessi e diversi. Tali edifici sono: il mausoleo di Teodorico, il battistero degli Ariani e la basilica di S. Vitale. Nel mausoleo di Teodorico, se da un punto di vista sono abbastanza chiari gli elementi che lo collegano alla tradizione romana, si deve ammettere che particolari modi tecnici e la stessa copertura monolite orientano a pensarlo opera di costruttori dalmati; mentre il fregio che ricorre al sommo già mostra la presenza di motivi propri della oreficaria barbarica. Il battistero degli Ariani, invece, pur esso a sistema centrale, e che nella sua disposizione originaria era costituito da una zona perimetrale ottagona circoscrivente un edificio a pianta tetrabsidata, come ve ne erano anche a Roma, è un tipo di costruzione che, a Ravenna, si rivela, come osserva il Giovannoni, interessante anello di congiunzione fra i modi propri della architettura dei Romani e quelli della basilica di S. Vitale; altro importantissimo monumento ravennate di quella età, strettamente connesso, per i suoi caratteri, a precedenti e contemporanei edifici bizantini e particolarmente alla chiesa costantinopolitana dei SS. Sergio e Bacco.

Mostra ugualmente rapporti sia con la tradizione romana che con il gusto orientale la evoluzione della plastica ravennate dei secc. v e vi in una serie importantissima di sarcofagi scolpiti nei quali le immagini, rese con rigoroso senso plastico, hanno i corpi delicatamente modellati sotto le stoffe trasparenti, con un gusto non diverso da quello che si è osservato nel sarcofago di Giunio Basso, anche se a Ravenna sono più evidenti i rapporti con le forme ellenistico-orientali. In altri rilievi invece, come in molti capitelli ed in alcune transenne, è evidente una sempre maggiore avversione per la corposita realistica del modellato; si comincia a parlare per simboli, in rapporto con tutta una serie di nuovi valori spirituali resi più complessi dall'intellettualismo orientale e contrastanti con quelli dell'antichità che aveva esaltato l'uomo nella perfetta armonia della bellezza corporea.

Queste idee debbono essere tenute presenti anche per indendere i valori delle forme pittoriche che appaiono in una serie mirabile di musaici del sec. v e vi che decorano le pareti e le absidi delle chiese ravennati. I grandi nomi di Galla Placidia, di Teodorico, d'Amalasunta, di Giustiniano, di Teodora sono legati a quelle fantastiche decorazioni che ancora oggi a distanza di secoli dànno il senso di ciò che dovette essere la Ravenna di quei tempi lontani, quando fra le sue mura e i suoi acquitrini si incontravano la vecchia persistente tradizione romana, il giovane sangue barbarico, i portati della nuova civiltà cristiana. Solo forse a considerare quei musaici, ad interrogare i volti estatici dei Santi e dei misteriosi personaggi che vi appaiono con negli occhi uno smarrimento nuovo, a scrutare l'animo, il senso della vita di quegli uomini e di quelle donne che ora appaiono in un empireo miracolosamente irreale e pure vero, si può intenderne il dramma e sentire il bisogno di quella ricchezza, di tutto quell'oro, più forse che a traverso lo studio di tante altre manifestazioni e memorie di quei tempi lontani.

A Ravenna la civiltà artistica latina difende le sue ultime posizioni cercando ancora di assimilare nuovi elementi orientali, e non vi riesce. L'arte che giunge dall'Oriente è il riflesso di una corte ricchissima e fa-
stosa, essa ha il fascino delle cose nuove e di ciò che è proprio dei più potenti; di più, essa viene da quell'Oriente donde giungono, con le tradizioni, le storie miracolose e le leggende, i temi delle loro rappresentazioni grafiche, gli schemi iconografici e con essi i riflessi di una nuova psicologia che appare nella pittura prima che in qualsiasi altra forma d'arte.

Nei musaici che rivestono tutto l'interno del mausoleo di Galla Placidia si riconoscono facilmente elementi già noti nell'arte romana ed ellenistica deı secc. Iv e v. Eppure quelle immagini già vivono in un mondo che non è più quello reale e determinato nel quale ci si era abituati ad incontrarle; lo stesso si dica per le figure nella volta del battistero degli Ortodossi ove lo schema decorativo è anche strettamente legato a modi orientali. Ma è nei musaici del sec. vi di S. Apollinare Nuovo che il nuovo spirito che anima l'arte orientale sembra ormai dominare incontrastato nella duplice teoria di Santi e di Sante che lungo le parete della navata maggiore della chiesa, uscendo dalla città di Classe e dal Palazzo imperiale di Ravenna, s'accostano, procedendo verso il presbiterio, ai troni del Redentore e della Vergine, che essi posti alle estremità delle due teorie servono come a bilanciare la composizione. Altri musaici nella zona superiore della stessa navata della chiesa mostrano diversi orientamenti più legati alla tradizione veristica dell'aulico classicismo, ma non riflettono certo con altrettanto potere il nuovo senso di vita che ormai dominava la civiltà di quel tempo. Ed ecco che in un'altra chiesa ravennate, nel S. Vitale, ad opera verosimilmente di attisti venuti dall'Oriente, il saggio Imperatore e la fatale Teodora appaiono circondati dalle loro corti in un ambiente, quello del presbiterio della chiesa, nelle sue decorazioni si riconoscono alcune fra le testimonianze più alte della civiltà figurativa riflessa dall'Oriente su Ravenna. Qui, nella decorazione absidale di S. Apollinare in Classe, in quella della cappella dell'arcivescovado e nei musaici che erano nel S. Michele in Africisco (poi trasportati a Berlino) ed in altre opere ancora, seppure in diverse gradazioni, appaiono nel sec. vi i diretti riflessi della cultura figurativa orientale.

Pur essendo molto numerosi i musaici ravennati giunti fino a noi, essi non rappresentano che una piccola parte di quelli che fra il sec. v e il vi adornarono le pareti e le absidi delle chiese della città e del territorio ove si estendeva il suo dominio politico e spirituale. Un altro splendido musaico del sec. vi che può collegarsi ai ravennati è quello della cattedrale di Parenzo. Forse, se ce ne fossero stati conservati di più, sarebbe probabilmente possibile anche parlare, con maggiore fondamento di quanto non sia stato fatto finora, di una scuola pittorica ravennate, primo rigogliosissimo ramo dell'arte bizantina che allora aveva già iniziato il processo di conquista e di assorbimento dell'arte di tutta Europa.
2. Dal sec. vir all'xi. - Le forme architettoniche che nel sec. Iv, nel v e nel vi si erano evolute secondo una logica molto chiara, connessa ai nuovi orientamenti spirituali del popolo italiano, dal sec. vi all'viri quasi ovunque mostrano i segni di un ulteriore estremo impoverimento. Poi all'inizio del sec. Ix per tutta I. corre come un brivido di rinnovamento che sembra preannunciare alcuni aspetti dell'arte romanica; tuttavia tale fioritura artistica nel sec. x nuovamente si disperde, ma i suoi frutti con maggiore coscienza verranno raccolti nell'xi e xil sec. Ad ogni modo, appunto fra il sec. vir e l'xi, particolarmente in tre centri italiani è possibile seguire l'evoluzione delle forme architettoniche: Roma, Ravenna e il suo territorio, la Campania.

A Roma, all'inizio del sec. vir, e propriamente al pontificato di Onorio I ( 625-38 ), va assegnata la costruzione della chiesa di S. Agnese fuori le Mura che è fra

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le più belle chiese romane dell'alto medioevo e ove appaiano molto vivi i riflessi dell'arte orientale; riflessi evidenti anche nella coeva chiesa dedicata ai ss. Quattro Coronati, trasformata in epoche successive. Ma nelle altre costruzioni che possono essere assegnate al sec. VII (S. Giorgio in Velabro) e all'viri (S. Maria in Cosmedin) domina assoluto un senso di impoverimento e di riduzione al minimo necessario di quelle che erano state le belle forme architettoniche dei secc. Iv e v. Tuttavia agli inizi del sec. IX, durante il pontificato di Pasquale I ( 817-34 ), vengono edificate delle grandi chiese decorate con interessantissimi musaici che riflettono un momento particolarmente felice per la cultura artistica romana, forse da porre in relazione con quel senso di rinnovata grandezza del potere papale collegato alla politica dell'età carolingia. Le chiese di S. Maria in Domnica, di S. Prassede, di S. Cecilia in Trastevere e la successiva di S. Marco mostrano nell'ampio respiro delle navate maggiori, nella solennità delle proporzioni, nella eleganza degli elementi decorativi un gusto raffinato e sicuro per la bellezza formale, veramente eccezionali per quella età. Nella Campania invece, se pure non sia possibile in quei secoli, per la scarsezza delle testimonianze, parlare di una vera e propria evoluzione delle forme architettoniche, c'è da osservare come anche fra il sec. vir e l'viI continui a prevalere quel gusto per lo scenografico e il pittoresco che i maestri campani dell'epoca paleocristiana avevano ereditato dagli architetti del periodo classico. Così nell'abside ad archeggiature della basilichetta cimiteriale di Prata presso Avellino che è del sec. vir, così nella complessa chiesa a pianta centrale di S. Sofia a Benevento che va assegnata all'viir; e cosi anche nella distrut a chiesa di S. Maria delle Cinque Torri di Cassino. Le stesse tendenze appaiono in due chiese da assegnare al sec. x: il S. Salvatore ed il S. Michele in Corte a Capua.

Molto interessante la evoluzione delle forme architettoniche nel territorio ravennate fra il sec. vir e l'xi. Allora infatti, cessati i diretti influssi orientali, nel corso di quattro secoli, vennero in maniera quasi autonoma svolti gli antichi temi in una lunga serie di costruzioni che per molti aspetti preludono alcuni caratteri dell'architettura roma-
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(fot. Anderson)
Italia - Monumento funebre a Maria di Calabria (sec. xiv). Napoli, chiesa di S. Chiara.
nica dell'I. settentrionale. Fra le opere del sec. VII si ricorda io le pievi di S. Pietro in Silvis presso Bagnacavallo, di S. Maria di Ronta e di S. Pancrazio presso Russi fra quelle dell'viit, oltre i campanili ravennati di S. Giovanni Evangelista e S. Pietro Maggiore e la pieve di S. Pietro in Trento, mentre ad una età da porsi fra il sec. viII e il Ix sono da assegnare le pievi di S. Vittore in Valle presso Cesena, la chiesa di S. Maria in Arcevoli presso S. Arcangelo di Romagna e la pieve del Tò presso Brisighella. Si collega anche all'architettura del territorio ravennate la chiesa rotonda di S. Donato a Zara (801804), che ha vivacissimi punti di contatto col S. Vitale di Ravenna, e il duomo di Torcello nelle parti che possono essere assegnate al sec. xI, nonché la badia di Pomposa presso Coolgoro, soprattutto il suo campanile, fondato solo nel rood: fra tutti gli edifici che si sono ricordati è certo il più bello, il più alto, il più forte, quello che può veramente simboleggiare in I. l'avvento di un nuovo senso di vita che non tarderà a rivelarsi nell'arte romanica.

Orientamenti sostanzialmente analoghi a quelli dell'architettura mostrano fra il sec. vir e l'xi anche le altre arti del disegno. Ciò sebbene nella plastica e nella pittura assumano compiti di decisiva importanza gli influssi barbarici (v. barbarica, arte) nella prima e quelli bizantini (v. bizantina, arte) nella seconda.

Prima ancora del sec. vir, anzi fino dal tempo di Teodorico, alcune opere di oreficeria ed alcuni fregi decorativi mostrano caratteri stilistici e motivi diversi da quelli tradizionali dell'arte classica. Infatti, oltre che nella tomba del grande Re goto a Ravenna, in tutta una serie di croci auree, di fibule, di dischi, di monili, rinvenuti nelle necropoli barbariche, ricorrono motivi decorativi nuovi. Essi sono espressi in forme estremamente rozze rispetto a quelle classiche, ma su queste, ormai esaurite e stanche, vanno decisamente prendendo il sopravvento, anche nei rilievi marmorei. Ciò che interessa i maestri di scalpello è essenzialmente il contorno, ormai destinato ad esprimere non una verosimiglianza fisica delle immagini ma essenzialmente un ritmo decorativo. Il rilievo divenuto piatto è quasi sempre molto rozzo. I marmi sembrano più incisi e scavati che scolpiti. Anche il repertorio delle rappresentazioni muta, e solo in alcune opere che si possono ritenere di carattere popolaresco, e quindi più legate alla vecchia tradizione, si trovano scene e figure che mostrano intenti illustrativi.

Il motivo tipico dei marmi databili fra il sec. vir e l'xt è la treccia, che serve in generale a limitere degli spazi nei quali ricorrono figurazioni stranamente stilizzate che non sempre si riuscirebbe a comprendere nel loro significato se non soccorresse una sorta di simbolistica tradizionale. Il termine di barbariche assegnato a queste sculture implica anche un giudizio. E sebbene in esse ricorrano, quali elementi formativi, sia il ricordo della tarda classicità che quello dell'arte bizantina e quello appunto della cosiddetta arte barbarica (v.), e benché sia possibile riconoscere nelle diverse regioni caratteri diversi, sia pure determinati da consuetudini di mestiere, è innegabile una connessione di tali modi plastici fra i marmorari italiani e quelli degli altri territori del bacino del Mediterraneo. Si giunse così ovunque ad un basso livello comune, ad una sorta di primitivismo giustificato dalla comune ignoranza e dall'avversione alle rappresentazioni realistiche propria della mentalità orientale. Rilievi che abbiano tali caratteri e databili appunto fra il sec. viI e l'xi si incontrano in tutta I. Da ricordare tuttavia, particolarmente nel settentrione della penisola, quelli del museo di Pavia, gli altri del museo cristiano di Brescia, il gruppo veramente cospicuo di Cividale (ove alcuni marmi possono essere datati con esattezza fra il sec. viII e il Ix), una transenna del S. Co-

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lombano di Bobbio, ecc. Nell'I. centrale il gruppo più ricco è nel Lazio, particolarmente a Roma: a S. Maria in Cosmedin, a S. Sabina, a S. Saba, a S. Clemente, a S. Giovanni a Porta Latina, a S. Marco, a S. Maria del Priorato, a S. Maria in Trastevere ecc.

La Campania anche durante questo periodo ha dato interessantissimi segni di una propria vitalità, sia elaborando motivi classici di tradizione locale comunque ricca di memorie classiche (Calvi-Cimitile-Napoli S. Aspreno), sia, verso il sec. XI, attingendo a schemi decorativi di gusto orientale (quasi sicuramente conosciuti attraverso le stoffe) i motivi con figure d'animali più o meno fantastici di plutei e formelle (Sorrento, Museo Correale; Roma, Museo Barracco; Berlino, Museo Federico).

Frattanto, mentre nel meridione fra il sec. x e l'xi arrivano rinvigoriti influssi di classicismo orientaleggiante quasi sospinti dal nuovo rifiorire, dopo la contesa iconoclastica, dell'arte bizantina, nel settentrione della penisola le testimonianze di quel rifiorire penetrano attraverso il Veneto, venendo a contatto con la cultura carolingia (v. carolingia, arte). Ed è a Milano che queste due correnti si incontrano generando una serie di capolavori, massimo fra tutti l'altare d'oro della basilica di S. Ambrogio firmato da un Magister Faber Vuolvinius al tempo del vescovo Angilberto II (824-59). Caratteri in certo senso analoghi, ma con decisa prevalenza di modi ellenistici, si ritrovano nel ciborio che sovrasta l'altare di Vuolvinio, collegato anche ad opere più tarde, quali un secchiello eburneo dell'arcivescovo Goffredo (974-82) e ad altri lavori in avorio (v.), e infine, nel sec. XI, al ciborio di S. Pietro a Civate.

Il regno di Giustiniano, le vittorie di Belisario e di Narsete, il generale diffondersi della spiritualità orientale e della cultura bizantina e infine le migrazioni provocate dalla lotta iconoclastica fecero sì che in I., a Roma specialmente, durante il sec. viI e quindi nelle epoche successive, acquistassero deciso prevalere i modi della pittura bizantina che, venuta a contatto con i modi tradizionali italiani, assunse in I. nuova complessa varietà di aspetti.

Alcune di queste pitture infatti appaiono stilisticamente più prossime al puro linguaggio bizantino, altre molto da esso discoste. Così, mentre le immagini del musaico absidale della chiesa di S. Agnese fuori le Mura (625-28) come quelle più antiche dell'arco trionfale di S. Lorenzo ( 278 -90) ed altre ancora, pure del sec. viI, hanno con la bellezza il senso della "ufficialità " dell'arte bizantina in altre figurazioni romane si appesantiscono gli originali modelli calcando ombre e contorni e togliendo alle immagini quel senso di trascendenza, che ne era uno dei fascini maggiori. In altri casi invece, come nella decorazione absidale di S. Maria Antiqua, le schema orientale è interpretato con i modi veloci e sicuri della pittura compendiaria della quale anche in Oriente si hanno testimonianze cospicue. Fin quando nel sec. IX, al tempo di Pasquale I (817-24), come s'è già notato nel campo architettonico, non si assiste ad una vera e propria fioritura d'arte romana testimoniata da una serie di musaici che hanno caratteri propri in S. Prassede, in S. Cecilia in Trastevere, in S. Maria in Domnica e, poco più tardi, in S. Marco. Il colore vi trionfa assoluto e difficilmente vien fatto di ricordare che quelle immagini si dispongono secondo antichi e consacrati schemi figurativi.

Tutto qui è nuovo o almeno visto e realizzato con occhi e spirito nuovi. Novità che tuttavia è ben difficile mettere in rapporto sia pure alla lontana con la cultura carolingia, comunque nordica, i cui riflessi tuttavia nello stesso sec. IX appaiono a Roma in altre pitture della basilica sotterranea di S. Clemente, in una Assunzione della Vergine soprattutto, ove è una animazione drammatica, una violenza espressiva ben diversa da quella delle coeve e più antiche pitture popolareggianti romane.

Agitazione drammatica, violenza e potenza espressiva che con diversa intonazione riflettono anche alcune pitture del S. Vincenzo al Volturno ed altre della chiesa sotterranea di S. Crisogono a Roma, i cui modi prelu-
dono quelli che saranno più propri dell'arte benedettina (v. benedettina, arte). Per il sec. x sono molto scarsi i resti pittorici e di quasi sempre incerta assegnazione: le opere dell'xi invece già riflettono i caratteri del nuovo tempo che surge, quello dell'età romanica. Le varie intonazioni più o meno legate a forme tradizionali e popolareggianti o alle diverse gradazioni dell'arte orientale appaiono similmente, ma in opere di minore entità, nelle altre regioni italiane. Tuttavia una memoria a parte meritano le pitture di S. Maria foris partem a Castelsepiro presso Varese da assegnare, forse, alla fine del vir o al principio del sec. viII e riflettenti nella loro vivacità narrativa e nella sprezzante sicurezza ed eleganza caratteri propri della più schietta tradizione ellenistica, viva anche nelle miniature, del tipo di quella appunto trovata a Roma nei secc. vir e viII, soprattutto nelle pitture della chiesa di S. Maria Antiqua.
3. L'età romanica del secc. xi-xiif. - Gli elementi dunque che in diversa misura, a seconda degli ambienti e delle età, operano nello sviluppo dell' arte in I., dal sec. Iv all' xi, sono vari e molteplici. Alla base rimangono quelli della tradizione ellenistico-romana cui si sovrappongono e si fondono successivamente gli altri della cultura bizantina, dell'ellenismo orientale e della cultura nordica, sia inizialmente sotto l'aspetto di arte barbarica come, in un secondo tempo, di arte carolingia ed ottoniana. Ciascuno di questi elementi nel suo successivo trascorrere lascia una sorta di sedimento che arricchisce l'humus donde sboccia, in quel caratteristico rifiorire degli spiriti e della cultura che è proprio di tutta Europa e di gran parte dell'Oriente durante i secc. XI, XII e XIII, l'arte romanica (v.). Definire i vari aspetti che l'arte italiana assume durante l'età romanica è compito quanto mai arduo; essa, ad ogni modo, non può essere intesa nei suoi più intimi valori senza tener conto come allora il popolo assurse ad elemento determinante nella stessa vita politica delle città, delle regioni, degli Stati che si erano venuti costituendo nella penisola. Di quel popolo e delle sue forze individuali ed organizzate, alimentate da valori spirituali e religiosi, l'arte romanica è l'espressione più alta e legittima. E mentre il sentimento ed il culto della bellezza si diffonde ovunque, gli artisti appaiono soprattutto intenti ad una continua ricerca del nuovo e dell'originale potenciata dal risorto spirito naturalistico. Ed è la singolarità dell'individuo che trionfa
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(BA. Alinari)
Italia - La Vergine Assunta, Opera di Donatello e aiuti, Particolare del Monumento Brancacci - Napoli, chiesa di S. Angelo a Nilo.

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CAPPELLA DEGLI SCROVEGNI, con affreschi di Giotto (1305) - Padova.

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In alto: LA REGINA DI SABA INGINOCCHIATA SI RIFIUTA DI PASSARE II. PONTE fatto col legno dell'albero del peccato; incontro con Salomone nella reggia. Affresco di Piero della Francesca (ca. 1465) Arezzo, chiesa di S. Francesco. In basso: MAESTA DI SIMONE MARTINI (1315) - Siena, Palazzo Pubblico.

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anche se posta a servizio di una complessa e quasi istintiva organizzazione civile e religiosa di cui le grandi cattedrali in quella età costruite appaiono la più caratteristica espressione.

Il campo delle arti in I. è allora estremamente vario d'aspetti e di caratteri a seconda delle tradizioni, dei precedenti culturali e dei contatti propri agli uomini delle diverse regioni, talvolta delle diverse città. Tenuto presente questo, apparirà evidente come nel caso particolare delle manifestazioni artistiche dell'età romanica quello che maggiormente conti sia la potenza e la felicità dell'espressione degli spiriti vitali che infiammano le coscienze.

L'architettura riacquista allora in I. una preminenza assoluta sulle altre arti, anche perché tutte ad essa subordina nella complessità della sua espressione. Si è pocanzi osservato come uno dei motivi caratteristici dell'alto medioevo italiano sia costituito dall'esaltazione di valori essenzialmente cromatici luministici in opposizione a quelli plastici dell'architettura degli antichi. Ma ecco che durante la nuova età in alcune regioni italiane, quelle a più diretto contatto con l'Europa centrale e settentrionale, ove s'andavano preparando, nell'ambito delle stesse forme romaniche, alcuni dei caratteristici aspetti dell'arte gotica, avviene ciò che da determinati punti di vista può apparire anche un ritorno a quei principi di strutture a masse contrapposte propri dell'architettura antica. Ma nell'architettura romanica dell'I. settentrionale e del versante orientale dell'Appennino, a quei caratteri dell'arte antica altri se ne aggiungono o sostituiscono. Perché nelle nuove architetture lo spazio è come reso sensibile, chiuso entro organiche forme di pietra. Alla chiara, limpida opposizione delle masse plastiche propria dell'architettura antica si sostituisce una diversa organizzazione di elementi strutturali grevi e massicci. E vengono costruiti edifici che assumono aspetto accigliato e guerriero per l'uso costante di girare vòte su mattoni e pilastri di pietra bruna, per la complessità delle piante, per l'uso di logge e matronei che addensano, negli interni scarsamente illuminati, profondità di ombre severe, per la vivace e complicata decorazione plastica i cui elementi hanno le più strane origini. In Toscana invece e nel Lazio, ed in genere nelle regioni dell'altro versante dell'Appennino che guarda il Tirreno, la cultura architettonica conserva alla propria base i caratteri che aveva assunto nei primi secoli del cristianesimo. L'amore cioè per le chiare armonie spaziali, per gli allineamenti di colonne e trabeazioni, per il riposante giro delle arcate che s'inseguono verso le absidi, per le grandi liscie pareti su cui pittori, intarsiatori e musaicisti distendono le loro belle fantasie cromatiche.

Se questa divisione in due distinte correnti può essere valida per una schematica classificazione delle manifestazioni architettoniche italiane dell'età romanica, basterà approfondire un poco questo esame per notare immediatamente diversissime gradazioni ed anche contaminazioni, le più varie da regione a regione. E mentre la Lombardia apparirà, fin dal sec. xi nell'I. settentrionale, come il territorio ove più che in qualsiasi altro si rivelano novità di intenti per l'uso costante di vòlte a costoloni girate su pilastri a fascio - intenti manifesti nel S. Ambrogio di Milano e ribaditi in altre chiese della stessa città e in quelle pavesi di S. Michele e S. Pietro in Cial d'aro, nel S. Abbondio (1091) e nel S. Fedele di Como, il cui complesso schema ebbe larga eco anche fuori d'I. e in tante altre che non è possibile annoverare in Piemonte, in Liguria, nel Veneto e nell'Emilia l'architettura assume caratteri, sebbene distinti, non diversi.
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(104. Atsmati)

Italia - Angelo reggi-candelabro, scultura di Michelangelo. Arca di S. Domenico (1495) - Bologna, chiesa di S. Domenico.

In Piemonte, ove le forme lombarde vengono accolte quasi pure nel S. Benigno a Fruttuaria, nella basilica di S. Evasio a Casale Monferrato e nella stessa Sagra S. Michele presso S. Ambrogio, assumono qualche originalità nella decorazione di altri edifici, quali i SS. Nazario e Celso a Montechiaro di Asti, mentre qualche diretto influsso francese si nota qua e là, come nel S. Fede di Cavagnolo Po e nell'abbadia di Vezzolano.

Elementi lombardi ricorrono allora frequentissimi, anzi ne formano quasi il fondamento, nell'architettura romanica della Liguria. Così nel S. Paragouio di Noli; ma a Genova nella Cattedrale, consacrata l'anno 1118, nella chiesa di S. Maria in Castello ed in quella di S. Donato accanto agli elementi lombardi sono anche chiarissimi quelli d'origine toscana. E del tutto lombardeggianti sono anche gli elementi costitutivi dell'architettura romanica emiliana. Così a Modena nella Cattedrale architettata nel 1099 dal lombardo Lanfranco, cosi nella cattedrale di Ferrara compiuta nel 1.35 e che conserva elementi di forme modenesi, cosi in quelle di Parma e Piacenza, le cui facciate sono caratterizzate dalle archeggiature sovrapposte che contribuiscono ad alleggerirne l'aspetto. Più vario il carattere dell'architettura nel Veneto ove, in terraferma, a Verona, in S. Maria Antica, in S. Lorenzo, in S. Zeno, iniziato nel 1120 e compiuto nel 1138 , il comune fondamento lombardo s'arricchisce per la ricerca di valori pittorici e luministici, quali appaiono anche nell'abside del Duomo. A Venezia frattanto, nella basilica di S. Marco, è manifesto un deliberato orientamento verso schemi bizantini. Così la grande chiesa, ricostruita intorno al 1083 dal doge Domenico Contarini in luogo di una costruzione molto più antica ed a schema basilicale, ebbe la pianta a croce greca e cinque cupole, come la chiesa dei SS. Sergio e Bacco a Costantinopoli. Accanto al S. Marco sorgeva allora a Venezia anche il campanile, ricostruito dopo il crollo del 1904, che richiama forme collegate a quelle lombarde, come l'esterno del duomo di Torcello; ma anche l'interno di questa chiesa, l'altra di S. Fosca pure a Torcello e il duomo

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di Murano rivelano pur essi influenze orientali. E le influenze orientali, sia mescolate ad elementi emiliani e discendenti dal Veneto, come anche per diretto influsso giunte dal mare, appaiono anche nelle Marche accordandosi con particolari costruttivi ormai propri della tradizione lombarda. Cosil nella chiesa di S. Croce presso Sassoferrato, nel S. Vittore a Chiusi, nel S. Claudio al Chienti, nella bellissima S. Maria di Portonuovo e in quello che può considerarsi il capolavoro architettonico della regione nel periodo romanico: il S. Ciriaco di Ancona, dove una intonazione di gusto schiettamente bizantino si unisce a modi che richiamano vivamente la tradizione lombarda. Questi, congiunti poi ad infiltrazioni umbre, abruzzesi, pugliesi e dalmate, appaiono ancora in altre costruzioni marchigiane, quali la S. Maria di Piazza, pure ad Ancona, decorata nel prospetto ad arcatelle da un maestro Filippo l'anno 1210.

In Umbria, nel cuore della penisola, frattanto, ugualmente penetrano anche gli elementi lombardi che vi si fondono con quelli della preesistente tradizione locale, che si rifaceva ad elementi paleocristiani, e ad altri derivanti dal Lazio e dalla Toscana. Cosi nel S. Gregorio a Spoleto iniziato nel 1079, nel duomo di Foligno e in quello di Assisi e nella cattedrale di Nami, mentre nel S. Pietro di Spoleto la divisione della fronte in riquadri adorni di sculture, che richiama antichissimi motivi locali, mostra interesse per i valori pittorici che altre volte, come nel S. Felice a Narco, nella facciata della cattedrale di Spoleto, nella facciata minore del duomo di Foligno, nel S. Michele di Bevagna assumono vero dominio per la presenza di museici.

In Puglia sono ancora gli elementi di gusto lombardo a prevalere nel S. Nicola di Bari che, iniziato nel 1087 dal benedettino Elia e consacrato nel 1197, rimase la costruzione esemplare alla maggior parte degli edifici romanici pugliesi. Ma accanto ai lombardi appaiono anche elementi orientali, quali gli arconi dei fianchi e la "cortina" che nasconde le absidi. Si collegano al S. Nicola il duomo di Bari, la cattedrale di Bitonto, il duomo di Trani, la cattedrale di Ruvo.

Gli elementi orientali prevalgono invece nella Puglia marittima ove i caratteri dell'architettura lombarda sono come attenuati. Cosi nelle cattedrali di Taranto e di Orranto, dalle semplici forme basilicali, cosl negli edifici con la pianta a croce quali la cattedrale di Canosa, consacrata nel 1101, coperta con cinque cupole, cosi nel mausoleo di Boemondo che sorge accanto a quella cattedrale, cosi nel duomo di Molfetta.

Le strettissime affinità che alcune chiese della Capitanuta mostrano con alcuni aspetti della contemporanea architettura pisana non dipendono verosimilmente da inspiegabili influssi della Toscana, quanto da comuni derivazioni da modelli orientali, specie di Siria e Palestina. Cosi le archeggiature che rivestono all'esterno le cattedrali di Troia (1003-1125) e di Siponto (1117), il S. Basilio di Troia e il santuario di Monte S. Angelo. In Calabria ed in Basilicata frattanto ricorrono gli stessi elementi di cultura architettonica, sebbene siano più vivi quelli che denotano diretti rapporti con l'Oriente: S. Marco di Rossano, Cattolica di Stilo, S. Giovanni Vecchio presso Stilo, S. Maria di Tridetti.

L'architettura abruzzese, benché per tanti aspetti si ricolleghi a derivazioni lombarde in alcuni dei suoi monumenti più significativi, quali la basilica Valvense o di S. Pelino a Pentima, specie nel gusto per una ricca decorazione plastica, sembra dipendere dalla Puglia. Ma talvolta, come a S. Clemente a Casauria presso Torre de' Passeri, intervengono elementi oltremontani.

Gli elementi che caratterizzano l'architettura siciliana del periodo romanico sono quello arabo e quello normanno, il quale ultimo, in forme abbastanza pure, si incontra anche in Calabria. Tra le costruzioni di schietto carattere arabo si indicano, in Sicilia, il S. Giovanni degli Eremiti a Palermo (1132) ed il S. Cataldo della stessa città, ambedue coronati da cupole emisferiche. S. Maria dell'Ammiraglio, "la Marrorana", costruita da Giorgio di Antiochia nel 1143, riprende invece schemi bizantini anche se vi ricorrono elementi decorativi arabi, d'altronde
intensissimi pure nella Cappella Palatina (ca. 1140). Nel duomo di Palermo, invece, cominciato a costruire nel 1185 dal vescovo inglese Gualtiero Offamilio, nella cattedrale di Cefalù (1131) e in quella di Monreale, fatta costruire da Guglielmo II fra il 1166 e il 1189 , gli elementi arabi ed orientali monbilmente si fondono con quelli normanni creando veri capolavori tra le manifestazioni più alte dell'architettura romanica italiana.

In Campania la chiesa abbaziale di Montecassino, eretta dal grande abate Desiderio e consacrata da Alessandro II nel 1071, secondo l'antico schema basilicale, a tre navate, fu modello a molte chiese della regione ove giunsero allora anche nuovi elementi orientali, o per dirette influsso a derivanti dalla Sicilia. Cosi nella chiesa del Crocifisso e nel duomo di Salerno consacrato nel 1085, cosi in quella di S. Angelo in Formis presso Capua, pure del sec. xI, cosi nel duomo di Caserta vecchia consacrato nel 1125 , ove gli elementi arabi acquistano precisa determinatezza, come nel chiostro e nelle parti ancore originarie del duomo di Amalfi, nel duomo in S. Maria Gradillo e in S. Giovanni in Toro a Ravello ecc. ecc.

Nel Lazio durante l'età romanica si ebbero due principali centri di cultura architettonica, Roma e il Viterbese. A Roma un importante gruppo di costruzioni dencò i un preciso ritorno a forme simili a quelle delle più antiche chiese della città. Cosi S. Maria in Cappella del sec. xI, cosi S. Crisogono e S. Maria in Trastevere, del sec. xir, cosi il S. Lorenzo fuori le Mura del sec. xiII. Mentre in altre chiese quali S. Clemente, secc. XI-XII, e nei portici di S. Giorgio in Velabro, di S. Cecilia, di S. Lorenzo, dei SS. Giovanni e Paolo e nella serie dei numerosissimi campanili che sorgono accanto ai sacri edifici, da quello di S. Giovanni a Porta Latina all'altro di S. Silvestro, a quelli di S. Giovanni e di S. Maria in Cosmedin, s'affermano principi costruttivi connessi ad antica tradizione locale anche se ora assunti a nuova dignità di stile. Collegata al gusto tipicamente classicheggiante delle costruzioni ora rammentate è l'attività architettonica dei marmorari romani, spesso indicati col nome di Cosmati (v.). Cosi nella semidiruta S. Maria di Falleri (sec. xit) e soprattutto nel portico che precede la cattedrale di Civita Castellana (v.). Autori ne furono Jacopo di Lorenzo e il figlio Cosma. Ai componenti di un'altra famiglia di marmorari, quella dei Vassalletta, si devono i due chiostri meravigliosi del Laterano e S. Paolo costruiti al principio del sec. xili.

Tra le costruzioni più interessanti del territorio a nord di Roma, verso la Toscana, è il S. Flaviano di Montefiascone. Una chiesa del sec. xI a due ordini che nella pianta ricorda l'antico duomo d'Arezzo, mentre nell'alzato si raccorda a forme lombarde. Queste appaiono quasi pure nella chiesa di S. Maria in Castello a Tarquinia che è del sec. xit. Allora a Tuscania si costruivano due bellissime chiese: il S. Pietro, consacrato alla fine del sec. xi, e S. Maria Maggiore di qualche decennio più tarda, ma tanto l'una che l'altra completate nella decorazione posteriormente. Con maggiore unità stilistica si operava frattanto a Viterbo, dove il S. Giovanni in Zoccoli (sec. xi), la chiesa di S. Maria la Nova e la Cattedrale, nella solenne armonica divisione degli spazi, si collegano alle forme toscane.

E infatti durante l'età romanica che la 'Toscana, ove penetrano anche elementi architettonici lombardi, assume una precisa intonazione classicheggiante che per molti aspetti prelude il Rinascimento. Cosi a Firenze ove, ricostruito o adattato fra il sec. xi e il xiri il Battistero, compiuto fra il 1018 e il 1063 S. Miniato al Monte, costruita pure nel sec. xi la chiesa dei SS. Apostoli, iniziata nel 1093 la Badia di Fiesole ed elevate le chiese del S. Salvatore e S. Jacopo Sopr'Arno, vengono creati edifici di perfetta armonica unità ove gli affineamenti di colonne e pilastri, su cui girano serene archeggiature, i rivestimenti di marmi policromi a tarsia, i nitidi rapporti delle superfici, dei vuoti e dei pieni, la raffinata eleganza degli elementi plastici, denotano un rigore stilistico ed una precisa selezione di valori che rimarrà alla base della cultura architettonica fiorentina del Rinascimento.

Aspirazioni simili animano gli architetti pisani, più

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pronti tuttavia ad accogliere anche elementi lombardi ed orientali. Così nel Duomo iniziato da Buschetto nel ro6s, consacrato nel 1118 e quindi prolungato verso la facciata da Rainaldo nella seconda metà del sec. xir. Il Battistero, iniziato dal Diotisalvi nel 1153, il campanile iniziato nel 1173 ed attribuito a Bonanno, e tutte le altre chiese pisane costruite fra il sec. xir e il xiri, risentono dell'influsso della meravigliosa Cattedrale. Le forme della quale si rifletterono, sia pure con varia intonazione a Pistoia nel S. Giovanni Fuorcivitas, iniziato nella seconda metà del sec. xir e, sia pure in minor grado, nel S. Andrea e nel S. Bartolomeo in Pantano, nonché a Lucca, ove le forme pisane s'armonizzarono con quelle di origine lombarda e con le inflessioni, soprattutto cromatiche, che i pistoiesi avevano saputo dare alle pisane. Cosi nella cattedrale di S. Martino, ove nei primi anni del sec. xiri lavorava un Guidetto d'origine lombarda, e cosi in S. Michele in Foro dalla elegantissima facciata : un capolavoro. Alle forme delle chiese pisane, che si ritrovano anche ad Arezzo nella Pieve, s'intonano le chiese della Sardegna costruite fra il sec. xI e il xiv a schema basilicale e colonnate. Basti citare fra le più importanti il S. Gavino di Porto Torres e la S.ma Trinità di Saccargia.

In alcuni centri minori della Toscana alle forme derivate da Firenze, Pisa, Lucca, Pistoia altre si associano, talvolta di intonazione locale, quasi sempre accompagnate ad elementi lombardi. Cosi nelle pievi di Romeno e Gropina, nella cattedrale di Sovana, a Badia ad Isola, e infine nella complessa badia benedettina di S. Antimo a Castelnuovo dell' Abate, iniziata nel 1118 , ove ricorrono anche elementi d'origine oltremontana. L' intenso rinnovarsi della vita cittadina, politica e religiosa dell'età romanica influì anche decisamente sugli sviluppi dell'architettura civile di cui sono numerosissime le testimonianze nelle città e nei luoghi italiani. I grandi palazzi civici, le case delle maggiori famiglie, i grandiosi conventi, le mura e le stesse torri di difesa testimoniano allora un vivo interesse per la eleganza, la bellezza ed il pittoresco architettonici che si riflette anche su vasti complessi edilizi e sulle armoniche sistemazioni urbanistiche di vie e piazze. Così in Lombardia, in Toscana, nel Lazio e in tante città dell'Emilia, a Venezia, che allora configura il suo caratteristico aspetto più vicino a quello del favoloso Oriente che non dell'Europa, in Campania, ove Caserta vecchia è tutta un mirabile complesso romanico, cosi lungo la costiera amalfitana e poi in Puglia ed infine in Sicilia, ove a Palermo il Palazzo reale, la grande e la piccola Cuba e la Zisa, splendido luogo di delizie, testimoniano il raffinato gusto decorativo degli arabi volenterosamente accolto nella regione.

Segue un processo evolutivo analogo a quello dell'architettura anche la scultura dell'età romanica. Così mentre nella pianura padana, e in genere nelle regioni ad oriente dell'Appennino, si può indicare un gruppo d'opere collegate ai modi espressivi di tutta l'Europa centrale, in altri territori della penisola, ove erano più vive le forme e le tradizioni dell'antico classicismo, queste prevalgono in una cosciente imitazione dell'antico. In quegli ambienti, invece, ove l'arte ed il gusto d'Oriente, fosse esso ellenistico o bizantino o arabo addirittura, erano penetrati per i contatti politici e commerciali, gli elementi orientali vengono assorbiti e quindi riespressi con accenti individuali. Tendenza comune, ad ogni modo, una nuova manifesta volontà di esprimere con chiarezza i sentimenti atteggiando vivacemente le figure. Queste d'altro canto ora si staccano dai fondi in un graduale processo di affrancamento dalla architettura, per cui le sculture cessano di essere un assécondamento decorativo degli edifici per divenire statue, immagini, che, atteggiate con umani gesti, delle architetture sono il vivo commento.

Mentre si affermano tali tendenze cominciano a definirsi nell'arte italiana le prime grandi personalità artistiche. Quello di Viligelmo (v.), soprattutto a Modena,
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(fol. Alinori)
Italia - Pulpito con sculture dei fratelli Fantoni (sec. xvili) nella chiesa di Alzano Maggiore (Bergamo).
mentre i suoi scolari Niccolò (v.; facciata del duomo di Ferrara [1135], Duomo e S. Zeno a Verona) e Guglielmo (S. Zeno) ne interpretano con accenti individuali i tipici motivi. Ma è il lombardo Benedetto Antelami (v.) che nella seconda metà del sec. xir nelle sue sculture di Parma e Borgo S. Donnino realizza in sintesi di visione le varie tendenze, le quali da tempo ormai andavano fermentando nella penisola, portandole a definitiva concretezza formale. Tanto che, può dirsi, egli fu allora il maestro per tutta I. anche di chi non vide mai un'opera sua. Ed è veramente difficile determinare con precisione, nell'opera degli scultori attivi tra le fine del sec. xir e il principio del xiri, fin dove giunga fuori di Lombardia e d'Emilia il diretto o indiretto ricordo dell'Antelami. Certo giunse nella laguna veneta ove i maestri di scalpello fusero quelle forme vigorose ed altamente espressive con quelle dell'arte ellenistica e bizantina, generando un vero capolavoro nel portale mediano della basilica di S. Marco; ugualmente con accenti ove si possano riconoscere inflessioni di gusto lombardo ed orientale si espressero ancora nella prima metà del sec. xiri molti maestri che operarono lungo le coste dell'Adriatico, fino in Puglia, allora vivissimo centro di attività scultorea.

Quivi fin dal sec. xi erano stati elaborati con vigore di carattere popolareggiante elementi bizantini e musulmani (pergamo e cattedra del duomo di Canosa, opere rispettivamente di un Accetto e di un Romualdo [10781085]) e quindi anche forme di sapore classicheggiante e di accento nordico (cattedra del S. Nicola di Bari, 1088). Tali elementi vengono ancora svolti durante il sec. xir e il xiri ma con un graduale prevalere degli accenti classici determinato dai più frequenti contatti con l'Oriente ellenistico. Così nelle sculture absidali della cattedrale di Bari, in quelle della cattedrale di Ruvo, così a Castel del Monte, ed infine nel pergamo del duomo di Ravello scolpito da Nicola di Bartolomeo da Foggia nel 1272. I maestri di scultura s'irradiano allora dalla terra di Puglia ad annunciare nel nome dell'arte antica l'avvento di una nuova èra, negli Abruzzi, nella Campania, fino sulle rive dell'Arno ove Nicola da Puglia

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scandirà con risonanti accenti classici le sostanziose forme della sua scultura.

Strettamente connesse con le forme pugliesi e lombarde furono quelle della scultura d'Abruzzo assumendo caratteri particolari per il predominio di un gusto decorativo vivo e lussureggiante. L'intaglio ora rigido a trafori, ora piatto, ora uncinato ed ispido, otteneva improvvisi effetti di plasticismo nei rosoni, nei fregi, nelle figure, dando anche veri capolavori, come nel ciborio di S. Clemente a Guardia al Vomano, nel ciborio e nel pergamo di S. Maria in Valle Porclaneta presso Rosciolo, e nel mirabile pulpito di S. Clemente a Casauria (sec. xir), fieramente romanico nei riquadri classicheggianti ove dominano i rosoni ricchi di aggressiva evidenza plastica. Ed elementi pugliesi si possono cogliere anche in Umbria.

Anche in Sicilia, a parte i motivi di carattere arabo frequenti nella regione, l'intonazione essenziale della scultura fu conferita dal classicismo, sia derivato da una tradizione secolare rinvigorita dagli apporti dei maestri pugliesi e campani, sia importato da artisti dell'Oriente ellenistico. Cosl ebbero forme classiche i capitelli delle grandi chiese costruite dai re normanni, quelli del duomo di Monreale soprattutto, cosl i rilievi, i fregi e le figure del pergamo della Cappella Palatina a Palermo, mentre nel chiostro di Monreale accanto ai maestri locali operarono lombardi, romani, campani.

Le tendenze classicheggianti locali rafforzate dai contatti con la cultura ellenistico-orientale furono allora predominanti anche in Campania ove nel sec. xir1 giunse il tempestivo apporto dei pugliesi, quale quello dei maestri antivi a Capua nel Castello di Federico II e di Nicola di Bartolomeo da Foggia a Ravello. Intanto anche in Campania un largo stuoio di massicisti ingioiellava, come in Sicilia e a Roma, pergami e amboni, iconostasi e candelabri con massici splendenti. Così nei pulpiti di Calvi e di Caserta Vecchia, di Sessa Aurunca, di Cava dei Tirreni, del duomo di Capua e di quello di Salerno. Nel Lazio l'attività degli scultori fu fra il sec. xir e il xiri cosl strettamente legata a quella architettonica che non è quasi possibile farne un esame a parte. Prevalgono ad ogni modo le forme classiche direttamente ispirate all'antico; talvolta, come nel candelabro per il cero pasquale a S. Paolo fuori le Mura, da marmi paleocristiani. E ciò non solo nei fregi, nei capitelli, nelle cornici, ma anche nelle non frequenti sculture a tutto tondo. Marmorari delle famiglie dei Comnati (v.) e dei Vassalletto (v.) sono gli autori dei più caratteristici esempi di quelle sculture, ma accanto a loro è tutta una schiera di scultori che opera intensamente talvolta rifacendosi a motivi anche nordici, come in una lunetta che è a Capranica di Sutri nell'ospedale e nel più tardo portale di S. Maria Maggiore a Tresconia, o schiettamente neo ellenistici, come nel battistero di Grottaferrata, o di lontana ispirazione strusca come spesso nel vitorbese, nei capitelli e negli elementi decorativi del S. Flaviano di Montefiascone e del S. Pietro di Tuscania (sec. xi).

Anche in Toscana prevale nella scultura decorativa un gusto classicheggiante, ma di un classicismo ispirato quasi sempre all'arte neo ellenistico-orientale. Allora forti personalità di scultori, ricchi altresì di esperienze d'arte lombarda, e nei quali sembravano rivivere anche spiriti dell'antica arte strusca, s'esprimevano in Toscana con accenti propri e di grande vitalità. Cosl Guglielmo, autore dell'antico pulpito della cattedrale di Pisa (1159-62), cosl Bonanno pisano (v.), cosl Gruamonte (v.) e Biduino che operano a Pistoia, cosl l'autore dei plutei di S. Miniato a Firenze, seguace di quel Guido Bigarelli che nel 1245 firmava il fonte battesimale di Pisa. Il Bigarelli era un lombardo, come lombardo era Guidetto (v.) che agli inizi del ' 200 operava a Lucca in Duomo e contrattava opere per la pieve di Prato. Frattanto giungeva a Pisa dalla notiva Puglia Nicola (v.) detto Pisano che, nutrito nella sua terra di schietta cultura ellenistica, a contatto delle vigorosa arte plastica che fioriva nei territori dell'antica Etruria maturava la pienezza delle sue capacità espressive ponendo i solidi fondamenti del rinnovarsi della scultura italiana.

Durante il periodo romanico, fra il sec. xi e il
xiri, la pittura italiana elaborò le premesse per affrancarsi dai concetti e dalle forme dell'arte bizantina che aveva largamente inciso sui suoi precedenti sviluppi. Tuttavia è subito da notare come allora, nel rifiorire della cultura e degli interessi per le cose dell'arte, con l'intensificarsi dei rapporti con l'Oriente, di cui sono chiari i riflessi anche nel campo dell'architettura e della scultura, sembrarono doversi rafforzare anche gli antichi legami nel campo della pittura. Infatti, come non avveniva da secoli, è fra il sec. xI e il xir che artisti orientali furono chiamati in I., nel Veneto, in Sicilia, in Campania a dipingere e comporre musaici, mentre alcuni dei nostri maestri più grandi proprio s