volume-07

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graphica), Lipsia 1940; R. Valentini e G. Zucchetti, Codice topografico della città di Roma, II, Roma 1942 (ed. critica annotata dea!'l, della citrà di Ronà). Per i ricordi portati: B. Bagatti, Eulogio polizitionis, in Orientalia Christiana periodica, 15 (1949), pp. 126-66. Roberto Valentini

ITURBIDE, Augustín. - Imperatore del Messico, n. il 27 sett. 1783 a Valladolid (odierna Morelín), m. il 19 luglio 1824 a Padilla. Entrato nell'esercito, arrivò fino al grado di generale. Dopo il 1820 fu uno dei capi degli indipendentisti e, occupata Città del Messico il 23 sett. 1821, divenne prima presidente della Giunta di governo e quindi della Reggenza. Il 18 maggio 1822 fu proclamato imperatore del Messico con il nome di Agostino I. Nei mesi seguenti, tuttavia, il colonnello Santa Anna promosse una sollevazione contro il nuovo Impero e, proclamata la repubblica nel dic. 1822, gli stessi generali che prima avevano aiutato I. passarono dalla parte dei rivoltosi. I. fu pertanto costretto all'abdicazione il 20 marzo 1823 e dovette lasciare il paese, dopo aver svolto sempre opera riguardosa e devota nei riguardi della Chiesa.

Il Congresso gli indicò quale terra di esilio l'Italia. Arrivato a Livorno il 20 ag. 1823 I., visitata Firenze, aveva in animo di stabilirsi a Roma. Rivoltosi, dopo la morte di Pio VII, al collegio cardinalizio affinché gli fosse concesso di risiedere nella città eterna, si ebbe da parte di mons. Mazio, segretario del Conclave, un rifiuto imputabile alle pressioni del marchese Vargas, ambasciatore di Spagna presso la S. Sede, il quale lo accusò di esserstato il massimo responsabile del distacco del Messico dalla Spagna. Fu quindi a Londra, dove ebbe notizia delle tristi condizioni in cui versava la sua patria. Decise pertanto di farvi ritorno e comunicò al Congresso la sua intenzione di offrire l'ausilio del suo braccio e dei suoi a veri per il bene del paese. Sbarcato, fu invece fatto prigioniero e fucilato in forza di una legge che lo dichiarava traditore e che era stata emanata nel frattempo. Il suo primogenito dello stesso nome militò volontario nel reggimento dogoni dell'esercito pontificio tra il 1860 ed il 1870 e fu particolarmente caro a Pio IX.

Bibl.: M. André, El fin del Imperio español en América, Barcellona 1922, passim; A. I., Mémoires antographes, Parigi 1824; id., Correspondencia y diario militar, 3 voll., Mexico 1930; J. Schmüdlin, Papstgeschichte der neuesten Zeit, I, Monaco 1933, p. 321; A. de Moxcas, A. de I. Emperador de Méjico, S. Sebastiano 1939.

Silvio Furlani
ITUREA. - Gli scrittori greci e romani chiamano I. la regione occupata dagli Iturei, tribù nomade discendente dall'ismaelita Iethur (Gen. 25, 15), emigrata attraverso la Transgiordania (I Par. 5, 19) nel nord e fissata nella Beqá' fra Libano ed Antilibano (Strabone, XVI, 2, 20).

Insieme ad altri arabi nomadi riconobbero l'autorità del dinasta di Calcide ( = Hirbet Angar) Tolomeo figlio di Menneo ( 84-mathrm{go} a. C.) e poi il successore Lisania I (40-34) + re degli Iturei + (Dione Cassio, 49, 32). Ucciso questi nel 34 dal triumviro Antonio, ad astigazione di Cleopatra (Fl. Giuseppe, Antiq. Ind., XV, 4, 1), il Regno dal Mediterraneo a Damasco fu diviso in piccoli Stati. La parte meridionale, a sud e sud-est del Hermon, com-
prendente Ulatha ( = 'Ard el-Hûlch) e Paneade ( = Bānijà), fu affidata a Zenodoro, parente di Lisania, che resiedeva a el-Qunajirah, come sembra indicare il frammento d'epitaffio ritrovato. Questa porzione di territorio è quella che Aristobulo nel 104 a. C. annesse alla Giudea, dopo aver costretto gli abitanti a circoncidersi, e che radibe la libertà nel 60 a. C. da Pompeo, deciso a riportare i confini della Giudea ai giusti limiti della Galilea. Alla morte di Zenodoro ( 20 a. C.), Augusto uni Ulatha e Paneade al regno di Erade il Grande e alla sua morte l'Imperatore concesse questo territorio con la Traconitide, la Batanea e l'Auranitide al figlio Filippo, che Lc. 3, 1, nomina "tetrarca dell'i. e della Traconitide». Poiché gli Iturei come gruppo omogeneo sono ricordati da Fl. Giuseppe (Antiq. Ind., XV, 16, 5) con il loro re Soemo (38-49 d. C.), l'espressione di s. Luca va presa in senso largo per la posizione del territorio di Zenodoro o dell'antica I. meridionale compresa da Fl. Giuseppe (Bell. Ind., I, 33) nell'espressione di « Filippo tetrarca della Traconitide e delle vicine regioni». Dopo la morte di Filippo ( 4-34 d. C.) l'imperatore Tiberio annesse il territorio alla provincia della Siria.

Bibl.: E. Beurlice, Iturée, in DB. III, coll. 1039-42; S. Szczupański, Geographia historica Palaestinae antiquae, Roma 1926, pp. 236-42.

Donato Baldi
IUBAL (ebr. : fâbhâl; greco 'Iovàà), - Cainita, figlio di Lamech e di Ada, "padre di quanti maneggiano la cetra e il flauto» (Gen. 4, 21). Inventore cioè del hinnôr e del 'ûghábh, strumenti rudimentali, a corda il primo, specie di flauto il secondo, come ne formano i pastori con canna o altro.

In Gen. 4, 21 sg . è descritto il sorgere delle arti che formano la civiltà materiale. Anche la tradizione babilonese, sia pure in modo diverso, attribuisce alle generazioni antidiluviane l'origine della cultura.

Bibl.: A. Vaccari, La S. Bibbia, I, Firenze 1943, p. 73; J. Plessis, Babylone et la Bible, in DBs, I, col. 722 sgg.

Francosco Spadolora
IUNIUS, François (François du Jon). - Teologo e filologo protestante, n. a Bourges il I maggio 1545, m. a Leida il 13 ott. 1602. Giovanissimo, esercitò il ministero pastorale nella chiesa valiona di Anversa ( 1565 ), poi con le stesse funzioni a Limburgo e quindi ad Heidelberg ( 1567 ), ove collaborò inoltre con Emanuele Tremellius alla traduzione latina del Vecchio Testamento (Francoforte 1579).

Dall'elettore palatino Federico III fu nominato, nel 1578, professore di teologia a Neudstadt, che lasciò poco dopo per andare ad assolvere una missione diplomatica affidatagli da Enrico IV. Dopo essere tornato nuovamente a Neudstadt e ad Heidelberg, si ritirò da ultimo a Leida, quivi soccombendo vittima della peste. Le più note tra le sue opere, assai numerose, sono l'Admonition chrétienne a la Animadversiones agli scritti polemici del Bellarmino. Una prima edizione completa delle sue opere fu pubblicata a Ginevra nel 1613 sotto il titolo di Opera theologica Francisci Iunii liturgis, cui fu premessa l'autobiografia scritta nel 1592; riedita da A. Kuyper nel 1882.

Bibl.: A. Dayaine, François du Yon, Parigi 1882; Fr. W. Cunn, F. I. der Ältere, Amsterdam 1891; id., s. v. in Realem. für protest. Theol. u. Kirche, IX, pp. 636-37. Niccolò Del Re

IUS PRIMAE NOCTIS. - Che nel medioevo, particolarmente nei secc. dall'si al xili, ma anche molto prima e molto dopo, i signori feudali avessero ed esercitassero un diritto di trascorrere con le mogli dei loro sudditi la prima notte di matrimonio (i. p. n. o più crudamente ius cunnatici), è un'opinione non ben fondata, che il fantasioso storico scozzese Ettore Boece (1526) mise per primo in circolazione, e che poi, accolta da scrittori anche seri, fu diffusa oltre i limiti dell'onesto da un'abbondante e per lo più scadente letteratura.

A cominciare da Girolamo Muzio (1553), che riferiva tradizioni al suo dire non remote, s'è creduto da qualcuno all'esistenza di tale diritto anche in terra italiana, e si

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sono interpretate come allusive ad esso alcune carte e narrazioni di varie regioni ed età, venete, piemontesi, meridionali, dal sec. XII in poi.

Quanto di vero e quanto d'arbitrario sia contenuto in quel che si racconta dello i. p. n., non si può stabilire se non distinguendo. Un costume di far deflorare la sposa da un personaggio autorevole della sua tribù, o della stessa sua famiglia, è attestato presso popoli primitivi, e le sue origini sono variamente spiegate dagli etnologi. E non è meno sicuro che abusi senza nome, in luoghi e tempi disparati, furon perpetrati da feudatari in danno delle spose dei loro sudditi. Non è invece provato che quel costume pagano si continuasse presso i popoli cristiani del medioevo, né che quegli abusi feudali assurgessero in alcun luogo o tempo a vero e proprio diritto. Provato è soltanto che molti signori feudali, in Italia e fuori, imposero ai loro sudditi tasse matrimoniali, da pagarsi dove una volta tanto, dove a determinate scadenze (anno, settimana) per tutta la durata del matrimonio: tasse, che hanno lasciato fino ai nostri giorni qualche tenue traccia nel costume di certe regioni, anche in Italia.
In esse non è da vedere il'prezzo del riscatto da un ipotetico i. p. n., e forse neppure una trasformazione della compra germanica della sposa; ma piuttosto, e più semplicemente, il compenso per l'assentimento dato dal signore alle nozze; tanto più che nel medioevo una tassa simile fu spesso riscossa dall'autorità ecclesiastica per la dispensa dall'obbligo imposto agli sposi di serbar castità nella prima o nelle tre prime notti di matrimonio.

Bibs.: K. Schmidt, I. p. n., Friburgo in Br. 1881; A. de Foras, Le droit du seigneur au moyen dge, Chambéry 1886; A. Manno, Di un preteso diritto infame medievale, in Atti della R. Accademia delle scienze di Torino, xx (1886-87), p. 364 sgg.; A. H. Post, Grundriss der ethnologischen Turisprudenz, I, Oldenburg e Lipsia 1894, p. 24 sgg.; F. Gabotto, Un millennio di storia eporedica (356-1357), in Eporediensia, Pincrolo 1900, p. 131, n. 1; R. Corso, Vom Geschlechtsleben in Kalabrien, in Anthropophyteia, 8 (1911), p. 148 sg.; G. Pansa, Miti, leggende e expertitiziani del l'Abruzzo, I, Sulmona 1924, p. 251 sgg.; G. M. Monti, Il dominio universale feudale e l'vjus cunnatici in terra d'Otranto, in Annali del Seminario giuridico-economico dell'Università di Bari, Bari 1927, parte 2², p. 14 sgg.

Piero Fiorelli
IUSTITIA. - Rivista giuridica pubblicata dall'Unione giuristi cattolici italiani (v.), della quale è organo ufficiale. Iniziò la sua pubblicazione nel 1948 (direttore Francesco Di Piazza) e ad essa collaborano molti tra i più insigni maestri italiani del diritto.

Oltre agli articoli di impostazione generale, pubblica scritti giuridici su materie direttamente connesse con gli aspetti fondamentali della vita etica, scritti attraverso i quali viene rivolto l'esame non solo a problemi di diritto vigente, ma anche a problemi di riforma legislativa. Nel settore informativo pubblica rubriche bibliografiche (da libri e da riviste) e varia cronaca dal mondo giuridico; dedica inoltre particolare attenzione all'attività parlamentare, sia con la segnalazione dei progetti di legge in corso e con la riproduzione degli atti parlamentari più notevoli, sia pubblicando contributi critici ai progetti in elaborazione.

IVAN III, granduca di Moscovia e di tutte le Russie. - Il nome di questo sovrano s'identifica con l'ascesa della Russia al passaggio dal Quattrocento al Cinquecento. N. il 22 genn. 1440, m. nel 1505. Spesò la nipote dell'ultimo imperatore bizantino Costantino, Sofia Paleologo: in tal modo, agli occhi dei suoi connazionali, trasformò Mosca in erede di Bisanzio, dando inizio ad una politica di grande potenza ed a "spunti» di pensiero che, nel
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(per cortesia del prof. Ettore Lo Gatto)
s. s. XIX, costituiranno la base dell'ideologia slavofila.

Il Pontefice aveva consentito al matrimonio di Sofia cattolica, sperando in una penetrazione cattolica a Mosca; ma il desiderio si mostrò irreale perché Sofia divenne ortodossa. I. sottolineò il concetto che la terra abitata dai Russi è «il nostro legittimo patrimonio, trasmessoci di diritto dagli avi nostri» (specie in polemica con Polacchi e Lituani). Strinse trattati e legami di cultura e di amicizia con Venezia, l'Ungheria, l'Austria e la Danimarca. Artisti e ingegneri italiani vennero chiamati in Russia, in un clima politico e spirituale sempre più interessato alla vita ed alla civiltà dell'Occidente (che si cominciava in qu ' che aspetto ad imitare).

Bibs.: P. Pierling, La Russie et l'Orient: mariage d'un tsar au Vatican: I. III et Sophie Paléologue, Parigi 1891; P. K. Guber, Sud'ky tret'ego Rima, Pietroburgo 1922; H. Schaefer, Mashau, das dritte Rom, Amburgo 1929; E. Lo Gatto, Storia della Russia, Firenze 1946, pp. 121-46.

Wolf Giusti
IVAN IV, il Terribile. - N. nel 1533, m. nel 1584, fu incoronato zar dal suo metropolita Macario (v.) nel 1547 senza previo permesso del patriarca bizantino, il quale soltanto nel 1562 riconobbe come valida la sua incoronazione. Il regno di I. significa l'acme del medioevo russo sotto l'influsso della scuola di Giuseppe di Volokalamsk. Il "Domostroj" (un codice che regola la vita giornaliera dei laici) e lo «Stoglav» (che lo fa per i chierici) pubblicati sotto I., costituirono norma incontrastata di vita.

I. riunì inoltre le leggi di Stato allora vigenti in una nuova codificazione che ebbe il nome di sudebnik carshij (1549). Sotto il regno di I. fu anche pubblicata una nuova specie di cronaca, cioè il Libro dei gradini sui quali avanzava lungo i secoli la famiglia regnante nella Russia. I. introdusse nella Russia l'arte della stampa, ma a cagione della resistenza del popolo dovette più tardi congedare il tipografo, che emigrò in Polonia.
I. sostenne incondizionatamente l'opera del suo metropolita nel campo religioso. Disputò con successo con un noto protestante polacco, Rokita.

Nel campo dell'arte sacra I. fece costruire dai due architetti russi Barmat e Postnik la chiesa di Maria protettrice, poi di Basilio Blazenij, sulla Piazza rossa dinanzi al Cremlino di Mosca, un'altra simile a Švjask presso Kazan' ed una terza a Vologda. Per abbellire il suo palazzo e queste chiese ebbe alle sue dipendenze

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pittori che in uno stile nuovo, non più diretto da concezioni platoniche, dipinsero affreschi ed icone.
I. non perdette il senso religioso neanche in mezzo alla sua terribile ferocia; sapeva di far male e prima di morire tentò in qualche maniera di riparare i propri misfatti.

Fin da giovane sentì la "grandezza del potere": anche le sue crudeltà ed i suoi delitti, più che corrispondere ai capricci di un autocrate, rientrano nella durezza di un capo deciso a raggungere a qualunque costo la sua meta. Celebre la sua spietata repressione dei boiari (un ceto sociale da cui temeva intrighi e complotti) : intere famiglie furono distrutte, senza riguardo per l'età e per il sesso. Parecchi nobili riuscirono a fuggire ed alcuni di costoro passarono dalla parte dei Polacchi-Lituani: i cottostoro il principe Kurbskij, il quale svolse poi con il suo ex-sovrano un interessante epistolario polemico, importante nello sviluppo della letteratura russa e molto significativo sul piano politico, in quanto accennava già alcuni fondamentali spunti della lotta ideologica tra l'autocrazia ed un vago "liberalismo" a sfondo nobiliare. Sul piano militare, I. IV ottenne grandi vittorie contro i Tartari, conquistando Kazan' e Astrachan'. Precorse in certo qual modo la politica di Pietro il Grande con la sua lotta per la conquista delle terre baltiche (contro Svedesi e Polacchi) : notevoli successi iniziali in Livonia furono peraltro seguiti da rovesci. Le guerre e la lotta contro i boiari non mancarono di scuotere gravemente l'organismo statale. Non molto tempo dopo la sua morte cominciarono per la Russia i cosiddetti "tempi torbidi". I. ha interessato grandemente storici, romanzieri e poeti. Nell'U.R.S.S. la sua figura è stata in notevole misura " rivalorizzata " : si tende ad esaltare in lui l'avversario dei boiari in nome della potenza dello Stato ed il combattente contro Tedeschi baltici e Svedesi, in nome della grandezza della Russia.

Bibl.: Der Briefwechsel I.s. des Schrecklichen mit dem Pürsten Kurbskij, Lipsia 1921. Inoltre A. N. Jasinskii, Sodinesija Knjizaja Kurbskaya, Kiev 1880; K. Waliszewski, I. le Terrible, Parigi 1904; A. M. Kurbskij, Sadinenija, Pietroburgo 1914; S. F. Pistonov, I. Grampi, Berlino 1924; M. Semenaff, I. le Terrible, Parigi 1928; St. Graham, I. the Terrible, Nueva Haven 1933; E. lo Gatto, Storia della Russia, Firenze 1946, pp. 147-70; A. M. Ammann, Storia della Chiesa russa e dei paesi Cimitrofi, Torino 1948, pp. 170-258.

Alberto M. Amann-Wolf Giusti
IVANOV, Aleksandr Andreevič. - Pittore { }^{°} russo, p. il 28 luglio 1806 a Pietroburgo, m. ivi 15 luglio 1858. Maturò la sua arte attraverso le norme dell'Accademia di Pietroburgo. Visitò Dresda, Monaco, Firenze e Roma. A Roma frequentò il gruppo dei « nazareni». Cercò di amalgamare gli elementi presi dal vero con quelli ispirati dai maestri antichi.

Nel suo grande quadro L'apparizione di Cristo al popolo (1833-35), che è a Mosca, tentò di idealizzare maggiormente le forme, infondendo loro il profondo spirito religioso dei primitivi, e riusci a creare un'opera veramente monumentale, nella quale sono concentrati i più elevati valori morali e religiosi dell'unianità. La composizione di questa sua opera comportò centinaia di studi e di abbozzi, dispersi ora tra le varie gallerie di Mosca e di Pietroburgo. Quasi alla fine della sua vita esegui una serie di studi sulla storia sacra, creando una delle più smaglianti illustrazioni della Bibbia. Illustrò anche il famoso volume di David Strauss La vita di Gesù, volendosi delle sue cognizioni archeologiche del mondo orientale. Alcune sue manifestazioni pittoriche sembrano anticipare i tempi. non lasciò una scuola, poiché visse sempre all'estero. Le sue opere si trovano in gran parte al Museo Rumiantzev e nella Galleria Tretiakov a Mosca, nel Museo russo a Leningrado e nel Museo Radiscew a Saratov.

Bibl.: M. Botkin, A. A. Ivannif, Berlino 1880; H. Wolff, Ivannif, in Thieme-Becker, XIX, pp. 371-75; M. GibellinoKrasceninnicowa, Storia dell'arte russa, Roma 1937, v. Indice. Maria Gibellino-Krasceninnicowa
IVANOV, Vjačeslav IvANOVf́. - Poeta, filosofo e filologo russo, n. a Mosca il 16 (28)
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(per cortesia del prof. Ettore Lo Gatto) Ivanov, Aleksandr Andreevic - S. Giovanni Battista. Particolare della Predica nel deserto - Mosca. Museo Rumiantzev.
febbr. 1866, m. a Roma il 16 luglio 1949. Definito da N. Berdjaev «il più raffinato e universale rappresentante non solo della cultura russa del sec. xx, ma forse di tutta la cultura russa in genere», I. fu, con il suo maestro Vladimir Solov'ev, tra i maggiori pensatori del suo paese, che, senza rinunciare a nessuno dei valori mistici e rituali della Chiesa orientale hanno voluto, diventando cattolici, tornare all'unità primitiva della Chiesa universale.

L'opera poetica dell'I. gli ha assicurato un posto di primo piano fra i poeti russi del suo tempo, cioè tra i * simbolisti *. I suoi lavori di filosofia, di estetica, di critica, le sue ricerche sulla natura storica e religiosa dei culti predionisiaci, la sua interpretazione filosofica e religiosa di Dostoievskij, entrano a poco a poco a far parte del comune tesoro della civiltà europea. Nella sua poesia e nei suoi saggi, I. ha tracciato le grandi linee di un sistema che, ispirandosi alla dottrina platonica dell'ammnesi, alla profonda conoscenza del retaggio classico e al costante meditare sulla Rivelazione cristiana, sta alla base del suo umanesimo cristiano, o meglio della «docta pietas * da lui auspicata. * Il cristianesimo solo (scrive I., nel Convegno) essendo la religione assoluta, ha la forza di far rivivere la memoria entologica delle civiltà alle quali si sostituisce... L'ammnesi universale in Cristo ecco dunque la mira della cultura umanistica cristiana...».

Alunno di Mommsen a Berlino, lascia dopo qualche anno gli studi di storia romana per orientarsi verso la Grecia, la filologia e la storia delle religioni. Viaggia per lunghi anni in Italia, Francia, Germania, Inghilterra, Grecia, Egitto, Palestina. Nel 1905 si stabilisce a Pietroburgo dove la sua casa (la «Torre») diviene presto un centro dell'arte e del pensiero. Lasciata la Russia nel 1924, I. si stabilisce in Italia. Nel 1926, a S. Pietro, pronuncia la formola di adesione alla Chiesa cattolica. Secondo il desiderio di Pio XI, assume al Pontificio Istituto Orientale e al Collegio Russo la cattedra di lingua e di letteratura russa e paleoslava.

Tra le principali opere: le raccolte di poesia, Gli Astri Piloti (1903); Cor ordens (2 voll., 1909); le tragedie Tantalos (1903; traduzione tedesca Dessau, 1940); Pro-

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(fot. Iorom)
Ivanov, Vjačeslav Ivanović - Ritratto.
meteo (1919); L'Uomo (1915-18; trad. it. Milano 1946). Opere estetiche e critiche: Vigilia delle stelle (1909); Solchi e limiti (1916); Cose patrie e universali (1918); La corrispondenza da un angolo all'altro (corrispondenza sui problemi della cultura con lo storico M. Ghersenzon, Mosca 1920; tradotta in varie lingue, ed. it. Lanciano 1932); Dionisos e i culti predicaisiasi (Baku 1923); Dostojewskij, Tragödie, Mythos, Mystik (Tubinga 1932, in tedesco); Die russische Idee (Tubinga 1930, in tedesco); saggi importanti nella rivista Corona (Zurigo-Monaco annate 1931-38); nella rivista Hochland (Monaco-annate 1934, 1937-38); nella rivista Il Convegno (Milano 1934).

Bibl.: E. Lo Gatto, Storia della letteratura russa, Firenze 1942, pp. 447-49; Svjetopolk Mirsky, Contemporary Russia, Literature 1881-10-3, Londra 1926; Il convegno (numero dedicato a V. I., Milano 1934); B. Schultze, V. I., in Humanitas, 2 (1947), pp. 1139-48, e in Pensatori russi di fronte a Cristo, II-III, Firenze 1949, pp. 247-73 (ed. tedesca ampliata da Herder-Wien 1936); S. Tysskiewicz, L'ascension spirituelle de V. I., in Nouv. Rev. théologique, Tournai-Parigi, dic. 1950. Bernardo Schultze

IVANTSOV-PLATONOV, Aleksandr MichajLovIĆ. - N. nel 1835, m. nel 1894, arciprete, noto storico ed ecclesiastico russo. Dottore in storia ecclesiastica, per l'Accademia ecclesiastica di Mosca pubblicò, dal 1858, numerosi articoli in diverse riviste, ecclesiastiche e profane. Dal 1872 fu professore nell'Università di Mosca.

Era tra i principali collaboratori del Pravoslavnoe Obozrenie ("Rivista Ortodossa") che usci tra il 1860 e il 1891. Presto ebbe rapporti con gli slavofili. Tradusse in russo le opere teologiche francesi ed inglesi di Chomjakov (gli opuscoli e le lettere all'anglicano Palmer), corredandole di ampie note. Ebbe però, in contrasto con gli slavofili, un giudizio più positivo sul cristianesimo e sulla teologia occidentale. Cercò il ravvicinamento tra clero e società, fra teologia e vita. Fu più storico e uomo di azione che non teologo speculativo. Sono noti i suoi rapporti e le sue controversie con V. Solov'ev, già suo discepolo, il quale gli rivolse 9 questioni concernenti l'intangibilità del Simbolo Niceno ed il filioque; con il filosofo B. Cozetin sui rapporti tra religione e scienza; con lo storico A. P. Lebedev sulle correnti filosofiche nei tempi dei primi concili ecumenici.

Tra le opere principali in russo notevoli : Sul cattolicesimo romano e la sua relazione con l'ortodossia (2 parti, Mosca 1869-70); Schizzo di storia del cristianesimo presso gli slavi (ivi 1869); Sulle confessioni occidentali ( 1^{text {a }} ed., ivi 1887); Dottrina romano-cattolica sul potere del papa e Il potere secolare del papa (ivi 1868); Movimenti religiosi in Oriente nei secc. IV e V (ivi 1880-81); Le eresie e gli scismi dei primi tre secoli del cristianesimo (ivi 1876-77; dissertazione dottorale, giudicata favorevolmente dall'Harnack); Contributo alle indagini su Fozio, patriarca di Costantinopoli (Pietroburgo 1892).

Bibl.: A. P. Lopuchin, Enciclopedia teologica ortodossa (in russo), V, coll. 776-80; S. N. Trubetskoi, Attività scientifica di A. M. I.-P., in Opere (in russo), I, Mosca 1907, pp. 229-31; N. N. Glubokovskij, La scienza teologica russa, ecc. (in russo), Varsavia 1928, pp. 11-12, 35, 80, 84, 95, 103. Bernardo Schultze

IVETTA (IUTTA, IDA, ITA) di HUY, beata. - Vedova reclusa, n. a Huy presso Leida nel i 158 , m. ivi il 13 genn. 1228. Ancora fanciulla si distinse per la sua pietà, modestia, mortificazione e pazienza nelle avversità.

Per volontà del padre, giovanissima contrasse matrimonio ed ebbe tre figli. Rimasta vedova, dopo 5 anni, rifiutò le scconde nozze, e si mantenne libera per le opere di carità e il servizio dei lebbrosi. Morto uno dei tre figli ed entrato un altro tra, i Cistercensi, sistemò il terzo e si fece rinchiudere nel monastero cistercense di Orval, ove si rese celebre per le sue virtù, per i doni della penetrazione dei cuori, della profezia. La sua santità fu comprovata dopo la morte da numerosi miracoli attribuiti alla sua intercessione.

Bibl.: Hugo di Floreffe, Vita, in C. Henriquez, Lilia Cistercii, II, Dousi 1633, pp. 6-85; Acta SS. Iannarii, II, Venezia 1734, pp. 863-87 (3a ed., II, Parigi 1863, pp. 142-69); J. Steele, Anclureuses of the West, Londra 1903. Felice da Moreto

IVIZA (IBIZA), diocesi di. - I. è una delle isole del gruppo delle Baleari. La diocesi ebusitana è costituita dalle isole di I. (Eivissa o Ervissa in catalano) e Formentera e da alcuni isolotti adiacenti. Nel complesso ha un'estensione di 600 kmq . con una popolazione di 45.000 ab . tutti cattolici.

La diocesi comprende 23 parrocchie (con cinque arcipresbiterati) il cui servizio è espletato da 53 sacerdoti diocesani e 2 regolari, un seminario conciliare ed una scuola preparatoria annessa al seminario, una comunità religiosa maschile e i i femminili (1949).

Le isole di I. e di Formentera furono denominate "Pityusas" dai Greci, per la lussureggiante vegetazione di pini, che le abbellisce tuttora. I Romani chiamarono I. Ebusus. Il nome di Formentera deriva dal latino Frumentaria.

Vittore di Vita cita, fra i vescovi che il vandalo Unerico fece radunare a Cartagine per attrarli all'arianesimo, Elio di Maiorca, Macario di Minorca e Opilione di I., i quali proclamarono valorosamente l'attaccamento alla loro fede. Nel 535, dopo la spedizione di Belisario contro i Vandali dell'Africa e delle Baleari, I. entrò a far parte della Spagna bizantina. Da allora divenne rifugio dei monaci del monastero situato presso il capo Martin.

Agli ultimi anni del regno visigoto appartiene un anello d'oro, rinvenuto qualche anno fa presso la città fra resti sepolcrali, con una Croce recante la seguente iscrizione: In D(oni)no Benedicto tecum, V(frede, vita. Nel 1235 I. e Formentera furono conquistate da Guillermo de Montgri, e passarono allora alla diocesi di Tarragona, fino alla erezione in episcopato fatta da Pio VI con la bolla Ineffabilis Dei benignitas del 30 apr. 1782. Il primo vescovo della nuova diocesi fu p. Manuel Abad y Lasierra.

Col Concordato del 1851 la Cattedrale veniva ridotta a chiesa collegiata ed aggregata al vescovato di Maiorca. Nel 1927, il vescovato fu restaurato con carattere di amministrazione apostolica. Nel 1950 I. è stata eretta a diocesi.

Nativi di I. furono Jaime Cardona y Tur (m. nel 1923), vescovo di Sion e patriarca delle Indie; Juan Torres y Ribas (m. nel 1939), vescovo di Minorca e il p. Fulgenzio Torres y Mayans (m. nel 1914), vesco-abate di Nuova Nursia, fondatore della missione di Drydale-River (Australia).

Gli archivi della Cattedrale e del vescovado sono ricchi di pergamene e documenti storici.

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Monasteri e conventi. - Il primo monastero fu quello di S. Maria de Formentera degli Eremiti di s. Agostino. Si mantenne solo fino alla fine del sec. xili o agli inizi del xiv, quando l'isola fu abbandonata a causa delle incursioni moresche. Verso la fine del xv o i primi del xiv i Francescani si stabilirono nella chiesa di Nostra Signora di Gesù, a cui gli isolani furono devoti fin dall'antichità.

Nel 1580 ai Francescani subentrarono i Domenicani, che fondarono in città il convento di S. Vincenzo Ferrer e di S. Giacomo. Ivi si mantennero fino al 1836 . Nel 1599 fu fondato il monastero di S. Cristoforo delle Agostiniane. Nel 1653 si stabilirono ad I. i Gesuiti cacciati nel 1767 da re Carlo III.

Monumenti. - Il monumento più notevole è la Cattedrale (antica parrocchia di S. Maria) con la sua vecchia torre. La Cattedrale, costruita poco dopo la conquista cristiana del 1235 , è ogivale, ma fu deturpata in parte per la ricostruzione barocca del sec. xviri. Ne è titolare Nostra Signora delle Neri, patrona della diocesi. Vi si conserva, fra l'altro, un prezioso ostensorio gotico, con ricchi smalti, del principio del sec. xv. Artiguo è l'edificio del Museo archeologico con collezioni puniche e romane, con una bella sala ogivale dei secc. ximxiv, antica cappella del Salvatore, della Confraternita delle genti del mare.

Segue, per importanza, la chiesa di S. Domenico (antico convento domenicano di S. Vincenzo e S. Giacomo), opera del Rinascimento (1592) dovuta a due maestri genovesi. Nella parrocchia di Nostra Signora di Gesù è un quadro della Madonna titolare della Chiesa, dovuto al pittore valenzano Rodrigo de Osona (figlio) degli inizi del sec. xvi.

Rim.: F. Fiss. Antigüedades ebosittanas. Madrid 1907: I. Macabech. S. Maria la Mayor, Ibiza 1916: id., Sobre arqueologia ibi-cnico, 3 voll., Palma di Maiorca 1931-33: id., Historia de I., 7 voll., ivi 1935-43.

Isidoro Macabich y Llobet
IVO di Chartres, santo. - Canonista francese, n. a Beauvais nel 1040, m. a Chartres il 23 dic. 1115.
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(da P. Lavedan, Palma de Majorque et les Iles Balcares. Parigi 1926, Iav. 57)
lviEs, diocesi di - Cattedrale eretta nel 1235, barocchizzata nel sec. xviri.
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(Ist. Enc. Catt.)
livo di Chartres, santo - Prologue in Decretum (sec. xit) - Biblioteca Vaticana, cod. Vat. lat. 1357, f. 1.

Studiò filosofia e teologia a Parigi, fu canonico a Nesle in Piccardia e nel rogo fu nominato da Urbano II vescovo di Chartres, donde l'appellativo di Carnotensis con cui è ricordato. Festa il 23 dic.

Gli si attribuiscono tre importanti collezioni di diritto canonico, che rappresentano, con le opere di Burcardo di Worms, le fonti maggiori a cui attinse successivamente Graziano, per il suo Decretum. Queste collezioni consistono nella cosiddetta Collectio tripertita, nel Decretum e nella Pannormia o Panormia.

Mentre le elaborazioni citate di I. si possono considerare, sotto il rispetto materiale di raccolta di testi, un lavoro preparatorio del Decretum di Graziano, il metodo seguito, comune a quello del contemporaneo Bernardo di Costanza, si può ritenere un prodromo di quella che Graziano pose come la finalità maggiore dell'opera propria: il superamento cioè della contrarietà dei testi.

Altra caratteristica, seguita poi da Graziano e che si riscontra già in I., è quella di raccogliere insieme tanto le leges quanto i canones. La Collectio tripertita è un'opera non originale, ma derivata, in quanto, secondo la tesi del Fournier (v. bibl.), le due prime parti di essa costituirebbero una raccolta cronologica di testi, ricavati dal Decreto di

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Burcardo di Worms e da altre collezioni, di origine italiana. D'altra parte non si sa neppure con sicurezza se I. sia l'autore materiale o soltanto il promotore di questo primo blocco della Tripertita. La terza parte della Collectio predetta apparirebbe invece come un sommario del Decreto di I. Ciò che aumenterebbe il sospetto che anche l'intera raccolta non fosse opera diretta di lui. Quanto al Decretum, il Fournier ritiene che esso sia una raccolta disorganica compiuta tra il 1090 e il 1095, e ricavata dal Decreto di Burcardo, dalle due prime parti della Collectio tripertita, da una Collectio simile alla Collectio Britannica e dal Digesto. Il Fournier mette in dubbio che il Decretum sia opera diretta di I.

La Pannormia, infine, sempre secondo il Fournier, sarebbe opera più propria di I., ma in essa tuttavia non si escluderebbe l'aiuto di altri. Sarebbe essa una collezione sistematica compiuta verso il 1095, dopo il Decretum e con il materiale di questo, ma con aggiunte estranee ad esso.

Contrariamente alla tesi esposta, il Bliemetzrieder ascrive a I. il Decretum, in quanto il prologo di I. si riferisce a quell'opera e non già alla Pannormia, come ritiene il Fournier. Lo stesso autore dubita invece che la Pannormia possa essere di I. Il Decretum, la Pannormia e la Collectio tripertita furono editi in PL 161, 47-1423.

BibL.: I. R. Menu. Recherches et nouvelles études critiques sur les recueils canoniques attribués à Yves de Chartres, Parigi 1880; A. Sieber, Bischof I. von Chartres und seine Stellung zu den hïrchenpolitischen Fragen seiner Zeit, Königaberg 1885; P. Fournier, Les Collections canoniques attribuées à Yves de Chartres, in Bibliothèque de l'Ecole des Chartes, 57 (1896), pp. 645-98; 58 (1897), pp. 26-77, 293-326, 410-44, 624-76; P.I.Schmidt, Der h. I., Bischof von Chartres, Vienna 1911; F. Pl. Bliemetzrieder, Zu den Schriften I. von Chartres, Ein literogenitaichlicher Beitrag, in Sitzungsber. der A. Akad. der Wiss., Philos-histor. Kl., Vienna, 182 (1918), p. 6 sgg.; J. de Ghellinck, Le mouvement théologique du XIIe siécle, 2^{text {e }} ed., Bruges 1948, pp. 445-59 e passim. Antonio Rota

IVO da Parigi. - Pensatore e polemista cappuccino, n. a Parigi ca. il 1590, m. ivi nel 1678. Avvocato del fòro parigino, entrò a 30 anni nell'Ordine; ordinato sacerdote nel 1632 , più volte definitivo provinciale, passò la sua vita nello scrivere opere.

In Les heureux sucoez de la piété (Parigi 1632; 5^{text {e }} ed., ivi 1645) difende la vita monastica contro gli attacchi del vescovo J.-P. Camus (v.) e colleghi; Luigi XIII ne impedi la condanna da parte della Sorbona e dell'episcopato. Alla conversione dei libertini indirizzò la Théologie naturelle (ivi 1633 ; 4^{text {e }} ed., ivi 1645) e L'Agent de Dieu dans le monde (ivi 1656, 1658, 1661) servendosi di una apologetica scientifica secondo la cultura dei pensatori del ' 500 , che la nuova filosofia di Cartesio fece presto dimenticare; egli fa leva, inoltre, sul sentimento o conoscenza intuitiva dello spirito, preannunziando Pascal, Fénelon, Chateaubriand. Con l'opera ascetica Les morales chrétiennes ( 3 voll., ivi 1638-41 ; 4^{text {e }} ed., ivi 1645-48; trad. tedesca Praga 1715 e 1720) conduce l'uomo, mediante l'osservanza dei suoi doveri morali e sociali e con l'aiuto della Grazia, fino alla mistica, che descrive in Les progrès de l'amour divin (4 voll., Parigi 1643; trad. lat. : Philosophia sacra, Salisburgo 1678) e nella Conduite du religieux (Rennes 1653, Parigi 1654). Nel trattato De l'indifférence (ivi 1638,1640 × 1646 [?]), partendo dalla indifferenza dei libertini, confuta quella degli pseudomistici e descrive quella autentica delle anime contemplative. Nel Digestum sapientiae (ivi 1648 ; 2^{text {e }} ed., 3 voll., ivi 1659-61; il IV vol., Lione 1672) e nello fus naturale rebus creatis a Deo constitutum (Parigi 1658) espone la sua filosofia di tendenza platonica, ispirandosi a Raimondo Lullo e soprattutto a Marsilio Ficino; in essa dà una visione completa dell'universo, la quale ebbe un certo influsso su Leibniz stesso.

Combatté il giansenismo nel Des misericordes de Dieu (Parigi 1645, Liegi 1647, Lovanio 1675) contro La fréquente Communion di A. Arnaud, di cui confutò i capisaldi dottrinali nelle Treù humbles remonstrances presentées à la reine (Parigi 1654). Della libertà contro la necessità morale giansenistica tratta nel De la nécessité (ivi 1653). Si interessò di educazione, di arte e di politica in Le gentil-
homme chrétien (ivi 1666) e nel postumo Le magistrat chrétien (ivi 1688). Pubblicò varie altre opere; studiosi recenti del Seicento francese hanno in parte rivalutato questo fine rappresentante dell'umanesimo devoto.

BibL.: H. Bremond, Hist.littér. du sentiment religieux en France, I, Parigi 1920, pp. 421-512; Cuberto da Brighton, I Cappuccini. Un contributo alla storia della controtiforma, vers. it., Fannes 1930, pp. 475-79; Ch. Chesneau, Le p. Yves de Paris et son temps (1590-1612), 2 voll., Parigi 1946.

Barino da Milano
IVO HÉLORI, santo. - N. a Kermartin, presso Tréguier in Bretagna, nel 1253, m. a Lahonec, diocesi di Tréguier, il 19 maggio 1303. Studiò in gioventù a Parigi e ad Orléans, specialmente il diritto.

Esercitò la giurisprudenza nei tribunali ecclesiastici, dapprima a Rennes, il cui vescovo gli conferì gli Ordini sacri fino al diaconato, poi a Tréguier ove fu elevato al sacerdozio, meritandosi il titolo d'avvocato dei poveri. Nominato nel 1285 parrocò di Trédrez, nel 1288 rinunciò agli uffici di curia, e si consacrò alla cura delle anime, passando nel 1296 da Trédrez a Lahonec. Fu un modello di parroco, soprattutto per la carità verso i poveri, lo zelo nella predicazione, la cura pastorale dei suoi fedeli. Educava in modo particolare gli orfani. Fu dotato anche del dono dei miracoli. E incerta la sua appartenenza al Terz'ordine francescano. Il corpo riposa nella eat tedrale di Tréguier. Fu canonizzato da Clemente VI il 26 giugno 1347. Festa il 19 maggio.

BibL.: Acta SS. Maii, IV, Parigi 1866, pp. 583-614; BHL. 4625-36; A. De La Borderie, Monuments originaux de l'histoire de si Yves, St-Brieuc 1887; Ch. de la Roncière, St Yver, Parigi 1901; A. Masseron, St Yver, ivi s. a.; A. Van de Wingaert, De sanctis et beatis III Ordinis, in Arch. Franc. hist., 14 (1921), pp. 12-13; F. Dolomo, Documents sur si Yves, soc., in Studi francescani, 33 (1936), pp. 164-69; H. C. Heinrich, Die Heiligen und das Recht, Friburgo in Br. 1939, possim.; Martyr. Romanum, p. 198. Alberto Ghinato

IVREA, DIOCESI di. - Città e diocesi del Piemonte, in provincia di Torino; ab. 168 mila, dei quali 16 mila in città; parrocchie 143, divise in 25 vicariati foranei; sacerdoti 317 ; 102 religiosi dei quali 12 non sacerdoti; 945 religiose appartenenti a 21 comunità. Seminari Maggiore e Minore. Patrona Maria S.ma Assunta; patrono della città s. Savino martire, vescovo di Spoleto.

I. StORIA CIVILE. - Eporedia (toponimo celtico di incerta origine interpretato da C. Nigra come «stazione di carri equestri») fu chiamata l'ultima colonia Civium Romanorum, dedotta l'a. 100 a. C. sulle balza dioritica che dominava la via per le Alpi Graie e Pennine. L'agro eporediese fu attribuito alla tribù Pollia e faceva parte dell'XI regione augustea. Sul finire della dominazione longobarda I. fu sede di ducato; con Carlomagno, che vi passò il 24 giugno 801, divenne sede di contea, poi dall'888 capitale della Marca eporediese che raggiunse il suo spogno con Arduino (v.). La Marca d'I., con la sconfitta del re d'Italia, fu unita a quella di Torino nella persona di Olderico Manfredi, ma i figli di Arduino vi conservarono il comitato. Il governo d'I. da vescovile e comunale dal 1094 al 1238, divenne signoria con Federico II, Carlo d'Angiò, Guglielmo VII e Giovanni I di Monferrato. Il 13 nov. 1313 passò ai Savoia e Amedeo VI nel 1358 vi costruì, per dimostrare la sua potestà, lo storico castello, ora trasformato in carcere. Il Canavese (ager Canapicianus) fu spesso teatro di lotte fratricide : da ricordare le lotte del comune d'I. contro quello di Vercelli (sec. XIII), le scorrerie e i saccheggi del sec. XIV in occasione delle contese fra i Savoia e i Monferrato, l'insurrezione dei tuchini (1386) che funestò poi il sec. XV. Il Canavese segul nei secoli seguenti le alterne vicende dello Stato Sabaudo e fu teatro delle insurrezioni di Brandalucioni e della massa cristiana (1799) e degli Zoccoli (1801). Napoleone occupò I. Il 22 maggio 1800.
II. StORIA RELIGIOSA. - Le origini cristiane dell'agro eporediese risalgono al sec. Iv. Quanto ai martiri Besso e Tegolo, annoverati fra i martiri Tebei, nulla è dato conoscere; non è improbabile che si tratti di santi locali. La diocesi di I. fu smembrata dalla

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vercellese agli inizi del sec. v e il primo vescovo noto è s. Eulogio, presente al Sinodo di Milano del 45 I (Mansi, VI, 143). Al sec. v e ai primi del vi appartengono alcune lapidi sepolcrali cristiane delle quali sei con data consolare: la più antica, del 440 , ricorda un Basilio, mercante di origine sira; un'altra ricorda il vescovo Innocenzo, m. a 72 anni, il 29 marzo 486. Il carme sepolcrale del presbitero Silvio, conservato nella silloge palatina, è probabilmente del sec. vi; non è possibile precisare a quali santi appartenessero i «sanctorum pignora» ivi ricordati. L. fece parte della metropoli di Milano fino al 1515 , anno in cui Leone X elevò a metropoli Torino. La sede eporediese, data l'importanza strategica e politica del suo territorio, ebbe una storia molto ricca e movimentata e i suoi vescovi furono annoverati tra i grandi signori feudali della regione subalpina. Gli imperatori della casa di Sassonia e della casa di Franconia tennero ad eleggervi, dalla metà del sec. x all'inizio del sec. xir, creature loro fidate.

Il catalogo vescovile è frammentario fino al sec. x. Tra i grandi vescovi di I. si ricordano solo i seguenti Giuseppe ( 844-56 ), arcicappellano dell'Imperatore; Varmondo (v.), eletto da Ottone I nel 969, antagonista di Arduino e restauratore dell'arte e della cultura nelle terre subalpine (m. ca. il 1015); Enrico (1029-59) presente al Concilio
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(per cortesia del can. C. Notario) Ivrea, diocesi di - Incipit del 1. II della Regula Pastoralis S. Gregorii Magni (sec. viII) - Ivrea, Biblioteca capitolare, cod. 1, f. 36.
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(IvRea, diocesi di - Chiesa ottagonale di S. Lorenzo in Castello, eretta probabilmente nel sec. viI, restaurata di recente - Settimo Vittone.
Lateranense del 1059; Ogerio (1074-95), poeta, cancelliere di Enrico IV per l'Italia (genn. 1088 - febbr. 1093), fautore dell'antipapa Clemente III; Guido (1122-62), insigne benefattore della Chiesa eporediese; Pietro (12061208), abate di Lucedio, partecipa alla IV Crociata con Bonifacio VIII, marchese di Monferrato (1202), fa parte dei dodici grandi elettori dell'Imperatore latino di Costantinopoli (1204), abate di La Ferté (1205), molto apprezzato da Innocenzo III, che lo nomina arcivescovo di Tessalonica (1208), poi patriarca di Antiochia (1209); Oberto (1209-50?), abile restauratore del temporale della mensa episcopale, porta per primo il titolo di conte, rivendica i diritti del comune eporediese contro quello di Vercelli e funge da paciere tra i due comuni; Federico di Front (1264-89), anima della resistenza contro il marchese di Monferrato, Guglielmo VII, che intendeva diventare signore di I., rettore della Marca d'Ancona, arcivescovo di Ferrara (1289-1303). Con il vescovo Pietro Condé (1373-99) I. passa sotto l'obbedienza d'Avignone. Per tutto il sec. xvi la sede di I. è stata occupata da vescovi della famiglia Ferrero (v.). Giuseppe Ottavio Pochettini (1769-1803), ebbe un episcopato travagliato per le vicende politiche, ma fu un segreto giansenista, chiamato nella setta con l'epiteto di "Vecchio" (cf. P. Savio, La decazione di mons. Adeodato Turchi alla S. Sede, Roma 1938, p. 434). Luigi Moreno (1838-78) fu il più illustre pastore del secolo scorso per dottrina e zelo.

1. Personaggi illustri. - Tra i numerosi personaggi che ebbero i natali nella diocesi d'I. si ricordano: s. Gaudenzio (v.), primo vescovo di Novara; Arduino (v.), s. Guglielmo di Volpiano (v.), b. Angelo da Chivasso (v.), b. Bartolomea Carletti, clarissa, confondatrice del monastero di S. Chiara in Chivasso (m. nel 1412); Defendente Ferrari (v.); G. Bosio da Chivasso (1545-1627), storiografo dell'Ordine di S. Giovanni di Gerusalemme, zio dell'archeologo Antonio Bosio (v.); ven. Rubino da Strambino (1578-1643), missionario gesuita, martire nel Giappone; C. Botta (v.); G. B. De Rossi (v.); G. Flechia di Piverone (1811-92), sanscritista e glottologo; C. Nigra di Castelnuovo (1828-1907), diplomatico e filologo; G. Giacosa (v.); P. A. Yon di Settimo Vittome (1886-1943), compositore e organista della cattedrale di Nuova York.
2. Scuola episcopale. Archivi. Monumenti. - La scuola vescovile di I. doveva essere già celebre all'inizio del sec. Ix, perché è espressamente ricordata nel celebre Capitulare Olonense di Lotario I (maggio 825) relativo alle scuole pubbliche in Italia (cf. MGH, Capitularia, ed. A. Boretius, I [1883], p. 237). Il frammento del pavimento musivo (riprodotto alla voce filozofia) raffigurante il trionfo della filosofia, pare fosse il pavimento dell'aula scolastica all'epoca del vescovo Varmondo ( 969-1015 ca.). Se le notizie di questa scuola e del suo scrittorio scarseggiano, si ha però un riflesso della loro attività nella ricca raccolta di codici della Cattedrale, arricchita

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(fot. G. Giredo)
Ivrea, diocesi di - Campanile romanico di S. Maria (sec. xI-xII) - Andrate.
più tardi da un numero rilevante di incunaboli; tra i codici si ricorda la Regula Pastoralis di s. Gregorio Magno, in scrittura merovingica, del sec. viII, il Sacramentario miniato, eseguito per e sotto la guida del vescovo Varmondo e il gruppo di libri liturgici eseguiti per lo stesso vescovo (cf. L. Magnani, Le miniature del Sacramentario di I. e di altri codici Warramodiani, Città del Vaticano 1934, p. II : vi sono indicati gli autori anteriori occupatisi dei codici della Biblioteca capitolare di I.) e un interessante codice musicale della fine del sec. xiv (cf. G. Borghezio, Un prezioso codice musicale ignorato della Biblioteca capitolare di I., in Bollet. stor. bibliografico subalpino, 24 [1922)], pp. 190-98). Ricchissimi gli Archivi : capitolare, ordinato con inventario, documenti dal roo7 e la serie di protocolli capitolari : 84 voll., 1258-1729; vescovile, non ordinato, documenti dal rooo; il municipale, il giudiziario e l'amministrativo ordinati; di importanza minore le biblioteche del Seminario e comunale.

Tra i monumenti va ricordato innanzi tutto il Duomo, costruito sul finire del sec. x dal vescovo Varmondo, più volte restaurato con criteri discutibili; di antico ha conservato la cripta, la cupola esterna affiancata da due campanili. Nella sacrestia si conserva un prezioso cofano in avorio scolpito (secc. IX-x) e due magnifici quadri di Defendente Ferrari (1521). L'antico S. Lorenzo in Castello di Settimo Vittone può risalire al sec. vir. Suggestive le chiese romaniche di S. Stefano di Candia e di S. Pietro in Pessano (secc. xI-xII) e vari campanili romanici, come quello di S. Stefano d'I. e di Fruttuaria (sec. xi). La chiesa parrocchiale di Chivasso (notevole centro medievale di vita religiosa e politica, sede del governo dei Monferrato fino al 1435 e di una delle più antiche tipografie piemontesi [1486], diretta da G. Svigo) ha conservato la facciata gotica con fregi in terracotta. Notevole la chiesa parrocchiale barocca di Strambino (1781- sgg.). Storici i castelli di Montalto (sec. xiv), del Conte Verde ad I. (1358) e di Masino (rifatto nei secc. xvir-xviII), dove si conservano le ceneri di Arduino.
3. I monasteri. - In I. fiori per molti secoli l'abbazia di S. Stefano, fondata dal vescovo Enrico nel ro44; decaduta a causa della commenda (sec. xv), fu soppressa nel 1800 e i suoi beni venduti all'asta; degli edifici abbaziali rimane il solo campanile. Lo stesso vescovo fondò il monastero di S. Michele per monache, dal 1940 proprietà delle Suore dell'Immacolata d'I. Notevoli pure i conventi dei Francescani, dei Domenicani (sec. xiri) e dei Minori Osservanti (1456). La più celebre abbazia dell'agro eporediese è S. Benigno di Fruttuaria, centro di riforma cluniacense, affiliata all'abbazia di St-Bénigne di Digione, fondata da s. Guglielmo di Volpiano (v.) nel 1003, col favore di Arduino, suo parente. La chiesa abbaziale, di cui rimane superstite il solo campanile (la chiesa fu rifatta in stile neoclassico dal card. Vittorio Amedeo delle Lanze tra il 1770 e il 1776) fu consacrata nel' roo6 da 4 vescovi delegati da Giovanni XVIII. I papi da Giovanni XVIII e gli imperatori da Enrico II (3I ag. roo6) la presero sotto la loro protezione e ne confermarono più volte l'immenso patrimonio. I vescovi Varmondo (prima del 3 genn. 1015) e Enrico (12 marzo 1029) concessero all'abbazia la esenzione della giurisdizione episcopale. Infatti Con. cio Camerario annovera l'abbazia "Sancti Benigni de Fructeriis" (cf. Liber Censuum, ed. G. Fabre-L. Duchesne, I, Parigi 1889-1910, p. 245) fra le abbazie S. Petri, nullus diocesesos. L'abbazia esercitò un grande influsso religioso, culturale e politico non solo nelle regioni subalpine, ma anche in Italia, e diversi monasteri seguivano la sua Regola; la commenda, incominciata nel 1450 con l'ex antipapa Felice V, la portò alla rovina; nel 1617, il card. Maurizio
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(fot. G. Bavaro)
Ivrea, diocesi di - Campanile romanico di S. Stefano (sec. xi). Ivrea.

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di Savoia la trasformò in collegiata, con canonici secolari; soppressa una prima volta il 1° giugno 1803 , lo fu poi definitivamente il 15 ag. 1869. Nell'abbazia di Fruttuaria si ritirò Arduino (io sett. 1014) : vi morì e vi fu sepolto ( 14 dic. 1015). Il primo abate fu Giovanni l'Uomo di Dio (v. giovanni di fruttuaria). Una parte del ricco Archivio si trova in quello di Stato di Torino. Nel 1879 il Palazzo abbaziale fu ceduto a s. Giovanni Bosco ed oggi vi fiorisce una rinomata scuola salesiana di arti e mestieri. - Vedi tav. XXXV.

Bitti.: Fonti: oltre quelle pubblicate nei Monumenta Historiae Patriae (Torino 1836 sgg .) e nelle altre collezioni della R. Deputazione di storia patria di Torino, cf. F. Gabotto, Le carte dell'Arch. vesc. di I. fino all'anno 1313 (Biblioteca Soc. st. subalpina, 5, 6), 2 voll., Pinerolo 1900, Indici di P. Massia e G. Borghezio (ibid., suppl.), Torino 1930; G. Colombo, Documenti dell'Archivio rem. di Vercelli relativi ad I. (ibid., 8), Pinerolo 1900; E. Durando, Le carte dell'Archivio cap. di I. fino al 1730 con una scelta delle principali fino al 1313 (ibid., 9), ivi 1902 (la parte 2* del volume è dedicato all'abbazia di S. Stefano; F. Savio, Le origini del monastero di S. Stefano; G. Barelli, Cartario dell'abbazia di S. Stefano d'I. fino al 1230) ; Indici
di P. Massia (ibid., suppl.), Torino 1930; G. Assanária, Il Libro Rosso del Comune d'I. (ibid., 74), Pinerolo 1914; P. Fr. Kehr, Italia Pontifria, VI, II, Berlino 1914, pp. 142-56; G. Frola, Corpus Statutorum Canavisti (Biblot. Soc. st. subalpina, 42-44), 3 voll., Torino 1918; G.Borghezio, I uecrologi del Capitolo d'I. (ibid., 81, 1), ivi 1923; G. Borghezio-C. Benedetto, Gli statuti di Tusognasto (ibid., 64, 3), ivi 1929; G. Borghezio-G. Pinoli, Cartario