erlino 1914, pp. 142-56; G. Frola, Corpus Statutorum Canavisti (Biblot. Soc. st. subalpina, 42-44), 3 voll., Torino 1918; G.Borghezio, I uecrologi del Capitolo d'I. (ibid., 81, 1), ivi 1923; G. Borghezio-C. Benedetto, Gli statuti di Tusognasto (ibid., 64, 3), ivi 1929; G. Borghezio-G. Pinoli, Cartario della Confraria del S. Spirito d'I. (ibid., 81, 2), ivi 1929; G. Corradi, Inscriptiones Italiae, IX: Regio XI, fasc. II. Eporodia, Roma 1931. - Letteratura: G. Benvenuti, Istoria dell'antica città d'I. dalla sua fondazione fino alla fine del sec. XVIII. (ms. importante, proprietà degli eredi dell'avr. Mario Rossi); [G. Soraglia], Memorie storiche sulla chiesa d'I., Ivrea 1881 (scarsa critica); [id.], Eporedia Sacra. Serie cronologica dei parrochi, santi titolari e patroni, ivi 1887 (utile); A. Manno, Bibliografia storica degli Stati della Monnarchia di Savoia, III, Torino 1891, pp. 91-98; IV, ivi 1892, pp. 430-37 (S. Benigno di Fruttuaria, Chivasso). VIII, ivi 1907, pp. 290-323 (s. v. I.): F. Savio, I vescovi d'Italia dalle origini al 1500. Il Piemonte, Torino 1898, pp. 175-220; Eporediensia (Biblioteca Soc. st. subalpina, 4), Pinerolo 1900; Studi Eporediesi (ibid., 7), ivi 1900 (i due voll. contengono una raccolta di studi di vari autori per il bimillenario d'I.): C. Boggio, Le chiese del Canavese, Ivrea 1910; F. Carandino, Vecchia I., ivi 1914 (2* ed., ivi 1927); G. Corradi, Eporedia, in E. De Ruggiero, Dizionario epigrafico di antichità romane, II, Roma 1922, pp. 2136-39; G. Boggio, Il duomo di I., Ivrea 1926 (con notizie sull'arte nel Canavese); E. Pinchia, Itinerario canovesano, ivi 1927; H. Delehaye, Les origines du culte des martyrs, 2² ed., Bruxelles 1933.

(per cortesia del cen. C. Xatario)
Ivrea, diocesi di - Duomo costruito dal vescovo Vermondo (fine sec. X). La cupola e il campanile appartengono alla costruzione primitiva; la facciata è del sec. XIX.
pp. 133, 340; C. Benedetto, I vescovi d'I., Torino 1942 (debitamente riveduto questo saggio potrebbe diventare un ottimo sussidio per gli studiosi). Per Fruttuaria si veda in particolare : J. Croset-Mouchet, Histoire de St Guillaume d'Icrée, Torino 1859; G. Calligaris, Un'antica cronaca piemontese, ivi 1889; E. Oliviero, Architettura religiosa preromanica e romanica nelI'arcidiocesi di Torino, ivi 1940, pp. 341-51; Cottinesu, I, coll. 1227-28 (con ricca bibl.); E. Ceria, Annali della Società salesiana, I, Torino 1941, p. 333. A. Fierro Frutaz
IWANNIS, metropolita di DĀRĀ (Siria). - Scrittore siro monofisita, vissuto nel sec. IX. La maggior parte delle sue opere sono ancora inedite.
Degli scritti di carattere dogmatico, riguardanti specialmente l'escatologia, sono conservati 4 ll. intorno alla risurrezione dei corpi (alcuni capitoli sono editi da H. Gismondi, Linguae Syriacae grammatica, Beirut 1900, pp. 60-66) e sul sacerdozio (frammenti editi da H. Gismondi, ivi, pp. 66-68; P. Zingerle, Monumenta Syriaca, I, Innsbruck 1869, pp. 105-10; J. Overbeck, S. Ephraemi... opera selecta, Oxford 1863, pp. 409-13).
Bitti.: A. Baumstark, Geschichte der syrischen Literatur, Bonn 1922, p. 277. Ignazio Ortiz de Urbina
IXOYE; v. PESCE.
IZANAGI e IZANANI: v. SHINTO.
## Page 352
JABALPUR (Jubbulpore), prefettura apostolica di. - Eretta il 18 luglio 1932 con territorio distaccato dalle diocesi di Nag pure Allahabad con il nome di Jubbulpore. E situata nell'India centrale ed è suffraganea dell'arcidiocesi di Madras. Comprende i distretti civili di J., Mandla, Saugor, le sottodivisioni di Narsinghpur (parte del distretto di Hoshangabad) e di Seoni (parte del distretto di Chindawara) e gli ex-Stati indigeni di Bundelkhand e Baghelkand. La regione, in parte collinosa, in parte coperta dalla giungla, ha un clima continentale.
E affidata all'Ordine dei Premostratensi, che vi manda i Padri dell'abbazia di Berne in Olanda. Confina a nord con la diocesi di Allahabad, all'est con quella di Ranchi, a sud con la diocesi di Nagpur e ad ovest con quella d'Indore. Con decreto del 27 ott. 1950 fu cambiato il nome in J.
Ha una superficie di kmq. 112.550 ed una popolazione di ca. 7.000 .000 di ab., cosi divisi : 6.500 .000 pagani, 200.000 musulmani, 7500 protestanti, 6000 cattolici. Un decimo dell'intera popolazione è aborigeno.
Vi lavorano 26 padri premostratensi e 4 fratelli, tutti esteri; 3 sacerdoti indiani e una settantina di suore di vari istituti religiosi, 42 catechisti. Le stazioni primarie con residenza del sacerdote sono 15 , le stazioni secondarie 62; le chiese 6 e le cappelle 13. Scuole elementari 36, con 3000 tra bambini e bambine; scuole medie 8 con quasi 600 studenti, superiori 5 con 233 giovani, i scuola professionale con 20 ragazze. I maestri sono in tutto 150 . Le opere di carità sono rappresentate da 11 dispensari con ca. 40.000 consultazioni annue, 6 orfanotrof con 305 orfani, i ricovero di medicità. In questi ultimi anni sono sorte associazioni di Azione Cattolica e pii sodalizi. Non vi è seminario : alcuni giovani si preparano al sacerdozio nel Seminario di Ranchi.
BibL.: AAS, 24 (1932), p. 401: Archivio della S. Congregazione di Propaganda Fide, Relatio quinguennalis 1940-45, posiz. prot. n. 2988/46; Catholic directory of India, Pakistan, Bormu and Ceylon, Madras 1948, pp. 393-96; Archivio della S. Congregazione di Propaganda Fide, Prospectus status missionis 1945 posiz. prot. n. 3610/49; MC, 1950, pp. 228-29. Pompao Borgna
JABOTICABAL, Diocesi di. - Nella parte orientale dello Stato di S. Paolo in Brasile.
Ha una superfice di 8000 kmq . con una popolazione di 350.000 ab., dei quali 250.000 cattolici, distribuiti in 24 parrocchie con 7 sacerdoti diocesani e 17 regolari, un seminario, 3 comunità religiose maschili e 6 femminili (1949). Fu creata dal papa Pio XI il 25 genn. 1929; è suffraganea di S. Paulo.
Enrico Josi
JACA, Diocesi di. - Diocesi aragonese, situata nelle province civili di Saragozza e Huesca e confinante con le diocesi francesi di Bayonne e TarbesLourdes. E suffraganea di Saragozza. Scarse notizie si hanno di questa chiesa nell'alto medievo.
La Cattedrale fu eretta nel sec. xI dal re Ramiro I di Aragona, ma ordinariamente la diocesi fu unita con quella di Huesca fino al 1572, quando, a istanza del re Filippo II, dal papa s. Pio V ne fu staccata e costituita in regime indipendente. Fu la prima Cattedrale che adottò il rito romano in sostituzione del visigoto; vi si celebro un Concilio nel 1063. Lo stile dell'edificio è il romanico, sobrio ma elegante; nel sec. xv furono ricostruite le sue vòte e così pure il chiostro, che purtroppo ha perduto il suo primitivo aspetto. La pianta del Duomo è formata da tre navate, oltre quella della crocera, e da tre absidi semicircolari. Il coro che, come nelle altre cattedrali spagnole, stava nel centro della chiesa, fu trasferito presso l'altare maggiore nel 1919. Dedicato il tempio nel 1062, se ne rinnova la memoria liturgica il 12 dic.; il suo patrono è s. Pietro Apostolo, ma della diocesi è s. Orosia, di cui si venera il corpo nel detto Duomo. Nel 1785 a questa diocesi fu aggregato il vicariato di Valldoncella, costituito da 48 villaggi, appartenenti fino allora a Pamplona; cosi oggi l'estensione territoriale di J. è 5391 kmq .; la popolazione di 78.258 ab. quasi tutti cattolici con 154 parrocchie, servite da 200 sacerdoti diocesani e 28 regolari con
4 comunità religiose maschili e 18 femminili. Il Seminario, fondato nel 1851 , distrutto da un incendio, è stato recentemente riedificato; cosi pure molte chiese distrutte nella guerra civile del 1936. Il santuario principale è S. Juan de la Peña, culla della riconquista aragonese. Vedi tav. XXXVI.
BibL.: R. de Huesca, Teatro bistórico de las iglesias y reyme de Aragón, VIII, Pamplona 1802; Anuario religioso español. 1947. Madrid 1947, pp. 389-90. Giuseppe M. Pou y Marti
JACAREZINHO, diocesi di. - Diocesi e città nello Stato di Paraná nel Brasile.
Ha una superfice di ca. 100.000 kmq . con 600.000 ab. dei quali 500.000 cattolici; conta 25 parrocchie, con 11 sacerdoti diocesani e 35 regolari, 2 comunità religiose maschili e 11 femminili ( 1948 ).
La diocesi fu creata dal papa Pio XI con la cost. apost. Quum in dies del 10 maggio 1926, per smembramento dell'arcidiocesi di Curryba, elevando a cattedrale la chiesa dedicata alla Immacolata Concezione e a s. Sebastiano. La diocesi è suffraganea di Curityba.
BibL.: AAS, 19 (1927), pp. 81-82. Enrico Josi
JACGARD, François, beato. - N. il 6 sett. 1799 ad Onion (Alta Savoia), entrò nell'ag. 1821 nel seminario delle Missioni Estere di Parigi. Sacerdote nel 1823, parti nel luglio per le missioni della Cocincina dove infieriva la persecuzione.
Nel luglio del 1827 fu chiamato ad Hué dal re Minhmang che lo fece suo interprete. Condannato a morte una prima volta nel 1830 , la pena gli fu commutata in quella della residenza sorvegliata ad Hué. Nel 1832 fu nominato provicario e il 20 dic. dello stesso anno coadiu. tore di mons. J. Taberd. Non poté ricevere la consacrazione, ma dal 1833 assunse il governo della missione. Condannato di nuovo a morte, la pena gli fu commutata in quella di carcere a vita; il 21 sett. 1839 fu però strangolato a Gian-bicu. Dichiarato venerabile il 19 giugno 18.10, fu beatificato il 27 maggio 1900.
BibL.: L. Crochet, Vie du vèn. F. 7., Parizi 1879; J. Messelod, Vie populaire du b. F. 7., Annecy 1901. Antonio Anoge

(fel. Mas - Barcellona)
Jaca, diocesi di - S. Michele Arcangelo, Capitello romanico della Cattedrale del sec. 21.
## Page 353
IVREA

(fat. Pirocco)
din Le ministere del Sacramentario d' Ierea e di altri codici Wernandiani a cura di L. Bagnosi, Città del Vaticano 1984, (av. 10)
A sinistra: BENEDIZIONE DEL SANTO CRISMA. Miniatura del Sacramentario fatto eseguire dal vescovo Varnuondo (967-1015), rappresentato con il "Signum viventis" - I vrea, Biblioteca capitolare. A destra: PALA DALTARE DEL BEATO VARMONDO, opera di Defendente Ferrari (1521). Da notare la rappresentazione realistica dell'Eucaristia - Ivrea, sagrestia del Duomo.
## Page 354

FACCIATA DELLA CATTEDRALE, eretta nel sec. xI, con restauri del sec. xvI.
## Page 355

Jac3, diocesi di - Cattedrale. Sepolcro di Don Pedro Baquer (sec. xvI).
JACOB, Max. - N. a Quimper (Francia) I'ri luglio 1876, m. ncl campo di concentramento di Drancy il 5 marzo 1944. Poeta, romanziere, pittore, ebbe amici P. Picasso, Matisse, Apollinaire, Mac Orlan e molti altri artisti montparnassiani. Formatosi in questo ambiente, fu un esponente di quel vasto movimento parigino d'avanguardia al quale tutta l'arte del nostro tempo deve il suo nuovo indirizzo.
Nel 1909 ebbe l'apparizione di Cristo sul muro della sua stanza, e più tardi, nel 1915, in un cinema, vide improvvisamente sovrapporsi allo schermo l'immagine di Gesù. Ma la sua conversione non venne presa sul serio dal suo ambiente né dagli ambienti ecclesiastici, e soltanto nel 1915 ottenne di ricevere il Battesimo. Egli nascondeva sotto l'eccontricità e la scapigliatura degli artisti montparnassiani l'angoscia della sua ricerca della verità; il suo atteggiamento di poeta d'avanguardia nascondeva in realtà il lavorio della Grazia che lo spingeva alla ricerca del suo centro divino.
Dal 1921 al 1928 visse ritirato presso il monastero di St-Benoli-sur-Loire, vi tornò definitivamente nel 1936 e iv, nel 1944, perché ebreo d'origine, venne catturato dai tedeschi. La sua morte fu serena, in perfetto abbandono alla volontà di Dio.
Compose tra l'altro: St Matarel (1911); Le cornet à dés (poema in prosa, 1917); La défense de Tartufe. Extases, remords, etc. d'un juif converti (1919); Cinématoma (1920); Le laboratoire central (1922); Visions des souffrances et de la mort de Jésus (meditazioni poetiche, 1928); Art poétique (scritti d'estetica, 1925).
La personalità di J. è incredibile ed enigmatica. Gli elementi della sua arte, disordinata e dispersa, vanno dal burlesco e dall'ironia al misticismo più sereno. Negli aspetti diversissimi della sua opera l'unità è data dalla pura poesia che riveste il suo incantevole mondo, fantastico e assurdo.
Biol.: Fr. Lefèvre, M. 7., in Une heure avec...., 2° serie, 17° ed., Parigi 1924, pp. 161-74: A. Soffici, Ricordi di vita artistica e letteraria, Firenze 1931, pp. 219-25; R. Guiette, La vie de M. 7., Parigi 1934; A. Billy, M. 7. (Poètes d'aujourd'hui, 3), ivi 1947; M.Raymond, De Baudelaire au surréalisme, Parigi 1947, pp. 252-62; A. Vendôme, La conversione di 7., trad. it., in La fiera letteraria, 3 (1948), nn. 51-53, 55, 56, 58-40; E. Francia, St Matarel, burlesque et mystique, in Humanitas, 3 (1948, viII), pp. 723-27; V. Pagani, L'itinerario di un artista scapigliato, M. 7., in Uomini incontro a Cristo, a cura di d. G. Rossi, Assisi 1950, pp. 214-19. Matilde Mazzolani
JACOBI, Friedrich Heinrich. - Filosofo, n. a Düsseldorf il 25 genn. 1743, m. a Monaco il 10 marzo 1819. Coltivò studi letterari e filosofici, ma non fu filosofo di professione, né un pensatore sistematico. Ebbe tuttavia una forte coerenza intellettuale che gli permise di legare idealmente tutta la sua ricca e geniale produzione attorno ad un saldo nucleo di convinzioni filosofiche e morali.
Esordì con due romanzi, Allwill e Woldemar (1722), che volevano essere un grido di guerra contro gli assiomi dell'illuminismo (v.). Nelle Briefe an M. Mendelssohn über die Lehre des Spinoza si schiava contro l'ateismo del filosofo di Amsterdam; nel David Hume über den Glauben oder Idealismus und Realismus (1787) pone le premesse fideistiche del suo realismo; prende successivamente posizione contro Fichte (Sendschreiben an Fichte, 1799), contro la Critica della ragione pura (Uber das Unternehmen des Kritizismus, 1802), contro Schelling, contro Hegel. A Kant egli rimprovera di aver fondato la concezione morale sul formalismo della legge e del dovere anziché sul sentimento; al Fichte rimprovera l'esposizione di un materialismo senza materia, dove la morte e vuota coscienza rappresenta lo spazio matematico; allo Schelling la reincarnazione dello spinozismo, un panteismo cioè in cui naufragano la personalità e la libertà umana; allo Hegel di voler superare il punto di vista dell'intelletto con uno sforzo dialettico del pensiero.
Come quella di Hamann e Herder, cui era legato da rapporti di amicizia e con i quali s'era unito nella lotta contro le tendenze illuministiche e razionalistiche del secolo, la concezione speculativa di J. è stata definita una filosofia della fede. Dapprima J. non vuol conservare alla ragione che una funzione logica e regolatrice : è il sentimento che deve opporsi alla ragione e rivendicare la propria supremazia; più tardi chiarifica il suo pensiero e chiama ragione il sentimento della fede; ne fa quindi il sentimento del divino, l'aspirazione a quell'assoluto cui si crede pur senza vedere. L'intuizione dell'assoluto, questo "sentimento del vero" (cf. Werke [v. bibl.], III, p. 317) possibile ad ogni uomo, è non soltanto superiore all'intelligenza, ma ne è interamente distinto. La ragione è dunque considerata come una facoltà superiore, "intuito avvolto nella tendenza" (ibid., II, p. 101; III, p. 32). Qui poggia l'edificio della speculazione di J., che, affermando il valore incontrastabile della convinzione immediata, formula una dottrina mistica della fede. I problemi della spiritualità e dell'immortalità dell'anima, come i
## Page 356

(Int. Mas. Barcellano)
Jaèn, diocesi di -"Cattedrale. Reliquiario di S. Cecilia. Arte italiana (secc. xvı-xviI).
problemi etici e psicologici (a non tener conto di quello che verte sulla libertà di coscienza e di cui ha lungamente parlato) sono trattati da J. sporadicamente e di sfuggita. La loro soluzione è implicitamente contenuta nella sua metafisica religiosa e nella sua concezione di Dio. La dottrina filosofica è sempre, per lui, strettamente connessa con la sua fede religiosa, e tutta la sua metafisica si basa sul «miracolo continuo, di cui ciascuno può avere esperienza : la rigenerazione dell'uomo mediante una forza superiore" (Auserlesener Briefwechsel [v. bibl.], II, p. 146, lettera 29 genn. 1794). Tale forza deve essere riconosciuta.
Nonostante la mancanza di sistematicità, J. è stato un filosofo nello stretto senso della parola. Il suo pensiero rispondeva non soltanto alle esigenze dei tempi, ma alle aspirazioni di anime stanche del razionalismo illuministico, e si trasformava, secondo il detto di Schelling che aveva definito J. come "la personalità più istruttiva, forse, di tutta la storia e la filosofia moderna" (K. Fischer, Geschichte der neueren Philosophie, VI, Stoccarda 1894, pp. 294-96), in qualcosa di estremamente significativo e di altamente fecondo per la cultura del tempo.
Bibl.: L'edizione completa delle opere fu iniziata dallo stesso J. e portata a compimento da F. Köppen e F. Roth, Werke,
6 voll., Lipsia 1812-23; cf. anche: Auserlesener Briefwechsel, a cura di J. Roth, 2 voll., ivi 1825-27; R. Lappnitz, Briefwechsel aus 7.1 Nachlass, 2 voll., ivi 1869. In italiano: Sulla dottrina dello Spinoza: lettera a Mosè Mendelssohn, trad. di I'. Capra, Bari 1914; Idoitismo e realismo, a cura di N. Bobbio, Torino 1948. Studi: L. Lévy-Bruhl, La philosophie de 7., Parigi 1894; F. A. Schmid, F. H. 7., Ildeburga 1908; Th. C. v. Stockum, Spinoza, 7., Lessing, Groninga 1921; B. Magnino, La filosofia austica di F. H. 7., in Giornale critico della filosofia italiana, 12 (1931), pp. 381-68, 457-79; 13 (1932), pp. 57-70, 103-16; G. Durante, Gli epigoni di Kant, Firenze 1943, pp. 2-18; B. Croce, Discorsi di varia filosofia, I, Bari 1945. Bianca Magnino
JACOBINI, Domenico. - Cardinale, n. a Roma il 3 sett. 1837, m. ivi il 3 febbr. 1900. Ordinato sacerdote, svolse una notevole attività. Ardente sostenitore dell'Azione Cattolica e dell'apostolato dei laici, fu tra i fondatori del Circolo di S. Pietro, della Primaria Società cattolica promotrice di buone opere e dell'Artistica Operaia, e fu assai benemerito della Società degli interessi cattolici, della Federazione Piana, dell'Unione per le elezioni amministrative.
Studioso della questione sociate, rivolse la sua azione costantemente all'elevazione spirituale e materiale della clame operaia. Dopo essere stato segretario della Congregazione degli Affari ecclesiastici straordinari, fu nominato nel 1881, da Leone XIII, arcivescovo titolare di Tiro e segretario della Congregazione di Propaganda Fide, e dieci anni più tardi fu inviato nunzio apostolico nel Portogallo. Lo stesso Pontefice nel Concistoro del 30 nov. 1896 lo creò cardinale e, nel 1899 , lo chiamò a succedere al Parocchi nel vicariato di Roma.
Bibl.: L. Lazzareschi, Il card. D. 7., Roma 1900: M. De Camillis, Il card. D. 7., in L'osservatoire roman, 4 sett. 1927. Mario De Camillis
JACOBINI, Lodovico. - Cardinale, n. il 6 genn. 1832 a Genzano, m. il 27 febbr. 1887 a Roma. Iniziati gliStudi nel Seminario di Albano, li compì a Roma e divenne apprendista nella segreteria degli Affari ecclesiastici.
Segretario di Propaganda per gli affari orientali, fu uno dei sottosegretari del Concilio Vaticano. Arcivescovo di Tessalonica in partibus, fu nominato nel 1874 nunzio a Vienna, in un periodo difficile delle relazioni tra la duplice monarchia e la Chiesa cattolica, a causa dell'unilaterale denuncia del Concordato nel 1870, seguita quattro anni dopo dalla promulgazione di tre leggi sulla preminenza dello Stato sulla Chiesa, sulle dotazioni e sul riconoscimento statale delle corporazioni religiose. Durante la sua permanenza nella capitale asburgica il nunzio J. iniziò anche una proficua attività diplomatica per giungere ad un modus vivendi che ponesse fine al Kulturkampf in Germania, attività iniziata nel sett. 1879, quando J. ebbe un esauriente scambio d'idee con il Bismarck, e proseguita in nov. nei colloqui con il Hübler, delegato del cancelliere, e con il Principe di Reuss, ambasciatore prussiano a Vienna. Creato cardinale da Leone XIII il 19 sett. 1879 e nominato segretario di Stato nell'ott. dell'anno successivo, continuò la politica di accomodamento con la Prussia e riuscì a porre termine al Kulturkampf.
Bibl.: anon., Necrologio, in Civ. Catt., 13* serie, 1887, v. pp. 742-43; H. Brück, Geschichte der katholischen Kirche in Deutschland im neoroseboten 7altrhundert, IV, parte 2⁴, Münster 1908, passim; J. Schmidlin, Papstgeschichte der neuesten Zeit, II, Monaco 1934, passim.
Silvio Furlani
JACOBS, LUCA: v. LUCA di LEIDA.
## Page 357
JACQUIER, François. - Filosofo, matematico, astronomo dell'Ordine dei Minimi, n. a Vitry-les-Français il 7 giugno 1711, m. a Roma il 3 luglio 1788.
Inviato a Roma compi gli studi al Convento della Trinità dei Monti, e a Roma, in collaborazione con il confratello Le Seur (v.) svolse la sua attività scientifica. Insegnò filosofia, teologia, ma particolarmente matematica alla Trinità de' Monti, alla Sapienza, a Propaganda Fide. Il parere dei due scienziati era spesso richiesto dai sommi pontefici e dai dotti nei più importanti problemi di architettura, statica, idraulica, ecc. Nel 1746 il loro progetto, in collaborazione con il p . R. Boscovich (v.), per la stabilità della cupola vaticana, fu preferito ed attuato cingendo la mole michelangiolesca con cinque cerchioni di ferro. Ambedue furono membri delle principali accademic d'Europa. Il J. (soppressi i Gesuiti) ebbe la cattedra di matematica al Collegio Romano. Si occupò inoltre di musica e di arcostatica (cf. G. Boffito, Una memoria acronautica del p. 7. [1783], in Rivista acronautica, 8 [1932], pp. 669-77 e 219-20).
Oltre alle varie risposte ai quesiti rivoltigli, e a un commento ai principi matematici del Newton, in collaborazione con il p. Le Seur, scrisse: Dei calcolo integrale (Parma 1768); Institutiones philosophicae ad studia theologica acenmodatae (4 voll., Roma 1749, molte cdd. e versioni in Italia ed all'estero); Trattato intorno alla sfera (Parma 1773); Descrizione di uno strumento per fare orologi solari (ivi 1774).
Bim.: G. B. Avanzo, Elogio del celebre p. 7., Roma 1790; G. Poloni, Memorie istoriche della gran cupola vaticana, cre., Padova 1748, §§ 273-75, 287, 291, 578, 595; M. Montucla, Histoire des mathématiques, II, Parigi 1758, p. 562 sgg.; Acta Capitularum General, O. Minins., II, Roma 1916, pp. 88, 135, 175, 190, 473, 521; G. Roberti, Disegno storico dell'Ordine dei Minimi, III, ivi 1922, pp. 785-94; F. Bonnard, Histoire de la Trinité du Mont Pincis à Rome, Roma-Parigi 1933, pp. 50, 178-86, 195, 225; G. Moretti, I due più illustri commentatori del Newton, in L'osservatore romano, is maggio 1949, p. 3.
Gennaro Moretti
JAEGEN, Hieronymus. - Mistico, n. il 23 ag. 1841 a Treviri, dove trascorse quasi tutta la sua vita e dove m. il 26 genn. 1919. Il J. fu successivamente ingegnere, direttore di banca e deputato alla seconda assemblea del Parlamento prussiano. Svolse contemporaneamente intensa attività per vari istituti cattolici.
Fin da studente a Berlino cominciò a dedicarsi con fervore alla vita ascetica e dal 1867 conobbe tutti i gradi della mistica e nel 1918 ne diede testimonianza al suo padre confessore. Scrisse Der Kampf um die Krone (1883, più tardi intitolato Der Kampf um das höchste Gut [ultima ed. 1938]), dove intende la mistica come l'armonica conclusione della cristiana conquista della virtù. Sobrietà e chiarezza sono le caratteristiche dello scritto da lui pubblicato nel 1911 Das mystische Gnadenleben ( 4ᵃ ed., Heidelberg 1949). Il J. mette in guardia contro le false visioni corporee e immaginative e nega l'estasi come attributo di uno dei sei gradi. Il processo di beatificazione è cominciato nel 1939.
Bim.: I. Backes nella recente ed. di Das mystische Gnadenleben, Heidelberg 1949 (con introduzione di M. Grabmann, pp. vi-x), premette copiose notizie (pp. xi-xxiv) e aggiunge importanti note (pp. 121-76).
Ignazio Backes
JAÉN, diocesi di. - Suffraganea della metropoli di Granata in Spagna, inclusa nella provincia civile omonima, meno una parte sudorientale. La diocesi ha una superfice di 13.000 kmq . con una popolazione di 780.000 ab. tutti cattolici, distribuiti in 158 parrocchie, servite da 210 sacerdoti diocesani

(fot. Max-Barceliene)
Jaén, diocesi di - Chiesa di S. Nicola di Obeda, Cappella del decano d. Fernando Ortega Salido. Portale di André de Valdeabrira (sec. xvi).
- 50 regolari, un seminario, 10 comunità religiose maschili e 65 femminili (1949).
Fu fondata nel 1248; ma siccome in quell'anno fu trasferita da Baeza, e questa sede aveva dal 675 la successione di quella distrutta di Castulo, la quale a sua volta nel 298 era succeduta all'antica Iliturgia (Andujar) del sec. 1, come si crede in Spagna, si pretende derivarla dai tempi apostolici e precisamente da s. Eufrasio, che è patrono della diocesi. La città di Baeza era stata rasa al suolo durante l'invasione degli Almoadi musulmani, ma fu riconquistata da s. Ferdinando nel 1227, evento felice che produsse sùbito il ristabilimento della sede episcopale. Tuttavia lo stesso santo Re, avendo vinto e cacciato i mori da J. nel 1246, ottenne dal papa Innocenzo IV che da Baeza passasse il vescovo alla nuova città; i fedeli baezani, però, chiesero allo stesso Papa che fosse conservata la loro diocesi benché unita a quella di J., e cosi fu fatto. Fino ad oggi dunque il vescovo di J. ha due Cattedrali con due Capitoli e due semineri; il maggiore a J. (teologia e filosofia), il minore a Baeza (latino e umanità). Il duomo di J. fu ricostruito nel 1540 ed appartiene allo stile chiamato granadino, con croce latina e a tre navate. Durante la rivoluzione marsista vennero uccisi 150 sacerdoti di questa diocesi. Tra i vescovi sono degni di menzione s. Pietro Pascual (sec. xiii) e i cardinali Merina, Sandoval e Pacheco, celebre questi per il suo intervento nella prima parte del Concilio di Trento.
Bin.: F. Rus Puerta, Historia eclesiastica del reino y obispado de X., Jaén 1634; E. Flórez, España Sagrada, VII, Madrid 1751, pp. 106-22; P. B. Gams, Kirchengeschichte von Spanien, I, Regensburg 1862, pp. 186-92; Anuario religioso español, 1947, ivi 1947, pp. 391-92.
Giuseppe M. Posi y Marti
## Page 358
JAFFE, PhiliPp. - Storico e critico insigne, n. a Schwersenz (Posen) il 17 febbr. 1819, m. suicida a Wittenberge il 3 apr. 1870.
Studiò a Berlino sotto la guida del Ranke, pubblicando i primi studi nel 1843 (Lothar von Sachsen) e nel 1846 (Konrad III.). Fu collaboratore del Pertz nei MGH per i voll. XII e XVII-XIX degli Scriptores, dove pubblicò fra l'altro un gruppo di annali italiani del secc. xit-xitI; dal 1862 fu professore straordinario a Berlino e intraprese la Bibliotheca rerum Germanicarum ( 6 voll., 1864-73); il suo catalogo dei manoscritti della cattedrale di Colonia fu compiuto da W. Wattenbach (1874).
Di famiglia israelita, gli furono causa di amarezze la sua origine e il carattere polemico, divenuto particolarmente eccitabile negli ultimi anni; contrastato nella carriera storica, si laureò in medicina, senza però esercitarla; si converti al protestantesimo nel 1868.
Fu uno dei più fecondi cercatori di fonti storiche medievali; a lui si deve la prima raccolta sistematica degli atti pontifici anteriori all'anno 1198 (solo quelli editi), pubblicati in breve sunto e in ordine cronologico (Regesta pontificum Romanorum ab condita Ecclesia ad annum p. Chr. n. MCXCVIII, Berlino 1851); l'opera, ancora fondamentale per gli studi di storia ecclesiastica, ebbe una seconda edizione ampliata e corretta da S. Löwenfeld, F. Kaltenbrunner e P. Ewald (2 voll., 1885-88)-
BibL.: H. Bresslau, Geschichte der MGH. in Neues Archiv. 42 (1921), pp. 326-30.
Giulio Battelli
JAFFNA, diOCESI di. - Fu già vicariato apostolico eretto nel 1845 con la divisione del vicariato di Ceylon. Il 1° ott. 1884 divenne definitivamente esente dalla giurisdizione di Goa ed il 10 sett. 1886 fu elevata a diocesi. E affidata agli Oblati di Maria Immacolata ed è suffraganea di Colombo. Confina con le diocesi di Trincomalie, Kandy e l'arcidiocesi di Colombo. Ha una superfice di kmq. 16.159 e si estende nelle regioni settentrionali dell'Isola di Ceylon.
L'intera popolazione raggiunge il mezzo milione di ab., di cui 63.000 cattolici, 7000 protestanti, 22.000 musulmani ed il resto pagani. Vi lavorano una novantina di sacerdoti, quasi tutti Oblati di Maria Immacolata; due terzi di essi sono indigeni.
Ecclesiasticamente è divisa in 3 distretti, 31 parrocchie, 7 stazioni primarie e 203 secondarie. Le chiese con capacità di oltre 400 persone sono 104, le cappelle 137. Numerose le scuole elementari, medie e superiori dipendenti dall'autorità ecclesiastica diocesana e rilevante il numero degli alunni, oltre 15.000 . Abbastanza fiorenti le istituzioni caritative : 4 orfanotrofi raccolgono ca. 300 bambini e bambine, un ricovero per vecchi ospita ca. 60 individui. Efficenti le associazioni pie e di Azione cattolica. Più di 150 suore, tra native ed estere sono di valido aiuto ai missionari. Recentemente è stato fondato un seminario minore. Per gli studi di filosofia e teologia i chierici vengono inviati al Seminario regionale di Colombo o al Pontificio Seminario di Kandy. La missione possiede anche una tipografia da cui escono due periodici: il Catholic Guardian ( 400 copie) e il Tamil Guardian (800 copie).
BibL.: GM, 1936, p. 150; MC, 1950, p. 255. Pompeo Borgna
JAGER, JOHANNES; v. CROTUS (RUBIANUS), JOANNES.
JAHBALLĀHĀ I. - Katholikós della Chiesa di Persia (415-20). Andò nel 418 come ambasciatore del re Jezdegerd I a Costantinopoli. Nel 419 fu tenuto sotto di lui un sinodo a Seleucia-Ctesifonte (presente un delegato di Costantinopoli, Acacio) che confermò l'accettazione della disciplina della Chiesa greca.
Bibl.: E. Tisserant, Nestorienne (L'Eglise), in DThC, XI, col. 172 .
Guglielmo de Vries
JAHBALLĀHĀ III. - Katholikós nestoriano dal 1281 al 1317, mongolo, n. a Kuošeng nel 1244. Visse come monaco in un convento presso Pechino. Si recò nell'Asia occidentale in pellegrinaggio verso la Terra Santa. Fu eletto katholikós della Chiesa nestoriana per far piacere ai dominatori mongoli, con i quali poi mantenne buone relazioni. Mandò a Roma il suo antico maestro Rabban Saumā, che vi arrivò nel 1287. I. fu in buoni rapporti con i missionari latini.
Bibl.: J. A. Chabot, L'histoire du patriarche Min 7. III et du moine Rabban Sauma (tradotta dal siriaco), in Revue de l'Orient latin. I (1895), p. 573 sgg.; 2 (1894), pp. 82-84; E. A. Budge Wallis, The monks of Kâbûlî Shûn, emperor of China, Londra 1928. Guglielmo de Vries
JAHN, Johann. - Esegeta e orientalista, n. a Tasswitz (Moravia) il 18 giugno 1750, m. a Vienna il 16 ag. 1816. Premostratense (1772), fu professore a Olmütz (1774), poi (1789) di orientalistica, introduzione al Vecchio Testamento e archeologia a Vienna, ove nel 1803 gli fu inoltre affidata la cattedra di dogma. Benché di ampia e scelta erudizione, J. dovette essere rimosso dalla cattedra a ragione delle sue opinioni troppo libere, tendenti al razionalismo.
Opere principali : Hebräische Grammatīh (1792; 1799, con vocabolario; 1809, ampliata in latino); Aromäische Grammatik (1793); Arabische Grammatik (1796); crestomazie caldaica (1800) e araba (1802); Lexicon Arabicolatinum (1802); Biblia Hebraica (4 voll., 1806); Einleitung in die göttlichen Schriften des Alten Bundes (4 voll., 1792; 2ᵃ ed. 1802-1803), di cui uscì un compendio latino (1804; 2ᵃ ed. 1814: all'Indice, decr. 26 ag. 1822); Bib. lische Archäologie ( 5 voll., 1797-1804; 2ᵃ ed. 1817-25) con compendio latino (1805; 2ᵃ ed. 1814: all'Indice, decr. 26 ag. 1822); Enchiridion hermeneuticae generalis (1812-13) e Appendix hermen. (1813-15; ambedue all'Indice, decr. 26 ag. 1822); Nachträge zu seinen Worhen (1821).
Bibl.: Hurter, V. coll. 669-72. Raimondo Köbert
JAHWEH. - Nome divino, detto "tetragramma" perché di 4 lettere, il più usato nella Bibbia ebraica (ca. 6823 volte), rivelato da Dio stesso a Mosè nel sancire le sue nuove relazioni con Israele, nel patto del Sinai (Ex. 3, 13-17; 6, 2-4). Dio stesso spiega : "Io sono colui che sono" (Ex. 3, 14), cioè l'eternamente esistente, cui l'esistenza compete per natura, che assiste (v. 12) la sua nazione; immutabile e perciò infallibile nel mantener le promesse (U. Cassuto [v. bibl.], p. 85).
J. è il solo nome divino che in tutte le lingue semitiche ha formazione verbale preformativa ( = imperfetto del verbo huh, hih: in greco : è (iv: " colui che è"; A. Vaccari, 7. [v. bibl.], pp. 5 sg., 9 sg.]. Tra i giudei prevalse l'uso reverenziale, dopo l'esilio, di non pronunziare il nome sacro per eccellenza; sostituendolo con il generico 'dâhônaij ("Signore mio "), vocalizzarono il tetragramma come 'dâhânaij; donde risultò la lettura errata Têhôvah (Iehovah), attestata già in R. Martini, Pugio fidei, del 1270, ma molto anteriore. A corrispondente di 'Adhônaij i Settanta hanno Kôpios, e la Volgata Dominus per J.
J., forma piena, è la originaria (la si riscontra nell'unico documento antico che faccia menzione di J.: Stela di Mesa, lin. 18); da essa derivano le brevi : Tahû, dei papiri d' Elefantina, e nei nomi teoforici insieme a Tâh, 70. Si era creduto trovare (1932) nei testi di Râs Samrah ( n mathrm{r}. VI. pl. X, linn. 13-15: C. Gordon, Ugaritic Literature, Roma 1949, p. 26) il nome divino J. nella forma 700_{0} che sarebbe pertanto la primitiva (K. G. Kunn, A. L. Williams, R. Dussaud). Ma l'identificazione si riduce ad una pura possibilità; né si spiega il passaggio da 700 a 7 Yhsoh (H. Bauer, O. Eissfeldt, A. Vaccari, A. Bea). Finora, ogni tentativo di derivare J. dal panthoon egiziano (D. Völter, W. M. Muller, J. Lieblein), o da quello babilonese (F. Delitzsch, A. Lods), o dai Qeniti (K. Budde, H. Gressmann, E. Sellin, C. Toussaint) è risultato arbitrario e vano (C. Toussaint [v. bibl.], pp. 218-
## Page 359
225; J. Plessis [v. bibl.], col. 837 sgg.; F. X. Kortleitner, Commentationes biblica, III, Innsbruck 1930, pp. 90-93; VIII, ivi 1933, pp. 5-8). La stessa forma verbale vi contraditice. J. è un nome non creato dagli uomini, ma rivelato dallo stesso J. (Vaccari).
Bibl.: F. Prat, Y̌̌hovah, in DB, III, coll. 1220-44; J. Plessis, Babylone et la Bible, in DBs, I, col. 837 sg.; L. Hennequin, Eliphasitine, in DBs, II, col. 990 sgg .; J. P. van Kasteren, Y̌ahvé et El-Sebadéni, in La science catholique, 8 (1894), pp. 296-315; M.-I. Lagrange, La résolution du nom divin - Tetragrammaton -, in Revue biblique, 2 (1893), pp. 239-50; id., El et Yahvé, ibid., 12 (1903), pp. 370-75; id., Encore le nom de Y̧ahvé, ibid., 16 (1907), pp. 383-86; C. Robert, La révolution du nom divin Y̌̌hovah, ibid., 3 (1894), pp. 161-81; S. Landesdorfer, Der Gottesnane Jibah in den Kellechriften, in Biblioche Zeitschrift, 10 (1912), pp. 24-35; G. R. Driver, The evidence for the name - 7 . outside the Old Test., in Old Test, essays, Londra 1927, pp. 28-24; M. Noth, Die israelitischen Personennamen im Rahmen der gemeinsemiitichen Namengebung, Stoccardo 1928, pp. 101-104; A. Loda, Israë des origines au milieu du VIIle siècle, Parigi 1930, p. 371 sg.; C. Toussaint, L'ancien iahviisme, ivi 1931, pp. 213-29; H. Bouet, Die Gottheiten von Ras Schamra, in Zeitschrift für die altest. Wissenschaft, 32 (1935), p. 92 sg.; A. Vaccari, Nomen Domini, in Verbum Domini, 13 (1933), pp. 3-7; id., 7. e i nomi divini nelle religioni semitiche, in Biblica, 17 (1936), pp. 1-10; U. Cassuto, La questione della Genesi, Firenze 1934, pp. 19 sgg., 24 sg., 84 sg.; F. Ceuppena, De historia prinoeva, Roma 1934, p. 96 sg.; O. Eissfeldt, Neue Zeugnisse für die Anssprache des Tütegramma als 7., in Zeitschrift für die altest. Wissenschaft, 23 (1935), pp. 59-76; K. G. Kuhn, Yos, Yina, Yinah, Uber die Entstchung des Namens 7., in Orientalische Studien E. Littmann, Laide 1933, pp. 25-42; R. Dussaud, Les découvertes de Ras Shamsa et l'Ancien Testament, Parigi 1936, p. 107; A. L. Williams, The Tetragrammaton-7., name or surrogate?, in Zeitschrift für die altest. Wissenschaft, 34 (1936), pp. 562-64; A. Vincent, La religion der Yudou-Araméens d'Eléphanèse, Parigi 1937, pp. 23-64; A. Bez, Archäologisches und Religionsgeschichtliches aus Ugarit-Ras Samra, in Biblica, 20 (1939), p. 440 sg.; G. Mercati, Sulla scrittura del tetragramma nelle antiche versioni greche del Vecchio Testamento, ibid., 22 (1941), pp. 339-66; F. Zorell, Lexicon hebraicum, Roma 1940 sgg., p. 228 sgg.; R. Dussaud, Yahvé, in Comptes rendus de l'Académie des Inscriptions et des Belles Lettres, 1940, pp. 364-70; W. A. Irwin, The tetragrammaton, in The journal of near eastern Studies, 3 (1944), pp. 257-59; J. A. Montgomery, The Hebrew divine name and the personal pronoun hē, in The journal of biblica Literature, 63 (1944), pp. 161-63. Francesco Spadelara
JAINISMO. - Il j. è una corrente filosoficoreligiosa formatasi, pare, verso il sec. viII a. C. nel nord-est dell'India, come reazione all'ortodossia brahmanica e consolidatasi poi nel sec. vi a. C. ad opera di un asceta riformatore, di nome Vardhamāna, detto Mahāvira (v.; "Grande Eros»).
Sostitutio: I. Generalità. - II. Sviluppo della setta. III. I libri canonici. - IV. I tre gioielli : fede, conoscenza, condotta. - V. Diffusione.
I. Generalità. - I seguaci della setta, che in origine si chiamavano Nirgrandha ("senza legami") assunsero poi il nome di jaina, derivato dall'appellativo fína (" Vittorioso") dato ai profeti della setta. Costoro, detti Tirthakara o Tirthankara ("coloro che fanno la legge"), sono considerati dai jaina come i rivelatori e i protettori della dottrina jainica, in quanto la loro opera si limita a rieobilire periodicamente tra gli uomini nella sua portica la legge esistente ab aeterno. Si ha cosi una lunga serie di 720 Tirthankara che si sono succeduti e si succederanno nel tempo e nello spazio per garantire lo sopravvivenza della dottrina nel mondo. Infatti per i jaina gli uomini sono distribuiti in dieci regioni dell'universo, che è soggetto a tre età (passato, presente e futuro), e in ognuna di queste regioni abitate si ha per ciascuna età la manifestazione di 24 Tirthankara. L'ultimo dei 24 profeti succedutisi nell'età presente nella regione da noi abitata è appunto Mahāvira. Egli non può quindi essere considerato come il fondatore di una nuova religione, ma piuttosto come il riformatore di una setta già esistente da lungo tempo. Infatti anche il 23° Tirthankara suo predecessore, Pārśva, che secondo i testi jaina viene 250 anni prima di Mahāvira, sembra essere stato una persona reale e il vero fondatore del j.
II. Sviluppo della setta. - Alla morte di Mahāvira, la direzione della setta, che secondo alcuni testi
cra già allora fiorentissima, fu presa dal primo dei suoi discepoli Gautama e in séguito da Sudharma, sopravvissuti al maestro. Sotto costoro e i loro successori la setta continuò a prosperare e furono fondate fiorenti scuole, ma cominciarono anche le divergenze e gli sciami.
Questi contrasti culminarono nel I sec. d. C. nella scissione dci jaina in due sète rivali, iveetämbara e digambara. Per conoscere le cause di questo scisma bisogna però risalire al iv sec. a. C. Dicono infatti i testi che il pontefice di allora, Bhadrabāhu, predicendo una terribile carestia nell'India del nord, della durata di 11 anni, persuase una parte della comunità ad emigrare nel Mysore. Intanto le difficoltà della vita costrinsero i jaina rimasti al nord a violare uno dei precetti di Mahāvira, quello della nudità prescritta per gli asceti. Accadde quindi che i jaina emigrati, rimasti fedeli alla tradizione, disapprovarono al loro ritorno la condotta dei correligionari settentrionali e, non essendosi raggiunto un accordo, si ebbe lo scisma: i settentrionali presero il nome di iveetämbara (vestiti di bianco) e gli emigrati quello di digambara (vestiti di aria, cioè nudi). Questo racconto è stato ritenuto come storico anche dal Jacobi, poiché è assai verosimile, e l'epoca designata coincide appunto con gravi perturbazioni economiche avvenute nell'India settentrionale in conseguenza di lotte politiche.
III. I libri Canonici. - Ma se ufficialmente lo scisma fu attribuito ad una ragione cosi futile, in realtà vi erano altri e ben più gravi motivi di disaccordo tra i due gruppi, soprattutto per quanto riguardava la letteratura canonica. I digambara infatti non ammettono l'autenticità dei libri canonici, che gli s̀̀̀etämbara fanno risalire, se non proprio a Mahāvira, per lo meno ai suoi più diretti discepoli.
Questi ultimi avrebbero tramandato a memoria gli insegnamenti del maestro, dividendoli in 14 gruppi detti Pārea, dai quali furono poi tratti 11 sunti detti Añga. I Pārea, trasmessi sempre oralmente da un pontefice all'altro, furono a poco a poco dimenticati quasi interamente, cosicché nel 312 a. C. i jaina del nord furono costretti a convocare un concilio a Pātaliputra (Patna) per raccogliere ciò che restava dei Pürva in un dodicesimo Añga. Anche questo però andò gradualmente perdendosi, sicché dopo molti secoli, nel Concilio di Valabhi (v sec. d. C.) la letteratura canonica dei jaina si trovò ridotta ai soli 11 Añga, che, dopo accurata revisione, furono finalmente messi per iscritto, insieme ad altre raccolte posteriori. Si ebbe cosi il Siddhānta ("Codice della liberazione"), comprendente 45 trattati, di cui gli 11 Añga formano la parte più antica. I digambara, non avendo voluto riconoscere l'opera svolta dal Concilio di Pātaliputra, dichiararono perduti sia i Pürva che gli Añga e adottarono come libri canonici tre grandi trattati del celebre maestro Puspadanta e altre opere più recenti. Intorno al Siddhānta redatto in Ardhamāgadhī (lingua che si presume usata da Mahāvira nel suo insegnamento), si formò presto una enorme letteratura esegetica, sia in praccito che in sanscrito. La dottrina fu volgarizzata e resa accessibile al popolo per mezzo di raccolte di novelle allegoriche, inni e drammi e sfondo religioso. Tipico esempio di questa letteratura allegorico-didascalica, piena di buone intenzioni ma noiosissima e priva di valore artistico, è l'Upamitibhavaprapañcā kathā ("La novella allegorica della vita umana") scritta nel 2 sec . da Siddhanti (pubblicata nella Bibliotheca Indica, a cura di P. Peterson e H. Jacobi, Calcutta 1914 e trad. nei primi tre capitoli da A. Ballini, in Giornale della Soc. asiat. ital., voll. XVII-XXIII).
IV. I tre gioielli : fede, conoscenza, condotta. - Come la quasi totalità delle religioni indiane, anche il j. afferma che il mondo è dolore e si propone di condurre gli uomini alla liberazione, al nirvāna, combattendo le false credenze (mithyātva) con l'insegnamento della vera dottrina (samyaktva). Per poter estirpare dall'animo l'amore dell'esistenza e annul-
## Page 360
lare la personalità che incatena l'uomo alla serie delle rinascite (samsāra), il jaina dovrà possederc tre elementi che costituiscono l'essenza della dottrina, i cosiddetti "tre gioielli" (Triratna) : la retta fede (samyagdariāna), la retta conoscenza (samyagiñāna) e la retta condotta (samyakcaritra).
Poiché il j. è un sistema ateistico, la retta fede non implica affatto una credenza in un qualsiasi principio creatore e conservatore dell'universo. Essa consiste semplicemente nel credere alla legge rivelata dai Tirthankara e insegnata dai maestri della comunità. Oggetto di fede e di venerazione sono per il jaina anche gli Esseri supremi, Arhat (beati) e Siddha (perfetti), la cui anima ha raggiunto il nirvāna; come pure i maestri e gli asceti, che testimoniano della verità della legge, i primi con l'insegnamento e i secondi con l'esempio. Naturalmente il primo posto nella scala di questi esseri venerabili spetta ai Tirthankara, che il popolo ha finito per considerare alla stregua di vere e proprie divinità, a cui si fanno offerte e si chiedono grazie. Per le persone colte invece tutti questi Esseri sono soltanto delle anime superiori a cui si guarda con rispetto, e i templi e le immagini a loro dedicate servono soltanto per ricordare agli uomini i meriti di questi loro benefattori. Così il j. cerca di giustificare le pratiche del culto molto diffuse tra il popolo, che sono in contrasto con il suo fondamentale ateismo.
Il secondo dei gioielli, la retta conoscenza, comprende l'insieme delle dottrine metafisiche, logiche e cosmologiche, che serviranno di base all'etica jaina. I seguaci di Mahāvira partono da una concezione dell'essere completamente diversa da quella dei brahmani o dei buddhisti : essi affermano infatti che l'Essere non è uno, eterno e immutabile come è detto nelle Upavigad, né inesistente, secondo la ben nota teoria buddhistica, ma sostengono invece che l'essere, o meglio la sostanza (dravya) è si caratterizzata dall'esistenza eterna, poiché è increata e permanente, ma non è una né immutabile, dal momento che si manifesta attraverso varie qualità e modi che sono transitori e soggetti a distruzione. L'essere è perciò indeterminato e in continuo divenire. Per chiarire questo concetto, detto anehāntaväda (teoria dell'indeterminatezza) i jaina ricorrono all'esempio del vasaio che fabbrica una scodella con l'argilla: la sostanza, che è permanente, passa da una forma di esistenza, quella grezza, ad un'altra forma : vi è quindi la distruzione di un modo di esistere e la produzione di un altro, ferma restando la sostanza. Il j. postula l'esistenza di 6 specie di sostanze, divise in due categorie: da una parte il jīva (anima, principio vitale) che rappresenta la sostanza animata; dall'altra le sostanze inanimate (ajīva) comprendenti la materia (pudgala), lo spazio (dhāfa), il tempo (hāla), il dharma e l'adharma. Il jīva è immateriale, eterno, senza forma, caratterizzato dalla coscienza (cetima) e si oppone perciò alla materia, anch'essa eterna, ma corporea e percettibile dai sensi. Come gli atomi della materia sono infiniti, cosi anche le anime sono in numero infinito poiché tutto ciò che esiste, dall'uomo alle infinitesime particelle di terra, possiede un'anima. Lo spazio dà all'anima e alla materia il luogo dove esistere, il dharma le rende atte al movimento e l'adharma permette loro di restare immobili. Questa concezione particolare del dharma e dell'adharma è propria soltanto del j. L'attributo essenziale dell'anima, la coscienza, si manifesta attraverso due attività : la percezione e la conoscenza. Con la percezione (darśana) si ha una nozione generale delle cose, vaga ed indeterminata; con la conoscenza (jīāna) l'anima comprende invece le cose nei loro dettagli, ne ha una conoscenza analitica. Di conseguenza due sono i metodi di conoscenza ammessi dal j. : uno sintetico, detto syädvāda, che è caratteristico di questo sistema, l'altro analitico, chiamato nayaväda. Il termine syädvāda può tradursi con "teoria della possibilità", in quanto i jaina vogliono dimostrare che, non potendosi conoscere la natura essenziale delle cose, poiché le sostanze sono indeterminate (anehāntaväda) e gli attributi variano, non ci resta che considerarle ora sotto un punto di vista ed ora sotto un altro; quindi ogni affermazione che si fa nei riguardi di qualche cosa non è possibile che sotto un certo punto di vista:
di uno stesso oggetto si può dire, ad es., "questo è un calamaio "oppure "questo non è un bicchiere ", ecc. Questo metodo di conoscenza detto sintetico, in quanto considera una cosa nel suo insieme, è completato dal metodo analitico che considera le cose sotto un solo aspetto o ne esamina un solo attributo ad esclusione degli altri.
Come l'attributo specifico dell'anima è la coscienza, quello della materia è la corporeità, che la rende capace di assumere aspetti diversi e atta ad essere percepita dai sensi, in virtù delle sue a qualità (guna) : tangibilità, sapore, odore e colore. Gli atomi (apu) infiniti che la compongono si associano in composti (shandha) simili alle molecole, dalla cui unione derivano i corpi. Questi shandha possono essere grossi (sthāla), dando origine ai corpi più voluminosi e pesanti, o sottili (sühsma) come quelli che costituiscono il harma e i poteri vitali.
La concezione del harma come qualcosa di materiale è propria dei jaina: la materia sottile, in quanto scorre sull'anima e forma con lei una specie di combinazione chimica, diviene harma e imprigiona l'anima nella materia, offuscando il suo splendore e imponendole un corpo materiale. Questo amalgama tra materia e anima può essere di 8 specie, a seconda dell'effetto che produce: può offuscare nell'individuo la visione delle cose, impedirne il progresso morale, stabilire la condizione sociale in cui vivrò, la durata della sua vita, ecc. Risultato di questa combinazione tra l'anima e la materia sottile è il hārmanaiarīra, un corpo sottile che si attacca all'anima e l'accompagna nelle sue successive rinascite, determinando lo stato dell'individuo. Contemporaneamente a queste procese di assorbimento del harma avviame però anche nell'anima un processo di scarico (nirjarä), per cui il harma che ha già prodotto il suo effetto viene espulso dall'anima. Quando l'anima cresce a scaricare tutto il harma già assorbito senza assumerne di nuovo, ritorna al suo splendore essenziale e avviene la liberazione. Poiché ogni harma particolare è causato da azioni compiute dall'individuo, vi sono harma buoni e cattivi che provocano conseguenze piacevoli o dolorose. Ma buono o cattivo che sia, il harma provoca sempre una rinascita, tenendo l'anima legata alla materia. Di qui la necessità di distruggere il harma già accumulato e di impedire contemporaneamente l'assunzione del nuovo. Per ottenere questo risultato è necessario possedere il terzo gioiello, le retta condotta (samyakcaritra) comprendente i precetti della morale jaina, che, mirando all'assoluto annientamento della materia, sono di una severità inumana. La morale jaina si fonda su 2 precetti o voti (svata) principali, comuni ai monaci e ai laici, che interdiscono al jaina l'assassinio, la menzogna, il furto, i rapporti sessuali e la cupidigia. L'osservanza di questi precetti è resa possibile dal tre controlli (gupti), dalla meditazione, dall'isolamento ecc., che separano l'uomo dal mondo e gli dànno la perfetta padronanza di tutti i suoi atti e delle sue funzioni.
Una massa enorme di minuziose regole disc