volume-07

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tti o voti (svata) principali, comuni ai monaci e ai laici, che interdiscono al jaina l'assassinio, la menzogna, il furto, i rapporti sessuali e la cupidigia. L'osservanza di questi precetti è resa possibile dal tre controlli (gupti), dalla meditazione, dall'isolamento ecc., che separano l'uomo dal mondo e gli dànno la perfetta padronanza di tutti i suoi atti e delle sue funzioni.

Una massa enorme di minuziose regole disciplinari è stata escogitata dai jaina al fine di evitare l'assunzione di nuovo harma, mentre per l'eliminazione di quello già assunto valgono le pratiche ascetiche esterne (digium), che giunge sino alla morte volontaria per inanizione, segregazione, pratiche yoga ecc.) ed interne (penitenza, devozione ai superiori, meditazione, ecc.). Per i jaina quindi lo stato ideale per raggiungere la liberazione è quello monastico a cui sono ammesse anche le donne; ma poiché non tutti possono ritirarsi dal mondo e avere la forza di seguire regole così severe, il j. attenuò per i laici (śrāvaha = uditori) le sue prescrizioni. Fermi restando anche per loro i 2 precetti principali, essi vennero però interpretati con maggiore larghezza, soprattutto gli ultimi due. Il processo della liberazione veniva così a subire un rallentamento per il devoto laico.

Il j., come il buddhismo, afferma che l'unica condizione in cui è possibile raggiungere la liberazione è quella umana: perciò anche gli dèi, che sono soltanto anime salite ad una condizione più felice per aver bene operato, sono costretti a ridiscendere sulla terra per potersi liberare. Il j., che ha dovuto accettare parte del pantheon brahmanico per naturale concessione alla mentalità popolare, ha cercato così di non rinnegare il suo fondamento

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ateistico. Nell'universo, come il jaina lo concepisce, gli dèi occupano la parte superiore (ärdhen); quella mediana (madhya) divisa in dieci regioni è riservata agli uomini, mentre quella inferiore (adhas) è il mondo degli inferni, dove rinascono le anime dei malvagi. Al di sopra di tutto, anche degli dèi, stanno le anime liberate, in una specie di empirco, concepito in forma di ombrello aperto, sovrastante l'universo, dove per la mancanza della condizione che regola il moto (dharmu) esse restano immobili in una sterna beatitudine.
V. DistributoRe. - La severità della disciplina imposta ai jaina, che si estende sino ai minimi atti della vita, e il concetto-cardine della non-violenza (ahimsa ā ) per cui è proibita la soppressione di qualsiasi forma di vita, non potevano favorire una grande diffusione di questa religione, che era di impedimento a qualsiasi attività umana contrastante con il primo precetto. Non fa meraviglia perciò il fatto di vedere il j. diffuso soltanto in qualche particolare casta (mercanti, banchieri, gioiellieri) e di constatare la progressiva diminuzione del numero dei suoi adepti. Anche anticamente, nonostante le cifre iperboliche date da alcuni testi, i suoi proseliti non dovettero essere troppo numerosi : il j. resto circoscritto ad alcune regioni dell'India di cui non oltrepassò mai i confini. Mancò infatti a questa religione, così austera, il senso dell'amore e della pietà per la sofferenza umana e lo slancio missionario che portarono il buddhismo alla conquista delle folle asiatiche.

I jaina costituiscono nell'India odierna una comunità ristretta ( 1.430 .000 ), sebbene molto potente per la sua condizione economica. Essi sono diffusi soprattutto nella regione di Bombay, nel Gujerat, nel Rajputana e, a sud, nel Mysore e nella regione di Madras. Il Bengala, terra d'origine del j., non conta ormai che pochi fedeli. Data la favorevole posizione economica dei jaina, ricchissimi sono i templi e i monasteri, alcuni dei quali figurano tra i capolavori dell'architettura indiana. I principali sono : a nord, i santuari del monte Abu nel Rajputana, dei monti S̉atrunjaya e Girnar del Gujerat, che risalgono al xirf sec., e i templi delle principali città (Delhi, ecc.); a sud il luogo più famoso e venerato è Sravana Belgola, nel Mysore. I jaina finanziano molte istituzioni sociali (scuole, orfanotrofi ecc.) e istituti di propaganda, che con testi e periodici diffondono le loro dottrine. Tra le riviste, la Jaina Gazette è pubblicata in inglese.

BibL.: Jaina Sütras, trad. inglese dal pracrito a cura di H. Jacobi (Sacred Books of the East, 22, 43), Oxford 1884-95; per altre edizioni di testi jaina v. A. Guérinot : Essai de bibliographie jaina, Parigi 1906, con il supplemento in Journal Asiatique, 10a serie, 14 (1909), pp. 47-148; A. Ballini, Edilettini bibliografici, in Rivista degli studi orientali, 1 (1907), pp. 332-34 e in Arcum, I (1927), pp. 118-23; M. Winternitz, Geschichte der indischen Literatur, II, Lipsia 1920, p. 291 sgg. - Studi: H. Jacobi, Jainism, in Enc. of Rel. and Eth., VII, pp. 465-74; G. Bühler, Specimens of jaina sculptures from Mathura, in Epigraphia Indica, 2 (1894), p. 311 sgg.; J. Burgess, Digambara Jain iconography, in India Antiqua, 32 (1905), p. 459 sgg.; A. Guérinot, Répertoire d'épigraphie jaina, Parigi 1909; id., La religion djaina, ivi 1926; H. L. Jhaveri, The first principles of jaina philosophy, Londra 1910; M. Stevenson, Notes on modern jainism, Oxford 1910; H. Warren, Jainism, ecc., Madras 1912; S. Stevenson, The heart of jainism, Oxford 1912; P. C. Nahar e K. Ghos, An epitome of jainism, ivi 1913; A. Ballini, Il giainismo, 2° ed., Lanciano 1922; S. Das Gupta, History of indian philosophy, I, Cambridge 1922, pp. 169-207; H. von Glassnapp, Der Jainismus, eine indische Erlösungsreligion, Berlino 1923; W. Schubring, Die Lehre der Jainas nach den alten Quellen dargestells, ivi 1933.

Alfonsa Ferrari

## JAKOUBEK: v. CALISTINI.

JALABERT, Louis. - Epigrafista, n. a Lione il 30 marzo 1877, m. a Nizza il 12 ag. 1943. Entrato nel noviziato della Compagnia di Gesù nel 1895, fu poi inviato al Collegio di S. Giuseppe in Beyrouth (Siria), dove insegnò dal 1901 al 1907, passando poi alla Facoltà orientale di Beyrouth dal 1911 al 1914.

Fu ordinato sacerdote nell'agosto 1910. Rientrato in Francia, fu amministratore della rivista "Etudes". Tra le sue pubblicazioni epigrafiche si ricordano: il pregevole articolo Epigraphie, in DFC, I, coll. 14041457; Inscriptions grecques chrétiennes (insieme col p. Mouterde) in DACL, VII, coll. 623-94; Inscriptions grecques et latines de la Syrie, in Mélanges della Facoltà di Beyrouth, I, 1906, pp. 132-88; II, 1907, pp. 265-520; Inscriptions d'Asie Mineure (col p. de Jerphanion, ibid., III, pp. 437-77); Nouvelles inscriptions de Syrie (col p. Mouterde), ibid., IV, pp. 209-32; Recueil des inscriptions grecques et latines de Syrie, I, Parigi 1929; II, ivi 1939; III, I, ivi 1950 (postumo).

BibL.: H. Du Passage, Un maître de l'oeuvre, le p. L. 7., in Comtruire, fasc. 130, Parigi 1943, pp. 139-78; In memoriam. Le p. L. 7., in Mélanges de l'Université St Joseph, 25 (1942-43), pp. 143-52; R. Dussaud, s. v. in Syrie, 24 (1945-46), p. 146.

Enrico Jesi
JALAPA, diocesi di: v. VERA CRUZ, diocesi di.
JAMES, William. - Filosofo, psicologo e pedagogista, n. a Nuova York l'1 i genn. 1842, m. a Chocorna (New Hampshire) il 26 ag. 1910. Figlio di un teologo protestante e nipote dello scrittore H. James, studiò prima a Newport, Nuova York, Parigi, Londra, quindi scienze e medicina a Cambridge (Mass.) e alla Harvard University (1861-66); poi a Dresda e Berlino (1867-68) sotto l'influsso del romanticismo hegeliano. Dal 1872 insegnò fisiologia all'Università di Harvard, successivamente psicologia e filosofia. Esercitò largo influsso anche nella cultura europea (fu membro della Accademia di Berlino, Parigi e Roma) in senso pragmatistico e spiritualistico, specie nei congressi internazionali (Congresso di psicologia a Roma, 1905); e nell'ultima fase del suo pensiero (1904-10) con atteggiamento metafisico, noto come empirismo radicale e pluralismo, a cui accompagnò anche ricerche di metapsichica (parapsicologia).

Capolavoro del J. è l'opera: The principles of psychology ( 2 voll., Nuova York 1890, trad. it., 3^{text {a }} ed., Milano 1909; compendio, a cura di G. Tarozzi, ivi 1911). Altre sue opere: Psychology, brinfer course (Nuova York 1892); The will to believe (ivi 1897; trad. it., Milano 1912); Human immortality (Boston 1898; trad. it. nel vol. W. 7., Seggi pragmatisti, a cura di G. Papini, Lanciano 1919); Talhs to teachers and to students (Nuova York 1890; trad. it. Gli ideoli della vita, Torino 1904: 2^{text {a }} ed., ivi 1916); The varieties of religious experience (Nuova York 1902; trad. it. Torino 1904); Pragmatism (Nuova York 1907); The meaning of truth (ivi 1909); A pluralistic universe (ivi 1909); Some problems of philosophy (ivi 1911); Memories and studies (ivi 1911); Essays in radical empiricism (ivi 1912).

Il pragmatismo del J., sebbene ispirato dal Pierce, mette in evidenza la "volontà di credere" (will to believe) piuttosto che la critica della scienza. Costante avversario delle concezioni intellettualistiche e razionalistiche, considera il mondo come costituito di istinti e di volontà viventi, che piegano a sé le cose come energie inferiori e foggiano le teorie degli oggetti per dominarli e si associano per cooperare nella loro teleologia. Il valore utilitario e vitalistico della scienza accentua il significato della volontà che crede in essa, e senza la quale nessuna verità è ammessa o ammissibile. Le esigenze biologiche dell'individuo, l'espansione e lo sviluppo della sua personalità pratica, la sua coesistenza e collegamento con gli altri esseri viventi e soprattutto con i suoi simili (s group mind o coscienza collettiva, spirituale) sono quindi i valori fondamentali. La stessa coscienza dei soggetti, per rispettare la loro natura, deve essere fondata non sulle loro apparenze oggettive scientifiche, ma sulla loro condotta o comportamento pratico (behaviourismo).

La psicologia del J., nella quale egli raggiunse storici risultati come sperimentatore (studio degli atti riflessi, delle strutture cerebrali fisio-psichiche, dei fenomeni subconect, delle emozioni), è decisamente antimaterialistica,

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L'organismo fisiologico e il sistema nervoso vi sono considerati come strumenti di esistenza e di azione, prodotti e coordinati, per pragmatismo naturale, dalla stessa attività cosciente. Questa non è però da ridurre a un «io" iniziale, come vogliono gli idealisti, ma da risolvere in una "corrente del pensiero", o flusso di tendenze sensitivo-istintive come onde elementari (pulviscolo psichico). L'incentrarsi di queste onde determina la coscienza e la ricerca degli oggetti come sue cause occasionali e probabili; il sistema nervoso s'inserisce nell'incontro per trasformare le sensazioni in reazioni : esso divide così, ma solo in senso pragmatico, la coscienza in momento teorico e momento pratico. La connessione della personalità è in questo modo affidata alla memoria.

Nei suoi studi religiosi il J. apparve animato da vivaci credenze cristiane, ma avverso al cattolicesimo e alla dogmatica, e perfino al monoteismo. La fede è per lui un atto soggettivo della volontà di credere in ciò che sostiene e protegge la nostra vita: della fede soggettiva si può quindi dubitare, ma essa costituisce una esperienza religiosa il cui contenuto obbiettivo si appella a un potere più grande del nostro e che richiede la nostra ammirazione e devozione. Essa lascia coesistere vari tipi di credenze, purché utili al loro scopo: tuttavia lascia anche provare la superiorità di un Dio personale, simile ai soggetti conoscenti e provvidente per loro. Questo Dio personale è però definito da un incontro fra la nostra credenza in lui e ciò che egli fa per noi : la sua personalità è quindi finita, e così pure la sua attività creatrice e ispiratrice, in modo che ammette l'evoluzione autonoma di parti della creazione, la libertà delle creature e la coesistenza del male, e, per la molteplicità degli spiriti, non esclude il politeismo.

La metafisica del J. conclude per la superiorità dell'ipotesi pluralistica e monadologica, la quale riconosce l'esistenza relativamente indipendente dei singoli esseri, in confronto del monismo che li fonde in uno. Egli è contrario all'idea di un "universo" accentrato in Dio e sfavorevole a quella di un "multiverso": ma insiste nella tesi del "pluriverso", o pluralità degli esseri e delle loro tendenze, rispetto alla quale l'assoluto è tale solo in sé e riguardo a ciò che da lui dipende. La realtà della vita è nella stessa verità dell'esperienza: il tempo in cui si svolge la sua continuità corrisponde a un perpetuo variare, in cui ha radice la libertà del volere. Il tempo non permette di legare la coscienza in un'anima chiusa, "dura" o resistente verso gli oggetti, la scioglie anzi nell'amore stesso degli esseri e delle cose: ma raccomanda di credere nell'immortalità del proprio essere, poiché le sue sensazioni e volizioni oltrepassano la soglia intellettuale della coscienza (v. Myers) e i limiti del tempo di cui possono disporre per essere riconosciute in questa vita.

L'opera del J. si estese anche nell'educazione, specialmente professionale, e al progresso etico. Nel primo campo dettò eloquenti «discorsi ai maestri e agli studenti», per illustrare i metodi psicologici e gli ideali della vita. Egli propone, per la persuasione dei discepoli e per l'attuazione della missione educativa, il "vangelo dell'abbandonarsi", del sacrificio di sé alla comprensione ed elevazione delle altrui anime. Nel campo sociale sostenne le teorie del "meliorizm", o ricerca democratica di una riforma salutare e religiosa della vita, e la prevalenza del problema morale come forma pratica di lotta per il bene e il miglioramento della società.

Bibl.: E. Boutroux, W. 7., Parigi 1912; G. Papini, Pragmatismo, 2a ed., Firenze 1920; M. Calderoni-G. Vailati, Il pragmatismo, Lanciano 1920; U. Spirito, Il pragmatismo nella filosofia contemporanea, Firenze 1921; S. Tisoi, 7., Milano 1924; J. Wahl, Les philosophies pluralistes d'Angleterre et d'Andriaire, Parigi 1929. I. III; A. Lapan, The significance of 7., Nuova York 1936; E. Baumgarten, Der Pragmatismus, Francoforte 1938; K. Naesauer, Die Rechtsphiles, W. 7., Berna 1943. Altre indicazioni in W. Ziegenfuss, Philosophen-Lexikon, I. Berlino 1942, p. 387 .

Santino Caramella
JAMESTOWN, DIOCESI di: v. FARGO, DIOCESI di.

JAMET, Piepbe-François. - Sacerdote, n. a Fresne (Orne, Francia) il 12 sett. 1762, m. a Caen il 12 genn. 1845. Ordinato sacerdote il 22 sett. 1787, fu nominato confessore e direttore spirituale delle suore del Buon Salvatore (congregazione fondata dalla M. Leroy a Caen nel 1717). Per non avere accettata la Costituzione civile del clero del 1789 , il J. subì la persecuzione e le suore furono disperse. Nel 1805 la tranquillità era ristabilita; il 22 maggio tutte le suore si radunarono nel loro convento sotto la guida spirituale del J.; incominciò allora per esse uno sviluppo straordinario.

Le scuole per sordomuti seguivano il sistema dell'Abate de l'Epée e del Sicard; il J. immaginò un metodo nuovo, ed ottenne brillanti risultati. Il J. reagì contro il metodo inumano usato per i pazzi, sostituendovi la dolcezza e le cure adatte.

Lo J. scrisse diversi volumi sull'istruzione dei sordomuti e il 14 nov. 1822 fu nominato rettore dell'Università di Caen. Ma l'opera principale dello J. è l'Istituto del Buon Salvatore del quale è considerato giustamente come il secondo fondatore.

Bibl.: J.-B. Jamet, Notice sur la vie de M. P.-F. 7. prêtre fondateur de l'école des sourds-masts et Supérieur de la Communauté du Bon-Sauvcur de Caen, Caen 1843; J.-A. Simon, L'abbé P.F. 7. second fondateur de l'Institut du Bon-Sauvcur reteur de l'académie de Caen (1782-1843), tel 1933 (molto accurato e documentata).

Andres. Ninnescau
JAMMES, Francis. - Poeta francese, n. a Tournay il 2 dic. 1868 , m. ad Hasparren il 10 nov. 1938, dopo avervi abitato per quasi quarant'anni. Figlio d'un impiegato del Registro venuto in Francia dalla Guadalupa, fece i suoi studi a Bordeaux e dopo la morte del padre ( 1888 ) si trasferì con la madre a Orthez, nel Béarn, dove entrò in uno studio notarile. In quella tranquilla atmosfera di provincia diede alle stampe i suoi primi tenui saggi (Sic. samets, Vers, 1891-93) : nell'apr. del 1895 si sentì "invaso" dall'estro che gli dettò il poema dialogato Un jour, edito dal Mercure de France l'anno seguente per interessamento di A. Gide.

Con i successivi La naissance du poète (Bruxelles 1897) e La mort du poète questa prima parte della sua opera venne raccolto sotto il titolo De l'Angélus de l'oube d l'Angelus du soir (1898) : era una voce nuova, attenta alle piccole cose quotidiane, piena di simpatia per tutte le miserie e i dolori della vita dei semplici, dei poveri, degli animali, con una sorta di melanconia dolce e rassegnata. Con le sue misure, il suo tono estremamente prosaico eppur sempre lieve e commovente, la sua poesia non tardò ad essere gustata e sentita come la voce più fresca n quelle fine di secolo che già accusava l'esaurimento poetico della generazione decadentistica e di quella simbolistica. Quel tono acquistò ben presto larga diffusione anche in Italia, con i poeti crepuscolari : particolarmente netta e sensibile è la parte di J. nell'opera fortunata ed assai composita di Guido Gozzano.

Il tema di una di quelle prime liriche ("J'aime dans les temps Clara d'Ellébeuse") trovò svolgimento in una novella sulla melanconica vicenda di quella giovinetta, sognatrice e romantica quanto il suo nome (Clara d'Ellébeuse ou l'histoire d'une ancienne jeune fille, Parigi 1899); novella seguita da due altre, quasi a comporre una trilogia di tre infelici vicende d'amore (Almalde d'Etrémont ou l'histoire d'une jeune fille passionnée, 1901, e Pomme d'Anis ou l'histoire d'une jeune fille infirme, 1904). Una vena nostalgica, dov'è ugualmente presente l'appassionato romanticismo e lo slancio verso la fede, gli ispirò due nuove raccolte di versi: Le deuil des primerères (comprendente le Elégies, La jeune fille nue, Le poète et l'oiseau, Quatorze prières, Parigi 1901), Le triomphe de la vie (contenente il romanzo paganamente agreste 7ean de Noarrien ed i sogni sensuali di Existencez; pubblicato nel 1902). Si disegnava tuttavia, sempre più chiaro, l'anelito del poeta verso la fede, verso il Dio degli umili, "Colui che fabbrica le

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fuglie ad una ad una»: la conversione si compì, secondo la sua stessa confessione, nel giorno dell'Annunciazione del 1906, e fu annunciata quell'anno stesso in Clairières dans le ciel, e, prima ancora, nell'Eglise habillée des feuilles.

La conversione non segnó un cambiamento nell'ispirazione di J., ma piuttosto una ripresa anche più dolce e segnatrice dei temi e del tono già nuti, con una totale rassegnazione alla Provvidenza, una fede "da carbonain". Non si ritrasse dal tentativo di attingere una diversa e più ampia misura, nelle Géorgiques chrétiennes (1911, poenotto apreate dal ritmo un po' biblico), in La Vierge et les sonnets (1919; più ricco di esercitazioni letterarie, e spesso di maniere arcaizzanti), nel Tombeau de Jenu de la Fontaine (1921; rovesciamento parodistico delle Faibles); ma i temi rimasero essenzialmente provinciali e modesti : Le poète rustique (1920), Quatrains (1923-25), Ma France poétique (1926), Les nuits qui me chantent (1928). Solo il tono satirico fu occasionalmente ripreso dall'Antigyde ou Elie de Nacre (1932), contro l'antico amico.

BibL.: A. de Berzaucourt, F. 7. poite chrétien, Parigi 1910; A. Guidetti, F. 7., Torino 1931; W. Gutheil, F. 7. als Simbolist und Katholik, Wuppertal 1932; M. Ewald, F. 7. und der franzishan. Geist, Bochum 1934; A. Bertschi, F. 7., Parigi 1938; P. Lhonde, F. 7. Le patriarche de Hasparten, in Etudes, 4 (1938), pp. 277 292; F. Maurias, Sontvoir de F. 7., in Revue de France, 2 (1939), pp. 422-27; P. Meneaux, Le catholicisme franciscan de 7., in Mercure de France, 289 (1939), pp. 5-13; C. Bo, Saggi per una letteratura, Brescia 1946, pp. 108-13. Enzo Bottasso

JANAUSCHEK, Leopold. - Cistercense, n. a Brünn (Mistavia) il 13 ott. 1827, m. a Baden presso Heiligendireuz il 23 luglio 1898 . Entrò nel monastero di Zwettl (1846). Insegnò storia ecclesiastica nel monastero di Heiligenkreuz e nell'Università di Vienna. Attese intanto ad una grande storia del suo Ordine.

Nel 1877 uscì il primo volume: Origines Cistercienses, contenente la lista completa e criticamente redatta di tutti i monasteri e la bibliografia completa per ciascuno. Un breve compendio della storia dell'Ordine, rimasto celebre, aveva preceduto questo lavoro (Vienna 1877). J. non riusci però a pubblicare i volumi successivi pur lasciando molto materiale inedito. Non meno notevole la Bibliographia Bernardina (Vienna 1891). In occasione dell'ottavo centenario della morte di s. Bernardo, promosse la pubblicazione di Xenia Bernardina, in 4 voll. (Vienna 1891).

JANDEL, Alexandre-Vincent. - Generale dei Domenicani, n. a Gerbévilliers (Lorena) il io luglio 1810, m. a Roma l'ir dic. 1872. Sacerdote nel 1834 e professore di S. Scrittura nel Seminario di Nancy, fu poco dopo nominato rettore di quello di Pont-leMousson. Attratto dalla nobile figura del p. Lacordaire, passò tra i Domenicani nel convento di La Quercia (Viterbo) nel 184 I e due anni dopo già era in Francia per cooperare alla nobile impresa di ristabilirvi i Frati Predicatori. Nel 1850 fu chiamato da Pio IX a Roma, come vicario generale dell'Ordine, e sua prima cura fu di trasformare il monastero di S. Sabina in un convento di rigorosa osservanza, da cui partì, si può dire, il rinnovamento disciplinare degli altri. Nel 1862 fu eletto maestro generale.

Uomo di governo, abile amministratore, di profonda vita interiore, si prodigò a creare quasi una nuova vita nell'Ordine : ristabili parecchie province, aprì gran numero di case, promosse lo studio della dottrina di s. Tommaso, cooperò alle nuove edizioni dei libri liturgici domenicani e delle Costituzioni in parte modificate, propagò il Tret'ordine e le associazioni del Rosario e del S. Nome di Gesù. Prese parte al Concilio Vaticano, adoperandosi con vari prelati a controbattere le obiezioni degli antinfallibilisti; accettò per i suoi la missione di Mossul, e ottenne l'unione delle province domenicane di Spagna al centro di Roma. Per tutto questo assillante lavoro il J. è considerato uno dei più grandi generali dell'Ordine.

BibL.: H.-M. Cormier, Vie du vie, p. A.-V. 7., missioni troisième général des Frères Prêcheurs, Parigi 1880; A. Walz,

Compendium hist. Ordinis Praedicatorum, 2² ed., Roma 1948, pp. 331-34.565-69.

Celestino Testore
JANET, Paul-Alexandre-René. - Filosofo, n. a Parigi il 30 apr. 1823 , ivi m. il 4 ott. 1899. Fu prima allievo della Ecole Normale, poi professore a Strasbourgo, al Liceo Louis le Grand, infine alla Sorbona. Fu membro dell'Académie des sciences morales et politiques.
J. aderì alla tradizione iniziata da V. Cousin e continuò il suo indirizzo eclettico. Pur non nascondendo la propria incertezza verso ogni forma di religione positiva (nei riguardi della quale assunse atteggiamenti di libero pensatore, con conseguenti distacchi dall'ortodossia) la sua speculazione fu sempre orientata in opposizione al materialismo ed allo scetticismo metafisico. Seguendo il metodo spiritualista della intraspezione e della riflessione, J. procede all'affermazione di Dio, Essere eterno ed assoluto, principio di dignità e di eccellenza. Gran parte dei suoi scritti, numerosi e forse un po' troppo facondi, è dedicata alla rivalutazione della morale ed alla necessaria connessione della morale con la religione.

Opere filosofiche principali : Etudes sur la dialectique dans Platon et Hegel (1860); La philosophie du bonheur (1862); Le matérialisme contemporain en Allemagne (1864); La crise philosophique (1865); Le cerveau et la pensée (1866); Eléments de morale (1869); La morale (1874); Les causes finales (1876); Traité de philosophie (1880); Histoire de la philosophie : les problèmes et les écoles (1887); Histoire de la science politique dans ses rapports avec la morale (1887; 4² ed., 1925); La philosophie de Lamennais (1890); Principes de métaphysique et de psychologie (1897).

BibL.: H. Bergson, Principes de métaph. et de psychol. par P. 7., in Revue philosophique, 44 (1897), pp. 325-31; G. Piont, Notice historique de M.P.7., in Acad. de sciences mor. et polit., Séances et travaux, nuova serie, 59 (1903), pp. 18-35.

Franciscio Morandini
JANET, Pierre. - Fisiologo e psicologo, nipote di Paul J., n. a Parigi il 30 maggio 1859, ivi m. il 23 febbr. 1947. Direttore del laboratorio di psicopatologia all'Ospedale di Salpêtrière (1890), insegnò in seguito psicologia sperimentale alla Sorbona (1893), quindi psicologia sperimentale e comparata al Collegio di Francia. Fondò con G. Dumas il Journal de psychologie normale et pathologique (1904). Dal 1913 fu membro dell'Académie des sciences morales.
J. si propose l'elaborazione di una psicologia sperimentale costruita con rigoroso metodo scientifico. Si occupò particolarmente dello studio dei fenomeni patologici, tentando di scoprire le leggi della disgregazione psicologica, verificantesi negli stati anormali. Si tratrerebbe di un indebolimento dell'attività sintetizzante del soggetto, soppiantata dalla formazione di sottogruppi di fenomeni psichici, siegati gli uni dagli altri; donde l'illusione della pluralità di coscienze. Tale disgregazione mentale non intacca l'unità ontologica del soggetto.

Opere principali: L'automatisme psychologique (Parigi 1889); L'état mental des hystériques (ivi 1894); Nécroues et idées fixes (ivi 1898); De l'angoisse à l'extase (ivi 1927-28).

BibL.: F. J. Thonnard, Précis d'hist. de la philos., Parigi 1941, pp. 846-47.

Giacomo Soleri
JANN, Adelhelm da Stans. - Storico cappuccino svizzero, n. nel villaggio di Alpnach il 21 febbr. 1876, m. a Lucerna il 30 dic. 1945. Entrò nel noviziato di Lucerna il 7 sett. 1895 , si laureò a Friburgo (1909) nelle discipline filosofiche e storiche, che insegnò per 35 anni nel Collegio di Stans, apprezzato predicatore e dotto conferenziere.

Nell'opera Die katholischen Missionen in Indien, China und Japan (Paderborn 1915) ne studiò l'organizzazione sotto il patronato portoghese dal sec. xv al sec. xviri. Tra i numerosi scritti di ricerca storica emergono i Monumenta Anastasiana ( 3 voll., Lucerna 1939-48), in cui raccolse sistematicamente tutta la vasta e preziosa docu-

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montazione riguardante il servo di Dio Anastasius Hartmann (v.) e le missioni in India. Illustrò la biografia del confratello martire beato Apollinare Morel da Posat.

BibL.: P. Aurelian, A. R. P. Adhelhelmus 7., in Sanct Fidelis, 33 (1946), pp. 67-70; Memoriae A.R.P. Dr. Adhelhelmi 7. Vita et scripta, in Monumenta Anastasiama, V. Lucerna 1948. pp. 76-xxii. Ilarino da Milano

JANNEQUIN (Janequin), Clément. - Compositore belga, vissuto nel sec. xvı, della cui vita ben poco si sa. Allievo del Després, poi cappellano di Francesco di Lorena, duca di Guisa, a torto fu confuso con Clemens Jacob (v.).

Creatore della canzone francese nello stile "a cappella", è autore di messe, mottetti; Sacrae cantiones seu motecta, 4 voll. (Parigi 1533); Proverbes de Salomon mis en cantique et rime frangaiue (ivi 1558); Octante pasumes de David (ivi 1559). Molte delle sue canzoni furono stampate a Parigi nel 1529 e a Venezia nel 1538; altre in successive edizioni, mentre non poche si conservano manoscritte in varie biblioteche di Francia e a Roma. Tutte le composizioni del J. risaltano per originalità e bellezza di invenzione, ed in molte canzoni lo stile imitativo è abilmente espresso in quadri di splendida sonorità.

Bibl.: M. Gauchie, 7. C. recherches sur sa famille et sur lui même, in Revue de musicologie, 2 (1923), p. 42 sgg.; id., Les psaumes de 7., Liegi 1930.

Silverio Mattei
JANNI, Ugo. - Scrittore ed agitatore religioso, n. nel 1869 a L'Aquila negli Abruzzi, m. a S. Remo il 30 luglio 1938. Ordinato sacerdote a Berna nel 1893 dal vescovo vecchio-cattolico Herzog, cominciò più tardi il suo lavoro in Italia con i due apostati Savarese e Campello, riconciliati poi con la Chiesa. Nel 1902 passò a far parte della Chiesa valdese, e si stabilì a San Remo, dove con poche e saltuarie assenze rimase fino alla morte. Fu il direttore e lo scrittore principale della rivista mensile Fede e vita, cessata nel 1937. Considerato come vecchio-cattolico, non solo aiutò il movimento scismatico del Campello (v.), ma noi suoi scritti si manifestano di tanto in tanto le dottrine dell'Herzog e del suo professore Michaud di Berna. Prese parte notevole nel 1937 nell'adunanza della "Lega evangelica italiana per la elevazione del culto", scrisse numerosi opuscoli liturgici sul Battesimo, sulla Cena, sul culto pubblico.

Valdese per libera scelta e deliberata volontà (cf. Il rinnovamento cattolico dell'Italia e la missione del valdismo, Pinerolo 1932), lavorò molto per detta chiesa; insieme con Ernesto Comba redasse il Manuale-compendio delle seritit fondamentali del cristianesimo (Torre Pellice 1931), ed anche a lui, come già al Beckwith, arrise l'idea di far ritornare i valdesi alle dottrine anteriori al Sinodo di Ciarthran (v.) più liturgiche e meno esclusiviste di quelle professate dopo tale Sinodo. Ma ciò che rese celebre J. fu l'essere stato egli il promotore principale e instancabile del movimento pancristiano (v.) in Italia al quale rimase fedele fino alla morte.

Degli scritti di J., oltre quelli già citati, sono da ricordare : Il problema dell'evangelizzazione in Italia (Firenze 1905); Catechismo filosofico sulle fondamentali dottrine del cristianesimo (ivi 1906); I valori cristiani e la cultura moderna (Mendrisio 1913); La S. Chiesa cattolica e i suoi rapporti con la verità evangelica nella realta e nella visione pancristiana (Pinerolo 1929); Teosofia (Torino 1932); Corpus Domini (Modena 1938).

Bibl.: M. Barbera, Il significato di alcune correnti protestanti a proposito dell'unità religiosa, Milano 1928, v. indice; anon., La Chiesa cattolica ed il movimento pancristiano, in Civ. Catt., 1928, in, pp. 329-37; C. Crivelli, I protestanti in Italia, II, Italo del Liri 1938, pp. 41, 260-61.

JANNINCK, Konrad. - Gesuita, bollandista, n. a Groningen il 16 nov. 1650, m. ad Anversa il 13 ag. 1723. Dato per qualche tempo come aiuto ai pp. G. Hensken e D. Papebroch (1679-81), passo allo studio della teologia nel Collegio Romano e ap-
profittò del suo soggiorno a Roma per raccogliere materiale agiografico. Tornato nel Collegio dei Bollandisti nel 1681, attese ai 12 voll. degli Acta SS. dal vol. V di maggio al II di luglio; ma vari viaggi all'estero e qualche ministero spirituale lo distolsero da più assiduo lavoro.

Ebbe parte principale nel difendere il p. Papebroch, impugnato dai Carmelitani per la questione dell'origine del loro Ordine da s. Elia (Acta SS. Apella, I, pp. 433437) e nel suo viaggio a Roma per perorarne la causa, dopo la condanna degli Acta SS. da parte dell'Inquisizione di Toledo, Saragozza, Madrid, Valladolid, riusci ad impedire condanne più gravi.

Scrisse Pro Actis SS., hactenus editis, apologetica reposita antirebeticis..., p. Sebastiani a S. Paulo Provinciali Carmeli Flandrobégici, in Acta SS. Iunii, I, pp. IxLIII.

Bibl. : Sommervogel, IV, coll. 739-40; P. Van den Bossche, De vita p. C. 7anningi, in Acta SS. Iulii, III, Anversa 1723, p. I sgg.; F. H. Reusch, Der Index der verbotenen Bücher, II, Bonn 1885, pp. 268-76; P. Peeters, L'oeuvre des Bollandistes, Bruxelles 1942, pp. 29-38. Celestino Teytore

JANOW, diocesi di: v. siedlce, diocesi di.
JAŃSKI, Bogdan. - N. a Ciechanowiec (Polonia), il 27 marzo 1807, m. a Roma il 2 luglio 1840. Compiuti i primi studi a Pultusk, passò nel 1824 all'Università di Varsavia per seguirvi i corsi di economia politica. Quivi fini con il perdere del tutto la fede, mentre si abbandonava alla sensualità. Intelligentissimo, nel 1827 fu dal governo russo inviato a Parigi per perfezionarvi i suoi studi. Si ascrisse alla setta dei sansimonisti, e, dai sett. 1830 al febbr. 1931, per incarico dei suoi capi, trattò a Londra l'unione degli avvenisti con i sansimonisti con tanto zelo che non si curò di accorrere a Varsavia insorta contro i Russi. Ma, tornato a Parigi, si distaccò dalla setta, rientrando, dopo durissime lotte, nella Chiesa cattolica.

Rifiutatosi di tornare a Varsavia per insegnarvi nell'Università, visse miseramente dando lezioni e scrivendo articoli, aiutato dai suoi amici, tra cui il Lacordaire, il Montalembert e specialmente il poeta A. Mickiewicz, allora fervente cattolico, con il quale collaborò nel soccorrere materialmente e spiritualmente i Polacchi esuli in Francia dopo il 1831. Anche per impedire il pervertimento di questi, J. fondò un istituto religioso (poi Congregazione della Resurrezione), benché il sacerdozio gli fosse precluso dal matrimonio contratto in gioventù. Tra molte difficoltà, fin dal 1836 diresse la piccola comunità, e poté inviare a Roma, per compiervi gli studi, i suoi primi discepoli. Egli intanto si santificava tra grandi sofferenze fisiche e morali. Raggiunti i discepoli a Roma, consunto dalla tisi, vi mori.

Bibl.: le sue lettere ed il diario sono pubblicati, in gran parte, dal p. P. Smolikowski in Historia Zyromadzenia Zmartwychestania Pañskiego, I-II, Cracovia 1893. Mario Troiani

JANSSEN, Arnold. - Fondatore della Società del Verbo Divino, n. a Goch (Renania) il 5 nov. 1837; m. a Steyl (Olanda) il 15 genn. 1909. Sacerdote nel 1861 e professore nel ginnasio di Bocholt, vi rinunciò nel 1873 per attendere più direttamente alle anime. Quale direttore diocesano dell'Apostolato della Preghiera, dal 1866, non solo ne propagò i centri e fornì agli iscritti il Kleiner Herz-Yesu-Bote, ma anche si sentì spinto a fondare per la Germania una Scuola apostolica, sul tipo di quelle della Francia e del Belgio, per la formazione di futuri missionari.

La scuola fu aperta nel 1875 a Steyl, che divenne in dieci anni un vero istituto internazionale. Là sorse la Società del Verbo Divino, che ebbe l'approvazione apostolica nel 1901. Le case si moltiplicarono rapidamente e il fondatore accettò per i suoi figli parecchie missioni : Sciantung meridionale (1882), Togo (1892), Nuova Gui-

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nea (1896), Nijgata (1907), Abra (1908); e mandò pure podri e fratelli laici in buon numero negli Stati Uniti, Brasile, Argentina e Cile. Fondò pure due Congregazioni femminili; l'una di vita attiva: le - Serve dello Spirito Santo - (1889) perchć aiutassero i suoi missionari nei territori di missione; l'altra di clausura : le Serve dello Spirito Santo dell'Adorazione perpetua - (1896), perchè li aiutassero con la preghiera e l'adorazione del S.mo Sacramento. Per la propaganda della stampa missionaria creò a Steyl una grande tipografia; e volle che i suoi non si occupassero soltanto della letteratura missionaria di edificazione, ma anche di quella di cultura, condotta con metodi rigorosamente scientifici, il che fruttò più tardi i preziosi lavori dell' Antropos-Iustitut. Dell'J. fu introdotta la causa di beatificazione il io luglio 1942.

Bibl.: H. Fischer, A. 7., Gründer des Steyler Missions-Werhes, Steyl 1919: id., Im Dienste des Göttl. Wortes, ivi 1925; id., Sämnun Gottes, ivi 1931: M. Heimbucher, Die Orden u. Kongregat., II, 3^ ed., Paderborn 1934, pp. 423-429; anon., 73 Jahre im Diente des Göttl. Wortes; Gedenbblätter zum 73
jöhr. Jubillum des Steyler Missionsverhes, ivi 1930.
Celestino Testore
JANSSEN, Johannes. - Storico, n. il io apr. 1829 a Xanten, m. il 24 dic. 1891 a Francoforte sul Meno. Compì gli studi presso le Università di Lovanio e di Bonn; quindi a Berlino, frequentò le lezioni del Wattenbach e di K. Ritter, lavorando nelle ore libere con passione nelle biblioteche.

Ordinato sacerdote nel 1860 , pubblicò l'anno successivo un opuscolo Frankreichs Rheingelöste und deutschfeindliche Politik in früheren Jahrhonderien (Friburgo in Br. 1861), che a prima vista sembra dettato da mero spirito nazionalistico, ma in realtà esprime piuttosto il rammarico di un cattolico nei riguardi della politica filopentestante dei re di Francia, i quali, avendo di mira il rafforzamento dei singoli Stati della Germania per indebolire l'autorità imperiale, assicurarono il trionfo del luteranesimo sul cattolicesimo. Rigoroso custode della verità storica, J. sottopose quindi ad accurata critica le cosiddette opere storiche di Schiller (La defezione dei Pomi Bassi e La guerra dei trent'anni) e con il suo Schiller als Historiker (ivi 1863), le relegò nel romanzo, distruggendo il mito di uno Schiller storico. Dopo varie altre pubblicazioni, tra cui sono degne di nota l'edizione della corrispondenza imperiale di Francoforte dal 1373 al 1519 (Frankfurts Reichshorrespondenz, 2 voll., ivi 1863-72), la biografia del maestro ed amico Boehmer (7. Fr. Boehmer Leben, Briefe nuel kleinere Schriften, ivi 1868), pose mano alla monumentale Geschichte des deutschen Volkes seit dem Ausgang des Mittelalters. In quest'opera il J. distrugge la leggenda storiografica della decadenza della Germania cattolica verso la fine del medioevo, donde sarebbe stata rialzata a nuovo splendore da Lutero e dalla riforma protestante. Uscita in 8 voll. (ivi 1876-94) dei quali gli ultimi due furono pubblicati postumi a cura di L. Pastor, la Storia del popolo tedesco fece epoca ed acquistò larghissimo credito, come provarono le edizioni che successivamente se ne fecero. Lo stesso Pastor ne aggiornò il contenuto rielaborandolo amorosamente (ivi 1913-24). Alle critiche degli avversari il J. replicò due volte (An meine Kritiker, ivi 1882: Ein zweites Wort an meine Kritiker, ivi 1883). Nato nell'epoca del Kulturkampf, l'apus magnum del J., condotto secondo i più rigorosi dettami storiografici allora imperanti, segna una vigorosa ripresa nella storiografia cattolica tedesca.

Bibl.: A. Kannengiesser, 7. le grand historien catholique d'Allemagne, in Le correspondant, 166 (1892, 1), pp. 89-126; L. v. Pastor, 7. 7., Friburgo in Br. 1892.

Silvio Furlani
JANSSENS, Aloisius. - Teologo belga, missionario della Congregazione del Cuore Immacolato di Maria (Scheut), considerato il più grande promotore della nascente letteratura teologica in lingua fiamminga. N. nel 1887 a Zele, m. a Lovanio nel 1941.

Nominato professore di dogmatica nelle scuole della sua Congregazione nel 1920, si diede a pubblicare, come
desideravano i suoi confratelli missionari (che egli non poté mai raggiungere in terra di missione), alcuni manuali di dogmatica e di apologetica nella loro lingua, per facilitare loro un contatto più vivo con le scienze sacre. Quando mori, la serie dei suoi volumi ascendeva già a 17. I principali argomenti trattati sono: Gud als Schepper (Gand 1924); De Hl. Drievuldigheid (Anversa 1924); Het Menschgeworden Woord (Bruxelles 1925); De Hl. Eucharistie (ivi 1929); Het Mysterie der Verlossing (I, ivi 1931; II, ivi 1932); Het Hl. Oliend (Anversa 1939) e soprattutto la mariologia (De Hl. Maagd en Moeder Gods Maria, 4 voll.: I e II, Lovanio 1926-28; III e IV, Bruxelles 1928-31; l'ultimo, il più notevole, sull'Assunzione). I suoi scritti si distinguono per una grande chiarezza didattica, una ricca documentazione patristica e un giudizio preciso e molto sottile nelle questioni controverse: non è un semplice lavoro di volgarizzazione, ma rappresenta un indirizzo personale. Si occupò pure di anglicanesimo (Newman era il suo autore prediletto) e pubblicò molti articoli in riviste su argomenti teologici e pastorali. Fu membro fondatore delle "Semaines Mariologiques" nell'abbazia di 'Tongerloo, le cui relazioni sono raccolte in 12 voll.

Bibl.: A. van Hove, Pater Prof. A. 7., in Ephem. Theol. Locanienses, 18 (1941), pp. 279-93. Gerardo Philips
JANSSENS, François Elinga. - Teologo e polemista domenicano, n. a Bruges ca. il 1635 , ivi m. il 22 nov. 1715. Religioso nella città natale (1653), studiò a Lovanio e insegnò ad Anversa, dove fu pure reggente degli studi (1671-83). Nel 1675 ottenne il magistero in teologia e per due volte fu provinciale dei Paesi Bassi ( 1684-88 ; 1696-1700 ).

Scrisse varie opere polemizzando contro il francescano Pietro d'Alva sulla questione dell'Immacolata Concezione. Più importanti le opere in difesa della infallibilità del romano pontefice: Summa totius doctrinae de Pontificis auctoritate et infallibilitate (Bruges 1690), contro Natale Alessandro e Felice Deschamps; Suprema Romani pontificis auctoritas eiusque extra concilium generale definientis infallibilitas (ivi 1698), contro Gilberto di Choiseul, vescovo di Tournai; Forme en Wesen van de Kerche Christi (Anversa 1702), contro i protestanti. Lo stesso aveva difeso in un trattato che premise alla Summa Conciliorum di Bartolomeo Carranza da lui curata (Lovanio 1668). Scrisse pure in difesa della dottrina domenicana sulla Grazia; da ricordare: Veritas manifestata circa praedeterminationem physicam (Anversa 1675).

Bibl.: Quéif-Echard, II, pp. 789-90; R. Coulon, Scriptores O. P., 2^ ed., Parigi 1911, pp. 224-27; E. Amann, s. v. in DThC, VIII, coll. 252-54. Alfonso D'Amato
JANSSENS, Henri (in rel. Laurent). - Teologo benedettino, n. a St-Nicolas (Waes) in Belgio, il 2 luglio 1855, m. a Scheut-lez-Bruxelles il 17 genn. 1925. Di distinta famiglia, entrato nel 1874 nel Seminario di Gand, due anni dopo fu mandato al Collegio Belga a Roma, dove si formò alla scuola del Franzelin e del Palmieri. Divenuto sacerdote, si fece benedettino a Maredsous (1881) e dopo alcuni anni d'insegnamento teologico e letterario ritornò a Roma (1893) come professore di dogmatica all'Ateneo anselmiano. Ebbe successivamente importanti cariche nella Curia romana: segretario della Commissione biblica, della Commissione per la Vulgata, della S. Congregazione dei Religiosi; da quest'ultimo ufficio si dimise nel 1910. Nel 1921 fu consacrato vescovo titolare di Tiberiade.

Opere principali: La Confirmation (Lilla 1888); Au pays du Messie (Bruges 1921); Summa theologica ad modum commentarii in Aquinatio Summam praesentis aevi studiis aptatum ( 9 voll., Friburgo in Br. 1909-21). E un dovizioso commento ai singoli articoli della Summa di a. Tommaso, intorno ai quali sono raggruppati passi biblici e patristici, armonizzati con la dottrina dell'Aquinate e dei suoi migliori interpreti.

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(fot. Fides)
Jaricot, Pauline-Marie - Riratio.

Bibl.: anon., L. 7., in Revue liturgique et monastique, 10 (1925), pp. 285-92; H. Quentin, Mgr 7. Eloge, Roma 1927; A. Manner, s. v. in LThK, V. col. 280; L. Allevi, Disegno di storia della teologia, Torino 1939, p. 387; E. Hocodex, Histoire de la théologie au XIXe siècle, III, Bruxelles-Parigi 1947, p. 361 .

Antonio Piolanti
JANYŠEV, Ioann Leont'evic. - Noto teologo liberale e moralista russo, n. il 14 apr. 1826, m. il 13 giugno 1910. Rettore dell'Accademia ecclesiastica di Pietroburgo, fu protopresbitero della corte imperiale e confessore degli zar.

La sua dissertazione dal titolo: Lo stato della dottrina sulla coscienza, libertà e grazia nel sistema ortodosso di teologia e tentativo di dilucidazione di questa dottrina fu respinta nel 1872 dal consiglio accademico e nel 1873 dal S. Sinodo come contraria ai Libri Simbolici ed alla teologia ufficiale, la quale era per il J. "non abbastanza determinata " per cui egli cercava di sostituirla con il metodo psicologico-filosofico. Nel periodo 1874-75, J. trattò dell'unione con i "vecchi cattolici ". L'opera principale del J. è La dottrina ortodosso-cristiana sulla moralità (corso delle sue lezioni tenute a Pietroburgo, Mosca 1887, 2² ed. Pietroburgo 1906). J. dipende da autori protestanti. Favoreggiò un ascetismo non tanto monacale quanto generalmente cristiano, cercando di dimostrarne la somma ragionevolezza, e insistendo nella formazione del proprio carattere piuttosto che nella contemplazione in cui J. vedeva il quietismo.

Bibl.: A. A. Bronzov, Protopresbitero I. 7. (in russo), Pietroburgo 1911; N. N. Glubokovski), La scienza teologica russa nel suo sviluppo storico e stato più recente (in russo), Varsavia 1928, pp. 95. 114; G. Florovski), Le vie della teologia russa (in russo), Parigi 1937, p. 389 sgg. Bernardo Schultze

JARICOT, Pauline-Marie. - Fondatrice dell'Opera della Propagazione della Fede. N. a Lione il 22 luglio 1799, m. ivi il 9 genn. 1862. Apparteneva a buona famiglia di industriali ed ebbe una giovinezza un po' mondana. Mutò vita dopo una grave malattia. Illuminata ed esortata dal fratello Fileas, poi missionario, iniziò, fra giovani operaie, quel movimento di preghiere e di raccolte di offerte che il 3 maggio 1822 si allargò per divenire la grande opera di soccorso per le missioni cattoliche.

Lo spirito organizzativo della J. si manifestò anche nella fondazione del Rosario vivente. Precorrendo i tempi, attuò per gli operai una grandiosa iniziativa, con l'acquisto delle officine Rustrel, nelle Basse Alpi, da gestire in forma cooperativa. Fu una impresa disastrosa per colpa di persone che la ingannarono e, da quel dissesto, tutta la vita della J. fu amareggiata. Sorretta da una fede sovranana, accolse la croce con amore, si immolò per le amate missioni e per il bene di tutte le anime. E in corso la causa della sua beatificazione.

Bibl.: J. Maurin, La fondatrice de la Propagation de la Foi et du Rosaire-Vicant. Souvenirs d'une amie sur la vie, les oeuvres et les épreuves de P.-M. 7., Bruxelles 1879, 2² ed. Parigi 1884; 3² ed. ivi 1892; trad. tedesca: Treviri 1898; P. Milesi-Fanti, P. 7., fondatrice della Propagazione della Fede (1799-1862). Nel 75° anniversario della morte, Roma 1937.

Aurelio Signora

JARO (Sant'Elisabetta), diocesi di. - Città e diocesi nell'Isola di Panay, provincia di Iloilo, nell'arcipelago delle Filippine.

Ha una superfice di ca. 17.379 kmq . con 2.345 .050 ab. dei quali 1.856 .035 cattolici, distribuiti in 125 parrocchie, con 135 sacerdoti diocesani e 75 regolari, un seminario, 3 comunità religiose maschili e 7 femminili (1949).

La diocesi fu creata dal papa Pio IX il 27 maggio 1865, per smembramento della diocesi di Cebu. Primo vescovo fu il domenicano M. Cuartero 7 Medina.

Bibl.: J. P. Mc Closkey, s. v. in Cath. Enc., VIII, pp. 323324; Enc. Eur. Am., XXVIII, p. 2573. Enrico Josi

JASOV (ungherese Jászó). - Abbazia premonstratense in Slovacchia.

Fu fondata verso il 1220 , ed è oggi l'unica superstite delle parecchie abbazie dei Premonstratensi in Slovacchia. L'edificio odierno è un monumento di arte barocca, edificato da A. Pilgram negli anni 1765-66. E un quadrato, con la chiesa nel centro. Possiede una preziosa biblioteca.

Nel tempo della sua floridezza, fino a dopo la prima guerra mondiale, da questo monastero dipendevano alcuni collegi (Cassovia, Rosnavia, Gran Varadino, Gödölö) e parrocchie. Il 7 giugno 1922 la S. Sede eresse J. in abbazia nullius con 10 parrocchie. Però questa costutuzione apostolica non venne eseguita, per l'opposizione del governo cocoslovacco. Nel 1949, oltre il monastero centrale, l'abbazia aveva 2 conventi (Cassovia, Lelcs) ed amministrava 8 parrocchie. Dopo la prima guerra mondiale perdette gran parte dei suoi beni, e dopo la seconda fu quasi tutto confiscato. Anzi, nello stesso monastero fu dall'attuale governo installata una scuola di agricoltura. Nella presente persecuzione della Chiesa in Cecoslovacchia l'abbazia di J. fu destinata con altri due monasteri ad essere il "monastero di concentramento" per i religiosi e il 14 apr. 1950 vi si raccolsero i Premonstratensi, i Gesuiti ed altri religiosi di Slovacchia.

Bibl.: AAS, 14 (1922) pp. 582-84; V. Wagner, Dejiny výtvarného unania na Slovensku (a Storia dell'arte figurativa in Slovacchia 4), Trnava 1930, pp. 172-73; 2ed. Bratislava 1048, pp. 61, 70; Katoliche Slovensko (a Slovacchia cattolica 4), Trnava 1933, pp. 179-81. Michele Lacko

JASSI (Jasi), diocesi di. - Città e diocesi nella Romania. Si estende per 45.000 kmq . con una popolazione di 400.000 ab., dei quali 140.000 cattolici, che nel 1949 erano distribuiti in 109 parrocchie con 46 sacerdoti diocesani e 52 regolari (Annuario Pontificio 1951, p. 223).

La diocesi fu creata da Leone XIII il 27 giugno 1884, erigendo a sede vescovile il vicariato apostolico di Moldavia, con residenza a J.

Bibl.: N. Jorge, Histoire de l'Eglise roumaine, II, Bucarest 1909, p. 324; S. Vailhé, Zassy, in Cath. Enc., VIII, p. 325. Enrico Josi

JATAI. - Prelatura nullius e città nello Stato di Goiaz in Brasile.

Ha una superfice di 120.000 kmq . con 120.000 cattolici; ha 4 parrocchie, 6 sacerdoti regolari (1949).

La prelatura fu creata dal papa Pio XII con la cost. apost. Sollicitudo del 21 giugno 1929 per smembramento dalla diocesi di Goiaz, elevando a dignità prelatizia la chiesa dello Spirito Santo. Suffraganca di Goiaz.

Bibl.: AAS, 23 (1931), pp. 323-25. Enrico Josi
JÁUREGUI y AGUILAR, Juan de. - Poeta e pittore spagnolo, di famiglia aristocratica, n. a Siviglia, dove fu battezzato il 24 nov. 1583, m. a Madrid nel 1641. Fu scudiero della regina Elisabetta (moglie di Filippo IV) e cavaliere di Calatrava.

Dimorò qualche tempo a Roma, derivandone suggestioni artistiche e poetiche (cupio da Michelangelo, Raffaello e Guido Reni; esegui ritratti; tradusse egregiamente l'Aminto del Tasso e iniziò la versione libera della Farsaglia di Lucano). Tornato a Siviglia, si schierò contro

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Quevedo e Góngora, cui oppose un Discurso poético (Madrid 1624) e un Antidoto contra las Soledades (esiste il manoscritto nella Biblioteca nazionale madrilena); ma fu amico di Lope de Vega e di Cervantes, che ne elogio l'Aminta. La sua produzione poetica in parte aderisce alla maniera italianizzante (Rimas, Siviglia 1618, che, accanto alle profane, contengono alcune liriche sacre, quali A l desponsorio de Cristo con s. Teresa e la parafrasi del salmo 136), in parte è vicina a quella moda gongoresca che J. y A. in teoria aveva avversato; a Ovidio, invece, si ispira il poema Orfeo (Madrid 1624).

Come scrittore, J. y A. documenta in modo interessante il gusto cstetico di Spagna agli inizi del Seicento (cf., in particolare, il suo Diálogo entre la naturaleza y la dos artes, pintura y escultura e Por el arte de la pintura, Madrid 1633); come pittore, oltr