volume-07

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resca che J. y A. in teoria aveva avversato; a Ovidio, invece, si ispira il poema Orfeo (Madrid 1624).

Come scrittore, J. y A. documenta in modo interessante il gusto cstetico di Spagna agli inizi del Seicento (cf., in particolare, il suo Diálogo entre la naturaleza y la dos artes, pintura y escultura e Por el arte de la pintura, Madrid 1633); come pittore, oltre ad alcuni ritratti (tra cui famoso quello del Cervantes, ora al Museo di Madrid) e alle incisioni per la Vestigutio arcuni sensus in Apocalypsi (Anversa 1619) del gesuita L. Alcázar, ha lasciato una incisione del ven. Luis de Granada e due tele raffiguranti s. Giuseppe e s. Teresa d'Avila.

Bim.: J. de Urrus, Biografia y estudio crítico de 7., Madrid 1899; F. Rodriguez Martn. El iccinto de Cervantes, ivi 1917; M. Guillemot, L'Apocalype de 7., in Rev. bisp., 42 (1918), pp. 263-79; J. Mille, 7. y Lnpr, in Bol. M. y Pelayo, 8 (1926), p. 126 sgg.

Enso Navarva
JAURÈS, Jean. - Uomo politico e storico, n. a Castres il 3 sett. 1859, m. a Parigi il 31 luglio 1914. Varie volte deputato al Parlamento, è il rappresentante più tipico del socialismo francese della fine del secolo e degli anni anteriori alla prima guerra mondiale.

Fondò l'Humanité nel 1004. Fu uno dei più accaniti sostenitori della revisione del processo Dreyfus. Ha lasciato un'orma notevole nella storia della storiografia con l'Histoire socialiste de la Révolution Franfaise (3* ed., Parigi 1939), nella quale ha svolto il tema, contro l'interpretazione del Michelet, che la rivoluzione non è stata il prodotto della miseria, ma la maturazione della borghesia e quindi la rivendicazione politica di una nuova ricchezza. Nella sua opera di oratore e di storico J. è ancorato all'idea di un socialismo «riformistico». Egli sente più le esigenze del «ruralismo» che quelle dell' operaismo ", ma comunque non sa risolvere le aporie della convivenza della tradizione marxista e del positivismo, nonché di notevoli depositi blanquisti; del «popolo» crea quasi un faticcio; su un piano religioso è sostanzialmente un panteista e un ammiratore della «religione» della natura.

Bim.: L. Soule: La vie de 7., Parigi 1921; L. Lévy-Bruhl, 7. 7., ivi 1924; W. Banning, 7. alas Denberg en biydrage tor een sociale Zedeleer, Arnhem 1931; H. Hinze, 7. 7. und die materialistische Geschichtskorrie, in Archiv für Sozialwissenschaft und Sozialpolitik, 68 (1933), p. 194 sgg.; H. R. Weistein, 7. 7. Nueva York 1936; F. Desanges-L. Mórips, Vie de 7., Parigi 1938; F. Venturi, 7. 7. e altri storici della Rivoluzione Francese, Torino 1948 (il miglior studio italiano sul J.; qualche felice spunto è nella recensione di G. Procacci in Bel agor, 9 [1948], pp. 730742)

Massimo Petrocchi
JAVORSKIJ, STEPAN. - Rappresenta nella teologia russa l'indirizzo cattolico di fronte a quello protestante capeggiato da Teofane Prokopovič, favorito di Pietro il Grande. N. nella Russia meridionale, studiò a Kiev, poi, per quel tempo cattolico, nei Collegi dei Gesuiti a Leopoli e Prenania. Tornato allo scisma si fece monaco a Kiev, dove anche insegnò e diventò prefetto dell'Accademia. Nel 1700 diventa metropolita di Rjazan, e poi esarca patriarcale a Mosca, dove istituì, sul modello di quella di Kiev, l'Accademia slavo-greco-latina, insegnandovi per qualche tempo. J. accettò la riforma politica di Pietro, esaltandone le gesta, ma non volle accettare la sua riforma ecclesiastica e l'ingerenza delle autorità civili negli affari ecclesiastici.

L'opera principale di J. è Kamen' very (originariamente scritto in latino: Petra fidei), divisa in 12 trattati,
la più eccellente di tutte le opere scritte dagli orientali separati contro il protestantesimo (dipende molto da Bel-
larmino e Becane). Altre opere di J. sono l'Epistola ad doctos sorbonicos de Ecclesiarum unione (1720, pubblicata in Germania), Signa adventus Antichristi et finis mundi (1703, contro i vecchi credenti che insegnavano che Pietro fosse l'Anticristo); Prediche (pubblicate a Mo. sca 1804-1805) e Lec tiones theologiae dogmaticae (Kiev 16931697, rimaste manoscritte). Classica è la dissertazione dello slavofilo Jurij Samarin su Teofane Prokopovič e S. J. scritta sotto l'influenza di A. S. Chomjakov.

Bim.: I. V. Marev, Kamen' very, in Enciclopedia teologica ortodossa (in russo). VIII. Pietroburgo 1909, coll. 187-93; M. Jugie, Teol. Dogm. Or. Christ., I. Parigi 1926, p. 279 sgg., 383 sgg.; H. Koch, Die russische Orthodoxie im Petrinkchen Zeitalter, . Breslavia 1929.

Bernardo Schultze
JAVOUHEY, ANNE-MARIE, beata. - N. a Jallanges, in Borgondia, il 10 nov. 1779, m. a Parigi il 15 luglio 1851. Donna di altissime qualità morali, durante la Rivoluzione si adoperò, appena quindicenne, a nascondere sacerdoti non giurati e ad aiutarli nel loro ministero clandestino.

Nel 1806 fondò a Chalon-sur-Saône una Congregazione religiosa per la cura degli ammalati e l'educazione della gioventù, la cui sede dal 1812 fu a Cluny in diocesi di Autun, poi a Parigi. Col 1817 la Congregazione si inserì anche nell'attività missionaria. La Besta fu nel Senegal, poi nella Guiana francese, dove svolse una grandiosa attività per la redenzione dei Neri, altamente riconosciuta anche dal governo francese. E celebre la frase del re Luigi Filippo: "Madame Javouhey! mais c'est un grand homme». Nel consolidamento dell'Istituto ebbe a soffrire grandi difficoltà, durante le quali rifussero soprattutto la sua fermezza e la sua umiltà. Fu beatificata da Pio XII il 15 ott. 1950.

Bim.: Recueil des lettres de la vén. A.-M. 7., 2 voll., Parigi 1909-17; Annales historiques de la Congregation de Saint-Joseph de Cluny, par une religieuse de la même Congregation [Mère Léontine], Solvames 1890; F. Delaplace, La vén. mère A.-M. 7., 2* ed., Parigi 1886; 3* ed., rifusa da Ph. Kieffer, 2 voll., ivi 1912; G. Goyau, Un grand - Homme». Mère 7., apôtre des Noirs, ivi 1929; [F. Antonelli], Disquisitio circa controversias quas Anna Maria 7. cum episcopo Augustodunensi et aliis viris ecclesiasticis babuit (Sectio historica S. R. Congr., 34), Roma 1936.

Silverio Mattei
JAZIDI. - Nome di popolazioni di razza e lingua curda, professanti una propria religione. Il numero complessivo, progressivamente discendente, è stato calcolato di recente (A. H. Hourani, v. bibl., pp. 76, 91) a poco più di 30.000 . Si trovano distribuiti in gruppi nelle seguenti regioni : 1) Saybân, a nord di Mossul, sede del nucleo più numeroso e del principale santuario; 2) Gebel Sinğâr, ad ovest della stessa città; 3) Ġebel Sim'ân, presso Aleppo. Nuclei minori si trovano presso Dijärbekir, nell'Armenia sovietica ed in Persia.
I. Nome ed origini. - Le indagini di Ahmad Tajmûr, 'Abbās 'Azzâwî e M. Guidi fanno derivare

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il nome j. da Jazīd, secondo califfo umajjade (680683), famoso per la strage di Husajn, figlio di 'Alī, a Karbalā', e perciò particolarmente odiato dagli šíiti (v. isLĀM, Le sētte). E stato, in particolare, merito di M. Guidi l'aver individuato, nella più antica letteratura araba, le tracce dell'eterodossia estremista (guluvew) favorevole a Jazid, mostrando in essa un fenomomeno parallelo, seppur antitetico, a quello dell'estremismo šíita, e pertanto ad esso analogo in molti elementi costitutivi.

Pur permanendo scarse le tracce del movimento jazida nel periodo più antico, la tesi di M. Guidi è attualmente da preferirsi all'altra, sostenuta per ultimi da G. Furlani e T. Menzel, secondo cui il nome j. deriverebbe dal persiano tzed "angelo" e le origini del movimento non avrebbero nulla a che fare con il califfo Jazid.
II. Storia. - Quasi nulla si sa sulle vicende e sulle credenze dei seguaci di Jazid nel Kurdistān durante i primi secoli dell'agira. Le notizie divengono più precise quando, nel sec. xir d. C., il mistico 'Adī b. Musäfir, discendente della famiglia umajjade, si stabili a Lāfeš, nella regione di Šaybān, fondandovi una confraternita che da lui prese nome ('adavijjah).

In questa confraternita si delineò presto una corrente estremista che, contro la volontà del mistico e dei suoi successori, si indirizzò all'adorazione di essi, accoppiandola ai quasi obliterato culto di Jazid. Tra il sec. xiri ed il xiv il polemista musulmano Ibn Tajmijjah, nella sua Risālah al-'adavijjah, indica chiaramente l'eterodossia del movimento e l'evoluta formazione del suo credo.

Di questo non si è in grado di seguire gli ulteriori sviluppi fino alla formulazione attuale; maggiori notizie si hanno sulle vicende politiche dei gruppi jazidi, ben raccolte da R. Lescot. La confraternita raggiunse il suo massimo sviluppo nel secc. xiv e xv, diffondendosi anche in Siria ed in Egitto; quindi s'iniziò la decadenza. Mentre le comunità di Siria e di Egitto rifluivano per la massima parte nell'ortodossia, gli j. delle montagne curde venivano sottoposti a periodiche razzie e massacri da parte dei governatori ottomani; dopo la parentesi del mandato britannico, la persecuzione è ripresa da parte del nuovo Stato 'irāqeno, che tende ad assimilare etnicamente e religiosamente gli j. alla maggioranza araba.
III. Dottrine. - Le dottrine degli j. sono costituite da una strana ed incomposta congerie di fattori : elementi islamici, fondo curdo pagano, alcuni riti cristiani (dovuti al contatto con le Chiese cristiane mesopotamiche), credenze iraniche, ed attraverso di esse la gnosi.

Gli j. credono in un Dio supremo, che esercita il suo potere attraverso sette angeli. Il primo e principale è Melek Tā'ūs, l'angelo-pavone, che corrisponde a Satana, ma per il suo pentimento dopo la caduta non è principio di male, bensì di bene. Non è quindi esatto il nome di "adoratori del diavolo" dato frequentemente agli j. Il nome di pavone, conosciuto anche dai mandel e dai drusi per Satana, deriva dalla leggenda secondo cui questi avrebbero voluto assumere dapprima la forma di pavone entrando nel Paradiso Terrestre. Melek Tā'ūs è il reggente del mondo: Jazīd e Šajb 'Adī (cioè 'Adī b. Musāfir) sembrano doversi considerare sue incarnazioni. Anche gli altri sei angeli, dei quali i nomi non sono costanti nelle diverse relazioni (interessante l'inclusione tra essi di Gesù), hanno incarnazioni, nei discendenti di 'Adī ed in alcuni grandi asceti e mistici musulmani, quali i famosi Ḥasan alBaṣrī e al-Halīdī. Gli j. credono nella reincarnazione successiva, a seconda dei meriti o demeriti acquistati, nel Paradiso e nell'Inferno. A queste credenze si accompagnano strane leggende sulle origini del
mondo. Due sono i principali libri sacri : il "Libro della rivelazione" e il "Libro nero".
IV. Pratiche religioSe. - Gli j. effettuano le loro preghiere in direzione del sole, il che, unitamente alla presenza di una festa del sole, ha fatto pensare a resti di un paganesimo astrale. Hanno due digiuni all'anno, di tre giorni ciascuno, e li effettuano secondo il sistema musulmano dall'alba al crepuscolo. Obbediscono inoltre a molte interdizioni, relative alle vesti ed al cibo. Ogni anno, dal 15 al 20 sett., viene effettuato un pellegrinaggio alla tomba di Šajb 'Adī. Altri santuari minori hanno venerazione locale. Sono in uso il battesimo, di evidente origine cristiana (gli j. furono in frequente contatto con gruppi nestoriani), e la circoncisione.

Tra le feste, la principale è quella del nuovo anno. Il mercoledì è considerato giorno festivo.

L'aspetto più caratteristico del culto jazida è dato dalle periodiche processioni dei sauğaq, simulacri di pavoni che rappresentano i sette angeli e che vengono portati in giro una o due volte all'anno per le questue.
V. Organizzazione delle comunita. - Gli j. sono divisi in laici (murīd) e chierici (rübān). I chierici comprendono: 1) šajb, i cinque sacerdoti più alti in grado, discendenti di Sajh 'Adī; 2) pīr, catetegoria inferiore di sacerdoti; 3) qawcwāl, cantori, che portano in processione i sauğaq; 4) kočah, danzatori, ausiliari dei precedenti. Vi sono inoltre categorie inferiori. Esiste una specie di confraternita, quella dei Jasjir.

A capo di tutta la comunità stanno un principe supremo, di asserita discendenza da Jazid, risiedente nello Sajbān ed il capo degli šajb; al primo compete l'aurorità temporale, al secondo quella spirituale.

Ogni laico dipende fin dalla nascita da uno šajb e da un pīr. Egli deve inoltre scegliersi un "fratello dell'altro mondo ".

Bibl.: Ahmad Taimūr, al-Jazidijjah wa manīa' niblatibim, Cairo 1347 (1928); G. Furlani, Testi religiosi dri Yezidi, Bologna 1930; id., Sui Yezidi, in Rivista degli studi orientali, 13 (1931-32), pp. 97-132; id., Gli interdetti dei Yezidi, in Der Islam, 24 (1937), pp. 131-74; id., L'andidualismo dei Yezidi, in Orientalia, 13 (1944), pp. 236-67 (con referenze ad altri scritti dello stesso autore sull'argomento); id., I sette angeli dei Yezidi, in Rendiconti dell'Accademia nazionale del Linevi, 8ᵃ serie, 2 (1947), pp. 141-61; id., Il Pavone e gli 'Utré ribelli presso i Mandel e il paeone dei Yezidi, in Studi e materiali di storia delle religioni, 21 (1947-48), pp. 58-76; M. Guidi, Origine dei Yezidi e storia religiosa dell'Islam e del dualismo, in Rivista degli studi orientali, 13 (19311932), pp. 266-300; id., Nuove ricerche sui Yezidi, ibid., pp. 377427; T. Menzel, Yazidī, in Enciclopédie de l'Isldm. IV (1934), pp. 1227-34 (con ampia bibl.); Ismā'li beg Cāl, al-Jazidijjah qadiman wa-badīṭim, Beirut 1934; 'Abbās 'Azzāwī, Ta'rib al-jazidijjah wa aul 'aqīdatibim, Bagdad 1935; R. Lescot, Enquête sur les Yezidis de Syrie et du Diehel Sindid-, Beirut 1938; A. H. Hourani, Minorities in the arab world, Oxford 1947, pp. 2, 9, 76, 85, 91, 105. Sabatino Moscati

JEANNERAT, Giuseppe. - Ufficiale pontificio, n. il 31 dic. 1813 in Svizzera, m. il 27 nov. 1897 a Bologna. Entrò al servizio del Pontefice il 5 ag. 1835 in fanteria estera, e con il grado di tenente prese parte a tutta la campagna veneta del 1848 contro gli Austriaci, combattendo a Vicenza sul Monte Berico il 10 giugno di quell'anno.

Maggiore il 1° genn. 1859, diresse la colonna d'assalto alla espugnazione di Perugia ( 20 giugno) ed ebbe quindi il comando del battaglione carabinieri esteri. A Castelfidardo ( 18 sett. 1860 ) si comportò con tale valore da guadagnarsi la promozione a tenente colonnello. Ottimo soldato ed organizzatore avveduto di milizie, fece del suo battaglione un modello, tanto da strappare gli applausi degli ufficiali francesi sul campo di battaglia di Mentana (3 nov. 1867). Nominato colonnello il 29 febbr. 1868

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tenne con perizia il comando della terza zona di difesa di Roma, lungo il tratto nevralgico della cinta aureliana, tra il Macao e Porta S. Giovanni, durante le operazioni d'assedio dal 20 sett. 1870 e si ritirò quindi a vita privata.

Bib.: A. M. Bonetti, Venticinque anni di Roma vestitale d'Italia e suoi precedenti (1813-95), Roma 1889, v. indice; A. Vigovane, La fine dell'esercito pontifícia, ivi 1920, passim; id., La campagna delle Marche e dell'Umbria, ivi 1923, passim; P. Dalla Torre, L'anno di Mentona, Torino 1938, passim; id., Materiali per una storia dell'ereccio pontificio, in Rassegna stor. del rinascimento, 28 (1941, 1), p. 82.

Paolo Dalla Torre
JEFFERSON, Thomas. - Statista americano, n. a Shadwell (Virginia) il 13 apr. 1743, m. a Monticello (Virginia) il 4 luglio 1826. Per qualche anno fu avvocato; ma presto si manifestò uno dei più influenti e decisi difensori dei diritti delle colonie americane contro l'Inghilterra. Deputato all'Assemblea della Virginia, nel 1775 fu eletto al Congresso continentale, ed ebbe l'incarico di redigere la Dichiarazione d'indipendenza, il celebre documento con cui le colonie ruppero nel 1776 i legami con la madre patria. Tornato in Virginia, si prodigò per un programma di riforme di carattere liberale (separazione di Stato e Chiesa, piena tolleranza religiosa, ecc.) da lui stesso elaborato. Fu governatore dello Stato (1779), delegato nuovamente al Congresso continentale (1783), e poi ministro della nuova Confederazione a Parigi (1783).

La permanenza in Francia ebbe grande importanza per l'evoluzione del suo pensiero. Partito da posizioni che si ricollegavano alla tradizione liberale inglese e solo in parte derivavano dall'illuminismo, J. in Francia, grazie ai contatti con i pensatori francesi, si scosto dal legalitarismo e tradizionalismo anglo-sassone per aderire a una filosofia decisamente razionalista e rivoluzionaria. Inoltre, l'Europa vista e giudicata alla luce dell'iluminismo valse a dargli la convinzione che in America non solo si fosse fondata una nuova nazione, ma si fosse inaugurata una nuova età nella storia dell'umanità : l'èra laica della pace, del progresso e della ragione. Ritornato in patria dopo l'inizio della Rivoluzione Francese, che egli accolse con evultanza e cercò di avviare, grazie al prestigio di cui godeva presso La Fayette e i suoi amici, verso forme moderate, entrò come segretario di Stato nel gabinetto di Washington (1789). Il decennio che seguì vide la lotta tra il partito federalista, orientato verso soluzioni conservarrici nell'organizzazione dello Stato e del governo, sotto la guida di un abilissimo leader, Alexander Hamilton, e il Partito repubblicano che J. raccolse intorno a sé e a cui diede un contenuto ideologico decisamente democratico. Il conflitto ebbe alterne vicende, esasperate dagli echi della Rivoluzione Francese; culminò nel 1800 con la vittoria dei repubblicani e l'elezione di J. alla presidenza degli Stati Uniti. Nel 1803 negoziò con Napoleone l'acquisto della Luisiana. Lasciò il potere nel 1809.

Bib.: G. Chinnell, T. 7. the apostle of americanism, Boston 1939; D. Malone, 7. the virginian, ivi 1948, è il primo vol. di una biografia che ultimata ne avrà quattro. Per l'evoluzione del pensiero politico è fondamentale: O. Vossler, Die amerikanischen Revolutionsideale in ihrem Verhältnis zu den europäischen, Mo-maco-Betline 1909. Per altra bibl. v.; autori vari, Literary history of the United States, Nuova York 1948, pp. 595-602.

Gabriele Musetti
JEHOL, diocesi di. - Missione della Mongolia orientale, eretta l'ri dic. 1883 a vicariato apostolico; dopo varie modifiche di confini, ricevette l'attuale denominazione di J. il 12 dic. 1924. Fu elevata a diocesi l'ri apr. 1946, suffraganea di Moukden. E affidata alle cure dei missionari della Congregazione del Cuore Immacolato di Maria (Scheut).

Prima del 1830 nessun missionario era riuscito a metter piede nel territorio di J., ad eccezione forse di qualche gesuita si seguito dell'Imperatore. Successivamente, però, l'evangelizzazione vi fece buoni progressi. La fede dei cristiani fu provata da due persecuzioni: la prima nel 1891, nella quale trovarono la morte il
sac. Pietro Lin e 60 neofiti; la seconda nel 1900, in cui furono uccisi il p. Giuseppe Seghera e 200 fedeli. La diocesi di J. ha una superfice di 789.117 mathrm{kmq}. e una popolazione di 5.237 .314 ab . Confind con le diocesi di Chihfeng e Saepingkai; con l'arcidiocesi di Moukden ed il mare; con la diocesi di Yungping e l'arcidiocesi di Pekino; e in ultimo con la diocesi di Siwantse. La cifra dei cattolici si aggira sui 32.000 , con 1151 catecumoni. Sacerdoti stranieri 36 , indigeni 20 ; fratelli indigeni 45 ; novizi 10; religiose indigene 29; postulanti 12 ; seminaristi maggiori 14 , minori 39 ; catechisti 79 ; residenze di missionari 37; cristianità 109; chiese e cappelle 83; dispensari 16; orfanotrofi 13 con 216 bambini; ospizi per vecchi 5 ; scuole primarie con una popolazione mista di 1928 alunni. Ora essa si trova sotto il dominio comunista.

Bib.: MC, p. 175; Arch. di Prop. Fide, Pos. prot. n. 1077/48; AAS, 17 (1924), p. 23; 38 (1946), pp. 301-13. Edoardo Pecoraio

JEHŌEHĀH HAL-LENI; v. GIUDI LEVITÀ.
JEILER, Ignaz. - Teologo e medievalista francescano, n. ad Havixbeck in Vestfalia il 4 dic. 1823, m. a Quaracchi il 4 dic. 1904. Studiò a Münster e a Paderborn. Frate minore nel 1843 e sacerdote nel 1848, per il fecondo apostolato e la vita di rigido ascetismo si attirò molta stima, mentre nell'insegnamento si formò una vasta cultura teologicofilosofica. Dopo il Concilio Vaticano fu di grande aiuto a molti vescovi contro le dottrine del Döllinger e dei «vecchi cattolici», come lo era stato in precedenza alla S. Congregazione dell'Indice nell'esame e condanna delle opere di A. Günther. Vittima del Kulturhampf, venne in Italia e nel 1875 si associò al p. Fedele da Fanna (v.), nella ricerca e descrizione dei manoscritti di s. Bonaventura, nel Collegio di Quaracchi. Morto il p. Fedele nel 1881, lo J. gli successe e in 22 anni di assiduo lavoro, coadiuvato dai confratelli G. Deimel, Q. Müller e B. Beckte, portò a termine la monumentale edizione critica delle opere di s. Bonaventura (io vol. in-fol., Quaracchi 1882-1902), con dotte illustrazioni.

Lavorò anche per la raccolta di testi e documenti storici Analecta Franciscana e per gli Acta Ordinis Fratrum Minorum. Cooperò a varie riviste ed enciclopedie. Pubblicò: De humanae cognitionis ratione anecdota quaedam seraphici doctoris s. Bonacenturae et nonnullarum ipsius discipulorum (Quaracchi 1883); S. Bonaventurae principia de concurs Dei, generali ad actiones causarum secundarum callecta et s. Thomae doctrina confirmata (ivi 1897), e molti altri scritti di agiografia e ascetica.

Bib.: Festnummer zur Hundertjahrfeier des P. I. 7. 1823-1923 (Franziskanische Studien, 11), Münster in V. 1924.

JELENIC, Julijan. - Storico francescano, n. a Riječane nella Bosnia il 29 ag. 1877 , m. il 5 ag. 1931. Sacerdote nel 1903, fu nel 1909 nominato professore a Sarajevo, nel 1919 trasferito all'Università di Zagabria. E uno dei più fecond i tra i moderni storici della Chiesa in Croazia.

Ha lasciato un'ampia storia generale documentata della Chiesa, e illustrò le vicende della grande provincia francescana di Bosnia, attorno alla quale gravito per più secoli tutta la vita religiosa e culturale della maggior parte del territorio e del popolo croato. Sue opere principali sono: Il Regio Visoko e il convento di S. Nicola (Sarajevo 1906); La cultura e i Francescani bosniaci (2 voll., ivi 1912-13); La storia della Chiesa di Cristo ([fine al 1054], ivi 1921-28); Le fonti per la storia culturale dei Francescani bosniaci 1437-1878 (ivi 1918); Documenta res gestas Fratrum Minorum provinciae Bosniae Argentinae spectantia (Mostar 1927), ecc. Scrisse inoltre articoli e dissertazioni su varie riviste scientifiche.

Bibs.: R. Drlià, Bibliografia Dr. 7. 7., in Franjerudhi Fijesnik, 38 (1931), pp. 366-68; K. Itô, Dr. fra 7. 7., ibid., 36 (1929), pp. 142-48; M. Vanino, Gli studi teologici presso i Croati, in Croazia Sacra, Roma 1943. pp. 120, 122, 124. Pietro Capkun

JEMEN: v. YEMEN.

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JENINGEN, Philipp. - Gesuita tedesco, n. a Eichstätt il 5 genn. 1642, m. in fama di santità a Ellwangen (Württemberg) l'8 febbr. 1704. Entrato nella Compagnia di Gesù nel 1663, fu per vari anni destinato all'insegnamento nei collegi della Compagnia. Fu però la cittadina di Ellwangen che vide, per 24 anni, il colmo dell'attività e celebrità del servo di Dio, il quale li fece traboccare l'ardore della sua vita interiore, arricchita pure da tutti i doni della vita mistica. Su di un monte sovrastante la città, il "Schönenberg", egli procurò e diresse la costruzione di un grande santuario mariano, che ancora oggi è considerato una perla dello stile barocco.

Non contento di creare così un vero centro della devozione mariana, J. percorreva tutta la regione circostante quale missionario popolare in cui si avveravano le parole dettagli dal Signore: "In te io mostrerò quanto può colui che ama veramente Gesù e Maria". L'epitoffio del p. J. dice tra l'altro: "Fu missionario indefesso in quattro diocesi. Mor. to a se stesso, sembrava vivere solamente per il prossimo, se non fosse stato manifesto ch'egli non viveva che per Dio solo". La sua causa di beatificazione è stata introdotta il 23 marzo 1945 .

Biel.: Oltre la Positio super introductione causae, v.: Jos. Pergmayr, Vita vell. v. D. p. P. F., Ingolstadt 1763: W. Hansen, Leben und Tugenden des apostolischen Dieners Gottes P6. 7., Regensburg 1875; Ferd. Baumann, Ein Apostel der Liebe, { }² ed., Ellvangen 1935; A. Höse, Ein Vollamissionär und Mystiker des 17. Jahrh., 3² ed., ivi 1948.

Ferdinando Baumann
JENSON, Nicola. - Stampatore, n. a Sommervoire (Haute-Marne), m. a Venezia nel sett. 1480 o 1482. Venuto in Italia nel 1470, apri in Venezia un'officina propria, associandosi in un secondo tempo con Giovanni di Colonia. Incise dei bellissimi caratteri romani e più tardi anche gotici; usò per primo il formato in-160 (Officium B. M. Virginis, 1474); curò l'esattezza del testo servendosi per correttore dell'umanista Ognibene Leoniceno. Nel 1475 ebbe da Sisto IV il titolo di conte palatino.

Stampò ca. 150 opere, fra cui famose le Epistole di Cicerone, la Rhetorica e il Giustino (1470); il Decor puellarum (con l'indicazione errata 1461), Svetonio, Quintiliano, Cornelio Nepote (1471); il De civitate Dei (1475); la Bibbia latina e l'Historia naturalis di Plinio (1476).

Biel.: R. Fulin, Documenti per servire alla storia della tipografia veneziana. Venezia 1682; C. Castellani, La stampa in Venezia dalle sue origini alla morte di Aldo, ivi 1889; H. F. Brown, The venetian printing press. Londra 1891; E. Pastorello, Bibliografia storico-analitica dell'arte della stampa in Venezia, Venezia 1933.

Alessandro Proteo
JENZENSTEIN
(Jenštejn), Jana di. - Arcivescovo di Praga, n. nel 1350, m. nel 1400. Dopo gli studi compiuti a Padova, Bologna e Parigi (1370-75), J. divenne nel 1376 vescovo di Miania e nel 1378 successe allo zio card. Giovanni Očko di Vlašim sulla cottedea arcivescovile di Praga.
J. sosteneva Papi romani (Urbano VI, Bonifazio IX) contro quelli avignonesi ed a ciò induceva anche il re Venceslao IV, di cui era nel 1380-84 cancelliere. Si opponeva energicamente ad ogni interferenza dei laici nel campo della sua giurisdizione arcivescovile. A causa di ciò J. ebbe frequenti conflitti anche con il re Venceslao, il più acuto nel 1395, che costò la vita al suo vicario generale s. Giovanni Nepomuceno (v.). Nel 1396 J. abdicò in favore di suo nipote Volframo di Skvorec e si ritirò a Roma, dove morì come patriarca titolare di Alessandria e fu sepolto a S. Prassede. Oltre inni religiosi e una autobiografia J. scrisse alcuni trattati teologici, specialmente sulla visitazione della R. V. Maria, di cui introdusse la festa nella sua diocesi. Mentre viveva nel monastero in S. Prassede, rivide e corresse le sue opere, il cui manoscritto originale è conservato nel cod. Vat.lat. 1122.

Biel.: A. Frind, Geschichte der Bisdaß und Erzbischöfe von Prag, Praga 1873, pp. 101-106; B. Cervinka, Priepolety h životopisna Jana z Jentiejna, ivi 1936.

Giuseppe Olèr
JERICÓ, Diocesi di. - Diocesi e città nella Colombia in America meridionale.

Ha una superfice di 2261 kmq , con 250.000 ab., tutti cattolici; conta 20 parrocchie, con 79 sacerdoti diocesani, I seminario, I comunità religiosa maschile e 21 femminili (Annuario Pontificio, 1951).
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Jenson, Nicola - Prologo della Bibbia latina stampata a Venezia nel 1470. Firenze. Biblioteca nazionale.
giosi e una autobiografia J. scrisse alcuni trattati teologici, specialmente sulla visitazione della R. V. Maria, di cui introdusse la festa nella sua diocesi. Mentre viveva nel monastero in S. Prassede, rivide e corresse le sue opere, il cui manoscritto originale è conservato nel cod. Vat.lat. 1122.

Biel.: A. Frind, Geschichte der Bisdaß und Erzbischöfe von Prag, Praga 1873, pp. 101-106; B. Cervinka, Priepolety h životopisna Jana z Jentiejna, ivi 1936.

Giuseppe Olèr

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[⁰]
[⁰]:    (da V. Laroguais, Les pocuiture mas. des bibliothigues publiguie de France, Mâcon 1840-41, (xv. 55) (da V. Laroguais, Les brésiaires mas. des bibliothigues publiguie de France, Parigi 1924, 1er. 100) A sinistra: MINIATURA DEL SALTERIO DI PARIGI o della regina Ingeburga (ca. 1200) - Chantilly, Biblioteca del Museo Condé, ms. 9 (1695), f. 147 A destra: MINIATURA DEL BREVIARIO DI BESANÇON o di Carlo di Neufchâtel, fine sec. xv - Besançon, Bibl. municipale, ms. 69, f. 101.

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(fol. Anderson)
RILIEVO MARMOREO SULLA FACCIATA DEL DUOMO. Opera di Lorenzo Maitani (r315) - Orvieto.

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La diocesi fu creata dal papa Benedetto XV il 29 genn. 1915, per smembramento della parte meridionale della diocesi di Antioquia, come suffraganea di Medellin. Il 5 febbr. 1917 lo stesso Pontelice con la lett. apost. Quod catholicae religionis la riunì «aeque principaliter alla diocesi di Antioquia. Quindi il 3 luglio 1941 il papa Pio XI, con la cost. apost. Universi dominici gregis, separò di nuovo le due diocesi, dismembrando da J. le tre parrocchie di Anzà, Caicedo e Urrao.

BibL.: AAS, 7 (1915), p. 121; 33 (1941), pp. 410-11. Enrico Josi
JEROMONACO : v. monachismo.
JESI. - Città e diocesi in provincia di Ancona. Conta 73.000 ab., dei quali 62.000 cattolici; 27 parrocchie con 69 sacerdoti diocesani, un seminario, I casa religiosa maschile e 21 femminili (Anmario Pontificio, 1951). Patrono s. Settimio vescovo (22 sett.).

Storia. - Di origine umbra, ebbe nome dal fiume Aesis; fu colonia romana; subì i saccheggi dei Goti e dei Lombardi; nel 756 fu compresa tra le donazioni di Pipino al papa Stefano II. Conti di J. furono successivamente, nel sec. xI, Attone, Alberico, Ugone e Gozzi dopo la metà del sec. xit sorse il Comune con 4 consoli e scuole delle arti; il motto a Respublica Aesina libertas ecclesiastica " spiega assai bene l'origine del Comune stesso, sorto dall'affrancazione data dagli ecclesiastici, vescovo e monaci delle fiorenti abbazie costituitesi nel territorio (C. Annibaldi, Iesi e la sua costituzione a Comune, in Studio Pitona, 1 [1925], pp. 66-71). Il a Memoriale Civitatis Aesii et antiquitatum suarum "si inizia nell'a. 1114.

La Repubblica di J. ebbe soggetti i castelli di Serradeconti, Montalboddó, Barbaro, Montenovo. Lottò contro la guelfa Ancona. Nel 1259 J. fu interdetta e privata del vescovo da Alessandro IV. Il cardinale E. d'Albornoz la tolse dal dominio dei Malatesta. J. fu tra le grandi città nelle costituzioni egidiane del 1557. Presa da Francesco Sforza, tornò nel 1447 alla Chiesa, a cui tentò di ribellarsi nel 1486. Fu saccheggiata nel 1517 dai soldati del duca d'Urbino Francesco della Rovere. Nel 1528 Clemente VII concesse a J. il privilegio della zecca. Nel 1580 si fondò una cattedra di filosofia e una di diritto; Sisto V esentò
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[fot. Alinari]
Jest, plocesi di - Palazzo del Comune, Opera di Francesco di Giorgio Martini (1486-98).
J. dalla giurisdizione del legato delle Marche e concesse un governo a parte presieduto da un prelato.

Il cristianesimo penetrò assai presto in J. e primo vescovo fu s. Settimo. Un s. Floriano, venerato in J. il 4 maggio, per il Lanzoni potrebbe essere il Floriano martire venerato nel Norico presso Lauriana (Lorch). Vescovi di J. furono anche i cardd. Camillo Borghese (1597, poi Paolo V), Tiberio Cenci (1621), Alderano Cibo (1656-71), P. M. Perrucci (1681-96), G. B. Caprara (1800-1802) che concluse il Concordato con Napoleone; egli ebbe per successore A. M. Odescalchi, deportato nel 1809 dai Francesi. La diocesi è immediatamente soggetta.

La primitiva cattedrale fu dedicata al S.mo Salvatore; quindi a S. Nicola. Il vescovo Severino nel 1237 iniziò la nuova cattedrale, dedicata a S. Settimio; essa fu ricostruita nel 1469, venne rifatta da D. Barrigioni (1732-41); la facciata è del 1889. L'interno è ad una sola navata a croce latina e cupola (C. Annibaldi, La cattedrale jesina e i suoi vinnamamenti, [esi 1925). Altre chiese notevoli: S. Marco, fondata dai Benedettini nel sec. xitit, a tre navate divise da pilastri ottagoni; S. Giovanni Battista, della fine del sec. xvit; il monastero di S. Benedetto de Castello Piano, da Callisto III annesso alla mensa vescovile.

A pochi km. da J. sorgevano l'abbazia benedettina di S. Maria «Molearum * con chiesa del sec. IX, trasformata nel Seicento e poi restituita alle linee antiche, detta oggi la chiesa de "Le Mòje", e l'abbazia di S. Elena (P. Zampetti, La Chiesa abbaziale di S. Elena nei dintorni di J., Ancona 1940).

Nativi di J. furono: l'erudito mons. Angelo Colocci (1467-1540) segretario di Leone X e di Clemente VII; il musicista G. B. Pergolesi (v.).

In onore di Clemente XII nel 1734 fu eretto l'arco Clementino. Nel 1472 Federico dei Conti di Verona stampò in J. la Divina Commedia. La Pinacoteca è ricca di tavole di Lorenzo Lotto (l'Annunciazione; la Visitazione; la Deposizione; la Vergine col bambino, S. Giuseppe e s. Girolamo, S. Francesco e s. Chiara; le Storie di s. Lucio).

Nella ex-chiesa di S. Floriano è collocata la Biblioteca comunale con annessa quella dei marchesi Pianetti.

BibL.: Ughelli. I. 279 sgg.; Cappelletti. VII. 271 sgg.; A. Angelucci, Monumenti primi del medioevo e del risorgimento, Jesi 1859; A. Moretti, Memorie degli illustri jesini, ivi 1870; F. Colini, Memorie storiche della città di J., ivi 1890; P. F. Kehr, Italia Pontificia, IV, Berlino 1909, p. 204; Cottineau I, coll. 1483-84; G. Annibaldi, Due monumenti irsini da salvare. La chiesa di S. Nicola e la chiesetta di S. Bernardo, in Palladio, 3 (1939), pp. 179-84. Enrico Josi
JESSE, albero di. - Dal passo di Isaia «egredietur virga de radice Jesse et flos de radice eius ascendet" (II, I), l'iconografia medievale ha immaginato il patriarca J. per lo più disteso sul letto o dormiente; da lui si eleva un grande albero i cui rami sostengono i re suoi discendenti, secondo la genealogia di Mt. 1, 1-17 o Lc. 3, 23-32, fino a giungere a Giuseppe, sposo di Maria, e a Gesù Cristo. Talvolta, specie nel sec. xitit, alla sommità dell'albero è l'Eterno Padre con il Bambino Gesù come nel chiostro di Silos; ovvero Maria s.ma con il Divino infante (Salterio della Regina Ingeburga ora a Chantilly nel Museo Condé). Ai lati dell'albero spesso sono i Profeti e talora anche Virgilio e le Sibille o anche Mosè e la Sinagoga contrapposti a Pietro e alla Chiesa (Bibbia di St-Bertin di St-Omer: Biblioteca nazionale di Parigi, cod. Lat., 1647, fol. 77).

In una delle vetrate di St-Denis, fatte eseguire dall'abate Sugero nel 1144, si librano in alto le sette colombe, simboli dei doni dello Spirito Santo; la mano divina o la colomba sopra i Profeti li indicano ispirati; detta vetrata esiste ancora ma è molto restaurata (E. Mâle, L'art religieux en France, I, Parigi 1925, p. 169, fig. 133). Una copia ne venne eseguita ca. il 1150 in una delle vetrate della cattedrale di Chartres (op. cit., p. 170, fig. 134).

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(da Gacetto Architologigns 1884, tav. 8)
Jesse. albero di - Miniatura dell'Hortus Deliciarum, f. 80v (ca. 1230) - Parigi, Biblioteca nazionale.

Secondo E. Mâle la vetrata di St-Denis costituirebbe l'archetipo delle figurazioni dell'albero di J. (La part de Suger dans la création de l'iconographie du moyen âge, in Revue de l'art ancien et moderne, I [1914], p. 91).

Ma nella cronaca di Guglielmo di Thorney si legge che l'abate Ugo di Fleury avrebbe acquistato nel 1091 sul continente un grande candelabro di bronzo "quod Jesse vocatur " per l'abbazia di Westminster. Secondo E. Mâle la rappresentazione dell'a. di J. sarebbe derivata dalle rappresentazioni di profeti, desunte da un sermone nel medioevo attribuito a s. Agostino, che si tenevano in Francia nella notte del Natale o nel primo dell'anno. Ma già in un manoscritto del sec. x proveniente da S. Marziale di Limoges si trova la rappresentazione dell'a. di J. con Virgilio e le Sibille.

Può darsi perciò che l'origine della scena sia da ricercarsi piuttosto nelle miniature che hanno fuso il concetto della profezia di Isaia con la genealogia del Salvatore e così i commenti di alcuni Padri della Chiesa che identificarono Maria nei rami dell'albero e Gesù nel fiore che sboccia alla sommità.

Certo, soprattutto in Francia, il tema è riprodotto di frequente nei secc. XII-xvi nelle vetrate della cattedrali, negli affreschi, nei portali, nelle tappezzerie, negli smalti, negli avari, in Bibbie miniate, in Evangeliari, Salteri, Libri d'ore, ecc.

In Germania si trova nel soffitto di Hildesheim sec. (xir); in Austria nella vòlta della navata centrale di Maria Saal (ca. 1480). In Italia nel pulpito romanico di S. Piero in Scheraggio, oggi in S. Leonardo in Arcetri presso Firenze; nel portale della cattedrale di Genova, nel battistero di Parma, nella porta di S. Zeno a Verona, in un affresco del duomo a Napoli, in un pilastro del duomo di Orvieto, ecc.

In Spagna in un pilastro del chiostro di S. Domingo de Silos, nel portale della Gloria di S. Giacomo di Compostella, nel chiostro della cattedrale di Pamplona in Burgos, nella cappella della Concezione fatta erigere dal vescovo Luis de Acuña, attribuita a Diego la Cruz; a Zamora sulla tomba del canonico Juan de Grado (m. nel 1507).

In Inghilterra nella cattedrale di York. Nel 1169 i Crociati fecero eseguire l'a. di J. dal monsicista Ephrem nella chiesa di Bethleem, come si apprende da una copia del sec. xvi del pellegrino Quarentius. Anche in Bucovina l'a. di J. è dipinto all'esterno della chiesa di Suscevirea. - Vedi tavv. XXXVII-XXXVIII.

BibL.: J. Corblot, Etude iconographique sur l'arbre de Jessé, in Revue de l'art chrétien, 4 (1860), pp. 49-61; 123-25; 169-81; A. Michel, Histoire de l'art, II, Parigi 1908; VI, ivi 1911, passim; K. Künstle, Iconographie der christlichen Kunst, I, Friburgo in Br. 1928, pp. 296-97.

Enrico Josi
JEC, libbi di. - Scritti gnostici attribuiti ad Enoch dalla Pistis Sophia (v.; ed. C. Schmidt, Kop-tisch-gnostische Schriften, Lipsia 1905, p. 158, linn. 8-21; p. 228, lin. 35; p. 229, linn. 6, 16).
C. Schmidt, nell'opera qui citata (pp. xvili-xxvi), fondandosi sulle analogie con la Pistis Sophia e su criteri interni, crede di identificare i due libri di J.in un codice papiraceo, scritto in copto se'ldico, della Biblioteca Bodleiana di Oxford, detto Codex Brucianus, dal nome dell'esploratore scozzese J. Bruce che lo acquistò in Egitto su segnalazione del Woide. E. C. Amelincau ne pubblicò una versione francese a Parigi nel 1891 (Notice sur le papyrus guostique Bruce, texte et traduction). C. Schmidt, confrontando la trascrizione del Woide con il testo originale, ne pubblicò una più accurata versione commentata in tedesco in Texte und Untersuch., 8, II, e poi nel 1905 nell'opera sopra citata (pp. 257-329). In quest'ultima ritiene che i due libri di J. siano stati scritti in greco nella prima metà del sec. III dalla setta gnostica dei barbeliani (cf. Ireneo, I, 29-31; PG 7, 691-704).

Il primo libro, intitolato Libro del grande xatà μ 00 σ dot{η} ρ ι o ν λ dot{η} γ ° ς, presenta Gesù risorto che rivela ai discepoli le complesse emanazioni successive del Principio Supremo che si compirono per mezzo del suo vicario J. Gesù mostra la via per giungere ai tesori celesti, rivela i nomi segreti, i sigilli, le formole magiche che apriranno tale via, celebra misteri liturgici. Questi sono amplificati nel secondo libro in cui, tra l'altro, Gesù amministra tre Battesimi, di acqua, di fuoco, di spirito. Nuova luce sugli apocrifi gnostici rivelano 42 opere gnostiche su papiri copti trovate a Nag Hammadi. Cf. Biblica, Elenchus bibliogr., 31 (1950), pp. 71-417.

BibL.: Alcuni tratti dei libri di J. sono commentati e tradotti da E. Buonaiuti, Lo guosticiano, Roma 1907, pp. 75-83, 219-32; e dallo stesso, Frammenti gnostici, ivi 1923, pp. 17-20. Cf. inoltre, per la bibl., L. Cerfaux, Ganse, in DBs, III, coll. 659-701.

Pistis De Ambroggi

## JEUNESSE AGRICOLE CHRÉTIENNE (J.

A.C.). - Fondata nel 1929, è l'organizzazione che raccoglie nei paesi di lingua francese i giovani rurali di qualunque stato e condizione e si occupa di tutti i loro problemi. Ha un duplice scopo : educare e formare i giovani rurali sotto tutti gli aspetti (sociale, spirituale, familiare, fisico, professionale e civile); valorizzare l'ambiente rurale, dando ai rurali stessi la coscienza del loro valore nel quadro della vita nazionale.

La sua organizzazione si articola in sezioni locali, le quali sono coordinate da federazioni e da un comitato nazionale, retto da un consiglio e da un segretario nazionale. Ogni organismo ha la sua sede.

Le attività, che la J. A. C. attua per i giovani, sono denominate "servizi" e intendono rispondere a tutte le esigenze e a tutti i problemi della gioventù rurale; si ha così il servizio per i soldati, il servizio stampa, il servizio professionale, il servizio di educazione familiare, ecc.

Attualmente l'organizzazione pubblica un giornale bimestrale intitolato Jeunes forces rurales et militantes, mensile per gli elementi apostolicamente attivi.

Il distintivo è uno scudetto con la scritta J. A. C. ed una Croce su cui si attorciglia una spiga.

Parallelo e analogo a questo movimento ne esiste uno di carattere femminile.

BibL.: v. Jeunesse ouvrière chrétienne. Ernesto Talentino

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JEUNESSE ETUDIANTE CHRÉTIENNE (J.E.C.). - Fondata nel 1927, riunisce sotto di sé nei vari paesi di lingua francese tutti i giovani studenti con il triplice scopo di: i) aiutarli a vivere cristianamente; 2) far loro comprendere il vero senso dello studio che li prepara a servire, in posizione privilegiata, il proprio paese; 3) vegliare perché anche gli svaghi e i divertimenti siano educativi.

Per questo le principali attività che la J. E. C. promuove sono: ritiri spirituali, manifestazioni religiose collettive, tanto sul piano parrocchiale che su quello scolastico, concorsi letterari, conferenze culturali, visite a stabilimenti industriali, corrispondenza con giovani di altri paesi, campeggi, ecc. Attività, queste, che vengono indicate come "servizi» a disposizione di tutta la massa studentesca, e raggruppate sotto il nome di "Amicizia studentesca ". Inoltre, annualmente, la J. E. C., durante le vacanze, tiene delle sessioni per istruttori di educazione fisica. I diversi circoli studenteschi sono raggruppati in sezioni che dipendono direttamente da federazioni regionali. Le sezioni fanno capo ad una scuola o ad una parrocchia. Tutte insieme costituiscono il Movimento nazionale diretto dal Consiglio nazionale.

I periodici pubblicati dall'organizzazione sono: Le blé qui lève (per gli studenti medi); Messages (per gli iscritti al Movimento); Directives (per i dirigenti); Letives aux aundaires. Il distintivo è uno scudetto con la scritta J. E. C. ed una spiga che si attorciglia alla Croce posta nel centro. Parallelo a questo movimento ne esiste uno analogo per le studentesse.

BibL.: v. Jeunesse ouvrière, CHRÉTIENNE. [Ernesto Talentino
JEUNESSE INDÉPENDANTE CHRÉTIENNE (J.I.C.). - Sorta nei paesi di lingua francese nel 1925, si indirizza a tutti i giovani facenti parte del ceto medio, della borghesia e dell'aristocrazia, del commercio, dell'industria, delle professioni liberali, cui spetta il compito di contribuire con tutte le loro prerogative e possibilità di azione alla creazione di una società armonizzata. Essa si articola in sezioni parrocchiali e interparrocchiali, organi federali o diocesani che fanno capo ad un comitato nazionale, composto di 15 membri.

La J. I. C. vuole dare ai suoi iscritti una formazione religiosa e morale, sociale e civile, professionale e politica, mediante l'attuazione e lo studio di un programma generale del Movimento. A questo fine istituisce commissioni di impiegati e funzionari che si occupano delle questioni concernenti questa categoria, oltre commissioni che si occupano dei militari, e ha una scuola di formazione per i propri dirigenti. La J. I. C. si impegna anche ad intervenire affinché i mezzi di svago, offerti dalla società alla gioventù, i ritrovi mondani, ecc., non abbiano a costituire un serio pericolo per la morale, ma siano sempre cristiani.

La pubblicazione dell'organizzazione è il Bulletin, per i dirigenti. Il distintivo è uno scudetto con la scritta J. I. C. ed una spiga che si attorciglia ad una Croce posta nel centro. Parallelo a questo movimento ne esiste uno analogo femminile.

BibL.: v. Jeunesse ouvrière CHRÉTIENNE. Ernesto Talentino JEUNESSE MARINAIRE CHRÉTIENNE (J.M.C.). - Raccoglie sotto di sé, nei paesi di lingua francese, l'elemento giovanile marinaro. E questo per due principali motivi : l'instabilità dei giovani marinai costretti a spostarsi di sede in sede, viaggiando per molti mesi dell'anno; e le giuste rivendicazioni che essi hanno o possono avere da presentare alla società. E stata fondata nel 1929.

La J. M. C. vuole istituire in ogni base di marittimi dei ritrovi per questi giovani con gruppi di amici ed un cappellano che li accolgano; formare di tutti i giovani marittimi un forte blocco, riuniti in un Movimento nazionale, capace di far sentire la sua voce allo Stato. Inoltre è desiderio della J. M. C. di porre su di un fronte
unico, al fine anche di evitare divergenze esistenti tra di loro, i marittimi, sia del commercio e della pesca, sia quelli in servizio per lo Stato, pur riservandosi di promuovere congressi specializzati per le tre categorie.

I gruppi o circoli esistenti nelle varie città fanno capo ad un segretario generale.

Il Movimento pubblica il mensile Jeunesse marinaire. BibL.: v. Jeunesse ouvrière CHRÉTIENNE. Ernesto Talentino

JEUNESSE OUVRIERE CHRÉTIENNE (J. O.C.). - La J.O.C., fondata nei paesi di lingua francese nel 1925, è un movimento di giovani lavoratori, organizzato "tra loro, da loro, per loro" e riconosciuto dalla Cerarchia.

La J.O.C. applica un suo metodo educativo legato alla vita, al sesso, all'età dei suoi organizzati, che si traduce: a) in una scuola di formazione; b) in una serie di servizi per i giovani lavoratori; c) in un'azione di rappresentanza delle loro esigenze.

E suddivisa nel ramo maschile e nel ramo femminile, e comprende i giovani e le giovani dai 14 ai 25 anni. In gruppi particolari sono educati i giovani da 14 ai 17 anni (jeune-j.o.c.). Anche gli adolescenti prima dei 14 anni sono reclutati e organizzati nella pre-j. o. c. L'organizzazione si effettua attraverso il segretario nazionale, le federazioni regionali e le sezioni locali. L'azione apostolica di conquista e di risanamento dei vari ambienti (officina; quartiere, ecc.) viene effettuata attraverso le "équipes" composte da gruppi di giovani, guidati da uno o più "militanti». I servizi più diffusi e caratteristici sono quelli di assistenza ai soldati e ai malati e quello ricreativo. Caratteristica dell'azione educativa è l'«inchiesa» che parte dall'osservazione diretta della vita e conduce all'azione per la soluzione dei vari problemi.

Il distintivo è uno scudetto con la scritta J. O. C. e una croce araldica rossa con le braccia arvalite da una spiga d'oro.

La J.O.C. francese pubblica Masses ouvrières che è la rivista mensile fondamentale del Movimento. Inoltre vengono edite le seguenti altre pubblicazioni: 1) per tutti gli iscritti: Jeunesse ouvrière (per i giovani), Sillage (per i giovani); 2) per i dirigenti federali: Lettre aux dirigents fédéraux (per i giovani), Fédérales (per le giovani); 3) per i dirigenti dei gruppi di 14-17 anni: Lettre aux responsables (per i giovani), Responsables (per le giovani); 4) per i militanti e le militanti : L'Equipe ouvrière, Militantes, Militantes malades, Jeune meneur, Entraîneuse, Chef de bandes (per i ragazzi), Vers la vie ouvrière (per le ragazze); 5) per i servizi ricreativi; Après le travail (per i giovani), Dans la course (per le giovani).

Parallelo e analogo a questo movimento ne esiste uno di carattere femminile.

BibL.: P. Dabin, L' Action catholique, Parigi 1933; L. Picard, Action catholique, in Dsoc. I, coll. 40-57; E. Guerry, L' Action catholique, Parigi 1936; anon., J. O. C., in: «. a.: anon., La J. O. C. Son but, son programme, ses méthodes, Lovanio s. a.; Monseils des mouvements des jeunes. Bruxelles s. a.; Vivante Action catholique, Numéro spécial de "Jeunesse nouvelle", Bruges 1948; A. C. J. B. F., Secrétariat général, Rapport d'activité 1940, Bruxelles 1949; G. Castelsin, La Yoc en marche, in Revue diocésaine de Tournai, 4 (1949), pp. 123-29; L. Bortier, Comment lancer une section jociste?, ibid., pp. 159-68; M. Levallois, Vingticing ans de jocisme, ibid., 5 (1950), pp. 308-17.

Ernesto Talentino
JEVONS, Frank Byron. - Filologo specialmente di letteratura classica, cultore di filosofia e storia comparata delle religioni e pedagogista inglese, n. il 9 sett. 1858 e m. il 29 febbr. 1936.

Alunno del famoso Collegio Wadham di Oxford, insegnò poi all'Università di Durham filologia classica dal 1882 al 1910 e filosofia dal 1910 al 1930. Ebbe anche, per un certo tempo, la cura degli studenti liberi, cioè non ascritti ad alcun collegio, dell'Università stessa di Durham e dal 1896 al 1923 fu rettore del Collegio vescovile di Hatfield : contemporaneamente vice-cancelliere (1910-11) e pro-vice-cancelliere ( 191 in poi).

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Le sue prime pubblicazioni si occupano di problemi classici storico-letterari, ma in un senso più ampio, estendendosi fino alla fase preistorico-ariana: The development of the Athenian democracy.... A history of Greek literature (3a ed. 1909); The prehistoric antiquities of the oryan peoples (1890); Plutarch's Roman questions (1892); A manual of Greek antiquities (1895).

Le pubblicazioni relative ai problemi religiosi e filosofici sono più o meno tutte curate sotto l'aspetto etnografico, ma trattano il problema religioso da un punto di vista esclusivamente fenomenologico. Le religioni sono nient'altro che lo sviluppo organico dell'animismo e totemismo, fase originaria e primitiva che si evolve fino al monoteismo (v.), forma perfetta e definitiva. Questa evoluzione fu interrotta da tre forti personalità : Gesù Cristo, Maometto, Buddha, che hanno creato religioni separate, individuali, fuori dell'evoluzione naturale e spontanea (cf. As introduction to the history of religion, 1896 [3a ed. 1921]; Evolution, 1900; Evolution in religion, 1906; Study of comparative religion, 1913; Comparative religion, 1913; Personality, 1913; Philosophy: what is it?, 1914; Polytheism, 1916). L'autore non è ignoto in Italia: una sua breve opera è stata tradotta da U. Pestalozza (L'idea di Dio nelle religioni primitive, Milano 1914); e la