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quisito possesso del latino classico, nel quale compose le sue opere; parecchie tragedie, recitate dagli alunni; edi-

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zioni di classici latini commentati per le scuole; le Satire di Giovenale e di Persio, le Commedic di Terenzio, le Odi e l'Arte poetica di Orazio, gli Epigrammi di Marziale, le Metamorfosi di Ovidio, il De officiis, Cato maior e Loelius di Cicerone; versioni latine di varie opere francesi; erazioni, panegirici. Numerose edizioni ebbe il Nocus apparatus Graeco-Latinus cum interpretatione Gallica (Parigi 1681). La sua Histarize Societatis Iesu Pars V dal 1561 al 1616 (Roma 1710), fu nel 1715 proibita dal Parlamento di Parigi per alcuni giudizi contrari all'assolutismo adottato dai Borboni, e nel 1722 messa all'Indice (decr. 25 luglio) per alcuni passi sui riti cinesi contrari al decreto papale De ritibus sinnesibus, -quibus deletis, liber permittitur n. La Pars VI, fino al 1645 , è rimasta inedita, e fu ripresa da G. C. Cordara, che se ne servì per il periodo 1617-32.

In pedagogia ha particolare rilievo il suo De ratione discendi et docendi (Parigi 1691; poi, dopo accurato esame, Firenze 1703), quale testo ufficiale per tutti i professori gesuiti. Opera di esperto, che vi prodiga i tesori del suo studio e del suo vivo entusiasmo per la scuola.

Bim.: Summervogel, IV, coll. 830-59; IX, coll. 518-20; V. Abo, Un professur d'autrefait. Le p. de 7., in Etudes, 27 (1872), pp. 745-61, 894-912; I'. H. Reusch, Der Juden der verbotenen Bücher, II, Bonn 1885, p. 772 sgg.; R. Schwickersch, Lern- und Lehrmethode von 7. Jusencen, Friburgo in Br. 1898.

Celestino Testore
JOUVENET, Jean-Baptiste, detto le Grand. Il più noto rappresentante di una famiglia d'artisti, n. a Rouen nel 1644, m. a Parigi nel 1717. Trasferitosi a Parigi nel 1661, frequentò l'Accademia reale di belle arti come allievo del pittore Le Brun, con cui, nel 1673, collaborò a Versailles in alcune decorazioni. Nel 1676 ottenne la cattedra di pittura all'Accademia, di cui divenne rettore nel 1707.

Colpito da grave paralisi, non cessò di dipingere, ed esegui con la sola mano sinistra, nel 1713, le grandi tele del Magnificat per il Coro della cattedrale di Notre-Dame. J. è considerato tra i più grandi pittori francesi della fine del sec. xvir, ed è certo il più felice e fantasioso compositore di soggetti sacri. Per la sua tendenza italianeggiante, derivatagli dalla scuola del maestro e dallo studio scrupoloso delle opere di Poussin, fu chiamato il Carrecci di Francia, ma ben presto sentì l'influenza del Rubens, come nella Crucifixione del 1697, ora al Louvre, e si mostrò pittore dotato di un gusto personale, specialmente nelle opere più tarde, in cui rivela una notevolissima attenzione per la natura, quasi sempre studiata dal vero.

Bim.: H. Vollmer, s. v. in Thieme-Becher, XIX, pp. 203207; P. Lavedan, Histoire de l'art, Parigi 1946, p. 465. Eugenio Battisti

JOVELLANOS, Gaspar Melchior de. - Statista, letterato, economista, n. a Gijón (Spagna) il 5 febbr. 1744, m. a Puerto de Vega il 27 nov. 1811.

Ad Alcalá e Avila compì gli studi giuridici, filosofici e letterari. «Alcalde de crimen» a Siviglia, compose la tragedia in versi Pelayo (1772) e la commedia lacrimosa El delincuente bourado (1774). Divenuto nel 1778 «alcalde de casa y corte» a Madrid, si dedicò all'economia seguendo un indirizzo liberistico moderato (Informe sobre el libre ejercicio de las artes, 1785). Coinvolto nella caduta del suo amico finanziero Cabarrus fu confinato a Gijón, ove fondò l'Istituto asturiano per le scienze allo scopo di far progredire l'agricoltura spagnola (Informe acerca de la ley agraria, 1795). Insieme al Cabarrus tornò a Madrid nominato ministro della Giustizia (1797), ma poco dopo fu relegato a Majorca ( 1801 ) a causa del suo Informe del Tribunal de la Inquisición; qui scrisse di storia e arte fino a quando fu liberato dall'occupazione francese (1808). Non volle accettare cariche dagli invasori e dovette ritirarsi a Puerto de Vega. Oltre le opere, sono stati pubblicati il suo carteggio con Lord Vossal Holland sulla guerra d'indipendenza e un diario intimo. L'Informe de la sociedad económica de Madrid fu messo all'Indice come fautore del giurisdizionalismo ecclesiastico e della tassa contro l'alto clero.

Bim.: E. Gonzales-Blanco, 7., su vida y su obra, Madrid 1911; J. Juderias, Don G. M. de 7., su vida, su tiempo, sus obras, in influencia social, ivi 1913; M. Casella, s. v. in Enc. Ital., XIX, p. 466; G. Casati, s. v. in L'Indice dei libri proibiti, Milano 1939, p. 191. Augusto Moreschini

JOYCE, JAMES. - Narratore irlandese, n. a Dublino il 2 febbr. 1882, m. a Zurigo il 13 genn. 1941. Venne educato in istituti cattolici e, dopo aver inizialmente anche pensato di entrare fra i Gesuiti, rinunciò alla fede, nella quale era stato educato. Dai vent'anni in poi visse sempre nel continente: a Parigi, a Trieste, ove conobbe e apprezzò Italo Svevo; insegnò, per vari anni l'inglese a Zurigo.

Ma la scena dei suoi racconti e dei suoi romanzi è sempre Dublino, poiché non staceo mai la memoria né l'immaginazione dagli anni dell'adolescenza. Iniziò con un pregevole volumetto di versi melodiosi: Chamber music (1907). Affrontò la tecnica introspettiva già nei racconti di Dubliners (1914), sviluppandola in A portrait of the artist as a young man (1916), in cui la sottile analisi delle esperienze estetiche religiose di un giovanetto echeggia quelle di J. collegiale cattolico, e portandola a forme estreme in Ulysses, censurato a Londra per immoralità e pubblicato a Parigi nal 1922, e addirittura parossistiche nella sua ultima opera: Finnegans Wake (1939) ove l'autore si serve di un impasto linguistico di sua creazione, sciolto da ogni nesso logico e in parte indecifrabile. In Ulysses, che è considerato il suo capolavoro, tenta di rendere, riverberandole attraverso un linguaggio prismatico polivalente e necessariamente prolisso, le fluide percezioni dei personaggi nel corso di ventiquatre'ore spese in situazioni e in ambienti per lo più deprimenti o sevdidi. E un'epoca alla rovescia, priva di giustificazione e di soluzione etica, un'odissea di avventure solipsistiche nei mari inesplorati del subcosciente, le cui fasi vengono bizzarramente contrapposte agli episodi del poema omerico (donde il titolo del romanzo) e rapportate, sulla falsariga di una complessa simbologia, frutto anche di una erudizione personalissima ed eterogenea, ai vari organi del corpo e alle loro funzioni. J. è considerato il rappresentante massimo della moderna narrativa analitica europea.

Bim.: Non esiste ancora in Italia una traduzione di Ulysses, che in Francia fu tradotto a cura di V. Larbaud. Studi : H. Levin, 7. 7.: a critical introduction, Londra 1941; I. Campbell e H. M. Robinson, A sheletou hey to Finnegans Wake, Nuova York 1944. Augusto Guidi

JOYEUSE, François-Henri. - Cardinale francese, n. il 24 giugno 1562 , m. il 27 ag. 1613 ad Avignone. Eletto nel 1581 arcivescovo di Narbona ed il 13 dic. 1583 cardinale da Gregorio XIII, su domanda di Enrico III, sostenne alla corte di Roma la politica del suo re contro i maneggi dell'ambasciatore spagnolo. Arcivescovo di Tolosa (1588), fu nominato membro della Concioriale e della Tipografia dello Stato Pontificio, di nuova creazione.

Pur essendo stato contrario ad Enrico IV, dopo la di lui abiura ed assoluzione, ne fu con Ossat d'Arnaud il rappresentante a Roma e uno dei commissari che dichiararono la nullità del matrimonio del re con Margherita di Valois. Cardinale protettore dei Cappuccini dal 1602, ne favorì lo sviluppo specialmente nella sua arcidiocesi. Divenuto arcivescovo di Rouen (1604), vi istitul il Seminario, prese vari provvedimenti riformatori come già aveva fatto a Tolosa e presidente l'Assemblea generale del clero (1605). Nel 1603 partecipò al Conclave, in cui fu capo del partito francese ed ebbe influenza decisiva per l'elezione del card. Alessandro de' Medici a sommo pontefice (Leone XI). Mediatore nel 1607 nell'aspra contesa in corso tra S. Sede e Repubblica Veneta, agl con grande destrezza e riuscl ad ottenere un compromesso tra le due parti e la revoca dell'interdetto su Venezia. Da Enrico IV fu designato membro del consiglio di reggenza e presiedette gli Stati Generali del 1614.

Bim.: C. Aubery, Histoire du card. de 7., Parigi 1654; Pastor. IX-XII, v. indice; P. de la Vaissière, Les messieurs de 7., Parigi 1926.

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![img-3.jpeg](img-3.jpeg)

Jugoslavia - 1) Confini di Stato; 2) ferrovie. Parte del territorio delle diocesi di Gorizia e Trieste-Capodistria sta ora, con il Trattato di Pace del ro febbr. 1947, sotto la J.

JUANA INÉS de la Cruz. - Poetessa, n. a San Miguel de Nepantla il iz nov. 1651, m. a Messico il 17 apr. 1695 . E la maggiore poetessa di lingua spagnola nell'età barocca. In gioventù si segnalò negli studi filosofici e teologici; fu dama d'onore della viceregina marchesa di Manchera.

Entrata in seguito nell'Ordine di, s. Girolamo, svolse una grande attività letteraria, principalmente (tranne alcune opere drammatiche, come Amor es mas laberinto; Los empeños de una casa e l'auto sacramentale El divino Narciso) nella poesia, scritta in parte in latino ma sempre nel gusto del gongorismo barocco dell'epoca, benché con particolare profondità di pensiero. Si ricordano specialmente il sonetto A un retrato e le Redondillas en defensa de las mujeres. Tutta la sua opera è pervasa di vivo sentimento religioso. Prodigatasi nell'assistenza delle consorelle colpite da un'epidemia, anch'essa ne fu vittima.

Bibl.: Le opere di suor J. furono edite in 3 voll. a Madrid 1689. 1693. 1700. Una sua bibl. a cura di P. Henríquez Ureña si trova in Rev. hisp., 40 (1917), pp. 161-214; altra Bibl. de sor 7. 7. de la Cr. è dovuta a D. Schons, Messico 1927. Cf. inoltre: M. Menéndez y Pelayo, Antologia de poetas hispanoamericanos, I, Madrid 1911, p. Levi sgg.: K. Vossler, Die - Zehnte Muse von Mexico : Sor 3. 3. de la Cr., Monaco 1934. Giuseppe M. Valverde

JUAN MANUEL, Infante di Castiglia. Scrittore, n. nel castello di Escalona (Toledo) nel 1282, m. verso il 1348 . Nipote di s. Ferdinando III, partecipò a fatti d'arme e alle vicende politiche del tempo, soprattutto durante la minorità di Ferdinando IV e di Alfonso XI, suo pupillo, al quale insidiò il trono, d'intesa con il re di Aragona.

L'irrequietezza della vita non gli impedì una vasta attività letteraria. Nel Libro de Patronio o Conde Lucanor (1335), insigne documento di prosa castigliana che assomma e supera con aristocratica finezza le molteplici correnti narrative del medioevo, il conte Lucanor propone al saggio consigliere Patronio vari quesiti di etica sociale, che questi risolve con so apologhi o racconti di varia natura e fonte (tradizione esopica, Oriente, Bibbia, leggendari medievali) e chiusi da appropriata morale» in rima. Alcuni temi sono stati ripresi da Shakespeare (The Taming of the Shrew), Cervantes (Retablo de las meravillas), Andersen e altri.

Il Libro de los estados (1330), fu composta a 48 anni in una fase di crisi spirituale e di sofferenze fisiche. Vi predominano gli interessi religiosi e, oltre a numerosi spunti autobiografici, vi figura un adattamento cristiano

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della leggenda del Buddha, tramite un testo arabo o latino del romanzo di Barlaam e Joasaf.

Da ricordare, inoltre, il Libro del caballero et del escudero (1326) e, singolare documento della devozione di J. M. alla Vergine, il Tractado en que se prueba por razón que Sancta Maria está en cuerpo y alma en paraíso.

Le sue fattezze fisiche sono state tramandate da un ritratto (il primo, che si conosca, di scrittore spagnolo), opera di Barnaba da Modena, che si conserva nella sottedrale di Murcia. La sua fisionomia morale è caratterizzata da una decisa presenza di contrasti, alternandosi e convivendo in lui intrigo e devozione, irrequietezza e ricerca della solitudine e dello studio, moralità e un certo machiavellismo ante verbum.

Bib.: Opere : edd. moderne del Libro de Patronia: a cura di F. J. Sánchez Cantón (con biografia), Madrid 1920; di E. Juliá (con bibl.), ivi 1933; di A. G. Palencia (parziale), Saraguca 1940. Studi : A. Gimenez Soler, Don 7. M. - Biografia y estudio crítico, ivi 1932; M. Gidbrus, Los testamentos inéditos de don 7. M., Madrid 1932; A. Valbuena Prat, Historia de la literatura española. I. Barcelona 1946, pp. 163-83.

Enzo Navarra
JUAREZ, Benito Pablo. - Uomo politico messicano, n. il 21 marzo 1806 a S. Pueblo Guelatao (Oajaca), m. il 18 luglio 1872 a Città del Messico. Esercitò dapprima l'avvocatura, per dedicarsi poi alla politica. Di idee radicali e liberali, fu governatore dello Stato di Oajaca. Nel 1827 divenne vicepresidente e ministro degli Interni. L'anno seguente successe a Comonfort nella presidenza, ma i conservatori si opposero a questa nomina e scatenarono una guerra civile, conclusasi nel genn. 186I con l'entrata di J. a Città del Messico.

Eletto presidente nel marzo dello stesso anno, iniziò una politica tendente ad esautorate il partito conservatore e la Chiesa cattolica, che lo appoggiava. Confiscò i beni ecclesiastici, aboli i privilegi del clero, soppresse i conventi, bandì il nunzio, i vescovi e chiunque, durante la guerra civile, aveva sostenuto i suoi avversari. La stessa intransigenza adottò nelle relazioni con gli altri Stati, decretando l'annullamento di ogni trattato, e, date le difficoltà finanziarie in cui si dibatteva il paese, sospese per due anni il pagamento di ogni debito verso l'estero. Tali misure determinarono l'intervento militare francese : un corpo di spedizione sbarcò nel 1862 nel paese, J. fu costretto a ritirarsi verso la frontiera con gli Stati Uniti e l'arciduca Massimiliano, fratello dell'imperatore Francesco Giuseppe, divenne imperatore del Messico. Gli Stati Uniti, dilaniati dalla guerra di Secessione, non furono in grado di concedere nel frattempo nessun aiuto a J., ma terminata la lotta fratricida gli concessero ogni appoggio. J. ritornò alla riscossa, fece prigioniero Massimiliano e ordinò che fosse fucilato a Queretaro ( 19 giugno 1867). Ricletto presidente nello stesso anno, J. si ripresentò anche alle elezioni del 1871 ed ancora una volta gli fu conferita la massima dignità, ma alcuni mesi dopo morì d'un colpo apoplettico.

Bib.: J. Sierra, 7., in obra y su tiempo, Messico 1902-1906; H. Perez Martínez, 7., ivi 1933; J. Schmidlin, Papalgeschichte der neuesten Zeit. II, Monaco 1934, pp. 131-34; H. Bamford Parkes, Histoire du Mésique, trad. francese, Parigi 1939, passim. Silvio Parleni

JUBÉ : v. lectorium.
JUGOSLAVIA. - Stato dell'Europa meridionale comprendente le parti centrale e nord-occidentale della regione balcanica, con l'aggiunta di più o meno estesi lembi delle finitime zone, alpina, subalpina e pannonica.

Sommario: I. Geografia. - II. Storia. - III. Condizioni giuridiche della Chiesa. - IV. Organizzazione ecclesiastica. V. Liturgia. - VI. Letteratura. - VII. Arte. - VIII. Ordinamento scolastico.
I. Geografia. - La Federativna Narodna Republika Jugoslavija (F. N. R. J.) risulta costituita da 6 Repubbliche, delle quali la Serbia racchiude due province autonome: Voivodina e Kosovo-Metohija. La statistica ufficiale del 15 marzo 1948 è la seguente :
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(da Art médiéval Yaugesiave [Parigi 1858])
JUGOSLAVIA - Re creato, scultura del sec. XI, conservata nel battistero di S. Giovanni - Spalato.

| Repubbliche Federate |  | Papalazione |  | Capoluogo (e relativa popolazione in rooo ab.). |
| :--: | :--: | :--: | :--: | :--: |
|  |  |  |  |  |
| Regioni autonome |  |  |  |  |
| Serbia | 55903 | 4134 | 74 | Belgrado (388) |
| Voivodina | 22302 | 1662 | 74 | Novi Sad (77) |
| Kosovo-Metohija | 10561 | 727 | 69 | Priština (20) |
| Croazia | 56485 | 3749 | 66 | Zagabria (290) |
| Slovenia | 20445 | 1389 | 68 | Lubiana (121) |
| Bosnia-Erzegovina | 51348 | 2562 | 49 | Sarajevo (118) |
| Macedonia | 36790 | 1152 | 32 | Skoplje (91) |
| Montenegro | 13967 | 377 | 27 | Titovgrad (12) |
| F. N. R. J. | 267801 | 15752 | 61 |  |

La J. comprende territori molto diversi per caratteri fisici, climatici, fitogeografici, ecc. e per valore economico : con gli aspri massicci calcarei (carsici) della Croazia, della Bosnia e dell'Erzegovina contrastano le feraci pianure lungo il Danubio ed i suoi affucnti, cosi come le boscose estreme propaggini alpine nulla hanno in comune con i bacini del Vardar e della Morava dove piccole conche si alternano con anguste gole; un posto a sé occupa poi nel paese il litorale adriatico, frangiato di isole, ricco di porti, ma segregato dall'interno per mezzo dell'elevata muraglia delle Alpi Dinariche. Più dei 4 / 5 del paese sono occupati da monti e colli, ove il popolamento rimane piuttosto rado; il resto da fondi vallivi e da bassopiani, in prevalenza nei settori settentrionale e nordorientale. Oltre 3 / 4 del territorio scola al Danubio; carattere continentale messo in evidenza anche dal clima che presenta in complesso forti escursioni termiche, gli inverni tanto più rigidi, le estati tanto più calde e le precipitazioni tanto meno copiose man mano ci si avvicina al bacino pannonico. Anche in questo caso la fascia costiera e l'Tetria fanno spicco sul resto della J. per il loro carattere più o meno francamente mediterraneo.

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La popolazione, secondo la statistica ufficiale ( 15,8 mi lioni di ab.) è assai poco omogenea: oltre i 4 gruppi slavi fondamentali, Serbi ( 41,5 \% ), Croati ( 24 \% ), Sloveni ( 9 \% ), Macedoni ( 5,1 \%, etnicamente Bulgari), la statistica riporta ancora due gruppi slavi, gli ortodossi Montenegrini ( 2,7 \% ) e i musulmani della Bosnia-Erzegovina ( 5,1 \% ), dei quali i primi sono etnicamente serbi, i secondi croati. Le minoranze ( 12,6 \% ) sono le seguenti : Albanesi ( 4 \% ), Ungheresi ( 3,1 \% ), Valacchi (in Serbia: 0,7 \% ), Turchi ( 0,6 \% ), Italiani ( 0,5 \% ), Slovacchi ( 0,5 \% ), Zingari ( 0,5 \% ), Romeni (in Voiv., 0,4 \% ), Bulgari ( 0,4 \% ), Tedeschi ( 0,4 \% ), Cèchi ( 0,2 \% ), Uccaini ( 0,2 \% ), Russi ( 0,1 \% ), Ebrei ( 0,04 \% ), Polacchi ( 0,03 \% ), ecc. La proporzione degli allegeni è diminuita dopo il 1945 specie a causa dell'espulsione in massa dei Tedeschi, ma è aumentata per quanto concerne gli Italiani con l'annessione alla J. dell'Eriria. Delle attià, solo 5 oltrepassano i 100 mila ab. (oltre quelle elencate nella tabella, Subotica, che ne ha 113 mila) e appena altre 7 i 50 mila ab.

Poco meno di 1 / 3 della J. è rivestito di foreste (Carniola, Stiria, Slavonia, Dinariche, Bosnia), convertito presso a poco nella stessa misura in arativo ( 30,8 \% ) e per ca. 1 / 4 coperto di prati naturali e di pascoli. Agricoltura, allevamento e silvicoltura sono le occupazioni prevalenti della popolazione. La prima dà cereali (più granturco che grano), patate, frutta (prugne e mele), vino (Dalmazia) e prodotti destinati all'industria (tabacco, barbabietola, canapa, luppolo, ecc.), e non meno vario è il secondo, in cui prevalgono ovini ( 6,4 milioni di capi), suini ( 2,8 ) e bovini ( 2,5 ). Le foreste ( 7,8 milioni di ha.) rappresentano un'altra cospicua fonte di reddito, alimentando tutta una serie di industrie fiorenti (segherie, cartiere, mobilifici, distillerie, ecc.). Tra le risorse minerarie primeggiano il carbon fossile, il ferro (Bosnia) e il rame (Serbia), ma non mancano il petrolio (Croazia e Montenegro), né il piombo, lo zinco, le bauxiti, il manganese ecc. Cospicuo anche il potenziale idroelettrico. L'industria, ancora sproporzionata alla potenzialità del paese, ha compiuto notevoli progressi, specie nel campo metallurgico-meccanico; i rami più attivi sono quelli che lavorano i prodotti alimentari. Anche le comunicazioni ( 1,2 mila km. di ferrovie) attendono un impulso decisivo, che metta in valore l'ottima posizione del paese all'incrocio delle grandi vie N.-S. (Pannonia-MoravaEgeo) ed O.-E. (Sava-Danubio).

Bibl.: O. Randi, La 7., Napoli 1922; F. Musoni, La 7., Firenze 1923; C. Hassenstein, Das Königreich Südtiavien, Erlangen 1934; N. Pascazio, Chi sono questi Togoslavi, Roma 1935; H. Koesten, Yugoslavia: land of promise, Londra 1938; U. Curata, 7. d'oggi, Milano 1939; R. D. Hogg, Yugoslavia, Londra 1944; J. Morris, Y'ougoslavia, ivi 1948. Giuseppe Caraci
II. Storia. - Alla caduta dell'Impero austroungarico il Sabor (la Dieta croata) sciolse con l'atto del 29 ott. 1918 i rapporti storici ed i legami giuridici che fino allora univano la Croazia, Slavonia e Dalmazia all'Austria e all'Ungheria proclamando sul rispettivo territorio lo Stato degli Sloveni, Croati e Serbi. Un gruppo di politici, il Narodno Vijeće, valendosi di una delega del Sabor non del tutto costituzionale e parlamentare, attuò l'unione del nuovo Stato con la Serbia e con il Montenegro ( 1° dic. 1918) sotto la dinastia dei Karagiorgiević.

La nuova formazione, denominata Regno dei Serbi, Croati e Sloveni (S H S), fu poi internazionalmente riconosciuta dal Trattato di Versailles, nonostante la protesta inviata dal popolo croato alla Conferenza della pace. La elaborazione e promulgazione della Costituzione del Vidovdan ( 28 giugno 1921) non riusci a conciliare l'iniziale contrasto serbo-croato, che andò invece acuendosi. Accanto alle rivendicazioni dei Macedoni e dei Montenegrini, i Croati, vedendo violati gli impegni solennemente
presi dai Serbi (dichiarazione di Corfù del 20 luglio 1917), si sentirono delusi nelle loro secolari aspirazioni religiose e nazionali e continuarono a respingere l'idea di convivenza statale con i Serbi. Gli Sloveni, al contrario, furono meno ostili alla collaborazione con i Serbi. Il capo croato Stjepan Radić cercò di portare la questione sul suo vero terreno, cioè davanti alla Società delle nazioni. L'incomprensione degli ambienti internazionali lo spinse nel 1925 al tentativo di collaborazione con Belgrado. Il 20 giugno 1928 un deputato serbo abbatté a rivoltellate due deputati croati nel Parlamento e feti Radić, il quale in seguito morì ( 8 ag.). Seguì l'abrogazione della Costituzione, il nome dello Stato fu modificato in J., il 12 Alessandro instaurò il regime dittatoriale (1929). Ucciso il Re a Marsiglia ( 9 ott. 1934), la reggenza fu assunta dal principe Paolo. Nel marzo 1941, in seguito al colpo di Stato del generale Simancé, indirizzato contro il Patto tripartito, venne proclamato re il principe ereditario Pietro. Nell'apr. 1941 il crollo dell'esercito jugoslavo dinanzi alle armate dell'Asse e l'insurrezione dei Croati condussero alla disgregazione politica e giuridica della J. L'artificioso organismo si disciolse nei suoi elementi costitutivi. I Croati ripristinarono lo Stato indipendente di Croazia. Dopo la seconda guerra mondiale il capo del partito comunista jugoslavo, J. Broz Tito, proclamò il 29 nov. 1945 la Repubblica federale popolare jugoslava (F. N. R. J.). Le correnti ostili al comunismo furono in parte soppresse nel corso della lotta partigiana, in parte ridotte al silenzio dopo la fine della guerra. Nel corso del 1948 il regime comunista jugoslavo è entrato in aspro conflitto con il Kominform e con il governo dell'U.R.S.S., che ha esercitato una forte pressione sulla J. per ridurla all'abbedienza. L'urto tra l'U.R.S.S. e la J. ha spinto quest'ultimo ad avvicinarsi sul piano della politica estera alle potenze occidentali, pur non deflettendo sul piano della politica interna dalle linee fondamentali di tutti i regimi comunisti dell'Europa orientale.

Per la storia anteriore al 1918, v. croazia; macedonia; montenegrO; sERbia; sLovenia.

Bibl.: F. Silić, Dobumenti o postanku Kraljevine Srba Hrvata i Slovenaca, Zagabria 1920; R. W. Seton-Watson, The Southern Slav question, Londra 1911; L. v. Südland, Die südslavische Frage, Vienna 1918; E. Haumont, La formation de la Yougoslavie, Parigi 1930; V. Corović, Istorija Yugoslavije, Belgrado 1933; J. Horvat, Politika povijes Hrvatske, I-II, Zagabria 1938; H. Seton-Watson, Eastern Europe between the wars 1918-41, Cambridge 1945; J. Vane, The jugoslav crisis 1918-45, Nuova York 1945; R. J. Kerner e altri, Y'ougoslavia, Berkeley 1949.

Stefano Sakać
III. Condizioni giuridiche della Chiesa. - Con la fondazione del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni (1918), si impose il problema dei cattolici i quali
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(per carteaia del p. S. Sabae S. J.)
JUGOSLAVIA - Santuario croato di Maria Bistrica.

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![img-6.jpeg](img-6.jpeg)

Jugoslavia - Iscrizions di Baška in Croazia (ca. 1100) - Zagabria, Accademia di scienze ed arlo.
costituivano quasi il quaranta per cento dell'intera popolazione. Furono avviate, già nel 1922, trattative con la S. Sede, onde giungerc alla conclusione di un Concordato, che fu firmato solo il 25 luglio 1935 da parte dell'allora cardinale segretario di Stato Pacelli e del ministro jugoslavo della Giustizia e dei culti Auer. Dinanzi all'opposizione della sedicente Chiesa ortodossa il governo jugoslavo non procedette però alla ratifica del Concordato stesso. La condizione giuridica della Chiesa nella Repubblica federativa jugoslava è delincata nell'art. 25 della Costituzione, in vigore dal 1946, che dice : "La libertà di coscienza e la libertà religiosa sono garantite ai cittadini". La Chiesa (non s'intende soltanto la cattolica) è separata dallo Stato. Le comunità religiose, il cui insegnamento non si oppone alla Costituzione, sono libere di esercitare le loro funzioni religiose e di celebrare il loro culto. Le scuole religiose destinate alla formazione dei sacerdoti sono autorizzate, ma restano sotto il controllo generale dello Stato. Ogni abuso della Chiesa e della religione per fini politici, ogni organizzazione politica a base religiosa è interdetta. Lo Stato può aiutare materialmente le comunità religiose.

In realtà, il principio della libertà religiosa, affermato nell'articolo, va inteso nel complesso delle altre disposizioni costituzionali, che ad esso in varia maniera contrastano, e soprattutto deve essere interpretato alla luce dei fatti. Questi provano all'evi. denza che il regime di separazione, proclamato nella Carta costituzionale, si è trasformato, fin dagli inizi della nuova Repubblica, in regime di persecuzione.

Continuamente minacciata e violata è la libertà personale degli ecclesiastici e dei religiosi. Clamorosi furono il processo e la condanna ai lavori forzati dell'arcivescovo di Zagabria, mons. A. Stepinac, nell'art. 1946. Ma se egli è la vittima più illustre, non è la sola. E stato pure condannato al carcere il vescovo di Mostar, mons. P. Cule. Il vescovo di Lubiana, mons. Gr. Rožman, e l'arcivescovo di Sarajevo, mons. G. Šarić, esuli dalla patria, non possono raggiungere le loro sedi. L'amministratore apostolico di Banja Luka, mons. Cekada, è stato espulso dal territorio della Bosnia-Erzegovina, nel quale si trova quella sede vescovile. Gli altri vescovi, ridotti ormai a
otto da diciannove che erano, sono sistematicamente impediti nei loro contatti con i fedeli. Nei primi mesi del 1950 il numero dei sacerdoti arrestati superava i 400.

Oltre a ciò le autorità governative s'intromettono nella vita interna della Chiesa, pretendendo, ad esempio, di entrare in merito alla nomina dei vescovi e alla provvista di tutti gli uffici ecclesiastici. In molte diocesi sono stati confiscati i registri parrocchiali, e le autorità si rifiutano di dare certificati di battesimo, di matrimonio, ecc.. anche se servono entro i confini della Repubblica. Sono stati occupati o confiscati gran parte dei seminari maggiori e minori. Il governo ha appoggiato o addirittura ispirato movimenti secessionisti tra il clero, come il Segretariato promotore dei Preti sloveni, aderenti al Frente della liberazione, di cui la S. Sede ha condannato il bollettino ufficiale.

Gravissima è la condizione dell'insegnamento religioso. Nelle scuole statali l'istruzione religiosa è formalmente abolita nelle classi superiori, e praticamente soppressa in quelle inferiori. Tra il 1945 e il 1947 sono state inoltre soppresse tutte le scuole cattoliche elementari e medie. Grave è la condizione della stampa cattolica, le cui tipografie sono state tutte confiscate.

Le associazioni cattoliche non esistono più; esse furono soppresse dagli stessi vescovi, non appena si seppe che l'OZNA (polizia segreta) aveva l'ordine di compilare le liste dei membri delle società cattoliche, il che appariva come un chiaro segno di persecuzione. Parimenti le opere caritative cattoliche, compresa la benemerita Caritas di Zagabria, sono state soppresse. Moltissime suore sono state espulse da ospedali e istituzioni di cura, spesso di loro proprietà.

Già il 20 sett. 1945, in una lettera collettiva ai fedeli, i vescovi lamentavano, tra l'altro, la forzata espropriazione dei possedimenti della Chiesa, senza risarcimento alcuno. L'applicazione della riforma agraria alle proprietà ecclesiastiche negli aa. 1945-46, accompagnata dalla soppressione di ogni congrua governativa o contributo comunale, ha impoverito le parrocchie al punto da rendere difficile il sostentamento dei sacerdoti, ed impossibile la ricostruzione delle chiese danneggiate o distrutte durante la guerra, o anche solo di rifornirle degli arredi sacri saccheggiati o perduti. Seminari, in quanto non soppressi, e mense vescovili sono state ridotti alla più dura indigenza. Enormi tasse sono imposte talore agli edifici ed alle proprietà ecclesiastiche, cosi da renderne impossibile il pagamento; donde il pretesto per scacciare sacerdoti e religiosi e confiscare i pochi beni rimasti. La confisca di cose religiose è continuata senza soare nel corso di questi anni.

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(da Hrvatska Enciklopedija, II, Zagabria 1891, tav. I. t.) Jugoslavia - Altare barocco-croato (sec. xvir) - Belec (Croazia).

Per quanto riguarda la stessa libertà di culto, va ricordato che molte chiese sono state chiuse o trasformate in case del popolo. In Erzegovina gli abitanti cattolici sono stati violentemente deportati dai loro villaggi, dove le chiese furono distrutte, per essere trasferiti in regioni abitate dagli eterodossi, in cui non esiste alcuna chiesa e senza che fosse consentito ai sacerdoti di seguire i propri fedeli. Inoltre, per l'uccisione, l'incarcerazione e l'esilio di molti sacerdoti, l'esercizio del culto è diventato impossibile in un grande numero di chiese, specialmente in Croazia.

Non sfugge alla pressione antireligiosa il sacramento del Matrimonio. Nella Repubblica federativa jugoslava è obbligatorio il matrimonio civile, e solo dopo di esso è lecito compiere il rito religioso. Non è raro che i contraenti, dopo il matrimonio civile, siano spinti a non compiere quello religioso sotto l'insinuazione e l'aperta minaccia che il regime non potrebbe avere fiducia in chi insistesse a volere la cerimonia sacra. Anche gli altri Sacramenti, Battesimo e Cresima, e l'assistenza ai malati sono oggetto di questa campagna intimidatoria.

La Repubblica federativa jugoslava è l'unica, tra le nazioni dell'Europa orientale sotto il regime comunista, che mantenga relazioni diplomatiche con la S. Sede.

Biel.: Sul Concordato del 1932, cf. A. Giannini, Un concordato mancato, in L'Europa Orientale, 22 (1942), pp. 245-87, che dà anche la trad. it. del testo serbo pubblicato in occasione della ratifica richiesta al Parlamento. Sulle condizioni religione presenti cf.: Un anno di persecuzione religiosa, in Civ. Catt., 1930, 1, pp. 381-82.

Pietro Palazzini
IV. Organizzazione ecclesiastica. - L'organizzazione ecclesiastica della J. comprende 21 diocesi, delle quali si dà qui l'elenco secondo l'Annuario pontificio del 1951 :

1. Immediatamente soggette. - Arcidiocesi : Antivari, Bar; Belgrado, Beograd; Zara. Diocesi : Cattaro, Kotor; Fiume; Lavant, Maribor, Marburg; Lesina, Hvar; Lubiana, Ljubljana, Laibach; Ragusa,

Dubrovnik; Scopia, Skoplje, Üsküb; Sebenico, Šibenik; Spalato, Splits; Macarsca, Makarska; Veglia, Krk.
2. Metropolitane. - a) Vrhbosna, Sarajevo, con le suffragance: Banjaluka, Mostar (con unito il titolo di Duvne) e con l'amministrazione delle sedi unite di Marcana e Trebigne; 6) Zagabria, Zagreb, Agram, con le suffragance: Crisio, Križevci, Körös, Kreutz (per i cattolici di rito bizantino), Segna, Senj, Zengg, con l'amministrazione perpetua di Modrussa, Sirmio, Srijem (con il titolo unito di Bosnia, Diakovar, Djakovo).
3. Vescovati. - Parenzo e Pola (sedi unite) è suffraganea di Gorizia e Gradisca in Italia.
4. Amministrazioni apostoliche. - Bačka; Banato jugoslavo.
V. Liturgia. - In J. esistevano e persistono ancora parecchie differenze liturgiche, riguardanti i riti stessi e le lingue sacre. Oltre il rito bizantino-slavo, in uso - con le varianti etniche e liturgiche - presso gli "ortodossi" dissidenti e i greco-cattolici, anche presso i romano-cattolici, specialmente croati, si trovano non poche originalità e varietà liturgiche. La maggioranza dei Croati appartiene al rito romanolatino, ma già dai tempi dei ss. Cirillo (m. nel 869) e Metodio (m. nel 883) prese radici presso di essi anche il rito romano-slavo o glagolitico, estendendosi, attraverso i secoli, con varia fortuna e intensità quasi dappertutto dove vivevano i Croati cattolici.

Nel rito romano-slavo le cerimonie del rito romano si svolgono nella recensione croata della lingua palcoslava ecclesiastica, scritta in lettere glagolitiche (v. glagolitica, scrittura). Adesso { }_{4}ᵖ si pratica questo rito nelle diocesi di Segna e di Veglia (eccetto le Cattedrale), in molte parrocchie delle diocesi di Dalmazia e nella provincia croata del Terz'ordine regolare di S. Francesco. Nel protocollo finale del Concordato con la J. del 25 luglio 1935, la S. Sede confermava l'uso del glagolitico "nell'ampiezza e nelle forme riconosciute dai pontefici Leone XIII e Pio X" e "non si opponeva" a ciò che i vescovi potessero permetterne l'estensione "nelle parrocchie di lingua slava... laddove ciò corrisponda allo unanime desiderio dei fedeli». Il Concordato però non fu ratificato. Pio XI approvò ( 9 marzo 1927) la nuova edizione del Messale romano-slavo in caratteri latini; soltanto nel canone è conservata anche la vecchia scrittura glagolitica. I sacerdoti glagoliti recitano il Breviario romano in latino.

Quanto al rito romano-latino, sono da notare le seguenti particolarità : 1) la diocesi di Zagabria aveva dai suoi inizi (1094) fino al 1800 un suo proprio rito, con interessanti libri liturgici; alcuni resti del rito perdurano qua e là ancora; 2) ab immemorabili in parecchie diocesi croate si cantavano, nelle Messe solenni, l'Epistola ed il Vangelo in croato, ed inoltre era in uso la versione croata del Rituale romano, tradotto da B. Kašić e, nel 1640, pubblicato dalla S. Congregazione di Propaganda Fide. Benedetto XV (17 apr. 1921) permise che questi due usi liturgici venissero estesi a tutte le diocesi croate e slovene. La nuova versione ufficiale croata del Rituale romano apparve a Zagabria (1929) e la slovena a Lubiana (1932).

Bist..: L. Jelić, Fontes historici liturgiae glagolitico-Romanae a XIII ad XIX saec., Veglae 1906; C. Mohlberg, Il Messale glagolitico di Kiesu (sec. IX) e il suo prototipo romano del sec. VI-VII, in Memorie delle Pont. acc. rom. di archeol., II, Roma 1928, pp. 207-320; I. J. Milčetić, Hrvatska glagolska bibliografjia (Storine Jug. Abad. Zn. i Umj., 33), Zagabria 1911; D. Kniewald, Liturgika, ivi 1937; anon., L'origine del Rito romano-slavo e i ss. Cirillo e Metodio, in Ephem. liturg., 65 (1951), pp. 34-38. Stefano Salač

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(da L'art méditual yougoslace, Parigi 1950)
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(da L'art méditual yougoslace, Parigi 1950)
In alto: NECROPOLI BOGOMILA (sec. xili) - Radinslja (Erzegovina).
In basso: STALLI DEL CORO DELLA CATTEDRALE (sec. xili) - Spalato.

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A sinistra: MARIA VERGINE, S. GIOVANNI E LE PIE DONNE. Particolare della Crucifissione. Affresco del sec. xili - Monastero di Sopocani (Serbia). A destra: I SANTI PIETRO E PAOLO. Tavola di arte serba (fine del sec. xili) - Basilica di S. Pietro, Tesoro.

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VI. Letteratura. - 1. La letteratura croata. La civiltà croata fin dalle sue origini ricevette un'impronta cristiana che ha conformato l'intera sua fisionomia nazionale e politico-culturale; perciò anche la letteratura, in quanto parte della sua cultura generale, rispecchia il sentimento religioso, profondamente radicato nell'animo del popolo.

Gl'inizi della letteratura presso i Croati si rivollegano all'attività dei ss. Cirillo e Metodio, i quali nel sec. ix inventarono la scrittura slava (glagolitica) e conferirono dignità letteraria ad un antico dialetto macedone, generalmente detto paleoslavo. L'attività degli apostoli slavi fu continuata presso gli Slavi meridionali dai loro discepoli quando vennero espulsi dalla Moravia. Altri influssi contemporanei, specie per la letteratura antica croata, provengono probabilmente dalla Macedonia attraverso l'attuale Montenegro (il croato V. Jagić, famoso slavista [1838-1923], si è occupato in modo particolare delle questioni cirillo-metodiane e le sue opere sono fondamentali per questi problemi). Il passaggio dal paleoslavo alla lingua nazionale croata cominciò a sentirsi già dal sec. xir; ben presto furono tradotti nella pura lingua popolare vari manuali di preghiere. L'iscrizione di Baška (Baščansha ploča, ca. 1100) è forse il più antico monumento della lingua nazionale croata.

Contemporaneamente a questa attività di traduzioni appaiono i primi versificatori croati anonimi.

E da rilevare che la letteratura croata fino alla rinascita letteraria è scritta in tre dialetti: čakavo, kajkavo e stokavo (i tre dialetti croati sono caratterizzati dal pronome interrogativo "che cosa: ča, knj e što), e che perciò ha un carattere regionale (litorale croato con Istria, Dalmazia, Ragusa, Bosnia, Slavonia, Croazia settentrionale). Al poetare religioso, scritto soprattutto in dialetto čakovo e con caratteri latini, si riallaccia il periodo dalmato-raguseo della letteratura croata e poi quello delle altre regioni. Per il suo sviluppo sono determinanti soprattutto questi tre fattori: l'eredità della letteratura croato-glagolitica, la poesia popolare e gli influssi stranieri, in prevalenza quelli italiani e classici. Una delle figure più interessanti di questo periodo è Marco Marulić di Spolato (1430-1524), filosofo, poeta, teologo, pittore, storico, tipico rappresentante di una autentica universalità cristiana. La sua Giuditta segna la nascita della letteratura artistica croata; è un'opera epica a carattere eroico-religioso, ispirata dalla difesa del mondo cristiano contro i Turchi. Inoltre, sotto il nome di Marcus Marullus, egli scrisse parecchie opere in latino, con le quali uscì dai modesti confini delle sua patria: lo sforzo maggiore del poeta è diretto ad insegnare le virtù cristiane.

Per quanto i poeti del sec. xvr si avvicinino alle gioie delle vite mondana nelle loro composizioni pastorali (P. Zoranić, Le montagne; P. Hektorović, La pesca), nelle poesie (N. Nalješković) e nei drammi (M. Držić, Duodo Meroje; A. Lucić, La schiena), tuttavia essi non solo mitigano la concezione alquanto leggera che hanno della vita con una coscienza patriottica e sociale, ma, superando le proprie delusioni amorose, spiritualizzano alla fine la loro poesia, rivolgendosi alla infinita bontà divina.

Il più notevole scrittore di questo tempo è il benedettino Mavro Vstranović (1482-1576), che nei drammi ecclesiastici, nelle poesie religiose e specialmente nel poema Piligrin si occupa di temi didattico-morali, spiegando allegoricamente le verità cristiane e i misteri della fede.

I soggetti maggiormente trattati nella letteratura croata della restaurazione cattolica erano la vanità della vita terrena e il processo che il peccatore deve superare per ottenere la Grazia perduta. Esempi particolarmente adatti a simili temi erano il figliol prodigo della Bibbia (M. Magdalenić), la Maddalena penitente (S. Djordjić), i salmi penitenziali (S. Budinić), i quattro novissimi (G. Jurjević) e le virtù cristiane in genere (Kavanjin ed altri). Gli
altri poeti di quest'epoca intensificano l'opera nazionalizzatrice della coscienza, della lingua e della letteratura (B. Kašić, gesuita e lo scrittore della prima grammatica croata [1604], J. Mikalja) e predicano le Crociate contro i Turchi (Vl. Menčetić, P. Zrinjski). Ma la restaurazione cattolica, accanto al programma tracciato dal Concilio di Trento - mirante ad improntare della visione cristiana tutta la vita pubblica e privata - aveva imposto ai Croati anche il difficile compito di avvicinare alla Chiesa romana i Balcani ortodossi e possibilmente tutto l'Oriente russo, e in tal modo unire tutti gli Slavi in una sola famiglia cattolica; cosi nacque una abbondante letteratura che si occupa della questione orientale (J. Križanić, A. Kanižić). Ma colui che ha impersonato meglio questo periodo è Ivan Gundulić ( 1588 -1638 di Ragusa), il più grande poeta della vecchia letteratura croata; egli compose opere di profonda ispirazione religiosa pervase dal sentimento della nullità delle gioie mondane (Piante del figliuol prodigo), dalla vanità della gloria terrena e dalla lotta contro i Turchi (Osmasi), superando tutti i suoi predecessori e contemporanei con la sua ispirazione spontanea e dedizione vigorosa, ravvivata dal dinamismo della sincerità del sentimento. In questa nobile gara si distinsero particolarmente i Francescani di Bosnia, Slavonia e Dalmazia (S. Matijević, P. Posilović, L. Ibrišimović, I. Bandulović, I. Ančić), scrittori di opere di edificazione cristiana, tra i quali occupano il primo posto i fra' Matija Divković (1585-1631), con i suoi racconti popolari di carattere didattico-religioso, scritti in pura lingua popolare, miranti a tener viva la fede degli avi durante il doloroso periodo della schiavitù turca; fra' Andrea Kačić-Mušic (1704-1760), poeta e filosofo, il quale, in una sua indovinata raccolta di poesie popolareggianti, ha voluto dare un'uarea leggenda dell'eroismo dei popoli slavi (in primo luogo dei Croati) nella loro secolare lotta contro la Mezzaluna.

La rinascita letteraria e politico-culturale croata, promossa già da P. R. Vitezović, storiografo e poeta (16321713) e compiutasi nella prima metà del sec. xix per opera di T. Brezovački, P. Stos, I. Derkos, J. Drašković e L. Gaj, mirante a fondere le varie letterature provinciali e a stabilire l'unità nazionale di tutte le regioni etniche croate (Bosnia, Erzegovina, Croazia, Dalmazia e Slavonia, Bačka) gettando cosi le fasi della moderna e contemporanea letteratura artistica croata, fu un movimento consono ai principi cristiani. Il poeta che interpretò meglio questo organico programma per il raggiungimento di una vigorosa comunità spirituale del suo popolo fu Ivan Mažuranić (1814-90), autore del poema eroico La morte di Smail-aga Cengić, vero gioiello della letteratura croata; è un poema tutto permesso del più vivo sentimento religioso : il suo autore vedeva nel cristianesimo la soluzione dei problemi metafisici, morali e sociali. Tra i grandi contemporanei di Mažuranić (D. Demetar, A. Nemčić, S. Vraz, M. Bogović, L. Botić, G. Martić), P. Preradović eccelse per profondità di pensiero e di sentimento e per la plasticità del suo stile; nel poema I primi uomini egli espresse le sue idee filosofico-religiose, e nelle altre poesie sviluppò il suo patriottismo in panslavismo, per arrivare - secondo la sua visione ottimistica - alla fratellanza cristiana universale. Il creatore del romanzo storico croato, A. Šenoa (1838-81), sebbene sostituisca talvolta la fantasia romantica al puro credo cristiano, è rimasto tuttavia aderente alla fede tradizionale degli avi, entusiasmandosi per figure ideali di sacerdoti ed esaltando la religione come custode della verità e dello spirito umanitario. Dopo la morte di Šenoa, segue una pleiade di notevoli realisti croati, i quali offrono un panorama variopinto e interessante della loro patria: Ra. S. Gjakki, chiamato il Turgenev croato, descrive la piccola nobiltà della sua provincia nativa; E. Kundićić e V. Novak, realisti e romantićl nello stesso tempo, narrano la lotta fra la patriarcale vita locale, moralmente pura, ed il pericoloso dilagare delle passioni politiche e di germi antinazionali; J. Kozarac, acuto osservatore, è preoccupato del torpore morale della ricca e fertile Slavonia; A. Kovačić e J. Leskovar dipingono la vita delle classi borghesi cittadine e paesane. Fra gli scrittori musulmani si distinguono Safvet beg Basagić e Edhem Mulabdić. Alla fine del sec. xix si erge

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la ribelle figura di S. S. Kranjčević (1863-1908) : questo inquieto poeta del dolore universale che ha aperta la strada «al di là del bene e del male» è pur sempre in certo qual modo uno spirito cristiano. Dopo la poesia della libertà di Harambašić, l'artismo di Matoš e di Vidrić, i drammi e i romanzi di Ogrizović, Begović, Vojinović, Šimunović, Krleža e Cesarec, caratterizzati da indifferen. tismo religioso, nonché da un ardente nazionalismo (oppure dal socialismo), si affermarono nei primi decenni del sec. xx il vescovo A. Mahnić, i critici letterari Lj. Maraković e P. Grgec per arginare le correnti antireligiose, fondando riviste (Hrvatska Straža, Leič, Hrvatska Prosvjeta) e mobilitando numerosi giovani letterati croati, allo scopo di rinsaldare in tutte le sfere della vita nazionale lo spirito cattolico. Cijuro Arnold, che nella lotta fra i « moderni» e i "conservatori» si dichiara apertamente per una cultura cristiana, è un poeta che si distingue per la spontaneità della sua lirica affettiva; allo stesso gruppo appartiene il sacerdote J. Hranilović, poeta di sentimenti semplici e sinceri, ai quali corrisponde una chiara versificazione. Un convertito, Marin Sabić, sebbene uscito dalla scuola di Kranjčević, passa, in séguito, al misticismo: è commovente la sua sincerità, specie quando canta la quieta vita familiare. I sentimenti religiosi e patriottici sono al centro della poesia del vescovo croato I. E. Šarić che si ispira a motivi biblici, classici e popolari. Il più grande rappresentante della poesia contemporanea croata Vladimir Nazor (1876-1949), fecondissimo e poliedrico poeta, in opposizione alla "decadenza" nella letteratura, esalta le energie sane dei proavi (Leggende slave) e dopo aver dato un'aureola alla storia croata (I re croati) passa a scrutare il proprio mondo spirituale, finendo per ispirarsi a un netto sentimento cristiano nella ricerca dell'umiltà francescana. La sua collaborazione politica e letteraria con il comunismo negli ultimi anni della sua vita (1942-49) si può difficilmente conciliare con le concezioni ideologiche sostenute nelle opere precedenti. In contrasto con la vitale poesia di Nazor, più calmo, cordiale e suggestivo è D. Domjanić, che scrisse nel dolce dialetto del suo paese nativo poesie delicate e musicali, esprimenti la pura e semplice fede dei suoi conterranei. Pari a Nazor per le sue qualità artistiche, profondo analizzatore, M. Cihlar Nehajev (1880-1931) ha espresso nel monumentale romanzo psicologico I lupi una elevata parola sulla missione della Croazia. Scrittore di spiritosi aforismi e di ingegnosi bozzetti è F. Mažuranić. Il rappresentante del moderno romanzo d'ispirazione cattolica fu V. Deželić senior. Ha voluto, un po' come Sienkiewicz, esaltare il passato eroico e cristiano, dedicando inoltre la sua attività all'educazione cristiana della gioventù. Lo seguono M. Kovačević, autore di romanzi realistici di sano vigore, e due critici letterari ispirantisi al Brunetière : C. Jakša e A. Petravić. Pieno di ardore mistico e migliore di tutti i suoi contemporanei, perfetto nella forma e biblico nel contenuto è il sacerdote I. Poljak, a cui si avvicina l'espansivo poeta-sacerdote M. Pavelić, combinando magistralmente l'elemento mistico con quello patriottico. La corrente impressionista è rappresentata da F. Galović, poeta dei campi e dei boschi. Inoltre G. Kostelnik, D. Dujmušić, B. Škarica, F. Rožić, A. Čičić, P. Tvrtković sono tutti poeti di grande rilievo nella letteratura moderna, ma tutti li supera Z. Sprajcer con i malin-
conici accordi delle sue poesie piene di desiderio verso le gioie celesti. Tutta melodia è la poesia di L. Knežević, serena e sincera quella di J. Benac e di fra' Bono Zec. Di verso scorrevole e di spontanea ispirazione sono i canti di T. Alaupović, che con tolleranza cristiana invita alla concordia i Croati bosnioci di differenti confessioni religiose. Delicato di corpo al pari che d'animo, Djuro Sudeta ha lasciato versi estremamente suggestivi; seraficamente amava la vita e mutava il rimpianto di doverla lasciare presto nella gioiosa visione della giovinezza eterna.

La poesia lirica contemporanea è caratterizzata da un raccoglimento intimo e dal primato dell'elemento spirituale (T. Ujević, Lj. Wiesner, A. B. Simic, V. Majer, V. Vlasavljević, O. Delorke, A. Bonifacić, D. Cesarić, G. Krklec, S. Tronti, D. Tadijanović, F. Alfirević, N. Sop, A. Kokić, C. Skarpa, I. Horvat, I. Lendić, V. Kos e numerosi altri).

La prosa contemporanea croata cerca la propria espressione in una chiara e costruttiva visione del mondo, analiza
zando il lato psicologico e i problemi del paese. Quanto al dramma, il suo sviluppo si ricollega alla fondazione del teatro nazionale di Zagabria, della cui organizzazione e funzione spetta il gran merito a S. Miletić e A. Senoa. I nomi di maggiore rilievo nel campo drammatico sono in primo luogo I. Vojnović (Dobrovačko Trilogija), poi M. Begović e M. Krleža; accanto a questi è da citare M. Ogrizović (Hasanaginica), A. Muratbegović e altri. La novella moderna d'ispirazione cattolica è rappresentata da V. Violić, V. Blažinčić, L. Katić, A. Matosović, N. Suhotić, J. Andrić, ma soprattutto da fra' E. Matić (pseud. Narcis Jenko), vigoroso nella concezione, sicuro nel condurre l'azione e maestro dello stile. Belle pagine intorno alla vita del poeta e santo di Assisi ha lasciato l'anima francescana di I. Kršnjavi, mentre V. Deželić junior prende a soggetto dei suoi romanzi le vite di Cirillo e Metodio e di s. Girolamo, volendo dimostrare il tradizionale attaccamento dei Croati alla civiltà cristiana di Roma. Nel moderno romanzo cr