volume-07

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 il Torquemada (v.) il quale esercitò le sue funzioni dapprima in Castiglia (1483), poi in Aragona ( 1484 ), quindi nel resto della Spagna (3 apr. 1487). Egli compose, per i suoi sottoposti, un codice che, integrato con aggiunte successive, fu pubblicato a Madrid nel 1576 sotto il titolo di Compilación de los istruciones del officio de la Sancta Inquisición. Non era opera originale, perché condensava la dottrina esposta da Bernardo Gui nella Practica Inquisitionis e da Nicoló

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Eymerich nel Directorium Inquisitorum. Vi apportava solo delle precisazioni di dettagli e delle direttive occasionali.

In Aragona l'I. trovò una forte opposizione. I conversos di Saragozza ordirono un complotto contro i due inquisitori Pedro Arbues de Epila e Yuglar. La notte del 14 sett. 1485, Pedro fu ucciso da un colpo di spada. La sua morte ( 17 sett.), suscitò a Saragozza la rivolta della popolazione contro i conversos. La repressione fu severa e i congiurati perirono tutti sul rogo.

Nel 1492 tutti gli Ebrei, che non accettarono di farsi cristiani, furono costretti a lasciare la Spagna, causa i disordini e le cospirazioni che andavano fomentando; da allora in poi non si ebbero giudaizzanti che saltuariamante, sebbene venissero guardati con sospetto o con disprezzo quei cristiani che traevano origine da Ebrei convertiti. Quello che era successo ai marranos avvenne anche per i Mori rimasti in Spagna dopo la conquista di Granata (1492), ai quali nel 1498 fu imposto di farsi cristiani o di andarsene. Si creò cosi una classe di con. vertiti (mariscos) solo superficialmente e contro di loro si volse l'attività della I. Gli errori degli elumbrodos (v.) nei secc. XVI-xVII, tennero pure occupata l'I., al giudizio della quale del resto furono assoggettati reati di diritto comune, che ben poco avevano o che fare con l'eresia; e ciò avuto riguardo al migliore funzionamento della sua procedura in confronto agli altri tribunali, alla sua segretezza ed alla maggiore integrità dei giudici. Essa non dimenticò la traduzione medievale ch'era di condurre i rei a penitenza per sottrarli soprattutto alla consegna al braccio secolare ed alle relative conseguenze; non sfuggí però ai pregiudizi dei tempi nell'applicazione delle pene corporali e nel solenne apparato dell'anto da fé (v.). E certo che con l'allargarsi dei poteri dell'I. in Spagna ne ebbero a scapicare i tribunali vescovili, ai quali venne a mancare quasi del tutto il potere coercitivo. Anzi sarebbe stato proposito della Suprema assoggettare a sé i vescovi stessi (v. carranza); ma a ciò Roma non volle consentire. Numerosi del resto furono gli attriti con l'autorità papale che interveniva per moderare lo zelo degli inquisitori, impedire le esorbitanze senza riuscire sempre a correggerne lo spirito aspro di indipendenza e la condotta inflessibile e dura. Sono ben noti i tentativi del re Filippo II per introdurre l'I. nei suoi domini di Napoli e di Milano e nei Paesi Bassi, incontrando la risoluta resistenza degli abitanti. In Spagna l'I., soppressa una prima volta dal dominio francese nel 1809 , fu ristabilita nel 1814 e soppressa poi definitivamente nel 1821.

Bias.: Durante le sue ultime vicende gli archivi dell'I., come avvenne anche altrove, andarono distrutti, mettendo cosi in serio imbarazzo chi voglia descriveme imparzialmente i caratteri e le vicende. Nelle storiografie del periodo romanico ebbe larga parte la tendenziosità anticlericale e l'immaginazione romanzecca. Cosi non si può accettare ad occhi chiusi quanto ne scrisse il più noto storico: V. A. Llorente, Analisi de la Inquisicida de España, Madrid 1812; id., Memoria histórica, ivi 1812; id., Historia critica de la Inquisición de España, ivi 1822 (l'autore fu segretario generale del S. Uffizio e attinse abbundantemente negli archivi); H. Ch. Lea, The Mariscos of Spain. Their conversion and expuision, Filadelfia 1901; id., A history of the Inquisition of Spain, 4 voll., Nuove York 1906-1907; E. Schäfer, Beiträge zur Geschichte des spanischen Protestantismus und der Inquisition in XVI. Jahrhundert, 3 voll., Gütersloh 1902 (cf. R. De Schepper, in Rev. hist. ecclés., 10 [1909], pp. 138-43); F. Tesco, Henry Charles Lea e la teoria dell'I. spagnola, in Archivio storico italiano, 5 (1911), pp. 263-303; Ch. Moeller, Les büdgers et les auto-da-fé, in Rev. hist. ecclés., 14 (1913) p. 720-31; 15 (1914) pp. 50-60; Pastor, II, p. 593 sgg.; R. Sabatini, Terequemada et l'Inquisition espagnole, trad. francese dall'inglese. Parigi 1937 (opera insufficiente e a volte tendenziosa).

Guglielmo Mollat
INQUISIZIONE GIUDIZIALE. - Indagine che deve essere compiuta prima della citazione del reo, quando il delitto non sia né notorio, né del tutto certo; può essere fatta ex officio dall'Ordinario o in seguito a denuncia del promotore di giustizia. Il fine cui tende l'indagine è quello di evitare quanto più è possibile procedimenti penali, qualora non vi siano motivi e argomenti validi per ritenere effettiva
l'esistenza di un delitto e la colpevolezza di una persona determinata.

L'indagine può essere: 1) generale: quella dell'Ordinario sull'osservanza delle leggi da parte dei sudditi; 2) speciale: quando è compiuta da un giudice delegato per ogni singola denuncia. Giudiziale è l'indagine che deve precedere il giudizio criminale, stragiudiziale quella che precede l'irrogazione dei rimedi penali. L'inquisitore è tenuto agli stessi obblighi del giudice, e non può essere giudice nel processo che, eventualmente, segua l'indagine. I poteri dell'inquisitore sono regolati dall'Ordinario, benché egli goda nell'esercizio delle sue funzioni di una notevole libertà d'azione. Terminata l'i. g., se la denuncia appare infondata, gli atti vengono riposti nell'archivio segreto; se vi sono solo indizi non sufficienti per promuovere l'azione, si sottoporrà a vigilanza l'indiziato, che potrà anche essere interrogato; nel caso vi siano invece argomenti sufficienti per dar corso al processo criminale, prima si citerà e interrogherà il presunto reo, poi si procederà fino alla correptio delinquentis e alla instructio processus criminalis.

Bias.: Werna-Vidal, VI, n. 724 sgg.; A. Vermeersch-I. Creusen, Epitome iuris canonici, III, Malines-Roma 1936, n. 264 sgg.; F. Della Rocca, Istituzioni di diritto proressuale canonica, Torino 1946, p. 205 sgg.

Giorgio Franco
INSANGUINE, Giacomo. - Musicista, detto Monopoli dalla omonima città in Puglia ove n. intorno al 1740; m. nel 1795 a Napoli.

Operista delle scuole napoletana, compose 21 opere tra buffe e serie. Studiò con Cotumacci al Conservatorio di S. Onofrio a Napoli, in cui divenne 5° maestro di coro. La sua carriera però si svolse principalmente al Tesoro di S. Gennaro, dove, nel 1774, fu eletto organista del secondo coro, nel 1776 organista del primo coro, e finalmente nel 1781 maestro di cappella, succedendo in tal carica al Fago. Compose molta musica sacra: messe, inni, salmi, tra i quali eccelle il salmo 71 a tre voci coro e orchestra.

Bias.: F. Florimo, La scuola musicale di Napoli, II, Napoli 1882, p. 235 sgg; S. di Giacomo, Maestri di cappella, musici e istrumenti al Tesoro di S. Gemaro nei secc. XVII e XVIII, Napoli 1920, p. 173 sgg.

Luisa Cervelli
INSANIA: v. mentali, infermità.
INSEGNAMENTO, LIBERTÀ d'. - È una delle applicazioni del diritto naturale, ossia il diritto che ha colui che possiede la verità di comunicarla ad altri. L'esercizio di tale libertà riceve dallo stesso diritto naturale dei limiti, che sono : il possesso della debita scienza, la onestà in ciò che s'insegna, l'inoffensività del modo d'insegnare. E evidente che non si ha il diritto d'insegnare il falso o il male, e che chi vuol insegnare non deve turbare l'uso dello stesso diritto in altri né usar prepotenza per aver discepoli, violando il diritto di questi di scegliersi altri insegnanti.

Più comunemente s'intende per 1. d'i. una delle libertà politiche più discusse nei tempi moderni, ossia il diritto di ciascun cittadino di organizzare scuole e di ricevere dallo Stato un riconoscimento e un sussidio pecuniario proporzionato al rendimento effettivo delle scuole stesse, sempre rimanendo nello Stato il diritto di ispezione e di sorveglianza circa le norme dell'igiene, dell'ordine e della moralità pubblica e circa i risultati didattici. Così è praticata la I. d'i., p. es., nel Belgio. Altrove, come anche in Italia secondo la recente Costituzione, essa è intesa come il diritto di tenere scuole permesse a certe condizioni dallo Stato, il quale anche può «parificarle», dopo ispezione, alle scuole governative agli effetti giuridici della frequenza e degli esami; ma la Costituzione esclude che lo Stato conozza alle spese di tali scuole. Con ciò si ha una concessione dello Stato piuttosto che il riconoscimento vero e proprio di un diritto d'insegnare. Rimane cioè il principio di un diritto, se non esclusivo, preminente nello Stato di organizzare la scuola; mentre un tal diritto appartiene per natura ugualmente a tutti coloro che hanno capacità di farlo, siano persone individuali

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siano persone collettive (famiglie, società private, opere pie, parrocchie, diocesi, Ordini religiosi, comuni, province, Stato e Chiesa). Lo Stato ha per di più il dovere di supplire dovunque altri non provveda, e sempre ha il dovere e il diritto di sorvegliare e ispezionare, come si è detto. La vera l. d'i. richiede inoltre che lo Stato concorra alle spese di tutte le scuole che assolvono in modo soddisfacente il loro compito (il che va verificato per mezzo di un'apposita magistratura), distribuendo fra esse, governative o no, in modo proporzionato al numero degli alunni il denaro che dal totale dei pubblici contributi viene detratto per destinarlo alle spese dell'istruzione nazionale. Ciò per ragione di equità, non essendo equo che chi non manda i figli alle scuole governative paghe le spese per coloro che ve li mandano; e per rispetto al principio di libertà di scelta, ch'è un diritto naturale della famiglia, libertà evidentemente ostacolata o praticamente annullata dal maggior peso finanziario, che deriva dal non usufruire delle scuole governative (v. anche scUOLA, liberta della).

Bibl.: A. Rosmini, Della l. d'i., in Pedagogia, II, Torino 1883: anon., Per la l. d'i., in Civ. Catt., 1918, II, pp. 324-38; III, pp. 40-54, 203-12, 502-12; H. pp. 114-27; G. Somerin, La l. d'i. nelle scuole elementari e secondarie, in Vita e pensiero, 8 (1918), pp. 537-41; V. Stugger, "Freie Schule» u. kirchliche Schulaufsicht, in Stimmen d. Zeit, 96 (1919), pp. 425-38; B. Gabba, L. d'i., in Rendiconti del R. Istituto lombardo di sr. e lett., 2² ostio, 54 (1921), pp. 277-85; U. Pucci, La l. d'i. e l'atteggiamento del socialismo, in Vita e pensiero, 13 (1922), pp. 335-52; F. Olgiati, Il primo Congresso italiano nel 1786 per la l. d'i., in Vita e pensiero, 17 (1926), pp. 285-95; I. Devolvé, Ecole unique et éducation intégrale, in Rev. de métaphys. et de mor., 35 (1928), pp. 409-33; G. Colombo, L'enciclica di Pio XI ed il problema dell'educazione, in Vita e pensiero, 21 (1930), pp. 84-93; Th. Gonin, La liberté d'enseignement telle que l'ont conçue les constituants de 1830, in Collat. diorv. Tornacen., 28 (1933), pp. 17 25; J. Schröteler, Volk, Staat, Erziehungs, in Stimmen d. Zeit, 126 (1934), pp. 286-96; Università catt. del S. Cuore di Milano. Proposte per la riforma della scuola italiana, Milano 1946; G. Monti, La libertà scolastica, Roma 1949. Giuseppe Bozzetti

INSEGNANTE. - Chi espone e spiega scienza o arte perché altri apprenda. Qualunque sia la materia dell'insegnamento e a qualunque grado di cultura appartenga, l'i. ha sempre da tenere dinanzi agli occhi due compiti fondamentali: istruire ed educare. Essenziali l'uno e l'altro, non solo per quella esigenza dell'unità umana che non può ammettere una cultura dell'intelletto che sia in contrasto, o che anche trascuri quella della volontà; ma anche perché il perfezionamento di una facoltà è condizione a quello dell'altra.

In relazione a questo duplice compito dell'i. si distinguono i suoi doveri morali.

Come istruttore: a) deve avere un grande amore della verità e deve possedere bene la materia oggetto del suo insegnamento. Siccome la vastità dello scibile non permette più oggi una cultura enciclopedica, anche la formazione dell'i. è necessariamente specializzata. Non deve però ignorare almeno i problemi fondamentali delle altre discipline, specialmente di quelle filosofiche e religiose. b) Oltre il possesso della scienza l'i. deve anche saperla comunicare. Questo compito, anche se in parte è frutto di doti naturali e della formazione remota dell'i., dovrà tuttavia costituire l'impegno costante della preparazione prossima alla lezione nell'intento di renderla chiara, interessante e attiva da parte dell'alunno, che si deve considerare come un collaboratore intelligente e deve essere stimolato ed aiutato a scoprire egli stesso la verità che il maestro gli propone. Sussidi per questo stimolo ed aiuto sono: la scelta saggia dei testi scolastici e la securata assegnazione e correzione dei compiti. c) Nella valutazione del profitto scolastico, sia durante l'anno che all'esame, l'i. dovrà tenersi lontano dai due eccessi opposti di una severità che scoraggia e di una larghezza che favorisce la neghittosità e la superficialità.

Come educatore: d) deve anzitutto ricordare che lo stesso insegnamento non è che una parte dell'educazione. E quindi nelle occasioni propizie non manchi il richiamo
all'aspetto e alle attinenze morali delle questioni trattate. b) Inoltre deve avere cura di precedere con l'esempio traducendo prima nella propria condotta quanto inculca con la parola. c) Siccome solo una visione religiosa della vita e dei suoi compiti potrà dare una formazione rispondente ai veri ideali della vita, è naturale che la religione, specialmente nelle prime classi, abbia un posto di particolare importanza e che ogni i., qualunque sia la materia di insegnamento, non solo non assuma atteggiamenti negativi, ma nemmeno si limiti ad una posizione cosiddetta agnostica; bensì presenti il suo insegnamento come in una cornice religiosa. E noto del resto che, in questo campo, tra atteggiamento positivo e negativo non si dà, nella pratica, una condotta neutrale. d) L'educazione esige inoltre nell'educatore una conoscenza il più possibile integrale dell'educando. e) Nel trattare con gli alunni l'i. si mantenga in un saggio contemperamento di autorità e libertà, che permette lo sviluppo della personalità e delle attitudini dell'educando in un clima di spontaneità. f) Oltre che con gli alunni, l'i. deve mantenere buoni rapporti con le famiglie di questi, poiché di esse tiene in parte le voci e perfezione l'opera. Relazioni cordiali dovranno pure esistere tra ogni i. e gli altri colleghi che, più o meno da vicino, condividono con lui la responsabilità dell'insegnamento e dell'educazione. E troppo naturale poi che, fra i molti che si interessano del problema scolastico, gli i. debbano essere i primi a sentirne tutta l'importanza e quindi a intervenire, quando sia necessario, con la propria competenza onde garantire una regolamentazione che sia conforme ai sani principi di una pedagogia cristiana.

Bibl.: D. Bassi, Doveri dell'i., in La moralità e le professioni, Firenze 1934, pp. 43-65; O. Marella, I problemi attuali dello professione dell'i. che interessano il pensiero e la vita cristiana, in Atti del I Convegno dei laureati cattolici, Roma 1937, pp. 103110; R. Brenta, Le risorse e le difficoltà che l'addescente presenta in ordine all'insegnamento come preparazione alla vita, ibid., pp. 111 120; G. Noverga, L'i. di fronte a Cristo, in La morale di Cristo e le professioni, Roma 1942, pp. 173-97; A.Baroni, Preparazione morale e didattica dell'i., in Studium, 42 (1946), pp. 13-20; autori vari, La morale professionale dell'i., Roma 1949.

Luigi Morstabilini
INSEGNANTI DELLA SANTA CROCE DEL TERZ'ORDINE DI SAN FRANCESCO DI MENZINGEN (BASILEA). - Quando nella prima metà del sec. XIX in Svizzera si sopprimevano i conventi e si laicizzavano le scuole, il p. Teodosio Fiorentini istitui una nuova Congregazione femminile dedicata all'insegnamento. Egli mandò le prime tre giovani all'estero perché si preparassero al loro compito, poi le fece entrare in un convento di suore del Terz'ordine di s. Francesco per formarle alla vita religiosa, e, dopo un anno di noviziato, nel 1844, fece loro emettere i voti.

La casa madre fu stabilita in Menzingen, dove le suore si occuparono delle scuole femminili comunali, con il favore dell'Ordinario diocesano, il quale il 2 ott. 1851 ne approvò le Costituzioni. L'Istituto soffrì tremende persecuzioni e fu impigliato in tristi vicende, ma riuscì a superare ogni prova ed oggi fiorisce, facendo gran bene.

Le suore si dedicano all'insegnamento e all'educazione delle giovani e hanno scuole normali, collegi femminili, orfanotrofi, scuole popolari, giardini d'infanzia, ricoveri per emigranti, ecc.

Nel 1946 le suore erano 2138, distribuite in 70 case.
Bibl.: Arch. S. Congregazione dei Religiosi, B. 32; G. Baumberg, St. M. Paulu Beck, Einsiedeln 1908; M. Helmbucher, Die Orden und Kongregationen der katholischen Kirche, II, Paderborn 1934, pp. 42-44. Agostino Pugliese

INSEGNE. - Sia i vescovi che i canonici possono usare di determinato i.

Le i. vescovili sono lo zucchetto e la berretta di color violaceo, la croce pettorale, l'anello gemmato, la mitra, il pastorale e le vesti speciali. A norma delle leggi liturgiche vigenti i vescovi possono usare delle vesti speciali dal momento della nomina, mentre della croce, dell'anello, del pastorale e delle vesti pontificali possono usare solo

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a consacrazione avvenuta (can. 349 § i, n. 2). Hanno i. speciali anche i canonici dei Capitoli cattedrali e collegiali; esse non sono dappertutto uguali né sono determinate dal diritto comune, ma vengono stabilite nella bolla di erezione o concesse in seguito per privilegio apostolico (can. 409 § i). Tutti i membri del Capitolo, siano canonici titolari o onorari, possono usare di esse, sempre però nell'ambito del territorio della diocesi; fuori diocesi ne possono usare solo quando accompagnano il vescovo loro ordinario o quando lo rappresentano nei concili o in altre solennità ecclesiastiche; oppure quando rappresentano il Capitolo (can. 409 § 2).

Oltre i canonici, anche i beneficiati hanno diritto all'uso di i. speciali.

Bibl.: Wernz-Vidal, II, pp. 751 sg., 864: I. Chelodi-P. Ciprioli, Ios cononicum de personis, Vicenza-Trento 1942, pp. 302, 334.

INSIDIA. - L'i. (dal latino insidiae e insideo) è l'inganno preparato celatamente contro qualcuno e prende diversi nomi, secondo le diverse finalità, a cui è diretta: dolo, frode, induzione al peccato, infamia, ingiuria, omicidio, tentazione; qui è considerata in quanto significa l'inganno diretto a disorientare il nemico, soprattutto in tempo di guerra.

Della moralità di tali i. s. Agostino già a suo tempo asseriva che combattere, anche non apertamente, ma mediante i. non significa violare la virtù della giustizia; esempi del Vecchio Testamento abbastanza numerosi provano questa dottrina ammessa non solo dai gentili, ma anche dal popolo elctto. Dio stesso comandò a Giomè di usare i. contro gli abitanti della città di Hai (Jos., 8, 2, 4 ecc.). Pertanto l'i. non è intrinsecamente disonesta, benché lo possano essere i mezzi con i quali viene tesa, ad es., quando si mente o si violano i patti : il che è certamente proibito, essendo contro la carità quando non è pure contro la giustizia (Sum. Theol., 2ᵃ-mathbf{2}^{mathrm{de}}, q. 40, 3 e q. 71,3 ad 3 ).
![img-3.jpeg](img-3.jpeg)
(Jol. Anderson)
Insidia - Ilimba che difende la colomba dall'i. di un serpente. Copia romana da un originale ellenistico - Roma, Museo Capitolino.

È però possibile che il nemico stesso s'inganni perché gli si è tenuto nascosto qualche cosa (p. es., piani di guerra o movimenti di truppe), o crede veri movimenti di truppe in una direzione, mentre sono simulati. Inoltre nel diritto internazionale moderno, o per via di consuetudine o per espressa convenzione, si sogliono usare astuzie, stratagemmi, imboscate, fughe simulate, fuochi di bivacco, per indurre il nemico a pensare a presenza di truppe avversarie accampate. In tutti questi casi non vi è violazione né di giustizia, né di carità, se non apparentemente; perché la carità ben ordinata comincia da se stessi. E invece illecito l'uso della uniforme militare nemica, l'issare sul campo la bandiera di guerra nemica, chiedere la resa per inganno, inviare verso il campo di battaglia nemico oggetti di guerra e militari sotto le insegne della Croce Rossa.

Purtroppo ogni guerra indebolisce i principi morali che dovrebbero regolare i rapporti anche tra nemici, né valgano ad eliminare quest'effetto le leggi e le convenzioni internazionali : per questo è facile passare dalle semplici i. a violazioni chiare e aperte delle leggi anche naturali.

Bibl.: T. Ortolan, Guerre, in DThC, VI, it, col. 1932; L. Olivi, Diritto internazionale pubblico, Milano 1933, pp. 479-83; M. Monterisi, Diritto di guerra, ivi 1938, pp. 160-78 e passim. Lorenzo Simeone

INSORDESCENZA. - E nel linguaggio giuridico ecclesiastico, la permanenza pienamente avveJuta e pertinace nella scomunica per un anno, senza alcuna manifestazione atta a significare la buona volontà di essere assolto.

Già fin dai primi secoli cristiani coloro che si fossero ostinatamente ed a lungo mantenuti nella scomunica incorsa, senza chiederne l'assoluzione, erano considerati come rinunciatori di tutti i loro diritti di fronte alla Chiesa ed esclusi, talvolta per sempre, dal comparire a difendersi. Nel medioevo coloro che si fossero mantenuti per un anno nella scomunica erano considerati sospetti di eresia.

Il can. 2340 § i del CIC trae origine immediata da una disposizione del Concilio di Trento (sess. XXV, de ref., cap. III) secondo la quale si dovevano ritenere sospetti di eresia coloro che avessero perseverato per un anno nelle censure. Il CIC mitiga la disciplina tridentina, limitando il concetto di i. al solo caso della scomunica.

Da un lato l'effetto dell'i., che fra poco si esaminerà, ha lo scopo di distogliere il delinquente dal male riportandolo a più miti consigli (scopo che si può chiamare di interesse privato: la santificazione personale dello scomunicato); dall'altro, quello di tutelare energicamente la pena della scomunica, annettendovi un effetto gravissimo contro chi finge o crede poterla non curare (scopo di interesse pubblico: difesa della pubblica autorità).

La scomunica della quale si parla nel can. 2340 non è necessariamente quella dei cosiddetti scomunicati citandi; è da credere però necessario, perché possa essere giuridicamente determinato lo scadere dell'anno d'i., che ci sia stata precedentemente una sentenza dichiaratoria o condannatoria, oppure che detta scomunica sia divenuta a un certo momento (facilmente riconoscibile in seguito) notoria di notorietà di fatto; ciò è necessario anche perché per l'effetto dell'i. si richiede che la persona sappia con certezza di essere scomunicata. E inoltre da ritenere che non si possa accusare di i. chi durante l'anno di scomunica ha mostrato elementi oggettivi di buona volontà, ricorrendo, p. es., legittimamente alle competenti autorità o dicendosi disposto a regolare il suo stato o facendo seri approcci, anche se di fatto non si concluse nulla (purché non siano state completamente e autoritativamente rotte le trattative); in altri termini è accusabile di i. chi non ha fatto proprio nulla durante un anno intero di tempo utile, durante il quale cioè lo scomunicato abbia avuto la possibilità morale di agire in merito all'assoluzione dalla scomunica.

Prescindendo dalla questione agitata se l'i. costituisca o meno un vero delitto in senso giuridico, non bisogna

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misconoscere che l'effetto che produce equivale, almeno in pratica, a una vera e gravissima penalità. E detto infatti al can. 2340 S I che chi rimane per un anno nella scomunica è sospetto di eresia; e benché neppure detto sospetto sembri possa ritenersi una pena in senso stretto, nondimeno, a norma del can. 2315 , ne è causa. Infatti in questo è stabilito che la persona sospetta di eresia se, opportunamente preavvisata, non rimuove la causa del sospetto (nel caso qui esaminato l'i., ossia la permanenza per un anno nella scomunica) va sospesa a divinis, qualora sia un chierico; e, se non è chierico, perde il diritto ai cosiddetti atti legittimi; inoltre, il che è manifestamente più grave, chi, dopo sei mesi dall'essere incorso in queste pene, non si sia emendato, sarà ritenuto e trattato come eretico e soggetto alle pene relative. Tuttavia non si deve pensare che il sospetto di eresia costituisca un effetto vero e proprio o intrinseco della scomunica, non solo perché non è per sua natura che lo produce (in quanto è richiesto il nuovo elemento dell'i. in essa), ma anche perché tale sospetto può benissimo eliminarsi provando appunto la mancanza dell'i., rimanendo cio nonostante la scomunica.

Bibl.: J. Sole, De delictis et poenis, Roma 1920, pp. 280-81; M. Patocchi, I canoni penali del Codice ecclesiastico, Torino 1925; F. Roberti, De delictis et poenis, Roma s. d., pp. 411-12; S. Weywod, Obduracy in censures, in Homiletic and pastoral review, 38 (1937), pp. 54-55; F. A. Liuzzi, De delictis contra auctoritatis ecclesiasticas, Roma 1942, pp. 135-93; Matteo da Coronata, Institutiones iuris canonici, IV, Torino 1948, n. 1907 sgg.; F. Cappello, De censuris, ivi 1950, n. 162.

Lorenzo Simeone
INSTITORIS, Heinrich (Henricus de Slesiat). Teologo domenicano, n. a Schlettstadt ca. il 1430, m. nella Moravia nel 1505. Insegnava teologia quando il vescovo Rudolf di Lavant lo incaricò di predicare la cruciata contro il re Giorgio Poděbrady di Boemia. Il 13 marzo 1479 fu nominato, da Sisto IV, inquisitore su tutta la Germania superiore, ove iniziò la lotta contro gli eretici e particolarmente contro le streghe, soprattutto a Costanza, Bressanone e Innsbruck. Alessandro VI (3I genn. 1500) lo nominò nunzio e inquisitore in Boemia e in Moravia contro i « fratelli moravi».

Lasciò molti scritti contro l'eresia e in difesa del papato; da ricordare: Malleus maleficarum (Lione 1484), scritto in collaborazione con Giacomo Sprenger; Tractatus varii contra 4 errores novissime exortos adversus Eucharistiae sacramentum (Norimberga 1496); Tractatus adv. errores A. Roselli de plenaria potestate pontificis ac monarchiae (Venezia 1499); Opus perutile sermonum in defensionevs S. Rom. Ecclesiae adversus Waldenses (Climūra 1501); S. Romanae Ecclesiae fidei defensionis Clypeus adversus Waldensium seu Pichardorum haeresim (ivi 1502).

Bibl.: Quétil-Echard, I, pp. 806-97; Bullarium O. P., IV, Roma 1732, pp. 2-3; B. Reichert, Registrum litterarum (Quellen und Forsch. 2. Geschichte des Dominikanerordens in Deutschland, 10), Lipsia 1914, passim; G. Löhr, s. v. in LThK, V, col. 430.

Alfonso D'Amato

INSUFFLAZIONE. - Come l'essuflazione, l'i. è un'antica cerimonia ecclesiastica adoperata oggi ancora nell'amministrazione solenne del Battesimo, nella benedizione del sacro crisma e dell'olio dei catecumeni, e nella consacrazione del fonte battesimale. Ha un doppio significato: negativo, esorcistico come espulsione dello spirito maligno (essufflazione con alito freddo) e positivo, santificatorio come immissione dello Spirito Santo (i. con alito caldo, alitazione); nelle formole talvolta si congiungono ambedue gli scopi, come nell'odierno Ordo Baptismi parvulorum.

Il rito di soffiare sul catecumeno, prima dell'ammissione al Battesimo, deriva dall'antico uso di cacciar via con il soffio i demoni dagli ossessi e ammalati. In tal modo i catecumeni, considerati caduti nella schiavitù del demonio, vengono esorcizzati con il soffio; quest'uso si trova a Gerusalemme (s. Cirillo, Procatech., 9 [del 347]), in Africa (Tertulliano, Apol., 23: PL 1,415;
s. Agostino, Contra Iul., I, 50, 60, 4: PL 45, 1073, 1081, 649), presso i donatisti (s. Agostino, Contra Cresc., II, 5, 7), a Roma fra i secc. v-vi (Giovanni Diacono, Epist. ad Senarium: PL 59, 401-402). Quest'uso non si trova però nei Sacramentari romani e neanche nell'Ordo Rom. VII; si trova invece nell'Ordo Romanus antiquus del sec. x, talvolta seguito o preceduto dal segno di Croce, rito che già si riscontra nel cosiddetto Messale di Bobbio, d'origine gallicana (sec. viII): "Post hec [signa Crucis] insufflabis in os eius ter et dices: Ill. accipe spiritum sanctum in corde retenise" (ed. E. A. Lowe, Londra 1920, n. 233). Nel Pontificale Romanne Curiae del sec. xili si prescrive: «Hic ad modum crucis alet in faciem cathechizandi et dicat ei: Iohannes, accipe Spiritum Sanctum per istam insufflationem et Dei benedictionem. Pax tibi!» (M. Andrieu, Le Pontificol romain, II, Cit.3 del Vaticano 1940, p. 514).

Gli olii del crisma e dei catecumeni nella benedizione del Giovedì Santo vengono anch'essi esorcizzati con il soffio, rito descritto nell'Ordo di s. Amando: "Exalat in eam pontifex tribus vicibus" (L. Duchesne, Origines du culte chrétien, 5^{text {a }} ed., Parigi 1925, p. 487); nell'Ordo Romanus I, n. 31: "Pontifex... halat ter in ampullum chrismatis... insufflat ter... et similiter halat in ipsam, sed tacite..." (PL 78, 952). Anche gli altri vescovi presenti prendono parte al rito secondo l'Ordo Romanus X, nn. 10, 11: "Holet ter in illam; holeat etiam in ipsam omnes episcopi qui assistunt ibi" (ibid., 1012).

Le alitazioni nell'acqua battesimale hanno lo stesso scopo dell'i. dei catecumeni : esorcismo e santificazione. Questo rito è d'origine gallicana; ne fanno fede il Missale Gothicum (ed. C. Mohlberg, Augusta 1929, n. 259 : "Deinde insufflas aequo[io] per tres vices) e il Sacramentario gelasiano del sec. VIII (Gellone, Sangallo). A Roma (manca, p. es., nei Sacramentari gregoriani, in Amalario e nell'Ordo Romanus antiquus), lo si trova nell'Ordo Romanus X (n. 21 : PL 78, 1016); però non diventerà d'uso generale che con il Messale romano di Pio V.

Bibl.: Fr. J. Dölger, Der Exorcismus im altchristlichen Taufritual, Paderborn 1909, pp. 63 sg., 118 sg.; Ad. Frana, Die kirchlichen Benediktionen im Mittelalter, I, Friburgo 1909, pp. 30 sg., 334 sg.: II, ivi 1909, p. 341 sg.: J. Braun, Ein unverstandenes und misedeutetes Zeichen im Ritus der Taufwassersuche, in Stimmen der Zeit, 137 (1940), p. 217 sg.; Ph. Oppenheim, Commentationes in ritum baptismatum, Torino-Roma 1943, pp. 93102; M. Righetti, Manuale di storia liturgica, II, Milano 1946, pp. 150, 170; Ed. Stommel, Studien zur Epiklese der römischen Taufwassersuche, Bonn 1950, p. 50 sg.

INSULARE, SCRITTURA e MINIATURA. La scrittura latina della Gran Bretagna fra i secc. viI-x e dell'Irlanda fra i secc. viI-xir, viene indicata oggi nel suo insieme con il nome di i., datole la prima volta da L. Traube : essa va posta nel novero delle scritture nazionali, ma ha origine e svolgimento diversi dalle altre. Per giunta si estende, subendo naturalmente influssi diversi, anche al continente, nei centri monastici che l'attività evangelica dei monaci irlandesi e anglosassoni disseminò in Francia, in Svizzera, in Germania, in Italia. L'i. propriamente detta si distingue sostanzialmente in due tipi : una scrittura rotonda e una minuscola; il tipo intermedio,

| 1. α_{0 a} ; b_{0} ; mathrm{O}_{0} ; mathrm{P}_{0} ; mathrm{F}_{0} ; mathrm{L}_{0} ; mathrm{H}_{0} n; |  |  |
| :--: | :--: | :--: |
| 2. u a a_{0 a} ; ρ_{00} ; p_{0} p_{0} ; p_{0} ; |  |  |
| 3. \% Poth; P_{text {ow }} ; 4 . M_{0 a} ; mathrm{J}_{0} n ; Σ_{00} |  |  |

(prop. Enc. Catt.)

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![img-4.jpeg](img-4.jpeg)
(da E. Sullivan. The Book of Kells, Londra (6), (on. II) Insullare, scrittura e miniatura - Simbolj degli Evangelisti. Perticolare di una miniatura del Libro di Kells (secc. viII-IX). Dublino, Biblioteca del Trinity College.
che lo Steffens chiama "semirotonda" (halbrunde irisch-angelidchische Schrift), è piuttosto una forma di transizione.
I. I. rotonda. - E il tipo più antico di scrittura i. (secc. viI-viII), che succede immediatamente a una fase imitativa, in cui si ripetono le forme classiche romane (soprattutto onciali e semionciali), penetrate in Irlanda e in Gran Bretagna con l'evangelizzazione cristiana. Si è creduto e lungo che la terra di origine delle forme nuove fosse l'Irlanda e che di qui evec si siano propagate anche fra gli Anglosassoni : oggi si tende piuttosto all'idea contraria, ma sostanzialmente il problema rimane aperto. Si può solo affermare con certezza che l'i. rotonda deriva dall'onciale e dalla semionciale e si presenta pertanto come una scrittura mista, in cui però i tratti sporgenti sono così ridotti da consentire anche alle lettere di forma minuscola di essere comprese quasi sempre in un sistema bilincare: di qui il nome, improprio, di "maiuscola i. ". Il ductus rotondo ne costituisce l'elemento distintivo fondamentale, ma il segno più caratteristico è rappresentato da un coronamento triangolare ("dente di lupo") che limita in alto verso sinistra le aste verticali lunghe e talora anche le corte (i, a) : dovuto all'influenza della scrittura runica, esso si tramanda anche all'i. minuscola. Tra le singole lettere (cf. tabella, n. 1) vanno segnalate : la a, formata da due tratti cicutvi, di cui quello di sinistra più grosso e chiuso ad anello su quello di destra; la b di forma minuscola, con l'asta di sinistra breve e leggermente piegata e la pancia molto ampia; la d quasi sempre di forma onciale, con l'asta superiore fortemente piegata a sinistra, quasi parallela al rigo; la f di forma maiuscola ma in posizione di minuscola, con il tratto orizzontale inferiore posato sul rigo e l'asta verticale che ne scende al disotto; la l con l'asta ondulata; la n spesso maiuscola, con il tratto mediano quasi orizzontale.

Una distinzione tra l'i. rotonda dell'Inghilterra e quella dell'Irlanda non è paleograficamente possibile, e forse neppure giustificata, per quanto genericamente si riconosca ai prodotti irlandesi un tratteggio più angoloso e meno regolare.
II. I. minuscola. - Con il sec. viII prende il sopravvento una forma di scrittura minuscola la cui origine non è stata ancora sufficientemente chiarita, ma che deve comunque riconoscersi, almeno in parte, come il risultato di una nuova fusione di quegli elementi che figurano nella rotonda, per soddisfare l'esigenza di un'esecuzione più semplice e più rapida: tanto che il suo uso è limitato in un primo tempo ai documenti, pur senza raggiungere mai forme veramente corsive, e solo con il sec. IX trionfa anche come scrittura libraria. E ricca di legamenti; presenta lettere sviluppate in lunghezza più che in larghezza, dai tratti molto angolosi, con le aste discendenti che si chiudono a punta. Da principio conserva qualche elemento onciale, soprattutto la s tonda, ma nell'epoca del suo maggiore sviluppo si ritrova di questa forma solo la d. Sono lettere caratteristiche (cf. tabella, n. 2): la a di tipo corsivo (sperta) oppure chiusa in tre forme diverse: con l'anello limitato in alto da un tratto obliquo e rigido da sinistra verso destra; con l'anello limitato da un tratto superiore orizzontale; con l'anello ricurvo
ma più basso dell'asta verticale di destra; la e che in legamento sporge al di sopra del rigo; la p con la pancia aperta e terminata da un grosso punto; la r con l'asta di sinistra che scende sotto il rigo, e il tratto complementare molto allungato in basso; la z in cui la linea curva superiore si irrigidisce in due tratti spezzati, il primo obliquo ascendente, il secondo, più grosso, verticale discendente. Si incontrano anche altri segni (cf. tabella, n. 3) per esprimere i suoni t h e n : il primo è reso con una d onciale tagliata da un tratto obliquo, e, più tardi, con il segno runico di doru ( =d ); il secondo con il segno runico di tcen, molto simile a una p latina. L'influsso della scrittura runica si manifesta anche in un particolare alfabeto maiuscolo, usato soprattutto per i titoli (cf. tabella, n. 4).

Nell'i. minuscola la distinzione fra anglosassone e irlandese è più accentuata che nella rotonda; la prima ha un andamento più sciolto e curve più ampie, la seconda è invece rigida, angolosa, e forti contrasti, con minore sviluppo dei tratti lunghi. Questo suo aspetto si accentua ancor più con il sec. xi, quando in Inghilterra la conquista normanna sopprime ogni residuo di scrittura i., la quale sopravvive invece in Irlanda in forme più ingrossate e stereotipe, usate ancora oggi per i testi gaelici.

Le abbreviazioni. - Senza entrare nel vivo della discussione circa l'origine delle abbreviazioni di tipo i. e i rapporti di dipendenza con quelle del continente, va ricordato tuttavia che nei testi delle Isole Britanniche abbondano abbreviazioni derivate dal sistema tironiano e dalle notae iuris, alcune delle quali si incontrano poi anche nella terraferma (v. Abbreviazioni). Sono pure frequenti certi compendi caratteristici (per, pro, propter, proprius, quam, quis, quis, et reliqua, ecc.) che non hanno riscontro nelle altre scritture latine.
III. La miniatura t. - Nei codici d'Inghilterra e d'Irlanda la miniatura si presenta con caratteristiche fortemente diverse da quelle degli altri paesi : tuttavia studi recenti (Masai) hanno dimostrato che non si tratta di elementi originali celtici, ma piuttosto di motivi già noti, impiegati nell'areficaria e trasportati, prima in Inghilterra
![img-5.jpeg](img-5.jpeg)
(fot. Enc. Gali.)
Insullare, scrittura e miniatura - Scrittura i. rotonda. Evangeliario del sec. viII - Biblioteca Vaticana, cod. Barb. lat. 270, f. 46².

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(da F. Maden, Mediatral Palasagrapby, Oxford 1987, tav. 18) Insulare, scrittura e miniatura - Scrittura minuscola anglosassone. Helras Bradford vede una terra in Oxford a Guglielmo di Roberto di Norhamt (ca. 1180) - Oxford. Archivio della Universitd, ms. CLXVII.
e poi in Irlanda, nella miniaturistica. Ciò va detto soprattutto per la decorazione, che nei manoscritti insulari predomina largamente e si manifesta in intrecci complessi, fregi geometrici attorno e nelle lettere iniziali, puntini rossi che contornano il primo elemento di ogni capoverso. L'elemento ornamentale è spesso composito, distribuito su tutta la pagina con uno studio paziente di schemi e di proporzioni; la stessa figura animata (uomo o bestia), tracciata sempre con razzezza, assume un aspetto fantastico, grottesco e rimane limitata a una funzione puramente decorativa. Il colore è in genere cupo, particolarmente nei testi irlandesi : in quelli anglosassoni la pagina è ravvivata a volte dall'oro. Queste caratteristiche esercitano poi variamente la loro influenza anche in alcuni centri del continente. Ma con il sec. ix penetra nelle scuole inglesi l'arte carolingia, soprattutto da Reims; il nuovo indirizzo trova la sua espressione più compiuta nel monastero di Winchester.

Tra i prodotti più cospicui della miniatura i. sono l'Evangelario di Lindisfarne, il Codex aureus di Stoccolma, il Book of Kells. - Vedi tav. VIII.

Bull.: E. M. Thompson, The history of English handwriting, A. D. 700-1400 (Transactions of the Bibliographical Society, 5). Londra 1901; F. Steffens, Lateinische Paläographie, III, Friburgo 1903, pp. xiv-xvi (con indicazione delle più importanti raccolte di facsimili); W. M. Lindsay, Early Irish minuscule script, Oxford 1910; id., Early Welsh script, ivi 1912; L. Schiaparelli, Intorno all'origine e ad alcuni caratteri della scrittura e del sistema abbreviativo irlandese, in Archiv. storico ital., 74, 11 (1916), pp. 3-126; E. A. Lowe, Codices latini antiquiores, II, Oxford 1935, pp. v-xit. Importanti osservazioni anche in L. Traube, Perrana Scattorum. Ein Beitrag zur Überlieferungsgeschichte und zur Paläographie des Mittelalters (Sitzungzber. d. hgl. bayer. Akad. d. Wissensch., Philol.-histor. Klasse, 4), Monaco 1910, ripubblicato in Vorlesengen und Abhandlungen, III, Monaco 1920, pp. 95-119. Fondamentale il quadro di L. Butler, Insular palaeography, in Scriptorium, 3 (1949), pp. 267-89. Sulla miniatura: E. H. Zimmermann, Vorharolingische Miniaturen, III e IV, Berlino 1916; E. G. Millar, La miniature anglaise da Xᵉ au XIIIe siècle, trad. dall'inglese, Parigi 1926; R. Pfister, Irische Buchmalerei, Postdam 1927; O. E. Saunders, English illumination, I, Firenze 1928; F. Massi, Essai sur les origines de la miniature dite irlandaisc, Bruxelles-Anversa [1947]; C. Nordenfalk, Before the Book of Durrons, in Acta archaeologica, 18 (1947), pp. 141-74.

INTA
INTA
INTAVOLATURA. - Sistema, non più in uso, di notazione musicale strumentale.

Quando, nella seconda metà del sec. xv, le musiche polifoniche corali (nelle quali l'arte musicale aveva raggiunto alte possibilità espressive e tecniche) cominciarono ad essere trascritte per strumenti che (come l'organo) possono eseguire più parti simultanee, bisognò escogitare un sistema di notazione che indicasse chiaramente l'indipendenza melodica e il sincronismo ritmico delle varie parti raccolte nella tastiera. Tale sistema, chiamato appunto i., è in sostanza l'antenato delle nostre partiture in quanto per la prima volta presentò all'occhio dell'esecutore le varie parti incolonnate verticalmente con sbarre di delimitazione fra gruppi di battute.

Le i. si classificano in base al tipo di strumenti (i. d'organo, di clavicembalo, di liuto, di chitarra) e tenendo conto dei diversi paesi (i. italiana, francese, tedesca, spagnola) e dei particolari sistemi di notazione (alfabetica, musicale, cifrata, mista). Nelle i. tedesche per organo e per clavicembalo, fu preferita la notazione alfabetica: da A a G per la 1ᵃ ottava, da a a g per la 2ᵃ, da à a breve{g} per la 3ᵃ e da à a ddot{g} per la 4ᵃ ottava ( H sta per B ). Per l'alterazione cromatica e per i valori ritmici vi erano segni speciali (trattini e codine variamente disposte e collocate). Le i. italiane per l'organo e per il cembalo, sono impostate in due righi, di cui l'inferiore ha spesso maggior numero di linee (p. es., 7). Due chiavi a uno stesso rigo facilitano la lettura.

La notazione cifrata fu largamente usata dai maestri spagnoli (tanto per gli strumenti a tastiera quanto per quelli a corde pizzicate). In essa i numeri da i a is corrispondono a un'estensione di due ottave. 1-LA; nono
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(fol. Ene. Catt.) Insulare, scrittura e miniatura - Salterio gallicano proveniente dall'abbazia di Coupar-Angus in Scozia (sec. xil-xiii). Biblioteca Vaticana, cod. Palat. lat. 65, f. Ir.

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prima = si bemolle; nona seconda = si naturale. Vi si aggiungono segni derivati dalla comune notazione misurata (il sistema cifrato introdotto in Francia da un confratello del p. Mercenne ebbe continuatori). 'Tutto diverso è il concetto che presiede alla notazione per liuto o per chitarra. Qui si volle indicare non la nota, ma il punto di pressione del dito sulla corda, cioè il taste. Le linee del rigo indicano le corde, e sono quindi tante quante le corde stesse dello strumento. La divergenza è completa tra il sistema italiano e quello francese: in quest'ultimo la linea superiore del rigo corrisponde alla corda più acuta: nel sistema italiano invece vi corrisponde la linea inferiore. I francesi applicano al rigo le lettere, gli italiani i numeri. I tedeschi sopprimono il rigo mantenendo però in un allineamento ideale la notazione alfabetica. Fra i più antichi teorici che trattano delle i. è celebre K. Paumann con il suo Fundamentum organizandi (1432; ed. Berlino 1925).

Le i. hanno trasmesso e conservato molte musiche dei secc. xv, xvi e xvir. Le i. di liuto particolarmente sono utili non solo per la conoscenza della tecnica dello strumento, ma anche perché risolvono punti dubbi di quelle opere polifonico-corali che furono trascritte nelle i. stesse.

I maestri-contori, nei secc.xv e xvi, chiamavano TaMatur l'insieme delle regole per musicare un testo poetico.

Bibl.: J. Wolf, Handbuch der Notationskunde, I, i, Lipsia 1919. Edgardo Carducci Agustini

INTEGRITÀ DELLA CONFESSIONE: v. CONFESSIONE.

INTEGRITÀ, STATO DI : v. DONI PRETERNATURALI.

INTELLETTO. - E il principio del pensiero della coscienza umana che distingue l'uomo dalle forme di vita inferiore.

La prima affermazione dell'i. come attività soprasensibile si deve ad Anassagora (Aristotele, Met., I, 3, 984 b 13) il quale tuttavia si limita a concepire l'i. (voûs) come "causa dell'ordine del cosmo" e principio di movimento e di separazione delle cose (H. Diels-W. Kranz, Die Fragmente der Vorsokratiker, II, 5° ed., Berlino 1935, B 13, p. 39). E questione controversa se Democrito abbia ammesso una distinzione di natura fra i. e senso: sembra tuttavia che il principio fondamentale della sua teoria del conoscere - "il simile si conosce col simile" ( dot{text { (u }} ousv dot{ε} μ dot{ω} ω ) - non sia che l'applicazione del principio comune all'interazione degli esseri (cf. Aristotele, De gen. et corr., I, 7, 323 b io sgg.). Approfondito nella sua funzione costitutiva della verità dall'idealismo platonico, l'i. viene da Aristotele riferito intrinsecamente all'esperienza sensibile nelle sue sintesi rappresentative ( varphi α ν τ α dot{α} μ α τ α; cf. De an., III, 3, 428 a 1; ibid., 7, 431 a 17) : ma Aristotele lasciò insoluto il problema della individualità personale dell'i. Il neoplatonismo, nel tentativo di una sintesi fra Platone e Aristotele, concepi l'i. come la seconda ipostasi fra l'Uno-Bene e l'Anima: Plotino chiama l'i. il "primo atto del Bene" che circola attorno al Bene, mentre l'Anima guarda all'i. e per esso arriva a Dio (Enn., 1, 8; ed. E. Brèhier, I, Parigi 1924, p. 116, 21 sgg.). Plotino e tutta la scuola neoplatonica s'affaticarono a conciliare la separazione posta da Platone fra il δ ε μ ° ω ρ γ o ́ s e i π α ρ α δ ε i γ μ α τ α e non si è riusciti ancora a trovare una teoria unica. In Proclo, che raccoglie i risultati della tradizione in forma più sistematica, si trovano tre gradi o momenti dell'i.: a) c'è anzitutto un ∂ ε i ̂ o v vo η τ o ́ v il quale è principio dell'intelligibile e lo trascende: è vo η τ o ̀ v κ α τ^{′} alriav; dot{ε} ) segue il voûs vo η τ o ́ s nel quale soggetto e oggetto sono dot{ε} v π α τ^{′} dot{α} ρ ι δ μ o ́ v ed è il primo e principale i. ( π ρ ω ́ τ o s, dot{α} μ ε dot{ε} ε α τ o s voûs); ε ) infine ci sono i vóes partecipanti ovvero π α τ dot{α} μ ε dot{ε} ε ε ξ ι v nei quali soggetto e oggetto sono distinti (cf. Procl., The elements of theology, ed. E. R. Dodds, Oxford 1933, p. 285 sg.).

Il problema dell'i. forma, per cosi dire, il tema centrale dello sviluppo storico dell'aristotelismo : le discussioni verrono soprattutto circa l'interpretazione del cap. 5 del III i. del De anima nel quale Aristotele distingue due i. nell'anima cosi come in ogni natura si distinguono
due principi: uno passivo, la materia, ch'è in potenza a tutto, l'altro che è come "causa e agente" ( τ dot{α} af τ ι o v varkappa α i π ω η τ ι α v). C'è quindi un i. a cui compete divenire tutte le cose ( dot{ε} ν dot{ε} ζ ς., τ dot{ξ} π α dot{α} τ α      γ dot{α} α σ θ α mathrm{s} ), l'altro a cui compete di fare (intelligibili) tutte le cose ( dot{ε} τ dot{ξ} π α dot{α} τ α π ω α dot{ε} v ) che Aristotele sembra esaltare come il principio, separato, immortale ed eterno (De an., III, 5, 430 a 10 sgg.). Alessandro di Afrodisia, più vicino e fedele al testo aristotelico, intende l'i agente come Dio stesso, causa prima, che è l'i. per eccellenza ( dot{ε} χ α i xopísos dot{ε} σ τ i voûs; Alessandro di Afrodisia, De anima cum mantissa, ed. L. Bruns, Berlino 1887, p. 89, 18), mentre l'i. possibile è detto materiale ( dot{λ} λ ι α dot{ζ} ) e corruttibile. Le controversie sull'i. furono in auge nella filosofia araba nella quale prevalse l'indirizzo neoplatonico: per Avicenna, che continua la posizione di al-Fārābī, l'i. separato è l'i. agente ed è posto come l'ultima sostanza spirituale separata (nel processo emanativo) la quale infonde le forme alle sostanze materiali (dator formarum) ed è principale di conoscenza per gli uomini singolari. Per il suo avversario Averroè è separato invece l'i. possibile o materiale ch'è unico per tutta la specie umana, eterno e incorruttibile, il quale si unisce agli uomini singoli e ai fantasmi particolari mediante la cogitativa propria di ciascuno (cf. Comm. in III De Anima, V, ed. veneta 1562, fol. 138 sgg.). L'immensa produzione letteraria del tardo medioevo e del primo Rinascimento sul problema averroista testimonia la carenza del senso dell'interiorità umana spirituale contro cui già s. Tommaso aveva proclamato il suo : hic homo intelligit (Sum. Theol., 1°, q. 76, s. 1).

Nella filosofia moderna l'i. segue l'orientamento peculiare dei diversi sistemi: nell'empirismo inglese l'i. (understanding) è ridotto ad una funzione di riflessione sui contenuti d'esperienza; nel razionalismo metafisico prekantiano invece l'i. assorbe in vari modi il valore e le funzioni conoscitive della stessa esperienza. Hegel qualificherà tutta questa "metafisica dell'i." (Verstandesmetaphysik) per astratta e vuota, specialmente nelle sue ultime forme (Wolff). In Kant l'i. è la facoltà delle categorie, mentre la ragione si occupa delle Idee (Dio, anima, mondo) che rappresentano delle totalità reali trascendenti la funzione oggettivante propria dell'i. categoriale. Nell'idealismo hegeliano la ragione (Vernunft) prende il completo sopravvento sull'i. (Verstand): ogni formalità a cui arriva l'i. è considerata come arrattezza vuota, e " falsa infinità" la serie delle perfezioni formali secondo cui l'i. concepisce la scola estiva: la vera realtà è la dialettica della ragione come totalità del divenire dello spirito umano e perciò il vero Assoluto (cf. Logik, 2° ed. di A. Lasson, I, Berlino 1932, I. I, sez. 1°, cap. 1, p. 140 sgg.; I. III, sez. 3°, cap. 3; trad. it. di A. Mani, II, Bari 1925, p. 483 sgg.). Nella filosofia più recente, la metafisica dell'i. è stata soppiantata dall'esaltazione della scienza (empirismo, positivismo...), dalla "filosofia della vita" e della "elancio vitale" (Nietzsche, Bergson, Simmel...), dalla dialettica dell'esistenza e del materialismo storico. Per s. Tommaso l'i. ha la f