aye bénédictine de L. C.-D., ivi 1926; Cottineau. I, coll. 607-69.
Eselon Josi
LA CHAIZE, François de. - Confessore e consigliere spirituale di Luigi XIV, n. il 25 ag. 1624 a Château d'Aix (Forez), m. il 20 genn. 1709 a Parigi. Entrato nel noviziato della Compagnia di Gesù nel 1639, ben presto insegnò letteratura, filosofia e teologia al Collegio della Trinità di Lione, dove aveva compiuto gli studi. In seguito divenne rettore dei due Collegi di Lione e Provinciale; nel 1675 Luigi XIV lo chiamò presso di sé quale suo confessore e consigliere spirituale.
In quella difficile situazione, l'uomo di Dio riusci tuttavia a guadagnarsi la stima e la completa fiducia del suo penitente. Dal 1675 al 1680, allorché Luigi XIV non si decideva a staccarsi dai colpevoli amori per Madame De Montespan e Mademoiselle de Fontanges, il padre ricorse, quando fu necessario, soprattutto a Pasqua, a a malattie politiche "che però non ingannarono il re. Questa dolce fermezza permise alla regina Maria Teresa di vivere i suoi ultimi anni nella gioia di un ritrovato accordo con il suo sposo. In seguito, il re, passato a seconde nozze con Madame de Maintenon, serbò sempre una vivissima riconoscenza verso chi lo aveva aiutato ad abbandonare le sue deviazioni di condotta e a riacquistare la sua dignità davanti alla corte e alla nazione.
Nello stesso tempo, l'influenza discreta e spesso efficace del consigliere spirituale si fece luce. Egli riusci in parte a smascherare gli intrighi che i ginnastisti moltiplicarono a Roma durante il pontificato di Innocenzo XI; ma, spirito conciliante, "non volle mai-dice Saint-Simon spingere fino alla distruzione Port-Royal des Champs ". Non fu favorevole alla revoca dell'Editto di Nantes. Ebbe
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(da Lucemburgo apuro a Louis XIV sutt is resort da P. de La Chaize fait a la Sainte Soeuite, Colonie l'18, too, contro
d front.)
La Chaize, Francgios - Il p. L. C. ricevuto da Luigi XIV nella sua stanza da letto.
XIV, Lione 1839; R. Duhr, I Gesuiti, Facole e leggende, trad. it., II, Firenze 1908, pp. 193-200: Pastor, XIV, 2. v. indice: L. Koch, Jesuiten-Lexikon, Paderborn 1934, coll. 314-15.
Giorgio Guitton
LACHAT, Eugène. - Vescovo di Basilea, n. a Montavon (Cantone di Berna) il 14 ott. 1819, m. a Balerna nel Canton Ticino il 10 nov. 1886. Compiuti glistudi teologici in Italia ed ordinato il 24 sett. 1842, fu nominato dapprima rettore del santuario di TroisEpis nell'Alsazia, ove rimase per ca. 6 anni, quindi parroco di Grandfontaine in Svizzera (1850). Dopo aver retto in seguito per quasi un decennio il decanato di Delémont, venne consacrato da Pio IX vescovo di Basilea il 28 sett. 1863.
A causa della sua fedeltà al Papa ed alle decisioni del Concilio Vaticano, al quale aveva attivamente partecipato, ebbe vivaci contrasti con le autorità politiche cantonali, per cui venne deposto dal governo della diocesi (1873) ed esiliato (1874). Stabilitosi dapprima ad Altishofen, quindi a Lucerna, si dimise nel 1884 per desiderio di Leone XIII, venendo poco dopo eletto amministratore apostolico del Canton Ticino e nominato contemporaneamente arcivescovo titolare di Damietta.
BibL.: P. Vautrec, Histoire des écèques de Bâlie, II, Einsiedeln 1883, pp. 339-636; J. Folletête, Un évêque jurassien, mer E. L., Parigi 1923.
Niccolò Del Re
LAGHELIER, Jules. - Filosofo, n. il 27 maggio 1832 a Fontainebleau, m. ivi il 18 genn. 1918. Professore al Liceo di Caen (1864), insegnò in seguito (1864-75) alla Ecole normale supérieure.
Sotto l'influsso del Biran e del Ravaisson, L. svolse l'idealismo trascendentale kantiano nel senso di un realismo spiritualistico. La vera, profonda e organica unità nel mondo dei fenomeni non è data dalle leggi puramente matematiche, bensì dalla legge di finalità, per cui la natura si pone come un insieme di sistemi teleologici unitari. Il pensiero è pertanto immanente alla natura (forza e movimento), tendente finalisticamente alla supiena espressione nella coscienza. Questa spiegazione teleologica fa posto alla libertà e suggerisce quale conclusione religiosa l'esistenza di un superiore Principio del pensiero e della realtà, come esigenza del " passaggio dall'assoluto formale all'assoluto reale e vivente, dall'idea di Dio a Dio». L'essenza ultima del pensiero, non raggiunta
dalla pura analisi psicologica, si rivela cosi, con tendenza verso il superamento del panteismo, nella metafisica.
L. infiui, fra altri, su Boutroux e Bergson.
Opere principali: De natura syllogismi (Parigi 1871); 2^{text {h }} ed., ivi 1935; Du fondement de l'induction (tesi di laurea, ivi 1871; 90 ed., 1907); Psychologie et métaphysique (due saggi in Rev. philos., 19 [1885], riediti nella 20 ed. di Du fondement de l'induction, ivi 1896); Etudes sur le syllogisme (ivi 1907).
Bibl.: G. Scailles, La philosophie di 7. L., Parigi 1920; L. Brunschrice-Marcel, La littérature française contemporaine... (1830-1923), I, ivi 1926, cap. 1; E. Boutroux, Nouvelles études d'histoire de la philos., ivi 1927, p. 131 sgg.; A. Tilgber, Le filosofia della religione di 7. L., in Relafia, 11 (1935), pp. 61-66; C. Devivaine, La philosophie religieuse du 7. L., in Rev. des sciene, philos. et théol., 28 (1930), pp. 439-64. Altre indicazioni in W. Ziegenfuss, Philosophen-Lexikon, II, Berlino 1951, pp. 2-3.
Ugo Vialino
LACHIS. - Importante città della Palestina meridionale, che fu, nei vari periodi, luogo strategico e piazzaforte. La S. Scrittura riferisce che L., abitata dai Cananci e governata da un re, fu presa da Glosue (Ios. 10, 3.31 sgg.; 12, 11; cf. 15, 21). Roboam, figlio di Salomone, la fortificò come altre città della Giudea verso il 920 a. C. (II Par. 11, 9). L. vide morire il re Amasia ( 189 a. C.) sotto i colpi dei suoi assassini (II Reg. 18, 19; II Par. 25, 27). Nel tempo di Isaia, sotto Ezechia, nel 702, il re assiro Sennacherib la assediò (II Reg. 14, 19; II Par. 32, 9; cf. Mich. 1, 13) e di là inviò messaggeri a Gerusalemme per esigere la resa (II Reg. 18, 17; 19, 18; Is. 36, 2: 37, 8). Un secolo più tardi Nabuchodonosor assediò L. (Ier. 34, 7) e la prese nel 589-588 a. C. Dopo l'esilio babilonese L. fu abitata di nuovo da Giudei (Neb. 11, 30).
Il nome della città, scritto L a-k i-i ̃ a, occorre più volte nelle lettere (1410-1360 a. C.) di el-'Amärnah, le quali rivelano la collusione di L. e dei suoi principi con gli invasori chiamati Habiru (v. [cf. J. Knudtzon, Die El-Amarna-Tafeln, Lipsia 1907-15, nn. 287 sg., 328 sg., 331, 335]). Una immagine viva della città assediata dagli Assiri dànno i rilievi contemporanei trovati nelle porte del palazzo di Sennacherib a Ninive (H. Gressmann, Altorientalische Bilder, 2^{text {h }} ed., Lipsia 1927, nn. 137-41; cf. inoltre DB, IV, coll. 15, 23-26).
Queste notizie bibliche ed estrabibliche suscitano naturalmente il desiderio di conoscere anche la posizione esatta di L., e di trarne informazioni archeologiche. Dopo un primo tentativo di identificare L. con Tell el-Hesí, si accetta oggi generalmente l'identificazione di L. con Tell ed-Duwejr, presso el-Qubejbeh, 25 km . a ovest di Hebron, nelle colline fra la pianura filistea e i monti di Giuda. Tell ed-Duwejr è una delle più importanti colline di rovine della Palestina e corrisponde perfettamente all'importanza che L. aveva nella storia.
Nel periodo 1932-38 vi furono fatti scavi sotto l'ecceleinte direzione di J. L. Starkey. Questi scavi hanno rivelato che le origini della città risalgono al in millennio a. C. I primi abitanti si stabilirono nelle caverne naturali che si trovano nel declivio ad occidente del tell. Quando poi la popolazione si trasportò sul sito dell'attuale tell, continuarono per secoli a seppellire i loro morti in quelle caverne; i numerosi sepolcri fornirono abbondante materiale archeologico. Nel periodo del bronzo medio (20001600) la città ricevette le sue prime mura di difesa. Nel bronzo recente ( 1600 -1200) essa godette grande prosperità, estendendo i suoi subborghi fin dentro l'antica fossa di difesa, allora già parzialmente riempita. E notevole che in questa fossa, piuttosto che nell'interno della città, durante questo periodo fosse costruito un tempietto. Tale fosse temple, come gli scavatori lo chiamarono, fornl preziosi contributi alla conoscenza di questa epoca archeologica, fra gli altri un mesciacqua con un'iscrizione
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alfabetica del tipo protosinaítico. I.a fioritura di questa epoca cananea giunse alla line con l'incendio della città nel sec. xili a. C.; esso è forse da mettere in relazione con la invasione istaelitica (cf. Jos. 10, 3.31 sgg.). Nel tempo della monarchia, gli Israeliti si misero a fortificare la città efficacemente contro qualsiasi aggressione, circondandola di un doppio muro e difendendo la rampa di accesso e l'ingresso all'angolo sud-ovest con una doppia porta, una esterna ed una interna, con torri e forti bastioni. I chiari segni di distruzione, però, mostrano che la città non poté resistere ne agli Assiri né ai Babilonesi.
Proprio in uno strato di macerie e ceneri di quest'ultima epoca giudaica (ca. 589-588 a. C.), in un andito della porta esterna, fu fatta nel 1935 la scoperta più brillante, assolutamente unica, di 18 ostraka (v.), sui quali erano scritte con mano ferma ed esperta alcune parole ebraiche nell'alfabeto antico. Nel 1938 furono trovati altri tre ostraca. La maggior parte di questi documenti è costituita da lettere, dirette al difensore di L., e in parte perfettamente leggibili. Sono i primi documenti personali pressilici trovati in Palestina. Essi riflettono la vita sociale e politica del tempo di Geremia e del barcollante regno di Giuda, parlano di profeti, del re, di un ministro del re, di Gerusalemme, di un viaggio in Egitto, ecc. Rispeechiano la lingua parlata allora in Giudea: la stessa lingua ebraica, perfettamente classica, che si trova nelle edizioni delle Leggi e dei Profeti. Gli ostraca illustrano inoltre la maniera in cui il testo biblico era scritto in quel tempo.

(da H. Toresgner, Lachish, I, Londra 1939, p. 70) Lachis - Frammenti della quarta lettera di L. - Londra, British Museum.

(da O. Tufnell-C. H. Ings - L. Harding, Lachish II, Londra 1950. tav. I) Lachis - Veduta generale da sud-est.
Hanno dunque importanza paleografica, filologica, storica e biblica. - Vedi tav. XLIX.
Bim.: J. L. Starkey, Palestine exploration fund. Quarterly statement, 1933-38; H. Torczyner, Lachish, I: The Lachish Letters, Oxford 1938; O. Tufnell - C. H. Inge - L. Harding, Lachish, II: The fosse temple, ivi 1940; U. Cassuto, I primi quattro ostraca di Ldhlf, in Rivista degli studi orientali, 16 (1936), pp. 163177; E. Vogt, Epistulae ultimi temporis regni Iuda te Lahif inventae, in Verbum Domini, 17 (1937), pp. 180-85; L. Hennequin, in DBs, III (1938), coll. 339-64; A. Vaccari, Le lettere di L., in Biblica, 20 (1939), pp. 180-99; id., Lettere dell'antica Palestina in margine alla Bibbia, in Civ. Catt., 1939, II, pp. 121-21, 224-32; ulteriore bibl. in Biblica, 20 (1939), p. 180; 28 (1947), p. 99^{*}; 39 (1948), p. 109*; 31 (1950), p. 124*; Bulletin of American Schools of Oriental research, 82 (1941), p. 18, n. 1; Palestine exploration quarterly, 80 (1948), p. 131, n. 1. Ernesto Vogt
LACHMANN, KARL. - Filologo protestante tedesco (1793-1851), professore a Berlino, celebre non solo per le sue opere di germanistica e di filologia classica, ma anche per i suoi meriti circa la critica testuale del Nuovo Testamento, nella quale inaugurò una nuova epoca.
Fino al L. aveva dominato, per ben 200 anni, il textus receptus, testo greco edito da Robert Estienne e specialmente da Elzevier nel 1633. Benché questo testo molto divulgato non avesse valore critico, basato come era su manoscritti poco numerosi e di bassa età, nessuno aveva osato tuttavia pubblicare un testo migliore, ma si continuò a stampare il textus receptus, annotando al più le varianti ed emendandolo qua e là. Il famoso filologo R. Bentley (v.) aveva avuto l'intenzione di abbandonare il textus receptus, ma non la realizzò. Soltanto il L. la ruppe completamente con tale testo pubblicando nel 1831 un testo greco del Nuovo Testamento basato unicamente sui più antichi documenti. Fu il primo tentativo sistematico di sostituire la scelta arbitraria nella discriminazione delle varie lezioni con un metodo scientifico. L. non aveva la pretesa di dare già una restituzione del testo primitivo, scopo di ogni critica testuale, ma rinunciando anche al fecondo principio della classificazione dei testi di Griesbach (v.) e all'uso dei principi interni della critica, si limitò a dare nella sua recensione il testo che trovò essere stato più diffuso nella Chiesa al tempo di s. Girolamo (ca. 380). Questa gli sembrava la migliore base su cui ulteriori lavori critici avrebbero potuto poi, per mezzo di criteri interni, avvicinarsi di più al testo primitivo. La prima edizione stereotipica fu pubblicata nel 1831 a Berlino e ristampata nel 1837 e 1846 : dava soltanto il testo restituito dal L. e una appendice con lezioni varianti del textus receptus. Un'altra edizione più vasta apparve in a voll. ( 1842 e 1850) con un apparato critico ad opera di Ph. Buttmann.
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Non si può negare che i principi stabiliti da L. per determinare il testo sacro fossero buoni. Tuttavia il suo testo era imperfetto, sia perché egli non segui costantemente le sue norme, sia perché i manoscritti da lui scelti erano troppo pochi e i migliori codici gli erano accessibili soltanto in collazioni difettose. Il suo esempio fu però, senza dubbio, decisivo nella critica testuale del Nuovo Testamento.
Bim.: K. Lachmann, Rechenschaft über seine Ausgabe der Neuen Testaments, in Theologische Studien und Kritiken, Berlino 1830, pp. 817-42; M. Hertz, K. L.ieine Biographic, ivi 1831; E. Michels, s. v. in DB, IV (1909), coll. 27-29; C. R. Gregory, Testkritik des Neuen Testaments, Lipsia 1908, pp. 966-73; G. Pasquali, Storia della tradizione e critica del testo, Firenze 1934, pp. 3-14. Einaxio Vogt
LACLOS, Pierre-Ambroise-François Choderlos de. - Scrittore francese, n. ad Amiens il 18 ott. 1741, m. a Taranto il 5 sett. 1803. Deve la sua celebrità al romanzo epistolare Les liaisons dangereuses, pubblicato (anonimo) a Parigi nel 1782 : torvo intrigo dominato non tanto dalle passioni, quanto dalla perversa intelligenza dei protagonisti, e che riprende nelle forme dei romanza libertini, con amara lucidità e spregiudicato realismo (si è parlato perciò di «machiavellismo»), la potenza di penetrazione psicologica dei maggiori scrittori del sec. svit.
L. ricavò l'epigrafe delle Liaisons dall'immediato predecessore e (fino ad un certo punto) modello di esse, La nouvelle Hélène di Rousseau: "Ho osservato i costumi del mio tempo, ed ho pubblicato queste lettere». E certo l'opera sua risente dell'esaltazione incondizionata della spontaneità dell'impulso compiuta dal maestro della sensibilità settecentesca: ma è ben altrimenti lontana dal senso cristiano del peccato, anzi estranea ad ogni principio morale, nel giuoco spietato e mortale in cui vengono a trovarsi impigliati i personaggi. Per questo segna il distacco più netto dal cristianesimo, ch'è pur sempre presente nella grande letteratura francese d'introspezione psicologica, da Racine a Rousseau, e inaugura le più disperate analisi del cuore umano condotte dalla letteratura ottocentesca.
Lo scandalo sollevato dalle Liaisons non giovò alla carriera di L., dal 1780 capitano d'artiglieria: nel 1788 si dimise. Passò al seguito di Filippo d'Orléans, cooperando ai suoi intrighi nei primi anni della Rivoluzione Francese ed ottenendo nel 1792 il grado di colonnello. Imprigionato due volte nel 1793, dopo il 9 termiduro rientrò in servizio come segretario generale dell'amministrazione delle ipoteche e poi come generale d'artiglieria nell'armata del Reno e nell'esercito napoletano. Fu anche autore di poesie d'occasione, di scritti d'argomento militare, di memorie varie sulle vicende del suo tempo.
Bim.: J. de Boisolin-G. Mossé, Notes sur Ch. de L. et les Liaisons dangereuses, Parigi 1904; A. Augustin-Thierry, Les Liaisons dangereuses de L., ivi 1930; P. Trahard, Les maitres de la sensibilité française au XVIIIe siècle, IV, ivi 1933, pp. 47-70; E. Dard, Le général Ch. de L., 2² ed., ivi 1936; A. Malraux, L., trad. it. in Prospettiva della letteratura francese, I, Da Corneille a Chénier, Milano 1946, pp. 391-402. Enzo Bottasso
LA COLOMBIERE, Claude, beato. - Gesuita, propagatore della devozione al S. Cuore di Gesù, n. a St-Symphorien d'Ozon (Delfinato) il 2 febbr. 1641, m. a Paray-le-Monial il 15 febbr. 1682. Entrato nella Compagnia di Gesù, superando una terribile avversione, fu, compiuti gli studi, predicatore a Lione, indi ( 1675 ) primo superiore della residenza di Paray-le-Monial; alla fine del 1676 fu inviato alla corte inglese, come predicatore della duchessa di York, Maria Beatrice di Este. La presunta congiura di Titus Oates gli procurò la prigione, da cui fu liberato per intervento dell'ambasciatore francese ed esiliato. Tornò a Paray, dove lo colse la morte.
Il suo nome è legato alla propagazione della devozione al S. Cuore, della quale aveva ricevuto l'incarico, at-
traverso le rivelazioni fatte a S. Margherita Alacoque il 16 giugno 1673 ; egli aveva approvata la spiritualità della Santa e la realtà dei messaggi divini di fronte alla disapprovazione di molti, e accertò l'incarico con tutto l'entusiasmo, consacrandosi subito al S. Cuore e diffondendone la devozione presso quanti dirigeva. Pur dovendo, per motivi di salute, lasciare Paray-le-Monial, vi rimase, tuttavia, dietro il celebre biglietto della Santa: "Egli [Gesù] mi ha detto che vuole il sacrificio della vostra vita qui».
Di lui furono pubblicati postumi i Sermons prechèz devant son Altesse Royale, Madame la Duchesse d'York (3 voll., Lione 1684; cresciuti a 4 nella 2² ed., ivi 1687; vers. it., Venezia 1707 e Torino 1913); La retraite spirituelle (ivi 1684); Le lettres spirituelles (2 voll., ed. a cura di P. Charrier, Grenoble 1902, vers. it., Milano 1907). Tutte queste opere ebbero molte edizioni e traduzioni.
Bim.: Opere: Genove complete, 7 voll., Avamone 1832 e Lione 1864; ed. critica 6 voll., Grenoble 1900: Sommervogel, II, coll. 1311-17. Studi: P. Charrier, Vie du b. Claude de la C., 2 voll., Parigi 1894, vers. n., 2 voll., Proto 1900; A. Hamon, Hist. de la divotion au Sacré Cucur, I, Vie de ste M. M. Alacoque, 2² ed., Parigi 1923, p. 161 sgg.; J. Bouhce, Le b. Claude de la C., Tolosa 1929; A. Fiocchi, Vita del b. C. de la C., Isola del Liri 1929; M. Yea, The appeal of the sacred Heart, C. de la C., Londra 1940; G. Guitton, L'âme du b. C. de la C., in La vie spirituelle, 69 (1943-46), pp. 28-42; id., Le b. C. de la C. Son milieu et son temps, 1641-82, Lione 1943; H. Monnier-Villard, Claude La C., in D8n, II, coll. 939-43. Celestino Testore
LACOMBE, Albert. - N. il 18 febbr. 1827 in St-Sulpice (Canadà), sacerdote nel 1850, oblato di Maria Immacolata nel 1855 , m. il 12 dic. 1916 a Midnapore. La sua lunga vita fu dedicata anzitutto agli indiani e meticci del nord-ovest canadese, i quali lo chiamavano "l'uomo dell'anima bella" o "il buon cuore". Il potere che esercitò sui cuori degli Indiani lo rese capace di impedire guerre, spedizioni di vendetta e sanguinose inimicizie.
Nel 1861 fondò St-Albert, divenuto in seguito per sua opera avamposto del cristianesimo nel nord-ovest; nel 1869 liberò Edmonton; nel 1885 impedì ai Piedineri e ad altre tribù indiane di associarsi all'insurrezione dei meticci. Nel 1884 aprì la prima scuola di artigianato per gli indiani, nel 1894 inaugurò la colonia di St-Paul per i meticci minacciati di stermini. Compose tutto una serie di lavori linguistici sulle lingue indiane dei Cri, dei Saltatori, dei Piedineri. La pubblicazione più celebre è il Catechismo illustrato, che in una tavola rappresenta l'economia di salute dalla Creazione fino all'ultimo Giudizio. Nel 1900 e nel 1904 si recò dall'arcivescovo di Leopoli e dall'imperatore Francesco Giuseppe d'Austria per ottenere sacerdoti ruteni. Nella lotta per le scuole canaderi trattò con grande abilità e buon successo con il governo per salvare le scuole cattoliche. Alla Società ferroviaria canado-pacifica spianò la strada attraverso i territori indiani. La cittadina di L. ebbe il nome in suo onore. A St-Albert gli fu eretto un monumento nel 1929.
Bibl.: K. Hughes, Pather L., Toronto 1911; anon., Le pire L. d'après ses mémoires et souvenirs, recueillis par une soeur de la Providence, Montréal 1916; Strich, Bibl., III, pp. 822-24; Th. Schäfer, Der schwarze Waldläufer, Lebenabild des Indienerapostels A. L., Paderborn 1932. Giovanni Remmersbürcher
LA COMBE, FRANCOIS. - Barnabita, n. a Thonon (Haute-Savoie) ca. il 1640 , m. a Vincennes il 29 giugno 1715. Superiore del Collegio di Thonon (1677), poi della casa di Vercelli (1684), fu richiamato alla casa di Parigi nel 1689, dove l'anno seguente fu chiuso nella Bastiglia come propagatore del quietismo. Di là fu relegato all'isola di Oléron, poi a Lourdes, e nel 1712 trasportato nell'ospedale di Vincennes, perché affetto da mania furiosa.
Il suo scritto: Orationis mentalis analysis (Vercelli 1686), approvato prima come opera sana dall'Inquisizione a Roma, fu poi impugnato vivamente da altri e messo all'Indice nel 1688. Secondo gli uni il L. avrebbe iniziato alla mistica quietista M.me Guyon, altri invece
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ne fanno un umile discepolo di lei. Certo i due erano legati da uno strano affetto mistico e a base di «amore puro", che però dagli antiquielisti venne interpretato male, fondandosi sopra le parole del L. in una lettera alla Guyon ( 7 maggio 1698 ) che, se pure è vera, può ammettere altra benigna interpretazione.
Boll.: P. Doudon, Le p. L. C. et Molinos, in Rech. de science relig., 10 (1920), pp. 182-211; O. Prensli, Storia dei Barnabiti sel Scicente, Torino 1922, pp. 378-64, 417-22; G. Boffini, Scritturi barnabiti, II, Firenze 1933, pp. 303-12 (con ampia bibl.).
LACORDAIRE, Henir-Dominique. - Insigne oratore e apologista domenicano, n. a Recey-sur-Ource (Costa d'Oro) il 12 maggio 1802, m. a Sorèze il 21 nov. 1862. Orfano di padre a 4 anni, fu educato dalla madre a Digione, nel cui liceo ebbe un'ottima formazione linguistica. A contatto con l'ambiente volteriano, aveva già perduto la fede all'inizio dei suoi studi giuridici (1819). A Parigi, dove si era recato per l'usuale tirocinio di avvocato, sentì i problemi sociali allora vivamente agitati e non ne trovò la soluzione se non nella fede cristiana, che riabbracciò con fervore e slancio. Entrato nel Seminario di Issy (1824), da cui passò a quello di S. Sulpizio (1826), fu ordinato sacerdote il 22 sett. 1827. Cappellano della Visitazione di Parigi (1828) e del Liceo Henri IV (1829), prese contatto con F. de Lamennais e divenne uno dei principali redattori dell'Acculir.
Dopo la condanna del giornale, il L. (1832) si sottomise per primo al Papa e quando il Lamennais manifestò la sua ribellione nel famigerato libello Paroles d'un croyant e in altri scritti, ne confutò gli errori nelle Considérations sur le système philosophique de M. de Lamennais (Parigi 1834) e nella Lettre sur le St-Siège (ivi 1837).
La prova affinò lo spirito del L. che, datosi con maggior impegno alla vita interiore, iniziò quell'apostolato intellettuale, che è la caratteristica della sua vita. Le conferenze religiose tenute nella cappella del Collegio Stanislas (1834) ebbero un grande successo e l'anno seguente il L. fu invitato dall'arcivescovo Quélen a salire il pulpito di NotreDame durante la Quaresima. Fu un trionfo, che si ripeté nel 1836, anno in cui l'ormai celebre oratore decise di farsi domenicano. All'attuazione del disegno premise il Mémoire pour le rétablissement en France de l'Ordre des Frères Prêcheurs (Parigi 1839). Recatosi a Roma, ricevette l'abito religioso a S. Maria sopra Minerva ( 9 apr. 1839) e, terminato l'anno di noviziato nel Convento della Quercia (Viterbo), emise i voti il 12 apr. 1840. Nel dic. usciva la suggestiva Vie de st Dominique (Parigi 1840), che creò intorno all'adamantina figura del Santo e all'opera del suo Ordine un alone di simpatia e di ammirazione.
Ritornato in Francia, inaugurò il periodo aureo della sua attività ( 1841-54 ): riprese le conferenze di NotreDame, tenne applauditi corsi di predicazione nelle principali città (Bordeaux, Nancy, Grenoble, Lione, Strasbourg, Tolone, Tolosa), fondò conventi e case di studio, fino alla piena costituzione della provincia di Francia (1850), di cui fu nominato primo superiore. Questo provincia fu smembrata nel 1858 per l'erezione di quella di Lione. Il L. su questo punto aveva delle vedute diverse da quelle del p. Danzas e del p. Jandel, suo antico discepolo, divenuto maestro generale dell'Ordine. Fondò inoltre il Tera'ordine insegnante (1854), per cui lavorò con insonne tenacia e al quale andarono sempre le sue predilezioni. Fu appunto nel Collegio di questo istituto, aperto a Sorèze (Tara), che il L. passò gli ultimi anni, facendosi piccolo con i piccoli sapientemente. Il 2 febbr. 1860 fu ammesso all'Accademia di Francia: ancora un po' di rumore si fece intorno a quest'uomo, che, fuccato dal male e affinato dal dolore, immemore della gloria del tempo, aspirava a quella dell'eternità.
Nell'ultimo periodo scrisse: Lettres à un jeune homme sur la vie chrétienne (Parigi 1858) : opera incompleta, composta dietro preghiera del Perreyve, che è un inno alato a Cristo, di cui l'autore mostra d'aver subito l'irresistibile fascino, che trasfonde nel lettore; Vie de ste Marie

(da Panthéon des illustrations françaises au XIX- aliste publié sous la direction de Victor Frond. Clergé, Parigi s. a.)
Lacordaire, Henri-Dominique - Ritratto.
Madeleine (ivi 1860): lavoro redatto per la restaurazione dei luoghi sacri della Provenza, ove lo scarso senso critico è compensato da uno stile smagliante, sotto cui vibrano accenti di commossa pietà; De la liberté de l'Eglise et d'Italie (ivi 1860); Testament du père L. (a cura del Montalembert, ivi 1870): sono le memorie dettate nell'ultima malattia, concernenti le vicende della restaurazione dell'Ordine in Francia. Rimangono inoltre numerosi panegirici, elogi funebri, discorsi di circostanza editi dall'autore, e molte lettere e frammenti stampati postumi. Le opere complete ( 9 voll.) furono più volte edite; innumerevoli le traduzioni (in quasi tutte le lingue) delle singole opere.
La fortuna del L. è legata alle sue conferenze, che si svolsero con un filo strettamente logico, prendendo l'abbrivo dal fatto storico e concreto della Chiesa; si dividono in tre gruppi. Quelle del 1833-36 costituiscono il prologo, in cui la Chiesa è presentata come l'unica autorità che può condurre l'uomo alla verità e a Dio (conf. 1-7); subito dopo si introduce l'uditore a considerare la dottrina della Chiesa in generale, nella sua natura e nelle sue fonti (conf. 8-13). Quelle del 1843-46 espongono gli effetti della dottrina cattolica sullo spirito (conf. 14-20), sull'anima (conf. 21-28), sulla società (conf. 29-36); improvvisamente l'uditorio è trasportato a contemplare la figura viva di Cristo, autore della Chiesa (conf. 37-44). Quelle del 1848-51 accostano l'anima al blocco massiccio del dogma della Chiesa: Dio (conf. 45-52), rapporti dell'uomo con Dio (conf. 53-59), la caduta e la riparazione (conf. 60-66), l'economia provvidenziale della Redenzione (conf. 67-73). Le conferenze di Tolosa (1854) fanno parte a sè, riguardando la morale nei suoi rapporti con il soprannaturale.
Il metodo introdotto dal L., nella sua apologetica, è in parte nuovo. Egli stesso riconosce (conf. 27) d'aver cambiato tuttica; invece di salire dalla base, è partito dal vertice; non ha scavato nei fondamenti della piramide,
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ma considerandone la cima è lentamente disceso fin nella parte più nascosta, che sostiene l'intero edificio. Gli Apostoli videro il Capo e credettero nel corpo ancora non evoluto della Chiesa; L. ha visto il corpo e ha indotto gli uomini del suo tempo a credere nel Capo invisibile della Chiesa. Le conferenze più belle e sentite sono sp. punto quelle che trattano di Gesù. La figura del Cristo, che nel 1823 aveva atterrato il giovane volteriano, ne conquistò l'ardente spirito, crebbe e giganteggiò nel pensiero e nella parola di questo convertito, la cui vita, come quella di s. Paolo, si risolse in una lirica canzone al Divino Conquistatore. Al suo canto diede forma e splendore il romanticismo di Chateaubriand, vigore e forza la teologia di s. Agostino e di s. Tommaso, colore e vita il suo genio e l'indole della nativa Borgogna. Se la sua eloquenza non è darta e profonda come quella del Bossuet e del Bourdaloue (né scevra d'imprecisioni), ha però un accento più umano, movenze più spontanee, una trasparenza cristallina dell'anima, che s'accosta, in un colloquio animato e vissuto, cor ad cor, con il suo uditorio, divenuto suo interlocutore. La parola del L., pur librandosi in regioni sempre pure, toccava la vita, quella allora tumultuante nell'anima dei suoi ascoltatori, e con un colpo d'ala l'accostava alle sorgenti del Vangelo. Gli uomini del Romanticismo, agitati dal marasma religioso-sociale provocato dalla rivoluzione, compresero, attraverso la parola alata e immaginosa di un poeta divenuto apostolo, come la religione di Cristo non fosse una camicia di forza, ma un sostanzioso viatico per l'aspro cammino della vita.
Vario è stato il giudizio dei posteri sull'atteggiamento politico del L. (è nota la frase : «muoio da cristiano penitente e da liberale impenitente»), discutibili sono ritenute alcune sue affermazioni dottrinali, nessuno però ha mai dubitato della nobiltà delle sue intenzioni, tutti ne hanno ammirato il carattere rettilineo e l'austerità della vita.
Bim.: B. Chocarne, Le p. L. Sa vie intime et religieuse, Parigi 1866; M. de Montrond, Le p. L. Etude historique et bibliographique, Lilla 1868; Th. Foisset, Vie du p. L., Parigi 1870; V. Mc Nabb, L., Londra 1890; { }^{text {P }} P. Dessert, La prédication de L., Alais 1898; E.-G. Ledos, Les grandes hommes de l'Eglise au XIXe siècle: L., Parigi 1902; J.-D. Folghers, L'apologetique de L., ivi 1903; I. Favre, L. orateur. Sa formation et la chronologie de son oeuvre, ivi 1906; H.-D. Noble, L. apôtre et directeur des jeunes gens, ivi 1908; id., s. v. in DThC, VIII, ii, coll. 2394-2424; J. Bèzy, Fl. D. L. Etudes biographiques et critiques d'après les documents inédits, ivi 1910; M. Jaquin, Le frère précheur autrefois et aujourd'hui, ivi 1911, pp. 183-242; H.-D. Noble, La vocation dominicaine du p. L., ivi 1914; M. V. Bernardot, L'action surnaturelle dans la restaurations dominicaine au XIXe siècle, St-Maximin 1923, pp. 12-23; M. G. Ledos, Mureaux choisis et bibliographie de L., Parigi 1923; I. Giordani Introduzione al Testamento di L., Roma 1923, pp. 1-xxiv; id., Il p. L. nell'epistolario di Agostino Cochin, in Memorie domestiche, 44 (1927), pp. 299-94; A. Rulla, Il p. L. educatore ed asceta, Torino 1929; R. Discini, L. e le lotte per la libertà, in Memorie domenicane, 48 (1931), pp. 261-66; A. Rulla, La Chiesa maestra di morale nel pensiero del P. L., Torino 1932; J. Brougerette, Le prêtre français et la société contemporaine, I. Parigi 1933, passim; P. Fernessole, Les conférenciers de Notre-Dame, I. Parigi 1933, pp. 33-189; V. Giraud, De Chateaubriand à Beunetièr. Essai sur le mouvement catholique en France au XIXe siècle, ivi 1939, pp. 146-48; F. Cayré, Patrologie et histoire de la théologie, III, ivi 1944, pp. 343-44, 456-62; M. D. Capozzi, L. Un frate fra gli immortali, 2° ed., Milano 1947; V. Chinellato, Il padre L., Rovigo 1948.
LACROIX, Claude. - Gesuita, esimio moralista, n. a Dahlem (Lussemburgo) il 7 apr. 1632, m. a Colonia il 1-2 giugno 1714. Insegnò tre anni filosofia a Colonia; poi teologia morale a Münster, donde passò al medesimo insegnamento a Colonia.
Il suo nome è legato alla sua splendida Theologia moralis ( 8 voll., Colonia 1707-14) nella quale segue la celebre Medulla del p. H. Busembaum, ma ampliandola e commentandola assai, con ordine squisito, ampia informazione, dottrina sicura, pratica esperienza e chiarezza di soluzioni. Per queste doti l'opera conobbe molte edizioni ( 25 in meno di 50 anni) e divenne il testo più ricercato. L'edizione di Lione del 1729, a cura del p. F. Montauzon, che vi fece parecchie aggiunte, ristampata nel 1757, diede ansia ai giansenisti di denunziare varie pro-
posizioni dell'autore sul regicidio e l'omicidio, sfruttate come incitamento al delitto; cosi che l'opera fu bruciata in pubblico, e bruciato pure nel 1758 lo scritto del p. A. Zaccaria: Apologie de la théologie morale des pp. Buzenshann et Lacroix J'śnites (s. I. 1758). Quest'apologia però è inconfutabile, e l'opera del L. continua ad avere il suo valore. Le migliori edizioni più complete, e anche, quanto ai decreti della S. Sede, aggiornate, sono : quella di A. Zaccaria ( 6 voll., Ravenna 1761) e quella di P. Dion (4 voll., Parigi 1874-75).
Bim.: Sommervogel. IV, coll. 1347-54; Hurter, IV, coll. 941-42; I. Döllinger-P. H. Reusch, Gesch. der Monatszeitigkeiten in der römisch-baibel. Kirche, I. Nördlingen 1889, pp. 332 sgg., 420 .
Celestino Testore
LA CROSSE, diocesi di. - Città nello Stato di Wisconsin negli Stati Uniti; suffraganca di Milwaukee, comprende le seguenti 19 contce nello Stato del Wisconsin: Adams, Buffalo, Chippewa, Clark, Crawford, Dunn, Eau Claire, Jackson, Juneau, La C., Marathon, Monroe, Pepin, Pierce, Portage, Richland, Trempealeau, Vernon e Wood, con una superficie complessiva di 15.078 miglia.
Ha una popolazione di 577.206 ab. (censimento del 1950) dei quali 142.609 cattolici, divisi in 205 parrocchie, 72 cappelle, 56 missioni, con 232 sacerdoti diocesani, 68 regolari, 1 seminario, 1 collegio, 14 "high schools", 86 scuole parrocchiali; nel 1946 vi furono 809 conversioni. Nella diocesi si trovano 9 comunità religiose maschili con 730 profossi e 16 femminili (con 1350 professe), tra le quali quelle della S. Famiglia per le ragazze di razza negra. La C. fu eretta in diocesi l'8 febbr. 1868 come suffraganea di St-Louis, dietro domanda del secondo Concilio plenario di Baltimora tenuto nel 1866. Primo vescovo fu mons. M. Heiss. Nel 1870 passò a far parte della nuova provincia ecclesiastica di Milwaukee. Il suo territorio, che allora si estendeva tra le rive del Wisconsin e dei Mississippi, fu smembrato nel 1905 per formare la diocesi di Superior. La Cattedrale è dedicata a s. Giuseppe.
Bim.: F. Mechan, s. v. in Cuth. Enc., VIII, p. 733; XVII, Supplement, p. 443; I. H. O'Donnell, The catholic hierarchy in the United States 1790-1902, Washington 1922, v. indice; D. C. Shearer, Pontificia Americana..., 1764-1864, ivi 1933, v. indice; The Official Catholic directory 1947, Nuove York 1947, pp. 321-26. Corrado Morin
LACUNARIA (Laquearia). - Come in precedenti edifici civili, nelle basiliche cristiane il soffitto era a travi incrociate costituenti un cassettonato, che poteva essere formato con elementi quadrilateri o poligonali o circolari, in legno o in gesso (Plinio, Nat. hist., 35, 7 e 36; Isidoro, Orig., XIX, 12, 1) poi rivestiti di colore, per lo più oro, sia a Gerusalemme nel Martyrism costantiniano (Eusebio, Vita Const., III, 32 e 36; Paolino di Nola, Ep., 31), sia nelle basiliche di Roma (Prudenzio, Peristeph., XI, 219-20; XII, 52; E. Le Blant, Inscriptions chrétiennes de la Gaule antérieures au VIIIe siècle, Parigi 1856, p. 54); come pure in Gallia (Gregorio di Tours, De gloria martyrum, 103 : PL 71, 793) e in Spagna (Prudenzio, Peristeph., III, 197-98).
Enrico Jesi
LACUNE DELLE LEGGI : v. INTERPRETAZIONE.
LACUNZA Y DIAZ, Manuel de. - Gesuita, teologo, n. a Santiago del Cile il 19 giugno 1731, m. a Imola il 18 giugno 1801. Entrò nella Compagnia di Gesù nel 1747. Cacciati in seguito i Gesuiti da tutte le terre dipendenti dalla corona di Spagna, il L. si rifugiò, con altri confratelli, a Imola (allora appartenente allo Stato pontificio), ove, conducendo una vita molto ritirata, compilò la voluminosa opera escatologica: Venida del Mesias en gloria y majestad, sotto lo pseudonimo di Juan Josafat Ben-Ezra.
È diviso in tre parti; nella prima l'autore distingue un triplice millenarismo: eretico (Cerinto), giudaizzante
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(Apollinare), ortodosso (Giustino, Irenco, lattanzio); il L. si schiera per quest'ultimo, sostenendo una duplice resurrezione. Nella scconda passa in rassegna i principali fenomeni, che precedono l'instaurazione del regno millenario (le 4 bestic di Daniele, l'anticristo, la conversione dei Giudei). Nella terza descrive la venuta gloriosa di Cristo, il Giudizio universale, la nuova Gerusalemme e la felicità del regno millenario.
Stampata postuma nella Spagna, in data e luogo incerli (forse nell'asila S. Fernando presso Cadice), ebbe numerose edizioni e traduzioni (latino, italiano, inglese). Composta da un uomo dotto e pio, che nella speranza di un'età migliore leniva le sofferenze dell'esilio, l'opera, dalle pagine apocalittiche e soffuse di mistico afflato, suscitò grandi entusiasmi e vivaci contrasti, che ebbero il loro epilogo nell'inserzione all'Indice, il 6 sett. 1824 (v. MILLENARESMO).
Bibl.: Sannmervogel, IV, coll. 1354-57; Hurter, V, col. 608; R. Urzua Astaburuaga. El L. v su obra. Santiago 1914; id., Las doctrinas del p. L., ivi 1917; E. Vaisso, El lacuocismo: sus antecedentes historicos y su crolnción, in Revista chilena, 1 (1917), pp. 398-414; id. El lacunacismo, Santiago 1917; W. Furlong Cardiff. A proposito de L., in Estudios (de la Plate), 18 (1908), pp. 3-1 5; G. Mazzini, Gemiti cilcni in Imola, Bologna 1938, passim: A. F. Voucher, Une cilebrité oubliée : Le p. M. L., Collonges -sous-Salive (Haute-Savoie) 1941 (l'autore, estremamente erudito, manifesta simpatia per il sistema di L.); F. Mateos, Mileranismo mitigado. Míntes y errores de un insigne jesuita chileno, in Escala y Fr, 157 (1945), pp. 346-67. Antonio Piolanti
LADERCHI, Giacomo. - Oratoriano, storico, n. a Faenza ca. il 1678 , m. a Roma il 23 apr. 1738.
Si occupò di agiografia e pubblicò vari scritti sull'argomento, fra i quali Vita s. Petri Damiani (Roma 1702) e Acta passionis ss. martyrum Crescii et Sociorum (Firenze 1707); ambedue, ma specialmente il secondo, l'obbligarono a due scritti apologetici: La critica di oggi ossia l'abuso della critica odierna (Roma 1726) e I congressi letteraril di segid) (Venezia 1734). Si possono ricordare ancora: De basilicis ss. martyrum Petri et Marcellini dissertatio historica (Roma 1705); Acta s. Ceciliae et transtiberina basilica illustrata (ivi 1772); ma soppattutto va ricordata la sua continuazione agli Annales del Baronia con i voll. XXXY-XXXVII per il pontificato di s. Pio V (Roma 1728-34). Di tutte queste opere bisogna dire che non vi è sempre la sufficiente preparazione critica e la valutazione esatta dei documenti e della loro importanza.
BibL.: B. Jungmann, s. v. in Kirchenlexikon, VII, coll. 1316-17; F. H. Reusch, Der Indox der verbotenen Bücher, II, Bonn 1863, pp. 430 e 388; Hurter, IV, col. 1171.
Celestino Testore
LADEUZE, Paulin. - Esegeta e orientalista, vescovo titolare di Tiberiade, settimo rettore del l'Università cattolica di Lovanio dopo la sua restaurazione del 1834, n. a Harvengt-lez-Mons il 3 luglio 1870, m. a Lovanio il ro febbr. 1940. Si formò a Lovanio, specializzandosi in patrologia orientale; vi divenne professore nella facoltà di teologia, ove insegnò con raro prestigio dal igoo al 1909 l'esegesi del Nuovo Testamento e la patrologia.
Pur di tendenza progressista, seppe evitare in piena crisi modernistica ogni compromesso con l'errore; si deve anzi in parte al suo insegnamento se l'Università di Lovanio fu uno dei centri che reagirono nel modo più sapiente al pericolo. Fu dal 1909 alla morte rettore dell'Università, che condusse ad ampia espansione, dopo averla salvata nel corso della prima guerra mondiale (1914-17). Sotto il suo rettorato fu restaurata la Biblioteca universitaria, incendiata nel 1914, e avvenne lo sdoppiamento linguistico dell'Università.
Le pubblicazioni di L. non sono molte. Il suo maggior titolo di gloria nell'insegnamento fu l'impulso che diede alla studio della letteratura copta, cui attirò uno dei suoi più brillanti slunni e continuatori, il can. Th. Lefort.
Bibl.: J. Coppens, P. L., exegect en orientalist 1870-1940. Bruxelles 1941: Manifestation organiste en l'honneur de M. le pref. L. Th. Lefort, directeur jubilaire du "Muséon", Lovanio
1946, passim: H. Van Waeyenbergh, Elver acodémique de S. E. mont. L., in Annuaire de l'Université cath. de Louvain, 1940-41. II, Lovanio 1940-41. pp. XLVII-LXVI. Giuseppe Coppens
LADISLAO di Gielniów, beato. - N. a Gielniów (diocesi di Gniezno, in Polonia) ca. il 1440, m. guardiano del convento a Varsavia il 4 maggio 1505. Compì gli studi a Cracovia e ancor giovane si fece francescano. All'attività apostolica di predicatore e di superiore provinciale aggiunse la santità della vita, favorito anche di doni soprannaturali. Singolarmente devoto di Maria, istituì una particolare forma di corona. Divulgò l'Osservanza in Polonia e spedì missioni in Lituania. Il suo culto fu confermato l'ir febbr. 1750. Festa il 4 maggio.
Bibl.: Acta SS. Maii, I. Parigi 1863, pp. 363-620; Wadding. Annales, XV, p. 349 sgg.; P. G. Bogdolski, Die Franz-Obermantes in Polen, I. Cracovia 1922, v. indice. Alberto Chinato
LADISLAO, re di Napoli. - N. a Napoli l'ir febbr. 1377, m. ivi il 6 ag. 1414. Succedette (1386) al padre Carlo III, assassinato a Buda. Le circostanze forzarono la reggente Margherita a lasciare Napoli, di cui si impadronirono i partigiani di Luigi II d'Angiò. Dichiarato maggiorenne (1395), restò tuttavia per molti anni sotto l'ascendente della madre.
Agli inizi del suo regno vinse i baroni e le popolazioni ribelli e, nel 1399, occupò Napoli e il resto del Regno. Scioltozi dal matrimonio con Castanzo di Chiaramonte, sposò Maria di Lusignano. Sbarcato a Zara, si proclamò re d'Ungheria, ma poi rinunziò con l'intento di occupare la corona imperiale; tuttavia i suoi sforzi fallirono. Morto Bonifacio IX e scoppiata in Roma una sollevazione, vi penetrò quale mediatore e il nuovo papa Innocenzo VII lo proclamò «difensore, conservatore e vesulitiero della Chiesa». Assediò due volte Taranto e, sposata Maria d'Anghien, conquistò quel principato. Il 21 apr. 1408 occupò militarmente Roma, allo scopo di tenere in sua balia Gregorio XII. Quando Giovanni XXIII incoronò re di Napoli Luigi II d'Angiò, egli insorse e subì una sconfitta a Roccasecca (1410), ma poi riuscì a prevalere. Occupata una terza volta Roma, acese a patti con il Papa e, mentre si disponeva a riprendere la lotta, si ammalò a Narni; ritornato a Napoli, vi moriva.
Bibl.: S. Ananirato, Vita di L., Firenze 1283; A. Mancarella, Firenze, la Chiesa e l'aveento al trono di Napoli, in Arch. star. per le proc. napolei, 3-7 (1919-21); A. Cutolo, Lineamenti di una storia di re L., Napoli 1927. Altra bibl. in J. Calmette, L'elaboration du monde moderne, 3ᵃ ed., Parigi 1949, p. 237.
Innocenzo Giuliani
LADISLAO I, re di PolonIA, detto LOKIETEK. Così soprannominato per la sua piccola statura. N. nel 1260, m. il 2 marzo 1333, è una delle figure più eminenti della storia polacca, per lo sforzo da lui compiuto di unificare sotto il suo scettro le sparse terre polacche, verso nord contro i cavalieri teutonici, verso sud (Piccola Polonia) contro la Boemia.
Dopo aver ereditato Sieradz e Leczyca e aver tentato inutilmente di impadronirsi di Sandomierz e della Piccola Polonia, contesegli da Venceslao II di Boemia, riuscì ad assoggettare la Grande Polonia e la Pomerania con Danzica. Detronizzato da Venceslao II (1300), che si incoronò re di Polonia, l'aiuto ungherese e di Bonifacio VIII gli consentì di riprendere la lotta contro la Boemia e, battuto Venceslao, fu incoronato a Cracovia re di Polonia il 20 genn. 1320; non riusci a spuntarla contro i cavalieri teutonici, che continuò a combattere sino alla morte per il dominio della Pomerania, cioè per l'accesso al mare.
Bibl.: J. Dabrowski, Z czosów Lokiecha (Dai tempi di L.), Cracovia 1916; R. Grudeski-K. Zachorowski, Dzieje Polski (redniówiecane) (Storia della Polonia medievale), ivi 1926; Br. Vl'odarski, Polska i Czechy (1130-1302), Leopoli 1931; T. Letic Splawinski, X. Piwarski, Z. Voiciechowski, Polska-Czechy, Katowice-Breslavia 1947.
Angelo Tamborra
LADISLAO II, Jagellone, re di PolonIA. N. nel 1330, granduca di Lituania dal 1377. Le lotte continue contro i cavalieri teutonici e contro
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il figlio Vitautas che si appoggiava a questi, lo indussero ad accogliere l'invito della nobiltà polacca affinché, sposando Jadwiga d'Angiò, regina di Polonia, unisse le sorti sue e del suo popolo a quelle della Polonia. Con l'atto di Krewo del 1385, L. assunse l'impegno di ricevere il Battesimo insieme con tutta la sua gente e di attuare la fusione dei due Stati (quella che sarà poi chiamata Unja Jagellońska). L. fu battezzato a Cracovia nel 1386, spinse i Lituani alla conversione, e nel 1387 poté fondare a Vilna il primo vescovado.
Non si giunse però alla completa fusione dei due popoli, poiché i Lituani continuarono a mantenere la propria individualità e L., oltre che re di Polonia, rimase sempre dux supremus Lithuaniae. Da allora cominciò da parte polacca il processo di spontanea assimilazione della nobiltà lituana, ammessa a sedere alla Dieta alla pari con la szlachta polacca. Grazie all'unione di Krewo la Polonia sotto L. Jagellone, oltre a continuare vittoriosamente la lotta contro i cavalieri teutonici, battuti in una decisiva battaglia a Grünwald il 15 luglio 1410 (dopo la quale l'Ordine non riuscì più in pratica a sollevarsi), acquistò respiro e funzione di grande potenza, poiché fece propri quegli obbiettivi di espansione o di semplice influenza verso Oriente, Kiev e il Mar Nero che erano propri della Grande Lituania. Si aprirono così per la gente polacca gli orizzonti orientali come compenso e contrappeso alla crescente pressione e opera di erosione compiuta a occidente dal germanesimo. Contrario sempre al movimento ussita, L. mori a Gródek (Lcopoli) il 31 maggio 1434.
Bibl.: autori vari, Polska i Litwa w dziejowym stosunku (Polonia e Lituania nei rapporti storici), Cracovia 1914; G. Halczki, Dzieje Unji Jagellońskiej (Storia dell'Unione Jagiellonica), ivi 1919; J. Feldman, Problem Polska-Niemiecki w dziezach (Il problema polacco-tedesco nella storia), Katowice 1946. (Va tenuto presente che la storiografia lituana è molto severa circa le conseguenze dell'unione jagiellonica per il popolo lituano, la cui classe dirigente, ammessa a fruire degli stessi diritti della nobiltà polacca, nei secoli si assimilò a questa, cosi che i Lituani solo nella seconda metà del sec. xix, con l'emergere di una borghesia, poterono riacquistare una propria classe dirigente).
Angelo Tamborra
LADISLAO III, Jagellone, re di PolonIA. - Figlio di Ladislao II, n. a Cracovia nel 1424, assunse il potere nel 1438 .
Nel continuare la politica paterna egli, di fronte alla diffusione dell'ussitismo in Polonia, si appoggiò interamente al partito cattolico, diretto dal vescovo di Cracovia e futuro cardinale Zbigniew Oleśnicki, che aveva come programma la lotta all'ussitismo, ai cèchi (che mantenevano la Slesia) e l'unione all'Ungheria per fronteggiare il pericolo turco. Sconfitto il movimento ussita, L. III venne eletto re d'Ungheria (1440). Questa elezione attirò per la prima volta la Polonia nella lotta contro i Turchi e L. in una fortunata campagna riusci a batterli (og. 1444), rimanendo poi sconfitto a Varna il 10 nov. 1444, dove perdette la vita.
Bibl.: J. Dąbrowski, Wladislaw Jagellończyk we Wsgrzech, Varsavia 1922; autori vari, Polska-Czechy, Katowice-Breslavia 1947.
Angelo Tamborra
LADISLAO IV, Wasa, re di PolonIA. - Figlio di Sigismondo III Wasa, n. il 9 giugno 1595, riusci a muoversi abilmente tra Francia e Asburgo durante la guerra dei Trent'anni. Si mostrò tollerante verso i protestanti e rivolse in particolare la sua attenzione verso il problema orientale, battendo i Russi nella campagna del 1632-34.
La sua ambizione di sedere sul trono svedese non trovò appoggio presso i Polacchi. Concluso un armistizio con la Svezia (1635), si preparava ad entrare in guerra contro i Turchi, quando la morte lo colse a Merecz il 20 maggio 1648 , proprio nel momento in cui scoppiava la rivolta dei Cosacchi di Bohdan Chmielnicki).
Bibl.: A. Szelagowski, Rozkład Rzeszy i Polska za WI. IV (Lo sfacelo dell'Impero e la Polonia sotto L. IV), Cracovia 1907. Angelo Tamborra
LADISLAO, re d'Ungheria e di Croazia, santo. Patrono della Transilvania. N. in Polonia nel 1040, m. a Nitra in Slovacchia il 29 luglio 1095. Figlio di Bela I e fratello del re Andrea I. Nel 1077 fu eletto re d'Ungheria.
Dopo aver occupato la Croazia e la Dalmazia fece costruire nel 1092 a Varadino la Cattedrale e fondò l'arcidicesi di Zagabria. Nel 1083 ottenne la canonizzazione di s. Stefano e s. Emerico. Convocò il Sinodo di Szabolcs allo scopo di intensificare la vita religiosa. Ispiratosi alla dottrina cristiana continuò nell'opera dei suoi predecessori a. Stefano e s. Emerico, elaborando ul-

(fol. Gab. fol. naz.) Ladislao, santo - Tavoletta scosse del sec. xiv - Altamente, chiesa della Consolazione.
teriormente la concezione di uno Stato cristiano ungherese, ma si oppose a richieste di rendere l'Ungheria uno Stato vassallo della S. Sede. Fu canonizzato nel 1192 dal papa Celestino III. Festa il 27 giugno.
Bibl.: Acta SS. Jumi, V. Anversa 1709, pp. 315-27; VI, ivi 1715, pp. 261-64; L. Endlicher, Berum Hungar. Manumena Abpadiana, St. Gallon 1849, pp. 324-48; F. Silić, Passjest Hresta u vrijeme narodnih vladara, Zagabria 1925, pp. 602-20; Martyr. Romanum, p. 259.
Miroslav Štumpf
LADRONI, I DUE. - Malfattori ( λ η σ τ α i ) crocifissi con Gesù «uno a destra e uno a sinistra» (Mt. 27, 38; Mc. 15, 27; Lc. 23, 33; Io. 19, 18). Sono chiamati λ η σ τ α i (Mt. 27, 38.44; Mc. 15, 27) cioè «ladri» e «assassini», oppure varkappa α × σ dot{ω} ρ γ o s (Lc. 23, 33.39) "malfattori»