volume-07

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 adempiere l'ufficio di arbitro (can. 1931) né di uditori o di assessori, anche se le cause hanno connessione con la legge civile (S. Congr. Concilio, 14 dic. 1918: AAS, 11 [1919], p. 132). Infine non sono soggetti a prescrizione i diritti spirituali, di cui i 1. non sono capaci, se si tratta di prescrizione a favore dei 1. (can. 1509 § 3).
2. Obblighi positivi. - Debbono concorrere al sostentamento del clero (can. 1496) ed osservare le disposizioni diocesane sull'adempimento di oneri di cause pie e di celebrazioni di Messe (can. 841 § 1).
V. Diritto penale. - Anche nelle pene la condizione di 1. ha rilevanza giuridica. Il CIC, dopo aver espresso in modo generale questo principio (can. 2218), determina le censure che possono essere applicate ai 1.: la scomunica e l'interdetto (can. 2255 § 2), e solo nell'applicazione delle pene ai singoli delitti determina quando la condizione di 1. è un'attenuante rispetto a quella di chierico (cann. 2341; 2322, 1; 2354, 1; 2357, 1) : tale norma non viene sempre rispettata (cann. 2333; 2391 § 2; 2324).

Biss.: G. Politi, Ins laicorum in Ecclesia, Venezia 1740: L. P. Cairoli, I l. nel codice di diritto canonico con richiami alla legislazione italiana, Milano 1917; D. Mannaidi, Da obligatio. nibus christianorum propolis, Roma 1919; P. Schmitz, Das berchliche Laienrecht nach dem C.I.C., Münster 1927; B. Mathis, Das katholische Kirchenrecht für den Laien, Paderborn 1940; P. B. Kurtschaid, Historia iuris canonici. Historia institutionum, I, Roma 1941, pp. 105 sgg., 225 sgg.

Giuseppe Damizzi
LAICISMO. - Mentalità di opposizione sistematica a ogni influsso sugli uomini di una gerarchia religiosa e particolarmente della Chiesa cattolica. La parola divenne di moda nel sec. XIX, quando alla parola "laico" si diede un senso polemico che anticamente non aveva. La distinzione tra clero e popolo (chierici e laici nella concezione cristiana) non esclude l'armonia e il reciproco aiuto, e ne è una prova il fiorire dell'Azione Cattolica (v.).

Il protestantesimo abolì quella distinzione e imputò ad abuso di potere la superiorità che la gerarchia aveva sin allora esercitato sul popolo cristiano. Così preparò la via all'illuminismo (v.), che prevalse nelle nazioni più colte d'Europa nel sec. xviri. Ciò fece leva specialmente su un preteso contrasto d'interessi tra la classe degli ecclesiastici e il resto del popolo cristiano (i laici), prendendo di mira i privilegi che nel medioevo erano stati riconosciuti al clero. Effettivamente la società medievale si teneva obbligata al clero per la salvezza della civiltà, da esso operata nel periodo delle invasioni barbariche e della lunga crisi che ne segul. In questo tempo la cultura rimase concentrata quasi totalmente presso gli ecclesiastici (chierico e uomo istruito erano sinonimi); di qui la posizione preminente del clero non solo nella Chiesa, ma nella società civile, che considerò quella preminenza un beneficio, come di fatto era. Più tardi, con il diffondersi, per

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opera della Chiesa, della cultura tra i laici, anche questi poterono partecipare con competenza alla direzione della vita pubblica e adire quegli uffici che per un certo tempo erano sembrati un monopolio degli ecclesiastici. Il laicato venne cosi a crescere d'importanza nel mondo; ma tale sua ascensione non ebbe alcun carattere antireligioso, né fu ostacolata dalla Chiesa, che sentiva anzi il grave pericolo di mondanita, a cui erano esposti gli ecclesiastici nella posizione in cui le circostanze storiche li avevano messi durante la prima metà del medioevo. La riforma di Gregorio VII (v.) mrava a difendere la Chiesa da quel pericolo, e fu sostenuta dal laicato che combatté, insieme al Papa, non gli ecclesiastici per sé, ma gli ecclesiastici mondani, fautori delle pretese degli imperatori. Al principio dell'evo moderno il laicato è in pieno possesso dell'amministrazione del potere civile negli Stati che si sono venuti formando con il dissolvimento dell'idea imperiale. In Germania e in genere nei paesi nordici i signori approfittano del movimento protestante per occupare i beni della Chiesa. Ciò serve a rendere stabile il protestantesimo in quei paesi, e quindi a dilatarne l'influsso sul pensiero europeo, e a preparare una mentalità, che abbraccia tutta la concezione della vita, qual'è appunto l'illuminismo. I rimasugli di privilegio rimasti al clero sino alla Rivoluzione l'rancesa non furono che l'occasione per una lotta che mirava a togliere in genere a ogni religione positiva, ma più specialmente e più direttamente alla Chiesa cattolica, ogni influsso sulla società. Si predicò un concetto della vita basato sull'esclusione di ogni Rivelazione soprannaturale, e quindi di carattere prettamente razionalistico, con ideali di libertà, uguaglianza e fraternità puramente mondani, con l'esaltazione degli istinti della natura, considerata alla maniera di Rousseau essenzialmente buona, con la promessa di una infallibile e prossima felicità mondiale come frutto del progresso umano (identificato con il progresso scientifico), con una morale "sociale", cioè sollecita solo di ciò che conserva e favorisce la convivenza esteriore, con principi di amicizia e benevolenza tra gli uomini, non però sanciti da una legge assoluta superiore agli uomini stessi, con una vaga "religione dell'umanità" che tende a sostituirsi al vero culto della Divinità, lasciando in ogni caso la religione alle coscienze dei singoli, come affare al tutto privato. In pratica non solo si avversò ogni fede positiva, ma gradatamente si venne a guardare con sospetto ogni forma di religiosità; e con ragione, perché questa tende necessariamente a sbocciare in quella. Si parlò molto, specialmente nell'Ottocento, di Stato "laico", di scuola "laica", di cultura "laica", in quanto ispirati a tali concetti. E si scelse la parola "laico" quasi a chiamare i laici a formare un'organizzazione simile a quella del clero, che si voleva combattere. Il l. ebbe le sue manifestazioni più clamorose in Francia, nell'ultimo trentennio dell'Ottocento e nel decennio che precedette la prima guerra mondiale (1914-18), arrivando sino all'espulsione degli Ordini religiosi insegnanti e alla rottura del Concordato.

Anche in altri paesi il 1. fu proclamato l'espressione più alta della civiltà moderna, e fu favorito dai governi che si dicevano liberali, specialmente dove la massoneria ebbe più potenti influssi. Con la prima guerra mondiale cominciò a declinare, ma il suo spirito permane in coloro che, sia pur appartenendo a partiti e a correnti di pensiero in altri punti diversissime, concordano nell'aver dello Stato un concetto troppo assoluto. Essi cioè non ammettono il principio che la società civile, e quindi lo Stato, pur possedendo una sua propria autonomia, tuttavia ha, nell'essenza stessa dei suoi poteri e nell'esercizio di essi, dei limiti. Tra questi vi sono le esigenze della persona umana, supreme e inviolabili, quelle della umanità (indice di una naturale società di tutti gli uomini) e infine, in un paese cristiano specialmente, le esigenze della società spirituale soprannaturale, la Chiesa. Lo Stato quindi non è mai qualche cosa di assoluto, tanto da poter pretendere di essere la fonte
di ogni diritto a di ogni potere. Anche se si dichiara non confessionale, gli rimane l'obbligo di tener conto della coscienza religiosa dei cittadini, che è una delle esigenze supreme della persona umana; nella sua legislazione e nei suoi provvedimenti di governo è tenuto a regolarsi in modo da soddisfare a quell'esigenza. In pratica, se i cittadini sono cattolici, lo Stato deve riconoscere l'esistenza e i diritti della Chiesa cattolica, che con ciascuno di essi è una cosa sola. Il modo ordinariamente più opportuno a ciò consiste nel concludere con la Chiesa ragionevoli convenzioni che salvaguardino i diritti di ambedue i contraenti, e che l'esperienza dimostra effettuabili. Il 1. come stato d'animo, cioè come diffidenza verso la azione in genere del clero e della gerarchia, può esser favorito da circostanze storiche contingenti, come fu la questione romana in Italia prima della conciliazione del 1929. I pregiudizi che sorgono in questi casi cadono per l'opera illuminata delle anime sincere da ambe le parti.

Giuseppe Bozzetti
L'insegnamento della Chiesa. - Nell'ambiguità del nome e nella varietà delle insidie che usa, il 1. nasconde molti errori e comporta interpretazioni e applicazioni pratiche assai diverse. Effettivamente si tratta di un indirizzo di pensiero o di azione politica e sociale che ha molti punti di contatto e viene spesso a intrecciarsi, a confondersi o a identificarsi con il liberalismo, con il socialismo, con il comunismo, con il modernismo, con il naturalismo, con il materialismo, con l'indifferentismo religioso, con l'ateismo, ecc. Perciò le varie condanne della Chiesa contro tutti questi errori suona implicitamente anche riprovazione dei principi e della prassi del 1.

Qui giova ricordare che questo sistema è capace di realizzarsi in diverse forme, le quali si possono ridurre a tre principali. Alcuni, anche cattolici, pur senza arrivare alla negazione dell'origine divina e di certi diritti della Chiesa, sostengono tuttavia l'assoluta indipendenza dello Stato, al quale anzi dovrebbe sottostare l'autorità ecclesiastica. Altri, più logici, giungono quasi alle stesse conclusioni negando l'origine divina e l'istituzione divina della Chiesa, nonché la divinità del suo fondatore, Gesù Cristo. La riprovazione di questi errori è contenuta nella condanna delle seguenti proposizioni da parte di Pio IX nel Sillabo: «La Chiesa non può esercitare la sua autorità senza il permesso e il consenso del governo civile" (DenzU, 1720), "Lo Stato, come quello che è origine e fonte di tutti i diritti, gode di un tal diritto che non è circoscritto da limiti di sorta" (ibid., 1739, cf. 1719). Inoltre il can. 2 I della schema proposto ai Padri del Concilio Vaticano, per una formulazione moderna e completa della dottrina sulla Chiesa, così si esprime: "Se qualcuno dirà che la leggi della Chiesa non hanno valore se non sono sancite dal potere civile; o che al potere civile compete giudicare e comandare nelle cause di religione: sia scomunicato" (Acta et decreta SS. Conciliorum recentiorum. Appendix. Collatio Lacensis, Friburgo in Br. 1890, col. 578).

Il l. prende una terza forma più rigida e assolutista : si rigetta ogni religione e si nega l'esistenza stessa di Dio, cosi che viene eliminata ogni distinzione fra cattolici, protestanti, giudei, musulmani, deisti, atei, ecc. Lo Stato nei suoi sudditi non vede che esseri umani, lo Stato italiano non riconosce che cittadini italiani. Né si tratta qui di pura e semplice neutralità, bensì di reale e ostinata opposizione: Stato laico è sinonimo di Stato areligioso, irreligioso, ateo. Già E. Lavisse (m. nel 1922) dichiarava espressamente: "Essere laico significa rifiutare alle religioni che passano il diritto di governare l'Umanità che dura" (L. Capèran, L'invasion loique, Parigi 1933, p. 149). Contro queste aberrazioni dottrinali il magistero ecclesiastico è intervenuto più d'una volta e con estrema energia. Basti ricordare le encicliche di Gregorio XVI, Mirari, 15 ag. 1832 (Denz-U, 1613 sgg.); di Pio IX,

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Singulari quadam, 9 dic. 1854 (ibid., 1642-43); di Leone XIII, Quod apostolici muneris, 28 dic. 1878 (ibid., 1849-50), Diuturnum illud, 29 giugno 1881 (ibid., 1857-58). Immortale Dei, 1 nov. 1885 (ibid., 1866-88), Libertas praestantissimum, 20 giugno 1888 (ibid., 1931-32); di Pio XI, Ubi arcano, 20 dic. 1922 (ibid., 2190). Degna di speciale rilievo è l'enciclica di Pio IX Quanta cura, 8 dic. 1864, nella quale si lamenta l'applicazione estesa al campo sociale dell'emplo e assurdo principio del naturalismo \%; in forza del quale si osa affermare che la società umana deve costituirsi e governarsi senza tenere nel minimo conto la religione, od almeno senza ammettere distinzione alcuna tra la vera e le false religioni (ibid., 1869). E bene infine ricordare, oltre l'enciclica di Pio X Pascendi Dominici gregis, 8 sett. 1907 (ibid., 2091-93), quella di Pio XI Quas primas, 11 dic. 1925, in cui si parla espressamente del i. nei termini seguenti : «La peste dell'età nostra è il cosidetto I., con i suoi errori e con i suoi pessimi incentivi... Invero si incominciò a negare l'impero di Cristo su tutte le genti; si negò alla Chiesa il diritto che scaturisce dal diritto di Gesù Cristo, di ammaestrare cioè le genti, di dar leggi, di governare i popoli per condurli alla eterna felicità. E a poco a poco la religione cristiana fu uguagliata con le altre false e indecorosamente abbassata al livello di queste; quindi la si sottomise alla potestà civile e fu lasciata quasi all'orbitaie dei principi e dei magistrati; s'andò più innanzi ancora: vi furono di quelli che pensarono di sostituire alla religione di Cristo un certo sentimento religioso naturale. Né mancarono Stati i quali opinarono di poter fare a meno di Dio e riposero la loro religione nell'irreligione e nel disprezzo di Dio stesso" (ibid., 2197).

Bibl.: B. Gaudrou, L'Eglise et l'Etat laique, Parigi 1905; L. Maenin, Laleisme et laistie, ivi 1930; B. Edmonet, Laleisme, in DFC. II, coll. 1767-1810; J. Briceut, Laleisme, in Dictionnaire pratique de connaissances religieuses, IV, coll. 246-50; L. Capéron, L'invasion laique, Parigi 1935; id., Foi laique et foi chrétienne. La question du surnaturel, ivi 1937; G. Combès, Le retour offensif du paganisme, ivi 1938, pp. 95-121. Emanuele Chietrini

LAIMBECKHOVEN, GOTTFRIED von. - Gesuita, missionario, n. a Vienna il 9 genn. 1707, m. a Tung-Kia-hang (presso Sou-tcheu) il 22 maggio 1787. Partito per la Cina (1738), vi lavorò per quasi 50 anni indefessamente, prima come missionario nella provincia di Hu-Kuang (1739-46), poi come visitatore di tutte le missioni (1747-51), indi come vescovo di Nanchino (eletto nel 1752, consacrato nel 1756) e subito dopo (1757) anche come amministratore apostolico di Pechino.

S'incontrò in tempi assai difficili : persecuzioni continue (viaggiava travestito come un povero mendico, per visitare l'ampia diocesi e sfuggire alle ricerche), scissioni fra il clero di Pechino, contese fra gli ex-Gesuiti francesi. Se ebbe il dolore di annunziare ai suoi confratelli la soppressione dell'Ordine, gli fu però riserbata anche la gioia, poco prima di morire (fu l'ultimo dei Gesuiti tedeschi in Cina), di essere riammesso nella Compagnia di Gesù, sopravvivente in Russia.

Lasciò molte lettere e relazioni, pubblicate in parte nel Neuer Weltbatt, nn. 554-55; 590-92; 672-73; 676-78; 689; 691; 698, in parte ancora inedite nell'Archivio dei Gesuiti a Sciangai.

Bibl.: Sommervogel, IV, coll. 1380-82; A. Huonder, Deutsche Jesuitenmissionäre des 17. u. 18. Jahrh., Friburgo in Br. 1899. pp. 190-91; C. de Rochemontaix, 3. Amiot et les dernières survivants de la mission française à Pékin, Parigi 1913, pp. 166-203; O. Werner, P. G. L., Vienna 1927; L. Pfister, Notices biogr. et bibliogr. sur les Jésuites de l'ancienne mission de la Chine, Sciangai 1932, pp. 760-73; A. Schetner, G. von L., Bischof von Flushing, in Kathol. Missionen, 63 (1935), pp. 92-94. Celestino Testore

LAÍNEZ, Diego. - Teologo, secondo Generale della Compagnia di Gesù, n. nel 1512 ad Almazan (Castiglia), m. il 19 genn. 1565 a Roma. Di grande ingegno speculativo e non minori doti di governo e abilità pratica, compi gli studi umanistici a Soria e Siguenza, di filosofia all'Università di Alcalá (1532
maestro di Arti); passò per lo studio della teologia a Parigi, attrattovi anche dal desiderio di conoscere Ignazio di Loyola, divenendone presto ammiratore e discepolo. Ricevuti gli Esercizi spirituali (fine 1533) si decise per gli ideali di povertà, predicazione apostolica e vita attiva del maestro, pronunciando il 15 ag. 1534 i voti a Montmartre tra gli otto compagni, primo germe della Compagnia di Gesù.

Nel nov. 1536, senza ottenere il grado in teologia per lo scoppio della guerra tra Francia e Spagna, si porta con i compagni a Venezia ove Ignazio li attende per il pellegrinaggio a Gerusalemme. Il 24 giugno 1557 vi è ordinato sacerdote. Impedito il viaggio in Palestina, dopo predicazioni nel Veneto, presentatosi a Paolo III è da questi incaricato di insegnare teologia scolastica e positiva alla Sapienza di Roma, poi inviato a predicazioni di riforma a Parma e Piacenza.

Fu presente alle deliberazioni romane della Quaresima 1539 da cui sorse l'abbozzo di Regola approvato poi con bolla da Paolo III nel 1540 . Sogace, dotto e studioso, era volentieri ascoltato dal fondatore, ma il suo influsso nella genesi ed elaborazione delle Costituzioni della Compagnia di Gesù non va oltre a consigli generici, a proposte di soluzioni concrete tra cui quella importantissima di fondare collegi interni per i giovani candidati dell'Ordine privi di studi. Sue posizioni iniziali, sfavorevoli agli studi umanistici, furono espressamente respinte da s. Ignazio.

Aperto il Concilio di Trento (1545), vi fu inviato da Paolo III come teologo pontificio, consulente dei cardinali legati presidenti, e vi fece brillare la sicura dottrina scolastica unita ad una prodigiosa conoscenza dei SS. Padri e degli scrittori protestanti. Attivo nella elaborazione dei decreti sulla Giustificazione, non lo fu meno nel predicare, dare esercizi spirituali a prelati secondo l'istruzione ricevuta da s. Ignazio. Attivo ancora a Bologna, e poi nel secondo periodo del Concilio sotto Giulio III, impiegò gli anni intermedi in predicazioni a Venezia, Firenze, Sicilia, Padova ecc. ottenendo successi straordinari.

Eletto vicario generale alla morte ( 1556 ) del fondatore, riuscì a superare difficoltà interne per la convocazione della Congregazione generale che lo stesse preposito ( 1558 ), ma si vide subito imposto da Paolo IV il coro e la triennalità della carica di generale. Obbedì, ma riottenne da Pio IV le concessioni antiche abolendo il coro, e nel 1561, al termine del triennio, volendo deporre, contro il parere dell'Ordine, il generalato, gli fu imposto da Pio IV di continuare a tenerlo, sopprimendosi cosi il comando di Paolo IV.

Dallo stesso Papa inviato al seguito del card. Ippolito d'Este al colloquio di religione di Poissy (1561), organizzato da Caterina de' Medici tra cattolici e ugonotti, brillando per energia e sapere, ne approfittò per dilatare l'Ordine in Piemonte, Francia, Fiandra, e passò poi nel 1562 per comando del Papa a Trento, al Concilio, come teologo pontificio e generale dell'Ordine. Intervenne con forza singolare nei dibattiti per la riforma e sulla giurisdizione dei vescovi, ottenendo per la Compagnia una singolare onorifica menzione (sess. XXIV, ca. 16).

Il suo governo fu dolce ed energico soprattutto nell'eliminare soggetti meno adatti. Assediato di domande di collegi e case da aprire ovunque, moltissime dovette rifiutare, molte scosse aggravando forse le forze del giovane Ordine pure in fervente sviluppo, da lui trovato (1556) con ca. 1000 membri e lasciato con 3500 in 130 case con aumento di province. Gli fu di aiuto la sua personalità, il favore incontrato ovunque dalla attività dell'Ordine e singolarmente la fiducia piena di Pio IV e del cardinale nepute Carlo Borromeo.

Appoggiò risoluto l'esecuzione integrale delle Costituzioni ignaziane, approvate con forza di legge della I Congregazione generale. Assorbito dagli incarichi e dal governo, lasciò scritti occasionali e non poté eseguire il progetto per lui sognato da s. Ignazio di una Somma teologica adattata alle esigenze dei tempi. A queste era aperto e non si risparmiò per persuaderne re e prelati. La morte

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Lalrez, Diego - Ritatio - Roma, Curia
(pt. Eur. Catt.) (pt. Eur. Catt.)
P. Gesuiti.
a soli 53 anni fu causata dalla quantità enorme di lavoro, affidata ed assunta, superiore alla delicata sua fibra.

BibL.: Opere: Laínii monumenta (Epistolue et acta, 13361336), 8 voll., in Mon. hist. Soc. Iesu, Madrid 1912-17; Disputatiooes Tridentiunc, a cura di H. Grisar, 2 voll., Innsbruck 1886, v.: Sommervogel, IV, p. 1396 sgg. - Vite: F. de Ribadennira, Vida del p. M. Diego Laynez, Madrid 1594; G. Boero, Vita del avvo di Din. p. Giacomo Laínez, Firenze 1880; E. Roza, I Gesuiti, Roma 1930, pp. 207-19; J. Fichter, James L., Jesuit, St. Louis 1944: F. Cerreceda, Diego Laluez cu la Europa religiosa de su tiempo, 2 voll., Madrid 1945-46 e inoltre le storie generali della Compagnia di Gesù, specie: A. Astrain, Hist. de la Compr. de 3. en la assist. de España, II, Madrid 1905, pp. 1-214; P. Tacchi Venturi, Storia d. Comp. di Gesù in Italia, II, I, 2° ed., Roma 1950, pp. 219-66; II, II, Roma 1951. Studi: P. Daldon, Le projet de la Summe Théologique du p. Jacques L., in Rech. de science relig., 21 (1931), pp. 351-74; F. Cerreceda, L. y Salmerón y el proceso del catecismo de Carranza, in Razón y Fr. 100 (1932), pp. 212-26; G. Castellani, Politica e religione alla Conferenza di Poissy (1561), in Civ. Catt., 1950, 111, pp. 261271, 516 -27.

Angelo Martini
LAIRE, François-Xavier. - Religioso minimo e bibliografo, n. a Vadans nella Franca Contea il 10 nov. 1738, m. ad Auxerre il 27 marzo 1801. Appassionato per i libri, intraprese viaggi, studiando le principali biblioteche d'Italia e del suo paese.

A Roma divenne il bibliotecario del principe di Salm-Salm; anche Pio VI lo avrebbe desiderato bibliotecario alla Vaticana, ma egli preferì recarsi in patria, bibliotecario del card. Lomenie de Brienne, rinunziando anche al pari ufficio offertogli dal granduca Leopoldo a Vienna. Nel 1791 fu incaricato di riunire a Sens i libri delle disperse biblioteche dei conventi soppressi; in quell'occasione presentò al governo un manoscale sulle misure da prendere onde prevenire il decadimento dei monumenti preziosi. In ultimo fu bibliotecario del dipartimento di Yonne e fondò la Biblioteca di Auxerre, dove oggi si conserva un suo ritratto ad olio. Ivi aprì un corso di bibliografia, e venne nominato conservatore della scuola centrale. Fu membro dell'Arcadia in Roma, della Colombaria di Firenze, dell'Accademia di Besançon, ecc.

Le sue opere principali sono: Specimen historicum typographiae Romanae XV saec. (Roma 1778); Dissertation sur l'origine et le progrès de l'imprimeric en Franche-

Comté, pendant le XVe siècle (Dôle 1785); Serie delle edizioni aldine (Pisa 1790); Index librorum ab inventa typographia usque ad annum 1500 , chronologice dispositus (2 voll., Sens 1791). Lasciò anche molti manoscritti.

BibL.: M. Grappin, Notice sur le p. L., in Recueil de l'Académie des Besançon, Besançon 1816, v. indice; H. Weiss, s. v. in M. Michaud, Biographie universelle ancienne et moderne, XXII, Parigi s. s., pp. 581-83; L., in Biografia eclesiástica completa, XI, Madrid-Barcellona 1827, pp. 845-49. Gennaro Moretti

LAJES, diOcesi di. - Città e diocesi nello Stato di S. Caterina in Brasile, suffraganea di Florianopolis.

La diocesi ha un'estensione di 40.24 mathrm{I} mathrm{kmq}. e comprende tutto l'altopiano di S. Caterina, con i municipi di L., S. Gioachino, Curitibanos, Porto Unione, Canoinha, Campos Novos, Rio Cacciatore, Concordia, Bom Retiro, Joaçaba e Videvia. La diocesi ha una popolazione di 447.84⁸ ab., dei quali 412.443 cattolici, distribuiti in 32 parrocchie, con 24 sacerdoti diocesani e 79 regolari; un seminario; ha 27 comunità religiose maschili e 45 femminili (1950).

La diocesi fu creata dal papa Pio XI con la cost. apost. Inter praecipuas del 17 genn. 1927, per smembramento dalla diocesi di Florianopolis, elevata a metropolitana; la chiesa della B. M. Vergine Gaudiosa nella città di L. ebbe il titolo e la dignità di cattedrale. Lo stesso Pontefice poi, con la cost. apost. Ad maius christifidelium bonum, del 9 dic. 1933, dismembrò dalla diocesi di L. alcune parrocchie per erigere la prelatura nulliae di Palmo.

BibL.: AAS, 19 (1927), pp. 172-67; 27 (1935), pp. 33-35; Annuario pontificio, 1951, p. 237. Virgilio Battezzati

LAKE, Kirsopp. - Filologo inglese, n. a Southampton il 7 apr. 1872, m. in California nel nov. 1946. Fu professore di varie discipline teologiche a Leida in Olanda (1904-14) e poi nella Harvard University di Cambridge nel Massachussets (1915-38). Si distinse specialmente per numerose ricerche paleografiche e critiche, soprattutto sul testo greco del Nuovo Testamento, nel qual campo rese insigni servizi alla scienza biblica. Non cosi nel campo propriamente religioso o teologico, poiché L. con mentalità razionalistica concepiva il cristianesimo come la fusione del monetesimo giudizio con le ideologie delle religioni a misteri, e non riconosceva in Gesù una chiara coscienza messianica.

Da L. prende il nome un gruppo di manoscritti dei Vangeli, sui quali egli per il primo portò il suo studio e attirò l'attenzione dei dotti. Sono tutti minuscoli (secc. XIXIV) e si raggruppano attorno al n. I della serie dei minuscoli secondo la notazione più in uso (Tischendorff Gregory). Come speciale tipo di testo quel gruppo venne poi riconosciuto e raddoppiato di membri dal von Soden, e dagli studi più recenti fu ravvisato quale parte della grande famiglia detta cesareense, e più specialmente del suo ramo precesareense. Tra tutti i suoi congeneri questo gruppo I o λ (L.) è quello che più s'accosta al tipo (stimato il migliore di tutti) del cod. Vat. B e compagni; di qui il suo valore critico.

Scritti di L.: Codex 1 of the Gospels and its allies, Cambridge 1902; Greek monasteries in south Italy, in Journal of theol. stud., 5 (1903-1904), pp. 22-41, 189-202; The earlier epistles of st. Paul, Londra 1911; The text of the New Test., 6ᵃ ed., ivi 1928; Dated greek minuscule manuscripts, 10 voll., Boston 1934-39; in collaborazione con F. Jackson, The beginnings of christianity, 5 voll., Londra 1922-33; Paul, his heritage and legacy, 1934; Introduction to the New Test., 1937. Alberto Vaccari

LA LEGNAME, GIOVANNI FILIPPO. - Erudito, n. a Messina da nobile famiglia siciliana ca. il 1428, m . forse in Spagna dopo il 1491, anno in cui risulta al servizio del re Ferdinando il Cattolico. Cresciuto presso la corte di Alfonso di Aragona, visse in familiarità con Ferdinando, figlio spurio del re e suo successore al trono di Napoli.

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(fot. Enc. Catt.)
La Legname, Gtovanni Filippo - Ph. De Barberini, Opuscula de adventu Christi et de Sibyllis, con prefazione di G. F. L. L., Roma, 1481 - Esemplare della Biblioteca Casanatense.

Nel 1469 era a Roma, e forse già in quell'anno pubblicò alcuni libri, avendo costituito una stamperia in casa sua: i primi volumi sicuramente datati sono però dell'anno successivo. Si ricordano sotto il nome De Lignamine (come latinamente La L. si fece chiamare) ca. 50 pubblicazioni, non tutte identificate, comprese tra gli aa. 1470-76 e 1481 . Sembra accertato che la sua attività sia stata di editore, ma non di stampatore: in alcuni fascicoli con il suo nome si sono riconosciuti i caratteri dello Han, di Giorgio Teutonico e altri. Leggendaria è la tradizione che lo fa professore di medicina presso l'Università di Perugia e poi archiatra di Sisto IV. Certo però questo pontefice lo ebbe in grande considerazione e lo colmò di molti benefici, fra cui quello di usare il cognome e le insegne gentilizie dei Della Rovere : privilegio di cui godette anche il figlio del La L., Antonio, arcivescovo di Messina.

Scrisse : Incliti Ferdinandi regis vita et laudes (1472); la continuazione, dal 1316 al 1469, della Cronica Summorum Pontificum attribuita a Riccobaldo da Ferrara (1474), da alcuni ascritta al domenicano Filippo de Lignamine, suo parente; uno studio sulla setta dei disciplinati e un altro sulle donne illustri, andati perduti e di cui si ignorano il titolo e la data precisa. Inoltre prefazioni, dediche e versi latini, che lo rivelano umanista di buon gusto.

Bibl.: V. Capialbi, Notizie circa la vita, le opere e le edizioni di messer G. F. La L., Napoli 1823; L. De Gregori, La stampa a Roma nel sec. XV, Roma 1933, pp. 16-18, 50-53.

Alessandro Pratesi
LALEMANDET, Jean. - Teologo e filosofo dell'Ordine dei Minimi, n. a Besançon nel 1595, m. a Praga il 10 nov. 1647. Insegnò per molti anni teologia e filosofia.

Pubblicò: Decisiones philosophiae (Monaco 1645-46) : è un corso completo di filosofia, ristampato con il titolo Cursus philosophiae ( 3 voll., Lione 1656); Cursus theolo-
gicus: I, De Deo Uno et Trino (ivi 1656). Le due opere sono postume. Rimasero inedite: Elucidationes in institutiones iuris civilis e Institutiones iuris canonici, che il L. aveva lasciate, come il Cursus theologicus, pronte per la stampa e già approvate dai superiori. La dottrina è rigorosamente aristotelica e tomista. L. è anche lodato per la santità della vita.

Bibl.: Hurter, III, col. 1949: G. Roberti, Disegno storico dell'Ordine dei Minimi, II, Roma 1909, pp. 383-86; L. Marchal. s. v. in DThC, VIII, II, col. 2456 .

Cernuaro Moretti
LALEMANT, Charles. - Gesuita, missionario, n. a Parigi il 17 nov. 1587, m. ivi, il 18 nov. 1674. Partì per Québec nel 1625 come superiore del primo gruppo di Gesuiti, assegnati alle missioni tra i Pellerossa; due anni dopo, già era in Francia a perorarne di persona gli interessi. Ripartito per il Canadà (1628), cadde prigioniero degli Inglesi; liberato, tentò il viaggio la terza volta (1629), ma fu raccolto naufrago a San Sebastiano; la quarta volta (1634) riuscì a riporre piede a Québec.

Nel 1635 fu uno dei primi professori del nuovo collegio ivi fondato, e raccolse l'ultimo respiro del Champlain, il fondatore della colonia canadese, di cui era amico e direttore spirituale. Nel 1638 fu di nuovo in Francia, dove rimase come procuratore della missione, curando nuove fondazioni e la pubblicazione delle Relations des Jésuites. Fu anche rettore di vari collegi, della casa professa di Parigi e viceprovinciale.

Si hanno di lui una lunga relazione, che è una lettera al fratello Girolamo, del 1° ag. 1626, e apre la serie delle Relations des Jésuites: Lettre... ou sont contenus les moeurs et façons de vivre des sauvages habitans de ce pais là [Canadà], et comme il se comportent avec les chretiens françois qui y demeurent (Parigi 1627) e l'opera ascetica: Diverses entretiens sue la vie cachée de Jésus-Christ en l'Eucharistie (ivi 1657), che ebbe parecchie edizioni.

Bibl.: Sommervogel, Lallemant, IV, coll. 1385-87; C. de Rochemonteix, Les Jésuites et la Nouvelle France au XVIIe siècle, I, Parigi 1895, pp. 152-60, 166-230; T. J. Campbell, Pioneer priest of North America, 1647-1717, II, Nuova York 1914, pp. 247-76; H. Fouqueray, Hist. de la Comp. de Jésus en France, IV, Parigi 1925, pp. 299-303, 307-14; V, ivi 1923, pp. 295-97, 308-11.

Lallemant, Jérôme. - Gesuita, missionario, fratello del precedente, n. a Parigi il 27 apr. 1593, m. a Québec il 26 genn. 1673. Professore di filosofia e scienze al Collegio Clermont a Parigi, poi rettore dei Collegi di Blais e La Flèche, partì nel 1638 per il Canadà, come superiore della missione tra gli Uroni.

Abile, impavido e preveggente, la riorganizzò subito su nuove basi : prima fece fare un censimento generale di tutte le famiglie, poi creò nel mezzo del territorio, sulla riva del Wye, la residenza centrale di Ste-Marie, fortificandola con palizzate e presidiandola di soldati, e la dotò di "oblati", laici che si offrivano al servizio della missione senza stipendio. Nel 1645 passò a Québec, superiore generale di tutte le missioni canadesi; i primi anni furono assai dolorosi e gloriosi insieme, perché si ebbe il martirio dei ss. Giovanni de Brebeuf, Isacco Jogues e di altri sei compagni, tra i quali suo nipote Gabriele (v. canadO-aberitani, martiri). Chiamato in Francia nel 1658 a rettore del Collegio di La Flèche, riportiva di già l'anno seguente per accompagnare il nuovo vescovo, F. Laval di Montmorency. Da allora restò a Québec, superiore della missione e vicario generale della diocesi.

Si hanno di lui 16 Relations de ce qui s'est passé de plus remarquable aux missions des Pères de la Compagnie de Jésus en Nouvelle France les années 1638-64, e una buona parte del fournal des fésuites (edita da C. H. La-vardière-H. R. Casgrain, Québec 1871), cioè per gli alunni: ag. 1645 - nov. 1650; 15 - 21 ag. 1653; 8 sett. 1659 - ag. 1665 .

Bibl.: Sommervogel, IV, coll. 1400-1402; C. de Rochemonteix, Les Jésuites et la Nouvelle France au XVIIe siècle, I, Parigi

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1895. pp. 382-99; II, ivi 1896, pp. 283-91, 306-15; T. J. Campbell, Pioneer priest of North Americn, 1647-1717, II, Nuova York 1914. p. 279 sgg.; H. Fouquarray, Hist. de la Cnmp. de Jésus en France, V. Parigi 1925, pp. 296-97, 324-35. Celestino Testore

LALLEMANT, Jacques - Philippe. - Gesuita, teologo e scrittore, n. a St-Valéry-sur-Somme il 18 sett. 1660 , m. a Parigi il 28 ag. 1748. Redattore ai Mémoires de Trévoux, occupò tutta la sua attività scientifica nella difesa del suo Ordine, assalito da tutte le parti, e nella lotta contro il gallicanismo e il giansenismo.

Della serie delle 31 opere pubblicate, la più parte anonime o pseudonime, sono da ricordare, anche per la diffusione che ebbero: Le père Quesnel séditieux dans ses Réflexions (Bruxelles 1704); Junsenius condamné par l'Eglise (ivi 1705); Le véritable esprit des nouveaux disciples de st Augustin (4 voll., ivi 1705); ma soprattutto : Entretiens au sujet des affaires par rapport à la religion ( 9 voll., Parigi 1713-23) e Réflexions morales avec des notes sur le Nouveau Testament traduit en frangais contro l'opera anonima del Quesnel ( 12 voll., ivi 1713-25), a cui cooperarono anche i pp. Bouhours, Languedoc e Michel. Questa prima edizione andò a ruba e si esaurì in tre mesi, perché i guansenisti si affrettarono ad accaparrarsela per toglierla dalla circolazione. Nuova edizione ne fece il Feller ( 5 voll., Liegi 1793) e altre edizioni si ebbero, ma parziali, e varie traduzioni. Il L. è anche autore di: Le sens propre et litéral des Paumes de David (Parigi 1708) e l'Imitation de Jésus-Christ, traduction nouvelle (ivi 1740) con note, che conta molle numerose edizioni e versioni.

BibL.: C. E. Müllier, Esprit du p. L., extrait de ses Réflexions, Tournai 1864; Sommervogel, IV, coll. 1387-1402; Hurter, IV, col. 1399; J. Carreyre, s. v. in DTVC, VIII, ii, coll. 2456-59. Celestino Testore

LALLEMANT, Louis. - Gesuita, maestro di spirito, n. a Châlons-sur-Marne nel 1578 , m. a Bourges il 5 apr. 1635 . Professore di filosofia al Collegio di La Flèche, di morale e dogmatica a Parigi; fu maestro dei novizi e istruttore del terz'anno di probazione a Rouen; quando morì era rettore a Bourges.

Manifestò doti insigni di direttore spirituale e fu uno dei Gesuiti più meritatamente famosi del suo tempo; e la cosiddetta "scuola del L." è formata dai suoi illustri discepoli, J. J. Surin, J. Rigouleuc, F. Nouet, F. Nepveu. Aveva una conoscenza approfondita della letteratura ascetica e mistica. Non lasciò nessun scritto, ma dopo la sua morte il p. Rigouleuc ne raccolse e il p. Champion pubblicò sotto il titolo di La doctrine spirituelle du p. L. L. (Parigi 1694; vers. it., Milano 1945), le istruzioni spirituali che aveva annotato dalla viva voce del maestro. Esse si riconducono ai sette principi essenziali : considerazione del fine dell'uomo, idea della perfezione, purità di cuore, docilità allo Spirito Santo, vita interiore, unione con Nostro Signore, ordini o gradi della vita spirituale e sono condotte secondo lo spirito di s. Ignazio e le tradizioni della Compagnia di Gesù.

BibL.: H. Bremond, Hist. littér. du sentiment religieux en France, V, Parigi 1923, pp. 3-65, 395-97; A. Pottier, La vie et la doctrine spirituelle du p. L. L. Texte primitif annoté, ivi 1924; id., Le p. L. L. et les grands spirituels de son temps, 3 voll., ivi 1927-29; id., Les leçons d'ornison du p. L. ont-elles été blandes par ses supérieurs?, in Revue d'oeuèt. et de myst., 11 (1930), pp. 396-406 e in La doctrine spirituelle, ed. 1936, ivi, pp. 516-20; v. inoltre lo studio introduttivo di G. Colombo nella trad. it. de La dattriza spirituale di L. L., Milano 1945.

Ferdinando Renaud
LA LUZERNE, César-Guillaume de. - Cardinale, apologista, difensore dei diritti della Chiesa nel periodo della Rivoluzione Francese, n. a Parigi il 17 luglio 1738, m. ivi il 27 giugno 1821. Dopo brillanti studi fu ordinato sacerdote, nel 1762 nominato vicario generale di Narbonne, tre anni dopo diventò l'agente generale del clero.

Da Luigi XV fu nel 1770 eletto vescovo di Langres. Nel 1788 prese parte attiva nelle discussioni degli Stati
generali, volendo contro il terzo stato formare una Camera separata del clero e della nobiltà. Negli altri dibattiti il La L. si mostrò più moderato e conciliante dei suoi colleghi; vedendo però inutile il suo lavoro, si ritirò nella sua diocesi, dove continuò a dirigere il clero con grande saggezza, lottando energicamente con i suoi scritti contro la costituzione civile del clero. Avendo dovuto per questo lasciare la diocesi, si rifugiò in Svizzera, Austria e poi in Italia. Finito il periodo della Rivoluzione, il La L. diede al Papa le dimissioni richieste per facilitare l'applicazione del Concordato. Sotto Luigi XVIII però venne restituito alla sua sede, diventando cardinale (1817) e ministro con incarico di prendere parte alle trattative del nuovo Concordato. È uno dei più brillanti apologisti del suo tempo, sebbene non del tutto privo di infiltrazioni gallicane.

Altre ai vari scritti contro la costituzione civile del clero, le opere, che lo rendono uno dei primi apologisti francesi, sono: Instruction pastorale sur l'excellence de la religion (Langres 1786); Sermon sur les causes de l'incrédulité (Costanza 1793); Considérations sur divers points de la morale chrétienne ( 5 voll., Venezia 1799); Dissertations sur la vérité de la religion, ecc. ( 6 voll., Langres 1802-10); Explications des Evangiles ( 5 voll., Lione 1807); Considérations sur l'état ecclésiastique (ivi 1810). Postuma: Dissertation sur les droits et devoirs respectifs des évêques et des carés dans l'Eglise (Parigi 1854).

BibL.: J. Charonnet, Mgr de La L. et les serments pendant la Révolution, Parigi 1918; L. Marchal, s. v. in DTVC, VIII, ii, coll. 2465-66. Isroder Skarvado

LAMAISMO. - E il buddhismo del "grande veicolo" (mâhâyana), nella particolare forma rituale che esso ha assunto nel Tibet. Il nome deriva dalla parola bla-ma (pron. lāma), maestro, che propriamente spetta solo ai monaci di grado più elevato.

Sommario: I. La dottrina. - II. Il culto. - III. La storia. - IV. La situazione attuale.

Come altre religioni dell'Asia, il 1. ha un aspetto dottrinale ed uno popolare, meno noto il primo, spesso descritto il secondo dai viaggiatori europei.
I. La dottrina. - La base teorica del 1. è il buddhismo mahdẏdnico, come si era sviluppato in India nei primi secoli dell'èra volgare; più precisamente il 1. si basa su una forma particolare di esso, il vajraydna o tantrismo. Il vajraydna (veicolo adamantino) è la gnosi buddhista. Del mahdyaonè esso ammette tutti i fondamenti filosofici e specialmente il postulato dell'insostanzialità di tutte le cose (śunyatâ); ma è ostile alla conoscenza filosofica, e si accentra attorno all'intuizione mistica (prajñā). Questa è riservata ai soli iniziati, rigenerati mediante il batresimo mistico. La prajñā come simbolo viene poi mutata in un concetto quasi divino, praticamente in una śahti, o principio attivo della divinità. Il processo mistico e la prajñā stessa vengono rappresentati simbolicamente dalla formula mistica (mantra o dñdrosi), i cui suoni vengono esaltati fino a divenire essi stessi una divinità. Altra rappresentazione simbolica è la mudrā, o posizione mistica delle dita e delle mani. Infine, sia quale rappresentazione teorica, sia quale aiuto pratico all'intuizione, il vajraydna fa largo uso del mandala, diagramma mistico della divinità ed allo stesso tempo dei processi psichici che ad essa conducono, simboleggiante l'eterno divenire nel macrocosmo e nel microcosmo. Tutte queste espressioni e simboli sono sistematizzati in una serie sterminata di liturgie (sâdhuna), metodi pratici per realizzare, secondo le varie scuole, la divinità nell'animo del miste. Il vajraydna ed i suoi tantra hanno anche un accentuato aspetto sessuale, in quanto la copulazione, quale stermonia mistica secondo determinati riti e quale rappresentazione iconografica (tibetano 3 v a b-y u m, "padre-madre"), simboleggia la congiunzione tra la divinità ed il suo estrinsecarsi contingente (śahti), tra la conoscenza (prajñā) ed il mezzo adatto ad ottenerla (updya), tra il miste e le forze psichiche da lui esplicate. Il confine poi fra mistica e magia è alquanto vago, e si passa insensibilmente dall'una all'altra; alcune liturgie tantriche hanno un elevato significato mistico, altre sono pura e semplice magia, e talvolta

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magia nera. Da ciò il grande successo del vajraydna tra le classi più basse. I testi del vajraydna tendono infatti a spiegare all'adepto i modi per ottenere la scienza (vidyd), parola che ha il significato tecnico di conoscenza del potere delle formole e del modo di usarle. L'ideale del vajraydna non è tanto quello mahāyänico del bodhisattva, cioè dell'illuminato che rinunzia ad entrare nel nirvāpa onde condurre alla salvezza gli uomini mediante la predicazione; è piuttosto il siddha, cioè il saggio che mediante la prassi mistica ha raggiunto la siddhi, realizzazione suprema nei suoi aspetti trascendente e terreno. Per raggiungere questa meta mediante la contemplazione (samaddhi), vien fatto uso della tecnica yoga, anche nella sua forma più violenta (hathayoga). Da un lato essa serve a raggiungere la concentrazione e l'unità mistica tra macrocosmo e microcosmo; dall'altro essa tende ad ottenere delle facoltà fisiche superiori all'ordinario, quali il gtum-mo (pron. tummō), ossia iperpiresi; il groñ-jug (pron. dronggiūk), che è il trasferimento del proprio principio vitale e della propria
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Iamainato - Castello di Dkon-Dkar Rdson nella valle dello Tsang-po.
servò le sue qualità semi-demoniache e che ora s'incarna nel c'ca-shyoü (pron. ciòkūng), "protettore della legge", l'oracolo ufficiale dello Stato tibetano, risiedente a gNasc'un (pron. Neciùng) presso Lhasa. Cosi vi entrò Beg-tse, deitá bellicosa armata di spada e rivestita di corazza, importata dalla Mongolia e divenuta per i dGe-lug-pa uno dei principali difensori della dottrina. Va però notato che, mentre il pantheon continuava ad arricchirsi di sempre nuove divinità, intatte e scerve di ogni influenza esterna rimanevano invece le basi fondamentali della dottrina.

Il culto lamaista
è complesso e sfarzoso. Nei grandi templi, popolati da innumerevoli statue disposte secondo schemi iconografici rigidamente fissi, il culto si svolge in grandi cerimonie collettive, con preghiere in coro ed individuali, offerte (mai cruente), benedizioni. Nei villaggi continuano ad essere adocate le divinità locali di origine Bon-po, i subdag (pron. sadāk) e gli btsan (pron. tzen), deitá quasi sempre maligne, tinte appena di una leggera vernice di 1 .
III. La storia.

- Le vicende storiche del 1. hanno inizio con l'introduzione stessa del buddhismo nel Tibet. Un primo contatto si ebbe con il re Sronbtsan-sgam-po (pron. Songtzèn-gampó; ca. 620-49). L'introduzione del buddhismo come religione di Stato si ebbe tuttavia solo con il re K'ri-sroñ-ldebnan (pron. Thi-song-de-tzen; 755-97), sotto il quale ebbe inizio l'opera assidua di traduzione dei testi sacri dal sanscrito in tibetano, in collaborazione tra maestri indiani (pandita) e traduttori tibetani (latsassa). E il periodo che i Tibetani chiamano propagazione anteriore (sña-dar, pron. ngadär). La resistenza del Bon fu vivissima, tale anzi da produrre, dopo il regno del bigotto re buddhista Ral-pa-can (pron. Ralpacèn), una reazione furiosa sotto il re gLah-dar-ma (pron. Langdärma; 836-41).

Il buddhismo fu sistematicamente perseguitato e praticamente si estinse nel 'Tibet, con la dispersione e l'esilio delle comunità monastiche che ne erano il fulcro. Dopo l'assassinio del Re e la disgregazione della monarchia, i superstiti focolai di buddhismo sopravvissero stentatamente per ca. un secolo. Poi ricominciò, per opera di Klu-mez (pron. Lumè, inizio sec. x) prima, di Rin-c'en-bzan-po (pron. Rincen-sangpó; 958-1055) e del grande maestro indiano Atîśa (m. nel 1054) poi, la fondazione quasi ex-novo e su basi alquanto differenti della comunità monastica nel Tibet. E questa la "propagazione posteriore" ( p^{′} y i-d a r, pron. cidär), la quale ebbe per conseguenza la vittoria definitiva del buddhismo e la sconfitta del Bon, ridotto oggi a piccole comunità nelle regioni marginali del Tibet.

Tutta quest'epoca (secc. xı-xiv) è caratterizzata da un grande rigoglio di vita spirituale, dalla fondazione della maggior parte delle sètte lamaiste e dalla traduzione della porzione maggiore del canone. Nella seconda metà del sec. xiri gli abati di Sa-skya (pron. Sākia) acquistarono grande influenza alla corte di Kubilai Khan e dei suoi successori, otte-

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nendone la concessione del dominio temporale sul Tibet centrale. Questa prima teocrazia fu cffimera, ma da allora data l'intervento delle sètte lamaiste nella politica tibetana e la loro crescente influenza temporale. Intanto il corpo dottrinale veniva fissato nella sua forma definitiva, quando Bu-ston (pron. Putön; 1290-1364) rivedeva e riordinava le raccolte precedenti, costituendo quelle che sono oggi le due grandi collezioni canoniche del l.: il b K a^{′} - 'gyur (pron. Kanghūr), "traduzioni dei testi rivelati", in 108 volumi; ed il beTun-gyur (pron. Tanghiur), "traduzioni dei commenti", in 220 volumi. Le basi teoriche erano quindi fuori discussione; ma il fondo tantrico comune a tutte le varie sètte più antiche aveva come conseguenza un forte rilassamento della disciplina monastica, svuotata di ogni contenuto dal simbolismo talvolta mostruoso delle pratiche tantriche. Da ciò il bisogno di una riforma, che fu effettuata da Tsoǹ-k'a-pa (pron. Tsong-khapà; 13371419). La sua setta, i dGe-lug-pa (pron. Ghelu kpà), ebbe un'ascesa molto lenta e contrastata. Per molto tempo essa non fu che una tra le varie scuole tibetane, osteggiata talvolta anche con successo dalle sue consorelle più antiche. La sua superiorità proveniva dalla forte organizzazione disciplinare e dalla teoria dell'incarnazione, che stabiliva un'assoluta continuità gerarchica; i grandi capi, specialmente l'abate di 'Bras-spuñs (pron. Drepùng) e quello di bKra-śis-lhun-po (pron. 'Tascihunpo) sono incarnazioni, ossia corpi fenomenici (nirndnnahāya, tibetano sprulshu, pron. tuihu) di uno dei Buddha o dei bodhisattca, i quali però rimangono nelle loro sedi celesti con il loro corpo trascendentale (dharmahāya, tibetano c'as-shu, pron. cióku). Gli incarnati perciò non muoiono, ma mutano solo il corpo quando esso diventa troppo logoro per la vecchiaia e le malattie, assumendo quello d'un bambino appena nato. Questo modo di successione fu adottato già nel corso del sec. xv per l'abate di 'Bras-spuñs, che fu più tardi noto ai mongoli e quindi agli europei con il titolo di Dalai-Lama (lama-oceano; dalai è l'equivalente mongolo di rgya-mts'o, pron. ghiamtzò, che è la finale di tutti i nomi dei Dalai-Lama; il titolo tibetano è invece rGyal-ba Rin-po-c'e, pron. Ghiatrà Rimpocè). L'ascesa e la vittoria definitiva dei dGe-lug-pa con l'aiuto del braccio secolare dei Khan dei Khoshot (1642) appartiene alla storia del Tibet. Poco dopo la vittoria, il quinto Dalai-Lama Nag-dhañ-blo-bzañ-ryya-mts'o (pron. Ngawáng-lopsàngghiamtżo; 1617-82), riconobbe come incarnazione del Buddha Amitābha e secondo dignitario della setta l'abate di bKra-śis-lhun-po, che è noto agli europei
![img-8.jpeg](img-8.jpeg)
(per cortesia del prof. G. Tucri)
Lamasmo - Tombe dei Tashi-Lama a Tashi-Lhumpo.
![img-9.jpeg](img-9.jpeg)
(per cortesia del prof. G. Tucri)
Lamasmo - Danza sacra nel monastero di Gyantse.
con il titolo di Tashi-Lama, dal nome del suo monastero, mentre il titolo tibetano è Pan-c'en Rin-po-c'e (pron. Pancèn Rimpocè); nel 1728 il Tashi-Lama ricevette anche un suo piccolo dominio temporale dall'Imperatore cinese. Il 1642 vide quindi la trasformazione del Tibet in uno stato teocratico dominato dalla setta dGe-lug-pa. La storia seguente del 1. è storia quasi esclusivamente politica, anche perché dopo Tsoǹ-k'a-pa ed i suoi commentatori non si ebbe un ulteriore sviluppo dottrinale, ma solo un processo di chiarificazione e sistematizzazione.

Limitato per lungo tempo al Tibet, il 1. in seguito prese piede anche al di fuori delle sue frontiere. La protezione concessa degli imperatori cinesi della dinastia Yüan all'abate di Sa-skya condusse ad una certa diffusione del 1. fra i mongoli, specialmente tra quelli stabiliti in Cina. Con la cacciata degli Yüan (1368) il 1. sparì dalla Cina e languì fin quasi ad estinguersi anche in Mongolia. La sua ripresa è dovuta in buona parte a motivi politici; onde procurarsi l'appoggio dei principi mongoli nella dura lotta che egli stava conducendo nell'interno del Tibet, il terzo Dalai-Lama bSod-nams-rgya-mts'o (pron. Sōnam-ghiamtzb; 1543-88) si recò in Mongolia, dove riuscì ad ottenere la conversione dei principali capi mongoli, e dove morì. Il suo successore fu il figlio di un capo mongolo. Con ciò la Mongolia fu definitivamente conquistata al dGe-lug-pa. Il 1. mongolo non differisce in nulla da quello tibetano. I più dotti lama mongoli ricevono la loro formazione teorica nei monasteri tibetani, né v'è mai stata la minima deviazione dottrinale. Il b K a^{′}-'gyur ed il beTun-'gyur sono stati tradotti in mongolo, dando origine ad una considerevole letteratura esegetica in quella lingua. A capo del 1. mongolo era l'incarnato di Urga, il rJe-btsun Dam-pa (pron. Gotsün-dampà), in mongolo Maidari Qutuqtu, con altri incarnati minori. Poco più tardi il 1. si estese anche ai Buriati della Siberia orientale ed ai Calmucchi del Volga.

I primi imperatori cinesi della dinastia manciù protessero il 1., soprattutto per ragioni politiche. L'imperatore Yung-cheng (1722-35) mutò in un convento (Yungho kung) il palazzo in cui egli era vissuto prima di salire al trono. I