1. mongolo era l'incarnato di Urga, il rJe-btsun Dam-pa (pron. Gotsün-dampà), in mongolo Maidari Qutuqtu, con altri incarnati minori. Poco più tardi il 1. si estese anche ai Buriati della Siberia orientale ed ai Calmucchi del Volga.
I primi imperatori cinesi della dinastia manciù protessero il 1., soprattutto per ragioni politiche. L'imperatore Yung-cheng (1722-35) mutò in un convento (Yungho kung) il palazzo in cui egli era vissuto prima di salire al trono. Il Yung-ho kung divenne il principale dei numerosi monasteri lamaisi di Pechino e di Jehol. La capitale divenne un centro di vita lamaiata; vi risiedevano numerosi incarnati, ad es., il 1Cañ-skya (pron. Ciàngkia) Qutuntu ed il T'u-kuan Qutuqtu, e vi furono stampati in bella edizione il b K a^{′}-gyur ed il beTun-'gyur. Però il 1. in Cina rimase sempre la religione di circoli stranieri connessi con la corte, e non penetrò mai nella massa del popolo cinese. Da Pechino vi furono dei tentativi di introdurre il 1. in Manciuso. Il b K a^{′}-'gyur fu tradotto in manciù; ma il tentativo non fu condotto a fondo e non ebbe alcun esito pratico.
IV. La situazione attuale. - Il 1. quale oggi esiste è suddiviso in varie sète, che si usano raggruppare in due grandi sezioni: a) le sète rosse, cioè quelle anteriori alla riforma di 'Tsoǹ-k'a-pa; b) la setta gialla, ossia i
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dGe-lug-pa. Tale distinzione è dovuta al fatto che assieme all'abito liturgico impiegato nelle cerimonie religiose, che è indistintamente di color giallo scuro per tutti, i primi adoperano un 'berretto rosso ed i secondi un berretto glallo. Le sètte rosse si trovano quasi esclusivamente nel Tibet; le principali sono :
1) I rX̌iñ-ma-pa (pron. Gningmapà), ossia gli «antichi", discendenti da Padmasambhava. Sono l'ultimo avanzo della "propagazione anteriore", e praticano un buddhismo tantrico più contaminato d'ogni altro da credenze Bon-po. Le pratiche magiche vi hanno grandissima importanza. I monaci possono sposarsi.
2) I bKa'-gdams-pa (pron. Kadampà), la prima grande scuola della "propagazione posteriore", discendenti da Atlśa. Oggi essi sono quasi scomparsi, assorbiti dalla riforma dGelug-pa uscita dal loro seno.
3) I bKa'-rgyud-pa (pron. Kaghiutpà), discendenti da Mar-pa (1012-53); sono caratterizzati dalla particolare importanza da loro attribuita al hathayoga ed alle più severe pratiche ascetiche.
4) I 'Brug-pa (pron. Drukpà), discesi da Gliñ-ras-pa (pron. Lingrepà; 1122-88); non sono che una ramificazione dei bKa'-rgyud-pa, di scarso interesse religioso, ma importanti politicamente, costituendo la setta dominante nel Bhutan; fino ad un secolo fa lo erano anche nel Ladakh.
5) I Sa-skya-pa (pron. Sakiapà), discesi da 'K'on dKon-cog (pron. Khôn Konciò, 1034-1 102), ebbero, come si è detto, una grande importanza politica. Il loro abate, tuttora signore temporale di un piccolo territorio, è ereditario e quindi deve sposarsi. La setta ha un proprio sistema di mediazione, chiamato lam-'bras (pron. landrè), "la via ed il frutto".
La setta gialla o dGe-lug-pa è dominante nel Tibet ed è l'unica riconosciuta nei territori lamaisti extra-tibetani. La riforma di Tsoñ-k'a-pa costituì un ritorno alla tradizione. Nel campo dottrinale, egli rimise in onore l'ideale mahāyānico del badhisattva, a preferenza dell'ideale tantrico del siddha. Egli fu però anzitutto un restauratore della disciplina monastica, così rilassata nelle sètte rosse. I dGe-lug-pa devono osservare costità ed astenersi dai liquori ineborianti e dalla carne; la vita dei monasteri si svolge severamente secondo le antiche regole. Il "curriculum" degli studi è organizzato con una graduazione sapiente di testi e con rigida disciplina; gli studenti possono ottenere vari gradi accademici. Una delle caratteristiche più appariscenti della setta sono appunto gli enormi monasteri-università di 'Brasspuñs, Se-ra, dGa'-ldan (pron. Gadèn) e bKra-śis-lhun-po, abitati da migliaia e migliaia di dotti lama e di semplici monaci (grea-pa, pron. trapà); prima d'allora invece i monasteri (dgan-pa, pron. gämpà, "solitudine") erano ciò che il loro nome stesso indicava: degli eremi di tipo, si direbbe oggi, camaldolese. Le pratiche magiche sono proibite, e generalmente l'aspetto tantrico e yoghico del 1 . vien fatto passare molto in sottordine. Gran risalto vien dato invece alla dialettica, e la logica formale viene assiduamente studiata e praticata in dispute pubbliche. Il testo principale della setta è il Lam-rim-c'en-mo di Tsoñk^{′} a-p a, vera Summa della dottrina lamaista, di carattere intelligentemente ecclettico.
Come religione praticata, il l. è oggi in una fase nettamente discendente. Esso domina tuttora nel Tibet, nel Bhutan ed in alcuni territori indiani (Sikkim, Ladakh, Spiti, Kunawar, Lahoul). Nella Mongolia esterna, che fu per un momento uno Stato teocratico sotto l'ultimo rJe-btsun Dam-pa dal 1912 al 1924, la Chiesa lamaista fu gradualmente indebolita ed esautorata per opera del comunismo ivi imperante.
Durante l'ultima guerra centinaia di monasteri furono aboliti e migliaia di monaci ridotti allo stato laico; ed oggi il 1. mongolo sembra avviato alla dissoluzione. Nella Mongolia interna, rimasta soggetta alla Cina, tale processo è ancora agli inizi, ma la tendenza è la stessa; e ciò vale anche per la fascia confinaria tra il Tibet e la Cina occidentale. A Pechino il 1. era già in sensibile decadenza dopo la caduta dell'Impero; tale decadenza si accentua oggi sempre più. Il I. dei Calmauchi del Volga e dei Buriati siberiani ebbe molto a soffrire della politica antireligiosa dell'URSS dalla Rivoluzione fino al 1942; non è poi dato a sapere se il parziale mutamento di tale politica durante e dopo l'ultima guerra possa aver favorito la ripresa della vita religiosa nei monasteri della Transbaicalia, già così fiorenti sotto il regime zarista. - Vedi tav. Ll.
Bibl.: E. Schlagintveit, Buddhism in Tibet, Londra 1863 (ed. francese, Parigi 1881); L. A. Waddell, The Buddhism of Tibet or Lamaism, Londra 1895; A. Grünwedel, Mythologie des Buddhismus in Tibet und in der Aburzdai, Lipsia 1900; G. Schulemann, Die Geschichte der Dabaltanna, Heidelberg 1911; A. Grünwedel, Der Lamaismus (Kultur der Gegenwart, 1.111), 2² ed . Lipsia-Berlino 1923; J. E. Ellam, The religion of Tibet, Londra 1927; A. David-Noel, Mystiques et monsteens du Tibet, Parigi 1929 (ed. italiana, Milano 1950); C. Bell, The religion of Tibet, Oxford 1931; G. Tucci, Indo-Tibetica, 7 voll., Roma 1932-41; id., Tibetan painted scrolls, 2 voll., Roma 1949 (specialmente pp. 81-138, 209-20). Luciano Petech
LAMARCK, Jean-Baptiste-PierRe-Antoine de Monet de. - N. il 1° ag. 1744 a Basantia, villaggio della Piccardia, e m. a Parigi il 18 dic. 1819.
Già durante la vita militare aveva incominciato a raccogliere piante; dopo il ritorno alla vita civile intraprese, a 24 anni, lo studio della medicina e contemporaneamente seguì a Parigi il corso di botanica tenuta da Lemonnier; nel 1778 pubblicò la Flore frauquise ( 3 voll., Parigi), per la quale, nel 1779, fu ricevuto all'Académie des sciences, alla quale presentò, nel 1870, monoscritte, le Recherches sur les causes des principaux faits physiques (Parigi 1794). Nel 1781-82 viaggiò in vari paesi europei insieme al figlio di Buffon, con l'incarico di visitare erhari, musei, orti botanici e di acquistare oggetti utili alle collezioni. Nel 1783 fu incaricato della redazione del Dictionnaire de botanique (3 voll., Parigi, completato nel 1817); poco dopo propose uno schema di classificazione comune agli animali e alle piante; nel 1789 fu nominato botanico applicato al Cabinet du Roi e professore al Jardin des plantes; scrisse molti lavori di botanica.
Nel 1792 fu fondato a Parigi il Museo di storia naturale e in esso il L. fu incaricato dello studio degli invertebrati. Da allora si dedicò soprattutto a questi, pubblicando l'importante Histoire naturelle des animaux sans vertèbres ( 7 voll., Parigi 1815-22), ma curò anche problemi generali e filosofici riuniti nella Philosophie zoologique ( 2 voll., ivi 1809). Malauguratamente si ingolfò anche in questioni completamente estranee alla sua preparazione, per le quali fu molto criticato.
Nella vecchiaia ritornò agli studi naturalistici, ripubblicando varie edizioni delle sue principali opere, che in parte detto alla figlia, essendo divenuto quasi cieco.
Lamarckismo. - La sua fama è affidata soprattutto alla teoria evolutiva che va sotto il suo nome (lamarckismo) e che è esposta nella Philosophie zoologique. E anche autore di un sistema di classificazione che modificò e perfezionò in successive riprese.
Secondo il lamarckismo la vita si sarebbe iniziata sulla terra con una generazione spontanea; dagli esseri primordiali così generatisi sarebbero derivati, per successive complicazioni e perfezionamenti, tutti gli animali e tutte le piante che esistono e che esistettero sulle superfice del globo. Per I.. l'«esercizio della vita» tende senza posa a complicare l'organizzazione. La vita accelera continuamente e varia il movimento dei liquidi
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(per cortesia del prof. G. Taret)
In alto: SKU-ABUM (pr. lumbúm) tempio delle roo.ooo immagini a K'ro-p'u (pr. throphū). In basso: INTERNO DI TEMPIO nel Tibet centrale.
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(fol. Alioari)

(fol. Alioari)

(fol. Alioari)

(fol. Tioari)
In alto a sinistra: LAMPADA BRONZEA RAFFIGURANTE LA NAVICELLA DELLA CHIESA, con s. Pietro al timone e s. Paolo a prua. Nella tabella sulla vela, la scritta: "Dominus legem dat Valerio Severo Eutropi Vivas" (sec. IV). Trovata a Roma, presso S. Stefano Rotondo, ora a Firenze, Musco-archeologico. In alto a destra: LAMPADA IN ARGENTO (sec. xvir) - Siena, chiesa di Provenzano. In basso a sinistra: LAMPADA IN BRONZO di scuola padovana (sec. xvi) - Firenze, Museo nazionale. In basso a destra: LAMPADA VOTIVA IN FERRO BATTUTO. Opera di A. Gerardi (1935) - Gerusalemme, basilica del Gethsemani.
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nei tessuti, nei quali cosi si sviluppano i vari organi. Se non vi fossero cause perturbanti, la progressione della complicazione strebbe incessante, regolare e lineare, cosi che una specie si potrebbe trasformare in un'altra, ma in una sola volta, eil numero delle specie sarebbe costante o almeno aumenterebbe solo molto lentamente. A perturbare un tale andamento rettilineo, a far divergere fra loro i vari individui sorti dal medesimo ceppo, intervengono due fattori: l'in-

(da A. de L. Oeuvres complètes, Parigi (68)) Lamartine, Alphonsz-Marie-Louis de - Rittatto.
fluenza degli agenti esterni e l'uso e non uso degli organi. Le influenze esterne possono agire notevolmente sulla morfologia degli esseri viventi. Se l'ambiente spinge un certo animale ad usare un determinato organo più degli altri, il primo acquisterà uno sviluppo maggiore, mentre i secondi si ridurranno. Cosi, ad es., alcuni uccelli si sono abituati a vivere sulle rive delle arcque e hanno tentato di nuotare. In tale tentativo, usando molto delle zampe, i fluidi organici si sono spinti più attivamente in cose e a poco a poco si sono sviluppate le membrane interdigitali e si ebbero i palmipedi.
Però, affinché il lamarckismo possa spiegare l'evoluzione, sarebbe necessario che tali caratteri, acquisiti da un organismo durante la sua vita, potessero essere trasmessi alla discendenza, il che è tutt'altro che provato.
Da accurato osservatore della natura, nei suoi scritti afferma Dio creatore ed ordinatore sapiente; non ebbe invece cognizione chiara della natura ed immortalità dell'anima umana.
Bibl.: E. G. Saint-Hilaire, Discours prononce aux funérailles de L. Recueil publié par l'Institut de France, Parigi 1889; A. S. Packard, L. the founder of evolution, his life and work, Londra 1901; G. Bevault d'Allonnes, L., Parigi 1913; E. Perrier, L., ivi 1925; L. Roule, L. et l'interprétation de la nature, ivi 1928; A. Symica, La part des savants croyant dans les progrès de la science au XIXe sticle, parte 14, ivi 1928, p. 8; G. Colosi, La dottrina dell'evoluzione e le teorie evoluzionistiche, Firenze 1945; G. Rabel, L., in 19th Century, 137 (1945), pp. 238-84.
## LAMARTINE, Alphonse-Marie-Louis de. -
Poeta, scrittore e uomo politico francese, n. a Mâcon il 10 ott. 1790, m. a Parigi il 28 febbr. 1869. Compì i suoi studi nel Collegio dei Padri della Fede (ex Gesuiti) a Belley e in gioventù soggiornò in Italia e in Svizzera. Nel 1820 sposò un'inglese protestante, M. E. Birch. Entrato nella carriera diplomatica fu addetto alla legazione di Napoli (1821), poi segretario d'ambasciata a Londra, e infine incaricato d'affari alla corte di Toscana. Dopo l'avvento al trono di Luigi Filippo entrò nell'agone politico, avvicinandosi ai liberali, mentre nei primi anni della Restaurazione era stato conservatore. Nel 1832 si recò con la famiglia in Oriente, dove perdette la figlia Julie. L'anno seguente fu eletto deputato per il collegio di Bergues e da questo momento ha inizio la sua fortuna politica, dovuta soprattutto all'abilità dei suoi discorsi rimasti famosi. Del governo provvisorio del 1848 fece parte come ministro degli Esteri, e in questa funzione si mantenne sempre su di una linea di prudenza e di rispetto delle istituzioni democratiche degli altri paesi. Il 23 apr. 1848 fu eletto membro dell'Assemblea costituente, ma nel giugno dello
stesso anno fu costretto a cedere il potere al generale E. Cavaignac, e alle elezioni del dic. per la presidenza della Repubblica fu battuto dal principe Luigi Buonaparte, il futuro Napoleone III. Nel 1851, dopo il colpo di Stato, si ritirò a vita privata.
Tra le sue numerose opere in versi e in prosa vanno ricordati: Méditations poétiques (1820), il poemetto La mort de Socrate (1823); Dernier chant du pèlerinage d'Harald (1825) ispirato alla morte di Byron a Missolungi; Harmonies poétiques et religieuses (1830); Souvenirs, impressions, pensées et paysages pendant un voyage en Orient (1835; all'Indice, decr. 22 sett. 1836); due episodi di una epopea ciclica che L. non condusse mai a termine: Jocelyn, journal trouvé chez un curé de village (1836; all'Indice, decr. 22 sett. 1836) e La chute d'un ange (1838; all'Indice, decr. 27 ag. 1838); Histoire des Girondins (1847), opera priva di ogni scrupolo della verità storica. Allontanatosi dalla politica, scrisse, tra l'altro: Confidences (1849), Raphaël (1849), Graziella (1852), Histoire de la Restauration (1852), Cours familier de littérature (1856-69).
Anche se lo slancio dell'ispirazione manca di quella sorveglianza che avrebbe potuto evitargli la ridondanza retorica, la poesia di L. ha un fascino che il tempo non arriva ad attenuare. Il suo verso ha una musicalità quale non si riscontra nell'opera di nessuno degli altri grandi romantici francesi. Ma, al tempo stesso, questa facilità lirica genera superficialità di interpretazione delle cose, nella quale, infatti, L. raggiunge la gravità, mai la profondità; la voce dell'universo che egli fa risuonare nella sua poesia ha un accento commosso, non di passione. I suoi romanzi, rappresentazioni idillische di persone ed ambienti molto falsati, tra i quali in Italia è soprattutto noto Graziella che si svolge in ambiente napoletano, hanno il pregio di una efficace eleganza stilistica e della freschezza di descrizione.
L. e la questione del proletariato. - Benché la sua fortuna abbia avuto breve durata, L. fu senza dubbio un grande uomo politico. Nel governo provvisorio del 1848 rappresentò l'elemento temperato. Sfidò anche l'impopolarità, purché la legalità venisse rispettata. Tra i primi, intuì l'enorme importanza della questione proletaria e previde il pericolo derivante da una mancata soluzione di tale problema: in questo fu un precursore. Propugnò la necessità della legalizzazione della beneficenza, di opere filantropiche e assistenziali statali, ma più per sbarrare la strada al socialismo che per combattere l'ingiustizia delle condizioni inumane dei lavoratori. La sua è una repubblica conservatrice, dove non si parla di revisione di fortune né di ridistribuzione dei beni.
L. va considerato in tutta la sua grandezza e il suo coraggio, e anche con le sue bassezze. Apparentemente la sua vita politica è un susseguirsi d'incoerenze; in realtà egli non fece che eseguire un gioco abilissimo che al momento buono doveva portarlo al potere. Le sue incertezze, i cambiamenti di bandiera, sono la continuità di un intento di conquistare la fiducia delle masse per potere tenerle in mano, incansiarle e impedire in tal modo il sovvertimento dell'ordine e l'avvento del socialismo.
Bibl.: Opere: Oeuvres complètes (a cura dell'autore), ai voll., Parigi 1860-66; Oeuvres de L., 23 voll., ivi 1900-1907; Correspondance de L., 4 voll., 24 ed., ivi 1881-82. Studi : del numerosissimi lavori su L. i più importanti sono: Ch. de Pomairols, L., étude de morale et d'esthétique, Parigi 1889; E. Deschanel, L., ivi 1893; P.-M. Masson, L., ivi 1911; R. Doumic, L., ivi 1912; L. Barthou, L. arateur, ivi 1916; H. Guillemin, L. et la question sociale L'rabelle, 11), ivi 1946. Si veda inoltre: A. Baumgartner, Die fransös. Literatur, Friburgo in Br. 1903, pp. 587-602; C. de Lollis, L. secondo la vecchia e in recente critica francese, Roma 1914; id., Il - Cinque Maggio - di L., e L'irrealismo di L., in Scopa di letteratura francese, Bari 1920 (v. indice); P. P. Trompco, Nell'Italia romantica sulla orme di Stendhal, Roma 1924 (v. indice dei nomi); id., s. v. in Enc. Ital., XX, pp. 403-405 (con ricchissima bibl.); J. Ballou-E. Harris, Etat présent des études lamartiniennes, Parigi 1933; U. Mengin, L. et Monzoni, leurs relations amicales et leurs opinions politiques, in Mélanges de philologie... offerts à M. Haurette, ivi 1934, pp. 623-34; L. F. Benedetto, La verita in Graziella, ibid., pp. 603-22; G. Charlier, Aspects de L., Parigi 1937; E. Henriot, Poètes trançais. De L. à Valéry, Lione 1946; H. Guillemin, L., ivi 1948.
Matilde Mazzolani
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L. e la Chiesa. - Del L. furono messe all'Indice, come s'è accennato, tre opere: Jocelyn, La chute d'un ange, Souvenirs et impressions. Jocelyn è la vicenda amorosa di un prete, che s'innamora follemente di Laurence e quando la cieca forza degli avvenimenti lo distacca da lei, non può più reggere, e su lei morente si china e muore. Pare che il fondo almeno della trama sia vero e che il L. abbia conosciuto il prete di cui parla: ma il poema proclama pure la consacrazione a Dio dell'amore naturale, a cui non ci si può sottrarre, e porta l'amore platonico fino alla esasperazione;
ciò che è la tesi romantica in voga ai suoi tempi (cf., p. es., Paul et Virginie di Bernardin de StPierte). Nella Cluute d'un ange, oltre alla leggenda dell'angelo Ceder, che s'innamora di una figlia dei Cainiti, Daidha, ed è perciò condannato a riasperare l'eternità, perduta in punizione del passo fatto, attraverso la miseria e il dolore, il L. espone tutto un disegno di metempsicosi purificatrice e di educazione condotta sui presupposti di J.-J. Rousseau. I Souvenirs et impressions..., poi, fanno vedere chiaramente come per il L., che al sepolcro di Cristo, a Gerusalemme, non aveva ritrovato la fede perduta, e, tornato in Francia, aveva sempre più ceduto allo spirito del tempo, la religione si riduce ad un puro sentimento, ad un temperamento dell'anima, che produce un adattamento quietistico, un'inerzia volitiva di fronte agli avvenimenti; la verità è definita non come una convinzione, ma come un semplice stato d'animo, che varia col variare delle contingenze e delle reazioni del sentimento. Difetti, questi, che non vengono redenti dall'incanto dello stile e da tante espressioni, anche esatte secondo il cristianesimo, ma fiorite unicamente da una vampata sentimentale, che ignora sempre la Rivolazione, le verità profonde della fede, i doveri morali, che stanno al di sopra di ogni sensibilità.
Celestino Testore
LAMBACH. - Abbazia benedettina nell'Austria superiore, nelle diocesi di Linz; ha 5 parrocchie incorporate, una scuola agraria e di orticoltura, una casa di esercizi.
S. Adalberone, conte di Wels e L., poi vescovo di Würzburg, fonda verso il ro4o nel suo castello nativo L. una casa per canonici regolari; ma verso il 1056 vi introdusse monaci benedettini da Gorze. Soppressa da Giuseppe II (1784), fu quasi subito ristabilita; durante il nazismo fu nuovamente soppressa (1941-45). L'attuale chiesa, costruita negli anni 1652 1656, sostituisce due precedenti, una romatica e l'altra gotica; ha celebri tele d'altari del Sandrart. Nel monastero ricostruito in forme barocche, fra i secc. xvir e xviri, è da notare il refettorio estivo. L'abate più celebre è Massimiliano Pagl (1705-25).
Da ricordare, nei pressi di L., la celebre chiesa santuario di Stadl-Paura, in onore della S.ma Trinità, che il detto abate Pagl fece costruire (1714-24) da J. M. Prunner, di Linz. Chiesa di grandi pregi artistici e di architettura originalissima: a pianta circolare, con inscritto triangolo (v. pianta voce
austria), tre campanili, tre portali, tre altari, tre organi; l'interno è ricchissimo.
Bibl.: Cottinesu. I, coll. 1542-43; W. Luger, Die Dreifaltigkeitskirche von Stadl-Paura, Linz 1449. Giuseppe Lio
LAMBARDI, Giacomo. - Quictista, n. a Bevagna, vissuto nel sec. xvir. Fu già censurato dal S. Uffizio di Perugia nel 1642.
Chiamato dal card. Bichi, vescovo di Osimo, a fondare in quella città un oratorio, fu quindi incarcerato dal S. Uffizio per il suo persistente quietismo. Aveva creato una molto florida "conventicola" di seguaci quietisti, i quali dovettero abiurare le idee creticali tra il 29 giugno e il 7 luglio 1675 . L. morì in casa (1673) dove poté tornare per cattiva salute. Le sue opere furono condannate dopo la sua morte (decr. 28 marzo 1673).
Bibl.: M. Petroccchi, Il quietismo italiano del Scicrato, Roma 1948, v. indice. Sullimportante conventicola fondata dal L. cf. S. Mottironi, Un nuovo documento per la storia del quietismo italiano, in Rivistio di storia della Chiesa in Italia, 3 - Massimo Petroccchi
LAMBERTI, famiglia. - Niccolò, scultore fiorentino la cui personalità è stata scissa solo di recente (1931) da quella di Niccolò di Luca Spinelli da Arezzo, con il quale era stata confusa in seguito ad errore del Vasari.
Attivo fin dal 1388 nell'Opera del duomo di Firenze, lavorò alla Porta della Mandorla (1393-94, 1407), alla Porta dei Canonici (1402-1403), alle statue della facciata (4 Santi e 4 Padri della Chiesa, rimossi quando nel 1588 fu demolita la vecchia facciata). Nel 1401-1402 prese parte al concorso per la seconda porta del Battistero e nel 1415 terminava la statua di S. Marco che, insieme con quelle degli altri 3 Evangelisti (commesse rispettivamente a Donatello, a Nanni di Banco, al Ciuffagni), doveva venir collocata sulla facciata del Duomo (le statue sono oggi nell'interno). Legato alla tradizione trecentesca, Niccolò non partecipò del movimento innovatore di Donatello ma insistè stancamente nel gioco decorativo del linearismo tardogotico (cf. il S. Luca, già in Orsanmichele, ora al Bargello, del 1403-1406, e il S. Marco); tale maniera egli portò a Venezia ove lavorò dal 1416 alla decorazione della facciata di S. Marco (fregio e coronamento dell'arco centrale); passò poi a Bologna ove è ricordato ancora nel 1429 (restauro del Palazzo degli Anziani). A Venezia lavora con lui il figlio Piero (n. a Firenze ca. il 1393, m. a Venezia intorno al 1434). Mentre non si hanno opere sicure nel periodo fiorentino (l'attribuzione a lui di un'Annunciazione in Orsanmichele e della tomba di Onofrio Strozzi in S. Trinità non sembrano sostenibili), Piero firma a Venezia, con Giovanni di Martino da Fiesole, la tomba Mocenigo in SS. Giovanni e Paolo (1423); e sul modello della tomba di Giovanni XXII erige, con la collaborazione di Giovanni di Bartolomeo da Firenze, il monumento Fulgosio (1431) nella chiesa del Santo a Padova. Gli vengono attribuite, tra l'altro, in S. Marco a Venezia, le figure reggidoccioni sul lato della Basilica verso S. Basso; con Piero, e con il suo collaboratore Giovanni di Martino, quasi concordemente si identificano i «duo sotii florentini» che firmarono
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il capitello della Giustizia in Palazzo Ducale, mentre assai controversa è l'attribuzione a lui (De Fabriczy, 1902) del noto gruppo angolare del Giudizio di Salomone. Dopo un soggiorno a Verona (1430), nel 1434 lavorava alla mathrm{Ca}^{′} d'Oro.
Bibl.: L. Planiscig, Nivolo de Piero I.., in Thieme-Becker, XXV, pp. 436-38, e Piero di Nicolo L., ibid., XXVIII, pp. 24-25 (con bibl. prec.): Venturi, VI (1908), p. 222 sgg.: VIII, it (1924), p. 473; G. Fiucco, I L. a Venezia, in Dedulo, 8 (1927), pp. 287-313. 243 sgg.: U. Procavai, Nic. di P. L. detto di Pelo di Firenze e Niccolo di Luca Spinelli da Arezzo, in Il Vasari, (1298), p. 200 sgg.: L. Planiscig, Die Bilde, Venedig in d. r. Hälfte d. Quattrocento, in Jahrb. d. Kunsthist. Samml. (Vienna), nuova serie, 4 (1930), pp. 47-120; G. Fognlari, Gli scultori toscani a Venezia nel ' 200 e B. Buon seneziano, in Arte, nuova serie, 1 (1930), pp. 427-64; G. Fiucco, in Rto. d'arte, 12 (1930), pp. 565-68 e 13 (1931), pp. 266-84; G. Fognlari, Ancora di B. Buon scultore veneziano, in Arte, nuova serie, 3 (1932), p. 27 sgg.
Maria Vittoria Brugnoli
LAMBERTINI, Imelda, beata. - Domenicana, n. a Bologna verso il 1321-22, m. ivi il 12 maggio 1333.
Della nobile famiglia dei Lambertini, entrò decenne nel monastero di S. M. Maddalena di Valdipietra, fuori delle mura della città. Ivi accadde il noto miracolo eucaristico: si narra infatti che alla giovane religiosa venisse insistentemente negata l'Eucaristia a motivo della tenera età; ma pensò il Signore a comunicarla con una Ostia miracolosa. Raccoltasi poi in ringraziamento fu trovata esanime. Le notizie sopra riferite provengono da una tenue tradizione.
Sotto il patronato della b. L. sorse nel maggio 1891 a Prouille, diocesi di Carcassonne, la Confraternita della Buona Prima Comunione e della Perseveranza. La beata è inoltre patrona delle Beniamine della Gioventù femminile di Azione Cattolica italiana e titolare d'una Congregazione (cf. domenicaBE DELLA B. IMELDA).
Ne fu confermato il culto da Leone XII il 20 dic.

(fot. Alinari)
Lamberti, famiglia - Statua di s. Marco Evangelista, opera di Niccolò L. - Firenze, Duomo.
1826 e dal 12 genn. 1921 si è ripresa la sua causa per la canonizzazione. Fe sta il 13 maggio.
Bibl.: G. Melloni, Atti o memorie degli uomini illustri in santità, nati o morti in Bologna, II, II, Bologna 1789, pp. 72-109 e 321-33 (fondamentale). Mena critica la bisgr. it. di C. di Sassoferraro, uscita nella trad. lat. di G. B. Lambertini ad Anversa nel 1625 , che venne incluso negli Acta SS. Maii, III, Anversa 1680, p. 183 sgg.: M. Canal, Poniendo fin a una polémica - La b. I. L., religiosa dominica, Madrid 1927; T. Alfonsi, La b. I. L. domenicana, Bologna 1927 (la più completa e scientifica); id., Opinioni errate riguardo alla b. I. L., Paroia 1936.
Abele Redigonda.*
LAMBERTINI, PROSPERO: v. BENEDETTO XIV.
LAMBERT de la MOTTE, Pierre. - N. il 28 genn. 1624 a La Boissière (Calvados, Francia), fu prima consigliere alla «Cour des Aides» di Rouen (1646) e poi abbracciò lo stato ecclesiastico. Ordinato sacerdote il 27 dic. 1655 a Coutances, fu nominato direttore dell'Ospedale centrale di Rouen. Nel 1658, dietro domanda dell'abate F. Pallu (v.), si recò a Roma per ottenere la nomina dei primi vicari apostolici.
La Congregazione di Propaganda accolse il suggerimento e anzi lo nominò il 29 luglio 1859 vescovo di Beruta e il 9 sett. dello stesso anno vicario apostolico di Cocincina e amministratore apostolico della Cina meridionale. Dopo aver attraversato a piedi l'Egitto, la Persia e l'India arrivò nel Siam il 22 ag. 1662 e fissò la sua residenza a Juthia. Nel 1664 compose l'opera: Monita ad mistianarion de S. Congr. de Prop. Fide. Dal 1666 al 1670 visitò il Tonchino e nel 1671-72 la Cocincina. Nel 1672 fu ricevuto dal re del Siam. Nel 1676 riporti per la Cocincina e ottenne dal re Hieng-vuong la promessa della libertà religiosa, per cui il cattolicesimo si sviluppò in modo consolante. M. a Juthia il 15 giugno 1679.
Bibl.: A. Launay, Mémorial de la société des Missions étrangères, Parigi 1916, parte 2a, pp. 323-24. Antonio Anoge
LAMBERTO, santo. - Vescovo di Maastricht, n. ivi tra il 633 e il 638 , m. a Liegi il 17 sett. di un anno anteriore al 706. Di ricca famiglia, fu educato dal vescovo Teodardo di Maastricht. Dopo l'assassinio del suo protettore, fu eletto a succedergli, con l'assenso del re Childerico II (670). Assassinato anche costui, dové lasciare la diocesi, perché suo amico personale. Visse per 7 anni in esilio nel monastero di Stablo. Quando Pipino di Heristal conseguì il potere, ritornò alla sua diocesi (682).
Il suo zelo apostolico lo spinse anche a predicare il Vangelo ai pagani nel Brabante, ove s'incontrò più volte con s. Villibrordo. Fu assassinato nella sua casa a Liegi, non si sa se per vendetta di sangue, secondo la tradizione più antica, o, secondo Adone di Vienne, perché aveva rimproverato la relazione adulterina di Pipino con Alpais. Una parte delle sue reliquie si trova nella cattedrale di Liegi, il capo dal 1190 nel duomo di Friburgo in Br. Festa il 17 sett., quella della sua traslazione il 31 maggio.
Bibl.: Acta SS. Septembris, V, Parigi 1725, pp. 518-617; BHL 698-701; G. Kurth, Etude critique sur et Lambert et son premier biographe, in Annales de l'Acad. d'archôol. de Belgique, 3ᵃ serie, 3 (1876), pp. 2-112; F. Demartesu, Vie de et Lambert écrite en tere par Huchald de St-Amand, Liegi 1878; B. Krusch, nella introduzione alla migliore edizione delle 4 più antiche vite, in MGH, Scriptores rerum Merov., VI, pp. 299-400.
Lucchesio Spätling
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LAMBERTO di Hersfeld. - Monaco benedettino e storico. A ca. 25 anni entrò nel monastero di Hersfeld e ne diresse probabilmente la scuola. Nel 1070 si recò nelle abbazie di Salfeld e Siegburg per studiarvi le istituzioni e i riti dei nuovi monaci venuti da Etruttuaria con l'arcivescovo Annone.
Spinto dall'amore per il suo monastero, che difese contro molti avversari, ne scrisse tra il 1063 e il 1073 la vita del fondatore Lullo, arcivescovo di Magonza, e una storia versificata, ma perduta.
Mentre l'abate Hartvico ed i suoi monaci favorivano l'imperatore Enrico IV, L., dopo l'ele. sione di Rodolfo di Svevia, scrisse i suoi Annales, con l'intento di provare la giusta deposizione di Enrico e la legittima elezione di Rodolfo. Per questa tendenziosità gli Annales perdono di valore, ma sono tuttavia ancora fonte pregevole, specialmente per i primi anni del pontificato di Gregorio VII: essi giungono infatti sino al 1077.
Bibl.: Lamperti Monachi Hersfeldensis opera, ed. G. Holder-
Egger, in MGH, Scriptores rerum German. in usum scholarum, XXXVIII, Hannover-Lipsia 1894; A. Potthast, Bibliotheca historica medii aevi, I, p. 705 sgg.; G. Meyer von Knonau, Heinrich IV. und Heinrich V., II, Lipsia 1894, pp. 791-853; B. Schmeidler, Kleine Forschungen in literarischen Quellen des 11. Jahrhunderts, in Hist. Vierteljahrschrift, 20 (1919-20), pp. 129-49, specialmente pp. 141-49.
LAMBERTO, re d'Italia, imperatore. - Figlio di Guido II, duca di Spoleto, e di Ageltrude dei duchi di Benevento, m. presso Marengo per una caduta da cavallo il 15 ott. 898 . Venne eletto socio dell'Impero da papa Formoso nell'892; nel dic. di quell'anno riceveva dallo stesso Pontefice la dignità imperiale che gli veniva poi confermata alla morte del padre, nell'894.
Gli fu opposto Arnolfo di Germania, che, sceso in Italia su invito del Papa ed espugnata Roma, strenuamente difesa da Ageltrude, madre di L., venne incoronato imperatore da Formoso il 22 febbr. 896. Sostenuto da Giovanni IX, dopo la partenza di Arnolfo dall'Italia, L., accordatosi in Pavia con Berengario I, dominò senza contrasti. Si incontrò a Ravenna con Giovanni IX e fu presente al Sinodo che il Pontefice tenne nella stessa città durante la primavera dell'898, in cui venne condannato il Sinodo antiformosiano "del cadavere». L. fu un giovane pieno di ardite speranze e, malgrado lo spirito battagliero della madre Ageltrude, riusci a dare al paese un breve periodo di pace.
Bibl.: F. Gregorovius, Storia della città di Roma nel medioevo, trad. it., I, Roma 1900, pp. 835-52; L. Schirmery, Kaiser Lambert, Gottinga 1900; L. Schiaparelli, I diplomi di Guido e L. (Fonti per la storia d'Italia, 36), Roma 1906; G. Romano, Le dominazioni barbariche in Italia, Milano 1909. Romualdo Paolucci
LAMBERTO (Lamprecht) di RatisbonA (REgensburg). - Poeta mistico francescano del sec. xiII, di cui non si hanno notizie all'infuori delle sue opere.
Ancor secolare, ma conversando con i Frati Minori di Ratisbona (egli nomina tra gli altri Bertoldo [v.] di
Ratisbona e Giovanni Anglico) compose in versi tedeschi poco dopo il 1237 una vita di s. Francesco: Sanct Francishon Lebea, sulle orme della vita prima del Santo scritta nel 1228-29 da Tommaso da Celano. Entrato poi nell'Ordine, scrisse ca. il 1250, pure in versi, Tochter Syon, seguendo un trattato latino del titolo identico Filio Sion, e di più le dottrine del suo ministro provinciale Gerardo. E un'opera allegorica sull'animo (filia Sion), anelante al Cielo. Le due opere furono pubblicate da K. Weinhold, Lamprecht von Regensburg. Sanct Francishon Leben und Tochter Syon (Paderborn 1880 ).
Bibl.: W. Preger, Geschichte der deutschen Mystik im Mittelalter, I, Lipsia 1874, pp. 283-86; K. Eubel, Geschichte der Oberdent. schen Strassburger Mi-noriten-Provinc. Würzburg 1886, pp. 28. 53 sg.; W. Stammler, Die deutsche Literatur des Mittelalters: Verfasserlexikon, III, Berlino 1943, col. 17 sg.
Livario Oliger
## LAMBERTO
di Saint-Bertin. Benedettino, n. intorno al 1061, m. il 22 giugno 1125 a St-Bertin.
Entrò (1070-72) nel monastero di StBertin, dove insegnò poi grammatica, musica, filosofia, teologia. Dop-
prima priore, poi (ro95) abate, lavorò alla riforma finanziaria e disciplinare del monastero, estesa in seguito tra molteplici difficoltà ad altri conventi (MGH, Script., XIII, p. 648 sgg.).
Di L. si hanno alcune lettere; notevoli quelle a s. Anselmo, suo amico (PL 158, 1083). Delle sue opere non restano che frammenti. Il Tractatus de moribus Lamberti abbatis (MGH, Script., XV, pp. 946-53), scritto da un alunno, ricorda: Sermones de Vet. Testamento; Disputationes sul libero arbitrio, sulla prescienza e predestinazione, sulla Grazia, sul peccato originale; Quaestiones di scienze naturali ("proponebat quaestiones da natura et de qualitatibus naturae»). Se le questioni naturalistiche rispecchiano le cognizioni e gli errori del tempo ("... intellectus in fronte, memoria in cerebro, ira in felle, avaritia in iecore, timor in corde, anhela in pulsione, laeticia in splene, cogitatio in renibus, sanguia in corpore, anima in sanguine..." (MGH, Script., XV, p. 948), perspicace è invece la trattazione dei principi filosofici e teologici.
Benché Duchesne, Delisle e Manitius lo neghino, molti, fra i quali Taillar (PL 163, 1005, nota 7), Tessier e Celler, ritengono che L. di S. B. e Lamberto di St-Omer siano la stessa persona e quindi andrebbe attribuito a L. il Liber Floridus, scritto fra il rogo e il i120 (Genter Univ. Bibl., ms. 92), sorta di enciclopedia comprendente questioni teologiche, filosofiche, di cronografia biblica, di scienze naturali, astronomia e geografia.
Bibl.: Lib. Pont., I, p. clxxxv; W. Wattenbach, Geschichtsquellen, II, Berlino 1894, p. 170 sg.; L. Delisle, Notices sur le manuscript du "Liber Floridus", Parigi 1906; id., in Noues Archiv (1907), p. 524 sg.
Michelangelo Alessandri
LAMBESIS. - Nella Numidia (attuale Algeria) sull'Aures, sulla via romana verso il deserto. Fu sede della III legione Augusta dall'inizio del sec. it d. C. fino all'età dioclezianea.
Già alla metà del in sec. L. ebbe il suo vescovo; a parte l'eretico Privato, che fu deposto, il vescovo Januarius intervenne nel 256 al Concilio di Cartagine. A L. nel 258 furono martirizzati i ss. Mariano e Giacomo (v.).
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I loro nomi figurano anche nell'iscrizione incisa sulla roccia presso Costantina (v.). Invece i martiri Luciano, Felice e altri 36 che il Martirologio indica al 23 febbr. a L. non sono di detta città. S. Gsell ha disscritto una cappella cristiana (m. 20 × I I.75), a tre navate, rinvenuta in un cimitero di L.; aveva l'abside soprelevata e sotto l'altare erano due sepolcri (Monuments antiques de l'Algérie, II, Parigi 1901, p. 220, fig. 128). Nel Museo di L. il notevole la parte frontale d'un sarcofago cristiano sul quale sono rozzamente scolpiti, da sinistra verso destra, tra due colonne a spirali, una corona d'alloro con un fiore nel mezzo; un vaso a doppia ansa; un pastore con sulle spalle un montone dalla caratteristica grossa coda africana (R. Cagnat, Musée de Lambèse, Parigi 1895, tav. 7).
Si conservano pure due frammenti architettonici con monogramma di Cristo tra le due lettere apocalittiche e una iscrizione votiva e dedicatoria che comincia: "in n(onine) Domini N(ostri) Crian(i)" e termina: "in Cristo vivas ut in me (lius crescas)" (CIL, 8, 18488).
Bibl.: N. N., Lambucis, in Nuova bull. di arch. crist., 4 (1898), pp. 212-18; P. Franchi de' Cavalieri, La Passio SS. Mariani et Iacobi (Studi e testi, 3), Roma 1900; S. Gsell, Atlas archéologique de l'Algérie, Parigi-Algeri 1901-12, f. 27, p. 14, nn. 222-24; J. Mesiage, L'Afrique chrétienne, Parigi 1912, pp. 318 -20.
Enrico Josi
LAMBETH. - Palazzo dell'arcivescovo anglicano, primate di tutta l'Inghilterra (v. canterbury), dal quale vengono denominati : 1) gli "articoli di L."; 2) le conferenze di L.; 3) il "quadrilatero di L.".
I. Articoli di L. - Sono cosi chiamate alcune proposizioni pubblicate nel 1595 dall'arcivescovo di Canterbury G. Whitgift ( 1583 -1604), nelle quali la dottrina calvinista sulla predestinazione veniva proposta come dottrina da includersi negli articoli di religione della Chiesa anglicana.
Gli articoli sono i seguenti : 1) Dio fin dall'eternità ha scelto alcuni alla vita ed altri alla morte; 2) la causa efficente della salvezza non è la previsione della fede o delle buone opere dell'uomo ma la sola volontà divina; 3) il numero degli eletti è fisso e inalterabile; 4) i non cletti necessariamente saranno condannati; 5) gli eletti non possono perdere la fede; 6) chi ha la fede giustificante è assolutamente sicuro del perdono dei suoi peccati e della sua eterna salvezza; 7) la Grazia salvifica non è comunicata a tutti gli uomini; 8) nessuno viene al Figlio se il Padre non lo trae, ma il Padre non trae tutti; 9) la salvezza non dipende dalla volontà né dagli sforzi di ciascuno. Questi articoli non furono approvati né dalla regina Elisabetta né dal Parlamento inglese, cosicché non ebbero valore ufficiale. Rimassero tuttavia per qualche tempo come appendice dei 39 articoli di religione e poi nel sec. xvir durante la forte reazione anti-calvinista furono soppressi. In Irlanda però, soprattutto per l'autorità e l'influsso dell'arcivescovo anglicano Giacomo Ussher (1580-1656), ebbero per qualche tempo un'autorità semi-ufficiale e semi simbolica e formano la base principale della confessione presbiteriana di Westminster (v. confessioni di fede protestanti).
II. Conferenze di L. - Con tal nome si indicano le riunioni alle quali sono invitati ogni io anni tutti i vescovi della comunione anglo-episcopaliana. Fin dalla prima di queste conferenze, il 22 febbr. 1867, l'arcivescovo di Canterbury, Longley, asseriva che

(da R. Cagnat, Musée de Lambesin, Parigi 1893, tav. 7) LambeSs - Sarcofago cristiano, arte provinciale.
tali riunioni non avevano autorità per fare dichiarazioni o compilare decreti su punti di dottrina. Trattano bensi di questioni dottrinali, ecclesiastiche, missionarie, sociali ecc., ma solamente per dare schiarimenti, suggerire consigli, indicare norme, libere restando le singole diocesi di accettarli o respingerli. Sono presiedute dall'arcivescovo di Canterbury, che tuttavia non ha veruna autorità sui vescovi riuniti.
Le conferenze avute finora sono sette : la prima, nel 1867, sotto l'arcivescovo Longley, con 76 vescovi; la seconda, nel 1878, sotto l'arcivescovo Tait, con 100 vescovi; la terza, nel 1888, sotto l'arcivescovo Benson, con 145 vescovi : vi fu proposto ed accettato il famoso "quadrilatero di L.", come base di unione con le altre Chiese; la quarta nel 1897, sotto l'arcivescovo Temple, con 194 vescovi : tra gli argomenti proposti vi fu anche quello della revisione del Prayer book; la quinta nel 1908, sotto l'arcivescovo Randall Davidson, con 242 vescovi: tra le altre questioni vi si trattò di nuovo quella della revisione del Prayer book; la sesta nel 1920, sotto l'arcivescovo Randall Davidson con 252 vescovi : la principale questione fu quella riguardante l'unione delle Chiese, che fu esposta nell' Appello a tutto il popolo cristiano -, accompagnato dalla "Lettera ai credenti in Gesù Cristo" nella quale si propongono come base dell'unione i quattro punti del "quadrilatero", ma con alcune modificazioni; la settima nel 1930, sotto l'arcivescovo Lang, con 308 vescovi : ammise che una persona divorziata, la quale abbia contratto matrimonio civile, possa ricevere la Comunione; inoltre, praticamente, permise l'uso degli antifecondativi.
III. Quadrilatero di L. - E il nome che si dà ai quattro articoli accettati dalla conferenza di L. del 1888 quale base per la riunione di tutte le Chiese; quali erano stati proposti nel 1886, nella "Convenzione" generale della Chiesa protestante episcopale americana, verità considerate come essenziali per il ritorno alla unità: 1) le S. Scritture del Vecchio e del Nuovo Testamento, considerate come la parola rivelata di Dio; 2) il Credo niceno come sintesi sufficente della fede cristiana; 3) i due sacramenti del Battesimo e della Cena del Signore amministrati con le stesse parole usate da Cristo nella loro istituzione e con la stessa materia ordinata da lui; 4) l'episcopato storico adattato nei metodi del suo esercizio alle varie necessità delle nazioni e dei popoli chiamati da Dio all'unità della Chiesa. Gli articoli, però, subirono i seguenti cambiamenti: 1) delle S. Scritture del Vecchio e del Nuovo Testamento si disse che contengono "tutte le verità necessarie per la salvezza" e sono regola ultima di fede; 2) il Credo degli Apostoli viene accertato come simbolo del Battesimo e il Credo niceno come sintesi sufficente della fede cristiana; gli articoli 3 e 4 furono conservati pressappoco uguali. Più tardi, nell'« Appello a tutto il popolo cristiano " della Conferenza di L. del 1920, per rendere più facile la riunione con i non conformisti, non ammettendo alcuni di essi il Vecchio Testamento e tutti respingendo l'episcopato, il quadrilatero fu modificato cosi da evitare la menzione dell'episcopato e non parlare specificamente del Vecchio Testamento.
Bibl.: Ch. A. Briggs, Church unity, studies of its most important problems, Londra 1910; W. A. Curtis, A history of Creads and Confessions of faith in christendom and beyond, Edimburgo 1911; The six L. Conferences, 1887-1920, reissue with appendix, Londra 1929; The L. Conference 1930, encyclical letter, iv. 1930; K. Mackenzie, Union of Christendom, ivi 1938; C. Crivelli, I protestanti in Italia, II, Isola del Liri 1938, pp. 96-99.
Camillo Crivelli
LAMBILLOTTE, LOUIS. - Gesuita, compositore e paleografo di musica sacra, n. ad Hamaide (Charlevoix) il 27 marzo 1769, m. a Vaugirard (Parigi) il 22 febbr. 1855. Fu per 30 anni direttore di musica e canto in vari collegi dell'Ordine (StAcheul, Briga, Friburgo in Svizzera, Brugelette, Vaugirard) e scrisse mottetti, sequenze, messe, oratòri, canti per il mese di maggio e per feste ed accademie, su parole di suoi colleghi o ricavate da autori
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classici, come Racine, Fénelon, de Monfort. Tutte composizioni gustate e ben accolte ai suoi tempi, e la sua raccolta Choix de cantiques sur des airs nouveaux (Parigi 1852) ottenne ampia diffusione e molte edizioni.
Verso gli ultimi anni di vita cooperò molto alla restaurazione del canto gregoriano, non risparmiando né ricerche, né viaggi. Scopri nel monastero di S. Gallo un antifonario manoscritto, il cod. 359 del soc. 12, che pubblicò con il titolo di Antiphonaire de St Grégoire (Bruxelles 1851). Il suo fu il primo tentativo di decifrare i neumi delle melodie gregoriane. Il che gli fece concepire il disegno di una nuova edizione completa dei libri di canto gregoriano; ma non uscirono, postumi, che un Graduale e un Vesperale a cura di P. Dufaux (ivi 1855-56). Il L. compose pure di teoria : Clef des mélodies grégoriennes (ivi 1851) e Esthétique. Théorie et pratique du chant grégorien (ivi 1855). Se ai suoi sforzi tenaci di restaurazione delle musica sacra i tempi non erano maturi ed egli stesso non fu sempre nella pratica fedele alle teorie, gli va dato tuttavia il merito di avere aperta la via al movimento e di averlo fissato sopra basi solide e scientifiche.
BibL.: Sommervogel, IV, coll. 1416-25; M. de MonterG. Dufour, Mémaire sur les chants liturciques restauris par L. L., Parigi 1837; N. Ponsin, Le rée. p. L. L., ivi s. d.; M. de Monter, Etudes buograpb. et critiques. III. L. L. et ses frères, ivi 1871 .
Celestino Testore
LAMBRECHT, Henry-Charles. - Teologo e vescovo belga, n. nel 1848, m. a Gand il 2 luglio 1889 .
Laureatosi a Lovanio nel 1875 con la ben nota tesi : De S.mo Missae sacrificio (Lovanio 1875), due anni dopo ebbe la cattedra di teologia dogmatica nel Seminario di Gand. Pubblicò un ampio commentario al catechismo di Malines: Verhlaring van den Mecheleshen Catechismus (3 voll., Gand 1882), una vera summa theologica per gli intellettuali, che recò grandi servizi a tutte le diocesi del Belgio. Divenuto vescovo di Gand nel 1887, stampò i trattati svolti nella scuola: De Gratia (ivi 1887); De Incarnatione (ivi 1888); De novissimis (ivi 1889). Lasciò varie opere manoscritte.
BibL.: anon., Annuaire de l'Universití de Louvain, Lovanio 1890, pp. III-vi; J. Bittremieux, La théologie dogmatique à Louvain, in Ephemerides theologicac Locaniennes, 9 (1932), pp. 643-44; M. Grabmann, Storia della teologia cattolica, trad. it. di G. Di Fabio, 2^{text {a }} ed., Milano 1939, pp. 390-91; E. Hocedex, Histoire de la théologie au XIX e siècle, III, Bruxelles-Parigi 1947, pp. 206, 288.
Antonio Piolanti
LAMBRUSCHINI, Giovanni Battista. - Teologo e vescovo, fratello maggiore del card. Luigi, n. a Sestri Levante il 28 ag. 1755, m. a Orvieto il 24 nov. 1827. Nominato professore del Seminario di Genova, si rese noto per la sua avversione alle idee rivoluzionarie e nel 1797 fu imprigionato nella fortezza di Savona; liberato, gli fu proibito di tornare a Genova. Mutate però, nel 1799, le condizioni politiche, vi ritornò e fu'nominato vicario generale.
Capovolta nuovamente la situazione si rifugiò a Roma, dove il Papa lo nominò prima vescovo titolare di Azoto, poi, nel 1805, amministratore, e, il 14 ag. 1807, vescovo di Orvieto. Qui accolse presso di sé Angelo Mai e parecchi gesuiti esiliati, tra i quali anche il p. Luigi Fortis, che fu poi generale della Compagnia. Rifiutatosi di prestare il giuramento richiesto dal governo francese, dovette interrompere la visita pastorale e andare in esilio a Torino nel 1809, poi a Bourg-en-Pressée, infine a Belley. Nel 1814, ritornato ad Orvieto, si dedicò con ardore al risanamento morale della sua diocesi.
Frutto del suo insegnamento sono due riassunti, uno di tutta la dogmatica, Theologia dogmatica (Genova 1788),
l'altro del De Gratia (ivi 1789). Il suo nome però è legato a un'operetta di devozione intitolata Guida spirituale per la diocesi di Orvieto (Roma 1823), edita parecchie volte e tradotta in tedesco.
BibL.: Cappelletti, V, p. 526; C. Gazola, Vita di G. B. L., Orvieto 1841; Hurter, V, coll. 838-39. Agostino Amarali
LAMBRUSCHINI, Luigi. - Cardinale, barnabita, n. a Sestri Levante il 16 maggio 1776, m. a Roma il 12 maggio 1854. Insegnò filosofia e teologia nei Collegi barnabitici a Macerata e Roma. Pio VII, da lui aiutato durante la prigionia di Savona, lo nominò teologo esaminatore dei vescovi, consultore della Inquisizione, ed infine segretario della Congregazione per gli Affari strordinari. Fu anche valido collaboratore del card. Consalvi nelle trattative con il governo napoletano. Il 3 ott. 1819 succedeva al card. G. Spina quale arcivescovo di Genova. Indusse nel 1821 gli insorti a risparmiare il governatore Des Geneys, caduto nelle loro mani, e si prodigò poi a favore di essi quando sopraggiunse la reazione.
Nel 1827 venne da Leone XII inviato nunzio presso Carlo X di Francia : qui fu sorpreso dalla Rivoluzione di luglio. A questa rivoluzione, che assumeva anche aspetti anticlericali e anticattolici, il L. fu immediatamente avverso, non solo per il suo attaccamento alla vecchia dinastia, ma soprattutto a causa delle sue convinzioni decisamente contrarie ad ogni idea di sovranità popolare e di liberalismo. La posizione del nunzio era poi molto delicata per i numerosi problemi che si venivano ponendo in seguito all'instaurazione della nuova dinastia e del nuovo regime; tra essi : quello del riconoscimento dell'Orléans da parte della S. Sede, quello della validita dei concordati conclusi da Napoleone e dai Borboni, quello del giuramento di fedeltà al nuovo regime, e infine quello dell'atteggiamento francese di fronte alla Rivoluzione nelle legazioni e all'intervento austriaco volto a reprimela. Sebbene il L. nulla facesse per rendere più difficili le relazioni tra la Francia e la S. Sede, sebbene avesse anticipato, di sua iniziativa, il riconoscimento del nuovo governo e molti dei suoi atteggiamenti fossero dettati dalla prudenza della Curia più che da cattiva volontà, tuttavia i suoi personali sentimenti e l'appoggio da lui dato all'arcivescovo di Parigi, ritenuto legittimista, indussero il governo francese a chiedere l'allontanamento del nunzio, che fu, infatti, richiamato nel luglio del 1831.
Il 30 sett. dello stesso anno fu creato cardinale da Gregorio XVI e gli venne affidata la S