che da cattiva volontà, tuttavia i suoi personali sentimenti e l'appoggio da lui dato all'arcivescovo di Parigi, ritenuto legittimista, indussero il governo francese a chiedere l'allontanamento del nunzio, che fu, infatti, richiamato nel luglio del 1831.
Il 30 sett. dello stesso anno fu creato cardinale da Gregorio XVI e gli venne affidata la S. Congregazione degli Studi. Come prefetto di questa, preoccupato delle moderne idee filosofiche e politiche che si diffondevano dalle università, atrinse maggiormente i freni e sorvegliò più strettamente professori e studenti. Nel 1836, alle dimissioni del Bernetti, venne scelto segretario di Stato. Si disse, a torto, che in tale carica egli si dimostrò supino strumento della politica austriaca e che il suo avvento significò il ritorno dalla politica larga e comprensiva del Bernetti al più genuino assolutismo reazionario. In realtà egli seppe difendere anche contro Vienna l'indipendenza pontificia (si ricordi l'atteggiamento di lui riguardo alle società austriache di esicurazione nel 1837) e, senza transigere nelle questioni religiose, fu conciliante verso la Francia e il Piemonte e seppe anche cedere in questioni puramente temporali, come quella riguardante alcune misure di polizia nei confronti dei viaggiatori che sbarcavano a Civitavecchia. Il maggiore successo in politica estera l'ebbe nel 1838, quando Austriaci e Francesi sgomberranno rispettivamente Ferrara ed Ancona. Anche nella politica interna il suo atteggiamento non fu molto diverso da quello del Bernetti, intransigente in teoria, ma temperato nella pratica. Molte furono, tuttavia, le limitazioni da lui imposte: tra l'altro, riconoscendo nei congressi scientifici finalità politiche, proibi di parteciparvi.
Nel Conclave del 1846 ottenne 15 voti nel primo scrutinio, ma alla sua elezione si oppose un forte gruppo di cardinali, capeggiato dal Bernetti. Fu creato prefetto della S. Congregazione dei Riti, vescovo di Porto e S. Rufina e di Civitavecchia, segretario dei Brevi e bibliotecario
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(fot. Enc. Catt.)
Lambruschini, lutgi - Ritratto.
di S. Chiesa. Nel 1848 si allontanò da Roma per ritornarvi dopo la restaurazione. Era favorevole alla proclamazione del dogma dell'Immacolata Concezione.
Oltre a Notificazioni, Pastorali, Indulti, Regole, Statuti e Costituzioni per le diocesi e varie Congregazioni religiose, è da indicare come fonte importante: La mia nunziatura in Francia, a cura di P. Pirri (Bologna 1934).
Biol.: F. M. Zunini, Memorie per servire alla vita del già arcivescovo di Genova, card. L. L., dal 33 ott. 1819 sino al 1832, in Giornale degli studiosi, 5 (1873), pp. 72-78, 222-28, 251-56, 265-81; L. M. Levati, Vescovi barnabiti che in Liguria ebbero i natali o la sede, Genova 1910, pp. 671-79; M. A. Giampaolo, La preparazione politica del card. L., in Rassegna storica del Risorgimento, 18 (1931), pp. 81-164; G. Boffita, Scrittori barnabiti, II, Firenze 1933, pp. 312-36; T. M. Abbiati, Lo spirito di s. Carlo nella vita episcopale del card. L. barnabita, in Eto dei Barnabiti, 4 (1938), pp. 1-12; J. Schmidlin, Pappigeschichte der neuesten Zeit, II, Monaco 1934, pp. 13-18 e passim; autori vari, Gregorio XVI. Miscellanea commemorativa, 2 voll., Roma 1948, passim; J. P. Martin, La nonciature de Paris et les affaires ecclésiastiques de France sous le règne de Louis Philippe (1830-48), Parigi 1949, pp. 11-72; J. Lellon, La crise révolutionnaire, 1789-1846, ivi 1949, pp. 438-40 e passim; E. Piscitelli, Stato e Chiesa sotto la monarchia di luglio, Roma 1950, passim. Fausto Fonzi
LAMBRUSCHINI, Raffaello. - Pensatore religioso e pedagogista, n. a Genova il 14 ag. 1788, m. a Figline Valdarno l'8 marzo 1873. Studiò a Genova e a Roma; ricevette gli Ordini sacri ad Orvieto; soppressa da Napoleone quella diocesi, la resse nascostamente del 1810 al 1812 come provicario generale; scoperto, fu deportato in Corsica; nel 1815 è a Roma funzionario di Congregazione; scontento di quella carriera si ritira nel 1816 nei possessi paterni di S. Cerbone (Figline) meditando, scrivendo ed occupandosi di teoria e di organizzazione educativa. Nel 1860 è nominato senatore.
Il L. è tra le figure più rappresentative del liberalismo toscano: convinto assertore di una nuova riforma cristiana tutta tesa al rinnovamento interiore delle coscien-
xe, sentì l'esigenza di non mischiare politica e religione e quindi la necessità di separare il temporale dallo spirituale (nel 1848 si oppose a che il cattolicesimo fosse dichiarato religione di Stato nella nuova costituzione toscana); fu contrario al potere temporale (in certi momenti fu deciso sostenitore della secolarizzazione degli impieghi dello Stato pontificio: la potestà spirituale, egli scriveva nel giornale La Patria, il 16 febbr. 1848, " tornerà all'antico splendore lasciando maneggiare da mani laiche un potere che il più delle volte imbratta le mani, o almeno le fa apparire imbrattate \%. La teoria della separazione tra Chiesa e Stato non è comunque così decisa in L. come in un Vinet, perchè il L. profila la sua separazione aperta a specifiche alleanze tra i due poteri.
Su un piano religioso, in gioventù ebbe dubbi sulla necessità del papato, ma poi lo dichiarò «midollo della piena verità di Dio e della sua sapiente carità" (cf. carteggio, II, p. 246); non fu favorevole al protestantesimo in quanto tale, ma affermò che il protestantesimo ha una parte di verità nel sostenere il principio della libertà ripudiata dal cattolicesimo: la libertà sola è per L. un principio fatale, perché è necessaria anche l'autorità religiosa fondata oltre tutto sulla tradizione e sul clero. Il L. è stato giustamente definito un neo-illuminista, perché per lui la Rivolazione deve passare attraverso il filtro della ragione. Le leggi della natura sono immutabili: Dio ha fatto apparire solo dei fenomeni che l'ignoranza umana stima contrari alle leggi di natura (effermazione del L. che è però contraddetta in altro punto); anche i miracoli del Vangelo sono per L. da affidarsi alla "critica" e alla "fede individuale». Il L. è sostenitore della teoria della negatività delle definizioni dogmatiche: «le definizioni egli scrive (ibid., pp. 123-24) - non sono già «una spiegazione del Mistero ma una negazione delle spiegazioni cretiche»; basta, per l'unità cattolica, "accettare i dogmi nella loro indeterminata oscurità, come esercizio di fede, non come oggetto di cognizione, e rigettare le cresie». Per L. esistono solo due dogmi propriamente detti, l'essenza di Dio e la rimunerazione della vita esteriore; negli altri dogmi può non esserci la verità intrinseca (così scrisse nel 1832, ma nel 1833 affermò invece che l'essenza è vera). Per L. l'efficacia sacramentale non è intima al rito. Il L. ha polemizzato contro chi non si contenta di adorare e contemplare il mistero e vuole spiegarlo (Dell'autorità e della libertà. Pensieri d'un solitario, a cura di A. Gambaro, Firenze 1932, p. 120), ma la sua non è probabilmente una posizione mistica, ma piuttosto la posizione di estrema difesa della «ragione», che non può su un piano discorsivo accettare ciò che le ripugna. In tal senso il L. è veramente precorritore del modernismo italiano.
Biol.: Opere: oltre quelle citate nel testo si ricordano: Scritti politici e di istruzione pubblica, Firenze 1936; Scritti di storia filosofia e di religione, ivi 1939 (tutte curate da A. Gambaro). Studi: A. Gambaro, Riforma religiosa nel carteggio inedito di R. L., 2 voll., Torino 1924; id., Educazione e politica nelle relazioni di R. L. con Aporti, Gioberti, Riamini, ivi 1939; id., Modernità e coerenza di R. L., ivi 113-; P. Fossi, Indizani dell'Ottocento, Firenze 1941, p. 63 sgg.; G. Gentile, Gino Capponi e la cultura toscana nel sec. XIX, 3² ed., ivi 1942, pp. 29-55; R. Ciampini, Due campagnoli dell'800: L. e Ridolfi, ivi 1947, Massimo Petrocchi
Il pedagogista. - Nel campo della pedagogia il L. seppe acquistarsi un notevole valore per la sua ricca esperienza educativa che lo spinse a iniziare periodici e a comporre opere particolari, dove, con alcune ombre, anche gravi, si trovano massime, consigli ed idee vigorose ed efficaci. A lui si deve il primo periodico di pedagogia sorta in Italia: Guida dell'educatore, che fondò e diresse dal 1836 al 1845 , affiancandolo con Letture per i fanciulli e Lettere per la gioventù. Seguirono, poi, La famiglia e la scuola (1839-61) e La gioventù (1862-69). Opere sempre utili sono : Dell'educazione (Firenze 1849), Della istruzione elementare e di secondo grado (ivi 1850), Della istruzione (ivi 1881, nuova ed. a cura di G. Calò, ivi 1923), Delle virtù e dei vizi (Milano 1873), Primi scritti religiosi (a cura di A. Gambaro, ivi 1918), a
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(per cortesia di mens. A. P. Frutaz)
LaMECH - Rotolo del libro di L. (con i due frammenti) sinore potuti staccare) ritrovato assieme ad altri manoscritti ebraici nel deserto di Giuda a 'Ain Fešbah nel sett. 1947.
cui deve aggiungersi il ricco carteggio (pubblicato da A. Gambaro nel periodico Levana del 1924 e 1927 e poi a parte, Torino 1939).
Le idee fondamentali da lui esposte e difese sono le seguenti : anche nel campo della pedagogia il problema fondamentale da risolvere da parte dell'educatore è il connubio fraterno, sereno e formativo dell'autorità dell'educatore e dell'autonomia dell'alunno. Il metodo antico, che tutto faceva consistere nell'autorità, in una ferrea disciplina, che prescriveva anteriormente all'educando ogni mossa e ogni forma, secondo cui foggiarsi, era un metodo errato; come errato era il metodo di J. J. Rousseau, che prescrive all'educatore di non imporre nulla, ma lasciare che il fanciullo si evolva da sé, secondo la sua natura, che è fondamentalmente buona. Il vero metodo, invece,
è di contemperare autorità e personalità : offrire cioè e circondare l'alunno di tutti quegli aiuti, che non gli tolgano l'obbligo del proprio lavoro, ma ve lo spingano e gli indichino la via giusta da seguire: il maestro diventa allora non operatore della educazione, ma cooperatore. La quale cooperazione tanto più sarà valida, quanto più sarà percorsa da quel soffio vitale che è l'amore cristiano delle anime; queste allora acquisteranno fiducia e confidenza, e l'alunno avrà sempre una maggiore parte nella direzione di se stesso. "Se l'opera è ben condotta, sarà il fanciullo quello che veramente educherà se stesso" (Della educazione, ed. E. Codignola, Firenze 1922, p. 30).
Il L. insiste anche molto sulla educazione religiosa; ma i principi sopra esposti di autonomia della ragione anche di fronte alla fede e i suoi misteri ne inficiano il valore e farebbero deviare dalla reita via. Certo la religione non deve essere limitata a pratiche esteriori, ma sentita e vissuta, il che non significa diventare arbitri di ammettere o no una verità rivelata e insegnata dalla Chiesa, come più o meno velocemente vuol dire il L., ma solamente dare ad ogni pratica esteriore l'accompagnamento, anzi il fondamento di una conoscenza profonda e anche, in quanto è possibile, di un gusto radicato nell'animo dalla intima persuasione della intelligenza, anche quando la persuasione non possa derivare che dall'autorità della Chiesa.
Bibl.: Oltre le opere citate nella bibl. antecedente, che trattano anche della parte pedagogica, si possono vedere anche alcuni studi particolari: E. Cappelli, R. L... la sua vita, i suoi tempi, la sua opera educativa. Firenze 1912; G. Calò, Introduc. e bibliogr. premesse alla ed. Dell'istruzione di R. L., Firenze 1923; A. Troo, R. L. educatore con l'aggiunta di lettere inedite, Pinerolo 1923; E. Codignola, Il concetto di educazione nel L. in Educatori moderni, Firenze 1926, pp. 119-26; M. Casotti, La pedagogia di R. L., Milano 1930.
Celestino Testore
LAMECH (cbr. Lemehh, in pausa Lâmehh). -1. Sesto nella breve genealogia di Caino e figlio di Mathusael (Gen. 4, 17-24). L'allontanamento da Dio è completo in L., che alla voluttà congiunge la crudeltà e l'indomabile orgoglio. Per primo L. prende due mogli, Ada e Sella. Il suo breve canto, primo saggio poetico secondo la legge della ritmica ebraica, spira ferocia e spavalda sicurezza. Non ha bisogno di Dio; si dice pronto ad uccidere per una ingiuria leggera e a vendicarsi da sé molto meglio di quel che Dio aveva promesso per Caino. E probabile la connessione tra questi sentimenti e l'inizio della cultura metallica, dovuto a Tubalcain figlio di L. (Gen. 4, 22), che assicurava ai Cainiti la supremazia sugli altri.
2. Discendente di Seth e figlio di Mathusala (Gen. 5, 25-31; I Par. 1, 3; Lc. 3, 36 sg.).
- Il tentativo d'identificare le due genealogie (Ph. Buttmann, ecc.) ha nella sola identità del nome un fondamento fragilissimo. L'espressione (Gen. 5,29) che accompagna la scelta del nome Noè dimostra in L. un sentimento ben diverso da quelli riscontrati nel precedente. F. de Hummelauer crede stabilire dal Pentateuco samaritano che l'uno e l'altro L. perirono nel diluvio.
Bibl.: F. de Hummelauer, Commentarius in Genesim (Cursus S. Scripturae), Parigi 1895, pp. 184-89; J. B. Pelt, Histoire de l'Ancien Testament, I, 3ᵉ ed., ivi 1901, pp. 71-76; F. Vignoruoz. s. v. in DB, IV, col. 41 sg.; M. Sales, La S. Bibbia, I, Torino 1939, pp. 89-93.
Francesco Spadafora
Iconografia. - Il Patriarca! fu rappresentato nella serie dei medaglioni dipinti in S. Croce in Gerusalemme (1123-44); resta solo però la leggenda: La. mech vix(it) septingentis septuaginta septem annis.
Bibl.: G. Biasiotti e S. Pesarini, Pitture del XII sec. scoperte nella basilica di S. Croce in Gerusalemme a Roma, in Studi romani, I (1912), p. 223.
Enrico Joni
Libro di L. - Apocrifo, menzionato in un catalogo biblico del sec. x (cod. Vat. 423, f. 415), dopo i libri del Vecchio e Nuovo Testamento, al 3° posto di un elenco di apocrifi, dopo il libro di Adamo e il libro di Enoch. E stato ritrovato nel 44° rotolo" (tra quelli appartenenti al Convento siro-
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giacobita di S. Marco a Gerusalemme) scoperto a 'Ajn Feshah nel sett. 1947, che J. Trever nel 1949 cominciò a leggere staccandone due pezzi (12, I cm. × 21,7 mathrm{~cm}.) con 26 linee di testo aramaico. Trever data questo manoscritto tra il 25 a. C. e il 25 d . C.
Nelle linn. 3 e 8 vi si parla di Bit'ēnōf («figlia di Enos») che nella versione etiopica del libro dei Giubilei 4, 28 appare (Bēténōs) sposa di L. Nel testo aramaios del " 4° rotolo ", L. parla sempre di sè in 1° persona. Nel libro etiopico di Enoch sono utilizzate tradizioni relative a L. ma sempre in 3° persona (l'uso della 1° persona è riservato e Enoch). Si sta tentando di svolgere interamente questo " 4° rotolo ".
Biel.: J. Trever, Identification of the aramaic fourth scroll from 'din Feshba, in Bull. of the Amer. Schools of or. research, 113 (1919), pp. 8-10; G. Lambert, Les manuscrits du désert de Suda. P, in Nouvelle revue théologique, 82 (1930), pp. 493-95. Il catalogo del cod. Vat. 423 fu pubblicato, dopo Th. Zelen, da E. Schürer, Geschichte des jüdischen Volkes, III, 4° ed., Lipsia 1909, p. 358 sg.
Antonino Romeo
LAMEGO, diocesi di. - Città e diocesi nella parte settentrionale del Portogallo.
Ha una superfice di kmq. 2751, con una popolazione di 224.969 ab., dei quali 224.398 cattolici, distribuiti in 217 parrocchie, con 215 sacerdoti diocesani e 9 regolari, un seminario, 2 comunità religiose maschili e 7 femminili (1949).
La più antica notizia relativa a questa diocesi si ha nel Concilio di Luzo (569). Tre anni dopo, il vescovo di L., Sardinario, intervenne al II Concilio di Braga, forse quale primo vescovo della diocesi. Filippo, che prese parte al III Concilio Toledano (589), ne fu il probabile successore. La diocesi di L. che era suffraganea di Braga passò alla giurisdizione di Merida ca. il 653 . Fioncio, presente al XV Concilio Toledano (688) ed anche al XVII (693), sembra essere stato l'ultimo prelato lamacese prima della invasione degli Arabi. Di questo tempo si hanno nomi di vari vescovi che sembrano esser stati soli titolari perché non vi era possibile la residenza. Dopo la riconquista della città fatta da Ferdinando il Grande, fra il 1057 e il 1064, si cercò di rinnovare anche la fede cristiana. Sancio di Castella, figlio di Ferdinando, ristoro il vescovato e vi mise a capo il vescovo Pietro. Data però la precaria situazione economica della regione il pontefice Pasquale II con la bolla Apostolicae Sedis del 23 marzo 1102 ne affidò le cure al vescovo di Coimbra, il che dette origine a non poche dispute. Hugo, vescovo di Oporto, andò a Roma ed ottenne per sé l'amministrazione del vescovato di L. Contro tale decisione protestò il vescovo di Coimbra. Allora papa Pasquale II, udito il parere dei vescovi di Toledo, Braga, Tui e Salamanca, riaffidò le cure della diocesi al vescovo di Coimbra, disposizione confermata dal pontefice Onorio II (11 febbr. 1126). In questo tempo la diocesi di L. fu suffraganea di Compostella a cui Callisto II aveva trasmesso i diritti metropolitani di Merida. Il fatto fu causa di conflitti fra l'arcivescovo di Compostella e quello di Braga. Innocenzo III mise termine ai conflitti fra i due arcivescovi alla loro presenza, mettendo le diocesi di L. e di Guarda sotto la giurisdizione dell'arcivescovo di Compostella. Il papa Pio XI con la cost. apost. Praedecessorum nostrorum (AAS, 14 [1922], pp. 369-72) assegnò L. alla provincia ecclesiastica di Braga.
Fra i suoi vescovi si conta Tomaso d'Almeida che fu vescovo di Oporto e poi il primo patriarca di Lisbona.
Biel.: F. d'Almeida, Hist. da Igreja em Portugal. I, Lisbona 1910, pp. 131 sg., 162, 187 sg.; Encicl. Port. Bras., XIV, p. 622.
L. VITA ED OPERE. - Perduta nel 1787 la madre, prese cura dell'orfano la zia des Saudrais. Le defi-

(per serietia dei fratel Ippolito Vitterio)
La Mennais, Félicité-Robert de - Ritratto. Il sacerdote,
cenze della sua prima formazione sono dovute ai torbidi rivoluzionari nonché alla sua malferma salute. Sembra inoltre che imprudenti letture scuotessero la fede dei suoi primi anni. La vita di lui divenne allora incerta e quasi agitata, fino a quando, nel 1804, si convertì per opera del fratello Jean-Marie.
Lavorò quindi dieci anni in collaborazione con lui, sia nel Seminario di St-Malo, quale insegnante di matematica, sia nella tenuta della Chesnaie alla traduzione di Guide spirituel, e attorno alle opere Réflexions sur l'état de l'Eglise en France pendant le XVIIIe siècle (1808) e Tradition de l'Eglise sur l'institution des évêques (1814).
Per evitare le rappresaglie di Napoleone, avversato nella Tradition, L. M. si rifugiò in Inghilterra durante i "cento giorni", ponendosi sotto la guida dell'esule abate Carron. Costui esercitò un notevole ascendente sopra di lui, e lo decise, poco dopo il rimpatrio (1815), a farsi ordinare suddiacono. Con animo esitante ricevette, nel 1816, il diaconato e il sacerdozio. Allora, sedendo all'impulso del suo genio, intraprese l'Essai sur l'indifférence en matière de religion, il cui primo volume (1817), scritto in fosche ore di ambascia, ma potentemente ispirato e pervaso di fede conquistatrice, commosse profondamente il ceto letterario e filosofico.
Nel secondo volume dell'Essai (1820), opponeva alla filosofia del senso privato la sua dottrina del senso comune. Il libro e la sua apologetica suscitarono una vira opposizione, capeggiata dai Sulpiziani e dai Gesuiti. Non essendo riuscito a sopraffare la critica per mezzo della Défense de l'Essai (1821), desideroso di premunirsi contro un'eventuale censura, deferì l'opera a Roma. Il giudizio favorevole di tre esaminatori e l'imprimatur concesso dal maestro del S. Palazzo Apostolico illusero L. M. riguardo alla saldezza dell'opera e all'ortodossia delle idee. Fidando in tali approvazioni, sviluppò la sua tesi nel III e IV vol. dell'Essai (1823 e 1825). Attaccò la «riforma», la Rivoluzione, le istituzioni liberali, l'Universite. Quindi, passando all'azione con l'intento di «propagare la sua dottrina e lavorare all'avvento della cristianità novella" (Fonck), adoperò i più svariati mezzi: opuscoli, libri, riviste, scuola, congregazione religiosa. Allontanato dal Drapeau blanc, collaborò al Mémorial catholique (1824), diffuse nei seminari il volumetto: In quattuor articulos declarationis anno 1682 editae aphorismata ad iuniores theologos (1826);
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pubblicò in due parti (1825 e 1826) De la religion considérée dans ses rapports avec l'ordre politique et civil, il libro da Frayssinous definito a terribile di talento ", presto seguito dall'altro intitolato: Des progrès de la Révolution et de la lutte contre l'Eglise. Il governo e l'episcopato gallicano si unirono per rintuzzare l'audacia di lui. Fu condannato a pagare una multa, e l'opera De la religion venne confiscata e distrutta; l'apologista fu quindi censurato nella dichiarazione del 3 apr. 1826 , sottoscritta, per istigazione di mons. Frayssinous, da quattordici presuli convenuti in Parigi. L'opposizione esacerbò l'oltrahontanesimo di L. M. Sua tribuna, dopo il Memorial catholique, divenne l'Avenir (v.), vessillo del liberalismo cattolico francese maturato con la Rivoluzione di luglio, ed ispirato al motto "Dio e libertà »; ma, durante i tredici mesi di vita del giornale, L. M. venne a sapere più d'una volta che sarebbe incorso nelle censure di Roma, qualora l'Avenir non avesse modificato le idee, specialmente intorno alla sovranità del popolo e all'insurrezione contro i sovrani. Acconsentì allora, ma senza entusiasmo, a recarsi a Roma "per consultare il Signore in Silo" (1831). Gregorio XVI in risposta al memoriale presentatogli da L. M., Lacordaire e Montalembert, annunciò che avrebbe fatto esaminare le loro dottrine e in pari tempo consigliò ad essi di ritornare in Francia. Un po' più tardi li ricevette benevolmente, ma volle che fosse evitata durante l'udienza qualsiasi allusione al motivo del viaggio. L. M. rimase ancora in aspettativa non sospettando che si attendeva, prima di parlare, il suo allontanamento da Roma. Sulla via del ritorno, a Monaco di Baviera, gli venne comunicata l'encicl. Mirari vos con acclusa una lettera del card. Pacca, in cui erano enumerate le principali imputazioni riguardanti l'Avenir, e cioè: 1) i redattori si erano arrogati il diritto di trattare e decidere pubblicamente delicatissimo questioni relative al governo della Chiesa, di esclusiva competenza pontificia; 2) le loro idee intorno alla libertà civile e politica, disapprovate dal Papa, erano tali da fomentare lo spirito di rivolta e di sedizione; 3) sulla libertà di culto e di stampa i redattori professavano opinioni non solo biasimevoli, ma opposte all'insegnamento e alla prassi della Chiesa; 4) avevano colmato la misura del dolore del S. Padre proponendo l'«Atto di unione» a tutti coloro che speravano nella libertà del mondo e volevano attuarla. Il documento pontificio non aveva, per defe-
renza, nominato né L. M. né l'Avenir. Ma non per questo si è autorizzati a sminuire la portata dell'enciclica, la quale, più che semplici imprudenze commesse, colpiva e censurava dottrine eterodosse.
L. M., tornato in Francia, s'affrettò ad annunciare che i redattori dell'Avenir " rispettosamente sottomessi alla suprema autorità del Vicario di Cristo, uscivano dalla licza e invitavano con insistenza i loro amici a dare identico esempio di cristiana abbedienza" (ro sett. 1832). Allora ebbe inizio il periodo di crisi due due anni. All'atto
di sottomissione tennero dietro titubanze, distinzioni inducenti alla falsa interpretazione dell'enciclica, i primi dubbi religiosi, la pubblicazione delle Paroles d'un croyant, il naufragio della fede e, fatale epilogo, l'apostasia.
E lecito dubitare della serietà della dichiarazione del 10 sett. 1832 ? Difatti, molti avversari di L. M. insinuarono dei sospetti, per cui in Affaires de Rome egli scriveva: "Era appena divulgata la nostra dichiarazione, che già si mormoravano sottovoce parole di diffidenza e di scontento. Non era abbastanza completa, esplicita; troppo rammentava il silenzio rispettoso dei giansenisti. Si ordirono intrighi, si diffusero calzante, s'inquietarono le anime timorate mediante caritatevoli impostare dette in tono di dolore. Poi vennero le provocazioni dirette, gli insulti, i pubblici oltraggi». Lo stesso Gregorio XVI, mal informato da relatori di buona fede, dichiarava nel suo breve del 5 ott. 1833 al vescovo di Rennes: "Ci è pervenuta una lettera del medesimo L. M., pubblicata dai giornali (Journal de la Haye, 22 febbr. 1833, n. 16) che ha necessariamente colmato la misura della nostra afflizione, poiché è prova evidente che tuttora conserva e sostiene le idee propugnate, che speravamo da lui abiurate per sempre». Senonché la lettera cui qui si allude, di recente scoperta nell'ufficio dei manoscritti della Biblioteca reale di Bruxelles (ms. II, 5488, vol. V, n. 117), fu scritta da Roma, il 1° luglio 1832 , vale a dire sei settimane prima dell'encicl. Mirari vos, settantadue giorni prima dell'adesione dei redattori dell'Avenir alla medesima : impossibile quindi dichiararla contraddittoria con l'atto di sottomissione del ro sett., e addurla per rinfacciare a L. M. la sua ostinazione nell'errore.
Dopo la censura di Tolosa e il breve a mons. d'Astros ( 8 maggio 1833 ), L. M. notificò al Papa che sarebbe rimasto in avvenire del tutto estraneo agli affari ecclesiastici
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(4 ag. 1833). In seguito al breve del 5 ott. al vescovo di Rennes, delimitò l'ambito in cui intendeva restringere la propria obbedienza. Infine l'i i dic. 1833 sottoscrisse una quarta ed ultima dichiarazione, il cui testo era stato proposto il 5 ott. Contemporaneamente decideva di sospendere ogni attività sacerdotale.
L'anno seguente, e precisamente il 30 apr. 1834, allorquando la fede, da tempo vacillante nell'anima sua, mandava gli ultimi guizzi, pubblicò un libro "di piccola mole ma d'immensa perversità" (Gregorio XVI) intitolato Paroles d'un croyant.
L'encicl. Singulari nos del 15 luglio 1834 condannò il libello, il sistema del senso comune e, nuovamente, le dottrine liberali di L. M. Ricusando egli di sottomettersi, abbandonò la Chiesa e si schierò nelle file desili avversari. Da allora alterò anche il suo cognome adottando la forma plebea Lamennais. Iniziò quindi una vita nuova, soprattutto politica, dominata dalle preoccupazioni d'ordine sociologico, e con alcune manifestazioni letterarie e filosofiche.
L. M. rispose, durante l'estate del 1834, ai biasimi suscitati dalle Paroles d'un croyant con l'articolo De l'absolutisme et de la liberté, inserito nella Revue des deux mondes. Nel 1835 pubblicò Troicièmes mélanges, preceduti da uno elaborata prefazione, la quale, ristampata nel. le Opere complete (1844) con il titolo Du catholicisme dans ses rapports avec la société politique, fu considerata come l'atto pubblico e definitivo della sua scissione non solo dalla Chiesa ma pure dal cattolicesimo. Nel 1836-37 mandò alle stampe Affaires de Rome, autodifesa di alto pregio letterario e in alcune pagine d'una naturalezza e d'una grazia poche volte raggiunte in altre opere dallo scrittore. Ivi narra i suoi contrasti con la S. Sede riguardo all'Avenir e alle Paroles d'un croyant; vuole «che si consideri questo breve scritto come destinato a chiudere la serie di quelli pubblicati negli ultimi venticinque anni».
L. M. altro non sarà d'ora in poi se non il moralista, il filosofo e il polemista della democrazia. Pubblicherà, nel 1838, il Livre du peuple, trattato di morale o di catechismo insegnato da un sacerdote che d'intarto ha serbato soltanto, secondo Mazzini, la fede nella morale cristiana; e la Politique à l'usage du peuple, in cui si trovano riuniti articoli scritti per il giornale Le monde; nel 1839, l'Etclavage moderne, impetuosa catilinaria contro l'assoggettamento del proletario ad una società ingiusta; nel 1840, Le pays et le gouvernement, satira aspra e violenta del regime e della monarchia di luglio, che gli meriterà una condanna a duemila franchi di multa e dodici mesi di carcere. Durante la prigionia riunì e pubblicò Discussions critiques, ispirate dal risentimento per la sua condanna e dirette soprattutto contro la Chiesa. Uscito dal carcere, mandò alle stampe due opuscoli, De la religion, raccolta di formule brevi, destinate, pare, nella mente dell'autore, a diventare il catechismo dell'avvenire, e Du passé et de
l'avenir du peuple, che racchiude la teoria spiritualista del "progresso" quale lo immagina L. M., costante, indefinito, e di cui il cristianesimo non è che una semplice fase.
L'Espitise d'une philosophie, opera d'impertanza primaria nelle intenzioni di L. M. (doveva constare di sei volumi; ne uscirono quattro: tre nel 1840 e il quarto nel 1846), L'abate Boutard vi scorge il conato impotente d'un grande ingegno in balia dei flutti, dopo che (per citare un'espressione scritturale) «ha naufragato la fede di lui» (Geuvres complètes, III, p. 317), e Jules Simon "lo sforzo di un grande spirito per riunire in un sistema completo e regolare dottrine di cui nessun decoro stilistico è capace di mascherare la radicale impotenza (ibid., p. 316 ).
L. M. si occupò di questioni sociali sino alla fine; ne fu assillato in tutto il libro Ameliuspande et Darvands (1843) e fin nelle note e riflessioni aggiunte alla sua traduzione dei Vangeli (1846).
La Rivoluzione del 1848 , da lui annunciata come inevitabile, gli procurò amari disinganni. Sebbene eletto deputato della capitale e membro del consiglio incaricato di elaborare una nuova carta, i consigli di lui furono respinti, accantonati i progetti di organizzazione sociale. L. M. e- spresse le sue lagranze nel giornale che redigeva, e, in seguito al colpo di Stato del 2 dic. 1851 , si ritirò definitivamente dalla vita attiva, per dedicare le sue ultime energie alla versione della Divina Commedia. Il lavoro è preceduto da una vasta introduzione che può considerarsi come il testamento spirituale e intellettuale dello scrittore. E una lunga requisitoria contro la Chiesa romana, che non lascia alcun dubbio riguardo alla rovina totale o quasi delle sue prime credenze.
L. M. si ammalò il 16 genn. 1854. Il suo circolo, dominato da un certo Auguste Barbet, vigilò assiduo per impedire ogni contatto dell'ammalato con l'uno o l'altro dei sacerdoti che tentarono di avvicinarlo. Si spense, senza aver manifestato il minimo segno di pentimento. La salma fu inumata nella fossa comune del cimitero del PèreLachaise. Al fossore, che domandava se occorreva porre una croce, Barbet rispose : «No!
II. Dottrine filosofiche e teologiche. - Il 1834 è, nella vita di L. M., l'anno della secessione, che separa nettamente le opere e le dottrine del sacerdote cattolico da quelle successive del sacerdote infedele. Prima del 1854 si ha L. M. (1 apologista, 2) antecipiana della dottrina del senso comune, 3) altramondanno, 4) liberale, 5) capo del cattolicesimo sociale; dopo il 1834, L. M. 6) democratico spiritualista poi socialista, 7) razionalista e panteista.
t. - L. M. rimprovera all'antica teologia di limitarsi alle prove tradizionali del cristianesimo, incapaci, secondo lui, "d'impressionare le menti", e sta-
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bilisce il principio : « Da quando la ragione s'è dichiarata sovrana, è necessario investirla direttamente fin sopra il suo trono e costringerla ad inchinarsi, pena la morte, dinanzi alla ragione di Dio \%. Sconvolge così le basi dell'apologetica: non si tratta più infatti di giungere alla fede per mezzo della ragione, bensì alla ragione per mezzo della fede. Poste tali premesse, L. M. tenta di poggiare il cristianesimo sul fondamento delle credenze universali dell'umanità. Intanto assale l'indifferenza sistematica, da lui considerata responsabile dei torbidi sociali; scorgendo in essa una negazione anziché un'affermazione dottrinale, raggruppa in tre categorie gli indifferenti dogmatici : coloro che non credono la religione necessaria al popolo; quelli che ammettono la necessità d'una religione per tutti gli uomini ma respingono la Rivelazione; coloro i quali, pur riconoscendo la necessità di una religione rivelata, accettano solo alcuni articoli fondamentali permettendo la negazione degli altri. L. M. ammonisce tutti questi indifferenti i quali, per giustificare il loro atteggiamento, proclamano la verità inaccessibile : «Non v'è pace per l'intelletto se non quando è sicuro di possedere la verità; non regna pace fra i popoli se non quando sono coscienti d'ubbidire all'ordine». Significava in tal modo che per lui dal problema della certezza dipende a un tempo quello religioso e quello sociale. Ma su quali basi stabilire il fondamento della certezza?
2. - Sul senso comune, e cioè l'unanimo testimonianza del genere umano. L. M. "scompone" dep., prima la ragione individuale, rinvenendo in essa tre elementi principali : i sensi, i sentimenti, il raziocinio; descrive quindi, a suo modo, il funzionamento e il valore di essi, osservando che sono strumenti imperfetti, ma siccome le loro imperfezioni variano secondo gli individui, il loro consenso sopra un punto costituisce una prova di verità più o meno rilevante a seconda del numero delle testimonianze. Isolata, la testimonianza offre soltanto una semplice probabilità; innumerevole, determina invece una certezza assoluta. Non può in verun modo ingannare, quando viene espressa dalla voce del genere umano, assumendo carattere universale. Dunque, considerato individualmente, l'uomo non può con certezza conoscere; ma considerato collettivamente, qualche cosa può conoscere; cioè, impotente è la ragione individuale, non già quella comune, generale, universale. Donde la denominazione di dottrina del senso comune o del consenso universale attribuita al singolare sistema, in cui si trovano confusi due termini cosi distinti quali sensus e consensus. L. M. ha preso l'effetto per la causa e inversamente: «Esistono verità sulle quali tutti sono concordi; dunque il consenso di tutti è per ciascuno l'unico criterio di certezza». Qui giace l'errore nella sua entità, rileva il Balmès. Se avesse approfondito l'argomento, L. M. non sarebbe incorso nel grave errore. La certezza dell'individuo non deriva dal consenso generale; ma il consenso è generale perché ogni individuo riesce ad esprimerlo.
3. - Nella Tradition de l'Eglise sur l'institution des évêques, L. M. delinea la sua tesi oltramontana sulle prerogative della S. Sede, l'indefettibilità della Chiesa romana, e l'infallibilità del Papa; ma pur basando sull'autorità il fondamento della giurisdizione pontificia, le traccia un limite, giacché non crede ancora al potere indiretto dei pontefici sui re nelle questioni temporali. Impegna quindi e sostiene contro il gallicanismo, di cui sarà il "seppellitore" (P. Lasserre),

(per cortina del frate Ispolito l'ittrate) La Mennais, Fëlicité-Roncur de - Nirtatio. L'apostata. Dipinto di Ary Scheffer - Versailles, Galleria.
una lotta ardente, appassionata, accelerando, in seno alla Chiesa di Francia, il ritorno alle dottrine romane. Combatte arditamente la Dichiarazione dei quattro articoli del 1682 , respinge nel 1824 la limitazione al potere indiretto dei papi, precedentemente formulata; allora difende, con una inflessibilità di principi talvolta eccessiva, la tesi dottrinale che sostiene la convenienza e la necessità dell'unione della Chiesa e dello Stato: «Senza papa nessuna Chiesa; senza Chiesa nessun cristiancsimo; senza cristianesimo nessuna religione per tutto il popolo che fu cristiano, e dunque nessuna società; di modo che la vita stessa delle nazioni deriva dalla potestà pontificia».
4. - Lo sdrucciolamento di L. M. verso il liberalismo era manifesto nel 1829. Nell'opera Des progrès de la Révolution, precociosa "l'unione dell'ordine e della libertà »; incrinata l'unità spirituale e infranta l'unità di fede, la tolleranza delle opinioni appare evidente necessità sociale. Sarebbe "follia" pretendere di poter «vincolare lo spirito nei ceppi» ed imbavagliare il pensiero. Soltanto un regime di libertà può assicurare ai cattolici l'auspicata sicurezza. E siccome L. M. è convinto che la Rivoluzione consumerà la scissura fra Stato e Chiesa, si augura che quest'ultima, separata dallo Stato, si avvicini e vada al popolo. "Il vero appoggio della Chiesa è la fiducia dei deboli che essa protegge; la sua potenza, l'amore di essi». Era annunciare, se non invocare, la scomparsa delle istituzioni le quali, "spento l'afflato che le animava all'origine, divergono ormai dai veri interessi dei popoli».
5. - Dopo le giornate del luglio 1830, L. M. fonda l'Avenir con il motto "Dio e libertà ", divenendo il primo esponente del cattolicesimo liberale di Francia. Opina che la Chiesa, a somiglianza della società civile, subisca trasformazioni le quali, pur non alterando l'elemento divino insito in essa, l'inducano ad adattarsi al genio dei popoli nonché alle necessità dei tempi. Anzi, ogni svolta decisiva dell'umanità è determinata da un'evoluzione della Chiesa. E venuta per essa l'ora di affrancarsi; ma non può essere libera prima di essersi separata dallo Stato : separazione del resto già iniziata dallo Stato medesimo. Urge quindi rivendicare la libertà religiosa, la libertà d'educazione,
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quella delle persone e dei beni, il godimento cioè dei diritti senza i quali neanche la società può concepirsi : rivendicazioni che presuppongono la libertà di stampa. Allora, in seno al caos instaurato dal sovvertimento dell'ordine antico, il cristianesimo «innalzerà un'altra società, la quale ancora e sempre altro non sarà se non l'espressione dello studio a cui l'umanità è pervenuta con progressiva evoluzione sotto il suo influsso; sviluppo questo intellettuale e morale, che arreca e necessita un adeguato progresso della libertà" (Avenir, 20 dic. 1830). Entro queste linee, in embrione, tutta la teoria del cattolicesimo liberale.
6. - La condanna dell'Avenir determina la crisi che doveva sommergere la fede di L. M. "Io credo che la Chiesa non può restare qual'è, che mai s'è nettamente distinto quel che d'unano e di divino è in essa racchiuso, e che tutto si sta preparando per la sua trasformazione (lettera a Montalembert, 1° genn. 1834). L'alabandona dunque con la pretesa di ricomporre su nuove basi, ma sempre per mezzo del cristianesimo, l'unità spirituale del genere umano; poi, allontanatios dalla Chiesa romana, sebbene tuttora membro di quella "Chiesa imperitura la cui vita terrestre non è vincolata ad una forma unica ", si vota all'educazione della "democrazia spiritualista", sostenuto dal pensiero che il sacrificio intero di sé non sarà inutile al progresso dell'umanita. E dapprima eccita il popolo alla rivolta. Chi volesse opporre che tale non fosse l'intento di L. M. allorquando scriveva Paroles d'un croyant, rifletta, con il Bellessort, quanto sia pericoloso dividere l'umanità in due classi : "quelli che possiedono tutto e che hanno i vizi; quelli che nulla possiedono ed hanno tutte le virtù ". Inhine il pensiero di L. M. sfocia nel socialismo, termine della sua evoluzione politico-religiosa, il che è logico, avendo egli sempre ammesso che una certa sovranità popolare emana da quella essenziale di Dio.
7. - Allorquando l'encicl. Singulari nos denunciò quale temeraria e pericolosa la filosofia del «senso comune ", L. M., ferito sul vivo, ricsaminò le sue idee tradizionalistiche e passò al razionalismo. Prima negava ogni valore alla ragione individuale; ora professa altamente che essa sola ha diritto di giudicare; né è possibile ormai difendere la fede. Vi scoprirà, infatti, analizzandola, due pregiudizi fondamentali : «l'idea inculcata per tempo che non si potrebbe, senza offendere la coscienza, dubitare dell'insegnamento impartito da un'autorità reputata infallibile; l'opinione, accettata dall'ignoranza e svolta dalla cultura sacerdotale, di un ordine ultraterreno realmente esistente. Nessuno dei due pregiudizi resiste all'esame della ragione, giacché l'autorità interrogata "muore se risponde"; e la nozione stessa del soprannaturale si cancella e scompare non appena l'uomo, indagate profondamente le leggi della natura, ha riconosciuto che una simile nozione non corrisponde e non può corrispondere a nessuna realtà ". (G. Boutard [v. bibl.], III, p. 141). Dichiara illusoria, inutile anzi, l'ipotesi d'una Rivoluzione soprannaturale : forse che la ragione non basta a se stessa per quanto le occorre sapere? Non si dà neanche pensiero d'esaminare il fatto sul quale riposa, in ultima analisi, la fede cattolica; e nondimeno dichiara di credere in Dio, nell'immortalità dell'anima, in future sanzioni: null'altro o quasi. Deve escludersi la credenza di L. M. nella divinità di Gesù Cristo? La sua Esquisse d'une philosophie, opera rimasta incompiuta, è pervasa dall'idea trinitaria e da quella dell'evoluzione. Vi si nota la continua preoccupazione di armonizzare concezioni teologiche ed osservazioni personali. L'autore nega l'esistenza del male e respinge la tesi del peccato originale, l'Incarnazione, la Redenzione, la Grazia. Se, in antitesi al panteismo, s'ispira al dogma teologico della creazione, l'interpreta in modo tale da cadere egli stesso nell'errore
che presume di confutare. Due attrattive si contendono allora l'anima dell'autore: la logica lo spinge al razionalismo assoluto; il sentimento lo trattiene in un pio panteismo.
Bial.: Opere: Oeuvres complètes, 12 voll., Parigi 1836-37: Oeuvres posthumes, ed. E. D. Furgues, 2 voll., ivi 1829; Oeuvres inédites, ed. A. Blaize, 2 voll., ivi 1866. Si deve pure accennare ad una ventina di opere (escluse le collane di lettere), che non sono annoverate tra quelle suindicate, ma che vengono segnalate n recensite in: J. M. Quérard, Notice bibliographique des ouvrages de M. de L., Parigi 1849; A. Duine, Essai de bibliographie de La M., ivi 1923. Studi : A. Roussel, L. d'après des documents inédits, 2 voll., Rennes 1892; R. P. Mercier, L. d'après sa correspondance et les travaux les plus récents, Parigi 1895; C. Boutard, L., in vie et ses doctrines, 3 voll., ivi 1903-13; A. Feugrre, L. avant l'Essai sur l'indifférence, ivi 1906; F. Dudon, L. et le St-Siège (1826-34), ivi 1911; Ch. Maréchal, La jeunesse de L., ivi 1913; id., La Famille de L., ivi 1913; Ab. Duino, La M., sa vie, ses idées, ses ouvrages, ivi 1922; G. Zadzi, L'abate de L. e gli Italiani del suo tempo, Torino 1923; A. Fonck, s. v. in DThC, VIII, coll. 2473-2526 (con ricco bibl.); P. Treves, L., Milano 1934; C. Carcopino, Les doctrine sociales de L., Parigi 1942; R. Rémond, L. et la démocratie, ivi 1948. Ippolito Vittorio
LA MENNAIS, Jean-Marie-Robert de, venerabile. - Benemerito educatore e temuto avversario del gallicanesimo, n. a St-Malo (Francia) l'8 sett. 1780, m. a Ploërmel in concetto di santità il 26 dic. 1860. Durante la Rivoluzione aiutò i sacerdoti proscritti, e da uno di essi, nascostamente ospitato nella casa paterna, fu avviato agli studi teologici. Ordinato nel 1804, esercitò le mansioni di viceparroco e di professore. Ritiratosi per malattia nella casa di campagna, detta La Chesnaie, orientò il fratello Félicité allo studio delle scienze ecclesiastiche.
Opere notevoli nacquero dalla collaborazione dei due fratelli: Réflexions sur l'itat de l'Eglise en France au XVIIIe siècle (1808), Guide spirituel (1809), Tradition de l'Eglise sur l'institution des écêques (1814). In linea di massima, a Jean-Marie deve attribuirsi la ricerca, a Félicite l'ordi-

(per cortesia del fratel Ippolito Vittorio)
La Mennais, Jean-Marie-Robert de - Ritratto eseguito da Paulin Guérin. L'originale è conservato dalla famiglia de Kertanguy.
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namento della materia e la redazione. Nel 1814 divenne segretario di mons. Caffarelli, vescovo di St-Brieuc, e, dopo la morte di lui, vicario capitolare. Nel 1816 fondò le Figlie della Provvidenza e nel 1817 i Fratelli dell'Istruzione cristiana, che unì, lo stesso anno, con quelli istituiti a Auray da Gabriele Deshayes (v.). Costretto ad allontanarsi da St-Brieuc poco dopo l'arrivo di mons. de la Romagère, nel 1822 fu chiamato a Parigi, quale vicario generale della Grande dandinerie. In quell'alta posizione, contribuì alla nomina o al trasferimento d'una quarantina di vescovi, ripetutamente ricusando per sé l'episcopato. Tornato in Bretagna nel 1824, fissò in Ploermel il centro della sua vasta operosità. Fondò un nuovo istituto, i Sacerdoti di St-Mien (1825), poco dopo trasformato in Congregazione di S. Pietro, di cui nel 1828 lasciava la guida al fratello, mantenendo l'alta direzione del noviziato di Malestrait. Rieletto superiore generale dopo la dimissione di Félicité (1833), biasimò, non appena edito, il libello Paroles d'un croyant, in una lettera confidenziale, imprudentemente pubblicata da mons. de Lesquen. Allora ebbe inizio per lui il martirio del cuore. La prima condanna di Félicité (1832) aveva scosso la Congregazione di S. Pietro; la seconda (1834) finì col gettarvi scompiglio e discordia. Il Superiore venne condannato e respinto senza convocazione né deliberazione della Curia di quella società, cui regolarmente eletto presiedere. Intanto Félicité gli voltava le spalle, inabissandosi nell'apostasia. Umiliato, affranto, ma non avvilito, Jean-Marie seguitò a dedicarsi con tutta l'anima all'opera educativa.
Dotò la Bretagna di scuole e convitti; i Fratelli, invitati dal ministro della Marina, varcarono i mari, evangelizzarono i negri in diverse colonie francesi, contribuendo notevolmente alla pacifica abolizione della schiavitù nelle Antille. La causa di beatificazione e canonizzazione di L. M. è stata introdotta il 22 maggio 1911.
BibL.: R. P. Lavelle, 7.-M. de L. M. (1720-186a), 2 voll., Parigi 1903 (la più completa biografia); J. Cavaleau, Les idées pédagogiques du véndeule 7.-M. R. de L. M., ivi 1929; Fr. Symphorien-Auguste, A travers la correspondance de l'abbé 7.-M. de L. M., 3 voll., Vannes 1937-39.
Ippolito Vittorio
## LAMENTABILI SANE EXITU». - Decreto
del S. Uffizio del 3-4 luglio 1907 che condanna 65 proposizioni moderniste.
Dopo la condanna dei libri del Loisy (1903), due teologi di Parigi (G. Letourneau e P. Bouvier) ne estrassero 33 proposizioni erronee, che sottoposero al giudizio dell'arcivescovo card. Richard. La lista fu subito trasmessa al S. Uffizio, in seno al quale venne costituita una commissione esaminatrice, di cui fecero parte i cardd. Serafino Vannutelli, Augusto Di Pietro, Mariano Rampolla, Girolamo M. Gatti, Domenico Ferrata, Pietro Respighi, Raffaele Merry del Val, Andrea Steinhuber, Francesco Segna, Calasanzio Vives y Tuto. La lista parigina venne discussa, modificata e soprattutto ampliata con l'aggiunta di 32 proposizioni, estratte da altri autori modernisti. Il redattore definitivo sembra sia stato il francescano David Fleming. Nel periodo di preparazione qualche notizia trapelò e la stampa se ne servì per formulare le ipotesi più bizzarre. Finalmente il decreto apparve in L'osservatore romano il 6 luglio 1907, con la data del 3 e l'approvazione di Pio X del giorno seguente.
Il decreto esordisce con due rilievi: l'età presente ha la febbre della novità, cui fanno buon viso anche alcuni scrittori cattolici, che sotto pretesto di un maggior approfondimento della verità nella luce del metodo storico, ammettono un'evoluzione corruttrice dei dogmi. Per opporsi a queste novità, diffuse anche tra i fedeli, Pio X ha ordinato al S. Uffizio di esaminare e condannare i principali errori. Segue la semplice lista di 65 proposizioni, senza alcuna esterna divisione e senza speciale graduatoria nel determinare la gravità dei singoli errori.
Però dall'esame interno emerge una logica latente,
che regge la compagine del documento, composto di sette gruppi ben distinti di proposizioni : 1-8: l'autorità del magistero della Chiesa in materia religiosa, soprattutto nel campo dell'esegesi biblica; 9-19: ispirazione e storicità della Bibbia, specialmente dei Vangeli; 20-36: nozioni fondamentali sulla Rivelazione, il dogma e la fede; 27-38: origine e sviluppo del dogma cristologico; 39-51: origine e sviluppo dei Sacramenti in genere e in specie; 52-57: origine, natura ed evoluzione della Chiesa e dei suoi elementi costitutivi; 58-63 : indole generale e valore della dottrina cristiana nel suo insieme.
Dall'imponente complesso di queste proposizioni risultano condannati, anche nelle particolari applicazioni, il libero esame in campo religioso, particolarmente esegetico, il naturalismo che nega l'ispirazione e l'origine divina della S. Scrittura, il criticismo, che sottrae ai Vangeli il fondamento storico, il soggettivismo, che fa della religione un fenomeno interno della coscienza, l'evoluzionismo applicato ai dogmi cristologien, sacramentario, ecclesiologico; il relativismo, che nega il valore assoluto della Rivelazione cristiana e della dogmatica cattolica.
Dal rapido esame appare che tutte le concezioni di A. Loisy (v.), G. Tyrrell (v.) e di E. Le Roy furono tenute presenti, sebbene la condanna non sia rivolta a nessuna persona in particolare e miri soltanto a colpire il sistema modernista nei suoi principi e nelle immediate deduzioni e applicazioni.
Il decreto emanato dal S. Uffizio, munito dell'approvazione in forma communi del Sommo Pontefice, non è un documento infallibile (cf. L. Choupin, Valeur des décisions doctrinales et disciplinaires du St-Siège, 3ᵉ ed., Roma 1929, pp. 71-75). Comunque è un documento autentico della S. Sede, che deve essere assolto con piena sottomissione esterna e interna. Del resto, rigettando gli errori che sono diametralmente opposti alla Rivelazione e al dogma cattolico, questo decreto rientra nel novero di quelli che preludono a un documento più solenne e più decisivo del magistero della Chiesa. Il decreto è la naturale prefazione all'encicl. Pascendi dominici gregis (v.).
BibL.: A. Michelitsch. Der neue Syllabus, Grzc-Vienna 1908; M. Lepin, Christologie. Commentaire des propositions XXVII. XXXVIII du Décret Lamentabili, Parigi 1908; C. Carbone, De modernistarum doctrinis, Roma 1909, pp. 447-81; F. Heiner, La dottrina dei modernisti confutata, trad. it. di G. Stroniero, 2ᵉ ed., ivi 1914 (vi sono commentate le singole proposizioni d