volume-07

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l decreto è la naturale prefazione all'encicl. Pascendi dominici gregis (v.).

BibL.: A. Michelitsch. Der neue Syllabus, Grzc-Vienna 1908; M. Lepin, Christologie. Commentaire des propositions XXVII. XXXVIII du Décret Lamentabili, Parigi 1908; C. Carbone, De modernistarum doctrinis, Roma 1909, pp. 447-81; F. Heiner, La dottrina dei modernisti confutata, trad. it. di G. Stroniero, 2ᵉ ed., ivi 1914 (vi sono commentate le singole proposizioni del decreto); A. Durand-L. de Grandmaison-S. Herent-M. Chossat, Modernisme, in DFC. III, coll. 503-637 (magistrale commento alle singole parti del decreto); J. Rivière, Le modernisme dans l'Eglise, Parigi 1920, pp. 331-48; A. Loisy, Rénoires pour servir à l'histoire religieuse de notre temps, 3 voll., Parigi 1930-31.

Amanda Fislandi
LAMENTAZIONI. - Cinque carmi intorno alla distruzione di Gerusalemme, cui i Settanta premisero il titolo 898 vos, passato anche nella Volgata: Threni id est Lamentationes. Nella Bibbia ebraica la breve raccolta viene indicata semplicemente con la prima parola della composizione ( 8 b h a ̆ b ), come succede anche per i libri del Pentateuco.

Nel Talmud (Bäbhā̄ Bāthrā 15a) i cinque carmi sono detti qlwath; qlwah indica un canto o nenia funebre e comporta un determinato metro poetico, di solito impiegato in una composizione elegiaca.

Una differenza più notevole, fra la Bibbia ebraica e quella greco-latina, riguarda il posto occupato dal libriccino. Nel testo ebraico esso figura nella terza parte, fra i Kethäbhīm, mentre in greco ed in latino è connesso con il libro di Geremia, al quale segue come un'appendice. Nessuna di queste disposizioni, in modo speciale quella ebraica, è originale. I primi scrittori ecclesiastici (Origene, Melitone di Sardi) che parlano del canone ebraico uniscono L. con il libro più ampio di Geremia. Lo stesso fa l'eleno Flavio Giuseppe (C. Ap., I, 40). S. Girolamo nel suo Prologo galeato è il primo a documentare che alcuni (vommlli) ponevano le L. fra gli agiografi. Mentre la disposizione greco-latina, prescindendo pure dalla questione dell'autore, rispetta una successione cronologica, quella ebraico-rabbinica è dovuta all'uso liturgico di leggere il libro durante il digiuno del 9^{′} ' a b h,

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istituito per commemorare la distruzione di Gerusalemme del 587 . Per questo il libriccino è stato collocato fra gli altri quattro di uso liturgico ben determinato (Cantico dei Cantici, Rut, Ecclesieste, Ester), che con le L. formano i cinque mōghillōth "volumi ". D'altra parte la diversità del traduttore greco dimostra che mai il libretto fu unito con quello di Geremia in maniera perfetta.

Semplice è il contenuto dei cinque carmi, che sviluppano un tema sommamente tragico. Spesso le idee si ripetono, le espressioni di dolore o di sbigottimento si alternano; per questo è difficile presentare un sommario delle singole poesie, mancando un autentico svolgimento logico di concetti. Da L. risulta un'idea teologica di Dio molto perfetta, in armonia con la teologia del Vecchio Testamento. Dio è il protagonista della storia, la quale nulla deve al caso o ad un cieco fatalismo. È svolto ampiamente il concetto di colpa e di responsabilità collettiva. Per il problema del dolore si può intravedere una soluzione simile a quella proposta nel libro di Giobbe. Oltre all'idea punitiva si prospetta il valore purificativo della sofferenza.

Letterariamente il libretto è di solito molto apprezzato. Si ammette però che l'unicità del soggetto, anche se grandioso, ed il rigido schema alfabetico hanno impastoiato talvolta l'immaginazione poetica ed hanno offuscato la bellezza formale.

La tradizione giudaica e cristiana, unanime sino al principio del sec. xvili, additò come autore delle L. Geremia. Ora, invece, fra gli acattolici è dominante l'opinione contraria (Driver, Sellin, Koenig, Lochr, Eissfeldt, Oesterley-Robinson, Pfeiffer, Rudolph, Weiser, Haller, ecc.). Fra i cattolici non mancano coloro che difendono l'opinione tradizionale (Knabenbauer, Ricciotti, Wiesmann, Paffrath), ma taluni limitano l'autenticità geremiana ad alcuni carmi (Göttsberger, Höpfi-Miller-Metzinger) oppure sono propensi per la negativa (Nikel, Clamer, Nötscher, Dennefeld).

Bisogna riconoscere che la tradizione, per quanto unanime, non appare tanto autoritativa. La disposizione ebraica non dice nulla contro l'autenticità geremiana, perché essa è secundaria. D'altra parte la testimonianza del Talmud (Babbal Bāthra' sṣa) è troppo tardiva ed unita ad altre affermazioni inverosimili per riscuotere un'adesione incondizionata. Anche la testimonianza di Flavio Giuseppe (Antiq. Ind., X, 78) perde del suo valore perché riporta le L. alla notizia di II Par. 35, 25. Il titolo premesso dalla versione greca è un ottimo indice dell'antichità dell'opinione, ma esso offre molti dubbi circa la sua autenticità.

L'esame intrinseco non rileva contatti che rendano necessaria l'identità di autore con il libro di Geremia; ma neppure si può affermare che i tre o quattro testi, su cui insistono gli oppositori (1, 9.11; 2, 9.20; 4, 17.20; 5, 7), escludano Geremia come autore. Se la differenza dell'ordine alfabetico (inversione di 'ajn-peli) fra i carmi 2-4 ed il 1° ed il carattere particolare della preghiera finale, non alfabetica, si possono considerare - come sembra ragionevole - quali segni di diversità di autore, a Geremia conviene attribuire, per motivi intrinseci, il gruppo 2-4.

BibL.: i migliori commenti sono: Rabano Mauro (PL III, 793-1272); Uyo da S. Vittore (PL 175, 235-322); s. Tommaso d'Aquino (Opera omnia, XIII, Roma 1570, pp. 33-39); F. Panigarola, Verona 1586; A. Agelli, Roma 1589; C. de Castro, Parigi 1608; M. Del Rio, Lione 1608; J. Knabenbauer, Parigi 1891; *A. W. Streane, Cambridge 1892, 2° ed., 1913; S. Minocchi, Roma 1897; *K. Budde, Friburgo in Br. 1898; L. Schnoularfer, Vienna 1903; *A. Peake, Londra 1912; J. Diaz de Léon, Aguascalientes 1913; G. Ricciotti, Torino 1924; Th. Paffrath, Bonn 1932; *W. Rudolph, Lipsia 1939; *M. Haller, Tubinga 1940; L. Dennefeld, Parigi 1946; F. Nötscher, Würzburg 1947. - Studl: J. Royer, Ein verlorenes Lied des Propheten Jeremias, in Pastor Bonni, 14 (1901-1902), pp. 409-12; *J. Böhmer, Ein alphabetisch-ahrastichisches Rätzel und ein Versuch es zu lösen, in Zeitschr. f. alttest. Wissensch., 28 (1908), pp. 53-57; *H.

Jahnow, Das hebraische Leichentied im Rahmen der Völkerdichtung (Beihefte zur Zeitschr. f. alttest. Wissensch., 36), 1923; H. Wiesmann, Der planmässige Aufbau der Klagelieder des Jeremias, in Biblica, 7 (1926), pp. 146-61; id., Der Zurech der Klagelieder des Jeremias, ibid., pp. 412-28; id., Das dritte Kapitel der Klagelieder, in Zeitschr. f. hathel. Theologie, 50 (1926), pp. 513 543; id., Die Textzestalt des 5. Kapitels der Klagelieder, in Biblica, 8 (1927), pp. 339-47; id., Die Bedeutung der Klagelieder des Jeremias, in Pastor Bonus, 38 (1927), pp. 167-82; id., Der religiös-theologische Gehalt der Klagelieder des Jeremias, in Theologie und Glaube, 20 (1928), pp. 455-72; id., Widersprechen. die Klagelieder dem Geiste des Jeremias?, in Theolog. prakt. Quartalschr., 81 (1928), pp. 328-37, 498-510, 717-26; id., Zur Charakteristik der Klagelieder des Jeremias, in Bonner Zeitschr. f. Theol. u. Seeliorge, 3 (1928), pp. 97-118; id., Das Lied im Buche der Klagelieder, in Zeitschr. f. Accese u. Mystik, 4 (1929), pp. 97-123; id., Der geschichtliche Hintergrund des Büchleins der Klagelieder, in Biblische Zeitschr., 23 (1935-36), pp. 20-43; id., Der Verfasser des Büchleins der Klagelieder. Ein Augenimage der behandelten Ereignisse?, in Biblica, 17 (1936), pp. 71-84.

Angelo Penna
Le * L. , nella liturgia e nel canto sacro. Nella liturgia ebraica la lettura modulata delle * L. ,, almeno dalla distruzione del secondo Tempio, è stata tra le letture obbligatorie e si è eseguita il 9 del mese di 'abh (luglio-ag.). Il testo cantato dagli Ebrei che si recano al famoso "muro del pianto", ultima reliquia del secondo Tempio di Gerusalemme, non è tolto dalle L. di Geremia, ma composto dai rabbini come parafrasi e nello stile delle medesime.

Nella liturgia cattolica, dagli inizi della organizzazione delle ore canoniche, si leggono le "L." nei tre ultimi giorni della Settimana Santa. L'ultima L. intitolata Oratio Jeremiae, chiude indivisa il primo Notturno delle "Tenebre" del Sabato Santo; le quattro altre sono distribuite progressivamente fra le tre prime lezioni del primo Notturno; la fine di ogni pericope è segnata dalla conclusioneritornello : « Ierusalem, Ierusalem, convertere ad Dominum Deum tuum». Un responsario prolisso cantato dal coro s'interpone dopo ogni lettura.

La formola melodica sulla quale il testo delle L. viene recitato è più espressiva della modulazione comune usata per le letture dell'Ufficio divino: nelle L. si tratta di un vero recitativo musicale. Una lettera dell'alfabeto ebraico cantata su di un vocalizzo breve ed uniforme inizia ogni nuova strofa (nel testo ebraico originale le successive lettere dell'alfabeto iniziano la prima parola dei successivi stichi). Le strofe si recitano su una formola di tipo salmodico; l'intonazione si ripete dopo le varie cadenze; la corda di recita è unica (la); due specie di cadenze mediane sono possibili, a seconda della lunghezza del testo; la cadenza finale, come le cadenze mediane, è di struttura tonica. L'orazione di Geremia, oltre alla formola comune delle L., ha pure un recitativo ornato con cadenze corsive pentaallabiche o tetrasillabiche e con due corde di recita (la e re).

I recitativi musicali adattati al testo delle L. sono numerosi nei manoscritti. Dapprima si cominciò a notarli sul codice stesso che serviva durante tutto l'anno per le letture bibliche del coro : così il codex Amiatinus (sec. viII), il più antico codice completo della Volgata, indica con punti, virghe e altri neumi semplici, in notazione bene-ventano-toscana di data posteriore, un recitativo non molto diverso da quello pubblicato nella edizione vaticana. La melodia oggi diffusa dalla edizione vaticana è la più frequente nei manoscritti (antifonari, Bibbie, Brevisti) e sembra la più antica. Altre sono state pubblicate ma non sono più legittime nell'uso liturgico.

D. Hesbert segnala la povertà del repertorio bene ventano, che adoperava una medesima formola per l'Exsultet e per le L., recitativo salmodico di quarto modo analogo a quello del Te Deum e del Gloria in excelsis, XV della Vaticana (cf. Paleog. Mus., XIV, p. 417-18). La stessa tradizione beneventana offre pure un medesimo recitasivo per le «Preghiere» in genere : così l'Oratio Ieremiae si cantava come la preghiera di Giona o quella di Assaria.

Il vescovo nord-africano Verecundus (ca. il 550) fa sapere che l'Oratio Ieremiae figurava tra i canti biblici cantati nell'Africa, nella Spagna e nelle Gallie (cf. Vere-

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cundus, Commentariorum super cantica ecclesiast. libri IX, in Spicilegium Solesmense SS. Patrum, IV, Parigi 1858. p. 40; cf. anche Brev. mozarab.: PL 86, 367). Una melodia ispanica si trova nell'antifonario di Silos, in notazione aquitana, e nella Bibbia beneventana di Napoli (Biblioteca nazionale, VII AA. 3); è adattata anche allo Eneitet (cf. Rass. greg., 9 [1912], p. 129). La notazione mozarabica si riscontra per le L. almeno nei tre codici seguenti: Bibbia di S. Pedro de Cardena, ff. 256228 (Seminario di Burgos); Bibbia di León (ff. 50-52); Bibbia d'Oña (cf. G. Prado, El canto macárabe, Madrid, 1929, p. 26). A Milano le L. si cantano nel venerdi che precede la Domenica delle Palme; la melodia si trova nel cod. Ambros. E. 51 infer. del sec. xII.

Il rapporto delle varie melodie latine delle L. con il canto ebraico non è ancora ben chiaramente definito. Sembra che esista un fondo melodico comune o tutte le sinagoghe disperse, da ravvicinare non con la melodia dell'edizione vaticana, ma con altre ora scomparse (cf. A. E. Milgram Sabaoth, The day of delight, Filadelfia 1946, p. 473; A. Z. Idelsohn, Tencish music, Nuova York 1948, pp. 51-56).

I polifonisti dei secc. xv e xvı, con criterio meno liturgico, s'impossessarono delle L., semplici letture declamate, per trasformarle in veri mottetti, con i medesimi procedimenti contrappuntistici adoperati sia per un Kyrie che per un responsorio, sopprimendo cosi l'opposizione del solista (il lettore) e del coro : è vero, tuttavia, che Palestina faceva eseguire le sue L. a 5-6 voci da 5-6 solisti e non dall'intero coro. Le L. di genere polifonico, pubblicate nel 1506 dal Petrucci a Venezia, sono anonime. Nella raccolta di Le Roy et Ballard (Parigi 1557) figurano i nomi di Arcadelt, Pierre de la Rue, Antoine Févin, ecc. Il libro di L. dedicato da Palestrina a Sisto V nel 1588 sostituil, per il servizio della Cappella Papale, le L. in uso dal 1515 e composte da Eléazar Genet detto «il Carpentrasso». Diversi rimaneggiamenti nel repertorio della Settimana Santa fecero apparire nella Cappella Sistina composizioni nuove sia di L. che dei responsori successivi, dovute a Victoria, Ingegnari, Allegri, ecc.

BibL.: A. de La Page, Essai de dipéchérographie musicale, Parigi 1864; A. Gelin, Lamentations, in DBs, V (1950), coll. 237251; H. M. Bannister, Monumenti naticani di paleografia musicale latina, Lipsia 1915 (v. indice); F. Prado, Cantos lamentatiomun pro ultimo triduo Hebdomadae Maioris iuxta Hispanos codices, Tournai 1934, p. 27; H. Schneider, Die altlatein. bibl. Cantica, Beuron 1938, p. 20 sge.; id., Die biblischen Oden seit dem VI. Jahrh., in Biblica, 30 (1949), p. 243 sge.

Pietro Thomas

LA METTRIE, Julien-Offroy de. - Medico e filosofo, n. a St-Malo il 25 dic. 1709, m. a Berlino l'i i nov. 1751. Fu medico militare a Parigi dal 1742. Rischiando la Bastiglia per la sua opera Histoire naturelle de l'âme (La Haye 1745), si rifugiò presso Federico II. Altre sue opere sono: L'Homme machine (Leida 1748), L'Homme plante (Potsdam 1748) e Réflexions sur l'origine des animaux (Berlino 1750).

Il La M. è tra i più coscienti teorici del materialismo settecentesco. La materia organizzata contiene in se stessa un principio di movimento che la differenza e i vari gradi della vita animale derivano dal grado di questa differenza. Il pensiero è solo una proprietà della materia organizzata (come è, ad es., l'elettricità); ogni attività è creata dal bisogno (l'uomo, avendo più bisogni degli altri esseri, occupa il punto più elevato dell'evoluzione); ogni soluzione eudemonistica nasce solo dall'ateismo. Anche ogni rapporto della vita associata è al di fuori di risoluzioni spirituali : il materialismo è per La M. l'unico antidoto della misantropia.

BibL.: J. E. Poritzky, 7. O. de La M. Sein Leben und seine Werke, Berlino 1900; E. Bergmann, Die Satiren des Herrn Machine, Lipsia 1913; R. Boisnier, La M., Parigi 1931; G. F. Tuloup, Un précurseur méconnu. O. de La M., médecin-philosophie, Dinard 1938.

Massimo Petrocchi
LAMI, Giovanni. - Erudito e teologo, n. a S. Croce in Valdarno il 9 febbr. 1697, m. a Firenze il 6 febbr. 1770. Studiò diritto, matematica, storia,

lettere e filosofia e, desideroso di sapere, visitò biblioteche e musei di molte nazioni di Europa. Dal 1773 alla morte tenne la cattedra di storia ecclesiastica all'Università di Firenze, stimato dal Granduca, che in creò suo teologo consultore. Di carattere battagliero e leggermente simpatizzante per i giansenisti, sostenne molte polemiche.

La sua prodigiosa erudizione tocca i più svariati argomenti. Delle sue opere teologiche si ricordano: De recta Patrum Nicaenorum fide (Venezia 1730) contro G. Clerc; De recta Christianorum in eo quod mysterium divinae Trinitatis attinet sententia II. 6 (Firenze 1733), ove dimostra l'indipendenza del mistero della filosofia greco-orientale. Il De eruditione Apostolorum (ivi 1738) occasionò una polemica, cui rispose con Esame di alcune asserzioni del S. Ant. Altomanno (ivi 1749). Scrisse inoltre: S. Ecclesiae Florentinae monumenta (ivi 1738). Molte sono le sue opere d'indole profana.

BibL.: F. Fontani, Elogio del dr. G.L., Firenze 1789 (con elenco delle opere a p. 243 sge.); A. Fabroni, V'ine, Pisa 1792. pp. 171 sge.; Hurter, V. pp. 145-40; L. Marchal, s. v. in DThC. VIII, coll. 2341-42; G. B. Picotti, s. v. in Eur. Ital., XX, p. 424. C. Pellegrini, G. L., le "Novelle letterarie" e la cultura francese, in Giornale storico della lesteratura italiana, 116 (1940), pp. 1-9.

Vito Zollini
LAMINNE, Jacques. - Teologo, n. nel 1864 a Aerschot (Belgio), m. a Liegi il 23 ott. 1924. Laureatosi brillantemente in filosofia e teologia all'Università Gregoriana, insegnò filosofia nel Seminario di St-Troud e nel 1904 all'Università di Lovanio, dove nel 1906 ebbe la cattedra di Teologia dogmatica. Nel 1914 fu nominato vicario generale di Liegi e nel 1919 consacrato vescovo ausiliare di mons. Rutten.

Stampò due belle monografie: La Rédemption (Lovanio 1911); Controverses sur les futurs contingents à l'Université de Louvain au XIV siècle (ivi 1906). Appassionatosi al problema, allora tanto vivo, dell'evoluzione, scrisse: Que nous enseigne le premier chapitre de la Genèse? (ivi 1907); L'idée d'évolution chea et duguetin (ivi 1908); La philosophie de l'incanmaissable, la théorie de l'Evolution, étude critique des "Premiers Principes" de H. Spencer (ivi 1907); Evolution et causalité (ivi 1931). Vi si palesa convinto asseritore del trasformismo. Teologo di vasta erudizione filosofica e versato nelle scienze naturali, prevenne i tempi.

BibL.: J. Bittromicco, Necrologie de 7. L., in Ephemerides Theologicae Lovanienses, 2 (1925), pp. 164-65; id., La théologie dogmatique à Louvain, ibid., 9 (1932), pp. 638-39. Antonio Piolanti

LAMMENS, HenR. - Gesuita, celebre islamologo, n. a Gand il 1° apr. 1862 , m. a Beirut il 23 apr. 1937. Sbarcato in Siria ancora sedicenne, fu poi professore nell'Università di S. Giuseppe di Beirut dal 1882 fino alla morte, se si eccettuano gli aa. 1908-19, durante parte dei quali (1911-14) insegnò arabo nel Pontificio Istituto Biblico di Roma. Il L. si è reso notissimo per i suoi studi intorno all'Arabia preislamica, alla sirah, e alla figura di Maometto.

Il suo capolavoro: Fäjima et les filles de Mahomet (Roma 1912) diede una nuova soluzione, generalmente accettata, al valore storico delle fonti tradizionali dell'slâm. E anche fondamentale la sua opera: Le berceau de l'Islam, l'Arabie occidentale à la veille de l'hégire, I, Le climat, les Bédouins (Roma 1914). Di un carattere di alta volgarizzazione, ma molto aderenti alle fonti, sono i due manuali: La Syrie, précis historique (Beirut 1921) e: L'Islam, croyances et institutions (ivi 1926). Il L. collaborò assidusmente nei Mélanges de l'Université de St-Joseph e nella Encyclopédie de l'Islâm. Il prof. G. Levi Della Vida ha chiamato il L. «uno dei più insigni storici delle origini islamiche, degno compagno di Wellhausen e di Castani».

BibL.: note necrologiche di G. Levi Della Vida, in L'osservatore romano, 9 giugno 1937, e nei Mélanges de l'Université de St Joseph, 21 (1937-38), pp. 335-39. Ignazio Ortiz de Urbina

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![img-2.jpeg](img-2.jpeg)
(fat. Mionri)
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(fat. Dr. Aubinir)
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(fat. Mionri)
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(fat. Aubinari)
In alto a sinistra: LAMPADARIO DE'ITO "LAMPADA DI GALILEO». Opera di V. Possenti (sec. xvi) Pisa, Cattedrale. In alto a destra: LAMPADARIO IN BRONZO. Alfo Castelli (1945) - Senigallia, cappella Corinaldesi. In basso a sinistra: LAMPADARIO NEOCLASSICO (primi anni del sec. xix) - Milano, Palazzo Reale. In basso a destra: LAMPADARIO IN BRONZO DORATO (primi anni del sec. xix). In un salone del demolito Palazzo Torlonia in Piazza Venezia - Roma.

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(fol. Alinari)
In alto: CROCIFISSIONE. Affresco nel coro della chiesa della certosa di S. Martino - Napoli. In basso: GLORIA DI S. CARLO. Affresco nel catino dell'abside di S. Carlo ai Catinari - Roma.

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IǼ C. Nodibexner, Aisuramento e winta d'Italia, Milano 1841, p. 717) La Moricière, Louis-Christophe-Léon Juchault de - Rirtatto. Incisione in legno da disegno dal vero.

LA MORICIÈRE, Louis-Christophe-LÉON Juchault de. - Gencralc francese e comandante in capo dell'esercito pontificio, n. a Nantes da nobile famiglia bretione il 5 febbr. 1806, m. nel Castello di Prouzel (Amiens) l'i i sett. 1865. Prescelta la vita militare (1826), frequentò per un biennio la Scuola Politecnica di Parigi e quella di Applicazione di Metz, donde usci sottotenente d'artiglieria. Partito per l'Africa nel 1830 , si distinse alla presa di Algeri tanto da meritarsi la nomina a capitano degli zuavi, il che segnó l'inizio d'una rapidissima carriera. Fu governatore interinale della colonia in seguito alla vittoria d'Isly (1845), giungendo all'apice della rinomanza quando, il 23 dic. 1847 , costrinse a definitiva capitolazione il più degno dei suoi avversari, l'intrepido emiro Abd-el-Kader.

Pacificata l'Algeria, ebbe modo di darsi alla politica. Già eletto nel 1846 dai legittimisti deputato per il distretto di St-Calsis (Sarthe), fu avversario del Guizot, designato ministro della Guerra con il Thiers, comandante la guardia nazionale e gravemente ferito durante i tumulti del 24 febbr. 1848, che segnarono la fine della « monarchia di luglio». L'Assemblea costituente della II Repubblica lo ebbe deputato per il dipartimento della Sarthe (apr. 1848), ed il nuovo regime usci salvo dai tragici moti di giugno in gran parte per l'energia e per il valore "sublime", come scrisse Alexis De Tocqueville, del La M. Schieratosi con il Cavaignac, ebbe il dicastero della Guerra ( 28 giugno 1848), andando poi ambasciatore di Francia a Mosca, ove anche difese gli interessi cattolici (1849). Si oppose inoltre con fermezza alle mire di Luigi Napoleone, e fu in tal modo fra le prime vittime designate del colpo di Stato del 2 dic. 1852. Arrestato, tradotto a Mazas e ad Ham, espulso infine dalla Francia, trascorse fra Inghilterra, Germania e Belgio nove anni di esilio nel corso dei quali per cura del Montalembert e del Dechamps, poi arcivescovo di Malines, volle far ritorno a quella fede ed a quella osservanza dei doveri religiosi, che ne fecero un cattolico fervente ed esemplare.

Di qui l'ultima delle sue gesta. Quando Pio IX, dopo il distacco delle Romagne (giugno 1859), vedendo insidiata la sua libertà, si volse per aiuto ai cattolici di tutto il mondo, primo fra i chiamati fu appunto il La M. Pur sapendo di accingersi ad una impresa disperata e con la prospettiva di compromettere la sua reputazione militare, La M. fu pronto e magnanimo. Al De Corcelles, che ne saggiava le intenzioni (ott. 1859), si disse lieto anche di morire per tale causa; al congiunto ed ex-commilitone mons. De Merode, che gli recava formale invito ( 3 marzo 1860), aggiunse che un figlio non può non accorrere alla chiamata del Padre. E parti segretamente da Parigi, sbarcò in Ancona, assunse a Roma il comando supremo delle truppe pontifere ( 9 apr.). Volontari ed ufficiali di ogni paese ne seguirono in breve l'esempio: pochi mesi bastarono al La M., coadiuvato dal nuovo ministro delle Armi, mons. De Merode, per rinnovare e potenziare l'intera compagine dell'esercito. Ed allorché le sue quattro brigate mobili e le antiquate fortezze vennero di sorpresa assalite da preponderanti forze regie nelle Marche e nell'Umbria (i i sett. 1860), nuovi e vecchi soldati pontifici seppero combattere e morire, tenendo alto l'onore della bandiera. La resistenza opposta alla penetrazione avversaria dalle rocche di Pesaro, S. Leo e Spoleto, le azioni campali delle brigate Schmidt in quel di Perugia e De Courten in quel di S. Angelo, consentirono al La M. di varcare l'Appennino con le brigate De Pimodan e Kropt. Giunto a Loreto la sera del 17 sett., trovò la via d'Ancona sbarrata da ca. tre divisioni regie, ma ciononostante riuscl a sorprenderle l'indomani mattina nel campo tattico presso Castelblardo (v.), donde, grazie al sacrificio di quasi tutte le truppe, pervenne a chiudersi in Ancona (v. ancona e nunaña, anodidcesi di). E vi si sostenne con soli quattromila uomini contro due corpi d'armata e l'intera squadra navale per ben dieci giorni d'ostinata difesa ( 19-29 sett.).

Condotto prigioniero in Genova, ove sbarcò febbricitante ( 7 ott.), fece presto ritorno a Roma, accolto con paterno affetto da Pio IX, che, dopo avergli invano offerto il titolo di conte romano ed il dicastero delle Armi, volle confermarlo nel comando supremo e fregiarlo dell'Ordine di Cristo e della cittadinanza onoraria romana. Stese quindi il La M. lucido ed obbiettivo Rapporto sulla combattute campagne (cf. Giornale di Roma, Suppl. al n. 259, a. 1860) e ritiratosi nel suo Castello di Prouzel, fra manifestazioni di considerazione e di rispetto, declinò anche il dono francese di una spada d'onore, non avendo, come disse, potuto salvare che l'onore dell'esercito che comandava. Trascorse gli ultimi anni nella riorganizzazione delle truppe pontificie e in opere di beneficenza. Fu sepolto nella chiesa di S. Filiberto presso Nantes.

Biol.: anon., Vita del gen. De L., Firenze 1860: Oraisons funebres de La M., pronunciate dai mons. Pie e Dapanloop, Poitiers ed Orléans 1864: Comte De Quatrebarbes, Souvenirs d'Aucune. Siize de 1860, Parigi 1866, passim; E. Keller, La général de La M., 2 voll., ivi 1874; P. Biber, Continuazione alla storia universale della Chiesa cattolica dell'abate Rohrbachcr, II, Torino 1870, pp. 200-53; F.-X.-L. Besson, Frédéric-François Xavier De Merode. Zu vie et ses oeuvres, Parigi 1886, pp. 142-88, 233-36; L. Baunard, La foi et ses victoires, ivi 1892; T. O'Clery, Come fu fatta l'Italia, vers. dall'inglese, Roma 1893, pp. 190-230; A. Vigovano, La fine dell'esercito pontificio, ivi 1920, pp. 9-30; id., La campagna delle Marche e dell' Umbria, ivi 1923, passim; P. De La Corce, La conquête de l'Algérie, Pariei 1924, pp. 29, 61, 81-83, 95, 96, 103, 104, 116, 121-25; P. Dalla Torre, L'anno di Mentana, Torino 1938, pp. 47-58 e bibl.; A. De Tocqueville, Una rivoluzione fallita (Rizzoli del 1648-49), trad. it., Bari 1930, v. indice: Comte Fleury, L. Sonolet, La sociéta du Second Empire (1631-36), Parigi Is. 2,3, p. 37.

LAMORMAINI, Wilhelm. - Gesuita, confessore dell'imperatore Ferdinando II, n. a La Moire Mannie nel Lussemburgo (donde il suo cognome, che propriamente era Germay o Germessi) il 29 dic. 1570 , m. a Vienna il 22 febbr. 1648. Fu professore molto stimato di filosofia ( 1598-1604 ) e di teologia (1606-12) a Graz; rettore a Graz (1613-21) e a Vienna (1622-24); indi confessore di Ferdinando II (1624-37); poi di nuovo rettore a Vienna (1639-43) e provinciale dell'Austria (1643-45).

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(1st. Alinari)
Lampada - L. in avorio legata in argento dorato con gemme antiche incastonate (sec. x) - Venezia, basilica di S. Marco, Tesoro.

Nel suo incarico di confessore non fu soltanto amato ed efficace consigliere dell'Imperatore, ma contribuì assai alla restaurazione della religione cattolica in Austria. Favori l'editto del 1629 , con cui i protestanti dovettero restituire ai cattolici i beni ecclesiastici usurpati; difese apertamente la tolleranza religiosa verso gli eretici, consigliò l'istituzione di varie case del suo Ordine nell'Impero; ebbe una parte principale nella riforma cattolica in Austria, Stiria, Boemia e Moravia. D'altro lato la sua posizione, così influente e così accetta, non poté non creargli feroci avversari che lo accusarono di aver accettato denaro per mantenere il silenzio, di aver spinto i confratelli all'inganno e alla menzogna o a reagire con la violenza contro gli eretici; si giunse a falsificare lettere e documenti suoi e di altri, e lo si fece persino croc di romanzi malfamati. Tutte accuse infondate, da cui seppe difendersi e che ne lasciarono intatta la fama di persona dotta, pia, retta e senza pretese ( = verus et omnibus numeris absolutus Jesu Socius v. disse di lui Urbano VIII).

Scrisse: Ferdinandi II, Romanarum imperatoris virtutes (Vienna 1638), dove si rivela qualche adulazione all'Imperatore e qualche giudizio sfavorevole e ingiusto alla memoria del Wallenstein.

Bibl.: L' Autobiografia del L. fu pubblicata da V. Ch. Khevenhüller, in Annales Ferdinandi, XI, Lipsia 1723, p. 393 sgg.; parte della sua corrispondenza in B. Dudik, Korrespondenz Kaiser Ferdinand II, und seiner erleuchten Familie mit p. M. Becanus u. W. L., Ksiterl. Beichvätern S. 7., Vienna 1876. Per la vita: E. Staël, Vita et virtutes p. Guglielmi Germaci L., composta a Vienna nel 1648 e rimasta manoscritta negli archivi dell'Ordine: B. Duhr, Wallenstein in seinem Verhältnis zu den 7esuiten, in Hist. Jahrbuch, 13 (1892), pp. 80-99; R. Sticgele, Beiträge zu einer Biographie des Tesuiten W. L., ibid., 28 (1907), pp. 551-69, 849-70; id., Gesch. der 7esuiten in den Ländern deutscher Zunge, II, II, Friburgo in Br. 1913, pp. 691723. Sulle falsificazioni di documenti v. B. Duhr, Tesuitenfabeln, 4° ed., ivi 1904, pp. 602-603, 684-87: trad. it., II, Firenze 1908, pp. 51-52, 203-205.

Celestino Testore
LAMOUROUS, Marie-Thérèse-Charlotte de. - N. a Barsac (Francia) il 10 nov. 1754, m. il 14 sett. 1836. Già durante la Rivoluzione Francese ebbe agio di mostrare il suo zelo sostituendosi, per così dire, al parroco del luogo dove s'era ritirata nell'istruire e nel guidare i fedeli nelle pratiche di pietà. Ma l'opera sua di maggior merito, dopo essere sfuggita al giudizio d'un tribunale rivoluzionario, fu la fondazione, a Bordeaux (1801), di «La Miséricorde» (Congregazione delle Suore della Misericordia), istituto per la rieducazione morale e civile delle giovani traviate, nel quale trovarono salvezza migliaia di anime. Nel 1923 fu introdotta la causa di beatificazione della L.

Birl.: M. Pougel, Vie de M. Ile de I... Bordeaux 1857, 3° ed. ivi 1888: A. Giraudin, M.-T.-C. de L., fondatrice de la Miséricorde de Bordeaux, ivi 1912; J. Balde, Les Dames de la Miséricorde, Parigi 1932.

Eugenio Scherrer
LAMPADA. - L'uso della 1. per il culto è di ogni tempo e luogo, rispondente alla necessità di illuminare gli edifici sacri; e poiché la cera di api fu sempre molto costosa, si ricorse facilmente all'olio raccolto in 1. dalle forme e dalle decorazioni più varie, perché nella Chiesa fu consuetudine rendere pure simbolico ciò che era nato dalla necessità. Le vigilie notturne, i vespri esigevano l'accendersi di numerose l.: l'uso di esse ogni sera suggeriva anzi l'offerta della luce a Dio accompagnata dal canto del lucernare (v.).

L'illuminazione di una cattedrale esigeva un'attreazatura non indifferente: per questo troviamo presso ogni chiesa più "cicendelari" (da "cicindela", tubetto metallico riempito di olio e lucignolo con il quale venivano accese le l.), una dei quali doveva trovarsi sempre nella sacrestia per essere pronto al suo ufficio. Le l. erano isolate ovvero raggruppate sulla corona pharalis", ovvero "gabata". Il loro uso è testimoniato e precisato già dall'inventario di Cirto (Algeria) del 303 (cf. DACI., Inventaires, VII, 1, col. 1396 sgg.), dai canoni d'Ippolito (n. 4), da molte notizie sparse nel Liber Pontificalis ed in modo curioso da Bernildus, Ordo della Chiesa milanese del sec. xir. Seguendo l'uso frequentissimo fra i pagani, già i primi cristiani usarono porre l. sulle tombe, ina a differenza dei pagani, essi le accendevano per accentuare il simbolismo: ivi racchiuso di un'altra vita. Ciò avveniva più frequentemente sulle tombe dei martiri. Ne è documento interessantissimo la raccolta di ampulle, conservate nella basilica di Monza, recate da Roma dall'abate Giovanni alla regina Teodolinda, con gli olí che, per concessione del Papa, egli raccolse dalle l. che ardevano nei cimiteri suburbani innanzi alle varie tombe dei martiri. Nella liturgia del Sabato Santo è conservata la benedizione del fuoco nuovo sprigionato dalla pietra e raccolto da una l., portata in alcune chiese, nelle processioni pasquali e solitamente sospesa a fianco dell'altare onde prendervi il fuoco da accendere le candele.

Il CIC, can. 1271, stabilisce: «Dinanzi al tabernacolo nel quale si conserva il S.mo Sacramento, risplenda notte e giorno almeno una 1. da nutrirsi con olio di oliva o cera d'api : dove però l'olio d'oliva non possa aversi e riservato alla prudenza del vescovo locale di permettere altro olio, se possibile, vegetale». Il canone riflette la legislazione sinodale dell'Occidente dal sec. xiri quando, per il fiorire del culto eucaristico, invalse la consuetudine
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(1st. Alinari)
Lampada - L. in vetro con pesci e conchiglie d'arte classica (sec. xi) - Venezia, basilica di S. Marco, Tesoro.

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di conservare l'Eucaristia in luogo pubblico. Con decreto della S. Congregazione dei Riti del 23 febbr. 1916 (n. 4334), per le difficoltà create dalla guerra fu permessa la luce elettrica, cosi pure durante la seconda guerra mondiale ed ancor oggi per i luoghi dove tali difficoltà sussistono.

Bibl.: H. Leclerco, Lampes, in DACL. VIII, 1, coll. 10861221 con ampia bibl.; L. Köster, De custodia sanctissimee Eucharistiae, Roma 1940, pp. 172-80; F. Cumont, Cierges et lampes sur les tambones, in Miscellanea Giov. Mercati, V (Studi e testi, 125), Città del Vaticano 1946, pp. 41-47. Enrico Cattaneo

Arte. - Con i mutati indirizzi artistici nel basso medioevo, anche la forma delle 1 . si va modificando, come lasciano intendere soprattutto le rappresentazioni che se ne hanno in affreschi e miniature. Per tutto il periodo romanico e gotico si usò frequentemente materiale prezioso e le 1. divennero raffinatissimi oggetti delle arti industriali. Per la maggior parte csse furono a sospensione : in Oriente si ebbero 1. in vetri colorati, in alabastro, in avorio (uno splendido esemplare con montatura d'argento e pietre preziose è nel Tesoro della basilica di S . Marco a Venezia) e in ferro battuto (specie a Siena nei secc. xiri-xiv). Anche però le 1. portatili ebbero vasta produzione, e al tipo comune a due o tre becchi per una duplice o triplice fiamma, con un anello in alto per infilarvi il dito indice, si aggiunsero esemplari più complessi ed elaborati, a volta vere e proprie opere d'arte (begli esempi sono al Louvre, al British Museum, all'Ashmolean Museum di Oxford, al Bargello). A Venezia nel sec. xv si afferma l'uno delle 1. in vetri soffitti. Si ricordino quelle bellissime dipinte dal Carpaccio nella Presentazione e nel Sugno di s. Orsola e quella del Basaiti nella Vergine dell'Accademia.

Si ebbero anche 1. di forma singolare e molte in bronzo, nelle quali la fantasia dell'artista rinascimentale si sbizzarrì variamente. Un curioso esempio di 1. veneta, raffigurante un teschio di cavallo che porta a cavalcioni un fanciullo, è nel Museo nazionale di Firenze; un'altra, con un drago che emetteva la fiamma dalla lingua, è nel Musco di Kensington. Nel periodo barocco le 1. furono principalmente di vetro, con il sistema di sospensione in metallo, artisticamente ornato secondo i canoni di quello stile. Esse servirono moltissimo alla decorazione delle chiese, ma furono spesso sostituite dai lampadari a più luci e di maggiore effcto decorativo. In quanto alla forma di questi ultimi si va da quelli circolari, frequentissimi nel medio evo (santuario alla Fuente del Guarrozar
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(fol. Gub. fet. naz.)
Lampada - Lampadario in piombo con trafori (sec. xi) - Barletta, Duomo.
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(fot. Andriven)
Lampada - Lampadario in legno dorato. Opera di artista senese della seconda metà del sec. xiv - Siena, cappella del Palazzo Pubblico.

Presso Toledo sec. xit; Aquisgrana sec. xit) a quelli di gusto gotico con guglie, pinnacoli e statuette (Siena, Palazzo Pubblico, sec. xiv), e ai rinascimentali composti con elementi plastici o architettonici frequentemente raffigurati in quadri ed affreschi dei secc. xv e xvi. Durante l'età barocca, acquistarono sempre maggior voga i lampadari decorati con cristalli o in vetro soffiato, rispettivamente lavorati in Boemia e a Murano.

In tempi più recenti la I. si è adattata al modificarsi del sistema di illuminazione e le forme antiche sono cadute in disuso. - Vedi tavv. LII-LIII.

Bibl.: E.-E. Viollet-le Duc, Dictionnaire du mobilier français, Parigi 1898 sgg.; I. Labarte, Histoire des arts industriels au mayen-âge et à l'époque de la Renaissance, ivi 1887 (v. indice); H. R. D'Allemagne, Histoire du luminaire depuis l'époque romaine jusqu'au XIXc siècle, ivi 1891; A. Melani, L'arte nell'industria, 2 voll., Milano s. a., passim; A. Pettorelli, Il bronzo e il rame nell'arte derorativa italiana, ivi 1928, passim; P. Toesca, Il mediocre, Torino 1927, passim; S. Aurigemma-M. Accascina, s. v. in Enc. Ital., XX, pp. 439-42. Giovanni Carandente

## LAMPASSO: v. STOFFE.

LAMPE, Friedrich Adolf. - Teologo protestante riformista, n. a Detmold (Brema) il 18 febbr. 1683, m. a Brema nel 1729. Gli studi universitari a Franeker lo decisero ad una svolta importante nella sua orientazione; dopo di che fu pastore in varie città; poi professore all'Università di Utrecht, di teologia e storia ecclesiastica (1720-27), e finalmente parroco di S. Anscario e professore all'Accademia di Brema.

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Nemico delle discussioni teoriche, in cui si risolveva la maggior parte dell'apostolato delle varie confessioni, volle e propugò una teologia, fondata sulla S. Scrittura, che spingesse attivamente alla pratica e migliorasse non solo le credenze, ma soprattutto le azioni della vita. A questo intento scrisse: Das Geheimnis des Gnadenbundes (1712); Commentarius analytico-exegeticus in Evangelium secundum Johannem (3 voll., Amsterdam 1724 1726); istituil e diresse dal 1718 al 1722 la rivista Bibliotheca Bremensis. Il suo nome, però, vive oggi ancora nelle comunita riformate per i suoi catechismi e i suoi cani sacri: Mein Leben ist ein Pilgrimstand; Mein Fels hat übercunden; O wer gibt mir Adlerflügel e per il suo pio libretto sulla Comunione: Der heilige Brautschunch der HochzeitGäste des Lammes an seiner Baudestafel (Brema 1720).

BibL.: A. J. van As. s. v. in Biograph. Woordenboek der Nederlanden, IX, p. 83 sge. (con ampia bibl.); O. Thelemann, F. A. L., sein Leben und seine Theologie, Lipsia 1868; C. F. K. Mulher, s. v. in Realencycl. für protest. Theologie u. Kirche, XI, p. 233 sge.; A. F. Stolzenburg, Die Theol. des 7. Fr. Bodeleus u. des C. M. Pfaff, Lipsia 1926, passim. Celestino Testore

LAMPERTICO, Fedele. - Economista e giurista, n. a Vicenza il 13 giugno 1833 , m. ivi il 6 apr. 1906. Insegnò all'Università di Padova. Scrisse un opuscolo sull'Urgenza della questione veneta, che apparve a Torino, Parigi e Londra, suscitando attenzione e interesse, ma attivo su di sé i sospetti delle autorita austriache.

Deputato di Vicenza nelle legislature IX e X, sedette a destra e si oppose alle leggi anticlericali; fu senatore dal 1873. Proclamandosi cattolico e liberale, propugnò, come il suo maestro Giacomo Zanella e il nipote Antonio Fogazzaro, un partito conservatore che, pur lasciando Roma all'Italia, operasse per la conciliazione tra il nuovo Stato e la S. Sede. Scrisse ancora: Sulla statistica teorica in generale e su Melchiorre Gioia in particolare (Venezia 1870-71); Economia dei popoli e degli Stati ( 5 voll., Milano 1874-84); L'Italia e la Chiesa (Firenze 1890).

Bibl.: S. Rumor, La vita e le opere di F. L., Vicenza 1907; G. Zimolo, s. v. in Dizionario del Risorgimento nazionale, III, pp. 323-32.

Fausto Penzi
LAMPRECHT, detto «Der Pfaffé» (il Prete). Poeta tedesco della prima metà del sec. xit, autore di un poema sulla vita di Alessandro Magno, composto sull'originale francese di Alberico da Besançon, da lui liberamente ed abilmente rimaneggiato.

Nelle due parti di cui consta il poema, conservato in due redazioni di diversa ampiezza, sono narrate fantasticamente la giovinezza, l'educazione del Macedone e le grandi guerre da lui vinte, nonché le favolose meraviglie dell'Oriente, ove lo spinse il suo sfrenato orgoglio di dominatore, fino al vano tentativo di conquistare il Paradiso; impresa quest'ultima che ha per effetto di far rientrare Alessandro in se stesso, insegnandogli che la beatitudine si conquista soltanto con l'umiltà e che il sapersi moderare è la suprema saggezza della vita. L., la cui opera è il primo componimento epico profano in lingua tedesca dipendente
da una fonte straniera, e nel quale è evidente l'influsso dello stile dell'epica popolare, può annoverarsi tra i primi precursori della poesia cavalleresca in Germania.

Bibl.: W. Krognann, s. v. in Die deutsche Literatur des Mittelalters. Verfasserlexikon, III, Berlino 1943 coll. 4-17; J. Körner, Bibliographisches Handbuch des Dentschen Schriftums, Berna 1949, pp. 94-95.

Bruno Vignolo
LAMPREDI, Urbano. - Erudito, n. a Firenze il 13 febbr. 1761, scolopio nel 1778, m. a Napoli il 23 febbr. 1838. Ellenista sommo, poeta amulo del Monti e dei letterati dell'epoca, si segnalò anche nella filosofia e nelle scienze matematiche e fisiche.

Tenne con onore il magistero in vari collegi dell'Ordine; ma durante le vicende napoleoniche si lasciò trascinare dalla corrente innovatrice, compiendo altresi lunghi viaggi in parecchie nazioni. Ammirata dai dott fu la sua traduzione di parecchi autori greci, specialmente dell'Odissea e di buona parte dell'Ilinde. Notevoli gli articoli di critica scritti sul Poligrafo, di cui il L. fu uno dei redattori principali, come pure le sue polemiche letterarie.

Bibl.: E. Rocco, in E. Tipaldo, Biografie, VII, Venezia 1834, p. 381 sge.; A. Checcucci, Elogio di U. L., in Commentario della scia e delle opere del p. Pozzetti, Viterbo 1838, pp. 227-82; J. Vendreva, Le langage. Introduction linguistique d l'bistoire, Parigi 1921; M. Battistini, U. L. nel Bengo, in Giam. stor. della lett. ital., 108 (1933), pp. 1-32.

Londagiano Passepol
LAMPRIBIO, Elio. - Uno dei sei scrittori ai quali si deve la compilazione della storia degli imperatori romani da Adriano ( 117 d. C.) a Numeriano (284). Visse nell'età di Diocleziano e Costantino, al quale ultimo sono dedicate due delle quattro vite attribuite a L., quelle cioè di Elagabalo e Severo Alessandro.

Sulla complessa questione degli scrittori della Storia Augusta v. storia augusta. Come gli altri scrittori della Storia Augusta anche L., più che dare una visione politica delle condizioni dell'Impero, indulge in notizie riguardanti la vita e le abitudini del sovrano, cosa spiegabile considerando che nei regimi accentratori tutto viene esaminato dall'angolo visuale di chi governa.

Lo stile manca di eleganza, la lingua è barbara, ma in compenso le notizie che dà sono di fonte.

A lui si deve le notizia delle buone disposizioni che ebbe Severo Alessandro verso i cristiani, non solo in quanto genericamente concesse loro il libero esercizio della loro religione ("christianos esse passus est"), ma in quanto specificamente ricorda i seguenti casi: la venerazione da lui prestata a Gesù Cristo insieme ad Abramo e a Orfeo nel suo larario domestico ("in larario suo... Christum Abraham et Orfeum et huiuscemodi habebat», 29,2 ) e il proposito di erigergli un tempio (" templum Christo facere voluit eumque inter deos recipere», 43, 6); l'iscrizione fatta apporre sulle mura del palazzo, relativa alla massima che impone di non fare agli altri ciò che non si vuole fatto a se stessi ("quod a quibusdam sive christianis audierat et tenebat : quod tibi non vis fieri, alteri ne feecris», 51, 7); la pubblicazione dei nomi dei candidati alle pubbliche cariche ("cum id christiani facerent in praedicandis sacerdotibus"); la concessione ai cristiani di un luogo pubblico, ad essi conteso da taluni osti, dichiarando: «melius esse ut quomodecumque illic Deus colatur quam popinariis dedatur».

Bibl.: v. stotia augusta.
Nicola Turchi
LAMPRONTI, Isacco di Samuele. - Rabbino e medico, n. a Ferrara nel 1679, m. ivi nel 1756. Fu discepolo dei rabbini Recanati e Sanguinetti di Ferrara e Provenzal di Lugo; poi studiò medicina e filosofia all'Università di Padova. Dopo ottenuta la laurea in medicina riprese gli studi ebraici con i rabbini Briel, Segré e Cases di Mantova. Dal 1701 si stabilì a Ferrara, ove si diede all'esercizio della medicina, all'insegnamento e alla predicazione. Dal

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1718 fece parte dell'Accademia rabbinica di Ferrara. Nel 1737 fu nominato rabbino.

La sua opera principale è l'enciclopedia talmudica Pabadh Jjibdq (a Timore di Isacco -), che è l'opera di tutto la sua vita. Per ogni parola d'ordine egli offre le fonti tannaitiche con i relativi commenti, fa seguire la Gèmdrâ', passando poi ai commenti decisori e responsi. Tiene conto largamente dei responsi dei suoi contemporanei e predecessori in Italia, servendosi talvolta di materiali inediti. Tratta tanto le questioni nomistiche quanto quelle narrative e storiche. L'esposizione non è sistematica, ma è tuttavia di grande valore pratico. Ne iniziò la stampa a 70 anni e poté pubblicare solo il vol. I; la continuazione della stampa ebbe luogo in varie riprese. Altri suoi lavori di minore importanza furono per lo più incorporati poi nella sua opera maggiore.

Bibl.: U. Cassuto, s. v. in Enc. Jud., X, coll. 573-77.
Eugenio Zolli
LAMPROS, Spiridion. - Storico e politico n. a Corfu nel 1851, m. ad Atene il 23 luglio 1919.

Da giovane fondo e diresse il periodico Π ε ε ρ ν σ σ σ^{′} ς d'indirizzo letterario. Ampliati gli studi in Germania, ottenne la cattedra di storia nell'Università di Atene (1890-1917). Durante la prima guerra mondiale tenne le redini del suo paese, ma costretto a dimettersi (apr. 1917) subí la confisca dei beni e il confinamento a Hýdra, a Scopelo. Di qui riportato infermo ad Atene ( 20 marzo 1919), vi mori. Ingegno di vastissima produzione letteraria, storica per la maggior parte, lasciò inconfondibile impronta in opere originali come la Storia della Grecia ( 6 voll., Atene 1886-1908), nonché in traduzioni dei migliori storici odierni. Fra i bizantinisti sarà sempre indispensabile il suo Catalogo delle biblioteche manoscritte del Monte Athos (2 voll., Cambridge 1895-1900), come pure la rivista Néss 'E λ λ χ ν σ μ ν hat{jmath} μ ε σ ( 21 voll., 1904-27) anche con scritti postumi.

Bibl.: A. Skias e G. Charitakia, necrel. e bibl. di S. L., in Neag 'E λ λ ε γ ν σ μ ν hat{jmath} μ ε σ ν, 14 (1970), pp. 115-248; anon., s.v. in 'E γ κ ω λ α σ α ι δ ι α i ν λ ε ξ ε ι σ ν, VIII (ed. 'E λ ε ι θ ε ρ ° ι δ dot{α} ω ς ), p. 482. Emmanuel Candal

LAMUEL (ebr. Lēmâ'él e Lēmố'ēl; Settanta: dot{α} σ dot{α} δ ε σ hat{imath}= lēm hat{imath} ' ε hat{imath} ). - Re di Massa (cf. greco, Targum, siriaco, secondo la lezione più comune). La punteggiatura masoretica ha: «re. Vaticinio ecc. " (cf. Volgata). Massa è tra il Giordano e il deserto arabico; abitata da Ismaeliti (Gen. 25, 14; I Par. 1, 30); colonizzata dal tempo di Ezechia da Israeliti della tribù di Simeone (I Par. 4, 41 sg.). In Prov. 31, i-9 sono conservati i consigli rivolti a L. dalla regina sua madre.

Bibl.: L. Bigot, Procerbes, in DThC, XIII, col. 911 sg.: J. Marie, Procerbes, in DB, V, coll. 786 sg.: A. Vaccari, De libris didacticis, 2² ed., Roma 1935, p. 51 ; H. Renard, Le livre des Procerbes (La Ste Bible, ed. L. Pirot, 61, Parigi 1946, pp. 33. 183 sg. Francesco Spadafora

LAMY, Etienne-Marie-Victor. - Uomo politico cattolico e scrittore francese, n. il 2 giugno 1845 a Cize, nel Giura, m. il 9 genn. 1919 a Parigi. Studiò presso i Domenicani a Sorèze, dove fu allievo di Lacordaire.

Eletto deputato all'Assemblea nazionale nel 1871 e rieletto nel 1876 e nel 1877 , fece parte della sinistra repubblicana, ma se ne staceo quando si accorse che la parola repubblicanesimo stava diventando sinonimo di una politica anticattolica. Questo distacco del L. dai repubblicani ebbe luogo nel 1879, quando fu presentato alla Camera il progetto di legge Ferry sull'insegnamento superiore. L'art. 7 di questo progetto, che vietava ai religiosi tale insegnamento, fu vivamente combattuto dal L., il quale dichiarò in Assemblea che «il primo funesto risultato di questo progetto è stato quello di sostituire nel paese ai partiti politici i partiti religiosi». Non più rieletto nel 1881, il L. iniziò una feconda attività di scrittore. Tra i suoi libri si ricordano L'armée et la
démocratie (1885) e gli Etudes sur le Second Empire (1895). Presidente della Federazione elettorale costituita per riunire i gruppi cattolici in vista delle elezioni del 1898, L. diresse quindi dal 1904 al 1910 il Correspondant. Nel 1905 divenne membro dell'Accademia di Francia.

Bibl.: A. Robert-E. Bourloton-G. Cougny, Dictionnaire des parlementaires français, III, Parigi 1890, p. 572 ; E. Tengan, E. L., in Le Correspondent, nuova serie, 238 (1910), pp. 195-206; H. Rollet, L'action sociale des catholiques en France (1871-1901), Parisi 1948, passim. Silvio Furlani

LAMY, François. - Polemista, n. a Montireau nel 1636, m. a St-Denis l'ri apr. 1711. Fu priore dell'abbazia benedettina di St-Faron-de-Meaux, carica da cui venne rimosso per il suo forte attaccamento alle idee di Cartesio. Sostenne polemiche con gli ingegni migliori del tempo: Malebranche, Stcole, Duguet ecc. con una vivacità talvolta eccessiva.

La sua copiosa produzione abbraccia argomenti di apologetica, di dogmatica, di morale e di ascetica. Da ricordare: Vérité évidente de la religion chrétienne (Parigi 1694); Le nouvel athéisme renversé (ivi 1696); Lettres théologiques et morales sur quelques sujets importants (ivi 1708); L'incrédule amené à la religion par la raison (ivi 1710). L'opera più importante però rimane: De la connaissance de soi-même (ivi 1694), che diede luogo ad una replica da parte di Malebranche.

Bibl.: Harter, IV, col. 1130: J. Baudot, s. v. in DThC, VIII, coll. 2352-55 (con bibl.). Cosimo Petino

LAMY, Thomas-Joseph. - Esegeta e orientalista, n. a Ohey (Belgio) il 27 genn. 1827, m. a Lovanio il 30 luglio 1907. Insegnò esegesi biblica e lingue orientali nell'Università di Lovanio dal 1875 al 1900. Successe a mons. Th. Beelen; al suo ritiro dall'insegnamento fu sostituito da P. Ladeuze e A. Van Hoonacker. Poligrafo distinto, L. intervenne con dotto vigore nella polemica contro E. Renan.

La sua Introduction aux Ecritures Saintes (Malines 1867; 6* ed.