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o della certosa di Pavia, su disegno del pittore Borgognone), di Lorenzo e Cristoforo Canozi da Lendinara, sotto l'influsso di Piero della Francesca (duomo di Modena), di Baccio Pontelli che diresse i lavori nello studiolo famoso del duca Federico da Montefeltro a Urbino (le figure delle tre virtù teologali si ritengono eseguite su disegni di Sandro Botticelli). E nel successivo Cinquecento portarono l'intarsio al vertice della raffinatezza pittoresca e del magistero esecutivo raggiungendo effetti, perfino, di prospettiva serca, i già menzionati fra' Giovanni da Verona, con gli stalli del coro nel cenobio

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(fol. Andorson)
Llomo - Armodo: dei primi del sec. xiv su probabile discgno di Gontio - Padova. Cappello degli Scroveghi, Sogresita.
di Montcoliveto, e fra' Damiano da Bergamo, con le porte di S. Pietro, a Perugia, e con gli stalli di S. Domenico, a Bologna. In questo medesimo periodo fiorirono in Germania, con accentuati caratteri nazionali, gli scultori Lucas Moser, Grosser, Michele Pacher, Hans Leinberger e quindi, a Norimberga, il caposcuola Veit Stoss, mentre attestano il rigoglio della perizia ebanistica, specie nell'ambito dell'arte sacra, gli stalli quattrocenteschi della cattedrale di Ulina e gli altari di Bamberg e di Heidmann. Non meno apprezzabili si palcsano, in Francia, gli stalli dei cori nelle cattedrali di Rouen e di Amiens. L'arte spagnola, dopo le influenze borgognone e fiamminghe, subì quelle del Rinascimento italiano, specie per opera di Alonso Berruguete, che dimorò in Italia.

I caratteri generali dell'età barocca si riflettono anche nella scultura in 1. e nell'intaglio, che manifestano una grande varietà di motivi stilistici e di accorgimenti esecutivi, ampliando le conquiste del tardo Cinquecento. Nella nostra penisola si affermano, in testa a quelli delle altre regioni, i maestri secenteschi veneti e lombardi, principalmente: Francesco Planta iuniore e Giacomo Piazzetta (padre del celebre pittore Giambattista) a Venezia, con i dossali figurati della scuola di S. Rocco e della sagrestia dei SS. Giovanni e Paolo; G. B. Salmoiraghi, operante a Milano e in Valtellina, Giacomo Bertesi e Domenico Capre a Cremona, Giuseppe Bulgarini a Brescia, e la feracissima dinastia dei Fantoni (eminente su tutti Andrea) e degl'intarsiatori Caniana nel Bergamasco. A Genova si ricordano Filippo Parodi e Antonio Maria Maragliano; a Roma s'impongono gli esecutori delle ancora classiche decorazioni nel coro dei canonici in S. Pietro e negli armadi della sagrestia di S. Francesco a Ripa; a Lucca stupiscono i dorati fasti dell'alcava nel Palazzo Mansi. Non meno prestigiose e, verso la fine del secolo, più eleganti e sobrie, le attività settecentesche. A Venezia si crea una rinomanza mondiale il bellunese Andrea Brustolon, fanatico del Bernini, che eluca al suo gusto, eminentemente plastico, Giovanni Marchiori; in Piemonte operano con provetta alacrità G. L. Bosso, Pietro Pifferti, Giuseppe Maria Bonzanigo; in Liguria G. B. Girolamo Pittaluga; a Roma D. Antonio Colicci, autore del ricchissimo coro di Montecassino, e gli esecutori
dell'organo e degli altri arredi nella tipica chiesa della Maddalena, del soffitto di S. Clemente e dell'organo di S. Maria in Vallicella; in Abruzzo Bernardino Mosca, cui si attribuisce il leggiadrissimo soffitto di S. Bernardino ad Aquila; a Napoli, gl'intagliatori delle tribune e delle cantorie di S. Chiara e delle spettacolose berline borboniche. Durante l'intaro Settecento, in parte sotto l'influsso francese, sfoggiarono virtù svariatissime i mobilieri, specie a Venezia, con le lacche policrome, imitate in Estremo Oriente, nel Piemonte, in Liguria e a Bologna, mentre nella seconda metà del secolo affermava un suo particolare tipo di tarsie floreali e paesistiche il lombardo Giuseppe Maggiolini, inserendosi amabilmente nella fin troppo castigata linearità del gusto neo-classico. L'arte del mobilio trovava i suoi più eletti campioni soprattutto in Francia, dal periodo di Enrico IV a quello di Luigi XVI compreso, con insigni ebanisti, quali Andrea Carlo Boulle e Carlo Cressent. - Vedi tav. LXX.

Bib.: G. Labarte, Histoire des arts industriels au moyen âge et à l'époque de la Renaissance, I, Parigi 1872-73, pp. 154-71; III, pp. 435-44; H. Wilm, Die gotische Holzfigur, Lipsia 1923; W. Burger, Alldeutsche Holzplastih, Berlino 1926; OrdunaVaguera, La talla ornamental en madera, Barcellona 1930; P. Tocsca, Storia dell'arte italiana, I, Torino 1927, passim; E. Lavagnino, Storia dell'arte medioevale in Italia, ivi 1936. passim; G. Ferrari, Il I. nell'arte italiana, Milano s. a.; E. Stelliner, Histoire générale des arts appliqués à l'industrie, III, Parigi s. a.

Alberto Neppi
LEGRAND, Emile. - N. a Fontenay-le Marmion il 30 dic. 1841, m. a Parigi il 28 nov. 1904; professore di lingua neoellenica, editore di testi per la scuola e compilatore della bibliografia neoellenica dal sec. xv al xviri in 11 voll., oltre a due altri sopra la bibliografia delle Isole Jonie. Molti testi inediti, particolarmente lettere, si trovano segnalati in questi volumi, ad es., quello sopra l'umanista Filello. L'esattezza è un distintivo delle sue pubblicazioni.
L. riuscì a provare definitivamente che il patriarca Cirillo Lukaris compose una professione di fede calvinistica. Il suo amico Hubert Pernot nel pubblicare un libro postumo di L., cioè il vol. IV della Bibliographie hellénique au XVe et XVIe siècles (Parigi 1906), ha dedicato nella prefazione un'ampia notizia sopra la vita e le opere di lui (pp. viI-xxvi).

Bib.: E. L., Ma généalogie, in Bibliographie hellénique (XVIIIt siècle), V, Parigi 1903. pp. xliit-lvi. Giorgio Hofmann

LEGROS (Le Gros), Pierre, il Giovane. - Scultore francese, n. a Parigi il 12 nov. 1666, m. a Roma il 3 maggio 1719. Figlio dello scultore Pietro L., che lavorò nel parco di Versailles, ebbe nel padre il primo maestro. Allievo dal 1690 al 1695 dell'Accademia Francese a Roma, vi si stabilì in seguito, risiedendovi fino alla morte, tranne un intervallo di due anni, tra il 1713 e il 1715 , quando andò in Francia.

Rappresentante tipico dell'esuberante gusto barocco, ricercò effetti patetici con l'intenso moto delle masse e la vivacità delle espressioni. La maggior parte delle sue opere si trova a Roma; le più note sono: La religione che castiga l'eresia (1693-99), nella chiesa del Gesù a destra dell'altare di S. Ignazio; la statua di S. Stanislao Kostha sul letto di morte, nella sua camera presso la chiesa di S. Andrea al Quirinale; il monumento sepolcrale del card. G. Casanate ( 1708 ) e le grandiose statue degli Apostoli Tommaso e Bartolomeo nella basilica di S. Giovanni al Laterano. Il suo capolavoro, la statua di S. Ignazio con tre angeli in argento per la chiesa del Gesù, è disgraziatamente perduta, essendo stata fusa alla fine del sec. xviri per pagare i contributi che gravavano sullo Stato pontificio in base al Trattato di Tolentino.

Una parte delle sue opere andarono in Francia, p. es., i bei particolari del mausoleo del duca di Bouillon a Cluny. Tra le sue architetture decorative, la più celebrata fu il catafalco progettato nel 1711 nella chiesa di S. Luigi dei Francesi a Roma per i funerali del Grande Delfino di Francia.

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(fot. Aadersen)
LeCros. Pierre - Statuas di S. Tommaso (ca. 1710) - Roma, Basilica di S. Giovanni in Laterano.

BibL.: S. Lami, Dictionnaire des sculpscurs de l'Ecole Francaise sous le règne de Louis XIV. Parigi 1906. pp. 301-305 (con un elenco completo delle opere); F. Nosck, s. v. in Thieme-Becker, XXII, pp. 576-77.

Witold Wehr
LE HIR, Arthur-Marie. - Esegeta ed ebraista, n. a Malvaise (Finistère) il 5 dic. 1811, m. a Parigi il 18 genn. 1868. Studiò nel Seminario di St-Sulpice, ove insegnò in seguito successivamente teologia, S. Scrittura ed ebraico. Fra i suoi scolari vi fu anche E. Renan, che ne traccia un profilo come di un grande erudito ed un santo nei suoi Souvenirs d'enfance et de jeunesse (Parigi 1883, pp. 273-77).

Le H. compose molte opere, che furono pubblicate quasi tutte postume. Da ricordare : Les prophètes d'Israëi (Parigi 1868); Etudes bibliques avec introduction et sommaires (x voll., ivi 1869); Le livre de Yob, traduction sur l'hébreu et commentaire... (ivi 1873); Les Psaumes traduits de l'hébreu en latin, analysés et annotés en français... (ivi 1876); Les trois grands prophètes, Isale, Jérémie, Ezéchiel: analyses et commentaires... (ivi 1877); Le Cantique des Cantiques, avec traduction spéciale sur l'hébreu et commentaire... (ivi 1883 ).

Bibl.: Abbé Grandvaux, in L. H., Etudes bibliques, pp. ivxxiv dell'Introduction; L. Bertrand, s. v. in DB, IV, col. 162. Angelo Penna
LEHMKUHL, August. - Gesuita, moralista, n. ad Hagen (Vestfalia) il 23 sett. 1834, m. a Valkenburg (Olanda) il 23 giugno 1918. Professore di S. Scrittura e di dogmatica e poi di teologia morale a Maria Laach e, dopo l'esilio dalla Germania, a Ditton-Hall (Inghilterra), fu, dal 1880, lasciato libero per dedicarsi alla sua opera di scrittore.

Oltre alla sua collaborazione a vari periodici di cultura (Stimmen aus Maria Laach, American ecclesiastical review, Der Katholik) e a varie enciclopedie cartoliche, va ricordata, nel campo della morale, la sua Theologia moralis (2 voll., Friburgo in Br. 1883), che contò numerose edizioni e divento, per cosi dire, l'opera modello dei corsi
di morale, affiunicata dai Casus conscientiae ( 2 voll., ivi 1902), anch'essi assai divulgati. Il merito principale del L. sta nell'aver egli applicato, in modo chiaro e netto, i principi della morale ai nuovi problemi e alle nuove questioni sorte nei tempi moderni; i suoi consigli e pareri erano ricercati e ascoltati da ogni parte del mondo. Si può aggiungere: Probabilismus vindicatus (ivi 1906), a dichiarazione del sistema da lui seguito e difeso. Nel campo della sociologia pubblicò vari scritti, tutti intesi non a soffocare le conquiste moderne, ma ad incanalarle sulla retta via dei principi morali: Arbeitsoertrag und Streih (ivi 1891); Die soziale Not und der kirchliche Einfluss (ivi 1892); Die soziale Frage und die Staatsgewalt (ivi 1892); Die internationale Regelung der sozialen Frage (ivi 1893). Nel campo ascetico l'opera principale resta: Der Christ im betrachtenden Gebet (4 voll., ivi 1916), alla quale fanno degna corona: Der Herz-Jezu-Monat (ivi 1861); Der christliche Arbeiter (ivi 1895); Das Herz des göttlichen Menschenfreundes (ivi 1900). Curò anche nuove edizioni e versioni di opere anteriori; si possono citare: J. Schneider, Manuale sacerdotum (Ratisbona 1885); L. da Ponte, Meditationes ( 6 voll., Friburgo in Br. 1889-90); J. Reuter, Neocenfesiorius (ivi 1905); curò la Bibliotheca ascetica mystica, ed. dall'Herder a Friburgo.

Bibl.: Necrologio, in Stimmen aus Maria Laach, 95 (1918), pp. 417-19 e in Mitteilungen aus der Antichen Provina S. 7., 8 (1918), pp. 128-36; H.Sacher, s. v. in Staatslexik., III, coll. 882883.

Celestino Testore
LEHODEY, Vital. - Teologo ascetico-mistico trappista, al secolo Alcime, n. a Hamlyc (Francia) il 17 dic. 1857 , m. a Bricquebec il 6 maggio 1948. Sacerdote il 18 dic. 1880 , il 28 luglio 1890 entrò alla Trappa di Bricquebec (Francia) con il nome di Vitale, e ne fu eletto abate l's luglio 1895 , dimettendosi il 20 luglio 1929, per motivi di salute.

Incaricato della revisione del Directoire Spirituel del suo Ordine (Bricquebec 1905; vers. it. Roma 1920), vi insistette sul primato della carità e della contemplazione, senza minimizzare per altro l'importanza dell'ascesi.

Il suo nome rimane soprattutto legato a due opere: Les voies de l'oration mentale (Parigi 1908; trad. it. Torino 1922), dove insegna, in uno stile semplice e chiaro, una dottrina attinta alle sorgenti d'una solida teologia e dalla spiritualità dei grandi maestri ciaterceosi ed altri, sulla orazione in tutti i suoi gradi, mettendo in tal modo questa materia si delicata alla portata di tutti e contribuendo di molto alla riabilitazione della mistica.

Celebre è anche, di lui, Le saint abandon (Parigi 1919; trad. it. Firenze 1945), ove con dottrina profonda insegna la natura, il fundamento, l'oggetto ed i frutti dell'abbandona; è una guida sicura che mostra come tale disposizione d'animo sia tutta basata sulla rinunzia interiore e sul più generoso amore.

Bibl.: Necrologio, in Collectanea Ordinis Cisterc. Reformatorum, 1948, pp. 155-61.

Domenico Nogués
LEIB, Kilian. - Canonico regolare, polemista e annalista, n. a Ochsenfurt (Franconia) il 23 febbr. 1471, m. a Rebdorf il 16 luglio 1553. Terminati gli studi a Schweinfurt e Eichstätt, entrò nel 1486 nell'Istituto di Rebdorf, che era annesso alla Congregazione di Windesheim. Si approfondi nella conoscenza della S. Scrittura, dei Padri e delle lingue orientali, sì da essere considerato da J. Eck (m. nel 1543) e J. Cochläus (m. nel 1552) come un'autorità nelle questioni bibliche.

Priore a Schamhaupten nel 1499 e a Rebdorf dal 1503, diresse per mezzo secolo l'Istituto nelle difficili circostanze create dall'insurrezione dei contadini, dalla carestia e dalla peste. Si oppose alla penetrazione delle novità luterane in Eichstätt.

Delle sue opere la più notevole è Annales (parte 1² [1502-23], a cura di J. Ehr. F. von Aretin, in Beiträge zur Geschichte und Literatur, VII, Monaco 1806, p. 535

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(da Stantstreitam, III. Frihorge in Br, 1575, ter. 1. t.)
Leibniz, Gottfried Wilhelm - Riratto, Incisione in rame.
sgg.; parte 2ᵃ [1524-48], a cura del Döllinger, in Beiträge zur Geschich. der sechszelnten Jahrh., II, Ratisbona 1863, p. 445 sgg .). In essi si ha un notevole apporto alla storia del suo tempo tormentato circa l'atteggiamento dei cattolici verso il movimento luterano.

Bibl.: A. Straus, Vivi insignes, quos Eichstadium vel gemit, vel alnit, Eichstätt 1799, p. 261 sgg.; F. Heidingsfelder, x. v. in LThK, VI (1954), col. 459 sg.

Felice da Marem
LEIBNIZ, Gottfried Wilhelm. - N. a Lipsia il 21 giugno 1646, m. ad Hannover il 14 nov. 1716 : filosofo, matematico, erudito; una delle menti più grandi nella storia dell'umanità.

Sommario: I. La formazione del pensiero leibniziano. II. Il sistema monodologico. - III. Il limite storico del leibnizianesimo. - IV. L. e la matematica.

1. La formazione del pensiero leibniziano. - Figlio di un professore di filosofia morale nell'Università di Lipsia e della figlia d'un professore di diritto, dimostrò precocissima inclinazione per gli studi. Ancora fanciullo, sfruttando la ricca biblioteca paterna, imparò da solo il latino e il greco e spinse rapidamente il suo interesse, attraverso le lettere, alla filosofia e alla teologia. Della filosofia conobbe anzitutto la tradizione scolastica, su fonti di ispirazione nominalistica. Subito dopo venne a contatto con la moderna cultura scientifica, e a 15 anni si trovò di fronte alla sua prima crisi. Egli stesso racconta che a quell'età si pose il problema se dovesse conservare le forme sostanziali, o rifiutarle a favore della concezione meccanicistica, che era ispirata dalla nuova scienza. Allora, egli si decise in quest'ultimo senso : e con tale decisione segnò il punto di partenza della sua carriera intellettuale. Il punto di arrivo sarà invece costituito da una sorta di conciliazione, di carattere costruttivo e geniale, tra il punto di vista nuovo e quello tradizionale. Di essere e di dover essere in questo senso, ed in sensi anche più ampi, un conciliatore, si renderà sempre meglio conto nel successivo maturarsi del suo pensiero; cosi come sarà pienamente consapevole della originalità della sua sintesi.

Lo spinse per questa strada la straordinaria varietà dei suoi interessi e delle competenze, ch'egli andò man mano procurandosi con un'alacrità impressionante. A vent'anni si laureò in legge. Il suo interesse per le discipline giuridiche gli suggerì vari scritti ad esse relativi, fino alla Nova methodus discendae docendaeque iurisprudentiae ( 1667 ), nella quale intese di conferire ad esse una nuova sistemazione, ispirata a sua volta dai suoi studi di logica. Egli mirava, essenzialmente, ad una organizzazione logica del diritto, costituita da definizioni fondamentali e concatenazione deduttiva, e da perseguirsi, in sostanza, mediante l'analisi del linguaggio giuridico (non è da meravigliarsi se il L., il quale poté essere subito introdotto nei più alti ambienti della cultura tedesca, ricevette in questi stessi anni da un principe l'incarico di coordinare il diritto romano al diritto vigente). Il diritto interessava però più che altro a L. come campo di applicazione della «nuova logica», ch'egli andava progettando, e cui dedicava fin d'allora un saggio De arte combinatoria (1666). La logica resterà permanentemente una delle sue preoccupazioni fondamentali, oggetto di moltissimi scritti. Quando, dopo pochi anni, e precisamente durante il soggiorno a Parigi (1672-76), si dedicherà alla matematica - e lo farà con tanto impegno da giungere in pochi anni alla invenzione del calcolo infinitesimale! - egli stesso dichiarerà di averlo fatto soltanto per perfezionare la propria arte di pensare. Ne venne fuori una logica matematica - il L. può considerarsi il progenitore di questa disciplina - nella quale si fa molto conto della logica aristotelica (ne saranno ripresi e svolti ampiamente i temi) ma si mira insieme ad una sua integrazione in una sorta di grammatica universale (il L. sognava anche una lingua universale, logicamente costruita), un inventario di tutte le idee elementari, le cui combinazioni permettessero la soluzione d'ogni problema, riducendosi il pensiero ad una sorta di calcolo. Merita di esser messo in risalto il carattere analitico della logica leibniziana, ossia il suo intento di risolvere tutte le nozioni nei loro componenti semplici, mediante l'uso della definizione. Si connette a questa concezione il famoso principio della identità del soggetto e del predicato (praedicatum inest subiecto). Molti interpreti del pensiero leibniziano hanno voluto scorgere nella logica, ed in particolare nel citato principio, la base della stessa concezione metafisica (la quale sarà espressa, finalmente, nella dottrina delle monadi). Siccome altri interpreti intendono individuare diversamente la struttura del pensiero leibniziano, incentrandolo in altri motivi, occorre avvertire che, allo stato attuale degli studi, mentre, da un lato, il problema appare di sempre più difficile soluzione (e ciò in rapporto soprattutto all'indole frammentaria e reticente degli stessi scritti leibniziani), dall'altra si accredita - almeno in via metodica - la tendenza a ravvisare nel sistema di questo filosofo una convergenza di motivi molteplici a costituire una intuizione originale della realtà. A proposito della logica occorre osservare che il suo stesso carattere strettamente analitico, se da un lato può aver ispirato la concezione della monade (come soggetto o sostanza contenente in sé la serie infinita dei suoi predicati) dall'altro vietava di pretendere ad una deduttività costruttiva. E interessante considerare invece come questo analiticsmo logico segnasse a L. le vie della predetta convergenza.

Intanto, già nella dissertazione accademica (1663) Disputatio metaphysica de principio individui, si trova acceso in L. questo tema caratteristico della sua più alta speculazione. Subito appresso egli è alle prese con problemi teologici, da una parte (Confessio naturae contra etheistos; Defensio Trinitatis) e con problemi di fisica dall'altra (Hypothesis physica nova [1671], comprendente una Theoria motus concreti e una Theoria motus abstracti). Quest'ultimo saggio è particolarmente importante per riconoscere l'evoluzione del pensiero di L. e vi si può scorgere la delineazione del punto di vista dal quale egli svolgerà in séguito la critica del meccanicismo corrente. E da questa critica che uscirà il dinamismo prima e, come successivo approfondimento, il monadologismo. Se tra le tante linee di sviluppo del pensiero leibniziano una può essere scelta come principale - anche se non tale da risol-

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vere in sé o generare da sé le altre - è questa della dinamica. "La nozione di forza alla cui esplicazione io destinai una scienza particolare, la Dinamica, porta molta luce alla intelligenza della vera nozione di sostanza" ( De primae philosophiae emendatione et de notione substantiae, ed. Gerhardt, IV, p. 469). L. ha sempre cura di distinguere il suo concetto di forza da quello scolastico di potenza: (differt vis activa a potentia nuda vulgo scholis cognita) poiché «la potenza attiva degli scolastici, o facoltà, non è altro che una possibilità prossima di agire, la quale tuttavia ha bisogno di una eccitazione dall'esterno e quasi di uno stimolo, poiché passi in atto. Mentre la forza attiva contiene in certo modo l'atto o l'entelecheia ed è un che di mezzo tra la facoltà di agire e la stessa azione, e coinvolge il conato (inter facultatem agendi actionemque ipsum media est, et conatum involvit) e così passo da sé all'operazione, né ha bisogno di ausili, ma solo della rimozione degli impedimenti" (ibid.). La contrapposizione alla scolastica, qui come in altri luoghi, non ha quindi valore né storico né critico (il L. d'altra parte è tra i grandi moderni uno dei più favorevoli alla filosofia medievale, oltre che uno dei meglio informati in materia), ma serve soltanto per illustrare il suo proprio punto di vista.

Il meccanicismo dominante aveva ricevuto diverse forme o espressioni, ma tutte convenivano nell'assegnare come principi esplicativi dei fenomeni fisici la materia e il movimento. L. attaccherà il meccanicismo soprattutto nella sua formulazione cartesiana : intendendo dimostrare, anche con considerazioni matematiche, che il movimento suppone la forza, e che l'estensione non può essere concepita come sostanza. L'estensione, infatti, suppone la realtà che si estende : essa, per sé, è costituita da parti esterne l'una all'altra, senza fine (non si riuscirà mai a raggiungere il limite di divisibilità della materia in quanto estesa). Se si dice che l'estensione è formata di parti estese, ancora resta da spiegare analiticamente la costituzione di tali parti; se poi da parti inestese, allora non si vede come da una somma di inestesi possa risultare omogeneamente un'estensione. Da ciò L. inferisce, incalzando con molte altre considerazioni, che l'estensione non è sostanza. Si deve qui notare che, anche secondo L., la realtà che sta sotto l'esteso, e che è la forza come principio spontaneo di azione, e, in definitiva, la monade, è inestesa : come mai allora contro di essa non varrà l'obiezione che dall'inesteso non può nascere l'esteso?

Qui interviene, nella sua funzione speculativa, il concetto di fenomeno, come contrapposto alla sostanza o "cosa in sé ". Questo concetto era già fornito a L. dalla corrente gnoseologica, la quale, ad es., riconosceva la fenomenicità delle cosiddette qualità secondarie o sensibili, come il colore, il sapore, ecc. La novità del L. consiste appunto nel degradare a fenomeno anche l'estensione, innalzando analiticamente al rango di cosa in sé un'altra determinazione. Ora tra la cosa in sé e il fenomeno, benché corra un rapporto di dipendenza e, in definitiva, di esplicazione, e benché il fenomeno esprima la sostanza, non c'è tuttavia omogeneità : cioè la forza di L. ovvero la monade come punto metafisico non è, rispetto all'esteso, nella stessa posizione in cui sono le parti fisiche, siano esse estese o inestese; la forza o la monade non sono evidentemente parti dell'estensione. Come da essi risulti l'estensione, il L. non si sente obbligato a spiegarlo determinatamente, in quanto egli può stare contento al guía della fenomenicità dell'estensione stessa. In tal modo la distinzione di fenomeno e sostanza viene ad assumere l'importanza di una distinzione limite, di un quadro fondamentale della teoria: leibniziana. Negli scritti del filosofo tale distinzione non è ampiamente tematizzata; ma la sua preponderante funzionalità risulta ad un'elementare analisi strutturale della dottrina. Quando Kant entrerà nella sua esplicita e vasta tematizzazione, non avrà per nulla rotto la continuità di questa tradizione filosofica.

L'impegno di L. si accentuerà invece nella determinazione della sostanza e del sistema delle sostanze. I risultati della sua elaborazione sistematica, che si possono considerare acquisiti nelle loro linee fondamentali attorno al 1685 , si trovano esposti in numerosi scritti, che vanno
fino all'anno di morte. Qualche variazione, qualche approfondimento si trova anche in questo periodo della maturità e della vecchiaia, ma non ha molto risalto.

Tra i predetti scritti sistematici possono essere ricordati: De primae philosophiae emendatione et de notione substantiae (1684); Discours de métaphysique (1686); Système nouveau de la nature et de la communication des substances (1695); Principes de la nature et de la Grâce (1714); Monadologia (1714). Si aggiungano le due opere di più ampia mole, i Nouveaux essais sur l'entendement humain (1704, ma pubblicati postumi 1765), che sono un esame critico del saggio lockiano, e l'Essai de théodicée sur la bonté de Dieu, la liberté de l'homme et l'origine du mal (1710), dove la polemica è contro il Bayle, e si avrà un quadro ridotto della produzione filosofico del I.. L'immenso epistolario - corrispondenza con quasi tutti i dotti del suo tempo - è in gran parte filosofico.

La sua enorme attivita scientifica e letteraria il L. svolse in mezzo ad un cumulo di occupazioni politicosdiplomatiche. A Parigi egli si recò per ragioni di questo tipo, con l'incarico da parte di un principe tedesco di persuadere Luigi XIV a una spedizione in Egitto, con il che sarebbe stato distolto dall'attaccare l'Olanda. Tornato in Germania il L. trovò posto come bibliotecario e storiografo dei duchi di Hannover e in tale carica rimase tutta la vita. Non fu per lui una sinccura; perché dovette perdere molta parte del suo tempo per la ricostruzione della storia della casata dei suoi signori. Naturalmente anche in questa attività mercenaria il L. portò la sua impronta personale, e, contemporaneamente al Muratori, con il quale pure era in corrispondenza, impostò gli studi storici sulla valorizzazione dei documenti. Per completare il quadro di questa fenomenale operosità, occorre ricordare che L. si occupò moltissimo di problemi religiosi, e che, ispirato dal suo universalismo armonico, curò la riunione di tutte le chiese cristiane (corrispondenza con il Bossuet) e, venuta meno la possibilità di accordo con la Chiesa cattolica, puntò sull'unione di tutte le sétte protestanti. Erano anche queste delle fila che egli tirava verso l'unità del suo sistema. Contro i cartesiani che, di fronte all'interesse per la scienza fisico-matematica, disprezzavano tutto il resto del sapere come trascurabile erudizione, il L. soleva predicare che dappertutto c'è qualcosa da valorizzare. La struttura del suo sistema filosofico era particolarmente adatta ad assorbire questa molteplicità culturale.
II. Is. Sistema monadologico. - Mentre il concetto di forza si accreditava - come si è visto - di fronte al semplice meccanicismo, per la sua funzionalità teoretica (in quanto cioè si traduceva in equazioni, che potevano dare una più ampia e coerente spiegazione dei fenomeni); tale funzionalità equivalendo, alla fine, ad una rete di rapporti, non legittimava per sé sola di equiparare la forza alla cosa in sé. La critica scientifica della esperienza, perciò, mentre veniva a demolire l'identificazione cartesiana dell'estensione con la sostanza, non era poi in grado di sostituire quella identificazione con un'altra, non era cioè in grado di toccare, con i soli suoi mezzi, il fondo dell'essere. Per sopperire a tale esigenza interviene nel sistema leibniziano una considerazione di altro ordine: e cioè l'elevazione dell'altro tipo di sostanza cartesiana - la res cogitans - a paradigma di tutto l'essere. Indubbiamente la forza appartiene alla cosa in sé, ma non può definirne adeguatamente l'essenza. Indubbiamente "la forza arriva primitiva, che vien chiamata da Aristotele la prima entelechia ( ε v τ ε λ ε χ_{ι} ι α dot{η} π ρ ω τ η ) e nel linguaggio comune forma della sostanza, è il principio naturale che, insieme con la materia o forza passiva, costituisce la sostanza corporea; la quale è in sé un'unità, cioè non un semplice aggregato di più sostanze ". "Questa entelechia - aggiunge L. - è o un'anima, o qualche cosa di analoge all'anima " (frammento del 1702). La determinazione della forza passa cosi in quella dell'anima o monade.

Nell'esperienza interiore, e cioè nella coscienza della nostra personalità, noi attingiamo direttamente la sostanza, e tale esperienza ci offre l'unico modello per cui sia dato a noi di intendere l'in sé degli enti altri da noi (C'est partout comme ici). Dissolto il materialismo, non si può

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In alto a sinistra: LEGGIO IN FORMA DI AQUILA (sec. xII) portato da Federico di Montefeltro da Volterra, con aggiunte del sec. xvili - Urbino, Duomo. In alto a destra: LEGGIO di Nicola Pisano e collaboratori (sec. xili) - Pisa, Battistero. In basso a sinistra: LEGGIO CORALE IN LEGNO SCOLPITO su disegno di Maestro Riccio (sec. xvi) - Siena, Cattedrale. In basso a destra: LEGGIO CON SIMBOLI DEGLI EVANGELISTI (fine del sec. xvit) - Parma, Museo.

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In alto: L'APOSTOLO PIETRO ADDORMENTATO. Statua in legno del gruppo dell'Orazione nell'orto, opera d'ignoto, forse della famiglia Schwanthaler (ca. 1700) - Ried, Austria Superiore, chiesa parrocchiale. In basso: COFANO SCOLPITO IN LEGNO su disegno di Antonio Barili (ca 1508) - Siena, Palazzo comunale.

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neppure immugnare una sostanza, che sia qualcosa di diverso da un centro di rappresentazione e di appetizione. Sono questi, la rappresentazione e l'appetizione, i due caratteri essenziali della monade.

La monade è la sostanza semplice, ossia senza parti. Il mondo è, in sé, una infinità di monadi. L'infinito è uno dei concetti che più attirarono, in matematica e in metafisica, la meditazione di L.; sia sotto la specie dell'infinitamente grande, che sotto quella dell'infinitamente piccolo. Egli era per l'infinito attuale. Ogni macchina costruita dalla industria umana, egli diceva, è composta di parti ordinate ad un fine : è così anche negli enti di natura; senonché mentre nelle macchine artificiali le parti sono in numero finito, in natura ogni parte risulta di altre infinite parti, ciascuna delle quali poi è attualmente costituita da altre infinite parti, e cosi via, senza limite. Ora questa concezione è sostenuta, da un lato, dal principio del meglio (v. appressa); ma dall'altro trova il suo incentivo nel concetto della infinita divisibilità della materia, in quanto l'ordine delle monadi (i punti metafisici) deve pure corrispondere ("esprimere» dice L.) in qualche modo a codesta infinità, essendo attraverso di essa che si perviene alla monade. Non può il L. accontentarsi di un semplice infinito in potenza (l'estensione può essere divisa oltre ogni limite), perché egli intende parlare della sostanza e della cosa in sé quale è in atto, mentre l'infinito in potenza (o indefinito, ossia maggiore di ogni finito assegnato) riguarda non la cosa in sé ma il nostro modo di considerarla. L'in sé o è infinito o è finito, senza termine di mezzo (è da questo modo di considerare le cose che si potranno intendere le antinomie di Kant relative a questo concetto dell'infinito). Le monadi, pur essendo concepite e definite in analogia all'io cosciente, e perciò essendo tutte di essenza spirituale e psichica (panpsichismo), differiscono in perfezione; e con ciò costituiscono una gerarchia. Dalle monadi meno perfette si passa alle più perfette attraverso una gradazione di infinitesimi: la gerarchia, cioè, non conosce discontinuità (se non nel passaggio alla monade assoluta o Dio, ma questa discontinuità non è stata risentita dal L.). Il principio di continuità (natura non facit saltus; non datur hintus; non datur vacuum formarum) è uno di quelli che L. considerava con particolare compiacenza come suoi : esso non è un principio primo, ma vien subito dopo i primi principi. Questi sono due: il principio di contraddizione e quello del meglio o di ragion sufficiente.

Il principio di contraddizione è, per L., il principio delle verità di ragione, ossia di quelle verità la cui negazione implica appunto contraddizione. Esse si stabiliscono a priori, in quanto sono identiche o tautologiche (A è A ), o in quanto si riducono alle identiche per mezzo della definizione dei termini (p. es., la proposizione «il tutto è maggiore delle parte» si riduce ad una tautologia, se il luogo dei termini tutto, parte e maggiore si mettano le loro definizioni). Il principio di ragione è invece il principio delle verità di fatto o contingenti, che sono note per esperienza: come, p. es., che Cesare passò il Rubicone. La negazione di siffatte verità non implica contraddizione; d'altra parte anche esse affermano una identità (perché nella identità del soggetto e del predicato consiste la forma stessa della verità in genere secondo L., come già s'è accennato). L. spiega che, se uno possedesse la nozione completa di Cesare, vedrebbe in essa contenuta la nota del passaggio del Rubicone: la nostra conoscenza limitata consente invece soltanto di apprendere a posteriori codeste implicazioni. E da dire, allora, che la distinzione dei due massimi principi sussiste solo dal punto di vista dell'intelletto finito? Non sembra questo il pensiero del L., per il quale la differenza tra le verità necessarie e quelle contingenti è obbiettiva. La distinzione tra l'ordine della non contraddizione e l'ordine del meglio sussiste, per cosi dire, dallo stesso punto di vista divino: giacché mentre, p. es., Dio non può non essere quello che è, potrebbe invece, de potentia absoluta, non creare il mondo: lo crea, e lo crea cosi come è, solo perché cio è meglio. Merita di essere qui fatto un rilievo di struttura, che permette di penetrare criticamente nell'organismo del pensiero leibniziano: il principio di contraddizione è ad un tempo principium cognoscendi e principium es-
sendi delle verità di ragione; al contrario le verità di fatto trovano il loro principium cognoscendi nella esperienza, e perciò il principio di ragione è, nei loro riguardi, solo la ratio propter quid. Non ne segue che il nostro sapere si costruisce solo mediante il principio di contraddizione e l'esperienza, sia perché alcune verità scientifiche, come, p. es., le leggi di Archimede sull'equilibrio dei corpi, si possono fondare, ossia conoscere, con il principio di ragion sufficiente; sia perché ci sono dei principi speculativi, come, ad es., il predetto principio di continuità, che pure si possono fondare soltanto sul principio di ragione. Il quale, pertanto, ritorna a concorrere con il principio di non contraddizione nel ruolo di fondamento di conoscenza.

E, come s'è detto, in base al principio di continuità che L. stabilisce la gerarchia delle monadi. Vi sono monadi che, sotto l'aspetto del potere rappresentativo, hanno solo percezione, e monadi che hanno altresi appercezione. La percezione è una rappresentazione inconscia, l'appercezione ha in più la coscienza : l'appercipiente non solo ha rappresentazioni, ma è cosciente di averle. La monade percipiente si chiama propriamente anima. In essa la percezione è accompagnata dalla memoria. Le ragioni su cui L. fonda la sua tesi delle rappresentazioni inconscie (che egli attribuisce anche all'uomo) sono in parte psicologiche (p. es., ci si ricorda d'aver avuto una sensazione, cui, nell'atto, non si aveva fatto caso) ma soprattutto metafisiche (poiché la monade è essenzialmente percipiente, se fosse senza percezione sarebbe come annichilita; perciò l'anima pensa sempre, anche in sonno). Anche il principio di continuità sostiene questa concezione; esso "permette di stabilire che anche le percezioni evidenti derivano per gradi da quelle che sono troppo piccole per essere osservate. Giudicare altrimenti significa non conoscere a sufficienza l'immensa sottigliezza delle cose, che implica sempre e comunque un infinito attuale» (Nasc. Essais, pref.). Il parlare comunque di percezioni inconscie, a proposito delle monadi inferiori, dà a divedere che alla loro esistenza il filosofo è pervenuto solo per la ragione negativa, che l'estensione non può essere concepita come sostanza. Senonché questa critica dell'esperienza si converte in L. in una dottrina positiva, che sembra avere molto dell'arbitrario o dogmatico, e soprattutto del teoricamente ambiguo. L. infatti ammette che la monade, sostanza semplice, entra a costituire delle sostanze composte. Tali sono gli animali. Ogni animale ha un'anima, che è la monade centrale, e un corpo, che è costituito d'infinite monadi aggregate e subordinate (ciò che L. chiama la materia entenda, mentre la materia prima è il limite ontologico inerente ad ogni singola monade, in quanto finita). Come si realizzi quella subordinazione del corpo all'anima il L. ha cercato di spiegare con la non facile teoria del vinculum substantiale. Basti accennare che con tale teoria il L. credeva di avere assorbito la corrispondente concezione aristotelica della materia e della forma (v. ILeMBERTED) con la sola differenza che gli aristotelici non riconoscono la monade (la quale esercita qui la funzione di forma). Questa dottrina sulle monadi - che il L. sviluppa poi in molti particolari - presenta, si diceva, una certa ambiguità teoretica: il L. infatti, dopo essersi portato su un piano metafenomenico, ritorna, come è chiaro, al fenomeno, vi attinge, e discorre abbondantemente ispirandosi ai suoi suggerimenti. E una dottrina della sostanza e dell'in sé, questa di L., che sembra volersi aprire la strada attraverso lo spessore del fenomeno, considerato come bene funilatum.

La monade non ha né porte né finestre (Monadologia, § 7) : vuol dire che essa trae le sue rappresentazioni da se stessa, dal suo fondo; vuol dire che la conoscenza non è determinata da una azione (influxus physicus) dell'oggetto. Tra una siffatta azione e la conoscenza non c'è infatti alcuna analogia. Detta azione fisica appartiene, come l'estensione, all'ordine fenomenico. Se pertanto la monade si rappresenta, più o meno perfettamente, la realtà - la quale è costituita da monadi - significa che esiste tra le monadi un'armonia prestabilita. "Essendo dunque costretto ad ammettere l'impossibilità che l'anima o qualunque altra reale sostanza possa ricevere qualche impulso dall'esterno, ... fui condotto insensibilmente a una

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idea che ... presenta grandissimi vantaggi ... Bisogna dire cioè che Dio ha fin dall'inizio creato l'anima, ... in modo che ogni cosa in essa scaturisca dal suo proprio fondo, per una perfetta spontaneità rispetto a se stessa, e tuttavia con una perfetta conformità con le cose esterne". (Système nouveau de la nature et de la communication des substances, § 14). Questa armonia suppone un armoniazatore, che è Dio, la Monade delle Monadi. L. dimostra Dio anche per altre vie : ammette le note prove cartesiane - come pure quella "a contingentia mundi" - ma con perfezionamenti caratteristici. Si può, egli dice, dedurre l'esistenza di Dio dalla sua idea, purché previamente si dimostri che questa è possibile, cioè non implica contraddizione. Che è quanto egli si assume di fare. Lo spirito di questa prova è dato dal principio che il possibile tende per sé ad essere reale, ed è reale senz'altro, se alcunché (ossia un possibile contrario) non lo ostacola. In Dio tale ostacolo non è concepibile; perciò Dio è reale. E, per il principio del meglio, Dio creerà tutta la somma di essere compossibile, ossia il migliore tra tutti i mondi astrattomente possibili (attimismo leibniziano). "... Quella causa che fa si che qualche cosa esista, cioè che la possibilità esiga l'esistenza, fa anche si che ogni possibile abbia un' tendenza all'esistenza; poiché non si può trovare in generale una ragione di restrizione all'esistenza dei possibili. Così si può dire che ogni possibile è un inizio di esistenza, in quanto si fonda su di un ente necessario attualmente esistente, senza il quale non vi sarebbe alcuna via per la quale potesse giungere ed attuarsi. Ma da questo non deriva che tutti i possibili esistono: ciò avverrebbe se tutti i possibili fossero compossibili. Esiste dunque le massima perfezione; e non consiste se non nella quantitá di realtà" (Frammento di data ignota; ed. Gerhardt, VII, pp. 289-90). Questo principio della "possibilitàesistenza ", ha, come si vede, una posizione teoretica peculiare. Esso regge la teologia e si spinge, attraverso il principio del meglio, nella cosmologia, e perciò alimenta una teoria che va incontro alla critica dell'esperienza. Esso presenta una affinità con il principio della metafisica classica che merita di essere scandagliata.
III. Il limite storico del leibnizianesimo. Quello di L. è, soprattutto, un analiticismo, una analitica del sapere che risolve ogni dato nei suoi principi. In questa risoluzione non si arriva tuttavia a principi assolutamente fondati, ma ci si arresta a delle sorta di postulati. L'esigenza della fondazione sarà ripresa di li a poco da Wolff; ma, piuttosto che trovarsi appagata, essa farà sentire il limite fondamentale di questa direzione di pensiero, e cioè che la semplice analisi vale bensì ad illustrare le strutture logiche, ma in definitiva le presuppone. Con ciò il concetto stesso di fondazione sarà sollecitato a portarsi su un più alto piano speculativo.

La successiva filosofia moderna denuncerà chiaramente questo limite della filosofia leibniziana ed il dogmatismo che le è connesso. Ciononostante nello stesso kantismo molte e fondamentali sono le suggestioni leibniziane. Né L. cesserà di esercitare un influsso anche più in là, non tanto in forza del suo sistema, quanto di alcuni aspetti di esso, di alcune delle sue geniali intuizioni. E questo è particolarmente notevole nella filosofia francese nel sec. xix.

Bibl.: La storia delle edizioni è data nell'opera di E. Bavier, Bibliographie des oeuvres de L., Parigi 1937. L. lasciò inedito il più ed il meglio dei suoi scritti consegnati nella Biblioteca di Hannover. I ricercatori ne hanno, a più riprese, pubblicato buona parte, ma molto resta ancora. Si citano qui alcune delle principali edizioni: Opera omnia, a cura di L. Dutens, 6 voll., Ginevra 1768; Opera philosophica... omnia, a cura di J. E. Erdmann, 2 voll., Berlino 1840; Oeuvres de L. publiées pour la première fois d'après les manuscrits originaux, a cura di A. Fouché de Carell, 7 voll., Parigi 1827-72 (contiene soprattutto gli scritti riguardanti l'unificazione delle Chiese cristiane); Opuscules et fragments inédits de L., a cura di L. Couturat, ivi 1909; Die philosophischen Schriften, a cura di C. I. Gerhardt, 7 voll., 2⁴ ed., Lipsia 1931; Sämmtliche Schriften und Briefe, a cura della Preus-
sische Akademie der Wissenschaften, progettata in 40 voll. (avrebbe dovuto essere finalmente l'edizione completa); ne uscirono solo 6 voll. (Darmstadt e Lipsia 1923-38). Su L. alcune monografie del secolo scorso conservano ancora qualche valore: F. F. Maine de Biran, Exposition de la doctrine philos. de L., Parigi 1819; L. Feuerbach, Darstellung, Gensichl. und Kritik der lecke, Philos., Ansbach 1837; Ch. Secrétan, La philos. de L., Losanna 1840; A. Nourisson, La philos. de L., Parigi 1880; A. Hannmann, Quae farril priae L. philos., ivi 1873. - In questo secolo: D. Russell, A critical exposition of the philos. of L., Cambridge 1900, sostiene l'interpretazione logicistica di L., condiviso anche da L. Couturat, La logique de L., Parigi 1901. Una interpretazione epistemolocistica in E. Cassirer, L.'s System in scizco teisenschaftl. Grundlagen, Marburgo 1902. Un'interpretazione religiosa: J. Bartel, L. et l'organisation religieuse de la terre, Parıci 1907; id., L., avec des nombreux textes inédits, 2 voll., ivi 1909; W. Kabitz, Die Philos. des jungen L., Heidelberg 1909 (fondamentale per la formazione del pensiero di L.); L. Daville, L. historien, Parigi 1909: K. Fischer, L. (Gesch. der neueren Philos., 3), 2² ed. con aggiunte di W. Kabitz, Heidelberg 1920; E. Carlotti, Il sistema di L., Messina 1923 (sostiene l'interpretazione religiosa); F. Olgiati, Il significato storico di L. (incentra l'interpretazione nel senso della storia e del concreto), Milano 1930; G. E. Baric, La spiritualità dell'essere e L., Padova 1933 (interpretazione idealistica); M. Guéroult, Dynamique et métaphysique leibnitienne, Parigi 1934. - Una buona bibl. a cura di C. Ferro, in Rie. di filos. neocrolastica, 30 (1947), pp. 337-48. - Gustavo Bonsolini
IV. L. e la matematica. - L'attività del L. è stata alquanto discussa, sembrando che egli si attribuisse risultati trovati da altri. A lui si deve l'arte combinatoria, che studia i vari modi di raggruppare oggetti ed offre risultati aventi tuttora largo applicazione nelle matematiche; a lui lo sviluppo in serie abbastanza comodo di


begin{aligned}
& π \
& 4=1 longrightarrow 1      1 \
& 35
end{aligned}


Egli ha aperto la via al calcolo geometrico, sviluppato circa due secoli dopo dall'Hamilton e poi dal Grassmann; ha esposto gli elementi del calcolo infinitesimale, valendosi delle idee del Mengoli e del Newton; ha dato la formula che va sotto il suo nome e che fornisce la derivata di un prodotto di due funzioni, ed ha studiato il problema della brachistocrona (linea di caduta di un grave da una posizione ad un'altra non situata sulla stessa verticale, e percorsa nel minimo tempo). Riconosciuta l'importanza della base 2 nella numerazione, egli ha anche ideato una macchina calcolatrice che però non sembra abbia avuto applicazione.

Pietro Trofiliato
LEIDA, Giovanni di: v. bOKelszoon, jan.
LEIDRADO (Leidradus, Laidradus). - Arcivescovo di Lione, m. il 28 dic. 817 (o 816). Nativo della Bassa Franconia, diacono della Chiesa di Frisinga (782), fu chiamato alla corte di Carlomagno con il compito, sembra, di bibliotecario. Fu intimo di Alcuino, che lo chiama "consocium et amicum meum" (Ep. io, in MGH, Epist., IV, p. 36). Caro al sovrano, fu, nel 798 , designato per la sede di Lione.

Nonostante i vari incarichi avuti dall'Imperatore, come i due viaggi in Spagna per sottrarre all'erova adozianista Palice di Urgel (v.) e Elipanda, L. si occupò con zelo della diocesi, di cui rimane uno dei grandi vescovi (secondo L. Duchesne, il 44 e della serie). Alcuino lo nomina spesso, con onore, nella sua corrispondenza (cf. MGH, Epist., IV, p. 624 : indice) e ne rileva i meriti nel ricondurre all'unità della fede tanti eretici adozianisti (cf. loc. cit., p. 346 ; PL 100, 329). Adone di Vienna lo dice uomo sollecito della dignità dello Stato e del bene pubblico (Chron., a. 799: PL 123, 129). Fu uno dei firmatari, nell'811, del testamento di Carlomagno (Egizardo, Vita Caroli, 33 : PL 97, 61). Nell'816, sembra per ragioni di età e di salute, rinunciò alla diocesi, affidandola al suo corepiscopo Agobardo (v.), e si ritirò nel monastero di S. Medardo di Soissons, ove si spense.

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Di L. rimangono solo due piccoli trattati e quattro lettere; gli stessi trattati si considerano parte integrante dell'epistolario. Lettera 1: invio all'Imperatore del Liber de Sacramenti Baptismo (PL 99, 853-72); vari brani sono ispirati al De Baptiamo di Tertulliano. Lettera II (ca. 1'809-12): invio al medesimo Imperatore dell'opuscolo supplementare De obrenuntiatione diaboli (PL 99,873-84), sul rito battesinale della rinuncia a Satana; Lettera III (ca. 1'813 sg.): resoconto all'Imperatore circa la sua amministrazione episcopale: la Lettera iv è un conforto alla sorella, afflitta per la perdita del figlio e del fratello.

BibL. : edd. completa, in Migne, PL 99, 853-86; critica, per l'epotolario, quella di E. Dümmler, in MGH, Epist., IV (Epp. Karol. aevi, II), pp. 239-46. Studi; PP. Maurini, Hist. littér. de la France, IV, Parigí 1738, pp. 433-38; F. Favier, Essai historique sur I... Lione 1898; J. Pourrat, L'antigre itale de Lyon, Lione 1899; L. Duchesne, Fantes épiscopaux de l'ancienne Gaule, II, 2ed., Parigi 1910, pp. 139, 171-72; E. Amann, Leidrode, in DThC, IX, coll. 199-96; C. Silva-Tarouca, Fontes historiae ecel. medii aevi, Roma 1930, pp. 375-77. Per altra bibl. cf. U. Chevalier, Répert. des sources hist. du moyen âge: Bio-bibl., Parigi 1902, col. 1789 . Igino Cecchetti

LEIGHLIN, diocesi di : v. Kildare, diocesi di.
LEIGH WOODS, diocesi di: v. Clifton, diOcesi di.

LEIRIA, diocesi di. - Città e diocesi situata a 147 km . al nord di Lisbona (Portogallo). Ha una superficie di 1700 kmq . con una popolazione di 174.000 ab. dei quali 164.000 cattolici. Conta 6i parrocchie, 98 sacerdoti diocesani e 15 regolari, un seminario, 3 comunità religiose maschili e 13 femminili (1949).

L'origine della diocesi di L. si trova nelle profonde modifiche apportate, nel sec. xvi, alla giurisdizione del monastero di S. Croce di Coimbra. Infatti, a richiesta di Giovanni III, re di Portogallo, Paolo III con la bolla Pro excellenti Apostolicae Sedis ( 22 maggio 1545 ) smembrò L. dalla diocesi di Coimbra e ne fece una diocesi indipendente e libera dalla giurisdizione che, per vari titoli, vi esercitavano il prior-mor (priore maggiore) di S. Croce, il vescovo di Coimbra e l'arcivescovo di Braga, e l'arnesse alla provincia ecclesiastica di Lisbona. Con la bolla Grovissinum Christi Ecclesiam regendi et gubernandi munus ( 30 sctt. 1881) Leone XIII autorizzò la riduzione ecclesiastica del Portogallo tanto voluta dal governo settario di allora, e della esecuzione diede incarico al vescovo di Oporto, card. D. Americo. Così, con il verdetto di questo, in data 4 sett. 1882, confermato da lettere regolare del 14 dello stesso mese, furono soppresse varie diocesi, fra cui L., le cui parrocchie furono divise fra le diocesi di Coimbra ed il patriarcato di Lisbona. Ma il movimento di restaurazione, dovuto specialmente ad alcuni zelanti sacerdoti, non si fece aspettare. Finalmente, Benedetto XV, con lettera apostolica Quo v