volume-07

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 recò a Mantova, dove fece il ritratto, a disegno, di Isabella d'Este, indi a Venezia; nell'apr. del 1500 è a Firenze.

Da una lettera di L. da Novellara a Isabella d'Este si sa che nell'apr. del 1501 ha già terminato il cartone per la tavola raffigurante la Madonna con s. Anno, ora al Louvre; ha con sé due allievi che dipingono sotto la sua guida e la sua collaborazione. Nell'ott. del 1503 si pone al lavoro per la Battaglia di Anghiari per la Sala del Consiglio (Palazzo Vecchio) : esegue con grande lena il cartone; nel 1505 inizia la pittura, purtroppo con tecnica strana, un pseudo encausto, di cui ha avuto idea da Plinio, con uso abbondante di pece greca; il dipinto non riusciva a rasciugarsi e "colava"; conservato ciononostante per decenni, fu distrutto nella decorazione della sala dopo il 1550 e disperso andò anche il cartone pur ammiratissimo e studiatissimo. Nel 1506 L. è a Milano (sistemazione della vertenza per la Vergine delle rocce), ormai pienamente introdotto nell'ambiente dei nuovi dominatori francesi, nel 1507 e 1508 è a Firenze, nel 1509 a Milano nel 1513 a Roma agli stipendi di Giuliano de' Medici, fratello di Leone X; vi si tratterrà certamente sino a tutta l'estate del 1516 ; in questo periodo romano fu poco ricercato quale artista: l'opera più importante affidatagli fu di idraulica e cioè lo studio della bonifica pontina.

Tra la fine del 1516 e il principio del 1517 si trasferisce portando seco dipinti, manoscritti, disegni, a Amboise, nel Castello di Cloux; ha una lauta pensione dal Re di Francia ed è, dobbiamo pensare, circondato di grande stima, benché ormai, paralizzato alla mano destra e precocemente invecchiato, la sua attività artistica sia ridotta, sembra, al disegno e alla guida degli scolari, fra i quali è il fidatissimo Francesco Melzi; a questi egli, facendo testamento il 23 apr. 1519 , lasciò i suoi manoscritti e disegni, a questi tocca il compito di avvertire i fratelli di L. che «tal uomo... passò dalla presente vita alli 2 maggio ( 1519 ) con tutti gli ordini della S. Madre Chiesa e ben disposto... Iddio Onnipotente gli conceda eterna quiete».
II. L'opera artistica. - Nessun documento e nessuna notizia abbiamo sull'Annunciazione pervenuta nel 1867 agli Uffizi da S. Bartolomeo a Montoliveto (Firenze); su di essa, sia pur lentamente, si è giunti negli ultimi decenni a un quasi concorde riconoscimento che si tratta della prima opera importante e individuale di L.: verrocchiesco è l'elaboratissimo leggio della Vergine, ma nella stessa figura di lei è una regolarità e una dolcezza di tratti, una postura semplice, spontanea e pur monumentale che non è del maestro; l'angelo è dipinto con colori meno chiari, più caldi, sia nelle vesti, sia nel volto di un modellato gradualissimo e di una definizione formale di una suprema intensità ed eleganza; il paese, visto dall'alto, è complicatissimo, ben studiato nei suoi elementi geologici e vegetali, graduatissimo nell'inazzurirsi delle forme e nel fondersi di esse nella distanza.

È invece notizia nella Vita del Vasari, e già prima, che L. abbia colorito un angelo nel Battesimo di A. Verrocchio ora agli Uffizi; evidentemente la testa del primo dei due angeli è di L.; ma, come era stato pensato e come hanno provato esami radiografici, anche il paesaggio col gioco di grandi fiumi e cascate, fra monti a picco, è

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ridipintura, ed evidentemente di lui; nć in questo quadro di esecuzione tormentata e disuguale, è da escludere che il pennello di L. sia passato su altre parti. A questo periodo verrocchiesco appartiene anche la Madonna col Bambino di Monaco, la cui attribuzione a L. è andata anche essa affermandosi in questi ultimi decenni (Berenson e A. Venturi, prima ad essa contrari. R. Longhi, ecc.). Come di L. è ormai generalmente ritenuta la piccola Amnunciazione del Louvre. Una delle due Vergini Marie cominciate nel 1438 pub riconoscersi nella pur non perfettamente compiuta Madonna Benois (Leningrado), in cui l'atto cosi vivo e cosi colto del Bambino che stenta a fissare i fiori che ha in mano, il raggruppamento facile e conchiuso, le tipiche e i moti ci riportano a disegni di quegli anni; mentre dopo l'Annunciazione degli Uffizi è ragionevole porre il Ritratto di donna su sfondo di rami di ginepro della collezione del principe di Liechtenstein, nel quale è da riconoscersi il ritratto di Ginevra Benci (n. ca. il 1458), rammentato come di L. già dall'Anonimo gaddiano, figura di grande nobiltà di postura, di definizione gradualissima e straordinariamente vivo in ogni tratto.

La maggior opera di L. del periodo fiorentino è l'Adorazione degli Uffizi, tralasciata quando appena le prime stesure di colore avevano campito il disegno e dato parzialmente un primo chiaroscuro e un primo modellato a parte delle figure: abolita gradatamente nei disegni preparatori la capanna tradizionale, è ora una folla tumultuante e ammirata intorno al gruppo melodico e raccolto di Maria e del Bambino, sullo sfondo di parti di architettura classiche, monde di ogni decorazione, prospetticamente perfette; oltre, il paesaggio montuoso a lui caro. La purezza, l'energia, il carattere delle figure sono impressionanti. La vastità popolosa e pur ordinatissima della scena è incomparabile. Degli stessi anni deve essere il S. Girolamo della Pinacoteca Vaticana, anch'esso rralasciato ben presto, tuttavia di forte caratterizzazione della testa. Nella Vergine delle rocce, l'opera più complessa terminata e giuntaci non eccessivamente danneggiata dal tempo, ritroviamo, con fantasiosità nuova per l'arte italiana, il suo repertorio di dati geologici e botanici; nel gruppo delle 4 figure (s. Giovannino, Maria, Gesù e l'Angelo) è un collegamento quanto mai intimo e armonico; nella Vergine è eseguito a pieno il tipo incompiuto della Adorazione fiorentina, nei bambini è realizzato un senso ad un tempo di vivacità e di straordinario raccoglimento, nudi già forti, classicamente euforici, e pur sentiti affettuosamente nel carattere della prima infanzia; di una grande bellezza la testa dell'angelo. L'ombreggiatura è ancor più morbida che nei dipinti fiorentini e invade un po' di più dei corpi; si ha già cioè tipico lo sfumato leonardesco, che, e ciò va ben notato, è mezzo definiente della stessa forma sino nei suoi più sottili dettagli.

Non è azzardato riconoscere nella giovane Donna coll'ermellina della collezione Cuartoryski di Cracovia il ritratto, dei primi anni milanesi, della Gallerani.

Necessitando per la stessa natura della sua arte di una esecuzione lenta e finitissima, L. non volle usare nella Cena la tecnica dell'affresco, ma, purtroppo, ricorse a una tempera con preparazione a gesso sull'intonaco, procedimento disadatto, data anche l'umidità di Milano. Il dipinto cominciò ben presto a deteriorarsi; quel che oggi si vede è costituito da parte delle superstiti squame di colore e da ritocchi fatti nei vari vecchi numerosi restauri. Si deve alle opportune provvidenze di protezione se non andò distrutto, come gran parte del refettorio, nel bombardamento aereo dell'ag. 1943. Anche qui L. pose una architettura semplicissima, di grande effetto prospettico, ben chiara negli effetti di illuminazione dalle finestre sfocianti sulla campagna: davanti ad una lunga tavola Gesù e gli Apostoli, nel momento in cui Gesù dice : * ecco che la mano di chi mi tradisce è meco a mensa " (Lc. 22, 21). L. immagina con mente umana l'aspetto fisico di questo momento essenziale della tragedia cristiana; l'agitata angoscia degli Apostoli a contrasto della calma sublime di Cristo. L'affresco dovette possedere - e in parte mostra ancora - uno straordinario effetto di illusione, una compostezza ammirabile pur nell'infaticabile ricerca di moto e di espressione delle singole figure, una
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(da G. Piumati, Il Codice Allentira, Milano D81-1981)
Leonardo da Vinci - Ruma dentata - Milano, Biblioteca Ambrosiana, cod. Atlantica, fol. 17, fig. 35.
grande sonorità coloristica in chiari vellutati, quali nel suo periodo fiorentino (p. es., Annunciazione, Madonna di Monaco). Nella Battaglia di Anghiari, nota da copie dell'episodio centrale, la parte cioè eseguita a pittura sul muro, e da disegni preparatori, L. svolgava ripetutamente il tema del cavallo e del cavaliere nell'impero del moto, nella torsione della battaglia; anche qui doveva aver raggiunto la massima saldezza di raggruppamento e ad un tempo di illusione di slancio. La descrizione del cartone del 1501 (v. sopra), permette di affermare che da esso L. esegui la Madonna con S. Anna, ora al Louvre, mentre un altro cartone con intime varianti e, si pensa, sliquanto precedente, è conservato alla Royal Academy di Londra ed è la maggior opera di disegno di L. a noi giunta. La Madonna con s. Anna del Louvre mostra un senso atmosferico ancora più abbracciante che nelle precedenti opere, un chiaroscuro più sfumato e più penetrante nelle forme. Stile che ad un grado di esecuzione superiore ed imbattibile è nel ritratto di donna del Louvre detto La Gioconda, che il Vasari (pur non conoscendolo) ha descritto come ritratto di monna Lisa del Giocondo; miracolo di definizione della forma umana cercata nella sua massima visibile complessità e pure in una a armonia in un solo sguardo. Sono le opere di questo periodo quelle che hanno esercitato maggior influenza sugli imitatori (v. leonardeschi) e che più hanno impressionato, ormai quasi da un secolo a questa parte, critici e pubblico per la tipica espressione affascinante dei volti che sembran sfiorati da uno strano sorriso, per il senso di grande calma dell'immagine determinata con superba plasticità in un modellato infaticabile, per gli sfondi, autentici poemi geologici, definitissimi e pur favolosi.

Il catalogo delle opere di L., che nel periodo giovanile non è sempre facilmente distinguibile dal Verrocchio e da Lorenzo di Credi, e che, più tardi, come si è visto, si giova della collaborazione di scolari, comprende altre opere di altezza meno evidente: quale la cosiddette Belle

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Leonardo in Vinci - Studio per uno degli apostoli dell' Ultimo Cima di S. Marso delle Grazie, in basso : schizzo di architettura a perina - Windsor, Biblioteca reale, f. 12552.

Ferronière del Louvre; il S. Giovanni Battista dello stesso Museo; la Madonna Litta di Leningrado; la Donna scapigliata, abbozzo della Pinacoteca di Parma attribuito a L. da A. Venturi; la Madonna con Bambino Duveen (già Dreyfuss) ecc. Sono scomparsi i frammenti originari della talentuosa e interessante decorazione a rami, foglie e nodi della Sala delle Assi (Castello Sforzesco) nella riesecuzione imitativa fattane nel 1901; come scomparsi quasi del tutto ormai sono i ritratti di Lodovico il Moro, la moglie e i figli aggiunti, dirimpetto alla Cena, alla Crocifissione del Monteriano.

Di importanza grandissima per L., come per nessun altro pittore del Rinascimento, è il complesso dei disegni (di cui ce ne son giunte, a parte quelli puramente scientifici, parecchie centinaia di fogli): appunti per macchine, per architetture, schizzi rapidissimi dal vero di animali, di figure umane, di gesti, di raggruppamenti di figure, di elementi di paesaggio, spesso modulati, con sempre una maggior ricerca di espressività e di melodica facilità di segno, parecchie volte sullo stesso foglio, studi di anatomia e di botanica, sovente teste finitissime, a perfetta esecuzione; attività disegnativa a preparazione dei suoi quadri per tentarne e chiarirne l'idea, o senza preoccupazione di una successiva esecuzione pittorica per la pura gioia di fermare un'impressione e un ricordo, o a commento dei suoi scritti : immenso mirabile diario figurativo. La capacità espressiva ed evocativa dei suoi disegni più rapidi può dirsi unica nell'arte di ogni tempo e luogo; mentre il senso di modellato, di luce, che egli ottiene con i disegni a piena esecuzione è insuperabile.

La ricostruzione dell'opera scultorea di L. è invece del tutto congetturale e si basa in parte nello sceverare nella plastica verrocchiesca opere che per una nuova sensibilità e finezza siano verosimilmente del grande allievo, e in parte, per i periodi seguenti, nell'individuare opere in cui è una evidente e maggiore utilizzazione di motivi
lconardeschi : fra queste ultime è il vivacissimo piccolo Cavallo in bronzo del Museo di Budapest, che si riconnette a un tipo e ad un senso del cavallo, perdurato a lungo in L.
L. colse nell'arte fiorentina del periodo della sua prima giovinezza l'energia e la vitalità del segno, la complessa modulazione dei raggruppamenti, il modellato infaticabile e di grande illusione, e tutti questi valori portò a più alto grado ad esprimere un suo mondo dominato dallo stupore e dalla pacata gioia per l'individuarsi e concretarsi delle cose alla vita. Ciò conseguentemente a tutta una sua mentalità, a noi nota dai suoi scritti.

Giorgio Castelfranco
III. L. architetto. - L. che nella lettera di presentazione al duca Ludovico il Moro, dopo aver parlato della sua arte di ingegnere militare, aggiungeva : «in tempo di pace credo di soddisfare benissimo al paragone di ogni altro in composizione di edifici pubblici e privati, e in condurre acque da un loco ad un altro " non ci ha lasciato opere realizzate di architettura cui senz'altro assegnare il suo nome.

Tuttavia sono numerosissimi i disegni di lui ove appaiono molto chiaramente precisati non solo i suoi gusti di architetto ma anche, spessissimo, gli elementi utili ad una loro pratica realizzazione. In altri termini non si tratta di fantasie architettoniche, ma di veri e propri progetti d'architettura ove sono riflesse non solo le sue facoltà di assimilatore ed elaboratore di dati stilistici gradualmente acquisiti e variamente elaborati, ma anche il suo gusto di pratico sperimentatore ed i suoi interessi meccanici per le soluzioni utilitaristiche. Si tratta di disegni pronti ad essere tradotti in plastici di case, di polazzi, di stalle, di bucatiere, di fortificazioni, e soprattutto di chiese, dalle complesse strutture accentrate, a una o più cupole ove è evidente anche un'assidua ricerca spaziale perseguita essenzialmente mediante un continuo giuoco di ombre e luci generato dalle masse plastiche accentrate o contrapposte, forze vive dell'organismo strutturale.

I grandi modelli dell'architettura dei romani e dei fiorentini del '400, del Brunelleschi soprattutto, sono alla base della sua cultura architettonica, che tuttavia presto si volge alla tradizione lombarda nella quale autorevolissimamente egli inserisce il suo nome accanto a quello di Donato Bramante, il quale indubbiamente conobbe e svolse nelle sue opere alcune idee di L. Così alcune sue idee vennero probabilmente utilizzate nella costruzione della cattedrale di Pavia, mentre altre vennero svolte da Cristoforo Solari nella zona presbiteriale della cattedrale di Como. D'altro canto a contemplare la bellissima S. Maria della Consolazione di Todi, la cui idea viene generalmente assegnata al Bramante e la cui realizzazione si deve in gran parte a Cola di Matteuccio da Caprarola, è ancora il grande nome di L. quello che con maggiore insistenza torna alla mente. Emilio Lavagnino
IV. Gli studi scientifici. - Grandissimo e insistente per tutta la vita - in una volontà di conoscenza enciclopedica ed unitaria ad un tempo - fu l'interesse di L. per le scienze naturali e biologiche, da lui coltivate con letture, osservazioni, esperimenti, ecc.

1. Geologia. - Fra le sue affermazioni più ammirate quali precorrimento della scienza moderna sono quelle sui movimenti di immersione ed emersione delle terre; e da ciò la spiegazione della presenza di nicchi, scheletri di pesci, alghe fossili in pietre e terre emerse. In ciò egli aveva avuto l'avviamento dalla scienza greca (Aristotele) e medievale: comunque egli segue con grande chiarezza il fossilizzarsi degli avanzi organici rappresi nel - limo", che, elevandosi, si pietrifica incorporandoli. Studia la storia geologica del Valdarno, che ritiene originariamente dalla Gonfolina (gola tra Lastra a Signa e Montelupo) in su costituita di due laghi, e, sotto la Gonfolina, già mare; afferma l'origine alluvionale della Valle Padana, e mutamenti geologici intravede anche in regioni remote (Persia, Siria, ecc.). Ha estrema attenzione per gli effetti

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degli agenti metereologici, per l'aspetto delle conformazioni rocciose, sulle quali insiste in numerosi disegni, per formazioni di nubi, pioggie, tempeste, inondazioni, ecc. Non si dimentichi che egli fu buon topografo e cartagrafo (carte della Toscana, delle Paludi Pontine, di Imola ecc.) ed escursionista non comune, soprattutto nelle Alpi lombarde (Monte Rosa).
2. Botanica. - Quale botanico, egli, oltre ad una vasta conoscenza morfologica, si pone alcuni nuovi problemi di biologia vegetale: ha cioè osservato per primo e definita la disposizione delle foglie rispetto alla loro inserzione sui fusti e le loro ramificazioni (fillorassi); ha fatto osservazioni sull'assorbimento dell'acqua da parte delle radici delle piante, sulla struttura a strati concentrici dei tronchi da cui può dedursi l'età della pianta, ecc.
3. Zoologia. - Per quella che fu la sua attività di zoologo, anatomico e biologo in genere non è ancora ben stato distinto quel che egli deve alla cultura scientifica del tempo da quello che furono sue autentiche scoperte. Praticò largamente e accanitamente la dissezione di corpi umani ed anche, in minor misura, di animali; eseguil numerosissimi disegni anatomici (usando per un dato organo varie sezioni) in genere con esattezza eccezionale per i suoi tempi; usò il metodo di iniezioni di liquidi solidificabili in organi cavi, soprattutto per il cervello, e sull'anatomia e funzioni del cervello (e del connesso sistema nervoso), del cuore, dell'occhio insisté particolarmente. Fra gli animali egli studiò meglio di ogni altro il cavallo, soprattutto in connessione con il monumento dello Sforza, benché si abbiano gruppi di disegni certamente dal vero di cavalli in moti liberi, non di preparazione a questa opera.

Giorgio Castelfranco
4. Geometria. - Data la notevole perfezione degli elementi esposti da Euclide e Archimede, L. non ebbe occasione di dover insistere su questioni fondamentali, ma sviluppò piuttosto criteri per l'applicazione della geometria alla risoluzione di problemi nelle varie scienze, a cominciare da quelli solamente geometrici, quali la quadratura delle lunule, le equivalenze volumetriche dei diversi solidi, a quelli più complessi della meccanica. Ideò pure tutta una serie di strumenti geometrici quali il compasso di proporzione, i compassi per tracciare con moto continuo ellissi e parabole e il tornio ovale per tracciare e eventualmente incidere con apposito stilo date ellissi su un disco rotante; tutti di struttura analoga a strumenti e a utensili tuttora in uso.
5. Statica. - La statica, interessante le costruzioni di edifici, di cupole, di ponti, ecc. e gli strumenti semplici a ciò occorrenti, era stata notevolmente studiata dagli antichi e L. conobbe certo le trattazioni di Aristotele, di Archimede, di Erone, di Vitruvio e quelle più recenti di G. Nemorario; L. rielaborò e estese molti concetti, in particolare quello fondamentale di momento di una forza rispetto a un punto, che applicò in moltissimi casi e in particolare allo studio delle cosiddette macchine semplici, piani inclinati, viti, puleggie, taglie, ecc., traendone conclusioni riscoperte poco dopo da Guido Ubaldo del Monte. L. conseguì pure notevoli progressi nella considerazione e determinazione dei centri di gravità di figure geometriche (tetraedro, piramidi tonde, poligonali, ecc.) e di corpi reali distinguendoli in tre tipi, naturale, accidentale, di volume che appunto corrispondono a quelli ancora considerati dalla tecnica moderna. Parimenti completando le considerazioni di G. Nemorario sulla scomposizione della forza (peso) di un grave sostenuto da una corda sospesa fra due punti con la determinazione della tensione nei due rami della corda stessa, giunge per primo alla nozione reciproca della precedente, cioè alla nozione della composizione di due forze concorrenti qualsiasi. Così pure, dopo aver tratto da problemi di Aristotele la condizione fondamentale per la stabilità della bilancia, L., con ardita generalizzazione, giunge alla scoperta della condizione per la stabilità di un corpo qualsiasi posato su un piano: che cioè la verticale passante per il suo centro di gravità cada entro il poligono tracciato tra i punti di appoggio del corpo stesso più esterni.
6. Dinamica. - La dinamica, considerata dagli antichi meno utile e interessante della statica e da essi erronea-
mente concepita e impostata, cominciò poco prima del tempo di L. a destar maggiore interesse come dottrina necessaria per lo studio del moto dei proiettili; ma subito si sentì la mancanza di attendibili studi precedenti. L. giunse alle prime nozioni sufficientemente precise di parecchi degli elementi necessari, cioè di forza, di percussione, di impeto, e, per la sua semplice definizione di forza si pose senz'altro contro Aristotele per quanto riguardava il moto dei proiettili e delle frecce, affermando recisamente che il mezzo (l'aria) non solo non lo favorisce ma anzi lo rallenta e lo abbrevia. L. dovette aver profondamente meditato su codeste questioni, rese difficili da diffusi errati preconcetti confortati dall'autorità di Aristotele, e fu così che egli giunse alla nozione che ora diciamo dell'inerzia delle masse materiali; le sue affermazioni, oltre che il complesso delle sue considerazioni, non lasciano alcun dubbio in proposito: "Ogni moto attende al suo mantenimento, ovvero ogni corpo mosso sempre si move, in mentre che la potentia del suo motore in lui si riserva" e "Ogni moto seguiterà tanto la via del suo corso per retta linea, quanto durerà in esso la natura della violenza fatta dal suo motore». Così fu definitivamente posta la prima delle tre classiche leggi del moto. L. non riusci invece a dedurre nettamente la seconda che ora diciamo di Galileo-Noveton, mentre in compenso ebbe una netta idea della terza circa l'eguaglianza dell'azione e della reazione. Però, malgrado la non ancora completa conoscenza delle leggi del moto, L. riusci a fissare molte delle caratteristiche del fenomeno della caduta libera dei corpi; la proporzionalità della velocità raggiunta e del tempo impiegato; l'indipendenza di tale velocità dal peso del corpo; la deviazione dei gravi cadenti verso est (a cagione della rotazione terrestre). Poté anche determinare i rapporti fra caduta libera e su piani inclinati e osservare che la caduta su dati tratti di curve è sempre più lenta che la caduta lungo le rispettive corde.
7. Resistenza dei materiali. - In questo campo L. distingue fra le varie specie di resistenza (alla trazione, alla compressione, alla flessione ecc.) e per le loro determinazioni segue il solo criterio allora possibile, quello di confronto. Giunge cosi a stabilire tutta una serie di vere leggi riferentisi a sostegni verticali di sezioni varie (quadrate, circolari, ecc.) caricati superiormente, a travi orizzontali incastrate a un estremo e caricate all'altro, a travi inca-
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Leonardo da Vinci - Disegno caricaturale - Roma, Gabinetto delle stampe e disegni.

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strate ai due estremi, a travi appoggiate agli estremi, determinando per queste ultime parzialmente anche la legge di flessione per un carico mediano. Per l'esecuzione delle misure occorrenti e per i controlli sperimentali L. ideò vari dispositivi fra i quali un banco di prova alla trazione dei fili metallici. Gli accurati disegni di tali dispositivi, eseguiti circa 450 anni fa, mostrano sorprendente somiglianza con quelli di analoghi dispositivi moderni.
8. Scienza delle costruzioni edili e meccaniche. - L. ebbe senza dubbio una chiara idea di quello che dovrebbe essere codesta difficile disciplina che si propone spesso scopi antitetici come la robustezza delle costruzioni e l'economia dei materiali. Infatti tentò una prima teoria dell'arco circolare già usato dai tempi più remoti, con e senza catena, rendendosi conto delle sue epinte, dei suoi luoghi critici o di maggior cimento anche per carichi dissimmetrici. Considerando il contrasto fra la robustezza dell'arco completo e la debolezza e instabilità delle due metà che lo costituiscono prese isolatamente, qualifica l'arco "una fortezza causata da due debolezze». I con-
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(da A. E. Popham, Les dessins de L. da V., Bruxelles [57, 101, 55] LebNANDO DA VINCI - Studio d'idraulica. Pompe aspiranti e apparecchio per la respirazione subacquea, intercalati da appunti relativi alle pompe - Milano, Biblioteca Ambrosiana, cod. Atlantico, f. 380 r b.
gegni ideati da L. per facilitare le grandi costruzioni, per sollevare i grandi pesi, per facilitare gli scavi ecc., sono numerosissimi. Sono pure assai interessanti i suoi studi sugli attriti che distingue in radenti ed evolventi e dei quali determina sperimentalmente, su appositi banchi di prova, qualche legge con criteri analoghi a quelli impiegati ancora tre secoli dopo da C. A. Coulomb nelle sue ricerche classiche.
9. Meccanica dei fluidi. - Nei suoi numerosissimi lavori idraulici, specialmente in Lombardia L. non si accontenta, evidentemente, di seguire le antiche regole empiriche conseguenti da analoghi lavori svoltisi nel corso dei secoli, ma cerca di rendersi conto quanto meglio pud di quanto concerne la statica e la dinamica dei fluidi (liquidi o aereiformi). Dell'idrostatica enuncia il principio fondamentale, che applica ai vusi comunicanti con liquidi di differente densità, e dà l'esatta interpretazione del paradosso idrostatico. Della dinamica delle acque correnti L. giunge al fondamentale principio della portata costante che afferma che in un corso d'acqua a sezioni variabili, in regime stazionario, le velocità sono ovunque inversamente proporzionali alle sezioni. Degli aereiformi L. ha esatte idee circa la compressibilità e il peso. Per primo interpreta il volo degli uccelli in base alla sostentazione dell'aria sotto le ali in moto, rispetto all'aria ambiente, con sufficiente velocità, rilevando il fatto interessante che la detta velocità deve esser maggiore di quella dell'aria che fugge. L. enuncia anche il generale principio che oggi si dice della reciprocità aereodinamica.
10. Fisica. - L. conobbe certamente anche gli altri rami della fisica del suo tempo, ma non si occupò se non incidentalmente del suo ulteriore sviluppo; l'utilizzò invece largamente per risolvere i numerosi problemi che si presentavano alla sua mente. Fu così, che dalla riflessione della luce su una superficie sferica trasse una notevole interpretazione della luce cinerea della luna; che dalla conoscenza della camera scura, già nota agli arabi, fu condotto a scoprire in ogni occhio una piccola camera oscura che si considera ormai l'elemento primo per qualsiasi visione. Si interessò anche dell'interpretazione della luce
che ammette di propagarsi nell'aria e nell'etere per onde analoghe a quelle del suono, ma dapprima istantaneamente e poi quasi istantaneamente.
11. Le invenzioni di L., cioè i suoi nuovi complessi ritrovati atti a realizzare determinati risultati pratici, sono incredibilmente numerose e varie: da alcune macchine utensili analoghe a quelle reinventate nel sec. xix, ad ogni sorta di apparecchi di sollevamento: dalle perfezionate conche dei canali, ai ponti girevoli; dalle trivelle e perforatrici azionate con ingranaggi, ai laminatoi; dalle coperture di camini girevoli a seconda del vento per evitare il ritorno del fumo, ai tetti a banderuole mobili di mulini a vento; dalle catene che oggi diciamo di Galle, come quelle oggi usate per le biciclette, alle sospensioni per bussole reinventate da Cardano; dai torchi per stampare, ai girarrosti meccanici, ecc. Sono poi numerosi gli studi di L. di interesse militare, da quelli per assalto alle fortezze a quelli relativi ai camoni a argano e alle mitragliatrici.
12. Il problema del volo meccanico occupò a lungo la mente di L. e fu sovente considerato una sua utopistica fissazione: giudizio che le realizzazioni di questo secolo dimostrarono avventato. E vero che L. non poté avere la soddisfazione di constatare alcun risultato pratico delle sue idee sul volo; ma oggi sappiamo che ciò che di essenziale manco non fu la conoscenza del fenomeno della sostentazione, che egli invece per primo interpretò abbastanza correttamente, ma l'impossibilità di disporre della potenza dinamica necessaria, o, in linguaggio più popolare, del motore abbastanza potente e leggero. Alcuni manifestano la loro sorpresa perché L. non comprese subito l'inanità dei suoi sforzi, data quella impossibilità. Ma per rendersi seriamente conto della difficile questione occorre considerare che il problema del volo implicava due ordini di difficoltà: quella di comprendere se e come un più pesante dell'aria potesse meccanicamente volare; quella di fornire ad esso la potenza meccanica occorrente. Gli uccelli, più pesanti dell'aria, volano, e oggi sappiamo che volano molto economicamente rispetto al dispendio di energia. Era quindi logico cercar di imitarli. Ma l'uomo non ha in sè i dispositivi necessari per una sostentazione, e se li deve procurare artificialmente : in altri termini egli per volare doveva portar con sè in volo gli organi sostentatori occorrenti e quindi disporre di una potenza dinamica di gran lunga superiore alla propria. La natura ha dotato gli uccelli di una forza, relativamente al loro peso, superiore a quella degli uomini; eppure essa è loro appena sufficiente per elevarsi a volo; quando poi sono in volo la perfezione delle ali fornite loro dalla natura permette loro di mantenervisi con poco dispendio di forze: ma è noto che i grandi volatili, le stesse aquile, non riescono ad iniziare il loro volo se non hanno innanzi un certo spazio libero che percorrono aiutandosi anche coi piedi. Ciò premesso, si comprende perché L. non abbia subbito intuita la necessità di potenti motori ausiliari; il problema implicava la risoluzione di una questione non più qualitativa ma quantitativa, fisica e fisiologica, per cui occorre ricorrere ai principi conservativi universali dei quali solo alla metà circa del secolo scorso si ebbe un'esatta nozione. Con altri innumerevoli dispositivi di volo L. schizzò

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anche un apparecchio fondamentalmente analogo al moderno elicottero. Non può sussistere alcun dubbio che un apparecchio cosí costituito e dotato di un sufficiente motore avrebbe potuto sollevarsi.

Paolo Straneo
V. Gli scritti. - Va dissipata la leggenda di un'attività scientifica e di pensiero di L. segreta e pressocché stregonesca: si sa che egli mostrava con giusto orgoglio i suoi scritti ad amici (lettera di Antonio De Beatis); purtroppo egli non aveva avuto un'educazione giovanile tale da apprendere un ordine adeguato di stesura; non solo ripete e riprende alla rinfusa dai suoi vari quaderni, ma si corregge ripetendosi. Altro ostacolo fu la sua curiosa scrittura a cui egli, mancino, si diede già da giovane, per un complesso di logica e di bizzarria, più, che per volontà di segretezza; tale scrittura, che alla prima appare indecifrabile, è infatti leggibile senza eccessiva difficoltà con l'aiuto di uno specchio. Nei suoi quaderni si accumulano materie svariate, disegni, appunti da letture, pensieri suoi ecc.

La parte di stesura più ordinata dovette essere quella sulla pittura, che sembra fosse compiuta già nel 1498. Dell'autografo rimangono oggi pochi frammenti, ma copie circolavano già verso la metà del Cinquecento, fra le quali il ms. Vat. Urb. n. 1270, che ce ne dà il testo più fedele e meno incompleto. Il manoscritto Urbinate fu seguito nell'edizione del Manzi (Roma 1817) ed ha fatto testo. Ma sino ad allora, da altre redazioni si erano avute ben 20 tra edizioni e traduzioni, la prima delle quali nel 1651 , a cura di R. Du Fresne. Questo Trattato della pittura consta di 935 capitoletti : concetti generali, osservazioni di ottica, di atti e di soggetti, di elementi di paesaggio, ombre, piante, alberi, ecc.; contiene indubbiamente pagine fra le più importanti di L.; ma, da solo, non ci dà un senso esatto della sua mentalità e la lettura di esso va completata con quella dei frammenti dispersi negli altri manoscritti.

Accanto al Trattato, la maggior mole di scritti leonardeschi è costituita dai riboo fogli di vario formato (e quindi provenienti da vari quaderni e di vari soggetti) riuniti da Pompeo Leoni, incollandoli su grandi fogli di carta, senza alcun ordine, in un grosso volume, detto Codice Atlantico, all'Ambrosiana dal 1637. Dell'Ambrosiana le dispersioni napoleoniche portarono alla Biblioteca dell'Institut de France altri 12 volumi di vari soggetti; di mole notevole il manoscritto del fondo Arundel del British Museum ( 566 fogli), minori gli altri; complessivamente ci sono pervenuti una trentina tra volumi e quaderni manoscritti, oltre piccoli gruppi di fogli, documento imponente dell'attività mentale di L., anche se tutt'altro che completo. La pubblicazione di essi, accompagnata da facsimili, s'iniziò da Ch. Ravaisson Mollien nel 1881 per i manoscritti dell'Institut de France; seguì in pochi decenni, da più parti, la pubblicazione degli altri.
VI. Il pensiero filosofico. - Benché si possa essere titubanti a parlare di un L. filosofo, data la frammentarietà ed asistematicità dei suoi scritti, è pur riconoscibile chiaramente in numerosi frammenti un pensiero filosofico.

L. ha la persuasione di una ragione che «infusamente vive» nel mondo, mondo forgiato da essa nell'immensità dei tempi in un perenne morire e nascere delle cose e delle forme; e l'uomo è capace della comprensione della Ragione cosmica perché il suo spirito è partecipante dello spirito del mondo, la sua anima è favilla dell'anima del mondo. "Questa è la vera regola, come li speculatori degli effetti naturali hanno a procedere, e ancora che la Natura cominci dalla ragione e termini nella esperienza, a no bisogna seguitare in contrario, cioè cominciando dalla sperienza e con quella investigare la ragione» (E. 55 r.). L'attività dello spirito percorre cioè un ciclo; la Ragione cosmica discende, realizzandosi, al fatto
singolo; la ragione umana dal fatto singolo risale alla Ragione cosmica.

E benché non manchino cenni, inevitabili nel suo tempo, di una estetica veristica e imitativa, appare chiaro altrove che il suo pensiero più radicato e profondo e consono a tutta la sua mentalità e di un'arte che crea nuove bellezze, nuove visioni immaginate e desiderate, secondo le leggi stesse della natura: "Ciò che è nell'Universo per essenza, presenza e immaginazione esso (il pittore) ha prima nella mente e poi nelle mani». Non si tratta cosc per L. di captare meccanicamente aspetti di una natura estranea al pittore, ma di rappresentare nuove cose quali creazioni della «mente di natura», prosecuzione poetica delle stesse ragioni naturali. Tale mentalità spiega l'estrema laboriosità e complessità di ogni sua opera d'arte, la lentezza, lo scarso numero, come si è visto, delle sue opere di pittura e di scultura, quasi dimidiate poi da incertezze tecniche e sfortunati avvenimenti.
VII. Lo stile letterario. - In quanto allo stile di L., i pregi di esso cominciano ad essere largamente riconosciuti: ove troppo non intrabino irregolarità di stesura, il suo periodare è ampio e di bel respiro; il suo linguaggio ricco ed eletto; nelle descrizioni di campagne, di scene, di animali, la sua parola ha precisioni impreviste, al sente l'immagine nascere dalla scoperta delle forme. Di gran gusto ed eleganza nelle facezie, nelle favole, nelle allegorie, dove è spesso evidente utilizzazione di testi a lui facilmente accessibili : scrittore di autentica originalità e personalità, non popolazione, né su tipi letterari invalsi. - Vedi tavv. LXXII-LXXIV.

BIRL. Indispensabile E. Verso, Bibliografia Vinciana, 2 voll., Bologna 1931, con la bibl. del 1493 al 1930.

Edd. critiche degli scritti di L. Le più importanti per la mole dei manoscritti pubblicati sono: Ch. Ravaisson Mollien, I manoscritti A. 66 delle Bibl. dell'Inttitet, 6 voll., Parigi 1881-91; G. Piumati, Il Cod. Atlantico, Milano 1804-1904; (v. anche: Indice per materie del Cod. Atlantico, ivi 1939; Dizionario leonardesco. Repertorio delle voci e cose contenute nel Cod. Atlantico, ivi 1939); R. Commissione Vinciana, Cod. Arundel 263, Roma 1923-30; id., Il Cod. Forster, ivi 1930-36. Disegni: R. Commissione Vinciana, Disegni di L. da V., a cura di A. Venturi, 6 fascc., Roma 1928-49; Il trattato della pittura (dal Vat. Urb. 1270) fu pubblicato da G. Manzi, Roma 1817; ed. e trad. di H. Ludwig, Vienna 1882; ed. A. Borzelli, Lanciano 1914. - Antologie leonardesche: J. P. Richter, The Literary Works of L. d. V., Londra 1883 e Londra-Nuova York 1939; L. d. V., Frequenti letterari e filosofici trascelti da E. Selmi, Firenze 1900; L. d. V., der Deuker, Forscher, u. Post, trad. e introd. di M. Herzfeld, Lipsia 1904, Jena 1906; L. d. V's note books arranged... a cura di E. Me Curdy, Nuova York 1923-46; G. Fumagalli, L. presatore, Milano 1912; id., L. omo senza lettere, Firenze 1958. Studi: Sulla vita e l'opera artistica di L.: G. Uselll, Ricerche interni a L. d. V., 1^{2-2} serie, Firenze 1879 e Roma 1888; P. Müller-Walde, L. d. V., Monaco 1889-90; W. Pater, The Renaissance, Londra 1893; trad. it., de Rindfde, Napoli 1923; trad. it. Prax. ivi 1946; E. Müntz, L. d. V. L'artiste, le pensior. le savant, Parigi 1899; B. Berenson, The drawings of the Berentine painters, Londra 1903 e accresciuta, Chicago 1938; Thüs Jens, L. d. V., Krifcianis 1909, trad. inglese, Londra 1914; W. v. Seidlitz, L. d. V., der Wendepunkt der Renaissance, Berlino 1909; G. Strén, L. d. V., Stoccelma 1911, trad. inglese Londra 1916, trad. francese Parigi 1928; Venturi, VII, iv (1915), p. 931; IX, I (1925); X, I (1935), p. 1; L. Beltrami, Doc. e mem. riguardanti la vita e le opere di L. d. V. in ordine cronologico, Milano 1919; G. Poggi, L. d. V. La vita di G. Vasari, commentata e illustrata, Firenze 1919; L. Venturi, La critica e l'arte di L. d. V., Bologna 1919; A. Venturi, L. d. V. pittore, ivi 1920; A. De Rindfde, Storia dell'opera pittorica di L. d. V., ivi 1926; W. Suida, L. u. sein Kreis, Monaco 1929; H. Bodmer, L. Stoccarda 1931; B. Degenhart, Di alcuni problemi di sviluppo.... della pittura nella bottega di Verrecchia... in Rivista d'arte, 2² serie, 3 (1931), pp. 263-203; K. Clark, A cat. of the drawings of L. d. V.... at Windsor Castle, Cambridge 1935; C. Calvi, Vita di L., Brescia 1936; K. Clark, L. d. V., Cambridge 1939; Mostra di L. d. V., Catalogo, Milano 1939; R. Marcolongo, L. d. V., artista scienziato, ivi 1939; L. d. V., a cura della Mostra di L. d. V., ivi 1940 ( 39 saggi di diversi autori su vari argomenti); L. Bottori, L., Bergamo 1942; L. H. Heydenreich, L., Berlino 1943; O. H. Giglioli, L., iniziazione alla conoscenza di lui, Firenze 1944; R. L. Douglas, L. d. V., Chicago 1944; A. E. Popham, The dramings of L., Londra 1947; P. Valéry, Standhal e altri autori, Toute l'oeuvre peinte de L. d. V. (riprod. a colori), Parigi 1950. Sugli scritti e l'attività scientifica e filosofica: G. B. Venturi, Essai sur les ouvrages' physicomathematique de L. d. V., Parigi 1797;

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G. Libri, Hist. des sciences mathématiques en Italie ecc., ivi 1838; E. Solmi, Studi sulla filosofia naturale di L., Modena 1896; id., Nuovi studi sulla fil. naturale, ivi 1905; id., Scritti vinciani, raccolti a cura di A. Solmi, Firenze 1924; P. Duhem, Etudes sur L. d. V., 3⁴ serie, Parigi 1906-13; B. Croce, L. filosofo, in Conferezze fiorentine, Milano 1910; L. Obochki, Gesch. d. neuspruehl, wessenchafl. Lit., Heidelberg 1918; G. Gentile, G.Bruna e il pensiero del Rinascimento, Firenze 1920, p. 242 sgg.; G. Calvi, I monoscriti di L. d. V., Bologna 1925; E. Cassirer, Individuum v. Kosmos in der Phil. der Ren., Lipsia-Berlino 1927; trad. it., Firenze 1927, pp. 180-211; R. Marcolongo, La dinamica di L. d. V., in Rend. del Sem. Mat. e Fis. di Milano, 3 (1920), p. 109; id., La meccanica di L. d. V., in Atti della R. acc. delle scienze di Napoli, 2* serie, 19 (1922), pp. 1-150; E. Mc Curdy, The mind of L. d. V., Londra 1932; R. Giacomelli, Gli scritti di L. sul volo, Roma 1936; A. Uccelli, Vicende e metodi delle ricostruzioni vluciane, in Il Politecnico, 1937, p. 329 sgg.; A. Farinelli, L. e la natura, Milano 1939; E. Panofsky, The sud. Houghent and L. d. V.'s Art Theory, Londra 1940; F. Bottazzi, La mente e l'opera di L. d. V., Città del Vaticano 1941; A. Momigliano, La prosa di L., in Cinque Sogoi, Firenze 1042, p. 100 sgg.; L. Venturi, Storia della critica d'arte, ivi 1948; R. Dugas, Hist. de la mécanique, Parigi-Neuchâtel 1950, p. 71 sgg.

Giorgio Castelfranco
LEONARDUCCI, Gaspare. - Scrittore ascetico e poeta, n. a Venezia nel 1685 , m. a Cividale il 6 giugno 1752. Professò giovanissimo la Regola somasca in S. Maria della Salute in Venezia, dove pure insegnò lettere ed ebbe a discepolo il filosofo Jacopo Stellini. Nel Collegio Clementino di Roma restaurò con il suo insegnamento il culto di Dante. Fu poi parroco di S. Croce a Padova e rettore del Collegio omonimo, indi rettore del Collegio di Cividale del Friuli, ove morì.

Compose un poema, La Provvidenza, in 61 canti in terza rima. Tra le sue opere ascetiche ebbero grande favore le Considerazioni cristiane morali (Padova 1739) e Del modo di ben comunicarsi e confessarsi (ivi 1732) ad uso degli studenti dei collegi somaschi. Inediti sono un Commentario sulla poetica e altri scritti letterari e religiosi.

Biol.: L. Zambarelli, Il culto di Dante tra i pp. somaschi, Roma 1921; T. Borgnano, Biografia di G. L., in Albem. V, Roma 1939.

Marco Tentorio
LEONE. - Nei monumenti cristiani antichi il profeta Daniele è rappresentato tra due I. sia nei sarcofagi che nelle pitture cimiteriali, o nelle iscrizioni sulle quali è figurata questa scena.

Appare poi quale simbolo delle forze del male «leo rugiens" ( I Pt. 5, 8) in contrapposizione al Buon Pa store nella nota iscrizione di Verazio Nicatora (Wilpert, Sarsiglogi, I, p. 70, fig. 27). Ivi è insieme al drago, secondo il concetto espresso nella preghiera conservata nel Sacramentario gelasiano «non se ci (il defunto) opponat leo rugiens et draco devorans ".

Il I. appare anche come segno ideografico del nome di un defunto Pontius Leo in una epigrafe del Museo Lateranense (O. Marucchi, I monumenti del Museo Pio Lateranense, Milano 1910, tav. 59, n. 44). E poi simbolo dell'evangelista s. Marco e come tale si trova già nei musaici di S. Pudenziana e del Bottistero di Napoli.

Enrico Josi
LEONE. - Nome di sei principi armeni di Cilicia che regnarono dal sec. xit al sec. xiv. Tutti furono promotori di alleanze con l'Occidente allo scopo di salvarsi dalle invasioni dei musulmani. Dei L. i più notevoli sono :

1. L. II (principe 1187-98 e re 1198-1219) detto il Magnifico, uno dei più illustri personaggi della storia armena.

Riusci non soltanto a respingere gli attacchi delle tribù musulmane, del Sultanato di Iconio e della coalizione dei sultani di Aleppo e di Damasco, ma anche ad allargare il suo principato. Dopo aver soggiogato i signori della Cilicia gli toccò risolvere due questioni politiche. Da una parte Bisanzio considerava una usurpazione il Principato armeno
di Cilicia, minacciandone l'indipendenza, e d'altra parte l'anno in cui L. assunse i poteri, cadeva Gerusalemme nelle mani di Saladino. Per la risoluzione della doppia questione L. sostenne una politica di intima cooperazione con l'Occidente, costituendosi feudatario del S. Romano Impero e chiedendo la corona reale a Federico Barbarossa e al papa Innocenzo III. Il Papa gli mandò una corona, e L. nutrì verso di lui una profonda venerazione filiale fino alla sua morte. Morre il Barbarossa, suo figlio Enrico VI fece incoronare L. con grande pompa nel 1198. Contemporaneamente Alessio III Angelo mandò anch'egli a L. una corona regale.

L. iniziò l'organizzazione del nuovo regno secondo i sistemi dell'Occidente; furono creati tribunali secondo le norme vigenti in Antiochia; si strinse un patto d'amicizia specie con gli Ordini cavallereschi; furono stabiliti rapporti economici con Venezia, Genova, Sicilia e con l'Europa occidentale. Nello stesso tempo L. incoraggiò anche l'industria; vennero eretti orfanotrofi, ospedali, conventi, scuole. L. morì (nel 1219) lasciando un regno ben organizzato all'unica erede, la pia Isabella di sette anni, natagli dal secondo matrimonio.
2. L. VI principe Lusignano, re dell'Armenia cilicia (1374-75).

Il Regno di Cilicia si era ridotto a due città soltanto: Sis ed Anazarba. Mentre L. veniva accolto festosamente, gli eserciti dei Mamelucchi assediavano le città; per resistere L. non aveva che poche migliaia di soldati. Egli era venuto al trono come un crociato e un capitano, più che come un re armeno, com'era atteso, onde non riusci a cattivarsi l'affetto dei suoi sudditi né la fiducia di gran parte dei principi armeni, fra cui anche il patriarca.

In tali condizioni la lotta non poté durare a lungo. Dopo quattro mesi cadde la capitale e il Re dovette arrendersi. L. fu condotto prigioniero al Cairo (1375) dove ricusò di coprire il potere a condizione di apostatare dalla fede cristiana. Liberato per gli sforzi di Giovanni, re di Castiglione e Navarra, passò in Spagna, indi in Francia ed in Inghilterra, dappertutto considerato come l'ultimo crociato. M. a Parigi (29 nov. 1397) fu sepolto nella chiesa dei Celestiniani. La sua tomba è a St-Denis (Parigi).

Biol.: M. Cisnician, Storia d'Armenia (in armeno), III, v. Venrzia 1786, passim; L. Alilan, Memorie armene (in armeno), II, ivi 1869, v. indice; id., Léon le Magnifique, I roi de Siassuan, trad. francese di P. G. Bayon, ivi 1888; J. de Morgan, Histoire de l'Arménie, Parigi 1918, v. indice; Handes Amuorsa (in armeno), Vienna 1903, p. 107 sgg.

Giacomo Coassian
LEONE di ACRIDA. - Vescovo bizantino fautore dello scisma orientale. Sotto l'influsso del patriarca greco Michele Cerulario (v.) L. spedì nel 1053 una lettera al vescovo Giovanni di Trani (nelle Puglie). Questo documento fu redatto mentre ancora avevano luogo trattative fra la corte bizantina ed il papa Leone IX per una spedizione comune contro i Normanni che invadevano allora l'Italia meridionale ancora bizantina, e per l'accettazione della condizione preliminare posta dalla S. Sede, cioè l'unità della Chiesa bizantina con la Chiesa romana.

L'intesa fu ostacolata dal patriarca bizantino; benché scrivesse una lettera pacifica al Papa sotto l'influsso del suo Imperatore, egli indusse astuzamente L. a scrivere una lettera antifatina. In questa furono fatte quattro accuse contro la Chiesa Romana: 1) gli azimi; 2) il digiuno del sabato; 3) il cibo dell'unionale soffocato; 4) l'omissione dell'Alleluja nella Quaresima (trad. lat. del card. Umberto di Silva Candida: PL 143, 744-69). La versione venne consegnata al papa Leone IX, che la fece rifiutare dal detto cardinale.

Biol.: Leo Achridensis, Epistola ad Ioannem episcopum Tranenem: PG 120, 832-44; A. Michel, Der Autor des Briefes Leon von Aclorida, in Byzantinisch-neugroehiische Zohrbücher, 3 (1922), pp. 49-59; id., Humbert und Kerullarios, I-II, Paderborn 1922-30, passim.

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LEONE d'Assisı, beato. - N. negli ultimi decenni del sec. xiri, m. nel 1271. Intimo e fedele compagno di s. Francesco, che lo chiamava "pecorella di Dio", per la semplicità e l'innocenza della vita, frate L., forse già sacerdote, abbracciò la vita francescana nei primissimi tempi : non fu tuttavia fra i primi 12 compagni del Santo, che lo scelse come suo confessore, e spesso anche come segretario e confidente.

Per lui s. Francesco scrisse la benedizione autografa, ancora conservata nella basilica del Santo ad Assisi, le Laudi del Signore e una lettera. Dopo la morte di lui, ebbe anch'egli a soffrire da parte di frate Elia. Visse in seguito in piccoli eremi. Nel 1243 era certamente a Groccio, di dove firmava la lettera dedicatoria della famosa "Legenda trium sociorum" (scritta da lui e dagli altri compagni di s. Francesco, frate Angelo e frate Rufino) indirizzandola al generale fra' Crescenzio da Jesi.

E difficile precisare l'elemento strettamente leonino nelle varie redazioni e manipolazioni che le sue memorie subirono attraverso successivi compilatori, special-
![img-10.jpeg](img-10.jpeg)

Leone d'Assisi, beato - Benedizione autografa di s. Francesco a fra L. Assisi, S. Convento.
mente nello Speculum perfectionis. Ai suoi scritti fecero spesso appello gli spirituali francescani all'inizio del sec. xiv. Certamente egli scrisse una vita di frate Egidio (v.): non si sa se i suoi due opuscoli Verba s. Francisci e De intentione Regulae s. Francisci facessero parte di un lavoro più vasto.

Il nome di frate L. è noto in particolare per il famoso dialogo sulla perfetta letizia contenuto nel cap. VIII dei Fioretti di s. Francesco.

Bibl.: Oltre alle fonti biografiche di s. Francesco, una biografia antica, con interpolazioni più recenti, si conserva nella Chronica XXIV Generalium (ca. 1360), in Analecta Franc., III, Quaracchi 1897, pp. 65-74; L. Lemmens, Documenta antiqua franciscana. I. Scripte fratris Leonis, ivi 1901; P. Sabatier, Le Speculum Perfectionis ou mémoires de frère Léon, 2 voll., Manchester 1928-31; Cuthbert da Brighon, Frate L., in Ball. della Soc. internaz. di studi francesc. in Assisi, 32 (1935), fasc. xiri, pp. 29-84; cf. anche A. Quaglia, L'originalità della Regola francescana, Sassoferrato 1943, p. 30 sgg.; id., Origine e sviluppo della Regola francesrana, Napoli 1948, p. 106 e passim.

Alberto Ghinato
LEONE di CAVA, santo. - Secondo abate benedettino di Cava (Salerno), n. a Lucca, m. a Vietri, il 12 luglio 1079. Giovanetto entrò nel monastero di Cava, e, sotto la direzione di s. Alferio, fondatore dell'abbazia di Cava, fece rapidi progressi nella pietà, nell'umiltà, nella pazienza, e gli succedette nel 1050 . Governò per 29 anni (dal 1050 al 1079) i suoi sudditi rifulgendo per santità e prudenza. Per il popolo ottenne giustizia dal crude