el monastero di Cava, e, sotto la direzione di s. Alferio, fondatore dell'abbazia di Cava, fece rapidi progressi nella pietà, nell'umiltà, nella pazienza, e gli succedette nel 1050 . Governò per 29 anni (dal 1050 al 1079) i suoi sudditi rifulgendo per santità e prudenza. Per il popolo ottenne giustizia dal crudele principe Gisulfo II di Salerno; ed ebbe per la sua abbazia la donazione di molte terre nella zona del Cilento.
Nel 1597 Clemente VIII concesse l'indulgenza ai visitatori della chiesa della S.ma Trinità di Cava nella festa di s. L. abate e Leone XIII nel 1893 ne confermò il culto. Festa il 12 luglio.
Bibl.: Acta SS. Iulii, 111, Veneris 1747, pp. 438-62; L. P. Guillaume, S. L. di Lucca e Gisulfo II, Cava del Tirreni 1876; anon., Vitae ss. abbiamo Cuvemium, Cava 1912, pp. 33-41; A. Zimmermann, Kalendarium Benedictinum, II, Metten 1934, pp. 441-44; anon., La Badia della Sima Trinità di Cava. Cismi rioriri, Badia di Cava 1942, pp. 11-12. - Felice da Maroto
LEONE Diacono. - Cronista bizantino, n. a Ksloe presso il T'molo nel 950; lo Skylitzes, nella prefazione alla sua Storia, lo chiama con il nome di
L. l'Asiaco, mentre il Cedreno, L. di Caria. Giovane, fu a Costantinopoli; creato diacono, segul l'imperatore Basilio II il Bulgaroctono nella guerra contro i Bulgari (986); cadde prigioniero del nemico nell'assedio di Triaditza, l'antica Sardica (Sofia).
Scrisse Historiae libri X dal 959 al 975 (ed. B. Hase, Parigi 1819: PG 117, 653926), divisa in tre periodi: i Romani contro gli Arabi corsari di Creta; la guerra in Asia; la guerra contro i Bulgari e i Russi. Lo stile di L. si rialluccia a quello dei cronisti bizantini del tempo quali Agâthis e Tirofilatto. La notizie gli sono fornite da testimoni presenti ai fat-
ti. Interessanti le descrizioni intorno agli Arabi e ai Bulgari; buone le rappresentazioni dei regni di Niceforo Foca. La storia, non terminata, venne scritta probabilmente nel 990 .
Bibl.: G. Schlumberger, Niez̈bone Phocas, Parigi 1890; Krumbacher, p. 266 sg.. Romualdo Paolucci
LEONE Ebreo: v. abradanel.
LEONE, Giuseppe. - Redentorista, n. a Trinitapoli (Foggia) il 23 maggio 1829, m. in Angri (Salerno) il 7 ag. 1902.
Benché quasi sempre infermo, esercitò tra le anime religione un fecondo apostolato di vita attiva e contemplativa; pubblicò una ventina di libri spirituali; scrisse canzoncine devote e moltissime lettere per fomentare il culto eucaristico e mariano. Fornito di singolari doni mistici, diresse persone d'ogni ceto sociale: tra cui i servidi Dio A. Fusco, fondatore delle suore Battistine, e Bartolo Longo, che guidò per 18 anni ( 1885 -1902), prendendo parte efficacissima nel compimento del santuario di Pompei e nella istituzione delle annesse opere di beneficenza, specie delle Figlie del Rosario, per le quali detto una Regola. E in corso il processo per la beatificazione.
Bibl.: Manuscritti del p. G. L., tra cui Meditazioni, Prediche e Lettere inedite nell'Archivio napoletano redentorista; B. D'Orazio, Poesizioni e articoli per la causa di beatificazione del p. G. L., Isola del Liri 1922; M. De Meulemeester, Bibliographie géodésio des Ecrivains Rédemptoristes, II, Lovanio 1935, p. 248, III, ivi 1939, p. 339.
LEONE Grammatico. - Autore dubbio di una cronografia bizantina, finita nel 1013, che va da Adamo fino alla morte dell'imperatore Romano Lekapenos (m. nel 948), edita in PG 108, 1037-1164. Il fondamento di questa storia sta in parte nel libro storico detto Epitome.
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Birl.: E. l'atzig. Len Grammaticus und seine Sippe, in Byzantinische Zeitschrifl. 3 (1894), pp. 430-97; D. Serrusy, Recherches sur l'Epitome, ibid., 16 (1907), pp. 1-31.
Giorgio Hofmann
LEONE III, imperatore d'Oriente, detto l'Isaurico. - Il suo avvento al trono è del 25 marzo 717 , alla vigilia di un grande sforzo del califfato di Damasco per impadronirsi di Costantinopoli. La capitale cristiana venne infatti assediata da grandi forze arabe per terra e per mare dall'ag. 717 all'ag. 718.
L. era stato stratega del tema dell'Anatolibon: nativo dell'Isauria o di Germanicia in Siria, conosceva bene i costumi e l'arte di combattere degli Arabi. Riusci infatti a costringere gli assedianti a ritirarsi dopo aver subito gravi perdite: comincia da questo momento l'arresto dell'offensiva araba contro l'Impero bizantino. Si continuò però a combattere nell'istante della Anatolia: la battaglia di Akroinon del 739 rappresentò un nuovo passo indietro del pericolo islamico. L. III per maggiore sicurezza era riuscito a stringere buoni rapporti con il hān dei Bulgari.
Neanche all'interno, il governo di L. III fu pacifico : una ribellione dello stratega di Sicilia, Sergio, un tentativo dell'ex basiléus Anastasio II lo turbarono. L. III però gia nel 720 aveva fatto incoronare e proclamare suo collega il figlio Costantino V (n. nel 718), si da iniziare una dinastia nuova e pacificare l'Impero.
La lotta contro il culto delle immagini iniziata da L. III ha offuscato nella tradizione storiografica la sua figura e velato le sue doti di politico e di riorganizzatore oltre che di guerriero. L'importanza della sua opera è stata negli studi recenti molto discussa. Si usava considerarlo come autore di vari atti legislativi: la legge militare, la legge marittima, il codice rurale, che avrebbero preparato la pubblicazione del grande codice detto Eclaga, comparsa nel 7 io. A questa complessa attività legislativa si legherebbero i provvedimenti iconoclastici. Questo quadro è stato attaccato dalla critica moderna che attribuisce la legge marittima al periodo 600 - 800 senza possibilità di precisare; il codice rurale all'età di Giustiniano II. Certo l'Eclaga è di L. III, che, nella prefazione, dichiarato scopo della riforma legislativa: rendere la legge più precisa e più chiara, assicurare una migliore amministrazione della giustizia. Sicuramente si ispira più del Codice giusiniano alle concezioni umanitarie cristiane, specie per quanto riguarda la famiglia.
Quale fosse invece lo scopo del divieto del culto dell'immagine sacra è ancora aggidj oggetto di discussione. La ricerca è resa difficile dalla distruzione degli scritti polemici degli iconoclasti imposta dai concili che riconfermarono nel sec. ix l'iconodulia. Alcuni critici, come il Paparrigopulo, videro in L. III una specie di monarca dispotico, illuminista, che avesse un programma di difesa del potere laico, di lotta contro l'ingerenza religiosa nello Stato, o contro l'invadenza dell'elemento monastico. Altri credono che L. III ed i suoi continuatori e partigiani fossero mossi da pensiero di religiosità, dal proposito di purificare la Chiesa, di lottare contro l'idolatria nascente, che vedevano profilarsi dietro al vivace culto reso alle immagini dei santi. Ma non si può escludere che L. III seguendo le vecchie tradizioni costantiniane e giustiniane si preoccupasse di affermare l'autorità del governo imperiale sulla Chiesa, scossa nella grave crisi del sec. vir. Non è da dimenticare la concezione iconoclasta dell'eleusimo e dell'islamismo: il cronista Teofane attribuisce a L. III simpatia per queste correnti. Anche l'eresia dei pauliciani era iconoclasta e l'Anatolia era già dominata da tale movimento d'idea, sì che le decisioni di L. III si debbono giudicare non come uno sfogo impulsivo capriccioso di fanatismo, ma come l'espressione di un movimento di spirito dominante in parte nella popolazione dell'Impero. Certo però
L. III ed il figlio e continuatore Costantino V non valutarono a sufficienza le forze religiose e sociali che si sarebbero loro opposte. V. iconoclastia.
Sulla cronologia della riforma iconoclasta non si è del tutto sicuri. Le prime misure pare siano del 726. Si ebbe già un decreto esplicito o solo dei tentativi per indurre la Chiesa ad acconsentire al progetto? Certo nel 727 già si manifestarono tumulti a Costantinopoli per la rimozione del Cristo di Calcoprati; tumulti si verificarono anche in Grecia e nelle Cicladi dove si proclamò un con-tro-imperatore. Anche nelle provincie bizantine in Italia si ebbero movimenti vivaci di opposizione. Il papa Gregorio II assunse un atteggiamento di protesta come dimostrano le sue lettere a L. III, lettere che oggi si considerate come autentiche e come scritte tra il 727 e il 729. L'Imperatore reagì energicamente soffocando tutti i tentativi di ribellione e di protesta: in Italia falli il tentativo del controimperatore Tiberio Petasio. I' Papa infatti non usci nella sua protesta dai limiti del più netto lealismo, frenando le cupidigie del re longobardo Liutprando avido di mettere le mani sulle province bizantine, e calmando d'altra parte le popolazioni pronte a ribellarsi.
L. III era però deciso di andare avanti. Il 17 genn. 730 proclamò un solenne editto contro il culto iconodulico e depose il patriarca Germano che vi si opponeva. Il nuovo papa Gregorio III assunse un atteggiamento più energico del suo predecessore e nel Concilio romano del 731 scomunicò gli iconoclasti. L'Imperatore rispose confiscando i patrimoni della Chiesa romana esistenti nei territori imperiali e sottoponendo al patriarcato di Costantinopoli le province bizantine d'Italia. Cosi la Chiesa era di nuovo afflitta da una eresia e da uno scisma.
Bibl.: L. Bréhier, La querelle des images, Parigi 1904; Ch. Diehl, Leo III and the Isaurian dinasty (Cambridge medieval history. 4), Cambridge 1923; G. Ostrogorsky, Studien zur Geschichte des byzantinischen Bilderspreits, Monaco 1929; id., Geschichte des byzantinischen Staates, ivi 1940, v. indice; A. A. Vasiliev, Histoire de l'Empire byzantin, vers. franc., Parigi 1932, pp. 316-27, e passim; L. Bréhier, L'empire byzantin, 2 voll., Parigi 1947-48. Francesco Cognasso
LEONE V, imperatore d'Oriente, detto l'Armeno. - Imperatore greco (813-20). Egli cominciò la seconda fase dell'iconoclasmo (Sinodo dell'815), trovando nel patriarca greco s. Niceforo (v.) e in s. Teodoro Studita (v.) igumeno forti oppositori. Fece quindi deporre il patriarca e mandare s. Teodoro in esilio, ed elevò alla catredra di Costantinopoli il patriarca iconoclasta Teodoto I (815-21).
Bibl.: Fr. Dölzer, Regesten der Kaisererhunden des asträunichen Reiches, I, Monaco 1924, pp. 47-49; G. Ostrogorsky, Studien zur Geschichte des byzantinischen Bilderstreits, Monaco 1929, pp. 46-60. Giorgio Hofmann
LEONE VI, imperatore d'Oriente, detto il Sapiente. - Imperatore greco (886-916). Depose il patriarca Fozio nell'886, e in occasione della questione della Tetragamia il patriarca Nicola detto il Mistico. L. è autore di testi o leggi giuridiche e di sermoni, fra i quali il discorso in memoria del padre Basilio.
Bibl.: Fr. Dölzer, Regesten der Kaisererhunden des asträmischen Reiches, I, Monaco 1924, pp. 63-68; S. Salaville, Lém l'I le Sage, in DThC, IX, coll. 362-94; A. Vogt-I. Mannheim, Oraison fumibre de Basile par son fils Léon le Sage, in Orientalia Christiana, 16 (1932), pp. 7-79.
Giorgio Hofmann
LEONE MARSICANO, detto LEONE OSTIELSE. Benedettino, cardinale-vescovo di Ostia, n. nel territorio dei Marsi ca. il 1060, m. il 22 marzo 1115.
A 14 anni entrò nel monastero di Montecassino, ove fu ricevuto dall'abate Desiderio, che lo avviò alla cognizione delle S. Scritture e lo costituì bibliotecario del monastero.
Per ordine dell'abate Oderisio scrisse in tre libri una Chronica monasterii Casinensis, da s. Benedetto all'abate Desiderio, poi papa Vittore III (1086-87), la cui vita dal cap. 34 del III l. fu continuata da Pietro Diacono ( 1° ed., Venezia 1513, ma non completa; la 1² ed. completa, Parigi 1668, riprodotta da L. Muratori, in RIS, IV,
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(da A. Grabar, L'Empercur dans l'are byzantin, Parial ISS, iur. fi) Leone VI, imperatore d'Oriente, detto il Sapiente - Incoronazione. Pregio marmoreo (sec. x) - Berlino, Friedrich Muscum.
Milano 1723, pp. 151-628 e in MGH, Script., VII, 574 sgg. Scrisse anche Vita s. Mennatis. Pietro Diacono ne ricordò anche i Sermones e la Historia peregrinorum.
BibL.: U. Balzani, Le cronache ital. nel Medio Evo, Milano 1900, pp. 158-66; W. Smidt, Uber den Verfasser der drei letzten Redakt. der Chronik Leos von Monte Cassino, in Papsttum u. Kaisertum.... P. Kehr zum 63. Geburtstag dargebracht, Monaco 1926, pp. 263-66; G. Leidinger, Der codex lat. monac. 4623 (Chronik des Leo Mart.), in Cosineasia, II, Montecassino 1929. pp. 365-68; H. W. Kiewitz, Petrus Diaconus u. die Montecassiner Klosterchronik des Leo von Ostia, in Archiv für Urkundenforschung, 14 (1935), pp. 414-53; W. Smidt, Die vermeintl. u. die wirkl. Urgestalt der Chronik Leos v. Montecassino, in Quell. u. Forsch. aus ital. Arch. u. Bibliothek., 28 (1938), p. 287 sgg.; B. de Gaiffler, Trandations et miracles de st Menos par L/ion d'Ostie et P. de MontCassin, in Asbl. Bull., hz (1944), pp. 3-52, Fclice da Muroto
LEONE I, PAPA, detto MAGNO, santo. - Eil primo Papa a cui la posterità meritamente attribui l'appellativo di Grande: il suo fu uno dei più lunghi e gloriosi pontificati che ricordi la storia (440-61). Benedetto XIV lo proclamò dottore della Chiesa, il 15 ott. 1754.
Il Liber Pontificalis lo dice "natione Tuscus», e da tale aggettivo si dedusse che fosse nato a Volterra, dove il culto di questo Papa è antico e diffuso; ma i più degli storici lo fanno nativo di Roma, appoggiandosi su un passo dell'Epistola X X X I, 4 e su un altro della Cronaca di Prospero (PL 51, 748), nei quali Roma è detta sua patria, quantunque alcuni credano che qui patria abbia un significato metaforico. L'opinione più probabile è che L. sia nato a Roma da famiglia oriunda dell'Etruria. Essendo stato eletto papa nel 440 , la sua nascita è da porsi verso la fine del sec. IV. Quasi certamente studiò nelle scuole romane, nelle quali ebbe agio di divenire esperto nell'uso di un linguaggio latino forbito e armonioso e di acquistare una vasta cultura teologica.
Iscrittosi al clero romano, fu ordinato diacono e per la dottrina e per abilità nel maneggio degli affari divenne uno dei membri più autorevoli della corte papale.
Nel 430 esortò Cassiano a scrivere un'opera su l'Incarnazione per confutare gli errori di Nestorio. Cassiano obbedi e nella prefazione chiama L. vanto della Chiesa romana e del ministero ecclesiastico. A lui, nell'anno seguente, si rivolgeva il patriarca di Alessandria Cirillo per sventare le mire ambiziose del patriarca di Gerusalemme, Giovanni (cf. Epist., CXIX, 4). Nel 439 egli fece fallire i tentativi del vescovo pelagiano Giuliano d'Eclano, per
essere riammesso nella sua sede episcopale. Inoltre egli fu, se non l'autore, l'ispiracore dell'opera De vocutione omnium gentium, attribuita dalla maggioranza dei critici a Prospero di Aquitania.
Essendo scoppiata nel 439 una contesa tra i generali romani Ezio e Albino, la quale stava per degenerare in una disastrosa guerra civile. L. fu inviato dall'imperatore Valentiniano III in Gallia per riconciliare i due rivali. Mentre con successo attendeva alla sua missione, essendo morto il papa Nato III, il clero e il popolo di Roma, unanimi, lo chiamarono al trono pontificin. I cronisti contemporanei notano che, mentre talvolta le elezioni pontifice avevano dato luogo a lunghi contrasti, quello di L. avvenne "mirabili pace" e con altrettanta "mirabili patientia" il popolo romano aspetto per ben quaranta giorni il ritorno di lui dalla Gallia. Il 29 sett. del 440 il diacono L. fu consacrato vescovo di Roma e sommo pontefice. L'attività di L. nel suo pontificato si svolse principalmente nel monsenere integra la purità della fede combattendo le diverse eresse, nel riordinare e rafforzare l'organizzazione ecclesiastica, vigilando sulla condotta del clero e dei fedeli, e dando norme circa l'amministrazione dei beni e le funzioni liturgiche. Testimonianza di questa grandiosa attività rimangono le sue lettere e i suoi sermons, che sono pure una fonte storica di prim'ordine.
Per l'invasione dei Vandalı in Africa, molti manichei si erano rifugiati in Italia e a Roma ne furono scoperti parecchi. Il Papa prese a combatterli con estrema energia. Sollecitò un rescritto imperiale che, rinnovando gli antichi editti, pose i manichei al bando dall'Impero, nei sermoni combatté le loro dottrine; promosse una severa inchiesta sulle loro riunioni e gravi scandali vennero alla luce. Con una lettera circolare (Epist., VII) informò i vescovi italiani di quanto era accaduto e 'i esortò affinché la mala pianta del manicheismo, sradicata a Roma, non mettesse radici altrove.
Le dottrine dell'orctico Priscilliano andavano largamente diffondendosi nella Spagna. Il vescovo Turibio ne informò il Papa, il quale, in una lunga lettera (Epist., XV), confutò gli errori dei procullianisti ad espose con precisione e chiarezza la vera dottrina cattolica.
L. intervenne efficacemente anche contro l'eresia di Pelagio, sia col farne confutare gli errori sia con l'invitare il vescovo di Aquileia a riunire un sinodo per un'inchiesta sui sacerdoti infetti di pelagianesimo.
La maggior parte dell'attività di L. fu spesa nel combattere l'eresia eutichiana o monofisita, che ammetteva nel Redentore una sola natura. Eutiche, condannato, ricorse al Papa e all'Imperatore. Questi propose di radunare un concilio ad Efeso per dirimere la questione. In tal riunione, che L. bollò con il nome di "fatrocinium Ephesinum", Eutiche, per il subdolo intervento dei messi imperiali, fu riabilitato. L. protestò. Essendo, frattanto, morto l'imperatore Teodosio II, protettore di Eutiche, e succeduta al trono la pia imperatrice Pulcheria, L. ottenne che si riunisse un nuovo concilio ecumenico a Calcedonia. In esso gli errori di Eutiche furono condannaci e si emanó una formola di fede nella quale è affermata l'esistenza nel Cristo di una duplice natura, la divina e l'umana, in un'unica persona. La lettera del Papa al patriarca di Costantinopoli, comunemente detta Tomus ad Flavianum, venne integralmente accettata dai Padri del Concilio, i quali riconobbero che "per bocca di L. aveva parlato Pietro v. Essa godé sempre grande autorità in Oriente e in Occidente, e i vescovi della Gallia, scrivendo al Papa, affermano di accettarla come un simbolo di fede.
Anche le raccolte di Decretali hanno conservato parecchie epistole di L. dalle quali appare la sua cura vigilante e premurosa nel correggere gli abusi che si andavano infiltrando nell'organizzazione ecclesiastica.
I vescovi erano eletti dal clero e dal popolo; qualche vescovo tentò di designare il proprio successore; ciò poteva col tempo trasformare le diocesi in tanti piccoli prin-
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cipati più o meno ereditari. L. intervenne energicamente per far cessare questo abuso. Intervenne pure per riprovare elezioni irregolari di sacerdoti, eletti vescovi contro la loro volontà o imposti con la forza. Il Concilia di Nicea aveva stabilito che ogni vescovo dovesse rimanere per tutta la vita in quella sede in cui era stato eletto. Qualche vescovo spagnolo aveva tentato di farsi trasferire da una sede più umile a un'altra più ricca. Anche qui L. intervenne e decretò che il vescovo, il quale, disprezzando la propria borgata, cercava di ottenere una sede più grande, non avesse né l'una né l'altra.
Difese con rigida fermezza i diritti della Chiesa di Roma contro le pretese dei patriarchi di Co stantinopoli; minacciò di grave pena i vescovi siciliani che avevano allunato beni ecclesiastici; proibì che un vescovo togliesse un cheirico ad un altro vescovo e ordinò che i metropoliti radunassero due volte l'anno in un sinodo i vescovi della provincia. Eguale fermezza d'energia usò con Ilario, vescovo di Arles, uomo certamente pio e zelante, ma che, qualche volta, aveva ecceduto nel suo zelo. Diede norme circa l'amministrazione del Battesimo, dell'Ordine sacro, della Penitenza e del Matrimonio.
L'episodio più glorioso del pontificato di L. è il suo incontro con Attila. Il re degli Unni aveva rovesciato le sue orde contro l'Impero romano di Occidente spingendosi fino nel centro della Gallia. Sconfitto dal generale romano Ezio e dai Visigoti, comandati da Teodorico, nell'estate del 451 , si era ritirato nella Pannonia.
Quivi, riordinate le sue schiere, nella primavera dell'anno seguente, valicate le Alpi Giulie, lasciate imprudentemente indifese da Ezio, si avanzava per saccheggiare la Valle padana e di li muovere contro Roma. Distrutta Aquileia, si era accampato presso Mantova, e spingeva le sue orde per occupare le principali città dell'alta Italia. Vicenza, Verona, Brescia, Bergamo, Pavia e perfino Milano, erano cadute in suo potere. La corte imperiale e i cittadini romani erano in preda al più cupo terrore e alla massima disperazione. In tale triste frangente, l'imperatore Valentiniano III, il Senato e il popolo romano non trovarono partito migliore che d'inviare un'ambasceria con a capo L., per trattare con il re degli Unni. L. accettò la difficile missione e insieme con i senatori Gennadio, Avieno e Trigesio partì da Roma "fiducioso", come dice Prospero di Aquitanio, "nell'aiuto del Cielo, il quale mai non abbandona i buoni nelle loro disgrazie».
I cronisti contemporanei affermano che Attila si dimostrò molto contento e pieno di gioia per la venuta del Sommo Sacerdote, capo della Chiesa romana, il quale, lasciata la sua sede, si era recato da lui.
Lo storico trace Prisco, che allora si trovava nel campo degli Unni, dice che Attila e la sua corte furono presi da un grande terrore ricordando le fine repentina del re goto Atalarico dopo la presa
di Roma; si temette che Attila fosse colpito dall'ira divina, qualora saccheggiasse la Santa Città. Si può con molta probabilità congetturare che questo sia stato uno degli argomenti che l'eloquenza di L. adoperò per indurre il "Flagello di Dio" a rirunziare al progetto di muovere contro Roma. Comunque sia, il certo è che, sùbito dopo l'abboccamento con il Papa, Attila ordinò alle sue schiere di cessare ogni ostilità contro le regioni dell'Italia settentrionale. Inoltre,avendo promesso di concludere una pace con l'imperatore, si ritirò di là dal Danubio.
I disordini scoppiati a Roma per l'uccisione di Valentiniano III e l'inettitudine del successore Petronio Massimo, indussero il re dei Vandali Genserico ad attuare il progetto, che già da tempo maturava, d'invadere l'Italia e porre a sacco la capitale dell'Impero. Partito con una numerosa flotta dai
lidi africani, approdò a Porto, da dove intraprese il cammino su Roma. L'Imperatore, la corte, i magistrati e gli aristocratici abbandonarono la città. Anche in questo terribile frangente il popolo romano ricorse al Papa. L. ottenne da Genserico la promessa che non si sarebbe versato del sangue, che nessun cittadino romano venisse ucciso o torturato e che nessun edificio fosse dato alle fiamme.
La plebe romana, atterrita e piangente, si rifugiò nelle chiese di Roma, mentre i Vandali saccheggiavano gli edifici pubblici e le abitazioni private. Il saccheggio durò tre settimane, dal 15 al 28 giugno, vigilia della festività degli apostoli Pietro e Paolo. In questo giorno Genserico, portando con sé prigioniera l'infelice Eudossia, moglie di Valentiniano III, e un'immensa quantità di oggetti preziosi, s'imbarcò per ritornare in Africa.
In memoria della liberazione di Roma dagl'incendi e dagli eccidi dei Vandali fu stabilito di celebrare ogni anno una solenne cerimonia di penitenza e di ringraziamento agli apostoli Pietro e Paolo. La pia iniziativa non fu però sempre rispettata. Ci è pervenuto un discorso di L. nel quale il Papa rimprovera il popolo romano perché, dimentico dei passati guai e delle grazie ottenute, nell'anniversario del sacco di Roma, invece di recarsi alla basilica dei SS. Apostoli, aveva preferito recarsi ad assistere a dei giuochi straordinari che si davano nel circo.
Nessun personaggio, forse, del sec. v ebbe, come L., piena consapevolezza che la potenza politica e militare di Roma imperiale volgersi ormai inesorabilmente al tramonto, ma nello stesso tempo nessuno ebbe come questo Papa incrollabile la fiducia e netta la visione che una nuova Roma sorgeva, il cui impero sarebbe stato molto più vasto e più glorioso di quello antico. La nuova Roma cristiana, fondata dagli apostoli Pietro e Paolo, prendeva per volere divino il
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posto dell'antica Roma pagana, fondata da Romolo e Remo. Questo tema è il motivo predominante di un gruppo di sermoni pronunziati in occasione della solenne commemorazione dei ss. Pietro e Paolo.
L. è il primo papa di cui rimangono dei sermoni. La sua è un'eloquenza calma e dignitosa, pur non mancando di slanci lirici e d'immagini colorite. Il discorso procede con un tono sereno e affettuoso, ma, nello stesso tempo, fermo e solenne. Il periodo si snoda in una serie di proposizioni dalla cadenza sonora e talvolta con rime e assonanze. L. è lo scrittore più classico ed elegante del suo secolo, perché seppe riunire nei suoi discorsi e nelle sue lettere la fermezza e la dignità dell'antico romano con l'affabilità e la pietà del vescovo cristiano. I suoi scritti sono di particolare importanza per lo studio delle relazioni tra la Chiesa e lo Stato e per il primato della Sede Romana. Alcune preghiere del Sacramentario leoniano, del quale l'origine romana è certa, risalgono sicuramente a L., rivelando affinità di lingua e di stile con le sue opere autentiche.
L. mori il to nov. 46 r e venne sepolto nel portico della basilica di S. Pietro. Il papa Sergio I, nel 688, ne trasportò il cadavere nell'intorno della Basilica, ponendo sul tumulo un epitaffio che ci è pervenuto. Ora le sue ceneri riposano sotto l'altare della cappella a lui dedicata nella nuova basilica di S. Pietro. La festa, in Occidente, cade l' 11 apr., in Oriente il 18 febbr.
BibL.: Le opere sicuramente autentiche di L. sono epistole e sermoni. I 96 sermoni, conservati da parecchi monoscriti di cui i più importanti sono il Vat. 3836 e 3837 , sono stati ordinati dagli editori secondo lo svolgimento dell'anno liturgico. Dopo la scoperta della stampa le opere di L. furono tra le prime a essere stampate. L'edizio princeps è del 1470. Nel sec. xv se ne fecero 12 edizioni, 32 nel sec. xvI, 24 nel xvII, 10 nel xvIII. La migliore edizione complessiva, con ampi prolegomeni e appendici, è ancora quella dei fratelli Pietro e Gerolamo Ballerini (Venezia 1753-1817, ristampato in PL 24-26). Alcuni sermoni sono stati editi da W. Haacke, Reden über Petrus (Paderborn 1939). L'epistolario comprende 173 numeri dei quali 143 sono epistole spedite dal Papa e 30 sono lettere a lui dirette o documenti che hanno strenti rapporti con la sua attivita. Nell'antichità si fecero varie raccolte delle lettere leoniane, diligentemente studiosi dai fratelli Ballerini. Questi disponero le lettere cronologicamente dall'anno 422 al 460 . Le lettere che riguardano l'eresia di Eutiche, sono state recentemente pubblicate in due buone edizioni critiche: C. Silva-Tarouca (Pontifolia Universites Gregoriana, Textus et Documenta, 9, 15, 20), Roma 1932-35 e E. Schwartz, Leonis papae I Epistularum Collectiones (Acta conciliorum oeconomiorum, 2, 4), Berlino 1932. La prima comprende 72 lettere, la seconda 95. Le epistole 40-42,66-67 sono state edite in Epist. Arelatenses (in MGH, Epistolae, III), e le epistole 9-11, 13-14, 169-73 nella Collectio Avellana (CSEL, 35).
Studi: v. specialmente: H. Griser, Analecta Romana, Roma 1901, v. indice: id., Roma alla fine del mondo antico, nuova ed., in 1930, v. indice; H. Gentzeny, Stil und Form der ältesten Papstbricfe bis auf Leo d. G., Tubinga 1901; L. Saltet, Le recueil patricique de st Léon, in Revue d'hist. ecclib., 6 (1905), pp. 290-14 e 301-303; Th. Steeger, Die Klauseltechnik Leor d. G. in seinen Sermonen, Haselurt 1908; A. Regnier, St Léon le Grand, Parigi 1910; A. Wille, Bischof Julian von Kios, der Nuncius Leos in Konat., Kempten 1910; C. Turner, The Collection of the dogmatic letters of st Leo, in Miscellanea Ceriani, Milano 1910, pp. 687-95; J. Pachmadi, Leo d. Gr. als Prediger, Elberfeld 1912; R. Galli, S. L. M., in Didaskaleion, nuova serie, q (1930), pp. 51-235; C. SilvaTarouca, Nuovi studi sulle antiche lettere dei papi, Roma 1932, pp. 94-186; L. Prestige, The greek translation of the Tome of st. Leo, in Yourn. of theol. Studies, 32 (1930), pp. 182-84; P. Mouterde, Les versions syriacues du Tome de st Léon, in Mélanges de l'Université de St-Joseph, Beyrut 1932, pp. 119-66; P. Sontini, Il primato e l'infallibilità del romano pontefice in s. L. M. e gli scrittori greco-russi, Grottaferrata 1936; C. Silva-Tarouca, La tradizione monoscritta del Tomos Leonis, in Studi dedicati alla memoria di P. Ubaldi, Milano 1937, pp. 151-70; F. Di Capua, Il ritmo pensaco nella lettere dei papi e nei documenti della Cancelleria romana. I: S. L., Roma 1937; W. I. Halliswell, The style of pape st. Leo, Washington 1939: M. Pellegrino, La dottrina del corpo mistico in s. L. M., in La scuola cattolica, 1939, pp. 611 612; P. Brezzi, S. L. M., Roma 1945. Francesco Di Capua
Iconografia. - Tra le prime raffigurazioni più antiche di L. M. si devono annoverare quelle esistenti in S. Maria Antiqua (sec. viII). E poi rappresentato nella scena d'incontro con Attila. Notissima quella di Raffaello
nelle stanze Vaticane. Il Papa, cavalcando su un bianco destricro in tutta la pompa della sua dignità e con intrepido atteggiamento, affronta il capitano barbaro, impedendogli di entrare in Roma e di violare le sacre tombe degli Apostoli. L'incontro avviene tra le schiere armate, sullo sfondo di una romantica ricostruzione dei monumenti della città imperiale e delle sue rovine: nel cielo tempestoso, squarciato da improvvise folgorazioni luminose, appaiono miracolosamente s. Pietro e s. Paolo, suscitando il terrore nelle schiere degli Unni. Con tale raffigurazione pittorica Leone X intendeva celebrare, più che il predecessore, la propria virtù politica e le propria vittoria sui Francesi a Novara, nel 1513. Lo stesso avvenimento, altre che in una vetrata del coro del duomo di Friburgo in Brisgovia, eseguita per lescito di Carlo V, è raffigurato nel Palazzo Rosa di Amelia (sec. xvI) e dal-

(fei. fietr. Rossi Voto Romano)
Leone I, papa, detto Magno, santo. Affresco (sec. viII) - Roma, chiesa di S. Maria Antiqua.
BibL.: E. Teb, La basilica di S. Maria Antiqua, Milano 1937, pp. 62, 72, 217, 272, 351. Eugenio Battisti
LEONE II, papa, santo. - Nel 680-81 era stato celebrato a Costantinopoli il VI Concilio ecumenico, che condannò il monotelismo e l'imprudente adesione del papa Onorio I alla lettera del patriarca Sergio.
Il breve pontificato di Leone II, eletto nel 68 r , consacrato il 17 ag. 682 e m. il 3 luglio 683 , fu dedicato quasi esclusivamente a fare accettare nelle diverse provincie ecclesiastiche le decisioni del Concilio, i cui atti egli stesso, per la sua perizia nelle due lingue, aveva tradotto dal greco in latino. Sotto di lui si chiuse definitivamente, con la regolarizzazione del vescovo Teodoro, lo scisma di Ravenna, scusio specialmente nel 663 dall'imperatore Costante II. In Roma, trasportò nella chiesa di S. Bibiana le reliquie dei ss. martiri Simplicio, Faustino, Viatrice. Festa il 28 giugno.
Bibl.: Lib. Pont., I, pp. 359-60, 375-79; le lettere in PL 96, 387-420; E. Amann, Léon II, in DThC, IX, coll. 301-304; Fliche-Martin-Frutaz, V, pp. 267, 422 sgg.; Martyr. Rom., p. 260.
Alberto Ghinato
LEONE III, papa, santo. - Eletto il 26 dic. 795, m. il 12 giugno 816. Il giorno stesso della morte di Adriano I fu eletto L., che ricopriva l'alto ufficio di vestararins pontificio ed aveva il titolo presbiteriale di S. Susanna. La scelta era stata fatta dal clero in contrasto con la nobiltà laica, che, predominante sotto Adriano, si sentì minacciata e manifestò apertamente la propria opposizione a L.; questi, per naturale reazione, si rivolse a Carlo, re dei Franchi, inviandogli una copia dell'atto di elezione, le chiavi della Confessione di S. Pietro ed il vessillo di Roma, in-
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(per curisita del prof. E. Joni)
Leone III, papa, santo - Ciborio del tempo di L. III (745-816). Roma, Musco Lateranense.
vitandolo ad inviare qualcuno dei suoi dignitari per indurre il popolo a prestare giuramento.
Sebbene questi atti di L. mostrino che egli ha accettato la preminenza di Carlo in Roma, non bisogna dimenticare che il Pontefice fece contemporaneamente decorare il triclinio luteranense con il famoso mussico raffigurante s. Pietro intento a concedere il pallio a L. ed il gonfalone a Carlo, rivelando cosi una netta tendenza a rivendicare al vescovo di Roma una posizione di parità politica rispetto al sovrano franco.
Ad ogni modo ben presto i rapporti fra le due dignitates dovevano essere condotti ad una chiarificazione. Nel 799 l'opposizione dei nobili romani, capeggiati dai parenti di Adriano I, esplose tragicamente il 25 apr., quando, nel corso della processione della litania maggiore, L. fu catturato manu militari dal primicerio Pasquale e dal sacellario Campolo, che tentarono addirittura di accecarlo. Durante la notte il Pontefice poté rifugiarsi in S. Pietro e, con la protczione del duca di Spoleto, raggiunse Carlo a Paderborn; il re dispose che L. fosse accompagnato con ogni onore a Roma ( 29 nov. 799), unitamente ad alcuni commissari inquirenti franchi, i quali riservarono però a Carlo ogni giudizio sulle accuse mosse al Pontefice. Così, quando il re venne a Roma ( 1° dic. 800 ) si trovò di fronte ad una situazione complessa in quanto, da una parte, gli accusatori abbandonavano la causa, e dall'altra, moltissimi sostenevano che nessuno poteva giudicare il Papa. Questi, ad ogni modo, risolse la strana situazione giustificandosi con una purgatio per Sacramentum, letta dall'alto dell'ambone di S. Pietro, il 23 dic., dichiarando però di agire senza essere stato giudicato né costretto; senza che eslatessero al riguardo leggi o consuetudini; senza che dal suo atteggiamento potesse derivare un'obbligazione per i suoi successori, ove si fossero presentate analoghe circostanze. Il giorno dopo, durante la Messa di Natale, aveva luogo l'incoronazione di Carlomagno, che ha originato valutazioni assai disparate : sta di fatto che, verso la incoronazione in Roma, Carlo era spinto da tutta una situazione che veniva maturando e che aveva le sue radici nella straordinaria potenza da lui raggiunta, nella sua posizione di protettore della Confessione di S. Pietro, nelle esortazioni dei dotti che, con Alcuino di York (Carmina, XLV, 63, in MGH, Poëtae lat. aev. carol., I, I, p. 258), gli dicevano "spectat te Roma patronum!". Alla stessa incoronazione era propenso L., che vedeva quale aumento di prestigio ne sarebbe derivato a lui personalmente ed alla Chiesa, cui sarebbe stato cosi agevole condurre a termine quella missione di diffusione della fede che ormai essa rivendicava: nacque quindi il Sacrum Imperium, che tanto fascino esercitò sulle coscienze medievali. Seb-
bene le relazioni di L. con l'Imperatore siano state buone anche dopo l'800, nove anni più tardi il Papa doveva opporsi all'invadenza franca nella questione del Filioque (v.).
Nell'814 l'opposizione nobiliare esplose nuovamente provocando gravi torbidi, non del tutto sedati nell'816, alla morte di L. Questi legò inoltre il suo ricordo, in campo dogmatico, alla condanna definitiva dell'adozionismo. Il suo nome fu inserito nel Martirologio romano nel 1673. Festa il 12 giugno.
Bibl.: Lib. Pont., II, pp. 1-48; Jaffe-Wattenbach, I, pp. 307-16; C. Bayet, L'élection de Léon III et la révolte des Romains de 795, in Annuaire de la Fac. des lett. de Lyon, 1883; L. Duchesne, Les premiers temps de l'Etat pontif., Parigi 1911, p. 187 sgg.; K. Heldmann, Das Kaisertum Karls d. Gr., Weimar 1928; F. Calasso, Storia del Divizio it., Milano 1948, pp. 49-67; Martyr. Rom., pp. 234-35; Fliche-Martin-Frutaz, VI, pp. 158-69, 184-88. Luciano Gulli
LEONE IV, PAPA, santo. - Fu ordinato prete da Sergio II, che lo elevò anche al cardinalato, con il titolo dei ss. Quattro Coronati; fu eletto papa il 27 genn. 846 e consacrato a Pasqua ( 10 apr.), senza la ratifica dell'imperatore Lotario, cui fu addotta a scusante la gravità della situazione romana, anche per le recentissime incursioni saracene (846). Per ovviare a queste, L., riprendendo un vecchio progetto, provvide ad iniziare il restauro delle mura intorno al Vaticano fino a Castel S. Angelo (848), creando quella che da lui fu detta Città leonina, inaugurata solennemente il 27 giugno 852 . In seguito alla vittoria sui Saraceni (riportata nell'849, presso Ostia, dalle navi di Napoli, Amalfi e Gaeta, che L. aveva benedetto, ponendosi così sulla via che condurrà alla guerra santa), il Pontefice poté far ricostruire un nuovo porto (Leopolis), in sostituzione di Centumcellae, distrutta dagli infedeli.
I rapporti di L. con gli imperatori non dovevano essere troppo buoni, posto che egli non gradiva le interferenze imperiali sulla S. Sede : infatti, dopo aver consacrato Ludovico II (apr. 850), ottenne dai Carolingi il ripristino delle prescrizioni canoniche relative all'elezione pontificia. Altri e più gravi screzi sono rivelati dalla improvvisa venuta a Roma di Ludovico II (855), accorso allo scopo di impedire che il partito ostile alla preminenza

Leone III, papa, santo - La giustificazione di L. III (rappresentato con i lineamenti di L. X). Affresco di G. Romano e P. Del Vaga (sec. xvi) - Vaticano, Stanza dell'Incendio di Borgo.
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(bit. Alivari)
Leone IV, papa, santo - Ritratto di L. IV (col nimbo quadrato, signum vicentis), particolare dell'affresco raffigurante l'Astensione (847-52) - Roma, chiesa di S. Clemente.
franca tramasse per ottenere l'intervento di Bisanzio contro i Saraceni, con palese discapito dell'influenza carolingia. L. affermò in altre occasioni l'alto senso che aveva della dignità pontificia, non riconoscendo, p. es., Incmaro di Reims come vicario apostolico per la Francia ed impedendo che il vescovo di Ravenna eludesse, con il favore imperiale, i diritti della S. Sede. M. il 17 luglio 855. Bim.: Acta SE. Iulii, IV, ed. Venesia 1748, pp. 302-26; Lib. Pont., II, pp. 106-39, 148; L. Duchesne, Les premiers temps de l'Etat pontifical, Parigi 1911, pp. 216-28, trad. it., Torino 1947, pp. 128-35; Mansi, XIV, coll.852-1032; lettere in MGH, Epistolar, V, Epist. Karol. aevi, III, pp. 583-612. Luciano Gulli
LEONE V, PAPA. - Governò per un mese, dalla fine di luglio del 903, succedendo a Benedetto IV, fino al sett. della stesso anno.
Non sono chiari i motivi per cui egli, semplice prete di una piccola chiesa dei dintorni di Ardea, Priapi, e perciò estraneo al clero di Roma, sia stato elevato al papato. Sembra aver continuato la tradizione formosiana come i suoi predecessori. Una rivolta di palazzo capeggiata da Cristoforo, che divenne antipapa, lo gettò in prigione, dove sembra abbia finito i suoi giorni sotto Sergio III. Al dire di Auxilius, fu uomo laudabilis vitae et sanctitatis. Bim.: Lib. Pont., II, p. 234; A. Fliche-V. Martin, Hist. de l'Eglise, VII, Parigi 1948, p. 30. Alberto Obinato
LEONE VI, PAPA. - Pontificò dal maggio al dic. 928. Figlio del primicerio Cristoforo, succedeva a Giovanni X, morto in prigione a Castel S. Angelo, e la sua elezione fu designata da Marozia; di lui non si sa quasi nulla; una sola lettera (indicata da JafféWattenbach, 3579), è indirizzata ai vescovi di Dalmazia per invitarli a rispettare i diritti del vescovo di Spalato, pratica già iniziata da Giovanni X.
Bim.: Lib. Pont., II, p. 242; J. B. Watterich, Pont. vitae Rom., I, Lipun 1892, p. 33; P. Brezzi, Roma e l'impero medievale, Bologna 1947, p. 110; A. Fliche-V. Martin, Hist. de l'Eglise, VII, Parigi 1948, p. 30. Alberto Obinato
LEONE VII, PAPA. - Pontificò dal genn. 936 al luglio 939, ma non si hanno notizie sulla sua persona e poco si sa dell'attività svolta.
Il cronista Flodoardo lo chiama "vero servitore di Dio ", ciò che fa arguire che fosse favorevole alla riforma dei costumi degli ecclesiastici propugnata, a quel tempo,
da alcuni monaci e dallo stesso padrone di Roma, Alberico, nipote di Teofilatto. Le poche bolle rimaste di questo Pontefice sono quasi tutte dirette ai monasteri di Cluny e di Subiaco e concernono donazioni e privilegi. Tra lui e Alberico correvano buoni rapporti, che si guastarono poi sotto successivi pontefici. Da ricordare infine un suo atto diretto ai vescovi tedeschi con varie disposizioni sui matrimoni tra consanguinei, sulla recita di preghiere nella Messa e sulla scomunica contro maghi ed indovini.
Bim.: Lib. Pont., II, 244; Iuffe-Wattenbach, 2° ed., I, 432-57; P. Brezzi, Roma e l'impero medioevale, Bologna 1947, pp. 123-24.
Paolo Brezzi
LEONE VIII, PAPA. - Era il protoscriniario della Chiesa romana, scelto come papa dal Concilio convocato dall'imperatore Ottone I di Sassonia e da lui stesso presieduto in S. Pietro (4 dic. 963); L. era laico e rapidamente gli furono conferiti tutti gl Ordini Sacri; doveva essere persona degna e la sua elezione piacque assai al sovrano ma evidentemente la nomina era illegale perché viveva il legittimo pontefice Giovanni XII.
Le ragioni dell'opposizione di Ottone a Giovanni stavano nel fatto che questi, dopo averlo incoronato, si era valto dalla parte di Berengario II, cosi che il sovrano l'aveva fatto deporre, dopo un suo rifiuto di presentarsi davanti al Sinodo ricordato. La popolazione romana gli rimase tuttavia in complesso favorevole ed ai primi di genn. del 964 scoppiò una rivolta in città e L. subì un attentato; Ottone accorse e sedo immediatamente il moto, ma per intercessione del suo Papa non puni alcuno. Ne approfittò Giovanni per rientrare e cacciare L., che dovette rifugiarsi a Camerino mentre un altro sinodo dichiarava nulla la sua elezione. Morto poi nel maggio Giovanni, i Romani si scellerro un altro Papa, Benedetto V, ma Ottone mosse di nuovo contro la citta per rimettere sul trono il suo protetto; ne segui un assedio che ridusse gli abitanti agli estremi e li convinse ad abbandonare Benedetto. Cosi finalmente, a fine giugno del '64, un terzo sinodo depose quest'ultimo e legittimo la scelta di L.; a sua volta il Papa fu largo di concessioni verso Ottone, riconoscendogli il diritto di scelta nella nomina dei vescovi e riconfermandogli tutti i privilegi elargiti dai suoi predecessori agli imperatori carolingi. L'Imperatore passò ancora il Natale del 964 a Roma, ma nella primavera successiva L. morì né si ha notizia di altri incidenti.
Della sua azione nel campo più propriamente ecclesiastico, se si eccettua qualche conferma di privilegi a vari monasteri, nulla c'è stato tramandato.
Bim.: Lib. Pont., II, p. 230 sg.; Il Regesto sublocense a cura di L. Allodi - S. Levi, Roma 1893; Chronicon di Benedetto del Monte Soratte, a cura di G. Zucchetti (Fonti per la Storia d'Italia, 33), ivi 1920; P. Brezzi, Roma e l'Impero medioevale, Bologna 1947, pp. 131-42, 267 (ivi una più ampia bibl. sulla storia romana della seconda metà del sec. x). Paolo Brezzi
LEONE IX, PAPA, santo. - Brunone, vescovo di Toul, m. il 21 giugno 1002 in Egisheim dalla famiglia dei conti di Dagsburg nell'Alsazia, m. il 19 apr. 1054 a Roma. Educato nel monastero cluniacense di StEvre presso Toul, entrò nella corte imperiale. Nel 1026 fu eletto vescovo di Toul e consacrato il 9 sett. 1027. Molto lavorò per la propagazione della riforma monastica cluniacense, e in particolare per i tre monasteri della sua diocesi, cioè St-Evre, S. Mansueto e S. Idulfo di Moyenmoutier nei Vosgi (cf. R. Bloch, Die Klosterpaläle Leos IX. in Deutschland, Burgund und Italien, in Archite Jör Urkundenforschung, 11 [1930], specialmente pp. 190-94).
Come principe dell'Impero, fu fedelissimo all'imperatore Corrado II e a suo figlio Enrico III di cui era cugino. Enrico III lo designò papa nella Dieta di Worms nel dic. 1048, ma Brunone accettò la tiara soltanto a condizione che il clero e il popolo romano lo scegliessero canonicamente. Dopo aver vestito l'abito del pellegrino e non i distintivi pon-
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# LEONE X

RITRA'ITO DI LEONE X
Dipinto di Raffaello (ca. 1514; particolare) - Firenze, Galleria Pitti.
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(da G. B. Ladner. I ritratil des papi nell'antichita e nel mediorvo. Cittio del Vaticano BUL sec. II e) Leone IX, papa, santo - L. IX e Warino abate di S. Arnolfo a Meta. Miniatura del sec. 21 - Berna, Biblioteca civica, cod. 292, f. 73 .
tificali, cominciò il viaggio verso Roma (secondo Viberto, Vita di Leone IX). Brunone di Segni narra l'incontro di Brunone di Toul con il monaco Ildebrando, poi Gregorio VII, presso Besançon. A Roma fu eletto all'unanimità dal clero e dal popolo e coronato nel Laterano il 12 febbr. 1049. Poco dopo iniziò energicamente la riforma del clero e della Chiesa in un sinodo lateranense.
L. chiamò di fuori eccellenti collaboratori come Ildebrando, Umberto da Silva Candida, Ugo di Remiremont, Federico di Lotaringia (poi Stefano IX) ed altri alla Curia Romana. Il Papa stesso compì numerosi viaggi per l'Italia, Francia, Germania, dove nei Sinodi di Pavia, Reims e Magonza emise ordinanze contro la simonia, l'investitura laicale e la clerogamia. Nel Sinodo di Vercelli (1250) condannò Berengario di Tours per le sue erronce teorie sull'Eucarietia. Si recò anche a Toul ed in Germania, dove si incontrò con l'imperatore Enrico III. Ritornato in Italia, trovò i Normanni che minacciavano l'Italia del sud. L. stesso morciò contro di loro, ma l'esercito papale fu battuto il 18 giugno 1053 presso Civitate e il Papa fatto prigioniero. Tornò a Roma il 12 marzo 1054, ammalato a morte. Sotto L. si realizzò definitivamente lo scisma preparato già da lungo tempo tra la Chiesa orientale ed occidentale; il Papa non rivide più da Costantinopoli i legati che avevano scomunicato il patriarca Michele Cerulario.
L. fu il migliore papa germanico del medioevo. Il suo pontificato, che manifestò una cooperazione armonica tra il sacerdozio e l'Impero, rappresenta l'inizio della riforma ecclesiastica medievale. Poco dopo la sua morte fu venerato come santo. Festa il 19 apr.
Bun.: Acto SS. Apellis, II, Parigi 1865, pp. 648-727; PL 143, 437-800; J. B. Wattreich, Pontificum vitue Rom., I, Lipsia 1862, pp. 93-177; BHL, 716-18; Analecta Boll., 17 (1898), p. 167 suz.; 23 (1906), pp. 258-97; 26 (1907), pp. 302-304; Jaffe-Watten-
bach. I, nn. 529-49; Lib. Pont., II, p. 276; P. P. Brucker, L'Alsace et l'Eglise au temps du pape st Léon IX, 2 voll., Strasburgo-Parigi 1880; id., Leben Papst Lees IX., Strasburgo 1902; E. Martin, St Léon IX, Parigi 1904; J. Drehmann, Les IX, und die Slemole, Lipsia 1908; K. Guggenberger, Die deutschen Päpste, Monaco 1916, pp. 41-71; Hefclc-Leclercq, IV, pp. 716-77; A. Fliche, La réforme prégoirienne, I, Parigi 1924, pp. 129-39; J. Gay, Les papes du XIr siècle, ivi 1926, pp. 121-67; Martyr. Rom., p. 146.
Luschesio Späding
LEONE X, papa. - N. a Firenze l'ri dic. 1475, m. a Roma il 1° dic. 1521.
I. Prima del pontificato. - Giovanni de' Medici, secondogenito del magnifico Lorenzo, ebbe a tre anni maestro il Poliziano, ma dopo pochi mesi fu dato a educare ad altri, e soprattutto fu formato spiritualmente dalla dotta, gioconda, molteplice vita della Firenze medicea. Chierico e protonotario prima degli otto anni, provveduto per cura del padre di numerosi benefici, abate di Montecassino e di Morimondo a undici anni, fu, a poco più che tredici, creato segretamente cardinale da Innocenzo VIII, a suggello dell'amicizia con Lorenzo ( 9 marzo 1489). Laureato a Pisa in diritto canonico, prese dopo tre anni dalla creazione il cappello ed ebbe titolo, piuttosto che autorità, di legato nel Patrimonio e nel dominio fiorentino. Nel Conclave del 1492, dopo un tentativo sagace di conciliare la fazione sforzesca e l'aragonesse, piegò alla prima e, non senza patti simoniaci, diede il voto a Rodrigo Borgia, Alessandro VI. Non amico del nuovo papa, in relazioni non troppo cordiali con il fratello Piero, visse nell'ombra, finché la catastrofe della signoria medicea, che invano aveva tentato di evitare ( 9 nov. 1494), lo costrinse a peregrinare per l'Italia, la Germania, i Paesi Bassi, la Francia, dove acquistò maturità ed esperienza.
Tornato a Roma prima del sett. 1497, raccolse nel palazzo, fatto costruire da lui presso S. Eustachio (Palazzo Madama), libri, letterati, artisti e si distinse per munificenza nel restauro della chiesa diaconale di S. Maria in Domnica e nel dare a Bologna la splendida facciata di S. Cristina. Legato di Bologna per Giulio II ( 1° ott. 1511), fu fatto prigioniero dai Francesi a Ravenna (11 apr. 1512) e, condotto a Milano, rialzò abilmente il prestigio del pontificato e il suo.
Liberato da familiari e contadini, fu legato nell'esercito ispano-pontificio, che doveva ricondurre i Medici in Firenze, e, dopo il sacco di Prato, rientrò nella città (sett. 1512) e la governò con mitezza.
II. Il principe. - Nel Conclave che seguì alla morte di Giulio II, giurò con gli altri una capitolazione, che ristringeva assai l'autorità del Pontefice; ma, secondo il costume, non la mantenne poi. Fu eletto papa ( 11 marzo 1513), senza simonia, come atto ad a acquietare la povera Italia et assettare la Chiesa. Annunziò infatti, dopo la tempesta del pontificato di Giulio, un programma di pace. E volle insieme difendere la «libertà d'Italia», con l'impedire che Francesi o Spagnuoli predominassero da soli, o, accordatisi, dominassero insieme, e soprattutto che cadessero in una stessa mano Milano e Napoli. Ma, scarso di mezzi, variamente consigliato dai suoi più fidi, il card. di Biblioteca prima, il card. Giulio de' Medici poi, proclive per natura agli intrighi diplomatici, troppo curante degli interessi della sua casa, seguì una politica sottile forse, ma certo ambigua e tortuosa. Riuscì, per vero, ad assicurare alla casa medicea Firenze, dove affidò il governo prima al fratello Giuliano, poi al nipote Lorenzo con una Instructione, che segnava i limiti di una moderata signoria. Se non poté procurare a Giuliano, morro precocamente (1516), i grandi domini sognati, diede a Lorenzo il ducato di Urbino, tolto al malfido Francesco Maria della Rovere (1516); e, avendolo costui