al nipote Lorenzo con una Instructione, che segnava i limiti di una moderata signoria. Se non poté procurare a Giuliano, morro precocamente (1516), i grandi domini sognati, diede a Lorenzo il ducato di Urbino, tolto al malfido Francesco Maria della Rovere (1516); e, avendolo costui riacquistato, lo restituì al nipote con dispendiosissima guerra (1517). E rafforzò anche lo Stato papale, unendogli Urbino dopo la morte di Lorenzo (1519), sottomettendo tirannelli della Marca e dell'Umbria, riducendo in obbedienza Perugia (1520).
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Ma quel suo perpetuo oscillare attizzava in Italia e in Europa l'incendio e toglieva prestigio alla Chiesa. Seguì nei primi mesi la politica antifrancese di Giulio II, pur evitando di chiorirsi e facendo come "padre della cristianità tentativi di pace. Poi, per timore degli Spagnuoli, apparve francofilo; profilandosi i disegni di Francesco I contro Milano, si strinse contro di lui alla Spagna, agli Svizzeri, all'Imperatore. Per le clamorose vittorie del re, cadde d'animo; conchiuse col re un Trattato a Viterbo (13 ott. 1515) e s'incontrò con lui a Bologna (11-14 dic.), rinunciando a Parma e Piacenza e promettendo al re l'investitura di Napoli alla morte del Cattolico; ne ottenne la protezione per il dominio mediceo in Firenze, e pose le basi del concordato con la Francia. Non poté impedire l'accordo di Noyon tra i re di Francia e di Spagna ( 13 ag. 1516 ), né quel Trattato di Cambrai ( 11 marzo 1517), per cui i due potenti e l'imperatore Massimiliano si dividevano l'Italia. Nel nuovo conflitto tra Francesco I e Carlo d'Abshurgo per la successione imperiale, non desiderando l'elezione di alcuno dei due, e meno del secondo, che alla corona di Spagna univa quella di Napoli, dopo aver tentato ( 6 marzo 1518) di ottenere una tregua di cinque anni per tutta la cristianità e un arbitrato papale per ogni controversia, fece sperare il suo appoggio ad ambedue i re, negoziando compensi, e con ambedue ad un tempo fece alleanza separata, pure promovendo l'elezione di un terzo meno potente. Delineandosi probabile l'elezione di Carlo, parve deciso a sostenere Francesco; divenuta quella sicura, le diede il consenso; ma si garantì con un accordo segreto con la Francia (ott. 1519). Alla fine, per la necessità di avere l'aiuto di Carlo V contro il movimento luterano, si alleò con lui con il Trattato segreto dell'8 maggio 1521, pubblicato il 29 giugno, che stringeva insieme i due "Capi della cristianità ". Dopo la vittoria imperiale in Lombardia, ebbe a Roma accoglienza trionfale ( 25 nov. 1521); pochi giorni dopo, già presso alla fine, ebbe notizia che Parma, come già Piacenza, era riacquistata alla Chiesa. La morte gli impedì di vedere in balia dell'alleato la Chiesa e l'Italia.
Come reggitore dello Stato papale, mantenne sicurezza e pace; promosse l'agricoltura; pensò al prosciugamento delle paludi pontine. Generalmente mite, benevolo anche agli Ebrei, a cui concesse fin l'impianto di una stamperia a Roma, attirò in corte con "bone parole" Gian Paolo Baglioni, signore di Perugia, e lo mandò a una morte, del resto ben meritata. E una congiura, probabilmente esagerata ad arte, contro la persona del Papa, fu punita acerbamente con la morte del card. Alfonso Pe-
trucci e con la prigionia di altri quattro cardinali, che solo con enormi somme ottennero il perdono (1517); forse il bisogno di danaro fu una delle cause principali di questo intrigo. Poiché l'inconsiderata liberalità e le enormi spese della guerra di Urbino non soltanto condussero L. a dissipare il tesoro di Giulio II; ma lo spinsero a procurare danaro con aggravamenti d'imposto, prestiti, pegni, vendita degli uffici anche più elevati, decune e giubilei e indulgenze, i cui proventi non sempre erano rivolti agli alti fini annunziati. E'spiacque ai Romani l'affluire di sciami di Fiorentini, che si insediarono in molti uffici, particolarmente nei più redditizi.
III. Il mecenate. - Letterati ed artisti esaltarono L. con entusiastiche lodi. E veramente il mecenatismo è per lui titolo di gloria. Egli ebbe consigliere il Bibbiena, segretari il Bembo, il Sadoleto, il Colocci; tenne cari il Castiglione, Alberto Pio da Carpi, Gianfrancesco Pico, il Molza, Bernardo Accolti; sollecitò il Vida a comporre la Cristiode, il Sannazzaro a pubblicare il De parta Virginis, Zaccaria Ferreri a riformare linguisticamente il Breviario. Nulla diede al Machiavelli, fuori della grazia dopo la congiura del Boscoli; ma al Guicciardini diede uffici di avvocato concistoriale e di governatore di Modena e Reggio, al Triusino missioni diplomatiche, al Giovio una cattedra nell'Università di Roma. Pure mostrandosi freddo con l'Ariosto, gli accordò privilegi per la pubblicazione del

Leone X. papa - Monumento a L. X. Opera di Bacrio Bandinelli (ca. 1525) - Roma, chiesa di S. Maria sopra Minerva.
Furioso: ad Erasmo largi grazie e ne accolse la difesa dall'accusa di eresia. Protesse l'officina libraria di Aldo Manuzio; favorì gli studiosi di lingue orientali, di araldica, di numismatica. E a innumerevoli altri, poeti, umanisti, improvvisatori, musici, istrioni, buffoni, fu liberale, non sempre con discernimento e misura.
Di Roma, cresciuta assai di popolazione, volle fare il centro anche intellettuale del mondo. Vi raccolse letterati ed artisti; riformò ( 5 nov. 1513 ) l'Università, che ebbe breve fiorimento, insegnandovi con molti altri, fin a 88 , uomini di valore, come il Nifo, Luca Paciolo, il Giovio, Fedra Inghirami. Amplió la biblioteca privata e la Vaticana, dandosi cura di raccogliere libri de tutta Europa, con esito non pari alla fatica. Creò a Roma, come a Firenze, un collegio greco, che fu diretto da Giano Lascaris e aveva annessa una stamperia; accordò privilegio al Ma zocchi per la raccolta di iscrizioni topografiche romane; incoraggiò Raffaello a preparare la pianta archeologica di Roma. Alla maggior parte di queste imprese mancò la continuità; qualcuna nemmeno ebbe inizio.
Nel campo dell'edilizia, ricostruì la Via Alessandrina e iniziò la Leonina (Ripetta) e la sistemazione della Piazza
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IL PAPA IN TRONO FRA I CARDINALI, illuminato dalla S.ma Trinità e assistito dalla Carità, riceve l'omaggio di principi orientali. Miniatura di scuola fiorentina (fra 1513 e 1521) nel De veri pastoris munere di Giovanni Poggio - Biblioteca Vaticana, cod. Vat. lat. 3732, f. 17.
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ESTERNO DELLA CAPPELLA DI S. MICHELE
di Le Rocher d'Aiguilhe (sec. xiI).
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del Popolo; condusse a termine le Logge del cortile di S. Damaso. In falto d'arte, con un breve (27 ag. 1515) salvò dalla distruzione i tesori dell'antichità, e molti ne raccolse nel Belvedere. Raffacllo, aiutato dai discepoli, terminando la stanza di Eliodoro rappresentò nella figura di Leone Magno i lineamenti di L. X; nella stanza dell'Incendio simboleggiò nei fatti di Leone III e di Leone IX le gesta e i propositi del lontano successore; per quella di Costantino disegnò il trionfo della Chiesa; mentre nei cartoni degli anzzi, le sculture partenoniche dell'età moderna, ne glorificava la più antica storia, e nelle Logge (1513-19) armonizzava la sua Bibbia con le geniali creazioni paganeggianti di Giovanni da Udine; Giovanni stesso e Perin del Vaga decoravano il soffitto della sala papale nell'appartamento Borgia. Ma le opere grandiose inixate da Giulio II si arrestarono, o procedettero a stento; e prima tra esse la Fabbrica di S. Pietro, per la quale poco poterono fare fra' Giocondo, Raffaello, Antonio da Sangallo, ai quali, dopo la morte del Bramante (1514), ne fu affidata successivamente la cura. Michelangelo ebbe prima la commissione della facciata di S. Lorenzo in Firenze, poi quella della Sagrestia nuova; ma non iniziò nemmeno il lavoro. L'oscurità del periodo, che seguì alla morte di L., fece apparire più luminosa l'età sua, onde ebbe nome da lui il secolo; ma, anche quanto a mecenatismo, egli rimase inferiore al grandissimo Giulio.
IV. Il Pontefice. - L'attività più strettamente religiosa di L. fu non trascurabile certo, ma inadeguata al bisogno ed al pericolo di quell'era gravissima per la Chiesa. Fin dall'inizio del pontificato, egli si propose la difesa della cristianità contro le minacce degli infedeli; diede aiuti all'Ungheria, sollecitò le potenze cristiane alla Crociata, fece redigere (nov. 1517) da una commissione di cardinali, di ambasciatori e di esperti un memoriale, che esaminava a fondo il problema della guerra santa. Ma la diffidenza, soprattutto della Germania, per un'impresa che a molti dava il sospetto di essere pretesto per trarre danaro, la guerra di Urbino, i maneggi politici attraversarono il disegno.
L. poté invece continuare dalla VI sessione (27 apr. 1513) e conchiudere con la XII (16 marzo 1517) il Concilio Lateranense (V) aperto da Giulio II, proponendogli come fine il ristabilimento della pace, la condanna degli errori, la riforma della Chiesa.
Fu posto termine allo scisma gallicano con la sottomissione del Carvajal e del Sanseverino, che ebbero, umiliandosi, il perdono ( 27 giugno 1513), con la dichiarazione degli oratori francesi, di abbandono del Concilio pisano e di adesione al Lateranense ( 19 dic. 1513), con l'approvazione del Concordato francese ( 19 dic. 1516). Furono condannate ( 19 dic. 1513) le dottrine sulla mortalità del l'anima individuale e sull'anima collettiva e la teoria della duplice verità, razionale e rivelata; e ai sacerdoti, che volevano coltivare gli studi umanistici, fu imposto di studiare prima per cinque anni teologia e diritto canonico. Si promulgarono decreti, che toglievano alcuni abusi nella Curia, tendevano a migliorare la scelta dei vescovi e degli abati, a porre un freno alle commende e al cumulo dei benefici, a elevare il tenore di vita religioso e morale del clero e del laicato ( 5 maggio 1514). Si mitigò, se non si riusci a togliere, il dissidio fra vescovi e regolari, diminuendo le esenzioni di questi, accrescendo la potestà di quelli ( 4 maggio 1515 ); e si segnarono limiti tra i diritti del clero secolare e del regolare ( 19 dic. 1516). Si dettarono leggi per l'esercizio della predicazione; si risolse un'annosa questione, approvando i Monti di pietà e ammettendo un indennizzo ai prestatori; si vietò la stampa di libri senza la licenza del vescovo e dell'inquisitore, o, per Roma, del vicario e del maestro del S. Palazzo (4 maggio 1515). Provvedimenti di pacificazione, di difesa della fede, di riforma, per gran parte vantaggiosi, seme di cose maggiori; ma che né andavano a fondo quanto occorreva, né, soprattutto, ebbero applicazione efficace.
Anche fuori dell'attività spiegata nel Concilio, L. non
si dimostrò insensibile a diverse necessità del governo della Chiesa. Favori gli Ordini religiosi, e in particolare quello dei Minimi, dei quali canonizzò il fondatore, Francesco di Paola ( 1° maggio 1519); dopo aver tentato di riunire tutto l'Ordine francescano, sanzionò la divisione fra Conventuali e Osservanti (1517); pubblicò bolle contro la magia, la divinazione, il duello; approvò la «Compa* gnia del Divino Amore», una delle manifestazioni più segnalate della preriforma cattolica. Stabili relazioni cordiali con i maroniti e con i greci uniti, che difese contro l'ostilità del clero latino; tentò anche di avvicinare alla Sede Romana gli etiopi ed i russi. Alzò la voce contro la schiavitù degli indiani e cercò di proteggerli dalla violenza dei conquistatori.
Ma troppi scandali di prelati e di cortigiani tollerò intorno a sé; fu troppo amante di cacce, di feste profane, di spettacoli, fino ad assistere alla rappresentazione della Calandria e dei Suppositi e a volere o permettere che fosse data in Roma la Mandragola.
Nella stessa creazione di cardinali, e in particolare in quella ( 1° luglio 1517 ) di ben 31 ad un tempo, alla quale consentì il S. Collegio, spaurito per l'aspra vendetta contro il Petrucci e i veri o supposti suoi complici, se furono compresi uomini degni, troppi altri furono accolti, che dovevano la porpora a parentela o amicizia col Papa, a motivi politici, allo sborso di somme ingenti. Questo contegno suo svalutava i propositi e i tentativi di riforma.
E troppo debole apparve L. di fronte a tendenze pericolose all'autorità del pontefice e all'unità della Chiesa, anche se la condiscendenza può essere in parte scusata per la gravità delle circostanze. Il Concordato con Francesco I ( 18 ag. 1516) aboliva la Prammatica, respingeva la dottrina della superiorità del concilio, assicurava alla Chiesa francese l'appoggio della Corona; ma abbandonava questa Chiesa nelle mani del Re, a cui erano concesse facoltà quasi illimitate di nomina dei vescovi e degli abati e, indirettamente, la risoluzione di grandissima parte delle cause, anche ecclesiastiche o miste, anche in giudizio di appello. Al re di Spagna L. confermò la concessione della Cruzada; e tentò inutilmente di togliergli il diritto di retención de boles e di sottomettere l'Inquisizione spagnola al diritto comune. Al Re di Portogallo accordò il giuspatronato su tutti i benefici dei paesi oltremarini; al Re di Polonia privilegi e al polacco arcivescovo di Gnesen ufficio di legatus natus. A Enrico VIII di Inghilterra diede ( 26 ott. 1521) il titolo di defensor fidei, da lui meritato per la sua Assertio septem Sacramentorum; ma al potentissimo cancelliere Wolsey aveva non solo concesso la porpora ( 10 sett. 1515), ma l'ufficio di legato, permettendo che unisse l'autorità politica e la religiosa.
Di fronte alle nuove dottrine diffuse in Germania (v. lutERO, MARTIN), dimostrò fin eccessiva tolleranza. Esitò lungamente a pronunciarsi nella battaglia fra teologi e umanisti a proposito delle opere del Reuchlin, e solo il 23 giugno 1520 condannò l'Angeespiegel.
V. La figura. - Era nella persona di L. un singolare contrasto. Alla figura enorme ed obesa, col volto floscio e i miopi occhi sporgenti, idealizzata da Raffaello, ma ritratta con brutale realismo da Sebastiano del Piombo e dal Varignana, si contrapponevano la voce armoniosa, la parola eloquente, il tratto amichevole e talora affascinante. E lo stesso contrasto, proprio, d'altronde, di quell'età, era nel suo carattere spirituale. Sinceramente credente, pio, onesto nel costume, largamente benefico, era insieme bramoso di "vivere e godere la vita", aveva «in orrore ogni fatica " e non voleva "fastidi»; era prudente sì, ma dubbioso, timido, coperto nei disegni, non schivo di doppiezza e di falsità, troppo amante dei suoi. La sua stessa cultura, ricca e varia, aveva alcun che di superficialità e dilettantismo. Morì, dopo rapidissima malattia, con segni di schietta pietà. Ma non fu compianto, anzi fatto segno ad accuse atroci ed ingiuste; sepolto prima in S. Pietro, solo più tardi le sue ossa riposarono nel pomposo monu-
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(fot. Oab. fot. nec.)
Leone XI, papa - Dipinto di ignoto (sec. xvil) - Roma, collezione private.
mento disegnato dal Sangallo, eseguito da Baccio Bandinelli, nel coro di S. Maria sopra Minerva. Vedi tav. LXXV.
Bini.: Pastor, IV, i: tra le molte opere qui citate, in particolare, Regesta Leoni X (fino al 16 ott. 1515), Paride Grassi, Giovio, Fabroni, Roscoe, Nitti; per la parte religiosa, HefeleLaclerco, VIII, pp 389-839; F. Imbart de la Tour, Les origines de la réforme, II, Parigi 1909; e le opere citate alla v. Lucreio. Inoltre A. Luzia, Isabella d'Este ne' primardi del pontificato di L. X, in Arch. stor. lombardo, 4⁴ serie, 6 (1906), pp. 99-180, 434-89; id., Isabella d'Este e L. X dal Congresso di Bologna alla presa di Milano, in Arch. stor. italiano, 5⁴ serie, 40 (1907), pp. 1897; 44 (1900), pp. 72-128; 45 (1910), pp. 245-302; A. Ferrajoli, Il ruolo della corte di L . X, in Arch. della R. Societa romana di st. patria, 34 (1911), pp. 363-91; 41 (1918), pp. 87-110, e La congiura dei cardinali contro L. X (Mistell. della R. Soc. rom. di st. patria), Roma 1919; cf. in proposito Riv. storica italiana, nuova serie, I (1924), pp. 237-67; G. B. Picotti, La giovinezza di L. X, Milano 1928: A. Mercati, Aneddoti per la storia di pontefici, in Arch. della R. Soc. rom. di st. patria, 56-57 (1733-34), pp. 368-79; G. Truc, Léon X et son siècle, Parigi 1941. Giovanni Battista Picotti
LEONE XI, papa. - N. a Firenze il 2 giugno 1535, m. a Roma il 27 apr. 1605. Alessandro, nato da Ottaviano de' Medici, di un ramo collaterale della famiglia fiorentina, e da Francesca Salviati, nipote di Leone X, fu da Cosimo I inviato nel 1569 ambasciatore in Curia, e vi rimase con soddisfazione dei granduchi e dei papi quasi quindici anni, durante i quali fu creato vescovo di Pistoia ( 9 marzo 1573), arcivescovo di Firenze ( 15 genn. 1574), cardinale ( 12 dic. 1583 ).
Pio e zelante, in relazioni strette fin dalla giovinezza con i Domenicani di S. Marco, amico e ammiratore di s. Filippo Neri, si adoperò a introdurre nelle sue diocesi le riforme tridentine, e si distinse per munificenza nel restauro di chiese romane e più tardi nell'acquisto di Villa Medici sul Pincio. Si adoperò per decidere Clemente VIII all'assoluzione di Enrico IV e, dopo la riconciliazione di questo con la Chiesa, fu nominato legato a latere in Francia (3 apr. 1596), dove restò oltre due anni. Non riusci, né poteva riuscire nello scopo principale della sua legazione, di restaurare in Francia l'unità religiosa,
riconobbe anzi la necessità di un accordo con gli ugonotti, onde usci l'Editto di Nantes. Nè ottenne che Enrico IV mantenesse tutte le sue promesse, ma con la franchezza, la prudenza, la modestia, guadagnò la simpatia del Re, ottenne conversioni clamorose, restaurò la disciplina ecclesiastica, scossa dalle guerre di religione. Presiedette alle trattative per la pace di Vervins ( 2 maggio 1598) e vi esercitò efficace opera mediatrice. Già vescovo di Albano ( 30 ag. 1600) e di Palestrina ( 17 giugno 1602), fu eletto papa il 1° apr. 1605 con l'appoggio della Francia e nonostante l'opposizione della Spagna. Fu immune da nepotismo, grato al popolo per l'abolizione di tasse gravose; indipendente anche di fronte al Re di Francia; inviò largo soccorso all'Imperatore contro i Turchi, convocò una commissione cardinalizia per la riforma del sistema di votazione nel conclave; troncò ( 23 apr. 1605) una contesa tra il clero di Castiglia e León e i Genotti, obbligando questi a dare una quota sulle loro rendite.
Mori dopo brevissimo pontificato, assai compianto; ebbe un monumento in S. Pietro, opera dell'Algardi.
Bini.: Pastor, XI, passim, e XII, pp. 1-22; per la legazione in Francia, V. Martin, Le rulhcauisme et la riforme catholique, Parigi 1919, pp. 286-301, e La reprise des relations diplomatiques entre la France et le St-Sicge in 1553, in Revue des sciences religieuses, 2 (1922), pp. 237-70; cf. anche DThC, IX, 1, coll. 332-33. Giovanni Battista Picotti
LEONE XII, papa. - Annibale Sermattei della Genga, n. nel Castello della Genga, presso Spoleto, il 22 ag. 1760 , m. a Roma il 10 febbr. 1829. Studio ad Osimo e a Roma; ordinato sacerdote nel 1783 , fu vescovo di Tiro, nunzio a Lucerna ed a Colonia, inviato nel 1805 alla Dieta germanica, quindi nunzio a Monaco e nel 1808 a Parigi. Tornò in questa città per recare a Luigi XVIII, restaurato al potere, le congratulazioni del Pontefice. Cardinale dell'Ordine dei preti dall'8 marzo 1816, fu vescovo di Senigallia e, nel

(fot. Allinari)
Leone XII, papa - IlPapa in piedi benedicente. Monumento di G. De Fabris (1836) - Basilica di S. Pietro.
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1820, vicario di Roma. Manifestò apertamente la sua opposizione alla politica del Consalvi, che si era attirato l'ostilità di molti cardinali tenuti da lui lontani dal potere, i quali gli rimproveravano l'adozione di varie riforme amministrative introdotte dalla Rivoluzione e dall'Impero nei riguardi degli ecclesiastici, dei nobili e delle città, la conclusione di concordati ritenuti lesivi dei diritti della Chiesa e la pretesa debolezza manifestata nei confronti delle potenze e soprattutto dell'Austria.
Alla morte di Pio VII, il card. Albani, capo del Partito consalviano sostenuto dal Metternich, comunicò il veto austriaco all'elezione del card. Severoli. Il Partito degli "zelanti", in maggioranza italiani, riuscì tuttavia, il 28 sett. 1823 , e far eleggere, contro il consalviano Castiglioni, un altro suo candidato, il card. della Genga. Questi sostituì il Consalvi con il vecchio conservatore card. Della Somaglia ma mostrò di non essere legato a nessuna tendenza: chiese consiglio allo stesso Consalvi e seppe dare un proprio indirizzo alla vita della Chiesa.
Il programma del suo pontificato è annunciato nella encicl. Ubi Primum del maggio 1824: restaurazione della religione, lotta contro gli errori che minacciano la fede, condanna dalle sette, dell'indifferentiismo in materia religiosa, delle società bibliche. Nonostante l'opposizione degli Stati e di una parte della stessa Curia, bandisce per il 1825 il Giubileo che dovere provocare un nuovo generale di ritorno alla fede, tale da sommergere ogni opposizione e resistenza da parte di sètte e di potenze politiche e che di fatto riusci cosa inaspettatamente imponente. Con la bolla Quad Dicina Sapientia riformà gli studi sotto il controllo ecclesiastico, creando quindi l'apposita Congregazione degli Studi; restitui poi ai Gesuiti il Collegio Romano ed affido ad essi il Collegio dei nobili; con la Quo graviara unita condannò nuovamente le sétte.
Non solo queste tuttavia creano preoccupazioni al Pontefice, che deve lottare contro il gallicanismo in Francia, il giuseppinismo e la tendenze febroniane in Austria ed in Germania e contro l'autocrazia ortodossa dello Zar. Un conflitto ebbe anche con la Spagna quando il Re, la cui restaurazione era stata dal Papa festeggiata e bencdetta, volle impedirgli di provvedere ai bisogni spirituali delle antiche colonie spagnole, attraverso un implicito riconoscimento del loro nuovo assetto politico. Credette nel 1828 di por fine, con un accordo, alla politica anticlericale di Guglielmo I del Pisesi Bassi, ma questi cercò di non applicare la conversione con l'appoggio dei liberali belgi. L. XII non si compromise nel conflitto tra i gallicani e il La Mennais che riteneva guidato più dal cuore che dalla ragione.
La sua azione volta a ricondurre l'ordine nello Stato pontificio non raggiunse sempre il fine desiderato. I briganti della campagna romana non furono domati dal card. Pallotta o da mons. Benvenuti, che lo sostituì; né le condanne di Targhini e Montanari e l'invio in Romagna del card. Rivarola e poi di mons. Invernizzi valsero a porre un termine alle congiure ed alle insurrezioni. L. XII cercò di restaurare l'antico regime, con l'allontanamento dei laici dalle cariche pubbliche e con provvedimenti in campo giudiziario a favore dei tribunali ecclesiastici e in campo sociale a favore della nobiltà. Introdusse d'altro canto molte opportune economie, ridusse o aboli tasse ed imposte, non riusci però ad impedire l'aggrevarsi della situazione economico-finanziaria dovuta alla povertà del paese ed anche in parte all'esodo di ricchi israeliti talvolta compromessi dal punto di vista politico.
L. XII si trasse alquanto discorso dai sudditi e non fu molto popolare per le severe economie introdotte, per la soppressione di alcune istituzioni incapaci di autosostenersi, per l'imposizione dei cancelletti alle osterie, benché la diminuzione delle imposte ed altre opportune e benefiche disposizioni meritassero di essere maggiormente apprezzate.
Molti degli ultimi provvedimenti del suo pontificato sono dovuti al card. Tommaso Bernetti che sostituì il Della Somaglia ed accentuò il tono antiaustriaco della politica pontificia.
Bias.: Artaud de Montor, Histoire du pape L. XII, 2 voll., Bruxelles 1842; L. C. Farini, Lo Stato romano dal 1813 al 1830 , I. Firenze 1822, pp. 16-22; N. Wissman, Rinecubrance degli ultimi quattro papi, trad. it., Milano 1828; I. Banieri, Misione a Parigi di mons. Genga e del card. Consalvi (maggio 1813), in Civ. Catt., 1902, vi, pp. 272-87; G. de Grandmaison, Le Secole de 1813, Parigi 1910; Ch. Terlinden, Le Conclave de L. XII d'après les documents inédits, in Revue d'bistoire ecclésiastique, 14 (1913), pp. 272-303; V. Usilio, Il Conclave di L. XII, in Rassegna storica del Risorgimento, 8 (1021), pp. 611-16; id., Tre Conclavi, ibid., 20 (1933), pp. 363-84; A. M. Ghisalberti, s. v. in Diz. del Risorg. nuc., III, pp. 338-39; J. Schmidlin, Parrtepschichte der neuesten Zeit, I. Monaco 1933, pp. 367-473; M. Rossi, Il Conclave di Leone XII. Lo Stato pontificio e l'Italia all'indomani del Congresso di Vienna, Perugia 1932; E. Vercesi, I papi del sec. XIX. Tre pontificali. L. XII, Pio VIII, Gregorio XVI, Torino 1936, pp. 19-114; J. Leflon, La crise révolutionnaire (1785-1846), Parigi 1949, pp. 379-409. Fausto Fonzi
LEONE XIII, PAPA. - Vincenzo Gioacchino Pecci, n. a Carpineto (Frosinone) il 2 marzo 1810, m. a Roma il 20 luglio 1903. Sesto dei sette figli di Ludovico Pecci, colonnello delle milizie baronali della sua regione, e di Anna Prosperi Buzi, di Cori. Di nobiltà snagnina. All'età di otto anni fu affidato al Collegio dei Gesuiti a Viterbo, insieme con il fratello, Giuseppe, maggiore di lui. Passato a Roma al Collegio Romano, ebbe a maestro il Perrone. Di pietà profonda, sobrio e semplice nel costume, cagionevole di salute, dal temperamento meditativo e ponderato, dall'ingegno sagace : primeggiò negli studi, specie teologici e letterari, nella poesia latina, didascalica e satirica. Sentì alto il decoro della famiglia, altissimo l'onore della Chiesa. All'Accademia dei Nobili ecclesiastici (1832) e poi prelato, celebra la prima Messa a S. Andrea al Quirinale (1838) avendo a prete assistente il fratello Giuseppe, fattosi gesuita.
Dopo un mese è inviato a Benevento quale delegato pontificio e nel 1841 a Perugia, con lo stesso ufficio. Consacrato arcivescovo di Damietta, è inviato nunzio a Bruxelles (1843). La sua nunziatura è molto laboriosa, soprattutto per un dissenso con il governo sulla questione dell'insegnamento, che provoca anche l'intervento del ministro d'Austria a Bruxelles. Richiamato a Roma, il Pecci è nominato vescovo di Perugia, ove si insedia dieci giorni dopo la elezione di Pio IX. Qui, egli resterà trentadue anni (nel 1823 è creato cardinale) mentre il movimento nazionale italiano procede: nel 1839 una insurrezione ordita, a Perugia, da un gruppo di cospiratori, è repressa da un battaglione di pontifici provenienti da Roma (la polemica liberale parlò delle "stragi di Perugia "); nel 1860, Perugia viene annessa al Regno d'Italia e il Pecci, nelle difficili contingenze, mostra temperanza di atteggiamento, ma senza accomodamenti e senza debolezze, anzi in taluni casi con grande coraggio; basti ricordare il luttuoso episodio del pio sacerdote Santi. Le truppe regie erano appena entrate nella città che un tale cercò di vendicarsi del predetto sacerdote riferendo al gen. De Sonnaz di averlo veduto sparare dalla finestra sui piemontesi. Il generale con giudizio sommario condannava il Santi alla fucilazione. L'arcivescovo intervenne con accenti così magnanimi e con tale apostolica fermezza da commuovere l'intera cittadinanza: ma tutto fu vano, mentre a soli pochi giorni dall'esecuzione venne provata, dallo stesso arcivescovo, l'innocenza della vittima.
Pur restando fautore convinto della necessità del governo civile della S. Sede, egli, notoriamente, non condivise i metodi e le valutazioni politiche del card. Antonelli, che per ventisette anni fu segretario di stato di Pio IX. Questa differenziazione di giudizi (che può essere segnalata anche nelle lettere pastorali perugine del 1876-77-78 ) si connette, forse, con il soggiorno nel Belgio, che mise il Pecci a contatto con un mondo nuovo: una nazione cattolica a regime liberale, non concordatario,
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(da E. Sodatini, Il Pontifcato di L. XIII, I, Milano 1531, too. Il) Leone XIII, papa - Ritratto giovanile.
un paese aperto a tutti i progressi moderni, nel quale i cattolici partecipavano alla vita pubblica. Alla morte dell'Antonelli (1876), il Pecci, fatto camerlengo di S. Romana Chiesa, lascia l'episcopato di Perugia, pur mantenendone l'amministrazione. Alla morte di Pio IX (1878) il Conclave - che il Pecci, quale camerlengo, aveva preparato per essere tenuto a Roma - dopo due giorni ( 18 -zo febbr.) lo elegge pontefice ed egli prende il nome di L. XIII.
Il suo pontificato fu subito previsto come di transizione, anche a causa dell'età di lui, e di tendenze medie. A parte le previsioni sull'età, smentite da venticinque anni di governo - il più lungo, dopo s. Pietro e Pio IX - egli dà fin dai primi atti l'impressione che voglia affermare il pensiero della Chiesa di fronte ai problemi del tempo, non tanto per segnalare contrasti e pronunciare condanne, compito assolto dal suo predecessore, quanto per profilare possibilità di convergenze. Tipica la previsione di R. Bonghi, che salutava in L. il dottore dalle ampie visioni dottrinali (il Lumen de coelo della pseudoprofezia) che avrebbe dato al pontificato il «suo stampo».
La prima enciclica, Inscrutabili (21 apr. 1878), descrive i mali della società, ai quali la Chiesa offre i rimedi, sul piano spirituale e civile. Il richiamo alla pietà dei fedeli è effettuato con particolare insistenza sulla devozione al Rosario (encicl. Supremi Apostolatus, { }^{°} sett. 1883 e molti altri documenti) collegata con la devozione a s. Giuseppe (encicl. Quaenquam pluries, 15 ag. 1889) e alla S. Famiglia (lett. Novum argumentum, 20 nov. 1890). L'incremento della devozione al S. Cuore viene espresso solennemente all'inizio del secolo, con la consacrazione del genere umano (encicl. Annum Sacrum, 25 maggio 1899). L'apostolato religioso dei fedeli è affidato soprattutto al Terz'ordine dis. Francesco (encicl. Auspicato concessum, 17 sett. 1882), e ciò determina pure un vasto movimento di cultura francescana. Ripriatina le celebrazioni nella Basilica Vaticana, che dopo il '7o erano state sospese, comprese le beatificazioni e le canonizza-
zioni, che nel 1897 vengono riprese a S. Pietro. Tra i santi e i beati del suo pontificato (in tutto, ca. cinquanta) i Sette Fondatori, il La Salle, il Zaccaria, il Labre, Rita da Cascia.
Notevole l'inizio delle cause di beatificazione di Tommaso Moro e di Giovanna d'Arco. La celebrazione dell'Anno Santo 1900, che egli vuole contro molte difficoltà, è un evento di alta importanza, che riprende con successo la serie dei Giubilei, intero ta nel 1825 , e corona i molti pellegrinaggi italiani ed esteri affluiti a Roma per i Giubilei personali di lui, specie per quello episcopale (1888), con la grandiosa Esposizione Vaticana che aduna cospicui omaggi da tutto il mondo.
L'educazione del clero egli considera prevalentemente dal punto di vista intellettuale, adottando l'insegnamento del tomismo nelle scuole clericali. Iniziativa costante (encicl. Aeterni Patris, 4 ag. 1879; Cognita nobis, 15 febbr. 1882; Fin dal principio, 8 dic. 1902) che sottrae la cultura cattolica ai capricci di un eclettismo eccessivo e suscita tentativi felici di rinnovamento (ad es., la scuola neotomista di Lovanio, con il Mercier). La cultura temista vuole affiancata da una vasta formazione letteraria e sociale, con la fondazione del Siminario Leoniano a Roma (la cattedra dantesca a mons. Poletto). Il clero regolare richiama a disciplina unitaria con l'Unione Leoniana delie fondazioni francescane facenti capo ai Minori e la organizzazione federativa dei Benedettini (1893) con l'abbazia di S. Anselmo a Roma (1900). Non molte le approvazioni di nuove fondazioni; ma notevoli quelle dei Padri Bianchi (Lavigerie), dei Canonici dell'Immacolata (Grea), dei Sacerdoti del S. Cuore (Debon), del Divin Verbo, dei Pallottini. Favorisce lo sviluppo dei Salesiani e il santuario e le Opere del Rosario a Pompei (Bartolo Longo).
La ricostituzione della gerarchia nei paesi separati, il rafforzamento della Chiese orientali, la presenza attiva della Chiesa di fronte agli scismatici persegue con energia, procurando di porre la S. Sede in buone relazioni con i governi civili dei rispettivi paesi. Tra i primi significativi atti : la lettera per il ristabilimento della gerarchia nella Scozia (4 marzo 1878), l'allocuzione sulle Chiese orientali (28 febbr. 1879), l'enciclica sui ss. Cirillo e Metodio (30 sett. 1880), il discorso ai pellegrini slavi ( 5 luglio 1881).
Il più interessante movimento filocattolico si verifica in Inghilterra, a seguito della scuola di Oxford (tra i primi cardinali creati da L. è il Newman), e riprende (1889) con l'incontro di lord Halifax e del lazzarista Portal, e con la proposta del riconoscimento delle Ordinazioni anglicane. Una commissione romana respinge la proposta (1896) ma tuttavia il fervore degli studi e delle discussioni giova molto alla causa del cattolicesimo.
Nel vicino Oriente, le migliorate relazioni diplomatiche con la Russia avvantaggiano non solo i cattolici della Polonia ma concorrono, anche, a suscitare tra gli ortodossi correnti di simpatia per il cattolicesimo (tipica l'opera di W. Soloview). In Egitto, Grecia, Turchia, Caldea, l'azione di L. dà buoni risultati; non cosi in Bulgaria (con l'apostasia del re Ferdinando, 1895) e in Armenia, ove i ripetuti massacri di cristiani (1895-96) risultano non repressi dal Sultano. All'incremento delle Chiese orientali contribuisce il solenne Congresso eucaristico di Gerusalemme (1893). Particolari relazioni con i maroniti e i copti.
L'attività missionaria di L. è assai laboriosa: in India è ritvigorita con la fine dello scisma di Goa (1886) e lo stabilimento della gerarchia; in Indocina, una forte persecuzione ( 1885 ) promette una ripresa; in Cina, l'opposizione xenofoba alle missioni con la persecuzione del 1900 che L. cerca di fronteggiare con la costituzione di una nunziatura a Pechino, ostacolata però dalla Francia; in Giappone, si costituisce la gerarchia (1891); in Corea, si proclama la libertà religiosa. In Africa, il Lavigerie elabora nuovi metodi di evangelizzazione presso gli Arabi (Sudan, Sahara, l'Africa settentrionale, con la restaurazione dell'aralvescovato di Cartagine, 1884). Nel Congo, L. ottiene garanzie per le missioni (Conferenza di Berlino, 1885). Nell'Uganda, la violenta persecuzione (1887) prelude a forti conquiste; in Abissinia, il fiorente apostolato
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di mons. Masssia (creato cardinale) capeggiato dai Cappuccini francesi e italiani.
Alta importanza L. conferisce all'azione antischiavista (encicl. In plurimis, 5 maggio 1888; Catholicae Ecclesiae, 20 nov. 1890), in concorso con i governi civil, favorendo le associazioni nazionali promosse dal Lavigerie (in Italia, con Filippo Telli, 1888).
Nelle relazioni con le nazioni cristiane e i rispettivi governi, l'atteggiamento di L. è sempre quello di creare relazioni positive con la Chiesa, considerata come fratrice di civiltà, in armonia con le aspirazioni dei popoli e dei tempi. L'azione di lui, incessante e serrata, a mezzo della diplomazia, dell'episcopato, dei cattolici organizzati è strettamente collegata con il suo insegnamento, organico e coerente sui piani della cultura religiosa, della dottrina politica e sociale. Dagli scritti e discorsi di lui è possibile trarre una enciclopedia del pensiero cattolico contemporaneo (la Chiesa, lo Stato, i cattolici e i partiti, la famiglia, le pubbliche libertà, la questione sociale, la democrazia...). Impulsi innovatori alla cultura religiosa (lettera sugli studi storici, 18 ag. 1883; encicl. Providentissimus, sugli studi biblici, 18 nov. 1893), che provocano iniziative numerosissime (tra le quali, la Scuola biblica di Gerusalemme, l'Università di Friburgo, la Commissione biblica, l'opera di Ludovico Pastor). Notevole che L. anche quando (come nell'encicl. Immortale Dei, 10 nov. 1885, sulla costituzione degli Stati; encicl. Libertas, contro il liberalismo, 20 giugno 1888) enuncia i contrasti più stridenti tra la dottrina cattolica e alcune dottrine moderne, lascia sempre la possibilità di leali accordi di fatto, in virtù della distinzione, largamente elaborata dai canonisti moderni, tra la tesi e l'ipotesi. L'affermazione che la Chiesa non ha preferenze per determinati regimi politici è congiunta con la dichiarazione della dottrina sociale, con l'encicl. Resum novorum ( 15 maggio 1891), che è il più caratteristico documento leoniano, le cui direttive, feconde di innumerevoli sviluppi in tutti i paesi, sono riprese dai suoi successori.
Tra i paesi nei quali l'azione di L. si è fatta sentire più intensa, pure in diverse condizioni di ambiente, sono da ricordare gli Stati Uniti, la Germania, la Francia, l'Italia.
L'incremento sorprendente del cattolicesimo americano, non sorretto né da una tradizione nazionale, né da una legislazione concordataria, è seguito con il maggiore interesse da L. (lett. Longingua, 1° genn. 1895), che crea cardinale il più insigne rappresentante di esso, mons. Gibbons. Alcuni atteggiamenti dei cattolici - che più risentono della modernità del costume - suscitano controversie viroci (la questione dei Cavalieri del lavoro è risolta; non cosi quella della partecipazione dei cattolici al Parlamento delle Religioni, disapprovata con lettera al delegato apostolico, 8 sett. 1895): la lettera al Gibbons sull'americanismo ( 22 genn. 1899) dà a tali controversie una soluzione temperata. L'apostolo degli emigranti italiani, s. Francesca S. Cabrini, riceve da L. il mandato di consacrare agli Stati Uniti le sue fatiche.
All'avvento di L. il Kulturkampf di Germania segna, dopo la "questione romana", la più deplorevole situazione religiosa, nel centro dell'Europa: un colloquio di mons. Aloisi Mosella con Bismarck ( 19 luglio 1878 ) apre una serie di contatti, che presto divengono negoziazioni. L. mira alla abrogazione delle "leggi di maggio" e Bismarck asseconda la pace religiosa a condizione che il Papa favorisca l'appoggio, molto conteso, del potente partito cattolico del Centro, diretto dal Windthorst. Grande risonanza, intanto, suscita il gesto con il quale Bismarck offre al Papa (che in una lettera famosa chiama "sire") la mediazione per la vertenza delle Isole Caroline con la Spagna. Il Kulturkampf virtualmente ha fine con la votazione di una legge concordata ( 29 apr. 1887). Nell'anno stesso, poco prima, il nunzio Galimberti esponeva a Bismarck, che non dava seguito alla conversazione, la possibilità di mettere d'accordo Francia e Germania per risolvere la "questione romana". Il nuovo imperatore, Guglielmo II, si reca a Roma, ospite del Re d'Italia, e visita solennemente il Papa (12 ott. 1888).

(let. Giordani)
Leone XIII, papa - Ritratto, Studio dal vero di F. A. László (1900) - Roma, proprietà contessa Pecci-Blunt.
In Francia, la situazione politica, con il fallimento della restaurazione monarchica ( 1873 e 1877), conduce alla repubblica, dapprima moderata, poi indotta, auspice Gambetta (1878), nel più acceso anticlericalismo. Il nuovo nunzio, mons. Czacki (1879-82), procura di attenuare i contrasti e di avviare, attraverso un lento gioco di sondaggi, alla soluzione che sembra decisiva: allo scopo di dirimere l'opposizione monarchica, che ha con sé la maggioranza del clero e dei cattolici militanti, L. riafferma (encicl. Sapientiae Christianae, 10 genn. 1890) la indifferenza della Chiesa di fronte ai regimi politici e autorizza il card. Lavigerie (con il clamoroso toast di Algeri, 12 nov. 1890) a proclamare il ralliement dei cattolici francesi alla Repubblica. La parte massonica non accetta il ralliement e, anzi, inasprisce i contrasti religiosi (lotta contro le Congregazioni, affare Dreyfus, ecc.) per giungere con il ministero Combes (1902) alla abolizione del Concordato (1905).
In Italia la "questione romana" determina situazioni opposte a quelle degli altri paesi : per « ragioni gravissime ", è vietato ai cattolici di partecipare alla vita pubblica (non expedit), il che li pone fuori e contro il regime uscito dal Risorgimento. L. attenua le asprezze dell'opposizione 1870-78, e lascia, specie fino al 1887, che i cattolici conciliatoristi esprimano voti di pacificazione; ma egli non ne vede la possibilità se non con la storica e giuridica garanzia di una sovranità civile. Lascia talvolta che si manifestino iniziative volte a risolvere quello che egli chiama il funesto dissidio (come nel 1887 con il famoso opuscolo del p. 'Tosti, sollecitato da Crispi), ma poi, soprattutto per la implacabile ostilità massonica, torna sulle vecchie posizioni. In occasione della turpe aggressione alla salma di Pio IX (1881) e poi della gazzarra settaria per il monumento a G. Bruno (1889) si parla della eventualità della par-
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tenza del Papa da Roma, perché egli ritiene intollerabile la soggezione della S. Sede ad un governo che pretende di aver risolto la questione romana con la legge delle Guarentigie e con quelle contro gli Ordini religiosi, le scuole cattoliche, le opere pie e (1898) le stesse associazioni cattoliche. Tale contrasto trasferito sul campo internazionale (e reso più acuto dal contrasto del ministro italiano, Crispi, col card. Rampolla, segretario di Stato (1887-1903), pone la diplomazia pontificia contro la Triplice (alla quale però Bismarck resta fedele) e a favore della Duplice franco russa. L'istanza della questione romana, che prevale nella politica leoniana, non attenua i valori che essa realizza in tutti i paesi con la partecipazione dei cattolici alla più fervida attività nazionale e con le affermazioni del programma sociale, intitolato alla democrazia cristiana.
Brec.: Fonti : Leonis XIII Pont. Max. Acta. 23 voll., Roma 1881-1902: Leonis XIII allocutiones, epistolae et constitutiones, 8 voll., Bruges 1887-1921; Leonis XIII carmina, ed. J. Bach, Roma 1903.
Biografie: T. Serclaes, Le pape Léon XIII, 3 voll., Parigi 18941906; A. J. Boyer d'Agen, La jeunesse de Léon XIII, ivi 1896; id., La prefature de Léon XIII, ivi 1900; H. des Hous, Joachim Perci, ivi 1900; J.-A. Guillermin, Vie et pontificat de Léon XIII, 2 voll., ivi 1902; N. Schneider, Leo XIII., sein Leben u. Wirken, Kempten 1903; M. Spahn, Leo XIII., Magonza 1912; G. Fraikin, L'infuente e la giovinezza di L. XIII, Grottaferrata 1914; G. Goyau, Léon XIII, in DThC, IN (1926), coll. 334-39, da rettificare in base a J. Schmidlin, Papstgesch. der neuesten Zeit, II, Monaco 1934, pp. 331-389 e E. Soderini, L. XIII, 3 voll., Milano 19321934. Inoltre : E. Vercesi, Tre papi, L. XIII, Pio X, Benedetto XV, Milano 1929; G. Semeria, I miei quattro Papi, I, ivi 1930; F. Hayward, Léon XIII, Parigi 1937; F. Crispohl, Pio IX, L. XIII, ecc., Milano 1939.
Studi: R. Bonghi, L. XIII e l'Italia, Milano 1878; id., L. XIII e il governo italiano, ivi 1882; R. de Cesare, Il Conclave di L. XIII, Città di Castello 1888; Grégoire [G. Goyau], Le Pape, les catholiques et la guestion sociale, Parigi 1893; P. De Meester, L. XIII e la Chiesa greca, Roma 1903; E. Lecanart, L'Eglise de France et la Troisième République, II, Parigi 1907; C. Crispohl-G. Aureli, La politica di L. XIII da Galimberti a Mariano Rampolla, Roma 1912; G. Goyau, Bismark et l'Eglise, Parigi 1913; E.-M. Janvier, Action intellectuelle et politique de Léon XIII en France, ivi 1914; L. Thillet, Les doctrines politiques de Léon XIII, ivi 1920; D. Ferrata, Mémoires, 3 voll., Roma 1920; C. Mardroin, Sulle saglie del Vaticano, 2 voll., Bologna 1920; O. Schilling, Staats u. Sociallehre des Papstes Leo XIII., Friburgo in Br. 1922; P. Tischledes, Die Staatslehre Leo's XIII., MünchenGladbach 1923; id., Leo XIII., in Staats Lexikon, III (1909), coll. 926-60; F. Salata, Per la storia diplomatica della guestione romana, I, Milano 1929 (relativamente all'allontanamento di L. XIII da Roma); E. Hocedec, Hist. de la théol. au XIXe riele, III. Le règne de Léon XIII, Parigi 1947; A. C. Jemolo, Chiesa e Stato in Italia negli ultimi cento anni, Torino 1948, pp. 372-482; F. Chabod, Kulturbumpf e Triplice Alleanza in discussione fra il Vaticano e il governo austro-ungarico nel 1883, in Rit. it. ital., 62 (1930), p. 227 sgg.
Egilberto Martire
LEONE di San Giovanni. - Teologo e mistico carmelitano, al secolo Giovanni Macé, n. a Rennes nel 1600, m. a Parigi nel 1671. Entrato nell'Ordine nel 1616, si distinse non meno per dottrina che per doti di governo. E ritenuto uno dei migliori discepoli del celebre mistico Giovanni di S. Sansone (v.) e una delle più solide colonne della riforma di Tours. Fu priore di diversi conventi, provinciale, assistente generale, visitatore apostolico, predicatore dei re Luigi XIII e Luigi XIV, confessore del card. Richelieu, che assistette sul letto di morte. L. fu valente predicatore e scrittore.
La sua attività letteraria in latino e francese ha del prodigioso e abbraccia teologia e filosofia scolastica, storia e agiografia, nonché gran numero di prediche. In materia di mistica, poi, pensa che l'alta contemplazione non sia una cosa straordinaria, ma il semplice sviluppo delle pratiche cristiane.
Brec.: H. Bremond, Hist. litt. du sentiment religieux en France, II, Parigi 1923, p. 390; C. de Villiers, Biblioth. CarmeIitana, Roma 1927, pp. 233-46.
Bartolomeo M. Xiberta
LEONE, vescovo di Verccilli. - Vissuto tra il sec. x e l'xi. Lo si incontra per la prima volta alla corte dell'imperatore Ottone III. Si ignora il luogo di nascita e come sia giunto alla corte. La prima notizia sicura lo mostra nel sett. 996 fra gli aulici a Magonza, dove si distinse per la eloquenza e spiegò ad Adalberto di Praga un sogno profetico predicendogli il martirio (Brunonis vita Adalberti, 20, in MGH, Scriptores, XV, p. 805). Nel 997 s'incontrò con il grande scienziato Gerberto di Reims, dai cui rapporti trasse ispirazione per le sue idee sul dominio universale dell'Impero; famigliare tanto con l'Imperatore quanto con Gerberto, operò nell'autunno del 997 per questo (Lettres de Gerbert, 183, ed. J. Havet, Parigi 1869, p. 168). L'uomo di fiducia dell'Imperatore fu eletto vescovo di Vercelli, ove l'Impero aveva bisogno di un sostegno energico e fedele contro violenti attacchi del marchese Arduino d'Ivrea. Il titolo di episcopus palatil, che si trova nella vita di Adalberto scritta nel 1004 da Brunone di Querfurt, è soltanto un epitetto che L. ricevette a cagione della sua frequente dimora alla corte e per l'interesse alle cose dell'Impero.
Non si sa quando sia entrato in sede. Secondo il Canetti (Delle serie cronologica dei vescovi di Vercelli, Vercelli 1886, p. 24 sgg.), L. poté divenire successore di Adalberto al più presto nell'estate del 998. Nella primavera dello stesso anno L. si trovava al seguito dell'Imperatore e del papa Gregorio V a Roma, prendendo parte attiva nel Concilio in cui fu deposto l'antipapa Giovanni Philagathus. In tale circostanza compose un poema dedicato al papa Gregorio V, per celebrorne il ritorno ed elogiare il comune dominio universale dell'Imperatore e del Pontefice.
In Vercelli L. restituì l'ordine; si adoperò perché Arduino rendesse conto della sua politica avversa all'Imperatore nel Sinodo Romano del 999. Il titolo di logotheta che L. pone nelle firme di due placita del 1001 sembra indicare che egli in tale tempo tenesse il posto di cancelliere, in luogo di Eriberta promosso alla sede arcivescovile di Colonia. Il monumento più prezioso conservato dell'attività di L. è il diploma con cui Ottone III regalò alla Chiesa di Roma otto contro concludend cosi la pace con il Pontefice. Secondo questo documento autentico, redatto da L. stesso, e altri capitolari e diplomi, per la Chiesa di Roma appare consigliere familiare dell'Imperatore e sostenitore della sua politica.
Intimo amico dell'imperatore Ottone III, ne condivideva le idee d'Impero e di supremazia universale. Non ne condivideva tuttavia il misticismo, che anzi lo presenta troppo preoccupato degli affari di questo mondo (MGH, Scriptores, XV, p. 723). Alla morte di Ottone, ch'egli piange sinceramente, si adoperò presso il successore, Enrico II di Baviera, per muoverlo a scendere in Italia contro Arduino. Dalle sue lettere e da altre notizie risulta che L. era di fatto l'anima del partito fedele all'Imperatore nell'Italia settentrionale.
Negli anni seguenti L. si occupò a sistemare le cose del suo vescovato, trovando presto modo, tuttavia, di prendere parte agli affari dell'Impero. Svolse la sua importante attività nel Sinodo di Pavia del 1022, tenuto dall'imperatore Enrico II e dal papa Benedetto VIII. E l'autore dei canoni di Pavia, che cercò subito di mettere in pratica nella sua diocesi. Nella Pasqua del 1026 ricevette ancora a Vercelli il re Corrado II, in viaggio verso Roma. Pochi giorni dopo morì. La sua importanza consiste nello essersi adoperato, come vescovo di Vercelli, a sostenere per quasi tre decenni con successo il dominio germanico in Lombardia. Si firmava episcopus Imperii. Su questa concezione della posizione e potestà vescovile era basata anche la sua esposizione ai cluniacensi, a Guglielmo di Digione e Rodolfo il Glabro, che vedevano il loro avversario in quel vescovo aulico, presuntasso e prepotente. Mentre i monaci della « riforma» lo trovavano troppo secolare, i seguaci degli imperatori, come Benzone di Alba, lo esaltavano quale campione della gloria imperiale passata.
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Ifti. Alineri)
Leonl, Leone - Medaglia col ritratto di Michelangelo a 88 anni; nel rovescio figurassone allegorica alluiva alla Fede, ideata dallo stesso Michelangelo - Firenze, Medaphere medicoe, Barpollo.
BibL.: R. Hennig, Beiträge zur Geschichte des Bischofs L. von Vercelli und seiner Zeit, in Neues Archiv, 22 (1896), pp. 1136, dove è trattata anche la questione delle sue lettere (PL 141, 829): H. Bloch, Beiträge zur Gesch. Lenz v. Vercelli, in Neues Archiv, 22 (1897), pp. 13-136; F. Savio, Gli antichi vescovi d'Italia dalle origini al 1500. Il Piemonte, Torino 1898, pp. 463-65; Manitius, II, pp. 511-17; F. Gabotto, Un millennio di storia eparodiese (316-1337), in Eparodiensia (Biblioteca Soc. st. subal. pina, 4), Pinerolo 1900, passim. Lucchesia Spätling
LEONI, Leone. - Sc