volume-07

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Gli antichi vescovi d'Italia dalle origini al 1500. Il Piemonte, Torino 1898, pp. 463-65; Manitius, II, pp. 511-17; F. Gabotto, Un millennio di storia eparodiese (316-1337), in Eparodiensia (Biblioteca Soc. st. subal. pina, 4), Pinerolo 1900, passim. Lucchesia Spätling

LEONI, Leone. - Scultore, medagliata e architetto, n. a Menaggio (Como), da padre aretino, nel 1509 e m. a Milano nel 1590 . Operò principalmente a Milano e in Spagna, alla corte di Filippo II, spiegando eminenti virtù di modellatore e bronzista sugli esempi di Michelangelo e del Sansovino.

Di lui si ricordano soprattutto la solenne tomba di G.an Giacomo Medici, nel duomo di Milano, quella di Ferrante Gonzaga, a Guastalla, la statua di Vespasiano Gonzaga, nell'Incoronata di Sabbioneta (Mantova), statue e busti di Carlo V e Filippo II, al Prado e nell'Escuriale di Madrid. Le sue rare virtù di realismo incisivo e dignitoso gli consentirono di figurare fra i migliori medaglisti dell'epoca, con una sessantina di pezzi (notevoli le effigi di Carlo V, Filippo II, Maria d'Ungheria, Michelangelo). Ed anche nel campo dell'architettura civile lasciò una orma significativa con il disegno della propria casa milanese, detta degli Omenoni, per le gigantesche cariatidi che ne adornano la facciata, tipico motivo pre-borocco.

Collaboratore fedele e degno di L. L. si dimostrò il figlio Pompeo (n. verso il 1533 e m. a Madrid il 13 ott. 1608). Protetto da Filippo II di Spagna, condusse a termine nell'Escuriale il grande altare, iniziato dal padre, eseguendo inoltre colà i sepolcri di Carlo V e Filippo II e quello dei duchi di Lerma a Valladolid. Proseguì, inoltre, i modi paterni nell'arte della medaglia.

BibL.: C. Casati, L. L. d'Arezzo e G. P. Lomazzo ecc., Milano 1884; E. Plon, L. L. sculptcur de Charles V et P. Leoni sculptrur de Philippe II, Parigi 1887; A. Brusconi, La casa di L. L., Milano 1913; F. Schottmüller-G. F. Hill, s. v. in ThiemeBecker, XXIII, p. 84 sgg. Alberto Neppi

LEONIANO, SACRAMENTARIO: v. SACRAMENTARI.

LEONICO TOMEO, Niccolò. - Umanista, figlio di un greco d'Epiro, n. a Venezia il 1° febbr. 1456, m. ivi il 28 marzo 1531. Studiò a Padova e a Firenze alla scuola di D. Calcondita. Dall'apr. 1497 insegnò a Padova e poi per qualche tempo anche a Venezia. Fu celebre per la perizia filologica con cui lesse nel testo i filosofi greci e per la sua cultura fu caro al Bembo, al Sadoleto, al Pole, al T'unstall, al Latymer. Molto lo lodò Erasmo che nei Colloquia ne imitò un dialogo (il Samnutus sive de ludo talarico).

Curò per la ed. Giuntina del 1527 il testo greco d'Aristotele e quello di Teofrasto. Oltre che da Tolomeo (Inerrantium stellarum significationes, nell'ed. Aldina di Ovidio del 1516) e da Proclo (negli Opuscula, Venezia 1525), tradusse di Aristotele i Parva naturalia (ivi 1523)
e le Quaestiones mechanicae (negli Opuscula cit.). Una versione dal De partibus animalium usci postuma (Venezia 1540). La sua opera più diffusa fu il De varia historia (Lione 1532; trad. it. Venezia 1544); la più significativa una raccolta di dieci Dialogi dedicati al Pole (ivi 1523). Fra essi è il Bembus, sive de animorum immortalitate, in cui, prendendo posizione nella vivace discussione ravvivata dal Pomponazzi (v.), sostiene che l'anima, sostanza - semovente - e " separata - come vogliono tanto Platone che Aristotele, non può morire.

BibL.: F. Fiorentino, Pietro Pomponazzi, Firenze 1868, pp. 224-26; A. Serena, N. L. T., Treviso 1902; Erasmo da Rotterdam, Opus epicularum, V, ed. P. S. e H. M. Allen, Oxford 1924, pp. 520-21; E. Garin, Noterella erasmiana, in La rinascita, 25 (1942), pp. 332-35. Eugenio Garin

LEONIDA, santo, martire. - E commemorato il 22 apr., ma non consta che si tratti del vero dies natalis. Le poche notizie della sua vita sono riferite da Eusebio. Era padre di Origene, del quale curò l'educazione, insegnandogli le lettere greche e facendolo principalmente istruire nella S. Scrittura, della quale gli faceva imparare molti brani a memoria. Durante la persecuzione di Settimio Severo, L. fu arrestato ad Alessandria e rinchiuso in carcere. Il giovane Origene gli scrisse allora una lettera, esortandolo al martirio e scongiurandolo di non preoccuparsi della famiglia. Fu decapitato nel 202 ed i suoi beni furono confiscati.

BibL.: Eusebio, Hist. eccl., VI, i sg.; Martyr. Romanum, p. 131 . Agostino Amore

LEONINUS. - Compositore dell' Ars antiqua, attivo nel sec. XII (ca. 1160-80) a Parigi, nella chiesa Beatae Mariae Virginis, poi detta di Notre-Dame.

La più importante fonte storica di notizie su L. è data da uno scrittore (l'Anonimo IV di C. E. H. Coussemakaer : Scriptures de musica medii aeci, I, Parigi 1864, pp. 527, 341) dal sec. XIII che lo chiama optimus organista, cioè compositore di organa dupla, in cui la voce superiore aveva carattere melismatico mentre la voce inferiore (tenor) "teneva" con note lunghe "a pedale" la melodia.

Una raccolta di ca. 90 suoi organa (composizioni a 2 parti per tutto il ciclo liturgico, dal titolo Magnus liber organi de graduali et autiphanario pro servitio divino multiplicandi), fu in uso fino all'epoca del suo grande successore Perotinus, che lo rimaneggiò e vi aggiunse le proprie opere.

L. è la prima grande figura di musicista della nuova epoca, costituendo egli il passaggio tra lo stile ritmicamente libero di st Martial di Limoges e lo stile strettamente ritmico, secondo i modi ritmici, che sarà poi usato da Perotinus. Tra le composizioni attribuite dalla critica a L. si ricordano: Haec dies, Crucifixum in carne laudate e Deum time, brani che sono stati anche incisi su duchi fonografici.

BibL.: F. Ludwig, Repertorium organorum recentioris et motetorum votustissimi stili, I, Halle 1910; id., Perotinus Magnus, in Archiv für Musikwissenschaft, 5 (1923), p. 10 sgg.; id., Uber die Enstehungsorte der grossen "Notre-Dame" Handschriften, in Studien zur Musikgeschichte. Festschrift für G. Adler zum 13. Geburtstag, Vienna-Lipsia 1930, pp. 45-49; I. Handschin, Was brachte die Notre-Dame Schule Neues?, in Zeitschrift für Musikwissenschaft, 6 (1923-24), pp. 545-58; id., Zur "Crucifixum in carne", ibid., 7 (1924-25), pp. 161-65; id., Zur Notre-Dame Rydonih, ibid., 7 (1924-25), pp. 386-89; id., Zur Geschichte der Lehre vom Organum, ibid., 8 (1926), pp. 371-41; id., Zur Geschichte voa Notre-Dame, in Acta musicologica, 15 (1932), pp. 3-17, 49-53, 104-105; G. Reuse, Music in the middle age, Nuova York 1940, pp. 296 sgg., 308, 324, 331. Luisa Cervelli

LEONORI, Aristide. - Ingegnere architetto, n. a Roma il 28 luglio 1856 , m. ivi il 30 luglio 1928. Laureatosi all'Università di Roma, iniziò un'attività prodigiosa per mole e quantità di lavori eseguiti in Roma e all'estero, nella costruzione specialmente di edifici religiosi, si da meritare il titolo di « ispirato fabbricatore della casa di Dio ".

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Nel 1875 fondò il Circolo della Immacolata Concezione, che portò a grande splendore, e nel 1885 l'Ospizio di S. Filippo per i bambini poveri e abbandonati, che assorbì buona parte della sua attività e dei suoi guadagni. L'Istituto finì per mene antialericali. Le gravi accuse mosse al L. caddero perché destitutie di fondamento ed egli, che aveva sofferto con animo forte la sciagura, fu assolto da ogni imputazione e riabilitato in pieno.

Instancabile cecostolo dell'insegnamento catechistico e dell'opera delle Prime Comunioni, terziario francescano, era chiamato l's ingegnere santo ". E in corso presso la S. Congr. dei Riti la causa per la beatificazione.

BibL.: G. Venturini, Un ingegnere santo, A. L., Roma 1931; V. Bianchi Cagliesi, In occasione della traslazione del corpo di A. L., ivi 1932.

Silverio Mattei
LEONROD, Franz Leopold von. - Vescovo di Eichstätt, n. ad Ansbach il 26 ag. 1827, m. a Eichstätt il 5 sett. 1905. Fu strenuo difensore dei diritti della Chiesa nella lotta del Kulturkampf. Ecco il suo curriculum vitae: nel 1850 sacerdote, nel 1854 vicario cooperatore nella città di Reichenhall, nel 1856 predicatore nel duomo di Eichstätt, nel 1859 parroco a S. Zeno presso Reichenhall, il 13 nov. 1866 vescovo di Eichstätt (consacrato il 19 marzo 1867).

Deciso sostenitore dell'infallibilità del papa, condusse con grande energia la lotta contro il ministero Lutz e portò aiuto ai vescovi prossimi colpiti nella lotta per il Kulturkampf. In diocesi il L. promosse la restaurazione del duomo di Eichstätt, la rielaborazione della Instructio pastoralis Evstertensis (1902) e la fondazione di un musco diocesano. Redasse il noto Memorandum dei vescovi bavaresi (1888) e scrisse anonimamente nel 1873 Gespräche über den Syllabus e nel 1905 Verhandlungen des bayer. Episkopats mit der Staatsregierung 1830-59 über den Vollzug des Konkordats. I suoi scritti furono raccolti nel 1892 da L. Morgott e pubblicati con una biografia.

BibL.: W. Koch, s. v. in LThK. VI, col. 511.
Francesco Ercolani
LEONT'EV, Konstantin Nikolaeviċ. - Scrittore e pensatore russo, n. a Kudinovo il 25 genn. 1831, m. nel monastero della Trinità a Cernigov (Mosca) il 24 nov. 1891.

Giornalista brillante e paradossale, amaro ed aggressivo, lotto, in nome del cristianesimo "ortodosso" e della tradizione bizantina, contro le correnti liberali, democratiche e socialiste, che sempre più facevano presa nel mondo della cultura russa. Avversario acceso dei «luoghi comuni» dell'occidentalismo, polemizżo anche contro i «luoghi comuni» degli slavoffii, rifiutando ogni mito razzistico e vedendo la grandezza della Russia nella particolare forma della sua spiritualità. Dopo un periodo di giornalismo, entrò in convento. Vanno ricordati, fra i suoi scritti: Vostok, Rossije i slavjanstvo (Oriente, Russia e mondo slavo) e Nati novye christjane (I nostri nuovi cristiani).

BibL.: P. Miljukov, Iz isterii russhoj intelligencii, Pietroburgo 1893; N. Berdjsev, Filosof reakcionnoj romantiki, in Sub specie aeternitatis, ivl 1907; E. Gasparini, Le previsioni di L., Venezia 1947; J. Koloprivif, C. L., Brescia 1949. Wolf Gusti

LEONTOPOLI. - La località chiamata L. da Flavio Giuseppe corrisponde all'odierno Tell elJehüdijjeh a ca. 30 km . dal Cairo e 20 dall'antica Eliopoli (v.), in direzione nord-est. Scavi di Naville e Flinders Petrie documentano l'esistenza colà di una colonia giudaica anteriore al cristianesimo; e vi esisteva anche un tempio giudaico.

Flavio Giuseppe narra le origini di esso in modo alquanto differente in Bell. Ind. (I, 1, 1; VII, 10, 2-3) e in Antig. Ind. (XIII, 3, 1-3); secondo quest'ultima opera, il tempio fu fondato da Onia, figlio di Onia III, sommo sacerdote ucciso a Daphne (II Mach. 4, 33), per concessione di Tolomeo VI Filometore e Cleopatra, sulle rovine di un tempio della dea Bast. D'altra parte la colonia giudaica di L. aveva anche un carattere militare,
attestato sia dagli scavi, sia dal fatto che essa in un primo momento si oppose con le armi ad Antipatro che recava aiuti a Cesare. Era di carattere palestinese, a differenza delle numerose colonie giudaiche di tipo ellenistico. Evidentemente a Gerusalemme il culto del tempio di L. era considerato illegale; i sacrifici erano invalidi, i suoi sacerdoti non potevano officiare nel Tempio di Gerusalemme, ma, stranamente, i voti fatti espressamente per esso conservarono il loro valore (Mönchidik, XIII, 10). In realtà esso doveva avere poca importanza; la stragrande maggioranza degli eltrei ellenizzati d'Egitto aderiva al Tempio gerusalemitano, ed il tempio di L. viveva in una specie di tolleranza. Lupo, governatore di Alessandria, ebbe ordine da Vespasiano di distruggerlo, ma si limitò a chiuderlo; Paolo, suo successore, lo distrusse completamente nel 73 d. C. (Fl. Giuseppe, Bell. Ind., VII, 10, 4).

BibL.: E. Schürer, Geschichte des jüdischen Volkes im Zeitalter Jesu Christi, III, 4* ed., Lipsia 1911, p. 144 seg.; M.-J. Lagrange, Le judaisme avont Yéous-Christ, Parigi 1931, pp. 490-93.

Francesco Pericoli Ridolfini
LEONZIO. - Sacerdote e storico armeno vissuto nel periodo 723-90, autore della Storia dell'apparizione di Maometto, scritta su richiesta del principe Sejabuh Babratuni.

Vi si narrano in 33 capitoli gli eventi dal 632 , prima in breve poi, dal 774 , in esteso, descrivendo l'invasione degli Arabi in Armenia. L'opera è interessante in quanto è l'unico documento armeno storico del sec. viII, benché non sempre esatto.

BibL.: La storia di L. è stata pubblicata a Parigi nel 1837 da Karapet Chahroppiran e da Karapet Jezianta a Pietroburgo nel 1887; E. Filler, Quarstimes de L. armeni historia, Lipsia 1903; Z. P. Karekin, Storia della letteratura antica armena, Venezia 1932, pp. 497-99.

Paolo Hamelian
LEONZIO di Bisanzio. - Teologo antimonofisita del sec. vi. Quasi nulla si sa della sua vita. Non è lo stesso che il monaco scita Leonzio conosciuto dalla controversia teopeschita, molto probabilmente invece è lo stesso che l'origenista Leonzio, che è menzionato, come eremita palestinese, nella Vita di s. Saba di Cirillo di Scitopoli (v. M. Richard, Léonce de Byzance étoit-il origéniste?, in Remue des études byzantines, 5 [1947], p. 31 sg.). Abile e dotto polemista, aristotelico nella logica, neoplatonico nella psicologia, cerca di sviluppare la teologia di Cirillo d'Alessandria con termini del Calcedonese.

La sua opera principale sono i Libri III adversus Nestorianos et Eutychianos (scritti verso il 543-44: PG 86, 1, 1267-1396). Il l. I dimostra la falsità delle premesse che stanno alla base della teologia, sia di Eutiche, sia di Neta. In l. II disputa tra un ortodosso e un altartodoceta. Il l. III polemizza contro Teodoro di Mopsuestia (v. R. Devroesse, Essai sur Théodore de Mopsueste [Studi e testi, 141], Città del Vaticano 1948, p. 244 sg.). Inoltre L. ha scritto due trattatelli contro Severo d'Antiochia. Uno: Solutio argumentarum Severi (PG 68, 2, 1915-45) e Triginta capitu adversus Nestoriano (ibid. 1901-16; su questi due scritti v. A. Casamassa, I tre libri di L. Bizantino contro i nestoriani e i monofisiti, in Bessaione, 37 [1921], pp. 33-46). L. non è autore dell'opera De sectis (PG 86, 1, 1193-1268), scritto probabilmente da Teodoro di Raithu ed anche le due opere: Adversus Nestorianos (ibid., 1399-1768) e Contra Monophysites (ibid. 2, 1769-1901) non provengono da L. di Bisanzio, ma da un Leonzio di Gerusalemme, che partecipò al Sinodo di Costantinopoli ( 536 ). L'operetta Adversus fraudes Apollineristarum è invece con qualche probabilità da attribuire a L. di Bisanzio. Il L. è diventato famoso nella teologia perché fece entrare il concetto della enipostasi nella Cristologia.

BibL.: Fr. Loofs, L. von Byzanz, Lipsia 1887 (ormai sorpassata); I. P. Junglas, L. v. Byzanz, Paderborn 1908; Grumel, s. v. in DThC, coll. 400-26; sulla questione delle diverse persone con il nome di L. cf. Ed. Schwartz, Kyriēte von Skythopolis, Lipsia 1939, p. 388, n. 2; M. Richard, Léonce de Yérusalem et Léonce

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(fta. Gab. fol. 1003)
Leopardi, Giacomo - Partecipazione di nascita di G. L. firmata dal conte Monaldo - Ravenna, Archivio Cavalli.
de Bysance, in Mélanges de science relig., Lilla 1944, p. 32 sg.; R. Altaner, Der griechische Theologe Leontius und Leontius der thysbische Mïneh. in Theol. Quartalschrift, 128 (1947), pp. 147-62; Sulla vita di L. di Bisanzio, v. anche : J. Rees, The - De sectis A treatise attributed to Leontius of Byzantion, in Journ. theol. stud., 41 (1940), p. 263 sg. Sulle falsificazioni degli Apollinarici v. la letteratura presso 1. de Ghellinck, Patristique et moyen age, II. Bruxelles 1947, p. 331.

Erik Peterson
LEONZIO di Neapoli. - Vescovo di Neapoli in Cipro, m. verso il 650 . Si spostò sotto il patriarca Giovanni l'Elemosinicre (m. nel 619) da Cipro ad Alessandria. Fu amico di Giovanni Mosco e di Sofronio, più tardi patriarca di Gerusalemme.

Nel VII Concilio (787) furono menzionate omelie di lui e anche nei manoscritti altre gli sono attribuite. La questione della autenticità non è ancora chiarita. Scrisse alcune biografie di santi bizantini, di cui la più famosa è quella di Giovanni l'Elemosiniore. Inoltre v'è la vita di s. Simeone Salos, che viveva in Siria al tempo di Giustiniano, mentre la sua vita di Spiridione di Trimitbus (v. P. Heseler, Byzantinisch-neugriechische Jahrbücher, IX, Atene 1933, p. 113 sg.) non si è conservata. Esiste solo la rielaborazione di Simeone Metafraste. Della sua opera contro i Giudei restano alcuni frammenti.

Bibl.: Edizione: PG 93, 1529-1748; Leben des hl. Johannes des Barmheraigen, ed. H. Gelzer (Sammlung ausgereäblter birchensud dognsengesch. Quellenschriften, 2), Friburgo 1893. Studi: A. Ehrhard, in Krumbacher, p. 100 sg.; H. Gelzer, Ein griechischer Vollsschriftsteller des 7. Jahrh., in Historische Zeitschrift, nuova serie, 23 (1889), 1 sg.; G. Graf, Geschichte der christl. arabischen Literatur, I, Città del Vaticano 1944, p. 409.

Erik Peterson
LEONZIO VANANDETZI, santo, martire. - Sacerdote armeno, uno dei maggiori discepoli dei ss. Mesrob e Sahak, mandato da essi a Bisanzio con altri compagni per gli studi sacri nel periodo 431-34.

Ritornato in patria si dedico alla traduzione della S. Scrittura e delle opere dei Padri. L. fu l'animatore dell'insurrezione del popolo armeno contro il decreto
di scristianizzazione di Jezdegerd II di Persia e quindi incoraggiò l'esercito di volontari armeni nella battaglia di Avarair (451). L. fu arrestato insieme ai prelati e ad altri sacerdoti armeni e dopo attusi supplizi prese la corona del martirio insieme ad altri cinque compagni: Giuseppe il Katholikós (patriarca), Sahak vescovo e Muscè, Arsen e Ksciac sacerdoti. La loro festa viene celebrata dalla Chiesa armena il martedi che precede di otto giorni le Ceneri.

Bibl.: Per la vita e il martirio di s. L. cf. Elisco e Lazzaro di Parb, storingrath armeni del sec. v (ed. pp. Mechitaristi di Venezia); G. B. Aucher, Vite dei santi della Chiesa armena, II, Venezia 1810, pp. 225-77; L. Alis̆an, Ararat, ivi 1890, pp. 00106 (arm.).

Paolo Hamelian
LEOPARDI, Alessandro. - Orafo, fonditore in bronzo ed architetto, n. a Venezia verso il 1450 e m. ivi fra il giugno 1522 e il marzo 1523. La sua prima attività si svolse nella Zecca di Venezia, dove risulta terzo maestro nel 1484 .

A lui è dovuto il recto dello zecchino del doge Giovanni Dandolo. Bandito dalla città nel 1487 , entrò al servizio del duca di Ferrara ma, forse per ragioni politiche, venne richiamato pochi mesi dopo a Venezia, con l'incarico di compiere il monumento equestre al Colleoni del quale il Verrocchio aveva eseguito solo il modello.

Al L. toccò la fusione, che dal maestro fiorentino era stata invece affidata per testamento a Lorenzo di Credi, suo allievo. Il monumento, fuso nel 1492, fu eretto in Campo SS. Giovanni e Paolo nel 1493, su un bassimento predisposto dal L. I piloni portastendardo, tuttora in Piazza S. Marco, eseguiti tra il 1501 ed il 1505 , mostrano un vivace temperamento plastico, arricchendosi di motivi decorativi tratti dall'antico, di un gusto simile a quello del Briosco e dei fratelli Lombardo, specie di Antonio, con cui il L. collaborò per un breve periodo al monumento Zen nella cappella gentilizia in S. Marco.

Notevole anche la sua attività di architetto: partecipò nel 1507 e nel 1514 a concorsi per il modello della Scuola della Misericordia e per le Fabbriche Vecchie di Rialto, fu inviato ad ispezionare fortezze nel Veneto, ed assunse nel 1521 la direzione dei lavori di S. Giustina a Padova, ispirata al S. Salvatore di Venezia, e di derivazione caducciana, ultimata dopo la sua morte.

Bibl.: Venturi, X. 1, pp. 401-404. Eugenio Battisti
LEOPARDI, Giacomo. - Poeta, n. a Recanati il 29 giugno 1798 dalla marchesa Adelaide Antici e dal conte Monaldo (v.), m. a Napoli il 14 giugno 1837. Suoi precettori furono, sino ai quindici anni, il padre, il gesuita spagnolo Giuseppe Maria De Torres, d. Sebastiano Sanchini, ma soprattutto i libri della biblioteca paterna, ricca di oltre 16.000 volumi : in quelle sale spese «la miglior parte» di se stesso e il sogno suo giovanile di filologo illustre, traducendo da Omero, Esiodo, Isocrate, Epitteto, Virgilio, Orazio, Frontone, Eusebio, saggi ch'egli inviava di volta in volta, con proemi e annotazioni, allo Spettatore, all' Antologia, al Nuovo Ricoglitore.

Dopo un tentativo di fuga da Recanati si accentuò nel 1819 la crisi spirituale: la perdita della fede e delle umane speranze. Né giovò il viaggio a Roma a distrarlo, nel nov. 1822: unica commozione la tomba del Tasso e, in fondo, una gran nostalgia del «natio borgo selvaggio». Tra il 1825 e il 1828 compì varie peregrinazioni per le città d'Italia: a Milano, chiamato dall'editore Stella per il piano dell'edizione latina e italiana di tutta l'opera di Cicerone; a Bologna, trattenuto dall'amore per la Carniani-Malvezzi; a Firenze, ove fu confortato dall'amicizia di letterati insigni, specialmente del Colletta, che gli propose la pubblicazione dei Canti; a Pisa (la città da lui amata per il «benedettissimo clima»), che gli ispitò il Risorgimento e A Silvia. Tornato un'ultima volta a Recanati ("la seconda notte»), ne ripartì due anni

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Leopardi, Giacomo - Ritratto eseguito dal Lolli (1826). Recanati, Casa Leopardi.
dopo per un soggiorno fiorentino dal 1830 al 1833; abbracciò infine l'idea del sodalizio con il Ranieri recandosi a Napoli, ove, nonostante le cure e i riposi nella zona vesuviana, si accrebbero in lui «i patimenti fisici giornalieri e incurabili». La morte lo raggiunse in questa città.

Notevoli ma non decisivi, esclusa l'amicizia con il Giordani, i contatti con gli uomini del suo tempo : il Mai, il Niebuhr, il Vieusseuz, il Capponi, il Colletta, il Manzoni, il Gioberti. Nessuna fortuna politica: acclamato deputato nel 1831 per l'Assemblea delle province unite, ebbe appena il tempo di rifiutare, che già gli Austriaci erano a Bologna. Eccezion fatta per l'offerta del Bunsen della cattedra dantesca a Bonn o a Berlino, rari furono i riconoscimenti della sua fama presso i contemporanei : in Italia gli veniva proposta nel 1829 la cattedra di scienze naturali a Parma e gli era concessa la sola onorevole menzione dall'Accademia della Crusca per le Operette morali (il premio quinquennale era stato assegnato a Carlo Botta). Al tempo degli ameni inganni, con "sette anni di studio matto e disperatissimo" rovinò per sempre il suo corpo: la gibbosità dovuta a rachitide, la debolezza estrema della vista, per cui rinunciò definitivamente alla filologia inviando al De Sinner i suoi manoscritti, lo ridussero nell'ultimo anno (sopraggiunse la cateratta dell'occhio destro e l'idropericardite) a "un tronco che sente e pena".

Queste notizie sono prolegomeni necessari per intendere come l'esterna apparenza delle cose si sia di mano in mano adombrata, nel patetico immaginismo di lui, in una tragica e tetra visione della storia e del mondo, a cui giunse per mezzo di un lento processo di idee e di analisi del sentimento suo riflesso nelle cose. E facile contraddistinguere i punti e i passaggi di questo suo interiore svolgimento. Il romanzo autobiografico Storia di un'anima scritta da Giulio Rivalta, del quale il L. non lasciò che appunti, potrebbe costituire il titolo esatto di tutta la sua opera. Mentre per una biografia spirituale sono di interesse minore i primi passi nell'àmbito di
un conformismo religioso, forse debolmente convinto, come si manifesta nell'epilogo del Saggio sopra gli errori popolari degli antichi, nell' Appressamento della morte in terzine dantesche, nelle prediche tenute in Recanati nella cappella della Congregazione dei Nobili (si dovrà dire altrettanto della circostanza della tonsura ricevuta per le mani di mons. Bellini e dell'abito ecclesiastico da lui portato fino ai vent'anni), hanno al contrario significato principale gli appunti per gli Inni sacri e tutti i tentativi inclusi nello Zibaldone per provare che la sua ideologia non si opponeva al cristianesimo. Ideologia che non è una filosofia, come osserva il Croce, trattandosi di «sparse osservazioni non approfondite e non sistemate».

I giorni inenarrabili sognati dal L. nel giardino delle Ricardanze furono turbati quando l'acerbo vero, cioè la ragione, scardinò il paradiso illusorio delle sue speranze e gli fece sentire un distacco insanabile tra la dolcezza prima concepita e la realtà nuova a lui decisamente ostile, ed apparire l'approdo alla giovinezza quasi come un tradimento alla sua adolescenza incantata. Cadute le certezze della fede - a questo contribuì il Giordani, secondo la testimonianza del L. stesso al Gioberti - egli proseguì l'indagine foscoliana, immaginando l'essere e il mondo quali creazioni dell'io e l'azione il frutto ultimo dell'illusione. Seguendo la filosofia sensista del sec. xvir ed accettando la negazione dello spirito, L. vide avanti a sé ergersi una natura spietata e solitaria. Questa fase del suo pensiero è rappresentata nello Zibaldone fino al 1823 . Tramonta quindi ai suoi occhi ogni felicità possibile all'esistenza : la patria, la moribonda Italia, giace sotto la servitù straniera - nei Paraliponeni della Butracumiamachia accentua la sua ironia contro i moti politici contemporanei -; l'amore è un fantasma irraggiungibile e fascinatore solo nel ricordo e nel sogno - è il monito di Silvia e di Nerina -; la virtù è una larva che non ha fondamento (Bruto minore), e con il venir meno della gioventù l'uomo è fatalmente sospinto verso la detestata soglia della vecchiezza (Il passero solitario). I miti scompaiono: gli rimane, vago rifugio, l'Infinito, l'ansia metafisica dell'universale an-
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Leopardi, Giacomo - Autografo della canzone "Sul monumento di Dante che si prepara in Firenze" - Recanati, Casa Leopardi.

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Leopardi, Giacomo - Lettera ad Angelo Msi (30 marzo 1821) nella quale chiede di essere nominato "Professore di lingua latina " nella Biblioteca Vaticana - Biblioteca Vaticana, cod. lat. 12895.
goscia cosmica (Canto di un pastore errante nell'Asia) e ancora la persuasione che la natura, spettatrice indifferente della tragedia dell'uomo (La giustira), sia la sola nemica da combattere. Per annullare poi le "superbe fide" d'un tempo, nelle Operette morali (10 ed., Milano 1827) L. si provò al ricsame dei motivi già sofferti nei Canti (10 ed., Firenze 1831), e in dialoghi di squisita fattura letteraria ragionò degli errori degli uomini, dei costumi e dei popoli, della vanità della gloria (Il Furioi), dell'amore (Di Torquato Tasso e del suo genio familiare), della filosofia (Detti memorabili di Filippo Ottanieri), della natura e della morte (Dialogo della natura e di un idiuedeas, Dialogo di Federico Haysch e delle sue mammie), sospingendo i personaggi, nei quali è presente la sua voce di sommo poeta, a definire la malattia mortale insita in tutte le cose (Cantico del gallo silvestre). Per la stanchezza della vita che non trova ragione nelle sue speranze l'uomo cade, secondo il L., nel più sublime sentimento umano: la noia, cioè la morte nella vita: «il non poter essere soddisfatto da alcuna cosa terrena né dalla terra intera».

Il pessimismo del L. non può considerarsi superato dall'idea dell'amore che deve stringere l'umana compagnia in lotta contro il destino in solidarietà reciproca - è l'idea positiva della Giuestra che il Pascoli volle continuare -, eppure il segreto fascino del mondo leopardiano sta nel fatto che questo pessimismo, come avverti acutamente il De Sanctis, "produce l'effetto contrario a quello che si propone. Non crede al progresso e te lo fa desiderare; non crede alla libertà e te la fa amare. Chiama illusioni l'amore e la gloria e la virtù e te ne accende in petto il desiderio inesausto ".

Tutto ciò vive nella lirica di maggiore perfezione che abbia avuto l'Italia dopo Dante e Petrarca in un miracoloso succedersi di immagini, in un casto e sobrio linguaggio, degno degli antichi greci, in una misurata ricchezza della parola scoperta di nuovo nei suoi valori e accresciuta di meraviglia e di potenza, una scoperta che sembra doversi riconoscere non soltanto nei grandi idilli (L'infinito, Le ricordanze, A Silvio, Il sobato del villaggio), ma in tutta la vasta zona non meno ricca e memorabile degli altri Canti, quelli del momento elegiaco, patriottico, classico, quelli della lirica appassionata filosofica o lucresiana, secondo la classificazione del Carducci.

Il prosatore delle Operette morali, dei Pensieri, dello Zibaldone, dell'Epistolario è sulla linea di una semplicità attica aperta a visioni profondamente umane colorite sempre da un vago immaginare.

Del cristianesimo il L. pensava che "conveniva in molte cose con il suo sistema della natura"; nei Nuovi Credenti affermava di essere un difensore di Giobbe e di Salomone, e nell'imprecare contro la sorte, al nome di Dio sostituì "fato indegno", "brutto poter ", "Arimane", e a questo potere malefico
voleva dedicare un inno. Ma se riandiamo all'altro inno abbozzato al Redentore o a Maria o al dialogo tra il Ranieri e il L. citato dal Brofferio (I miei tempi, III, Milano 1864, pp. 81-83), in cui il poeta reagisce all'argomento della ripugnanza della fede alla ragione ("perché la ragione del Leibnitz, di Newton, di Colombo non era ripugnante come la nostra!") si dovrà concludere che la sua negazione non fu definitiva bensì ondeggiante e tormentata da dubbi. Certamente nel L. "quel desiderio di purezza estrema nell'amore non era cosa appresa dai classici, gli veniva dall'educazione cristiana; egli aveva una conoscenza sufficiente della propria religione e sufficiente chiarezza di pensiero per riconoscere che questa sola poteva conciliare la natura e la religione, ossia, nel suo linguaggio, fornire un fondamento ragionale alla sete di sacrificio proprio dei giovani e nobili cuori. Questi colloca L. molto al disopra del razionalismo e positivismo ottocentesco, e sebbene egli non aderisse più ad una fede positiva gli rimase indelebile nell'anima l'impressione del divino: non poteva divenire francamente ateo " (G. A. Levi). Nel L. la nostalgia per la fede degli altri e per quella sua dell'infanzia fu certamente fortissima, e l'erudizione, la poesia, il pensiero, erano in lui di continuo rivolti agli interrogativi più profondi dell'umana esistenza. Questa sua ansietà spirituale di ricercatore ("e mi sovvien l'eterno...."), rende attendibile la notizia della sua religiosa e cristiana morte. Le Operette morali all'Indice "donec corrigantur" (decr. 19 apr. 1850).

Bisi..: Opere: Poerilia e abbozzi vari, a cura di A. Donati, Bari 1924: Canti, 2 voll., Operette morali, 2 voll., Opere minori approvate, ed. critica a cura di F. Moroncini, Bologna 1931-36; Epistolario, a cura dello stesso. Firenze 1934-49: Tutte le opere di G. L., a cura di F. Flora, 2 voll., Milano 1937-49. Raccolte bibliografiche: G. Mazzantini-M. Menghini, Bibl. leopardiana, parte 1² (sino al 1898), Firenze 1930; G. Natali, parte 2* (1898-1930), ivi 1932; J. G. Fucilla, Leopardiana, in Philological Quarterly, 13 (1934), pp. 30-39; N. Evola, Bibl. leopardiana, 1233-39, in Arcum. 1941. pp. 325-86. Biografie: G. Chiarini, Vita di G. L., Firenze 1903: K. Voeder, L., Monaco 1923: G. A. Levi, L., Messina 1931: L. Tonelli, G. L., Milano 1937: R. Weis di Londrone, L.. una favola antica, ivi 1938: G. Ferretti, L'ita di G. L., Bologna 1940: A. Zattoli, L., storia di un'anima, 2° ed., Bari 1947: G. Laini, L., Firenze 1948. - Studi (con particolare riguardo al pensiero e alla figura spirituale del poeta): F. De Sanctis, Studi sul L., Napoli 1882: G. A. Levi, Storia del pensiero di G. L., Torino 1911: G. Gentile, Manzoni e L., Milano 1928: F. Moroncini, Il L. morale, in Nuova autoluzia, 1° ott. 1934, pp. 388-97; id., Leggenda e verità sulla morte di G. L., ibid., 1° marzo 1934. pp. 50-72: B. Croce, Poesia e non poesia, Bari 1935, pp. 103-19; L. Giuszo, L. e le sue ideologie, Firenze 1935: V. Lupes, L. e il pensiero cristiano, in Gymnasium, 4 (1936), pp. 17-18; G. Moron-

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(fol. E. Valletta, Recanati)
Leopardi, Giacomo - Palazzo L., piazzuola del Sabato del villaggio e chiesa di S. Maria di Montemorello dove G. L. fu battezzato.
cini, G. L. e la filosofia cristiana, Napoli 1937; M. Losacco, Indogini leopardiane, Lanciano 1937; M. Puppo, L. e il suo tempo, Roma 1937; Il Provinspizio, numero unico, sett., Firenze 1937; G. L., a cura di I. De Blasi (letture al Lyceum di Firenze), ivi 1938; R. Vuoli, Leggende e veritd intorno a G. L. (conferenze Univora. Catt. del S. Cuore), Milano 1938; L. Federici, Conversione e sepoltura di G. L. nel racconto di A. Ranieri, Recanati 1938; G. Rovella, Falco scandalo leopardiano, in Civ. Catt., 1941, i. pp. 136-46; G. A. Levi, G. L. fra Arimane e Dio, in Osservatore romano, n. 286, 7-8 dic. 1942; G. Natali, Viaggio col L. nell'Italia letteraria, Milano 1943; G. De Robertis, Saggio sul L., Firenze 1944; G. Natali, Corso e ricorso della poesia leopardiana, Roma 1948; C. Niforl, La filosofia del L., Modica 1949; G. Crocioni, L. e le tradizioni popolari, Milano 1949.

Giovanni Fallani
LEOPARDI, MONALDO. - Scrittore, n. a Recanati il 16 ag. 1776 , m. ivi il 30 apr. 1847. Di debole volontà, fu dominato nell'amministrazione domestica dalla moglie Adelaide Antici; non fu comunque padre disamorato del figlio Giacomo, come una leggenda letteraria aveva profilato.

Temprn notevole di erudito locale, compose gli Annali di Recanati; fiero difensore dell'alleanza tra Stato e Chiesa, fu contrario al Congresso di Vienna, che non aveva accettato in piano il concetto del legittimismo: fu tuttavia favorevole allo "spirito di perdono, di conciliazione e di pace" del governo Consalvi. Per M. L. "restaurare vuol dire accomodare le cose guastate" (come scrisse nei Dialoghetti sulle materie correnti nell'anno 1831, a p. 49 della ristampa a cura di A. Moravia con il titolo Viaggio di Pulcinella, Roma 1945), ma con questo non si mostra affatto favorevole all'assolutismo regio settecentesco, proprio perché era di sapore giurisdizionalistico e quindi anticuriale. Dal 1832 al 1835 pubblicò la Voce della ragione, in cui si batté per le sue idee politiche.

Tra le sue pubblicazioni storiche son da ricordare: Serie dei vescovi di Recanati (Macerata 1828); Vita di Nicolò Bonafede, vescovo di Chiusi (Pesaro 1832); La S. Cosa di Lureto (Lugano 1841); Cose lauretane (Ancona 1844).

BibL.: A. Avali, Autobiografia di M. L., Roma 1883; C. Antona-Traversi, I genitori di Giacomo L., 2 voll., Recanati 1887-91; R. Ferrajoli, M. L., ivi 1923; F. Moroncini, M. L. politico, ivi 1931; id., M. L. e Carlo Antici, ivi 1932; M. Petrocchi, Alcune proposte riformatrici di M. L., in Accademie e biblioteche, 15 (1940, t), p. 29 sgg.; L. Salvatorelli, Il pensiero politico italiano dal 1700 al 1870, 3* ed., Torino 1942, p. 191 sgg.; R. Vuoli, Introduzione agli Annali di Recanati di M. L., Varese 1945 (è l'introd. agli Annali che il

Vuoli ha pubblicato per la prima volta, 2 voll., ivi 1945); id., M. L. di fronte alla letteratura, estratto da Atti e memorie della Deputazione di storia patria per le Marche ( 3² serie, 1946), Ancona 1949; A. Donini-U. Magrini, M. L., Recanati 1947; M. Angelastri, M. L., Milano 1948 (con bibl.), Massimo Petrocchi

LEOPOLDINA, DIOCESI di. - Città e diocesi nello Stato di Minas Geraes in Brasile.

La diocesi ha una superficie di 8197 km 9 ., con 450.000 ab., dei quali 420.000 cattolici, distribuiti in 34 parrocchie, servite da 34 sacerdoti diocesani e 8 regolari, un seminario, 2 comunità religiose maschili e 15 femminili ( 1950 ).

Fu creata dal papa Pio XII il 28 marzo 1942 con la cost. apost. Quae ad molus, per smembramento dell'arcidiocesi di Marianna e dalla diocesi di Juiz de Fora, elevando in pari tempo a cattedrale la chiesa in onore del martire s. Sebastiano, titolare anche della diocesi, che è suffraganca di Marianna. Primo vescovo, dal 1943, è mons. Delfino Ribeiro Guedes.

BibL.: AAS, 34 (1942), pp. 326-28.
Virginio Battezzati
LEOPOLDINEN-STIFTUNG (LEOPOLDINENMISSIONSVERFIN). - La Fondazione leopoldina o l'Associazione missionaria leopoldina fu fondata nel 1828 (approvata nel 1829) a Vienna dall'allora vicario generale di Cincinnati, più tardi vescovo di Detroit, Federico Rese e denominata così in onore dell'imperatrice del Brasile, arciduchessa Leopoldina d'Austria. Si acquistò grandi benemerenze nei riguardi della Chiesa cattolica dell'America settentrionale e innanzitutto del ministero pastorale presso gli immigrati di lingua tedesca in quelle regioni. Al presente si è fusa con l'Opera della Propagazione della Fede.

Bibl.: J. Thauren, Ein Guadenstrom zur Neuen Welt und seine Quelle. Die Leopoldinenslsftung zur Unterstüzzung der omerikanischen Missionen, Vienna-Möbling 1940.

Giovanni Ronumerskirchen
LEOPOLDO III, santo, margravio di Austria. N. a Melk nel 1073, della stirpe di Babenberg, m. il 15 nov. 1136. Educato da s. Altmanno, vescovo di Passavia, prese nel 1095, dopo la morte del padre, il governo del margravioza che tenne per 40 anni. All'inizio del suo regno favorì il passaggio dei primi Crociati attraverso l'Austria. Dotò con munificenza chiese e monasteri, specialmente la badia di Melk; altri ne fondò,
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(Art. R. Fialeria, Recanati)
Leopardi, Giacomo - Una sala della Biblioteca L. - Recanati.

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(fot. Bildarchiv d. B. Nationalbibliothek)
Leopoloo III, sonno, margravio di Austria - Il ritroviamento del voto. Scena della leggenda della fondazione dell'abbazia di Klosterneuburg. Tavola dell'altare di L. di Rueland Frucauf il Giovane (ca. 1301) - Klosterneuburg.
come Klosterneuburg (Canonici Regolari, oggi Lateranensi), nella cui cripta fu sepolto, Heiligenkreuz (Cistercensi) e Klein-Mariazell (Benedettini).

Benché fedele alla Chiesa e al papato, parteggiò per Enrico IV contro il figlio ribelle Enrico V, alla cui parte passò nel 1105 per avere in sposa la sorella Agnese. Ne ebbe 18 figli, tra cui Ottone, vescovo di Frisinga, famoso storico, Corrado, arcivescovo di Salisburgo, Leopoldo ed Enrico (Jasomirgott) che gli succedarono al governo.

Fu canonizzato nel 1485 da Innocenzo VIII e dall'imperatore Leopoldo I nel 1663 dichiarato patrono di Austria. Festa 15 nov. Nell'iconografia viene rappresentato in costume principesco, con la corona e un modello di chiesa, e talvolta con due cestini di pane per i poveri.

Bibl.: BHL. 726: B. Poltzmann, Compendium vitae et miraculorum s. L., Klosterneuburg 1391: Hier. Pez. Historia s. L., Vienna 1747: V. D. Ludwig, Der Kanonisationsprozess des Markgrafen L., ivi 1919; id., Die Legende vom mildeu Markgrafen L., ivi 1925; H. Maschek, Kaiser Heinrich IV. und die Gründung des Chorherrentiftes Klosterneuburg. in Mitteil. d. Inst. f. Öster. Gesch., 47 (1933), pp. 186-211. Lucchesio Spätling

LEOPOLDO da Castelnovo. - Cappuccino, il cui nome di famiglia era Mandic, n. a Castelnuovo di Cattaro il 12 maggio 1866, m. a Padova il 30 luglio 1942. Entrato in convento nel 1885 , nel 1890 fu ordinato sacerdote. Dopo brevi dimore in diverse sedi, nel 1906 venne trasferito a Padova, dove rimase fino alla morte.

Cagionevole di salute e inadatto alla predicazione, non poté realizzare la sua ardente vocazione missionaria fra gli Orientali; ma per quasi 40 anni fu confessore di ogni sorta di persone, esercitando un apostolato nascosto, ma estesissimo. Modello di virtù francescane, dopo la morte la sua fama di santità si diffuse rapidamente e nel genn. 1946 in Padova si aprì il processo informativo diocesano.

BinL.: Pietro da Valdiporro, Un apostolo del conferinente. il servo di Dio p. L. da C., 3° ed. Padova 1949.

Giancrisostomo da Cittadella
LEOPOLDO da Gaichle, beato. - Missionario apostolico dei Frati Minori, n. a Gaiche (Perugia) il 30 ott. 1732, m. a Monteluco (Spoleto) il 2 apr. 1815. Ordinato sacerdote nel 1757, insegnò per diversi anni filosofia e teologia, occupando successivamente vari ed importanti uffici, tra cui quello di guardiano, di custode e di ministro provinciale.

Cercò di far rifiorire la sacra predicazione ed adottò sostanzialmente il metodo di s. Leonardo da Portomaurizio nel dare le missioni al popolo. Per quarantasette anni predicò continuamente, non uscendo però dai confini dell'Umbria e del territorio che apparteneva allora allo Stato pontificio, come risulta dal Diario delle S. Missioni, da lui scritto. Eresse 73 Via Crucis e ne restaurò moltissime, innalzando ove predicava croci commemorativa. Istitul ritiro il convento di Monteluco presso Spoleto, dimorandovi sino alla morte. Fu beatificato da Leone XIII, il 12 marzo 1893.

Bibl.: Pacifico da Rimini, Della vita e delle eroiche virtù del veu. P. L. du G., Roma 1835: Campello Della Spina, Vita del b. L. da G., ivi 1803: Antonio M. da Vicenza, Vita del b. L. du G., ivi 1893: B. Bravocchini, Un apostolo dell' Umbria, ossia il + Giornale delle predicazioni + del b. L. da G., Trevi 1919; id., Cronaca della provincia serafica di S. Chiara d'Asiai. Firenze 1921. pp. 269-92. Liberato Di Stolfi

LEOPOLDO I, Imperatore. - Secondogenito dell'imperatore Ferdinando III e di Maria Anna di Spagna, n. a Vienna il 9 giugno 1640, m. ivi il 5 maggio 1705. Era destinato alla vita ecclesiastica ma, divenuto erede dei domini paterni per la morte del fratello Ferdinando (1654), successe al padre nel 1657 e fu eletto imperatore il 18 luglio 1658 . Fu un erede convinto del programma politico della casa di Asburgo (difesa del cattolicesimo e lotta con i Borboni), e il suo regno fu un lungo seguito di guerre: in funzione cattolica nell'Europa orientale (con la Turchia dal 1662 al 1664 per la questione della successione in Transilvania, nuovamente con la Turchia dal 1683 al 1699; questa seconda guerra vide l'assedio di Vienna del 1683 e il costituirsi della Lega Santa tra Austria, Polonia, Russia, Venezia e la S. Sede) e in funzione antifrancese nell'Europa occidentale contro l'espansionismo di Luigi XIV (guerra d'Olanda del 1672-78, guerra della Lega d'Augusta del 1688-97). All'interno L. ebbe resa difficile la sua opera dalle frequenti rivolte dell'Ungheria contro la politica cattolica asburgica, ma la pace di Karlowitz (1699), eliminando da quel settore la Turchia, sanzionò il definitivo dominio dell'imperatore sull'Ungheria. Morì mentre era in corso la guerra per la successione spagnola, alla quale L., figlio e marito di principesse spagnole, partecipò per sostenere la candidatura del figlio Carlo (il futuro imperatore Carlo VI) : in questa occasione motivi politici contingenti portarono L., fedele cattolico a urti diplomatici non indifferenti con la S. Sede. Del resto fu sempre in ottime relazioni con Innocenzo XI; si servì a lungo, come consigliere, di Marco d'Aviana; fondò molti monasteri, cercò di alleviare la situazione dei cattolici inglesi e di riconciliare le varie confessioni cristiane.

Sotto L. I ebbero inizio nei paesi austriaci il mercantilismo di tipo inglese e vari tentativi di riorganizza-

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(da Fr. Wagner, Historia Leopold: Magus Cacsaria Augusti, Vienna IIB, ter. J. t.)
Leopoldo I, imperatore - Ritratto. Inciasione di Cristoforo A. Wagner.
zione politica-amministrativa; la situazione religiosa si stabilizzò, il cattolicesimo ridivenne di nuovo esuberante e vitale. Soprattutto dopo l'invasione turca del 1683 si avverò una grandiosa rifioritura culturale: ricostruzione e costruzione di chiese, palazzi, conventi (J. B. Fischer v. Eifach; J. Prandtauer; L. v. Hildebrandt), sfarzosamente affrescati (i due Altomonte; J. M. Rottmayr; D. Gran; P. Troger); il predicatore di corte, p. Abramo di S. Chiara era l'oratore sacro più famoso del secolo; l'opera italiana fece trionfale ingresso (Burnaccini) a Vienna; insomma, il volto barocco dell'Austria fu creato in quest'epoca.

BibL.: O. Klopp, Corrispondenza epistolare tra L. I imper. e il p. Marco d' Avians cappuccino, Graz 1888: B. Erdmannsdorffer, Deutsche Geschichte 1646 bis 1740, 2 voll. 1892-93; M. Immich, Geschichte des europäischen Staatsanystems von 1660 bis 1769, Monaco-Berlino 1905; J. Guillot, Leopold I, les Hongrois, les Turcs, le siège de Vienna, in Revue d'histoire diplomatique, 25 (1911), pp. 417-63 e 208-231: A. Levinson, Nuntiaturberichte vom Kaiserhaje L. I., 2 voll., Vienna 1913-18; Pastor, XIV, II, v. indice: Fr. M. Mayr-B. F. Kaindl-H. Pirchegger, Geschichte u. Kulturleben Deutschösterreich, II, Vienna 1931, pp. 195-227, 242-81; H. Hantech, Die Entwicklung Osterreich-Ungurus zur Grausmacht (Geschichte d. führenden Völker, 15), Friburgo i. Br. 1933, pp. 63-89 (con bibliografia): E. Schaffran, Kunstge schichte Osterreichs, Vienna 1948, pp. 201-85; H. Hantech, Die Geschichte Osterreichs, II, Graz-Vienna [s. a., ma 1950], pp. 24-94. Armando Saitta

LEOPOLDO II, IMPERATORE (I come granduca di Toscana). - N. il 15 maggio 1747 a Vienna, m. ivi il 2 marzo 1792. Terzogenito di Francesco Stefano di Lorena e dell'imperatrice Maria Teresa, divenne granduca di Toscana nel 1765. Con l'aiuto di consiglieri capaci quali Pompeo Neri, Francesco Maria Gianni ed altri, iniziò un'ardita politica di riforme.

La riscossione delle imposte non fu più data in appalto, ma passò direttamente nelle mani dello Stato; il sistema doganale fu assai semplificato con l'eliminazione di quasi tutti i dazi interni e l'economia del paese ne trasse non pochi vantaggi; le opere di risanamento e di
bonifica in Val di Chiana, nel piano di Pisa, nei paduli di Bientina e di Fucecchio, in Valdinievole, in Maromma diedero nuovo incremento all'agricoltura. Ai comuni fu inoltre garantita l'amministrazione autonoma. Il granduca intendeva inoltre promulgare una vera costituzione ed incaricò nel 1779 il Gianni della redazione di un piano "per l'erezione di un corpo di rappresentanza pubblica in Toscana ", ma la Costituzione, approntata nel 1782, non entrò mai in vigore. In politica estera L. era propenso ad una neutralizzazione della Toscana, mentre nelle relazioni con la Chiesa s'ispirò ad un giurisdizionalismo assai rigido: aboli le immunità ecclesiastiche, vietò gli appelli a Roma, sciolse 2500 confraternic, sorprendendo conventi, che non avevano scopo di utilità pubblica, stabili l'exequatur per gli atti dell'autorità religiosa; assecondo i suggerimenti di S. Ricci, vescovo di Pistoia, lasciando radunare il famoso sinodo del 1786 , condannato più tardi dalla Chiesa. Salito, alla morte del fratello Giuseppe II, nel 1790, sul trono imperiale, pur restando sempre un corifeo del dispotismo illuministico e riformatore del sec. xvili, modificò profondamente la sua condotta. Seppe cosi superare la grave crisi che il dottrina. rismo del fratello aveva suscitato (sollevazione dei Paesi Bassi austriaci e dell'Ungheria), moderare la precedente posizione di intransigenza verso la S. Sede ( 1790 : soppressione dei seminari di Stato) e liquidare l'eredità bellica del fratello (pace di Sixtov del 4 ag. 1791 con la Turchia, alla quale restitui Belgrado e la Valacchia). Atteggiamento di prudente moderazione tenne pure verso la Rivoluzione francese del 1789 : disposto ad agire solo entro l'ambito di «un concerto curopeo», l'accordo di Pillnitz (1791) e l'alleanza del 1792 con la Prussia furono da L. II intese sempre in funzione difensiva. Morì improvvisamente prima che scoppiasse la conflagrazione.

BibL.: F. Scaduto, Stato e Chiesa sotto L. I granduca di Toscano, Firenze 1885; G. A. Venturi, Le contraccceis del granduca L. I di Toscano e del vescovo Scipione de' Ricci con la corte romano, in Archivio storico italiano, 5° serie, 8 (1891), pp. 40-98, 241-88; M. Aglietti, La Costituzione per la Toscana del granduca Pietro L.. in Rassegna nazionale, 164 (1908), pp. 273-95: A. Ansdotti, Le riforme in Toscana nella seconda metà del sec. XVIII, in As. unii delle Universitá toscane, nuova serie, 9 (1924-25), pp. 23-85 (ripubblicato in Movimenti e contrasti per l'unitá italiana, Bari 1930): H. Holldack, Die Reformpolitik Leopoldt von Toskana, in Historische Zeitschrift, 162 (1941), pp. 23-46; R. Mori, Le riforme leopoldine nel pensiero degli economisti toscani del' 700 , l'icenze 1951.

Silvio Furlani - Armando Saitta
LEOPOLDO II, granduca di Toscana. - N. il 3 ott. 1797 a Firenze, m. il 29 germ. 1870 a Roma. Figlio di Ferdinando III e di Maria Luisa Amalia di Napoli, lasciò Firenze con la famiglia dopo l'invasione francese nel 1799 e segui il padre nelle peregrinazioni all'estero, a Salisburgo e a Würzburg. Ritornato in patria dopo la caduta di Napoleone, alla morte di Ferdinando III, nel 1824, divenne granduca. Ben preparato all'amministrazione pubblica, L. si dimostrò sovrano di non comuni doti.

Vivamente preoccupato del bene dei suoi sudditi, e del benessere economico del paese, accordò ospitalità a coloro che, perseguitati altrove, cercarono rifugio in Toscana. L. permise che nel 1839 si tenesse a Pisa il primo congresso degli scienziati italiani, riunione di carattere, oltre che accademico, anche politico, a favore dell'idea nazionale. Nel 1848 L. concesse uno statuto ed acconsenti alla partecipazione toscana alla prima guerra d'indipendenza ma, non volendo sancionare la legge sulla Costituente italiana, si ritirò a Gaeta, dove già si trovava Plo IX. Al suo ritorno continuò le trattative con la S. Sede per la conclusione di un concordato definitivo (alcuni articoli preliminari erano già stati convenuti il 30 marzo 1848), firmato il 25 apr. 1851 a Roma. Si allentarono in parte i vincoli della legislazione giurisdizionale di Leopoldo I a vantaggio dei buoni rapporti tra Stato e Chiesa. Nel 1859 L., perduto il granducato, si stabili in Austria. Recatosi a Roma nel nov. 1869 per sottrarsi alla rigidità del clima nordico, vi mori alcune settimane dopo.

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Birl.: G. Baldasseroni, L. Il grandura di Toscana e i suoi tempi, Firenze 1871: M. Rosi, L. II, in Diz. Rione, III, pp. 370-72; A. M. Bettonini, Il Concordato di Toscana, Milano 1933; R. Mori, Il Concordato del 1031 tra la Toscana e la S. Sede, in Archivio storico italiano, 98 (1940, II), pp. 41-82; 99 (1941, I), pp. 133-46. Il testo del Concordato in Raccolta di concordati su materie orfotisistiche tra la S. Sede e le autorità civili, a cura di A. Mercati, Rome 1919, pp. 717-6