con l'elevazione a questa di mons. F. Julliot. La S. Congr. Concistostale con decreto del 25 giugno 1929 dismembrò dalla diocesi di Capo Haitiano le parrocchie di Hinche, Maissade, Marmelade e St. Michel riunendole a quelle di L. G., in modo che tutto il territorio della provincia civile di Artibonite fosse contenuto in detta diocesi (AAS, 21 [1929], pp. 558-59). La diocesi è suffraganea di Porto Principe.
Enrico Josi
LESINA (croato Hvar), diocesi di. - Diocesi di Dalmazia, che si estende sul territorio di tre fra le più grandi isole dell'Adriatico: L., Brazza (croato Brač), Lissa (croato Vis).
La prima volta viene ricordata nella bolla del papa Anastasio IV (1154) come la quarta delle suffraganee della neometropoli di Zara ( 9 Farensis episcopatus v). Poiché il suo territorio, insieme con quello delle Isole di Curzola (Korčula), Lagosta (Lastovo), Meleda (Mijet) e del loro retroterra, il principato Narentano, nel 1144 passò sotto il dominio di Venezia, e, d'altra parte, i presuli di Zara già dal 1134 portavano il titolo di arcivescovi, qualcuno pensa che la diocesi di L. sia stata creata proprio dai medesimi, per tutto il suddetto territorio, prima del I150. Altri invece ritengono che la sua creazione si debba al metropolita di Spalato, del cui territorio prima faceva parte. Difatti, tra i due suddetti metropolitani non tardò a sorgere una lite, la quale nel 1181 fu sciolta da un legato pontificio, Tebaldo, che assegnò la diocesi al metropolita di Spalato.
Il suo territorio, ristretto nel sec. xiv con la creazione delle diocesi di Makarska e Curzola, andò soggetto anche a divisioni; ma dal 1420 al 1797, senza interruzione o menomazione, stette sotto Venezia. Nel 1571 la stessa Isola di L., e specialmente il suo omonimo capoluogo, residenza del vescovo, fu saccheggiata dai Turchi.
Quando nel 1828 Leone XII abolì l'arcidiocesi di Spalato, e la sottopose con altre suffraganee a quella di Zara, anche L. ne condivise le sorti, finché nel 1935 fu chiamata a far parte della mèrropoli di Spalato, che doveva crearsi.
Attualmente la diocesi di L. è politicamente compresa nella Repubblica federale croata. Secondo le più autorevoli statistiche, antecedenti al 1939, contava ca. 45.000 ab., serviti da 81 sacerdoti secolari e 21 regolari. E divisa in 8 decanati con 35 parrocchie e 10 cappellanie. Il duomo di L. è un notevole monumento artistico di stile roma-nico-lombardo e conserva opere di Palma il Giovane, Domenico Uberti ed altri.
BibL.: I. Lucius, De Regno Dalmatino et Croatiae libri 6, Amsterdam 1666; D. Farlati, Illyricum sarium..., IV, Venezia 1769; Tommaso arcidiacono, Historia Salanitana, ed. F. Rački (Mönnmenta spect. hist. Slavorum novid., 26), Zagabria 1894; T. Smilchlas, Codex diplomaticus..., specialmente vol. II (documenti del sec. xit), ivi 1904: F. Bulic, Accessiones et correctiones all'Illyricum Sacrum del p. D. Farlati di p. G. Caleti..., Spalato 1910; G. Novak, Hvar (Istorijsko biblioteka, 2), Belgrado 1924; K. Draganovic, Općl tematizam Katalic̄he Crhice u Yagoulaviji..., Sarajevo 1930; M., Le diocesi croate, in Croazia sacra, Roma 1943, pp. 181-231. Atanasio Matanic
## LESIONE: v. RESCIsSIONE.
LESIONE PERSONALE. - Si ha 1. p. nel diritto penale italiano quando, senza intenzione di uccidere, si cagiona ad altri un danno nel corpo, salute o stato mentale. Se accede l'intenzione di uccidere, si ha il mancato omicidio.
Per il CIC e per i moralisti non esiste una l. p. come peccato o delitto per sé stante, ma la l. p. rientra nel genere di delitti che riguardano le violazioni dell'altrui persona (in bona corporis). Ciò è dovuto al fatto che il CIC, trattando più che altro dei delitti specifici ecclesiastici, generalmente rimanda, almeno per l'applicazione delle pene, alle leggi dei singoli Stati (cann. 2198; 2223 § 3, n. 2), per quanto concerne i delitti che sono considerati dai codici penali statali, e al fatto che i moralisti considerano più il lato morale che quello giuridico, fermandosi quindi in questa materia all'esame degli elementi comuni a tutte le ingiustizie, delle quali la l. p. fa parte. Qualche elemento particolare viene tuttavia fornito dai moralisti quando parlano della mutilazione, del tentato omicidio, ecc., qualche altro pure dal CIC nel l. V, ad es., ai cann. 2333; 2337 § 2; 2341; 2343 §§ 1-4; 2350 § 1; 2351 § 1; 2353; 2354 §§ 1-2; manca però nell'uno e nell'altro caso una specifica trattazione della l. p. in senso tecnico, trattazione che invece ha il Cod. pen. ital., l. II al tit. XII, dei delitti contro la persona. In realtà neanche esso dà una espressa definizione; è però facile dedurlo dall'intero tit. XII e soprattutto dall'art. 582 capv. 1, il quale dice che - chiunque cagiona ad alcuno una l. p. dalla quale deriva una malattia nel corpo o nella mente e è soggetto alle pene, ivi e nell'art. 583 determinate. È necessario ritenere subordinata detta norma a due riserve : la prima, che non è mai possibile parlare giuridicamente di l. p. se non quando l'arto che la produce termina in un soggetto diverso dall'agente (quindi il tentato suicidio, l'automutilazione, l'autointossicazione, ecc., non sono l. p.); e la seconda, che qualora produca malattia corporale o mentale, ognuna delle azioni elencate nel tit. XII come distinte dalla l. p. (percosse, risse, abbandono di persona di minore età e di incapaci o di neonati, omissione di soccorso, riduzione di persona in schiavitù, sequestro di persona, arresto illegale, indebite limitazioni della libertà personale, perquisizioni e ispezioni arbitrarie, violenze private, minacce, stato di necessità prodotto mediante violenza) costituiscono, oltre al delitto loro specifico, anche l. p. In questo senso si possono vedere gli artt. 549, 550, 554, 588 e 559. E indispensabile comunque, perché si possa avere l. p. che l'azione produsente la malattia tanto corporale che mentale si trovi nel rapporto di causa ad effetto. Né sfugge che ogni l. p. come descritta è, moralmente parlando, una violazione di giustizia commutativa normalmente grave. Per quanto riguarda la responsabilità morale delle azioni lesive della persona, sia dolose che col-
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pose, e le circostanze che l'aggravano o la diminuiscono (v. pure gli artt. 582-83,586-88,590 ), va ricordato che per la coscienza è l'elemento soggettivo che interessa, più di ciò che appare nel fòro esterno.
Il CIC considera l. p. anche la violazione del privilegio del canone, cioè della vita, della dignità, della libertà di un chierico o religioso (can. 2343; v. anche privilegi dei chierici) e la punisce con pene varie. Nelle pene accomuna la l. p. nell'aborto, l'autolesione a scopo suicida, la l. p. nel duello, nel ratto violento, ecc. La pena è proporzionata al grado di colpevolezza anche per la lesione preterintenzionale o colposa.
BibL.: Per il diritto penale italiano: E. Altavilla, I delitti contro la persona e contro l'integritio della stirpe, Milano 1934, n. 24 sgg .: R. Pannain, L. p., in Nuovo digesto ital., VII, p. 774 sgg.: G. Sabolini, Istituzioni di dir. penale, parte speciale, II, Catania 1947, p. 146 sgg.: V. Manzini, Istituzioni di dir. pen., II, Padova 1950, p. 309 sgg. Per il CIC e la morale v. F. Liuzzi, De delictis contra auctoritates ecclesiasticas, Roma 1924, pp. 6672: I. Chelodi-P. Ciprotti, De delictis et poenis, Trento 1943, pp. 89-110.
Lorenzo Simeone
LESLEY, Alexander. - Gesuita, liturgista, n. nella contea di Aberdeen (Scozia) il 7 nov. 1694, m. a Roma il 27 marzo 1758. Insegnò successivamente a Sora e Ancona, poi greco al Collegio Romano e filosofia al Collegio Illirico di Loreto. Nel 1728 fu inviato nella Scozia. Nel 1734 lo si trova di nuovo in Italia, professore prima a Tivoli, poi al Collegio Scozzese, ove fu anche prefetto degli studi. Dal 1746 al 1749 insegnò teologia morale al Collegio Inglese.
Nel 1749 era stato associato al p. Manuel de Azevedo per la pubblicazione del Thesaurus liturgicus, opera annunziata in 13 voll. in-fol. Di questa collezione il L. pubblicò a Roma, nel 1755, il Missale mixtum secundum Regulum beati Isidori dictum Moxarabes, reimpressione del Messale mazarobico pubblicato a Toledo nel 1500 per ordine del card. Ximenes, arricchito d'una importante prefazione e di note preziose. Identico lavoro preparato per il Breviario mazarobico e molte altre dissertazioni di carattere numismatico e lapidario restano manoscritte.
BibL.: F. A. Zaccaria, Storia letteraria, XII, Venezia 1738, pp. 442-552; Sommarvogel, IV, coll. 1719-20; Hurter, V, coll. 483 e 328; H. Leclercq, s. v. in DACL, VIII, coll. 1631-32.
Silverio Mattei
LESLEY, John. - Vescovo e storico scozzese, n. il 29 sett. 1527, m. in un convento nei pressi di Bruxelles il 31 maggio 1596. Sacerdote, dottore in diritto alla Sorbona nel 1553, zelante difensore del cattolicesimo contro i protestanti.
Ricondusse in Scozia nel 1561 Maria Stuarda, la quale lo nominò professore di diritto canonico ad Aberdeen, poi senatore del collegio della giustizia. Vescovo di Ross nel 1565 , e intrepido sostenitore di Maria Stuarda, fu prigioniero di Elisabetta, regina d'Inghilterra (15681573), poi esiliato nei Paesi Bassi e in Francia, ove nel 1593 divenne vescovo di Coutances. Notevole la sua attività come riordinatore delle leggi della Scozia, del 1566, e come studioso, specie nel De origine moribus et rebus gestis Scaturum, in io libri, che giunge fino al 1562.
Bibl. L'elenco delle opere del L. è in F. W. Bateson, The Cambridge bibliography of english literature, I, Cambridge 1640, p. 902.
LESSING, Gotthold Ephraim. - Pensatore, critico, poeta e drammaturgo tedesco, n. a Kamenz il 22 genn. 1729, m. a Wolfenbüttel il 15 febbr. 1781. Scolaro di Wolff a Lipsia e studioso di Spinoza, ricercatore instancabile nel campo delle scienze filologiche e teologiche, è uno dei maggiori rappresentanti dell'illuminismo (v.) in Germania. Appartiene alla schiera di quei pensatori che erano designati allora come "Popularphilosophen", scrittori liberi dalla tecnica e dal gergo della scuola; fu avverso al si-

(per carteta del dott. R. Degeabart) LESSING, GOTTHOLD EPhRAIM - Ritetto. Dipinto di Ihle (1760) - Berlino, collezione privata.
stema, se pure sensibile a talune esigenze sistematiche della filosofia illuministica, e rielaboratore sagace delle dottrine che caratterizzano la sua età.
Il suo pensiero, che si muove costantemente tra Leibniz e Spinoza, tenta un accordo tra i due filosofi attraverso l'unità dell'uno nel tutto, ossia attraverso la concezione dell'individualità che si dilata fino a racchiudere in sé l'universale. L. vuole inclu-
dere nello spinozismo l'armonia prestabilita, salvare il particolare dall'assorbimento nella divinità pur ricadendo continuamente nel panteismo spinoziano. Nel suo opuscolo Über die Wirklichkeit der Dinger ausser Gott, sostiene infatti, nonostante la sua affermazione di volersi attenere al pensiero di Leibniz, che se il concetto di una cosa è in Dio, anche la cosa deve essere in lui, e che perciò i concetti delle cose in Dio sono le cose stesse. Al dire di Jacobi, L. non poteva tollerare l'idea di un essere personale assolutamente infinito, e si rappresentava pertanto la divinità come l'anima del tutto.
L. si occupò lungamente di problemi religiosi con scritti, in parte propagandistici e in parte polemici, che si ispirano ai motivi dominanti dell'illuminismo, anche se qua e là qualche nota personale tradisce l'insofferenza che egli, pur con tutto il suo razionalismo, nutriva per l'atteggiamento chiuso del secolo. Particolarmente nel-l'Anti-Goeze (Lipsia 1778) e nei Gespräche für Freimaurer (Gottinga 1778) combatte l'ortodossia tradizionale delle religioni positive, ed elabora una filosofia della religione che dovrebbe fondarsi soprattutto sulla connessione interna della natura e della storia. "La migliore religione rivelata, è quella che contiene il minor numero di aggiunte alla religione naturale" (Uber die Entstehung der greffenbarten Religion, § 11).
Contro il "fanatismo" dell'erudizione biblica e contro il predominio della teologia sostiene che dall'intima verità debbono scaturire le tradizioni scritturali, e non viceversa, che la religione è vera non perché gli evangelisti e gli apologisti l'hanno insegnata, ma che essi l'hanno insegnata perché è vera. Nella sua polemica contro Goeze afferma che il cristianesimo deve riguardare essenzialmente il cuore, e che la critica delle prove storiche e filosofiche deve poggiare su ben altri principi, che non quelli finora seguiti dalle teologie delle religioni positive. Gli accenti anti-dogmatici dell'Anti-Goeze, dei Gespräche f. Freim., e la sua lotta aperta contro l'ortodossia, riaffiorano sotto una veste artistica nel Nathan der Weise (Berlino 1779), dove l'idea della religione naturale vuole essere un simbolo di pace tra le religioni positive dell'umanità.
Nell'Erziehung des Menschengeschlechts (ivi 1780), che rimane il suo capolavoro filosofico, la religiosità assurge a principio di tutta l'evoluzione umana. L'educazione e la religione servono a sviluppare le facoltà naturali e la attitudini dell'uomo. Mediante la Rivelazione il genere umano viene elevato dai gradi inferiori a quelli superiori; le verità rivelate debbono man mano mutarsi in verità di ragione se si vuole che il genere umano le faccia veramente sue. Mentre infatti Dio educava con mezzi elementari il suo popolo, gli altri popoli della terra procedevano nella via della civiltà con la sola luce della ragione. Le due rivelazioni non sono sostanzialmente diverse; e quando verrà l'età della Vollendung, della piena maturità, non vi sarà infatti più dubbio circa l'intima razionalità della rivelazione religiosa. Il L. si è soprattutto preoccupato, in
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quest'opera, di organizzare le sue esperienze storicoreligiose, la sua concezione della religiosità e del cristianesimo, il cui valore gli si prospetta come eminentemente etico in quanto deve educare a fare il bene per il bene.
Debbono infine essere ricordate, del L., il Laohoon (1776) dove egli segna i limiti tra le arti figurative e la poesia, e la Hamburgische Dramaturgie (1767-69) ove distingue la poesia dalla storia, e, nella poesia, il dramma dalla favola e dal racconto morale.
Va riconosciuta nel L. una personalità ricca e complessa, non priva di genialità e di spunti che, se tradiscono da una parte la sua appartenenza al razionalismo illuminista, denunziano dall'altra la oscura tendenza a superarlo. Egli ha espresso in modo inequivocabile quell'atteggiamento spavaldo e sicuro di sé che è proprio del secolo, ma ha temuto insieme di salvare l'uomo e ogni valore umano dalle costrizioni dell'angusta filosofia dell'Aufklärung. Dal razionalismo più intransigente, cui si era ispirato tutto il suo pensiero, L. aveva finito con il cercare una liberazione nelle tesi panteistiche e naturalistiche che preludono al risveglio del nuovo secolo, e con il presentire, al di sopra dell'astratta ragione, i diritti dell'umanità. Apostolo dell'illuminismo, egli aveva avvertito le falle che vi si andavano allargando, e intuito i grandi interrogativi che, solo pochi anni più tardi, si sarebbero delineati dinnanzi ai rigidi canoni di quella dottrina. Il suo concetto del tendere incessantemente alla verità, se pure a condizione di non raggiungerla mai, è già un'anticipazione del motivo che Rousseau trasmetterà ai corifzi dello Sturm und Drang e poi ai romantici, quello di una interiorità che è passione e rivolta, e quindi giova a rivalutare, rispetto alla concezione illuministica, la vita, la storia e la tradizione.
Bias.: Opere: Sämmtliche Werke, edice dal fratello Karl Gotthelf L., Berlino 1783 e seg., e l'ed. critica di K. Lachmann (1838-40) riveduta e integrata in 3² ed. da F. Muncber, Sämmtliche Schriften, 24 voll., Stoccarda 1886-1924; 4² ed. a cura di J. Peterson, 25 voll., Berlino 1923-29. Studi: Th. W. Denzel e G. E. Gubrauer, G. E. L., sein Leben u. seine Werke, Stoccarda 1853; A. Stahr, G. E. L., Berlino 1859; E. Zeller, L. als Theolog (in Vorträge u. Abhandlungen, 2² Samml.), Lipsia 1877; E. Schmidt, L., Gesch. seines Lebens u. s. Schriften, 2 voll., Berlino 1884; 4² ed. ivi 1925; E. Kretzschmar, L. u. die Aufklärung, Lipsia 1905; Ch. Schrempf, L., Stoccarda 1906, 2² ed. 1921; F. Mehring, Die L.-Legende, 2² ed., Berliou 1906; P. Lorentz, L.'s Philosophie, Lipsia 1909; Ch. Dempf, L. als Philosoph, ivi 1912; H. Leisegang, L.s Weltmechanung, Lipsia 1931; M. Kommerell, L. und Aristoteles, Fraunzöterte s. M. 1940; H. Henry, Herder und L., Würzburg 1941. Altre indicazioni in W. Ziegenfuss, Philosophen-Lezik., II, Berlino 1950, pp. 52-54.
Bianca Magnino
LESSIO (Lessius, Leys), Leonardo. - Gesuita, teologo, scrittore spirituale. N. il 1° ott. 1554 a Brecht (Anversa) e m. a Lovanio il 15 genn. 1623. Frequento gli studi all'Università di Lovanio (1567-71) laureandosi in filosofia, disciplina che, entrato nella Compagnia di Gesù (1572), insegnò per sei anni nel Collegio di Douai, tenendovi anche, l'anno dopo la sua ordinazione sacerdotale (1581), la prefettura degli studi. Nel 1581-84 studiò a Roma teologia al Collegio Romano sotto Suárez e s. Roberto Bellarmino. Tornato in Belgio, diresse per un anno ( 1584-85 ), a Liegi, una Congregazione mariana di studenti. Nel 1584 assunse in Lovanio la cattedra di teologia nel Collegio della Compagnia, distinguendosi subito per aver sostituito, fin dalle prime lezioni, il commento della Summa Theologica di s. Tommaso d'Aquino a quello del Liber Sententiarum di Pietro Lombardo, innovazione trovata a Roma, e che, nonostante qualche opposizione, fu poi adottata a suo esempio anche nell'Università. Doti eccellenti di chiarezza e di con-
cisione, guadagnarono a L. l'animo degli studenti, che inoltre ammiravano in lui un profondo spirito sacerdotale e religioso, professando egli apertamente che compito della teologia non era solo di rendere dotti ed abili nel disputare, ma sapienti esanti, senza di che ogni studio era vanità (De perfectionibus divinis, I. XII, cap. 18). Nel 1587 Michele Bais con Enrico van Kuyck e Giacomo Janson, animati d'antipatia verso l'Ordine dei Gesuiti, suscitarono contro L. un'aspra lotta di parecchi

Lessio, L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L.
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vita merita, che, essendo stato pubblicato nel clima ancor caldo per le controversie de Auxiliis (v.), divenne per l'autore fonte di grandi sofferenze morali. Per queste ragioni, L., stanco e disgustato di dover sempre discutere, rinuntrò a comporre il commento di s. Tommaso, cui voleva dedicarsi, e si applicò interamente negli ultimi anni di vita a studi ascetici, pubblicando veri gioielli letterari come il De summo bono et aeterna beatitudine hominis (ivi 1616) ed il De perfectionibus moribusque divinis (ivi 1620), che collocarono il L. tra i sommi scrittori spirituali d'ogni secolo. Dopo la sua morte uscirono postumi vari opuscoli, tra cui Quinquinginta Nomina Dei (1640) e l'Horologium Passionis Dominicae (1640). L. visse costantemente nella pratica dell'unione con Dio, con l'esercizio delle virtù più eroiche, e morì in odore di santità. La fama delle guarigioni miracolose attribuite alla sua intercessione ed avvenute al contatto con le sue reliquie, originarono numerosi pellegrinaggi alla sua tomba in tutto il sec. xvir anche dalla Francia e dalla Germania, ma i tentativi di iniziare i processi ordinari per la sua beatificazione fallirono per l'opposizione di alcuni vescovi giansenisti. Durante la soppressione della Compagnia (1773-1814) e le guerre della Rivoluzione Francese, le spoglie del L. andarono perdute, ma sulla traccia di documenti conservati dai Bollandisti, furono felicemente ritrovate nel 1891 e riposte nella chiesa del Collegio teologico dei Gesuiti a Lovanio. La sua causa di beatificazione fu ripresa.
Bibl.: T. Courtois, De vita et moribus r. p. L. L. e Societ. Iesu theolog: liber, Bruxelles 1640; Sommervogel, IV, coll. 1726-21; G. Sogebiusiano, Le s. L. L. dont le corps est précieusement conservé dans l'eglite de la C. de 7. à Louvain, Lovanio 1894; V. Brants, L'éranomie politique et sociale dans les écrits de L. L., in Res. d'hist. ext., 13 (1912), pp. 72-89, 302-18; J. Salsmans, Een Vlaamsch geleerde uit de XVI de eeuw. L. L., Lovanio 1923; M. Le Bachelet, Le décret d'Aquaviva sur la Gràce efficace, in Revb. desciences relig., 14(1924), pp. 47-134; C. van Sull, L. L. (1334-1623), Lovanio 1930 (con ampia bibliografia); A. Lanz, La doctrina di Baia col Romano Pontefice, in Ctr. Catt., 1939, II, pp. 29-44; C. Chamberlain, Jesuit thinkers of the Renaissance, Milwaukee 1939, pp. 133-36; R. Geldos, De authenticitate Horologii Passionis Dominicae apud L. L., in Gregorianum, 22 (1941), pp. 161-70; W. Hacuman, The doctrine of L. L. an mortal sin, S. Francesco in California 1947. Arnaldo M. Lanz
LESTONNAC, Giovanna di, santa; v. cIOVANNA LESTONNAC, santa.
LESTRANGE (Louis-Henki), Augustin de. Trappista, n. a Colombier-le-Vieux (Ardèche) il 19 febbr. 1754, m. il 16 luglio 1827 a Lione. Lasciata la carriera militare, studiò a S. Sulpizio e fu ordinato sacerdote nel 1778. Vicario generale dell'arcivescovo di Vienne (1780), passò a vita monastica a La Trappe (Soligny).
Soppressi il 10 febbr. 1790 dall'Assemblea nazionale gli Ordini religiosi, L. con ventiquattro confratelli passò nell'ex-monastero certosino di Val-Sainte (Svizzera) il 1° giugno 1791, e ne fece la sede di un ramo del suo Ordine, che ben presto si propagò in Inghilterra, Piemonte, Spagna, Canadà e Germania. Il 30 sett. 1794 Pio VI eresse Val-Sainte in abbazia, nominando L. abate capo di tutte le fondazioni, e fra l'altro del nuovo Terz'ordine della Trappa per entrambi i sessi, destinato all'educazione della gioventù. Nel 1796 L. fondò nel cantone del Vallese anche un monastero femminile. Costretto nel 1798 dagli eserciti francesi a lasciare Val-Sainte, L. si rifugiò con molti confratelli e consorelle in Baviera e poi in Russia, dove l'imperatore Paolo I gli assegnò monasteri nella Russia Bianca ed in Lituania; ma poco dopo i Trappisti, nuovamente copulsi, trasmigrarono a Danzica (1800). Tornato finalmente a Val-Sainte, L. nel 1811 incorse nell'ira di Napoleone per avere pubblicamente deplorato il suo atteggiamento verso il Pontefice. Si recò allora in Inghilterra, e di là in America, quindi, a restaurazione avvenuta, rientrò in Francia, dove ristabilì la Trappa di Soligny e fondò altri monasteri. Sotti nel 1825 dissensi sulla riforma da lui introdotta, fu chiamato a Roma per giustificarsi e vi rimase sino quasi alla vigilia della morte. Oltre varie opere di pietà, pub-
blicò i Règlements de la Maison-Dieu de Notre Dame de la Trappe (2 voll., Friburgo 1794), ed un Traité abrégé de la sainte volonté de Dieu ( 3ᵃ ed., Lione 1827).
Bibl.: M. Heimbucher, Die Orden und Kongregationen der Katholischen Kirche, 2² ed., I, Paderborn 1907, pp. 463-64. Silvio Furlani-Niocalo Del Re
LE SUEUR, Eustache. - Pittore, n. a Parigi il 18 nov. 1617 (o 1616), m. ivi il 30 apr. 1655, figlio dello scultore in legno Chathelin L., piccardo di origine. Studiò a Parigi la pittura con Simon Vouet, trovandosi compagno di Le Brun e di Mignard, che in seguito compirono il tradizionale viaggio d'istruzione in Italia.
Quando il Vouet nel 1677 ricevette l'incarico di preparare i cartoni con il Sogno di Polifilo per la manifattura dei Gobelins lo cedette all'allievo, presentato cosi pubblicamente. Diede anche illustrazioni per libri, decorò l'Hôtel Lambert di Thorigny con figurazioni mitologiche, conservate in parte al Louvre, come le pitture che eseguì per Luigi XIV ed Anna d'Austria. Nel 1645 ebbe anche l'incarico di eseguire per la certosa di Parigi 22 grosse tele, con episodi della vita di s. Bruno, per i Gobelins copiò la cosiddetta Bibbia di Raffaello e fu uno dei fondatori dell'Accademia reale di pittura.
Bibl.: R. Grauf, s. v. in Thieme-Beber, XXIII, pp. 132-33, con bibl. ed elenco delle opere. Eugenio Battisti
LETARGIA. - Stato ipnoide che si può osservare nel decorso di malattie organiche del sistema nervoso (encefalite epidemica, malattie del sonno), nell'isterismo (v.) in forme di nevrosi (v.), nell'isteria in particolare; in questa è talora in rapporto con le crisi convulsive, ma spesso da queste indipendente.
Nelle forme spontanee, dopo una fase iniziale di mal di testa, non costante però, il paziente all'improvviso cade in un sonno profondo (apoplessia isterica di Debove e Achard) oppure va incontro a sonnolenza e apatia che progressivamente crescono d'intensità fino allo stato letargico. A un esame superficiale, l'individuo sembra semplicemente addormentato; in realtà il rilasciamento muscolare non è completo, i muscoli della masticazione sono leggermente ma nettamente contratti, frequente è un fine tremore palpebrale; in alcuni casi, stati catatonici schizofrenici sono stati scambiati per 1 . Il volto può esser pallido o addirittura livido, vi è in genere polso e respiro lenti, potendosi giungere fino a un arresto respiratorio per interi minuti (morte apparente degli isterici); in un caso di Pfendler, citato da Binswanger, il respiro si arrestò per 48 ore, con la scomparsa di ogni segno di vita: in tali casi, può incorrersi in tragici errori (v. sIOntel. L'esame della sensibilità mostra anestesia completa, talvolta, però, la stimolazione delle zone iperestesiche provoca movimenti riflessi di difesa, che possono interrompere la crisi; d'altronde, durante il letargo, si osservano anche movimenti spontanei, probabilmente automatici; i riflessi cutanei e il cornesio possono essere aboliti, quelli tendinei abitualmente conservati.
L'individuo di solito deglutisce i cibi posti in bocca; a volta invece, i riflessi faringei ed esofagei mancano, rendendo difficile l'alimentazione. Il risveglio è improvviso o graduale, con riso, pianto, frasi sconnesse; frequente è l'amnesia per tutto quel che è accaduto nell'ambiente durante il periodo letargico, ma non raramente i pazienti riferiscono con esattezza quanto si è svolto intorno a loro. La durata della 1. può variare da ore a giorni; nel caso di Krauss si raggiunsero 72 giorni; Jolly parla di sonno isterico protrattosi per mesi, Pfendler per anni. Gli autori della seconda metà del secolo scorso (Briquet, Charcot, Richer) distinguevano tre stati ipnoidi (catolessi, I., sonnambulismo) e diverse varietà di 1.; oggi tali suddivisioni sembrano troppo artificiose e si tende ad un inquadramento unitario nelle vegetopatie ipotolamiche. L. si ha classicamente nella forma oculoletargica dell'encefalite epidemica di von Economo, in cui l'infermo è in preda a netta sonnolenza, da cui però può esser destato con relativa facilità; al risveglio si mostra
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orientato, ma, lasciato a sé, cade di nuovo nello stato letargico; spesso si riaddormenta non appena cambiata posizione, a volte mentre sta mangiando. Talora, in tale malattia, la 1. può alternarsi con stati di agripnix (insonnia ostinata), con notevole irrequietezza specie durante la notte. Nel secondo stadio della malattia del sonno (tripanosomissi africana, dovuta al trypanosoma gambiense trasmesso dalla puntura della mosca tzè-tzè), è frequentissimo uno stato letargico, in genere intenso, spesso irreversibile e resistente alle cure.
BibL.: H. Oppenheim, Lehrbuch der Nervenhronbheiten, Berlino 1923, pp. 1308-1709; M. Klippel-M. P. Weil, in G. H. Roger, F. Widal, Nouveau traité de médicine, XXI, Parigi 1927, p. 712; M. Gozzano, Trattato delle malattie nervose, Milano 1946, p. 171; G. Moglie, Manuale di psichiatria, Roma 1946, pp. 446-57.
Bruno Callieri
LETARGO. - E un fenomeno caratteristico di alcuni mammiferi (roditori, insettivori, chirotteri, carnivori, ecc.) rappresentato dalla riduzione, sino ad un minimo, delle attività organiche fisiologiche (attività respiratoria, circolatoria, ecc.), così da far assumere all'animale uno stato di apparente sonno profondo; il 1., pur associato al sonno, è un fenomeno distinto da questo. Anche altri animali, come, tra i vertebrati eterotermi, gli anfibi, i rettili e alcuni pesci (ad es., dipnoi), presentano fenomeni simili che meglio vengono indicati con i termini di estivazione o ibernazione. L'estivazione è presentata anche da invertebrati (ad es., i lombrici, le chiocciole, alcuni crostacei) e l'ibernazione da molti insetti.
Con il 1., l'estivazione e l'ibernazione vengono superate dagli animali le condizioni sfavorevoli di ambiente d'estate e d'inverno, soprattutto relative alla temperatura e, in estate, anche alla mancanza d'acqua; sono pertanto fenomeni ciclici annuali. Negli uccelli non vi è nessun esempio di 1. perché essi superano queste condizioni con le migrazioni.
Con il 1. l'attività metabolica e assimilativa è sospesa; il rapporto respiratorio tra CO2 emessa e O2 assunto si riduce sino ad un terzo; la temperatura del corpo (nei peciloterni) diminuisce notevolmente. Alla fine del 1. il peso corporeo risulta notevolmente diminuito.
Il 1., l'ibernazione e l'estivazione sono fenomeni che possono essere associati con quello della vita latente, ma in questo campo si hanno fenomeni ben più notevoli con le condizioni di incistamento e della vita delle spore e dei semi delle piante.
L'incistamento, caratteristico di molti invertebrati (rotiferi, tardigradi, vermi ecc.), è caratterizzato da una notevolissima disidratazione e dalla formazione di involucri che possono essere derivati dallo stesso tegumento dell'animale; anche la condizione anatomica interna viene profondamente modificata. In condizioni favorevoli l'animale riassume acqua, e, con la ricostituzione degli organi, ritorna a vita attiva. La vita latente è stata studiata dallo Spallanzani che l'ha chiamata « vita minima». Le spore e i semi sono anch'essi in condizione di disidratazione e, se le condizioni non sono favorevoli, possono mantenere per lunghissimo tempo la vita minima.
Non vanno confusi con il 1. i fenomeni di ipnosi e di catalessi che rappresentano condizioni patologiche o provocate da manovre ipnotiche su individui nevropatici o isterici (v. Letargia).
Alberto Stefanelli
LE TELLIER, Michel. - Gesuita, apologista, n. a Vire, presso Cherbourg, il 16 dic. 1643, m. a La Flèche il 2 sett. 1719. Insegnò lettere, filosofia, e per 28 anni esegesi biblica nel Collegio Louis le Grand di Parigi, del quale fu anche rettore. Eletto nel 1708 provinciale, dopo pochi mesi venne scelto a confessore di Luigi XIV in sostituzione del defunto p. F. La Chaise.
Nel nuovo ufficio continuò con più efficacia la sua battaglia contro il giansenismo e Quesnel; e ne venne ripagato con abbondanti calunnie di confessore insolente
e impudente, senza né comprensione, né compassione degli avversari, astuto e vendicativo anche verso il card. de Noailles. Di modo che, quantunque scelto da Luigi XIV a confessore del giovane Luigi XV, fu invece esiliato subito dopo la morte del primo ( 1 sett. 1715) ad Amiens e poi a La-Flèche.
Contro i giansenisti scrisse : Avis importants et nécessaires aux personnes qui lisent les traductions du Nouveau Testament (Lione 1675); Dissertations sur la nouvelle défense de la version française du Nouveau Testament (Rouen 1685); Quesnel séditieux et hérétique dans ces réflexions sur le Nouveau Testament (Bruxelles 1705 e 1708). Sulla questione dei riti cinesi prese la difesa del suo Ordine con Défense des nouveaux Chrystiens et des Missionnaires de la Chine (Parigi 1687 e 1688), che fu messo poi all'Indice (decr. 22 marzo e 5 luglio 1694). Fu anche uno dei fondatori della Mémoires de Trevoux. Delle calunnie raccolte a suo carico dal Saint-Simon nei suoi Mémoires e ripetute per più di due secoli fino ai modernisti, la storia ha ormai fatto piena giustizia.
BibL.: Sommervogel, VII, 1911-10; F. H. Reusch, Der Index der verbatenen Bücher, II, Bonn 1885, p. 493 sgg.; P. Bliard, Les mémoires de Saint-Simon et le p. L. T., Parigi 1891; J. Brucker, Un «document assocén a faussement attribué au p. Le T., in Etudes, 88 (1901), pp. 669-78; A. Brou, Les Yémites de la légende, II, Parigi 1907, passim. In senso contrario: I. de Recaldes, Sur le Confessorat du p. Le T., Parigi 1922.
Celestino Testore
LETI, Gregorio. - Scrittore, n. a Milano il 29 maggio 1630, m. ad Amsterdam il 9 giugno 1701. E una curiosa figura di avventuriero, di «libertino», di «emigrato». Dopo varie peripezie si convertì al calvinismo a Ginevra.
Spirito irrequieto ed avido di sensazioni, vagò per mezza Europa. Ha scritto una grande quantità di libelli (famosissimi ai suoi tempi), osceni, diffamatori verso la Chiesa, intenti a svelare i presunti arcana dei principi, battendo un primato nelle ripetute condanne all'Indice delle sue Opera omnia (decreti 1667, 1676, 1682, 1683, 1685, 1686 [tre volte], 1687, 1694, 1696 [due volte], 1697 [tre volte], 1699, 1702); ha scritto tra l'altro Istoria ovvero vita di Elisabetta regina d'Inghilterra detta per soprannome la commodiante politica (Amsterdam 1693) e, assai celebre, la Vita di Sisto V (Lusanna 1669), esempi tipici di quella che si usa definire storiografia novellistica.
BibL.: L. Fossé, Avventurieri della penna nel Seicento, Firenze 1923, pp. 3-267 (con la bild. procedente); C. Morandi, In margine ad una lettera di G. L., in Studi in onore di Niccolò Rodolini, ivi 1944, pp. 273-89; G. Spini, Ricerca dei libertini, Roma 1950, p. 231 sgg.
Massimo Petrocchi
LETICIA, PREFETTURA APOSTOLICA di. - In Colombia, è una delle tre missioni autonome erette il 7 febbr. 1951 per dismembramento del vicariato apostolico di Caquetá (v.). L'estensione di detto vicariato per una superficie di kmq. 253.511 e la limitatezza delle vie di comunicazione consigliarono la divisione del medesimo nei due vicariati apostolici di Sibundoy e Florencia, e nella prefettura apostolica di L.
Il vicariato apostolico di Florencia abbraccia tutta l'intendenza di Caquetá con una superfice di kmq. 190.360 e ca. 70.000 ab. Vi lavorano 8 Padri della Consolata. La regione è divisa in 4 municipi, Florencia, S. Vincente del Caguam, Belem e Leguisamo. Florencia, capitale della intendenza e sede dell'Ordinario, ha una popolazione di ca. 30.000 persone, una grande chiesa e due ospedali, uno diretto da suore e l'altro militare. L'organizzazione scolastica è affidata interamente alla missione.
La prefettura apostolica di L., comprendente l'intera "commissaria» di Amazonas, ha una superficie di kmq. 121.900 con ca. 500 ab., i quali dovrebbero aumentare in seguito a colonizzazione di altre parti della Colombia in un tempo relativamente breve. I Cappuccini di Catalogna, che ne curano l'evangelizzazione, sono 10; il loro lavoro è reso difficile dal clima malsano. Le scuole sono poco sviluppate; le città principali, oltre L. capitale della commissaria e sede del prefetto apostolico, sono la Chorrea
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Leto. Giulio Pomponio - Inifpit delle Georgiche. Codice contenente le opere minori di Virgilio, scritto da un allievo e annotato da P. L. - Biblioteca Vaticana, cod. Vat. lat. 3255, f. I.
e La Pedrera, ove funzionano due orfanotrofi tenuti da suore francescane del Terz'ordine.
Bibl.: Arch. di Prop. Fide, n { }^{°} 2, pos. prot. n. 3/51.
Antonio Mazza
LETO, Giulio Pomponio. - Umanista, n. nel 1428 a Teggiano nel Cilento, m. a Roma nel 1497. E una delle figure più enigmatiche (o indeterminate) dell'Umanesimo italiano. Fanatico dell'antichità, costituì con alcuni amici un'Accademia romana: da Paolo II nel 1466 ebbe la cattedra d'eloquenza nello Studio. Che poi partecipasse con il Platina ed altri a una congiura contro Paolo II è più che dubbio, chi pensi che neanche la congiura, probabilmente, ci fu.
Tuttavia, nell'opera del L., paganesimo, epicureismo, immoralità proprio non si trovano. Quali che fossero i loro torti, quei presunti cospiratori furono presto perdonati e dimenticati. Il L. è forse l'unico umanista del Rinascimento il cui amore per l'antichità si risolva più che in moralismo in estetismo, con una nota decadente da far pensare a figure del neoumanesimo moderno. Ma la sua immagine rimane scialba, nonostante il nobile sforzo fatto dallo Zabughin, in un'opera ampia e amorosa, per darle concretezza ed evidenza umana. Meno che mai si riuscirebbe a collocarlo tra i ribelli di tempra catilinaria. Come filologo appartiene alla scuola del Valla, e molto lavorò nell'archeologia, nell'epigrafia, nella critica e nell'interpretazione dei testi. Ma anche del suo lavoro filologico il Sabbadini diede un giudizio estremamente severo.
BibL.: V. Zabughin, G. P. L., I. Roma 1909; II, Grottaferrata 1910; note, ivi 1912; id., L'autografo delle chiose vergiliane di P. L., in Arcadio, 1 (1918), pp. 135 sgg.; per la sua fi-
lologia v. quanto ne dice R. Sabbadini, in Giorn. storico, 60 (1912), pp. 184-86; Pastor, II, pp. 318-19; V. Rossi, Il Quattrocento, Milano 1938, pp. 313-16.
Giuseppe Toffanin
LETOURNEUX, Nicolas. - Predicatore e scrittore ascetico, n. a Rouen il 30 apr. 1640, m. a Parigi il 28 nov. 1686. Si distinse presto a Rouen come predicatore, tanto che nel 1675 l'Accademia francese gli assegnò il premio Balzac di eloquenza.
Ottenuto un beneficio alla Ste Chapelle ed una pensione annua dal re, venne a Parigi, ma, preferendo il ritiro e il silenzio, passò a Port-Royal, dove però il suo amico Le Maistre de Sacy lo spinse a riprendere la predicazione. Vi attese con il più grande successo, dovuto alla chiarezza e semplicità, avvivate da un grande fuoco di zelo. Nel 1682 si ritirò definitivamente nel Maine, come priore di Villas-sur-Fère.
Lasciò parecchie opere, apprezzate dai suoi contemporanei : Le Cathéchisme de la Pénitence (1676); Principes et règles de la vie chrétienne (1671); una traduzione del Breviario ( 4 voll., 1688) che fu censurata dall'autorità ecclesiastica di Parigi e difesa da Arnauld. Un'opera postume, L'année chrétienne ( 13 voll., 1685 sgg., completata da Ruth d'Ans) venne posta all'Indice il 7 sett.
Bibl.: F. Carreyre, s. v. in DThC, IX, col. 438 sgg.; H. Bremond, Hist. littér. du sentiment religieux en France, X, Parigi 1932, pp. 39 sgg., 80 sgg.
LETTERA DEGLI APOSTOLI: v. APOSTOLI, LETTERA DEGLI.
## LETTERA DELLE CHIESE DI LIONE E
VIENNA: v. lione.
LETTERA DOMENICALE. - Al fine di conoscere in quali giorni dell'anno cadevano le domeniche, fu immaginato dai cronologi medievali il sistema delle lettere feriali, che si aveva contrassegnando con le prime sette lettere dell'alfabeto i primi sette giorni dell'anno e ricominciando la serie per ogni sette giorni fino al 31 dic.
La lettera A corrispondeva quindi al 1° genn., la B al 2 , la C al 3 e così via fino alla lettera G, che contrassegnava il 7 genn., restando l'anno designato con la lettera corrispondente alla sua prima domenica, detta littura dominicalis, conosciuta la quale era facile dedurre tutte le altre. Negli anni bisestili, però, si avevano due l. d. in quanto, aggiungendosi un giorno dopo il 24 febbr., da allora in poi la l. d. veniva a differire da quella ricorsa dal 1° genn. a tale data. A causa della presenza degli anni bisestili, la serie delle l. d., che si ripeterebbe altrimenti immutata ogni sette anni, torna invece ad essere uguale ogni 28; tale periodo era distinto con il nome di ciclo solare (v.) cosiddetto perché la domenica era chiamata dies solis.
Bibl.: A. Giry, Manuel de diplomatique, nuova ed., Parigi 1925, pp. 134-37; H. Gratefend. Taschenbuch der Zeitrechnung, 6⁴ ed., Hannover 1928, p. 128.
Niccolò Del Re
LETTERA LUNARE. - Nei calendari medievali trovasi indicata, tra gli altri elementi, anche l'età della luna. Per conoscere l'inizio della luna nuova si ricorse nel medioevo al sistema cosiddetto delle 1. l., analogo a quello delle lettere feriali.
Tale sistema comprendeva 59 lettere distribuite in tre gruppi di 20 lettere il primo (da A a V, dette litte. rae nudae), 20 il secondo (da A. a V., dette litterae postpunctutae o subnotatae) e 19 il terzo (da .A a .T, dette litterae praepunctatae o supernotatae) con le quali indicavansi i giorni di due lunazioni consecutive. Per mezzo di tali lettere si poteva conoscere, oltre all'inizio dei noviluni, anche l'età della luna di ogni giorno dell'anno; negli anni bisestili il giorno aggiunto portava lo stesso numero del giorno precedente. La 1. l. entrava talvolta nella datazione dei documenti medievali per designare l'anno (littera annulis); in tal caso la lettera indicata corrispondeva al giorno del plenilunio di marzo (terminus paschalis). Il sistema delle 1. 1. passò in disuso nel sec. XI.
Niccolò Del Re
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LETtERE ANONIME. - Sono le lettere che non recano la firma e di cui si ignora il redattore. Inviare a qualcuno una 1. a. è di per sé un atto moralmente indifferente. Saranno dunque il fine dello scrivente ed il contenuto della lettera a dare una colorazione morale all'atto stesso, che di per sé può essere anche lecito, quando vi siano motivi seri per non firmare.
Se il contenuto della lettera è a base di ingiurie, di offese, di calunnie, la 1. a. sarà un atto contro la virtù della giustizia nella specie infima di lesione della fama, dell'onore ecc., oltre che essere un atto vile e detestabile. Se contiene ricatti o minacce sarà un tentativo contro la libertà personale altrui. Se contiene oscenità, sarà un peccato contro la castità con provocazione di scandalo. L'uso dell'anonimo è una circostanza aggravante, che rende l'atto più ignominioso, perché contrassegnato da vigliaccheria. Altrettanto si deve ripetere per la 1. a. quando, oltre al peccato, si raggiungano gli estremi del delitto. La rilevanza giuridica delle 1. a. in diritto civile è minima. Esse non possono considerarsi come documenti : manca in chi le scrive la volontà di obbligarsi, di testimoniare : hanno solo un valore indiziario contro la persona che ne è il soggetto. Possono servire da informazioni sull'altrui operato per la polizia nelle sue indagini, ma non per l'autorità giudiziaria (Cod. di proc. pen. it., artt. 8, 141).
Il diritto canonico parla espressamente di tali lettere solo nei cano. 1645 S 4 e 1942 S 2.
Nel can. 1645 § 4 si prescrive che: "le 1. a. che niente apportano al merito della causa... siano distrutte». Queste parole possono avere un duplice significato : 1) tutte le 1. a. non hanno alcuna forza probativa e quindi sono da distruggersi; 2) se le parole "che niente apportano al merito della causa " non si prendono in senso appositivo, ma predicativo, allora s'intende che solo quelle lettere devono essere distrutte, che niente possono conferire al merito della causa. La prima spiegazione è la più esatta ed è comprovata dall'art. 165 dell'Istruzione della S. Congr. dei Sacramenti (15 ag. 1936; AAS, 28 [1936], p. 345). Dal can. 1942, che parla delle denunzie criminali, si deduce che le 1. a., in se stesse considerate, non possono avere effetto giuridico (S. Congr. del S. Ulfizio 20 febbr. 1866; P. Gasparri, Fontes, IV, 990, 6, 10); se tuttavia narrano il delitto determinando il tempo, il luogo, le circostanze, i documenti, il nome, il domicilio e le qualità dei testimoni, non si debbono per principio rigettare, ma possono servire ad istruire una speciale inquisizione, specialmente se tali indizi sono accompagnati da una notevole divulgazione del fatto. Il giudizio favorevole è rimesso all'arbitrio del giudice (S. C. EE. e RR. 17 dic. 1379; P. Gasparri, Fontes, IV, 1364). Questa norma non si applica alla falsa denunzia del delitto di sollecitazione in confessione (can. 2363). A questo proposito va ricordato che il delitto di falsa denunzia del confessore come sollecitante esiste anche se la denunzia fu anonima e quindi il peccato diviene riservato ratione sui e ratione censurae. Molte volte la Chiesa ha condannato severamente gli autori di 1. a.: nel 1943 nelle diocesi di Milano e di Genova fu stabilita la scomunica latae sententiae contro chiunque avesse con 1. a. calunniosamente accusato una persona presso qualsiasi autorità (cf. Il monitore ecclesiastico, 66 [1943], pp. 159-160).
Bibl.: M. Conte a Coronata, Institutiones iuris canonici, III. Torino 1933, pp. 75, 390; V. Manzini, Trattato di diritto penale, VI, ivi 1935, p. 574; F. Roberti, De processibus, I, Roma 1941, p. 530.
Giuseppe Damizia
## LETTERE DIMISSIONALI: v. DIMISSORIE
LETtERE ECCLESIASTICHE. - Sono documenti pubblici per la loro destinazione e per l'autorità da cui emanano, che hanno per fine di far fede su un decreto emanato dall'Ordinario o su qualche altra sua istruzione o costituzione. Hanno diverse denominazioni, fra cui le principali sono:
1. L. di aggregazione: esse recano la formula della aggregazione di una confraternita o di una pia unione ad un'arciconfraternita o ad un'unione primaria. La formula deve essere redatta secondo la determinazione degli statuti e in perpetuo (can. 723, 4° ). Se gli statuti non contengono una formula determinata, per la validità si deve almeno specificare quale associazione venga aggregata, a quale primaria associazione venga fatta l'aggregazione e da quale persona essa sia eseguita. Nell'odierna legislazione non si richiede che si osservino le norme date da Clemente VIII (cost. Quaecumque, 7 dic. 1604), né che si segua l'antica formula di aggregazione (S. C. Indicis Decreto autlentica, p. 468).
Le 1. di aggregazione debbono essere spedite del tutto gratuitamente, né si può accettare alcun tributo, anche se questo venga offerto; in caso di trasgressione l'aggregazione è nulla. Sono ecceltuate solo le spese necessarie (can. 723,5), nel computo delle quali si deve includere non solo il valore della materia usata ma anche il pregio artistico. Dallo scrititum aureum di Paolo V (S. Congreg. dell'Indice, 6 marzo 1608) si passò prima del CIC a 30 lire o franchi. Oggi si potrebbe raggiungere anche la somma di lire 2000 . Le offerte, spontaneamente fatte dopo l'atto di aggregazione, non infirmano la validità dell'aggregazione stessa, come non la infirmano se fatte, indipendentemente dall'aggregazione, per i fini dell'arciconfraternita.
II. L. COMMENDATizie : sono 1. autentiche sottoscritte dall'Ordinario, in cui si attesta che il sacerdote latore non è incorso in alcun delitto, irregolarità, censura o altre pene o impedimenti e può quindi essere ammesso alla celebrazione della S. Messa. Il possesso di tale documento attribuisce al sacerdote il diritto di celebrare, eccetto il caso che egli, dopo la concessione, abbia commesso qualche colpa grave, che sia moralmente certa e pubblica.
Le 1. commendatizie possono essere concesse assolutamente o con qualche condizione. Le autentà competenti sono il vescovo, il vicario generale, il vicario capitolare, l'amministratore apostolico, il prefetto apostolico; per i religiosi, il superiore maggiore e, per i casi urgenti, anche il superiore locale; per gli orientali, la S. Congreg. per la Chiesa orientale; per gli officiali delle SS. Congregazioni i rispettivi officiali maggiori. Il vescovo può esigere che i sacerdoti estranei non siano ammessi alla celebrazione della S. Messa se non dopo che le 1. commendatizie siano state autenticate dalla Curia; anche i regolari sono obbligati ad osservare questa disposizione, eccetto il caso che si tratti di un religioso del loro ordine (can. 804, 3). Tale norma potrebbe arrecare lamentele e disagi, perciò gli Ordinari non la richiedono che nel caso in cui il sacerdote si soffermi nel luogo più di due o tre giorni. Queste 1. non hanno alcun valore giuridico per la predicazione e la giurisdizione penitenziale.
III. L. di erezione: sono documenti con i quali si approva l'erezione di una nuova associazione di fedeli. Debbono essere concesse gratuitamente, condizione che non ha alcun effetto irritativo (can. 686, 5); è permesso solo esigere le spese necessarie. Competenti a concederle sono il Sommo Pontefice, l'Ordinario del luogo e tutti coloro a cui sia stata concessa questa facoltà con un privilegio apostolico. Per il vicario generale si richiede un mandato speciale, mentre il vicario capitolare è incompetente. Coloro che hanno il privilegio di erezione debbono, per la validità, richiedere in scritto il consenso dell'Ordinario del luogo (can. 686, 2, 3, 4).
IV. L. aspettative: erano quelle con cui si concedeva un ufficio non ancora vacante. Tali concessioni, largamente diffuse nel medioevo, furono proibite da Bonifacio VIII (c. 3 de concessione praebendae et Ecclesiae non vacantis, III, 7 in VI { }^{°} ), riservando la dispensa unicamente alla S. Sede. Ma tuttavia gli abusi non furono totalmente estirpati. Gli stessi sommi pontefici per le tristi condizioni della S. Sede e per necessità furono costretti a concedere 1. aspettative. Il Concilio Tridentino (c. 19 Sess. XXIV de ref.) abrog6, con alcune riserve (c. 7 Sess. XXV de ref.), queste concessioni, tuttavia gli abusi
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rimasero fino alla Rivoluzione Francese. Oggi sono totalmente abolite (can. 150, 1).
V. L. pastorali : sono documenti che i vescovi indirizzano a tutti i fedeli della diocesi per istruirli nelle verità rivelate. Nei primi secoli della Chiesa si chiamavano anche 1. encicliche; dal 1740 hanno ricevuto questo nome specifico, quasi ad indicare uno degli uffici più eminenti del vescovo che è quello di istruire il popolo. Generalmente trattano argomenti di fede e di morale che hanno una particolare attinenza con i problemi della diocesi; spesso contengono anche istruzioni sulla liturgia per il retto andamento dei sacri riti. E antico uso di emanare le 1. pastorali durante il tempo quaresimale, perché in tale periodo la vita dei fedeli, purificata con l'austerità dei costumi, si consolidi sempre più nelle verità di fede e nell'esercizio delle virtù. Nel CIC non vi è alcun cenno su tali l. : è una norma consuetudinaria che rimette all'arbitrio del vescovo la loro necessità e il loro contenuto. In Roma il cardinale vicario emana solo istruzioni, a cui si dà il nome di notificazioni. I parroci sono obbligati a leggere le 1. pastorali al popolo nei giorni determinati