volume-07

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tà di fede e nell'esercizio delle virtù. Nel CIC non vi è alcun cenno su tali l. : è una norma consuetudinaria che rimette all'arbitrio del vescovo la loro necessità e il loro contenuto. In Roma il cardinale vicario emana solo istruzioni, a cui si dà il nome di notificazioni. I parroci sono obbligati a leggere le 1. pastorali al popolo nei giorni determinati dallo stesso Ordinario.
VI. L. rogatorie: sono quelle con cui i vari tribunali ecclesiastici si prestano vicendevole collaborazione nell'amministrazione della giustizia. Si distinguono in remissoriali, se vengono spedite ad un tribunale dello stesso grado, imperative se emanate da un tribunale superiore, supplicative se da un tribunale inferiore. La norma stabilita nel CIC è generalissima e vale per tutti i tribunali: il suo fondamento è nella disposizione legale che obbliga tutti i tribunali ad aiutarsi (can. 1570, 2); se vi è una particolare convenzione, questo mutuo aiuto si può avere anche fra tribunali ecclesiastici e civili (cf. Concordato austriaco, art. 7, 5). Oggetto di queste 1. possono essere tutti gli atti processuali, l'enumerazione fatta dal CIC essendo solo dimostrativa. Il giudice richiedente, dopo aver descritto sommariamente la causa e indicato lo scopo della sua domanda, enumera gli atti processuali richiesti, notificando il nome e il domicilio delle persone da interrogare, gli interrogatori preparati dal promotore di giustizia, dal difensore del vincolo o dalle parti e unendovi le istruzioni necessarie. Il tribunale, ricevuta la l., ne cura l'esecuzione, dopo aver esaminato la legittimità della richiesta. Nell'esecuzione dei singoli atti si debbono osservare le norme del diritto comune e quelle del diritto particolare del tribunale in cui si eseguono gli atti, che vengono compilati secondo la legge del tribunale; tale norma vale anche per le spese. Se il tribunale richiedente ha concesso il gratuito patrocinio è conveniente che lo conceda anche il tribunale richiesto.

Giuseppe Damisia
VII. L. testimoniali. - Sono attestati rilasciati dall'autorità ecclesiastica competente intorno alla onestà degli aspiranti allo stato religioso e degli ordinandi.

1. L. testimoniali per gli aspiranti religiosi. - Questi possono essere postulanti o novizi delle Congregazioni ed Ordini religiosi, dove non si premette il postulato. Il can. 544 S_{1} richiede per costoro 1. testimoniali del Battesimo e della Cresima ricevuti; al S 2, si stabilisce inoltre che gli aspiranti, se uomini, devono presentare le 1. testimoniali dell'Ordinario di origine e di ogni altro luogo, ove siano rimasti più di un anno moralmente continuo, dopo il 14° anno compiuto. Al S 3 sono richieste le 1. testimoniali del settore del seminario o collegio, il quale deve prima consigliarsi con l'Ordinario del luogo, quando l'aspirante sia stato in antecedenza in qualche seminario o collegio; sono richieste invece le 1. testimoniali del superiore maggiore della religione, qualora il candidato sia già stato aspirante di qualche altra religione.

Però il S 4 ammette che per gli aspiranti già chierici basti l'attestato dell'ordinazione e le 1. testimoniali degli Ordinari delle diocesi nelle quali tali chierici si fossero
fermati, dopo l'ordinazione, oltre un anno moralmente continuo, salvo quanto è ordinato al S 3. Il S 5 nota che se un religioso per indulto apostolico passa ad altra religione, è sufficiente l'attestato del superiore precedente. Nel S 6 si lascia il diritto ai superiori di poter esigere anche altri attestati, oltre gli indicati sopra, se lo credessero necessario od opportuno. Il S 7 riguarda solo le postulanti, e ordina che non possano riceversi senza aver premesso indagini diligenti riguardo alla loro indole e costumi, con osservanza del S 3.

Le 1. testimoniali devono essere date ai superiori religiosi (non agli aspiranti) gratuitamente, entro tre mesi dalla richiesta, sigillate, e, qualora si tratti di seminaristi collegiali o aspiranti di altra religione, sotto giuramento. Però se, per gravi motivi, chi deve dare le 1. testimoniali giudicasse di non dover rispondere, entro tre mesi è tenuto a manifestarne la ragione alla S. Sede. Se chi deve dare la 1. testimoniali risponde di non conoscere abbastanza l'aspirante, il superiore religioso supplirà con altra diligente ricerca: se poi non risponde affatto, il superiore richiedente deve informare la S. Sede (can. 545 §§ 1-3).

Dopo diligente ricerca, anche per notizie segretamente raccolte, chi deve dare le 1. testimoniali è tenuto, per grave obbligo di coscienza, a rispondere della veridicità delle cose asserite riguardo alla nascita, costumi, ingegno, vita, fama, condizione, studi compiuti, eventuali censure, irregolarità, impedimenti canonici e stato di famiglia. Se si tratta di alunni usciti o dimessi dal seminario, collegio, postulato o noviziato di qualche Congregazione od Ordine religioso, occorre indicare per quale ragione ciò è avvenuto. Tutti quelli che riceveranno tali informazioni, sono obbligati al segreto circa le notizie ricevute e le persone che le hanno fornite (cann. 545 § 4, 546 ).

Il CIC sancisce inoltre che i superiori, i quali riceveranno al noviziato un candidato senza le 1. testimoniali richieste dal can. 544 , siano puniti secondo la gravità della colpa, non esclusa la privazione dell'ufficio (can. 2411).
2. L. testimoniali per l'ordinando. - Sono attestati dell'Ordinario del luogo, il quale assicura che l'ordinando non ha contratto alcun impedimento o irregolarità. Esse devono essere rilasciate dall'Ordinario del luogo, dove l'ordinando è rimasto, dopo l'età puberale, per sei mesi, anzi, se soldato, per tre mesi. Da notare che devono essere concesse dallo stesso Ordinario (anche dal vicario generale) allo scopo specifico di permettere di ricevere gli Ordini (quindi le 1. testimoniali date per altro fine, ad es., esami da subire, non valgono come 1. testimoniali per l'ordinazione). Il vescovo ordinante può, per motivi la cui valutazione è rimessa alla sua prudenza, chiedere 1. testimoniali per un tempo minore o anche per quello precedente all'età puberale.

Se l'Ordinario del luogo non conosce, o non può conoscere l'ordinando sufficientemente né personalmente, né per mezzo di altri, oppure se l'ordinando ha vagato per tante diocesi di modo che sia molto difficile ottenere tutte le 1. testimoniali, l'Ordinario può garantirsi mediante il giuramento suppletorio imposto all'ordinando. Se ricevute le 1. testimoniali, ma prima dell'ordinazione, l'ordinando dimora nello stesso territorio, si richiedono nuove 1. testimoniali dell'Ordinario del luogo. Il religiosonon esente deve presentare, assieme alle 1. testimoniali dell'Ordinario del luogo, le 1. testimoniali del proprio superiore maggiore, mentre il religioso esente deve presentare soltanto le 1. testimoniali del proprio superiore religioso, nelle quali si attesti dell'appartenenza dell'ordinando e della professione nella propria famiglia religiosa, degli studi compiuti e delle altre cose richieste nelle 1. testimoniali dell'Ordinario del luogo (cann. 993-95).

Chi ordina il proprio suddito, dimorato altrove un tempo sufficiente a contrarre impedimenti canonici, senza aver ottenuto le 1. testimoniali o il giuramento suppletorio, incorre subito nella sospensione del conferimento degli Ordini per un anno, riservata alla S. Sede (can. 2373.

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n. 2). Chi riceve gli Ordini senza l. testimoniali maliziosamente, può essere punito con gravi pene (can. 2374).

Bibl.: S. Ferrero, Le confraternite e congregazioni ecclesiastiche, trad. di A. Taverna, Venezia 1909, n. 80 sg.; F. Cappello, De Sacramentis, I, Torino 1938, p. 747 sg.; Werne-Vidal, IV, p. 81 sg.; F. Roberti, De praesertibus, Roma 1941, p. 243 sgg.; J. Chelodi-P. Ciprotti, Jus canonicum de personis, Vicenza-Tirento 1942, p. 218; A. Noldin-A. Schmidt, Summa theol. mor., III, Barcellona 1943, p. 482 sg. Giuseppe Sima
LET'TERE LATINE, SEGRETERIA delle: v. SEGRETERIA DELLE LETTERE LATINE.

LET'TERE PATENTI. - Si indicano con questo nome, in contrapposizione alle "litterae clausae", quei documenti pubblici redatti in forma diversa e più semplice dei privilegi (v.), che venivano spediti o consegnati al destinatario senza alcuna chiusura.

Sono molto più numerose delle lettere chiuse, le quali cominciarono a divenire di largo impiego solo alla fine del sec. xir. La chiusura veniva effettuata per queste con il sigillo che fermava un cordone o una lista di pergamena avvolta intorno al documento.

Bibl.: A. Giry, Manuel de diplomatique, Parigi 1894, pp. 733780 e 797-98; H. Bresslau, Handbuch der Urkundenlehre, I, 2* ed., Lipsia 1912, pp. 63-67; A. de Boüard, Manuel de diplomatique frangaise et pontificale, I, Parigi 1929, pp. 33-36.

Alessandro Pratesi
LET'TERE PONTIFICIE. - Termine generico usato per indicare qualunque specie di lettere emanate dal Romano Pontefice come persona pubblica della Chiesa; la denominazione tecnica, usata nella cost. apost. Sapienti Consilio (29 giugno 1908, AAS, I [1909], p. 17), con riferimento alle bolle e ai brevi, è quella di Lettere Apostoliche. Nella storia ecclesiastica le l. p. ebbero diversi appellativi.
I. Litterae hortatoriae o monitoriae. - Quelle che avevano una forma ammonitrice ed esortativa, e non un vero e proprio contenuto legislativo. La prima conservata è quella di s. Clemente; dei pontefici successivi, Sotere (166-74), Eleuterio (174-89), Vittore (189-99), Zefirino (199-217), Ponziano (230-35), Lucio I (253-54), Stefano I (254-57), Sisto II (257-58), Dionisio (259-68), si hanno solo frammenti. S. Ippolito accenna al decreto di Callisto (217-22; Philosophumena, 9), s. Cipriano ha conservato due lettere di s. Cornelio (251-53) e s. Atanasio nella Apologia contra arianos due lettere di Giulio I (337-52).
II. Litterae praeceptoriae. - Quelle in cui il Papa manifestava la sua autorità legislativa e che in seguito furono dette Decretales (v. decretali).

Per questo loro speciale valore furono in seguito chiamate Auctoritates, perché al Papa, in forza del primato, compete un'autorità su tutta la Chiesa. Così Zosimo nella lettera ai vescovi della Gallia e della Spagna "quam auctoritatem ubique nos misisse manifestum est" (PL 20, 670). E nel cod. Vat. Pal. 374 della Biblioteca Vaticana, contenente l'antica collezione gallicana, le Costituzioni hanno il titolo: Auctoritas Innocentii Papae, auctoritas Zosimi Papae. S. Leone Magno pone l'equivalenza fra le Costituzioni (cioè le lettere) e le autorità (Ep. 19, cap. I : PL 54, 733). Qualche volta queste lettere vengono chiamate da s. Leone (Ep. 11, cap. 4 : ibid., 663) decreta, ma tale appellativo viene usato specialmente nel Registro di s. Gregorio insieme alle denominazioni: Statuti, Statuti canonici, Statuti ecclesiastici, Regole, Ecclesiastiche Costituzioni.
III. Epistolae pacis. - Quelle che il Romano Pontefice inviava ai vescovi, come attestato di identica comunione di fede. Se un vescovo era sospettato di eresia o come tale veniva deferito a Roma, egli per liberarsi da queste accuse doveva spedire al Pontefice una lettera in cui attestava l'ortodossia della propria dottrina. Se il Papa riteneva sufficiente questa professione di fede gli inviava una epistola pacis. S. Leone Magno ricorda solo il titolo di tali lettere, ma non la forma (Ep., i11, cap. 1, ibid. 1185).
IV. Epistolae synodicae o synodales. - Quelle che contengono una professione di fede attestante la comunione contengono una professione di fede attestante la comun-
nione della dottrina tra la Chiesa orientale e l'occidentale. Il primo che parla di lettere di questo genere è s. Gregorio: « Hinc est enim, ut, quoties in quatuor praecipuis sedibus antistites ordinantur, synodales sibi epistolas vicissim mittant, in quibus se sanctam Chalcedonensem synodum cum aliis generalibus synodia custodire fateantur" (Reg. Ep., IX, 147: ed. L. M. Hartmann, II, Berlino 1899, p. 144, r. 24-26). E altrove paragona l'autorità dei primi quattro concili a quella dei quattro Vangeli: "sicut sancti Evangelii quatuor libros, sic quatuor concilia suscipere et venerari me fateor" (Reg. Ep., 1, 24, ed. cit., I, Berlino 1887, p. 36, r. 19). Inoltre ricorda le lettere sinodiche di Ciriaco di Costantinopoli (ibid., 6, 62; 7, 24; 30; 31) e di Isacio di Gerusalemme (ibid., 9, 28). Solo alcune di queste lettere pontificie sono giunte fino ai nostri giorni; tra le altre sono degne di essere ricordate quelle di Anaciasio II (Jaffé-Wattenbach, 746 [377]) e di Pelagio I (ibid., 938 [618]). Secondo F. Ewald questo uso esisteva già al tempo di Pelagio I. Secondo Philippe queste lettere potevano contenere anche definizioni in materia di fede. Le lettere dei pontefici passarono poi nelle collezioni medievali.

Nel medioevo le lettere pontificie ciblere altre denominazioni: degna di speciale menzione è la bolla della Crociata (v. crociata, bolla della).

Tali forme di lettere vengono usate anche ai nostri giorni. Dal 1920 si chiamano "Lettere decretali" (Litterae decretales) le bolle che riguardano la canonizzazione dei santi. Presentemente con il nome Epistolae vengono indicate le lettere che il Sommo Pontefice invia in occasione di speciali ricorrenze; come per la centenaria celebrazione di s. Antonio da Padova (AAS, 23 [1931], p. 71).
V. Encicliche. - Sono quelle che il Papa, per il suo magistero ordinario e universale, dirige a tutta la cristianità, a incremento e tutela della vita spirituale.
r. Origine. - Etimologicamente proviene dal greco èv e π α̂ λ λ 0 ς (cerchio), cioè lettera circolare. Erano usate dai principi per far conoscere al popolo la propria volontà o dai magistrati per divulgare le leggi. Tali lettere, nei primi secoli della Chiesa, venivano inviate dai sommi pontefici e dai primati ai fedeli per consolidarli nella fede; per questo determinato fine ricevevano l'appellativo di Clericae; in seguito, se venivano dirette a tutti i fedeli, si chiamavano cattoliche "non quod de rebus ad catholicam Ecclesiam pertinentibus agerent, sed a voce π α δ δ λ 0 ς (universus) quod scilicet ad universos Christi fideles dirigebantur" (Eusebius, Hist. eccl., V, cap. 17). Queste ultime avevano diverse forme; si chiamavano demoniaticivae, se denunciavano a tutti i cristiani il nome degli eretici e degli scomunicati; declarativae, se oltre al nome degli eretici e al loro errore, contenevano anche la professione di fede; indicativae, se, usate al tempo delle persecuzioni, riportavano il nome dei martiri perché fossero onorati dai fedeli (Eusebio, ibid., IV, cap. 15, riporta quella della chiesa di Smirne sul martirio di s. Policarpo); paschales, in cui il vescovo di Roma annunziava il giorno della Pasqua; enthronisticae, erano le lettere che i vescovi appena eletti inviavano al popolo. Eusebio (ibid., IV, cap. 23) ricorda alcune lettere cattoliche di Dionisio, vescovo di Corinto. La raccolta di queste lettere episcopali veniva chiamata Encyclia o Enkyclia : così ci riferisce Pelagio II in una sua lettera ai vescovi dell'Istria. Solo molto tardivamente il vocabolo «enciclica " ha ricevuto un significato specifico, indicando soltanto le più importanti comunicazioni che il Romano Pontefice indirizza a tutta la cristianità. Nella Chiesa greca ancora oggi si chiamano "encicliche»le lettere che il Patriarca indirizza a tutto il patriarcato, quando riguardano questioni attinenti la propria chiesa e il proprio rito. Nella Chiesa latina le lettere che gli Ordinari dei luoghi indirizzano ai loro fedeli vengono chiamate unicamente "Lettere pastorali".

Gli anglicani, seguendo l'uso romano, attribuiscono il nome di encicliche alle lettere circolari del Primate d'Inghilterra; con le prima parole Saepins officio viene indicata la lettera dei vescovi di Canterbury e di York inviata ai loro colleghi nell'episcopato, in risposta alla

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lettera Apostolicae curae di Leone XIII (13 sett. 1896), sulla invalidità delle ordinazioni anglicane. Oggi non vengono sotto il nome di encicliche le lettere che le SS. Congregazioni indirizzano a tutti i vescovi su argomenti che riguardano la disciplina della Chiesa o il suo culto. Cosi la lettera del 21 luglio 1899 della Congregazione dei Riti per l'incremento della devozione al S.Cuore di Gesù, indirizzata a tutti i vescovi del mondo, ha la denominazione di - lettera circolare ". Il primo papa che riservò questa denominazione ad una determinata forma di 1. p. fu Benedetto XIV nella Ubi primum del 3 dic. 1740 (Epistola encyclica et communitoria ad sumus episcopos). In seguito la parola Communitoria non venne più usata. Forse il Pontefice nel dare questa nuova denominazione, che doveva perpetuarsi nell'avvenire, ebbe presente l'opuscolo di Bencini comparso pochi anni prima. Nel sec. xvili e nei primi anni del sec. xix le encicliche furono molto rare, mentre si moltiplicarono nel periodo successivo fino ai nostri giorni.
2. Forma. - Esse differiscono dalle altre lettere solo dal lato tecnico e in quanto contengono generalmente insegnamenti dottrinali. Si debbono considerare quindi come semplici lettere apostoliche che vengono indirizzate ai vescovi di tutto il mondo o solo a quelli di una data nazione. Cosi, ad es., la Vix pervenit ( 1° nov. 1745) di Benedetto XIV, sull'usura e gli altri guadagni disonesti, venne indirizzata ai vescovi italiani; la Iam pridem nobis (1886) fu indirizzata ai vescovi della Prussia sulle condizioni della Chiesa in Germania e la Permoti nos (1895) fu indirizzata ai vescovi del Belgio sulla questione sociale e l'unione dei cattolici. Altre volte vengono indirizzate direttamente a tutti i fedeli. Generalmente si usa la seguente iscrizione: Ai venerabili fratelli Patriarchi, Primati, Arcivescovi e Vescovi di tutto l'orbe cattolico che hanno la grazia (la pace) e la comunione con la Sede Apostolica, segue il nome del Papa con le parole: Venerabili fratelli, salute ed apostolica benedizione. Usualmente vengono scritte in lingua latina: tale incombenza spetta alla Segreteria delle lettere latine e dei brevi ai principi (cose apoci. Supienti consilio 29 giugno 1908, III, 5: AAS, I [1909], p. 17; can. 264 CIC); raramente sono scritte in lingua volgare: Chiamati dalla divina provvidenza (1831) di Gregorio XVI; Vi è ben noto (1887), Dall'alto (1890), An milico (1892) di Leone XIII; Mit besonender Sorge (1937) e No es muy concordia (1937) di Pio XI. Oggi è in uso di aggiungere anche il titolo della materia che viene trattata. Questa interessa generalmente la Chiesa universale e in qualche caso le Chiese particolari; nella seconda ipotesi la lettera viene indirizzata alla Chiesa interessata, benché le decisioni ed i principi si possono applicare, nelle stesse condizioni, a tutti i fedeli.
3. Valore. - Le encicliche, in generale, non contengono definizioni ex cathedra che includano il carattere dell'infallibilità, ma sovente vi sono in esse direttive obbligatorie per tutti i fedeli, specialmente quando il Papa condanna errori o riassume l'insegnamento della Chiesa su un determinato argomento. Questa obbligatorietà deriva dal magistero ordinario ed universale, fondato sul primato che il Romano Pontefice ha su tutta la Chiesa; quindi, benché le proposizioni non siano infallibili e definitive, rivestono però un'autorità speciale, per la fonte da cui emanano. Per l'infallibilità mancano pereltro la forma e le condizioni esterne delle definizioni ed anche la volontà del Papa di definire.
4. Divisione. - Oggi è invalso l'uso di raggruppare varie encicliche, che riguardano la medesima materia, con una propria denominazione. Le principali divisioni sono: dogmatiche, le quali non contengono definizioni né norme giuridiche, ma condannano errori che incominciano a serpeggiare nella Chiesa; esortatorie, quando sono indirizzate a tutto il mondo perché con rinnovato fervore si implorino speciali favori dal cielo.

Bibl.: E. Mangenot, Encistione, in DThC, V, coll. 14-16: F. D. Bencini, De literis encyclica, Torino 1748; B. Kurtscheid, Historia iuris canonici, Historia institutorum, Roma 1941, p. 29 sgg.; A. van Have, Prolegomena, 2² ed., Molinos-Roma 1945, pp. 69 sgg., 137 sgg., 186 sgg.

Giuseppe Damiani

LETTERKENNY, diOCESt di : v. RAPHOE, dIOCESt di.

LETTISTERNIO (Lectisternium). - Forma rituale dell'antica religione romana, consistente nel preparare il giaciglio (lectum sternere) ed offrire un banchetto agli dèi (rappresentati dalle loro statue o da simboli). Generalmente lo si considera come uso greco importato, data la sua diffusione in Grecia e la presunta mancanza di un originario antropomorfismo romano. Bisogna ad ogni modo tener presente che, se non la forma precisa, la sostanza - il banchetto offerto alle divinità - è presente negli strati più antichi della religione italica e romana. Iuppiter Dapalis prende il suo appellativo dal banchetto (daps) che gli viene offerto. Nel culto di antichissime divinità come Iuno Lucina, Picumnus e Pilumnus la preparazione del giaciglio conviviale è d'obbligo. Vi sono l. periodici e l. occasionali (p. es., per inaugurare un tempio). Un rito singolare è il l. collettivo offerto a più divinità, specie in occasione di prodigi o eventi minacciosi. Il primo esempio lo si ha a Roma nel 399 a. C. (epidemia) per le seguenti coppie divine: Apollo-Latona, Diana-Ercole, Mercurio-Nettuno. Nel l. collettivo del 217 (scenfitta al Trasimeno) appaiono le dodici divinità del culto greco.

Bibl.: G. Wissowa, Lectisternium, in Pauly-Wissowa, XII, col. 1108: F. Altheim, A history of roman religion, Londra 1938, p. 238 sg.

Angelo Brelich
LETTONIA (Latvia). - Repubblica baltica, proclamatasi indipendente dall'Impero russo il 18 nov. 1918 ed annessa, quale repubblica federata, all'U.R. S.S. il 4 ag. 1940. Nel 1945 ne veniva distaccata una parte del distretto di Jauulatgale ( 1160 kmq . con 30 mila ab.), che passava alla R.S.F.S.R. (Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa). In tal modo la L. si estende oggi su 64.630 mathrm{kmq}., rimanendo pur sempre la maggiore (ma non la più popolosa) delle tre repubbliche baltiche aggregate all' U.R.R.S.
I. Geografia. - Il territorio, che forma parte del grande bassopiano sarmatico (massima altezza 314 m .) è pianeggiante e ben coltivato ed ha un perimetro costiero di ca. 500 km ., incurvato dall'ampio golfo di Riga. Il clima ha carattere continentale, appena mitigato sul litorale.

La popolazione, che era di 2 milioni di ab. alla vigilia dell'ultima guerra, venne valutata a 1,8 milioni nel 1945 per le perdite subite in conseguenza di azioni belliche e per il forzato esodo della minoranza tedesca e dei deportati per motivi politici nell'U.R.S.S. Accanto al 75,5 \% di Lettoni si avevano, nell'anteguerra, il 12 \% di Russi, il 3,2 \% di Tedeschi, il 2,5 \% di Polacchi, il 4,8 \% di Ebrei, ecc. Una sola città, Riga, la capitale, superava i 100 mila ab. ( 385 mila nel 1935), ed una i 50 mila, Liepaja (57).

Agricoltura (cui si dedicano oltre i 2 / 3 della popolazione), silvicoltura ( 27 \% della superficie della L. è coperta di boschi) ed allevamento formano le basi dell'economia nazionale. La prima dà cereali (insufficienti al consumo interno) e soprattutto lino, monopolio di Stato; la seconda una buona produzione di legname; il terzo (bovini) alimenta, fra l'altro, un fiorente burrificio. Modeste le risorse del sottosuolo (torba). Le industrie consentirono una limitata esportazione (cellulosa, carta e fiammiferi), ma la bilancia commerciale si chiudeva, prima della guerra, con un passivo più o meno notevole. L'inserzione della L. nell'economia sovietica ha certo decisamente mutato le sue caratteristiche, ma nulla di preciso si sa.

Bibl.: R. Brenneisen, Lettland: das Werden und Wesen einer neuen Volkswirtschaft, Berlino 1936; E. Migliorini, Finlandia e Stati Baltici, Roma 1937; M. Skujmioks, Atlas statistique de la L., Riga 1938; F. Balodis-P. Arends, L.: Landschaft, Volksleben, Baukunst und Museen, Ivi 1938; R. O. G. Usch, Latvia: country and people, Londra 1938.

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(propo. Ene. Culi.)
II. Storia. - Il ramo baltico dei popoli indoeuropei è venuto a stabilirsi sulle spiagge del Mar Baltico e nei territori adiacenti durante le prime ondate migratorie degli Indoeuropei, già a partire dall'inizio e dalla metà del in millennio a. C. Nelle testimonianze storiche i Baltici appaiono, nelle opere degli scrittori romani, specie nella Germania di Tacito, sotto il nome Aesti.

Il forte accrescimento demografico e la grande espansione degli Slavi a partire dal sec. vi d. C. forzo le diverse tribù baltiche, allora residenti nei bacini del medio Dnieper e verso il nord e est di esso, a spostarsi verso nordovest, spingendo verso nord alcune tribù finniche, ad es., i Livi. A partire dalla fine del sec. vir l'afflusso dei Vichinghi (Varjaghi) portò ai Baltici occidentali (ad es., i Curi) minacce di carattere politico, alle quali essi spesso risposero attaccando le coste svedesi e danesi.

Questi vasti spostamenti di popoli portarono la cristallizzazione politica, ossia la creazione di unità etnicopolitiche capaci di difendersi in situazioni simili. Dal sec. viri ca. viene calcolato l'apparire delle unità stataliregionali lettoni basate su gruppi dialettali, disposti nei bacini dei quattro fiumi principali del paese (Venta, Ljelupe, Daugava, Gauja). Queste unità resistettero alla pressione dei vicini fino al sec. xili, cioè fino all'attacco sassone. Il loro funzionamento giuridico politico si può dedurre tra l'altro dalla nomenclatura adottata nelle testimonianze storiche, ad es., dal celebre trattato del 28 dic. 1230 tra il legato pontificio Baldovino di Alna e il re dei Curi Lammechinus.

La cristianizzazione dei Baltici avvenne molto tardi e fu compiuta dai Tedeschi-sassoni. Causa del ritardo fu la loro situazione geografica, che costituisce una specie di cuneo tra le regioni delle Chiese latina e greca, come anche la loro secolare resistenza controgli Slavi orientali e i Vichinghi. La S. Sede aveva mire particolari verso questa «nuova vigna del Signore» (frase usata nella bolla di Innocenzo III), e il suo progetto della Terra Mariana sarebbe stata una soluzione ideale (cf. la bolla del papa Onorio III, 19 febbr. 1225 : Ubi spiritus Dei est debet esse libertas,
e quella di Gregorio IX Praefata terra, quae iuris et proprietatis beati Patri esse dinoscitur). Le forze conquistatrici dell'Ordine teutonico, l'unico tra gli Ordini cavallereschi di questa loro classica epoca, che riusci a crearsi un potente Stato politico in Prussia e in Livonia (che abbracciava allora la L. e l'Estonia), ebbero il sopravvento e cosi al posto della libertà spirituale venne il dominium, alla quale come ombra segui la servitus. Il periodo feudale in Livonia, solo formalmente legata al S. Romano Impero germanico, è caratterizzato dalle lotte incessanti tra l'Ordine, le città e i vescovi, sovrani secolari. Anche qui fu l'Ordine a decidere le cose. Esso, che durante questi secoli fu unus inter pares nel giuoco politico internazionale, dovette crollare dinanzi alle forze sproporzionatamente accresciute della Lituania-Polonia e della Moscovia che stava per diventare Russia. Avvenne nel 1561, poco dopo l'inizio della cosiddetta guerra livonica (invasione di Ivan IV).

La Livonia all'inizio di questo secolo fu anche uno dei campi dell'espansione della riforma. Questa espansione avvenne con maggiore sviluppo di lotte e di agitazioni tra i borghesi delle città che non tra i proprietari terrieri, con un'impassibile noncuranza della gente rurale, "non tedesca». Le cose si riacuirono all'arrivo della Controriforma con A. Possevino, P. Skarga e altri dopo la pace con i Moscoviti nel 1582.

Le sorti politiche della costa orientale del Baltico a partire dal sec. xvi si possono riassumere cosi : Livonia lituanopolacca (1561-1621); il ducato di Curlandia (1561-1795); Livonia svedese (Estonia; 1561); Livonia (1621 fino al 1710 ; rispettivamente 1721); Livonia russa (1710; rispettivamente 1721-1918); Curlandia russa (1795-1918); Estonia e L. di nuovo indipendenti (1918-40); occupazione bolscevica (1940-41); occupazione tedesca (1941-44/45); occupazione bolscevica dal 1944-45.

La conquista straniera portò come primo effetto la distruzione e la snazionalizzazione della aristocrazia locale e l'inquadramento di tutto un popolo in una classe sociale (G. Merkel nel 1798). Intanto durante i tempi

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dell'Ordine le imposte non erano soverchianti : si riducevano alla classica decima, nonché a certe prestazioni in forma di lavoro, le quali però nei tempi di guerra potevano degenerare in oneri pesanti. Il periodo più duro per i Lettoni comincia verso la fine del sec. xv, per assumere nel secolo seguente la forma giuridicamente sopra e moralmente avvilente della adscriptio glebae con sfumature, allora di moda, della servitù secondo il ius romanum. Economicamente questo processo corrisponde al formarsi dei latifondi sulle basi antiche dei feudi medievali. Con l'arrivo dei Russi dopo la guerra nordica il contadino fu ancora più avvilito e le testimonianze di questi secoli sono spesso deprimenti.

Tempi nuovi per il contadino lettone vengono con l'epoca della Rivoluzione Francese e della intensificazione della agricoltura. La libertà personale, chiamata «libertà di uccello» fu accordata in Estonia nel 1816, in Curlandia nel 1818 , in Livonia nel 1819 , e la libertà di acquistare, per somme forti, la stessa terra che secoli prima apparteneva ai Lettoni, nella seconda metà del sec. xix, all'epoca del risorgimento lettone. La legge agraria della L. libera del 16 sett. 1920 annientò i privilegi sociali dei conquistatori di una volta e diede in proprietà privata lotti di terra a ca. un quinto di tutta la popolazione, prima bracciante.

Durante gli ultimi anni della seconda occupazione bolscevica è stata ordinata un'altra riforma agraria che ha per scopo la distruzione della classe dei piccoli e medi proprietari terrieri. La colchosizzazione successiva dovrebbe essere la conclusione dell'impresa di ridurre, con il noto terrore bolscevico, il contadino lettone al livello di quello russo e di imporgli la psicologia del gregge umano di tipo orientale.

Oggi ca. il 10 \% della popolazione lettone ha emigrato, tentando di sfuggire alla oppressione bolscevica; questa gente adesso va disperdendosi per il mondo intero, formando però forti nuclei nazionali negli attuali paesi di residenza (Inghilterra, Stati Uniti, Canadà, Australia, ecc.). Nella metropoli, dietro il sipario di ferro, il terrore è forte a causa della resistenza passiva e attiva, e a causa dei piani strategici e militari dei bolscevichi. Le deportazioni più o meno in massa degli elementi ostili al comunismo, specie dei contadini, si sono accentuate negli ultimi tempi.

BinL.: J. Meuvrat, Histoire des pays baltiques, Parigi 1934; A. Spelike, Latvius vēsture (in lettone), Stoccolma 1948; A. Schwabe, The story of Latvia, a historical survey, ivi 1949; A. Spelike, History of Latvia, iv 1950. Arnoldo Spelike
III. Letteratura. - Il popolo lettone, avendo dovuto politicamente sottostare a lungo a dominazioni straniere, registra nel suo passato sviluppo letterario una scissione secolare tra la letteratura popolare e la letteratura dotta.
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(da A. Spelike, Storia sintetica del popio lettone, Roma 1939, tav. 1) Lettonia - Pecesaggio - Vestiena.
![img-4.jpeg](img-4.jpeg)
(da A. Spelike, Storia notetica del popolo lettone, Roma 1939, tav. 1) Lettonia - Città vecchia - Riga.
La poesia popolare lettone è tra le più originali e individuali del continente europeo. Sono brevi liriche, nate insieme con il canto, cioè con la melodia, che trattano con amore appassionato la vita della famiglia e le vicende dell'uomo dalla culla fino alla tomba, facendo astrazione quasi completa degli eventi politici circostanti; esse dimostrano una assai fine osservazione e descrizione della natura e dei suoi mutevoli aspetti; abbondano di precetti morali. La loro forma metrica è individuale, anche essa evidentemente arcaica nella sua apparente semplicità; la sua origine, nonostante molti tentativi, non è ancora chiarita. Nel loro contenuto queste canzoni rispecchiano ancora oggi molti concetti e molte visioni preistoriche e precristiane, che possono suggerire un tentativo di ricostruire l'Olimpo baltico. Il numero delle cosiddette dainas è enorme per un popolo dell'entità demografica attuale, e questo numero (di parecchie centinaia di migliaia) fa pensare ad una maggiore estensione geografica e numerica dei lettoni secoli fa. Le prime segnalazioni letterarie sulle dainas sono del sec. xvı, il primo saggio a stampa della prima metà del sec. xvit. Il loro thesaurus è, dal 1897 in giù, di sei grossi volumi (a cura di Kr. Barons); a questi vanno aggiunti molti altri volumi posteriori. Ricca è anche la raccolta delle fiabe.

Gli inizi della letteratura lettone scritta risalgono al sec. xVI; sono opere di carattere

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(da F. Hendricks, La voce delle rkisse antickissime' di Roma, Roma 1932, iter. IX, fig. 250)
LetTORATO - Iscrizione sepolcrale del lettore Favor - Roma, cimitero di S. Agnese (fine sec. II - principio sec. III).
religioso-confessionale (cattolico e protestante). Il classico periodo dello sviluppo della letteratura religiosa lettone cade nel sec. xvir (Le postille del Mancelis, le Poesie del Fureccarius, la traduzione della Bibbia di E. Glück). In questo e nel successivo sec. xviri sono da registrarsi rilevanti studi sulla lingua lettone (G. Stenders).

Con l'inizio del sec. xix si hanno i primi tentativi di letteratura veramente nazionalc, come anche i primi periodici in lingua lettone (1822). A partire dalla metà del secolo, al tempo del risorgimento lettone, la letteratura è giunta ormai a tale maturità da poter creare una visione d'insieme di questa epoca decisiva, ad esempio il romanzo storico dei fratelli Kaudzites. In piena fioritura è anche la lirica, con temi classicheggianti (N. Afunans) o con sfoghi mitologico-partiotrici (Auseklis).

Alla vigilia della prima guerra mondiale sono già sviluppate in L. svariate correnti letterarie. I nomi più in vista sono: il drammaturgo R. Blaumanis, il poeta e narratore F. Poruks, il simbolista F. Rainis, il lirico Aspazija ecc.

Gli anni della L. indipendente possono annoverare molte opere di valore, in parte già tradotte nelle lingue estere. La figura dominante è E. Virza, poeta e saggista; forti e vivi sono i romanzi di F. Grins, profondamente nazionali le liriche e le fiabe poetiche di K. Skolbe; il numero dei poeti è rilevante e tra essi le delicate poetesse E. Sterste e V. Strelerte. La maggior parte degli scrittori lùtoni si trova ora all'estero, in seguito all'occupazione russa del territorio nazionale.

BibL.: T. Zeiferts, Latoijas rahtsniecibas vesture (a Storia della letteratura lettone s), 3 voll., Riga 1922-27; M. Jonval, Chansons mythologiques lettones (con trad. francese), Parigi 1929. Arnoldo Spekke
IV. Arte. - Tra le più antiche testimonianze di una attività artistica lettone sono da porre le illustrazioni del l'Evangeliario, già a Mosca, opera del lettone Iurgis (1272), il cui carattere tuttavia non si discosta da quello della contemporanea pittura russa della scuola di Novgorod. Cosl sono da porre in relazione con l'arte delle regioni finitime anche le manifestazioni dell'arte popolare dei secoli successivi, quando operarono in L. anche artisti venuti dalla Germania e dalla Svezia.

Poi nel sec. xix alcuni artisti lettoni, quali i pittori K. Huns (1830-77), J. Fedders (1838-1909), J. Roze (1823-77) avvicinarono la cultura pittorica della L. a quella delle altre regioni europee, mentre gli architetti Pèkšens e Baumanis costruivano nobili edifici.

Sul finire del sec. xix, col rifiorire della coscienza nazionale, svolgono intensa attivita anche altri artisti lettoni. Fra questi i pittori A. Alèznis (1864-97), A. Baumanis (1866-1904), I. Rozentàls (1866-1916), T. Udris (1868-1915), A. Romans (1878-1911), P. Kalve (18821913). Allora V. Matvejs (1877-1914) imitava le particolari intonazioni cromatiche e disegnative dell'antica pitcura bizantina.

Fra gli artisti contemporanei merita particolare memoria l'architetto P. Kundzins che ha rielaborato antiche forme popolari e costruito la chiesa di Allazi.

BibL.: F. Balodis, s. v. in Enc. Ital., XX, pp. 999-1000, Emilio Lavagnino

LETTORATO. - E il secondo degli Ordini minori nella Chiesa latina, l'unico Ordine minore nella Chiesa orientale, da quando il suddiaconato è stato riconosciuto Ordine maggiore. Colui che ne è investito, ricevendo l'ufficio di leggere la S. Scrittura davanti l'assemblea dei fedeli, è chiamato lettore.

I. Storia. - Il primo cennc al 1. si trova in Giustino: "Commentarii Apostolorum vel scripta prophetarum leguntur, quoad tempus fert. Deinde ubi lector desiit, antistes oratione admonet et incitat ad hace praechato imitanda" (Apol., 1, 67, 3-4: PG 6, 429). Secondo il de Rossi (in Bullettino di archeologia cristiana, 2ᵃ serie, 2 [1871], p. 32) le iscrizioni che ricordano Favor e Claudius Attacianus come lettori appartengono al sec. II. All'inizio del sec. III Tertulliano parla del I. come di un Ordine regolarmente stabilito : critica i marcianiti, presso cui : « hodie est diaconus, qui erat lector" (De presccriptione haereticorum, 41: PL 2, 69). Poco dopo Ippolito Romano descrive l'ordinazione del lettore: "Lector constituatur episcopo librum apostoli ei dante et oret super eum, manum autem ei non imponat" (Amoortakueh mopadnous, ed. A. Casamassa, Roma 1947, p. 22 [ad uso privato]). S. Cipriano ricorda frequentemente il nome dei lettori della Chiesa cartaginese (Ep. 24, 29, 33, 34: PL 4, 294, 310, 326, 329). Papa Cornelio nel 251 enumera i lettori tra i membri del clero romano ( E p. ad Fabium, in Eusebio, Hist. ext., VI, 45: PG 20, 621; i lettori e gli ostiarii erano 52). A Cirra, nella persecuzione del 303 , furono catturati sette lettori (PL 8, 731-33). In Oriente i lettori sono ricordati nei Camilli di Antiochia (can. 1o) e di Laodicea (can. 24), nelle Constitutiones Apost. (VIII, 22) e nella Ordinatio ecclesiastica Apostolorum (1, 19).
II. Formazione del L. - Al sec. iv il l. era l'inizio ordinario della vita ecclesiastica. Mentre gli altri Ordini minori non si conferivano che a fedeli superiori ai vent'anni, al 1. erano assunti anche dei fanciulli : s. Epifanio di Pavia fu lettore a otto anni, s. Damaso papa a tredici, Messio Romolo di Fiesole a quindici; anche Giuliano l'Apostata era stato da giovane lettore a Nicomedia. Vittore di Vita attesta che nel clero di Cartagine "quam plurimi erant lectores infantes" (De persecutione vandalica, 5, 9: PL 58, 246). Ben presto furono adunati in una schola lectorum, di cui si hanno testimonianze per Roma, Lione, Reima, Perrè (nelle regioni dell'Eufrate). Dopo il sec. vir si trasformò in schola cantorum, non avendo ormai i lettori che l'ufficio di cantare. La schola aveva per capo un prior o primicerio, che era coadiuvato da parafonisti, una specie di capigruppo. Qualche scrittore antico parla di un maestro dei lettori. Formati alle lettere e alla musica, i lettori divennero molte volte veri segretari e confidenti dei vescovi.
III. Ordinazione del lettore. - S. Cipriano è il primo a parlare di una ordinazione del lettore (Ep. 33: PL 4,325). La Traditio Apostolica di Ippolito attesta che il rito consisteva nella sola traditio

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del libro delle lettere, ed espressamente esclude l'imposizione delle mani, che è invece introdotta dalle Constitutiones Apost., VIII, 22. L'attuale rito bizantino ha aggiunto la traditio libri.

L'Occidente non ha mai accettato l'imposizione delle mani, ma ha perfezionato il rituale primitivo con una admonitio praecia, con una oratio concomitante la traditio del libro, di cui si ha testimonianza negli Statuta Ecclesiae antiqua e nel Sacramentarium Gelasianum (PL 74, 1146), e con una benedictio finale. Questo schema è definitivamente fissato nel Pontificale romano. Secondo una risposta della S. Congregazione dei Riti ( 27 sett. 1873) il codex che il vescovo fa toccare agli ordinandi può essere il Messale, il Breviario o un volume della S. Scrittura, p. es., un evangeliario.
IV. Funzioni del lettore. - In antico il lettore non solo leggeva e cantava la S. Scrittura nelle assemblee liturgiche (cf. S. Cipriano, Epp. 33 e 34: PL 4, 325, 333), ma ne custodiva anche i codici (cf. H. Leclercq, L'Afrique chrétienne, I, Parigi 1904, pp. 320-23). Secondo il Pontificale romano, che fonde elementi gallicani e romani, "lectorem oportet legere ea quae (vel ei qui) praedicat et lectiones contare et benedicere panem et omnes fructus novos ". La S. Congregazione dei Riti ha dichiarato (27 sett. 1873), che l'inciso rel ei qui è una rubrica, che il vescovo ordinante può liberamente sostituire al testo ea quae.

In pratica queste funzioni sono ora ridotte alla sola lettura o canto delle lectiones nell'ufficiatura solenne. Il can. 1147 \ 4 riconosce ancora ai lettori il potere di benedire (pane e frutti nuovi, come determina il Pontificale romano: - de ordinatione lect. -), almeno secondo l'interpretazione più comune, ma l'esercizio ne è abrogato, essendo anche queste due benedizioni riservate ai sacerdoti. - Vedi tav. LXXVII.

Bin.: L. Duchesne, Origines du culte chrétien, 2² ed., Parigi 1898, pp. 331-32: M. Andrieu, Les ordres mineurs dans l'aucicu rite romain, in Revue de sciences reclitiastiones, 5 (1925), pp. 322-74; P. De Funict, Le Pontifical romain. Histoire et commentaire, I, Parigi 1930, pp. 135-54; J. Tiseront, L'Ordine e le ordinaxioni, trad. it., Brescia 1939, pp. 93-95; B. Kurischeld, Historia Iuris Comunici: Historia iustitutorum, I, Roma 1941, pp. 48-49; P. Allonzo, I riti della Chiesa, III, ivi 1946, pp. 74-80; L. Godfrey, s. v. in DTbC. IX, coll. 117-25. Antonio Fialanti

LETTRES DE ROME. - Periodico fondato a Roma dal gesuita p. J.-H. Ledit, nel 1935, allo scopo di studiare il movimento e la penetrazione comunista e atca su di un piano internazionale.

Mentre altri centri e altre numerose pubblicazioni nelle diverse nazioni trattavano del comunismo sotto l'aspetto civile, politico ed economico, le L. de R. si lis entavano all'aspetto religioso e cattolico. Il periodico nella prima annata usci poligrafato, dalla seconda in poi a stampa. Si ebbero anche l'edizione inglese (1937), tedesca (1937), spagnola (1938). Il periodico cessò nel 1940.

Celestino Testore
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(da F. Hendrichs, La voce delle chiese antichissime di Roma, Roma Mil, ter. 68, 89, 56').
Letronato - Iscrizione sepolcrale del lettore Claudio Atticiano (fine sec. II - principio sec. III) - Urbino, Museo.

## LETTRES EDIFIANTES ET CURIEUSES. ECRITES DES MISSIONS

Etrangezes, par quelques Millionnaires de la Compagnie de Jesus.
I. RECUEIL.
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A PARIS, Chez Nicomaras Cieno, roï Saint Jacques, proche Saint Yves, à l'Image Saint Lambert,
M. DCC. XVII.

AVEC PRIPILEGE DUROI:

Lettre ÉDIFIantes et curieuses - Frontespizio della terza ristampa, Parigi 1717 - Roma, esemplare della Biblioteca nazionale Vittorio Emanuele.

## LETTRES EDIFIANTES ET CURIEUSES. -

Titolo di una raccolta di lettere inviate dai missionari gesuiti, su avvenimenti, tradizioni, viaggi, monumenti, scoperte, personaggi, concernenti i popoli e i territori di missioni, dove essi lavoravano. La raccolta fu iniziata dal p. Carlo Le Gobien.

Questi già aveva pubblicato vari lavori di indole missionaria, che avevano suscitato vivo interesse nelle classi colte: Lettres sur les progrèz de la religion à la Chine (Parigi 1697); Histoire de l'édit de l'empereur de Chine en faceur de la religion chrétienne (ivi 1698); Histoire des Iles Marianues nouvellement converties à la religion chrétienne (ivi 1700); e nel 1702: Lettres de quelques missionnaires de la Compagnie de Jésus écrites de la Chine et des Indes orientales (ivi 1702). L'accoglienza di quest'ultima opera fu così entusiasta che il Le Gobien decise di continuare la pubblicazione con il titolo su accennato e ne poté curare i primi 8 voll. della serie (ivi 1703-1708, ristampa 1717). Morto il Le Gobien, i voll. 9-34 furono curati dai pp. J.B. du Halde, L. Patrouillet, J.-B. Geoffrey, N. Maréchal (ivi 1709-76). Una nuova edizione segul, ma con diversa disposizione secondo un criterio geografico, a cura del p. Yves-Mathurin de Querbeux, coadiuvato per le note dal p. G. Brotier ( 26 voll., ivi 1780-81). Altre edizioni seguirono nel 1819; 1829-31; 1838-43. Una edizione abbreviata con il titolo di Panthéon littéraire si ebbe per cura di L.-Aimé Martin (ivi 1838-43). Una scelta in 8 voll. usci con il titolo Choix des L. é. (Parigi 1808); un'altra scelta in 2 voll., con il titolo Morceaux des L. é. (Parigi 1810). Delle L. é. non mancarono le versioni più o meno complete in varie lingue: inglese, tedesco, spagnolo, polacco; quella italiana: Lettere edificanti e curiose ( 18 voll., Milano 1825-29) contiene negli ultimi due voll. le Lettere dall'India, pubblicate in latino dal p. P. Maffei e tradotte da F. Serdonati e Il cristianesimo felice nel Paraguay di L. A. Muratori, edizione, però, alquanto ridotta.

La raccolta, che si può dire persegua il tipo anteriore

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delle Lettere annue, pubblicate dai Gesuiti fino dai tempi di s. F. Saverio, ma con maggior ampiezza di contenuto, è ancora una fonte preziosa per la storia delle missioni, per il folklore, per le scienze, le lettere e le arti, le religioni con i loro riti, i loro sacrifici, i loro libri e diede più tardi origine al Neuer Welt-Batt del p. J. Stöcklein.

L'esempio dei Gesuiti fu imitato dal 1785 in poi dai Signori delle Missioni Estere di Parigi. Fino al 1808 sotto vari titoli seguirono diverse collezioni di lettere dei loro missionari in francese, 3 in italiano, 1 in tedesco. In fine, coronamento dell'opera: Nouvelles L. d. dal 1818 al 1823 in 8 voll. con le lettere più importanti dal 1767 al 1820 . Dal 1822 l'Opera della Propagazione della Fede pubblicò gli Annales de l'Association de la Propagation de la Foi(v.) come il titolo espressamente avverte, continuando tutte le pubblicazioni precedenti : a Collection faisant suite à toutes les éditions des L. d.

Bibl.: Sommervogel, Gabien, III, coll. 1312-15; id., Quer. beux, VI, 355-37; id., Brater, II, col. 312; Streit, Bibl., I, 730, 838,1031,1095,1096,1124,1219,1176 ; VI, 1834, 1867, 1940, 1941; IX, 63, 70, 119. Giovanni Rommerskirchen-Celestino 'l'estore

LETTURA SPIRITUALE. - Per 1. s. s'intende la lettura di quegli scritti che giovano al progresso della vita spirituale, fatta precisamente con lo scopo di alimentarla e rafforzarla. A differenza dell'orazione ed anche della lettura meditata, la 1. s. suppone nel lettore una disposizione più recettiva che attiva, ma comunicandogli nuova materia di considerazioni, serve a potenziare le sue energie interiori e la susseguente attività. Oggetto di l. s. sono non solo le opere di contenuto strettamente ascetico o mistico, ma anche quelle di dogma o d'altra disciplina teologica e di agiografia, a condizione che non si prendano come soggetto di puro studio. La necessità ed importanza di dedicare parte del proprio tempo alla l. s. deriva dall'indigenza umana, continuamente bisognosa di istruzione e di nuovi impulsi, per mantenersi e procedere nella via della virtù e dell'azione apostolica; con l'accrescersi della cultura profana tale necessità aumenta, non solo per avere una conoscenza più adeguata dei problemi ed interessi dello spirito, ma per controbattere gli errori e per difendersi dalla corruzione. Per molti la 1. s. può portare gli stessi frutti e a volte maggiori della meditazione, e, paragonata alla parola ascoltata per via di predicazione, ha il vantaggio di poter essere ripetuta ed approfondita.

L'esperienza conferma l'influsso potente della l. s. sull'animo umano. S. Agostino racconta l'esempio di due amici di Pontiziano indotti ad abbandonare la corte e darsi a Dio dalla lettura della vita di s. Antonio (Conf., 8,6 ) ed egli stesso fu scosso salutarmente nel leggere un testo di s. Paolo (ibid., 12). Il b. Giovanni Colombini e s. Ignazio di Lorola attraverso la l. s. iniziarono la propria conversione e maturarono la propria santificazione; percio si spiega perché la l. s. sia stata sempre raccomandata dai Padri ed imposta nella Regola di quasi ogni famiglia religiosa. Pio X. la inculcò efficacemente agli ecclesiastici come grande mezzo di santità sacerdotale (enc. Haerent animo del 28 luglio 1906 [Acta Pii X, IV, Roma 1914, p. 237 sgg .]) e Pio XII la suppone necessaria per la formazione del clero (encicl. Menti nostrae, del 23 sett. 1950: AAS, 42 [1950], pp. 657-702).

In pratica occorre scegliere con criterio la lettura, non lasciandosi guidare dalla curiosità o leggerezza. Il primo posto compete alla S. Scrittura, particolarmente i Vangeli con buoni commenti e le Lettere apostoliche, indi i libri ascetici propriamente detti e le biografie dei santi. Non tutto è ugualmente adatto ai singoli, perciò la l. s. va scelta e proporzionata alle necessità spirituali di ciascuno ed ai vari tempi e momenti della propria vita. Giova comunemente svolgere anche qualche lettura sistematica, considerando i vari autori più celebri delle diverse epoche. Chi segue uno speciale genere di vita, come avviene per i religiosi, deve anzitutto approfondirsi nella cono-
scenza degli scritti che meglio contengono lo spirito proprio della vocazione e professione. Quanto alla tecnica o modo di leggere, si vuole cominciare con la preghiera chiedendo a Dio luce all'intelletto e moxione alla volontà; quindi si legge posatamente, fermandosi tratto tratto per riflettere, senza voler scorrere troppe pagine in una volta. Si consiglia la costanza, ossia il non mutare libro prima di averle terminato, non saltare capitoli e pagine, a meno di ragioni particolari che suggeriscano il contrario. Giova anche il prender appunti. Si termina con una preghiera di ringraziamento a Dio e di offerta dei buoni propositi concepiti nel pio esercizio.

Bibl.: J. Alvarez de Paz, Opera spiritualia, II, t. Lione 1613-17, p. 3 sgg.; s. G. Eudes, La vie et le royaume de Jôus dans les dmes chrétiennes, Parigi 1924, pp. 2-15, 6-18; A