ziamento a Dio e di offerta dei buoni propositi concepiti nel pio esercizio.
Bibl.: J. Alvarez de Paz, Opera spiritualia, II, t. Lione 1613-17, p. 3 sgg.; s. G. Eudes, La vie et le royaume de Jôus dans les dmes chrétiennes, Parigi 1924, pp. 2-15, 6-18; A. Rodriguez, Esercizio di perfezione e di virtù cristiana, I, 1, Torino 1932, tr. 3, cap. 28; O. Zimmermann, Lehrbuch der Aszetik, 2² ed., Friburgo in Br. 1932, 843 . Arnaldo M. Lana
LETTURE. - Rassegna mensile di critica del libro, affidata ai Gesuiti dall'arcivescovo di Milano nel 1945, e iniziata nel 1946.
Dà tempestiva segnalazione delle opere di narrativa, letteratura, arte, teatro, storia, scienza, filosofia, pedagogia e religione, con speciale riguardo ai libri di più ampia divulgazione e, mentre ne riassume il contenuto, pone speciale e vigile impegno nell'esprimere un giudizio morale orientativo per consigliarne o prevenirne la lettura. Intende pure stimolare ad un'arte narrativa, letteraria nello stile e formativa nel contenuto, che possa gareggiare con le opere dei narratori di diversa orientazione.
Celestino Testore
LETTURE CATTOLICHE. - Popolare pubblicazione periodica, iniziata da s. Giovanni Bosco a Torino nel 1833 , prima in fascicoli bimensili, diventati poi mensili.
Scopo del fondatore fu di alimentare e difendere nel popolo la fede, minacciata sempre più dalla propaganda di errori, che aveva preso a scatenarsi nell'Alta Italia dopo la promulgazione dell'Editto albertino sulla libertà di stampa (1847). Scritte in stile semplice, contenevano esclusivamente materie religiose e spesso di attualità. Motto d. Bosco (1888), non morirono le L. C., le quali, pur passando per varie crisi, gli sono sopravvissute fino al presente.
Bibl.: G. B. Lemoyne, Memorie biografiche di d. Givo. Bosco, IV, S. Benigno Canavese 1904, pp. 523-31, 571-81. Eugenio Ceria
LEUCIPPO : v. ATOMISMO.
LEU von EBERSOL, JOSEPH. - Uomo politico svizzero, n. ad Ebersol il 1° giugno 1800 , in. ivi il 20 luglio 1845 . Cattolico convinto, non approvò l'avvento delle nuove idee liberali che prevalsero nel cantone di Lucerna dopo il 1830 , perché temeva gravi conseguenze per i cattolici. Infatti, non solo i cantoni liberali conclusero nel 1832 il cosiddetto Concordato dei Sette per conservare lo statu quo ed impedire, se necessario anche con la forza, un ritorno alla forma di governo precedente, ma nel 1834 essi emanarono gli Articoli di Baden, tendenti ad affermare la superiorità dello Stato sulla Chiesa, e l'istituzione di una Chiesa nazionale.
Gli articoli di Baden non incontrarono l'approvazione degli abitanti del cantone di Lucerna. Di questo malcontento il L. divenne il portavoce. Eletto membro del Gran Consiglio cantonale nel 1831 e poi nel 1835, egli iniziò subito una vigorosa campagna contro il Concordato dei Sette e gli Articoli di Baden. Chiese anche una riforma costituzionale su basi assolutamente democratiche: elezioni dirette per il Gran Consiglio e diritto di veto legislativo da parte del corpo elettorale. Il Gran Consiglio rifiutò tali modifiche. Con appello direttamente al popolo il I maggio 1841 fu approvata la nuova costituzione patrocinata dal L. Conseguentemente Lucerna denunciò gli Articoli di Baden e la nunziatura da Schwyz, dove si era trasferita nel 1835 , ritornò alla sua antica sede. L'insegnamento fu nuovamente consentito ai religiosi e furono
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riammessi nel cantone i Gesuiti. L'azione svolta dal L. non giunse a sedare le contese tra cantoni cattolici e protestanti, tra conservatori e radicali, e portò nel 1847 alla guerra civile. Il L. non ne vide le conseguenze, perché da due anni era morto, assassinato da un contadino che volle accattivarsi la riconoscenza dei liberali.
Bibl.: P. Balan, Continuac. alla storia univ. della Chiesa cati. dell'ab. Bahrbacher, I, 4² ed., Torino 1886, p. 37 sgg.; J. Troxler, s. v. in Dictionnaire historique et biographique de la Suisse, IV, pp. 305-306, con bibl.; E. Gagliardi, Geschichte der Schweiz, Zurico 1937, p. 1337, 1844 e passim. Silvio Furlani
LEUSDEN, Johannes. - Orientalista olandese, n. il 26 apr. 1624, m. il 30 sett. 1699 a Utrecht, dove fu professore d'ebraico. Non era una mente originale né un dotto di primo ordine, ma le molte sue opere filologiche sono state utili per l'intelligenza del Vecchio e del Nuovo Testamento.
Scrisse tra l'altro: Philologus Hebraeus (Utrecht 1656, 1672, 1695; Amsterdam 1686); Philologus Hebraeomizvus (Utrecht 1663; Leida 1682, 1699); Onomasticum sacrum (Utrecht 1665); Philologus Hebraeo-Graecus (Utrecht 1670; Leida 1683, 1695). I tre Philologi furono ristampati a Basilea in 3 voll. nel 1739. Altre opere: Compendium graecum Novi Testamenti (Utrecht 1674, 1677, 1682, 1762); Compendium biblicum totius Veteris Testamenti (Utrecht 1674, Halle 1736 e molte altre edizioni); Clavis graeca Novi Testamenti (Utrecht 1672). Nella Biblia Hebraica cum praefatione (Amsterdam 1659-61), il testo ebraico è stato collazionato con la Bibbie rabbiniche del Bomberg e con codici manoscritti; in questa edizione si ha per la prima volta la divisione del testo in versetti, e questo testo è stato ripetuto per le edizioni scolastiche da E. van der Hoogt (Amsterdam 1705), da J. Jahn (Vienna 1806), da A. Hahn (Lipsia 1831) e molte altre volte.
L. pubblicò anche: Samuelis Bachardi opera omnia (Leida 1675, 1692), Martini Peoli synopsis criticorum (Utrecht 1686), e Johannis Lightfoot opera omnia (ivi 1699).
Bibl.: E. Vigouroux, s. v. in DB, IV, col. 196 sg.; B. Walde, s. v. in LYNN, VI, col. 534; H. Hèpfl - B. Gut, Introductio generalis in Sucram Scripturam, 4² ed., Roma 1941, n. 345, p. 248. Arduino Kleinhans
LE VACHER, Jean. - Tra i primi seguaci di s. Vincenzo de' Paoli, n. a Ecouen il 15 marzo 1619, m. ad Algeri il 26 luglio 1683 . Ordinato sacerdote ( 1647 ) parti per la Barberia, dove fu successivamente nominato missionario apostolico ( 1648 ), vicario generale dell'arcivescovo di Cartagine (1650), vicario apostolico (1650). Dal giugno 1648 era stato costretto ad accettare la carica di console di Francia, da cui fu esonerato nel 1653 e che dovette di nuovo riprendere dal 1657 al 1666.
Quasi'ufficio gli diede il modo di alleviare assai le penosissime condizioni delle parecchie migliaia di schiavi cristiani in mano ai Turchi. Nel 1668 fu nominato vicario apostolico di Algeri e Tunisi, dove esplicò lo stesso zelo e carità verso gli schiavi. Nel 1671 divenne vicario apostolico di Cartagine. Nel 1673 assunse la carica di console generale. Dieci anni dopo, durante il bombardamento d'Algeri da parte di Duquesne, L., rifiutatosi di obbedire al bej Mezzomorto, che lo invitava a rinnegare la fede, fu legato alla bocca d'un cannone e massacrato. E introdotta la causa di beatificazione.
Bibl.: B. Gleizes, 7. L. V., Parigi 1914; L. Ville, Missionnaire, consul, martyr, ivi 1936. Annibale Bugnini
LE VAU, Louis. - Architetto francese n. a Parigi nel 1612 e ivi m. l'11 ott. 1670.
Fu anche in Italia, in particolare a Genova e a Roma. Tra le sue prime opere si ricordano a Parigi i Palazzi Lambert (1640-50) e Lauzun ( 1650 e sgg.); qualche anno dopo ( 1655 ) diede anche i piani per l'ampliamento dei progetti del Gittard per la chiesa di St-Sulpice. Nominato, nel 1655 , architetto del Louvre e delle Tuileries, si acquistò la celebrità specialmente con il Castello di Vaux-le-Vicomte per il Fouquet, da lui costruito e decorato in collaborazione con Le Brun e Le Notre. Nel 1662 diede i progetti per il Collegio Mazzarino (oggi
Institut de France) e per la chiesa di St-Louis-en l'Ile; nel '66 attese ai lavori del Louvre, mentre dedicò gli ultimi anni della sua vita a quelli di Versailles.
Quanto ai lavori del Louvre, il Le V. aveva già costruito nel 1663 la prima facciata a sud, dalla parte della Senna (poi demolita) e aveva dato il progetto per la facciata verso St-Germain-l'Auxerrois. Fu proprio per questa facciata che ci si rivolse invece al Bernini, che, giunto in Francia, pose la prima pietra della sua costruzione nell'ott. del 1665. Ripartito però per l'Italia il Bernini, il suo progetto non doveva più essere portato a compimento per gli intrighi degli architetti francesi, ai quali, nel '67, veniva richiesto un nuovo progetto, realizzato specialmente dal Le V. e poi dal Perrault.
Il Le V. non ha mai rivelato una forte personalità di artista; anzi applicò il più delle volte a freddo le suggestioni venutegli dall'Italia, per creare dimore sontuose ai suoi ricchi protettori.
Bibl.: L. S., s. v. in Thieme-Becker, XXIII (1929), pp. 130151; J. Combe, s. v. in Zie. Ital., XXI (1934), p. 11; P. Lavedon, L'architecture française, Parigi 1944, pp. 116, 136-39, 173. Gilberto Ronci
LEVELLERS. - I L. costituirono l'estrema ala sinistra dei repubblicani inglesi nella guerra civile del 1642-51. Il termine L. ("livellatore" e più propriamente "sovversivo" da levelling), era stato assunto dai contadini del Leicestershire insorti nel 1607 contro la recinzione delle terre; dal 1647 indicò i partecipanti al convegno ultrademocratico di Putney e restò come denominazione del gruppo politico che contro la monarchia e l'intolleranza presbiteriana prima, la strapotenza dell'esercito e la dittatura del Cromwell poi, pretesc di far valere i principi della libertà di coscienza, della libertà personale, della imparziale applicazione della giustizia, dell'autogoverno mercé frequenti elezioni.
Guidati da capi come John Lilburne, Richard Overton, William Walvyn, i L., organizzati in comitati di quartiere nelle città e in comitati locali nelle contee, costituirono il primo vero partito politico nel senso moderno della parola, pur costretti ancora ad operare semiclandestinamente. Enorme fu la loro attività pubblicistica per influire sull'opinione pubblica (più di 20.000 pubblicazioni). Fasi salienti della loro attività furono fino al 1646 la lotta in difesa della Camera dei Comuni contro quella dei Lords, nel 1647 l'accordo con le frazioni « indipendenti " dell'esercito e la successiva "grande petizione " del marzo contro la maggioranza presbiteriana del Parlamento. Rotta la loro alleanza con l'esercito alla fine del 1648 , i L., avversati dagli ufficiali che avevano ristabilito la disciplina e isolati dalla coscienza nazionale ancora prevalentemente monarchica, persero ogni forza politica, furono ridotti all'impotenza dalla dittatura del Cromwell e denunziati dagli avversari come sovvertitori di ogni distinzione sociale e assertori della comunione dei beni. La successiva storiografia (Hume, Guizot, ecc). e la pubblicistica conservatrice dei secc. XVII-XIX adoperò comunemente il termine "livellatori" per indicare i democratici egualitari; di fatto i L., rappresentanti di liberi commercianti, artigiani, bottegai, piccoli proprietari terrieri, furono assertori di un egualitarismo giuridico-politico non economico.
Bibl.: The L. Tracts, 1647-1653, a cura di M. Haller e G. Davies, Nuova York 1944; L. manifestos of the puritan revolution, a cura di M. Wolfe, ivi 1944. Studi molteplici sui L. (di T. Calvin Pease, M. James, H. Holosenthon ecc.) sono citati in V. Gabrieli, Radicali inglesi del Seicente, I L., in Rivista storica italiana, 61 (1949), pp. 196-232. Armando Saitta
LEVI (ebr. Lévl). - 1. Terzo dei figli che Giacobbe ebbe da Lia.
In Gen. 29, 34 il nome è spiegato con la frase della madre: "Ormai questa volta mio marito si stringerà (o: effezionerà) a me». L., con Simeone, compl feroce vendetta sui Sichemiti, dopo che fu violata Dina (Gen. 34). Il padre biasimò subito il fatto; nel « Cantico * prima di morire lo ricordò con esecrazione, maledicendo il "furore" dei due fratelli e protestando di non avere
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alcuna complicità nel misfatto (ibid. 50, 5-7). L. mori all'età di 137 anni, lasciando i figli Gerson, Caath (padre di Amram, che ebbe i due figli Aronne e Mosè) e Merari (Ex. 6, 16-20). Nel giudaismo la figura di L. fu idealizzata in esaltazione della classe sacerdotale (ad es., negli apocrifi Liber Jubilacorum, Assumptio Moysis).
2. Nome di tre personaggi menzionati nel Nuovo Testamento: il pubblicano, figlio di Alfeo, nel secondo e terzo Vangelo (Mc. 2, 14; Lc. 5, 27), nel primo (Mt. 9, 9) detto Matteo (v.); il figlio di Simeone e il figlio di Melchi, nella genealogia di Gesù in L c. 3, 29. 34.
Giovanni Rinaldi
LEVIATHAN (ebr. lisojäthän). - Favoloso mostro acquatico, affine al tannin, o tannim, a cui è accostato per sinonimia parallela in Is. 27, I (cf. dragone), applicato al coccodrillo (Job 40, 25 [Volg. 40, 20); cf. Is. 27, 1) e a un generico grande cetaceo (Ps. 104, 26; 74, 14; cf. Am. 9, 3).
La parola ebraica deriva da lisojä n tortuoso = (quindi "corona": Proo. 1, 9; 4, 9; radice ebraico e araba lüh "torcere", assiro lamü, "teï "circondare"), con la desinenza nominale "än, dai Settanta inteso "dragone" (v.) e una volta "grande cetaceo" (Job 3, 8 uèya vi[roc]; Volg. L. (Job 3, 8; 40, 20 [ebr. 25]; Is. 27, 1) e denso (Ps. 73 [74], 14; 103 [104], 26; nuova vers. L.).
Il carattere originariamente favoloso popolare del L. è dimostrato dalla menzione in un testo ugaritico di Ltn (probabilmente da leggere Lätän), come un essere da "colpire, distruggere" (cf. in Job 3, 8 l'allusione al carattere malefico del mostro), "serpente contorto... ricurvo; il maledetto (?) dalle sette teste"; la quale scoperta ha in parte ridotto, in parte confermate le ipotesi mitografiche prima avanzate da H. Gunkel (cf. P. Heinisch, Teologia del Vecchio Testamento, Torino 1950, p. 167).
In Is. 27, I il L. è detto "serpente guizzante... serpente contorto ", espressione simbolica probabilmente del Tigri e dell'Eufrate, e quindi dell'Assiria e Babilonia, accanto al "dragone che sta nel mare ", simbolo dell'Egitto.

(da Herrade di Landsberg, Hortus Deliciorum (ca. 1836), Strasbergs 1861, tzvi. 15 ble)
Leviathan - L. presso all'amo della Croce.
Ivi è già implicito un riferimento ai mostri fluviali. In Ps. 74, 14, ove è presentato come un mostro dalle molte teste - Vaccari : "idra"; cf. il citato testo ugaritico -, il L. è similmente immagine della potenza egiziana dell'età mosaica. In Ps. 104, 26 si suol tradurre semplicemente "balena". Carattere favoloso ha specialmente il L. di Job 3, 8, mostro (secondo altri autori personificazione dell'oscurità delle nubi) che viene evocato a fini malefici dai maghi. In Job 40,25 indica il "coccodrillo", di cui segue la superba descrizione meritatamente celebrata.
Anche il mostro tannin ha il corrispondente nel Tun di Räs Samrah, ove è menzionato in contesti magici (Gordon, Ugaritic Literature [v. bibl.], p. 49).
Bibl.: H. Gunkel, Schöpfune und Chons, Gottings 1895. p. 45 sg.; C. H. Gordon, Ugaritic Handbooh. Roma 1947, v. Facultolares; id., Ugaritic literature, 101 1940. p. 38. Sulle idee al riguardo nel giudaismo, v. anche G. Felten, Storia dei tempi del Nuovo Tusc.. III, Torino 1937, pp. 57. 229. Giovanni Rinaldi
LEVIRAITO. - Dovere di sposare la vedova del proprio fratello, morto senza figli. L'uso è comune a molti popoli primitivi, e trova la sua ragione nel fatto che due fratelli venivano considerati come un essere solo. Presso gli Ebrei, il fratello del defunto a cui incombe il dovere del 1. è detto jäbhän. L'uso è già documentato all'epoca patriarcalc (Gen. 38, 8 sgg.). Il primo figlio nato dal matrimonio della vedova con il cognato porta il nome del primo marito della donna, perché il I. aveva appunto per scopo di assicurare la discendenza all'uomo morto in età virile, dopo il matrimonio. Così l'eredità del defunto era assicurata alla discendenza diretta. In mancanza del secondo fratello, l'obbligo del I. passava al terzo e agli altri fratelli; l'episodio del libro di Ruth (4, 3 sgg.) mostra che, se non l'obbligo, almeno il diritto e la convenienza di tale uso sussisteva anche per i parenti meno prossimi.
La legge del I. appare nel Deuteronomio, dove è descritto il modo con cui si deve trattare il cognato che si sottrae al 1. (Deut. 25, 5-10): in presenta degli anziani la vedova gli toglie la calzatura e gli sputa in faccia, dicendo: "Così sia fatto all'uomo che non ricostruisce la casa di suo fratello». Il cognato è allora detto jablùh hann a^{′} a l "colui che è stato privato della calzatura" (togliere la calzatura significa rinunciare a un diritto).
Il I. era ancora in uso al tempo di Gesù (Mt. 22, 2327; Mc. 12, 18-23; Lc. 20, 27-32). Nella Mišnäh, il trattato Jëbhänäth si occupa del 1. Con il tempo gli stessi rabbini, a causa delle cambiate circostanze della vita, vietarono di sposare la cognata rimasta vedova, mantenendo come obbligo la cerimonia di cui nel libro di Ruth.
Bibl.: H. Lesère, Lévirat, in DB, IV, coll. 213-16; H. Gunkel, Die Urgeschichte und die Patriarchen, Gottings 1911. p. 256; P. Cruveilhier, Le lévirat chez les Hébreux et les Assyriens, in Rêzue biblique, 34 (1925), pp. 324-46; A. Bertholet, Histoire de la civilisation d'Israë, trad. franc., Parigi 1929, p. 151.
Eugenio Zolli
LEVITA, Elia. - Grammatico ebreo, n. a Neustadt a. d. Aisch nel 1469, m. a Venezia il 28 genn. 1549. Il suo nome ebraico era 'Ėljjāhū ben 'Āšēr hal-Lēwī 'Aškēnazī (germanico), chiamato anche 'Tisbita. Fu dotto studioso della masora e lessicografo.
Nel 1496 è domiciliato a Venezia, poi a Padova; in ambo le città insegna ad ebrei e cristiani. Si recò poi a Roma, ove fu accolto dal generale degli Agostiniani, noto poi sotto il nome di card. Egidio da Viterbo, il quale si occupava di studi ebraici cabbalistici. E. L. traduceva scritti cabbalistici per il cardinale, dal quale apprese la lingua greca. In seguito ad eventi politici, E. L. tornò nel 1529 a Venezia, ove divenne correttore nella stamperia di Daniele Bomberg. Nel 1532 fu accolto nella casa del patriarca di Aquileia. Negli anni 1535-36 ebbe per discepolo e protettore George de Selve, ambasciatore vescovo di Lavaur. Su proposta di questo, Francesco I offrì a E. L. la cattedra di ebraico all'Università di Parigi, ma egli rifiutò per non essere l'unico ebreo autoriz-
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zato a dimorare a Parigi. Rinuncib anche a cattedre che gli venivano offerte in istituti cattolici. Dopo un soggiorno all'estero, tornò per sempre a Venezia.
Da parte ebraica gli fu mosso il rimprovero di trasmettere il sapere ebraico a sacerdoti cristiani, i quali se ne sarebbero serviti a scopi cristologici.
Le opere di E. L. riguardano la grammatica, la masora, la lessicografia. Redasse in giudeo-tedesco il romanzo italiano Historia di Buono d'Ancona.
BinL.: B. Suler, s. v. in Euc. 7nd., X, coll. 888-93; U. Cassuto, Gli Ebrei a Firenze, Firenze 1918, pp. 261-294.
Eugenio Zolli
LEVITAZIONE. - Termine designante i fenomeni di sollevamento, di spostamento e di mantenimento in aria di oggetti pesanti, e più spesso del corpo umano senza appoggio visibile e senza un'azione fisica controllabile.
Molti casi sono rif.riti nella storia agiografica. Uno dei più importanti è quello di s. Giuseppe da Copertino (1603-63), nei cui processi di beatificazione sono citati più di 70 casi di rapimento corporale avvenuti nella sola città di Copertino o nei dintorni: fu visto volare dal mezzo della chiesa fino al pulpito per uno spazio di ca. 25 metri, trasportando alcune volte con sé anche il confessore ed altre persone. Il papa Urbano VIII fu testimone di una di queste I. e così pure il grande ammiraglio di Castiglia (nel 1645) e Giovanni Federico di Brunovick, (nel 1649) che sotto l'impressione di questo fatto e della santità del Servo di Dio abiurò l'olesia luterana. Altre 1. storicamente controllate sono quelle di s. Stefano d'Ungheria, s. Pietro d'Alcantara, s. Francesco Severin, s. Andrea Fournet, del ven. Francesco Suárez ed altri. Ira le l. d'oggetti la storia ecclesiastica ne riferisce parecchie di statue, immagini, crocifissi ecc. Tra quelle constatate con inchieste ufficiali è celebre il miracolo dell'ostensorio di Favernay, rimasto per quasi due giorni sospeso, durante un incendio della Chiesa (26-27 maggio 1608) ed il miracolo del S.mo Sacramento a Torino, che diede origine alla chiesa del Corpus Domini. A questo genere di l. si attribuisce anche il trasporto della S. Casa di Loreto.
Il fenomeno di l. è attestato inoltre nella tradizione buddhistica, maomettana, taoistica, ed in fatti medianici. Vi sono pure le pseudo-l. fisiologiche o patologiche, che propriamente non sono 1. ma illusioni dei pazienti. Né vanno confuse con la l. certe forme di sonnambulismo e d'isterismo acrobatico che mantengono gl'infermi in posizioni straordinarie e che sono una risaltante delle immagini della loro fantasia, che comandano impulsi ed atti di agilità eccezionali.
Tra le l. d'origine demoniaca, sono note quella riportata da Sulpizio Severo nella vita di s. Martino, di un ossesso visto dal Santo sollevato e fermo in aria, e quella dell'ossessa Francesca Fontaine, avvenuta a Louviers nel 1591, i cui atti sono conservati alla Biblioteca nazionale di Parigi (ms. 24/122 fondo francese).
Le scienze teologica, medica e metapsichica(v.) studiano i fenomeni di l. e la loro interpretazione. Le teorie odierne assegnano notevoli differenze tra le l. d'origine religiosa e non religiosa, e spiegano i fenomeni ora con un intervento angelico o divino, ora con quello diabolico, sia manifesto, sia larvato sotto apparenze spiritiche o metapsichiche; senza escludere attitudini mal conosciute dell'essere umano, il quale in determinate condizioni d'animo potrebbe modificare le qualità corporali, specialmente durante le grazie di unione mistica, estatica e non estatica.
BinL.: A. Farges, Les phénomènes mystiques distingués de leurs controlzcons homelins et diaboliques, Parigi 1920; O. Leroy, La lévitation, Ivi 1928; H. Bon, Medizina e religione, trad. it., Torino 1940, pp. 239-67. In particolare: P. E. Franciosi, Vita di s. Giuseppe da Copertino, Recanati 1925. Arnaldo M. Lona
LEVITI (ebr. lēvol, plur. lēvijjba; gr. left.operatorname{lévijj} ∫ ε η ςright., plur. - a.). - Nome professionale di addetti al culto ebraico in sottordine ai sacerdoti, appartenenti alla tribù di Levi (v.), che si distingueva nelle tre sottotribù di Gerson, Caath e Merari (v.).
Discendenti di Caath furono Mosè (v.) e Aronne
(v.), alla cui famiglia fu riservato il sacerdozio. Altre famiglie si distinsero ai tempi di David. Ne trattano specialmente i libri dei Numeri, Paralipomeni, Esdra e Neemia.
Nell'età mosaica, la storia della tribù comincia con l'adesione dei «figli di Levi» a Mosè, sceso dal monte, che protesta contro l'instaurazione del vitello d'oro, spezzando le tavole della legge; ebbero l'incarico di eseguire la decimazione punitiva tra le altre tribù (Ex. 32, 26-29). Questa fedeltà a Jahweh meritò loro l' onorifico privilegio di essere consacrati al culto divino.
Di qui anche l'elogio nella «benedizione di Mosè» (Deut. 33, 9), che però alcuni (F. Hummelauer, Comm. in Num., Parigi 1899, p. 168 sg.) riferiscono per ipotesi alla fedeltà che, sola tra tutte le tribù, Levi al completo avrebbe avuto verso Mosè all'epoca della generale defezione nel periodo di Cades.
L'accostamento che si fece un tempo di "Levi» a Io' e Io't, nome di sacerdoti e sacerdotesse del dio Wadd, in iscrizioni mince trovate a el-'Ulá nella regione madianitica, è senza base (cf. E. König, Geschichte der alt. Religion, Gütersloh 1923, p. 270, nota 2), data l'età recente dei testi stessi. Tanto meno merita attenzione l'ipotesi che la storia mosaica cominci da un santuario a sud della Palestina, ad es. a Cades (gödhet, "santuario "), ove un tal Mosè, sacerdote madianita, con altri colleghi - 1. -, avrebbe organizzato dei nomadi (gli Israeliti), divenendone capo.
All'olocausto offerto da Mosè nella ratifica del patto sinaitico fungevano con lui come rappresentanti del «popolo sacerdotale» dei giovani primogeniti (Ex. 24, 5), forse in aiuto ai sacerdoti, qui non nominati, ma pare già esistenti (Ex. 19, 22-24). A tali funzioni in seguito furono sostituiti (cf. Num. 3, 12-13; onde le prescrizioni relative ai « riscatto di cui in Num. 3, 40-51; cf. vv. 14-39) i membri della tribù levitica (Num. 2-3), che aveva già dato i sacerdoti con la famiglia di Aronne (Ex. 28-29; cf. Lev. 8-9) e a cui apparteneva Mosé stesso.
La «maledizione» del capotribù (Gen. 49, 5-7) fu scontata con lo zelo religioso e sostituita (così anche R. Kittel, Die Religion des Volkes Isr., Lipsia 1921, pp. 39, 44) con la riabilitazione mosaica (Deut. 33, 8-11). Il detto di Giacobbe è di importanza eccezionale per la indubbia autenticità (che prova quindi l'esistenza di Levi prima del sacerdozio) : in età di pieno prestigio levitico, ossia dopo Mosè, non avrebbe potuto essere fatto né tramandato. In Deut. 14, 29 i L. sono nominati con i forestieri, perché in quel punto si parla dei beneficiari delle decime : orfani, vedove, nullatenenti in genere. Nell'ipotesi che i L. fossero individui scelti da tutte le tribù non si spiega né il nome Levi, né il particolare legame con Simeone (Gen. 34; 49, 5). Non si può quindi affatto dire (W. O. E. Oesterley-E. H. Robinson, Hebrew Religion, Londra 1937, p. 164) che è incerto se "levita" fosse originariamente nomen gentis o nomen officii.
La loro iniziazione avvenne con riti (Ex. 29; cf. Ex. 40; Lev. 8-9; 21), che rimasero poi tradizionali, comprendenti specialmente l'imposizione delle mani (Num. 8, 6-15). Nel primo censimento risultarono in numero di 8580 (ibid. 4, 48). Ai tre gruppi, Gersoniti, Caathiti, Merariti, erano assegnate funzioni specializzate e posti particolari presso l'Arca in marcia e nell'accampamento (Ex. 5).
Il servizio cominciava dai 25 anni (Num. 8, 24), ma solo dai 30 comprendeva lavori pesanti, come il trasporto dell'Arca (ibid. 4, 3. 47), e durava fino al 50 . Non risulta che avessero allora vesti speciali. Non erano computati tra i combattenti (ibid. 2, 33).
Nella spartizione della Terra Promessa non ebbero una loro regione, ma delle città con un po' di pascolo, esattamente quarantotto (ibid. 35, 7), tra tutte le altre tribù (ibid. 35, 1-8; Jos. 21, 2 sg.); al loro sostentamento doveva provvedere tutto il popolo con parte della preda
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di guerra (Num. 31. 30) e con le decime (ibid. 18, 21-24; cf. Lev. 27, 30). In Deut. 12, 19; 14, 27, ecc. si fa esortazione al popolo di non lasciar mancare loro il necessario. I L. poi dovevano a loro volta una decima ai sacerdoti (Num. 18, 20-32; Neh. 10, 38-39). Di alcune incertezze nella primitiva organizzazione levitica e sacerdotale è eco nell'episodio di Iudc. 17, 7-12.
David nella generale riforma delle istituzioni religiose precisò anche le funzioni dei L., che nel frattempo erano molto cresciuti di numero: nel censimento che il re fece da vecchio i L. risultarono 30.000 (I Par. 23, 28-31).
Nel trasporto dell'Arca al padiglione davidico (ibid. 15, 2) i L., che attendevano pure alla musica, erano vestiti come il re di un "manto di bisso" (ibid. 15, 27). David organizzò i servizi delle varie sottotribù (ibid. 23, 6-23), sempre in subordinazione ai "figli di Aronne" (ibid. 28; cf. 27), abbassando l'entrata in servizio ai 20 anni (ibid. 27). Le funzioni furono precisate in molte maniere: particolare importanza, accanto ai L. in genere, ebbero i musici (ibid. 25) e i portinai (ibid. 26), ma vi furono molti altri uffici (ibid. 26, 20 sgg.). I musici, in numero di 288 (ibid. 25, 7; cf. 23, 5) erano delle famiglie di Asaph, Heman e Idithon, menzionati anche come autori di salmi (Ps. 50, 62, 73-83, 88; cf. 89). Al tempo dell'apostasia del nord i L. diedero nuovamente prova di fedeltà jathwistica, onde furono scacciati da Ieroboam (II Par. 11, 13-14; 13, 9; I Reg. 12, 31); i discendenti di alcuni sacerdoti, che in quell'occasione e nei decenni successivi si erano adattati all'idolatria, furono poi degradati a semplici L. (Ex. 44, 10-14; ibid. 48, 13 i trapiati sono detti semplicemente L.). Sotto i sovrani successivi i L. appaiono anche in altre funzioni: di maestri di religione al popolo (II Par. 17, 8), addetti alle collette (ibid. 24, 4-6), agli ammassi di viveri (ibid. 31, 12), ai restauri del tempio (ibid. 34, 12). Nel quadro religioso avvenire tracciato da Ezechiele, i L. sono fortemente richiamati alle loro funzioni in subordinazione ai sacerdoti (Ex. 44, 10-11). Nel contesto di Ezechiele si avverte un tono di rimprovero verso i L., in confronto ai sacerdoti della linea di Sadoc: accanto a questa osservazione sarà da mettere quella dell'esiguo numero di L. rimpatriati (ca. 350 : Esd. 2, 41-42; Neh. 7, 45, 56; cf. Esd. 8, 15-19) in confronto dei sacerdoti (ca. 4300 : Esd. 2, 36-39), più accesi di spirito jathwistico e nazionalistico (ma anch'essi, come i L., in buon numero colpevoli di aver contratto matrimonio misto: Esd. 9, 1; 10, 5. 23). I L. tornati in parte si stabilirono a Gerusalemme (cf. l'episodio di Neh. 13, 10-11. 30), in parte andarono sparsi in altre città (ibid. 7, 72). Rimasero essenzialmente divisi nelle classi «L., musici, portinai» (Esd. 5, 70; Neh. 7, 73; 12, 46) e impiegati in vari servizi minori (Neh. 11, 46), nell'istruzione (ibid. 8, 9), ecc.; collaborarono anche alla ricostruzione materiale della città (ibid. 3, 17). Nella figura di ministri del santuario in secondo ordine con privilegi antichi (ad es., esenzione dalle tasse: Fl. Giuseppe, Antiq. Iud., 12, 3, 3) e nuovi(p. es., l'uso dell'abito, di lino come i sacerdoti: ibid., 20, 9, 6-7), e occupati in vari impieghi (giudici : ibid., 4, 8, 14, ecc.) rimangono nelle epoche posteriori fino al Nuovo Testamento (Lc. 10, 32; Io. 1, 19; Act. 4, 36), con complicazioni varie nell'ordinamento giuridico e cerimoniale talmudico.
Nel giudaismo fu talvolta espressa l'attesa del Messia come di un sacerdote della tribù di Levi (Test. Levi, 18; Test. Indice, 25; Att. Meysis, 9, 1).
Bibl.: A. van Hoonscker, Le sacerdoce levitique dans la loi et l'histoire, Lovanio 1899; H. Grimme, Der rudarab. Levittimus u. sein Verhältnis zum Levii, in Israel, in Le Muslim, 37 (1924), pp. 169-99; R. Gray, Sacrifice in the Old Test., Londra 1925, pp. 241-55; A. Eberharter, Der israel. Levittimus, in Zeitschr. J. Fath. Theologie, 32 (1928), pp. 492-518; G. Felten, Storia dei tempi del Nuovo Testamento, II, Torino 1932, pp. 45 sgg., 403 sg.; E. Kalt, Archeologia biblica, trad. it., Torino 1942. v. indice.
Giovanni Rinaldi
LEVITICO. - Terzo libro del Pentateuco (v.), dai Giudei palestinesi denominato dalla parola iniziale coajíqrd'; dai Giudei alessandrini Azurozév, donde la Volgata Liber Leviticus, dal contenuto (cf.
Eusebio, Hist. eccl., IV, 26, 14 : PG 20, 396). A differenza della Genesi e dell'Esodo infatti il L. si compone, quasi per intero, di testi legislativi riguardanti il culto, codificati secondo un nesso logico.
Consta di 4 parti principali e di un'appendice. 1) Capp. 1-7: la "legge dei sacrifici " enumera i diversi sacrifici ( 1,1-6,7 ) e dà le prescrizioni circa l'offerta da parte del popolo e il compimento da parte dei sacerdoti (6,8-7,38). 2) La 2ᵃ parte è la sola sezione storica (8-10) : narra la consacrazione sacerdotale di Aronne e dei suoi figli; la loro entrata in funzione; la colpa e il scatigo dei figli Nadab e Abiu. 3) I capp. 11-15 trattano delle impurità legali e dei mezzi per ricuperare la santità perduta; il cap. 16 contiene la legislazione del gran giorno della espiazione. 4) La «legge della santità »: santità nella vita sociale (17-22); istituzioni religiose, feste, anno sabatico, giubileo (23-25); con la conclusione parenetica sulle benedizioni riservate da Jahweh si fedeli e sui castighi terribili che solpiranno i peccatori (cap. 26). Il cap. 27 serve d'appendice a tutto il libro, con prescrizioni sui voti, sulla loro commutazione, sulle decime.
Dalla destinazione speciale del L., tendente a fornire ai ministri del culto (Lev. 17, 2; 21, 2; 22, 2 ecc.) il codice dettagliato del loro stato, delle loro funzioni, si spiega come le prescrizioni di ordine morale che permeano, p. es., il Deuteronomio, si presentino qui sotto aspetto legale. Tuttavia, la santità anche rituale, inculcata insistentemente ai sacerdoti e al popolo, procede da un motivo altamente religioso, è tutta impregnata da idee soprannaturali ( 11,14 ; 21,23 ; 22,9.16 ); s'ispire alla santità stessa di Jahweh, che toglie a modello ( 19,2 ; 20, 8. 24. 26; 21, 8; 22, 32). Leggi e prescrizioni hanno per oggetto la salvaguardia di una vita veramente religiosa (cf. 18, 21; 19, 4.26 sgg .31 ; ecc.). Il cuore, come il culto di Israele, deve esser solo per il suo Dio (19, 4. 12. 24). E le prescrizioni morali completano e dimostrano tale elevatezza di sentimenti; cf. la proibizione e le severe sanzioni per i peccati contro natura ( 18,6-18.20 .22 mathrm{sgg}.; 19, 29; 20, 10-22); per le ingiustizie contro il prossimo ( 19,11 . 15 sg .35 sg .); doveri dei figli verso i genitori ( 19,3 ); doveri d'umanità verso i vecchi ( 19,32 ), verso gl'infermi (19,14); doveri di carità verso l'Israelita ( 19,17 sg.; cf. Mc. 12, 31) e verso lo straniero che dimora in Israele (Lev. 19, 32 sg.). La concezione wellhauseniana di una religione rituale, codificata nel L., in opposizione alla religione morale dei profeti (Deuteronomio), è uno dei tanti artifici di quel sistema.
La critica cattolica (v. pentateuco) sostiene la autenticità mosaica sostanziale del L., non escludendo che alcuni precetti abbiano subito aggiunte o modifiche. L'antichità della legge sui sacrifici (capp. 1-17) ha avuto dai testi di Rās Samrah, di qualche secolo anteriori a Mosè, insospettata conferma: i sacrifici elencati nel L. hanno esatta rispondenza, fin nel nome, in quelli degli antichi Fenici (R. Dussaud [v. bibl.], p. 110 sg.). Tra i manoscritti scoperti recentemente nel deserto di Giuda (1947) sono stati trovati, su strisce di cuoio, 4 frammenti del L. : 19, 31-34; 20, 20-23; 21, 14-22, 3; 22, 4-5; scritti nell'antica scrittura delle lettere di Lochio (sec. vi a. C.). Se essi devono risalire all'epoca vivente di tale scrittura (A. Neher), cioè per lo meno al sec. v-vi a. C., si avrebbe un'altra prova archeologica dell'antichità della legge di santità, già esistente in quel tempo in un testo esattamente eguale a quello in questione (R. Dussaud). Comunque, ed in attesa di una conclusione definitiva, non si può discendere per tali frammenti più giù del sec. Iv (R. de Vaux), quando era in uso ormai altro tipo di scrittura.
Vedi tav. LXXVIII.
BibL.: Commenti più recenti: *J. A. Hertz, Oxford 1933; B. Hubach, Monserrato 1934; W. J. de Wilde, Groningen 1937; A. Clamer, Parigi 1940; A. Vaccari, La S. Bibbia, I, Firenze 1943, pp. 272-340; *S. M. Lehrman, Hindboas 1947. Studi:
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(per cortria del p. Michels. Lorks S. J.)
Levoca - Piazza centrale con la chiesa di S. Giacomo e Palazzo comunale (sec. xiv).
G. v. Rad, Die Priesterschrift im Hexateuch, literarisch untersucht und theologisch zewertet, Stoccarda 1934; F. X. Kortleitner, Ono tompore Codex Sacerdotalis exstiterit?, Innsbruck 1935: R. Dussaud, Ilos Shamra (Ugarit) et l'Ancien Testament, Parigi 1936, pp. 109-13; F. Dornseiff, Antikes zum Alt. Test. 3. Lesstibon, Arithmol, in Zeitschr. für alttest. Wissenschaft, 14 (1937), pp. 127-36; A. Zanolli, Di una vetusta catena sul L. perduta in greco e conversata in armeno, Venezia 1938; W. J. de Wilde, Het offer "aangenuam om te verzoenen" (Lev. r-Lc. 2), in Nieous theologische studien, 22 (1939), pp. 192-99; E. Robertson, The Priestly Cade: the legislation of the Old Test. and GrafWellbauten, in Bull. of the Jahn Rylands library, 26 (1941-42), pp. 369-92; R. de Vaux, La cachette des manuscrits hébreux, in Rev. bibl., 56 (1949), p. 235; id., La grotte des manuscrits hébreux, ibid., pp. 597-602, tsv. xviri.
Francesco Spadafora
LEVOĆA. - Città della Slovacchia, fondata nel 1245 e centro d'una colonia tedesca. L'antico centro del comitato di Scepusio (Spiš), oggi rappresenta una città di interesse storico (mura ben conservate, case antiche, musei, bel palazzo comunale del 1615).
Per la storia dell'arte sacra importanti sono: 1) la chiesa parrocchiale di S. Giacomo del sec. xiv. Più della sua architettura gotica, sono preziosi gli altari in legno, specialmente il maggiore, del maestro Paolo da L. 2) La Chiesa già dei Minoriti, poi dei Gesuiti, del sec. xiv, di architettura gotica, ma con interno baroccheggiante del sec. xviri. Accanto si conserva l'antico convento gotico con preziosi alfreschi del sec. xv, scoperti recentemente. 3) Barocca è anche la chiesa dei Minoriti del 1715 .
Nella vita religiosa della Slovacchia L. ha importanza come luogo di grandi pellegrinaggi al santuario della Madonna sulla Montagna Mariana, dove nella grande chiesa neocgotica (del 1903-14) si venera una statua miracolosa della Madonna del sec. xv, di stile gotico. La più memorabile festività fu il 2 luglio 1947 quando, in presenza di 130.000 pellegrini il vescovo di Scepusio consacrò la sua diocesi al Cuore di Maria.
Bibl.: J. Špirko, Umelecké pamiathy na Spiti (I monumenti d'arte a Scepusio), Sp. Kapitula 1936, passim; J. Vencko, Z defta obolia splishtho hrado (Storia del castello di Scepusio e dei dintorni), Sp. Podhradie 1941, pp. 334-42; R. Jurik, Mariansha hora v Levoči (La montagna mariana a Levoča), Levoča 1948.
Michele Lacko
LÉVY-BRUHL, Lucien. - Filosofo e sociologo, n. a Parigi il io apr. 1857, m. ivi il 13 marzo 1939. Professore alla Sorbona dove successe a E. Boutroux, membro dell'Istituto, studioso di sociologia secondo il sistema di A. Comte, si avvicinò poi a quello della scuola sociologica fondata da E. Durkheim, di cui apprezzò la vasta documentazione etnologica, ma respinse il rigoroso schematismo che sacrificava l'elemento individuale a esclusivo beneficio di quello sociale.
Delle sue opere filosofiche la più notevole è: La morale et la science des moeurs (Parigi 1903). Tutti gli altri volumi, in numero di sei, sono diretti a investigare la mentalità dei primitivi nel loro modo (che egli, con vocabolo da lui stesso poi ripudiato, chiama "prelogica" in quanto indipendente dai nostri schemi logici) di intuire la realtà, modo che egli dice caratterizzato da una particolare "partecipazione" che il primitivo sente tra lui e il mondo che lo circonda e che determina il suo pensiero e la sua azione. A questa idea di partecipazione (pure escludendo, in seguito, che abbia valere di legge) egli è rimasto sempre fedele. Altre opere: Les fonctions mentales dans les sociétés inférieures (Parigi 1910, 2ᵃ ed., 1923) in cui analizza detta mentalità ed illustra il concetto di "partecipazione"; La mentalité primitive (ivi 1924) dedicato in particolare al concetto di causalità presso i primitivi; L'âme primitive (ivi 1927) che il primitivo concepirebbe come una forza «mistica» presente in tutti gli esseri; Le surnaturel et la nature dans la mentalité primitive (ivi 1931) sulla maniera nella quale il primitivo si raffigura il mondo soprannaturale; La mythologie primitive (ivi 1935) sulla verità particolare propria del mito e sulla sua conseguente capacità di far rivivere la realtà se rievocato o ripensato; L'expérience mystique et les symboles chez les primitifs (ivi 1938) che è il coronamento di tutta l'operosità di L.-B. in questo campo, con particolare riguardo alla funzione del simbolo. M. Leenhardet, ha pubblicato postumi i Carnets de L. L.-B. (Parigi 1949), dove questo probo studioso è venuto ripensando e appuntando, con un fervore intellettuale sempre vigile, la materia della sua opera.
L'opera di L. L.-B. è notevole per la copia del materiale utilizzato, che, dentro lo schema dei sei volumi citati, esamina tutti gli aspetti della vita e del pensiero dei primitivi. Essa rappresenta una mitigazione dell'esclusivismo sociologico della scuola del Durkheim alla quale rimane estranea l'attività mentale dell'individuo. Tuttavia l'idea di partecipazione mistico-magica, in base alla quale egli ricostruisce la mentalità del primitivo, finisce per ridurre a nulla il concetto di causalità normale. Perciò gli sono state mosse obbiezioni non solo da filosofi, ma anche dagli etnologi della scuola storico-culturale, i quali ultimi gli hanno pure rimproverato di utilizzare senza discriminazione fatti relativia gruppi etnici distanti e diversi fra loro, contro uno dei canoni fondamentali di detta scuola.
Bibl.: G. Van den Leeuw, La structure de la mentalité primitive, Parigi 1932; G. Schmidt, Manuale di storia comparata delle religioni, trad. it., Brescia 1934, p. 218 sg.; E. Caillet, Mysticisme et mentalité mystique, Parigi 1938; E. de Martino, Naturalismo e storicismo nell'etnologia, Bari 1941; A. Rivaud, Notice sur la vie et les travaux de M. L. L. B., Parigi 1950.
Nicola Turchi
LÉWI BEN
GÉRŠŌN: v. GERSONIDE.

(per cortria del p. Michele Lacko S. J.) Levoča - Madonna (sec. xv) venerata nel santuario della Montagna Mariana.
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LEX DEI : v. COLLATIO LEGUM MOSAICARUM ET ROMANARUM.
LEX ROMANA CANONICE COMPTA. Raccolta di testi canonici e romani, contenuta nel cod. Paris. 12448 S. X. E composta di decretali, canoni di concili, testi del Registrum di Gregorio I e del Commonitorium di questo Pontefice. I testi romani che ne fanno parte sono tratti dalle Istituzioni giustinianee, dal Codice e dall'Epitome Iuliani, con i più vecchi scoll a Giuliano.
Vi è riferita la sanctio pragmatico pro petitione Vigilii. Vi è pure una parte ricavata dal Capitulare italicum di Lotario dell'825. I testi romani allegati hanno la menzione della provenienza; per il Codice ricorre la dicitura: ex libro codicum. La raccolta è provvista di glosse. I capitoli trattano successivamente dei chierici ( 1-168 ), dei laici ( 169-308 ) e della disciplina penale in materia ecclesiastica ( 309-24 ). Il contenuto e lo scopo dell'opera sono rivelati dall'incipit della raccolta che dice: "Incipiunt cum sententiis suis Capitula Romanae legis ad canones pertinentia».
La patria della raccolta, avuto anche riguardo al contenuto, è ritenuta da molti Ravenna e l'epoca è da ascriversi al IX sec., anche per la relazione che ha con essa la Collectio Anselmo dicata; ma recentemente è stata emessa l'ipotesi che il luogo di redazione sia stato Pavia o comunque una città della Lombardia.
Bra.: M. Conrat, Geschichte der Quellen und Literatur des kanonischen Rechts im früberen Mittelalter, I, Lipsia 1891, pp. 210212; id., Die L. R. r. r., Amsterdam 1904; E. Besta, Fonti : legislazione e scienza giuridica, Milano 1923, pp. 176, 178, 363, 369; C. G. Mor, L. R. r. r. Testo di leggi romane canoniche del sec. IX, Pavia 1927; A. Van Hove, Prolegomena, 2° ed., MalinesRoma 1942, p. 230 . Antonio Rota
LEZIONARIO.-(Lectionarium, mathrm{o}= ius: da lectio, lettura). Era cosi chiamato il libro che conteneva i brani della S. Scrittura per uso liturgico. E termine generico suscettibile di un senso più o meno largo secondo la destinazione della raccolta e le diverse epoche della sua storia. Comunque, la fissazione ad indicare le letture tratte dalla Bibbia da farsi nella Messa è antica. Dalla forma primitiva di un semplice elenco di referenze scritturali (dette capita - da cui capitulare - o anche indicali) si giunse gradualmente ad una raccolta completa delle letture (lezioni, epistole, vangeli) trascritte per intero secondo l'ordine delle festività (secc. XI-XII).
In origine la lectio divina nelle sinassi liturgiche veniva fatta direttamente sul testo sacro, ininterrottamente (lectio continuo), seguendo l'ordine dei libri canonici, (cf. A. M. Olivar, Codices per ordinem ex integro legant. Regula monasteriorum, c. 48, in Archivos, Bibliotecas y Museos, Madrid, 55 [1949], pp. 313-22), secondo la disponibilità del tempo ("prout tempus firt", dice s. Giustino, Apol., I, cap. 67) o fino a quando chi presiedeva non faceva cenno di smettere. In un secondo tempo, per una orvia e naturale evoluzione, s'incominciò a fissare i libri o i tratti speciali di essi per particolari periodi o feste dell'anno ecclesiastico, come la Quaresima, il tempo di Passione, Pasqua, Pentecoste, l'Avvento, Natale, ecc. La scelta era motivata dalla opportunità di far leggere per l'occasione testi più appropriati. Questo sistema si riscontra già, sia in Oriente che in Occidente, nei sermoni dei Padri dei secc. IV-V: s. Ambrogio, s. Agostino, s. Leone Magno, s. Pier Crisologo, s. Massimo di Torino, s. Giovanni Crisostomo. Il costante ripetersi delle homiliae sugli stessi passi scritturali suppone che ogni volta, al ricadere della stessa festività, essi erano stati letti nella Messa.
Anche le citazioni subirono una evoluzione. Prima si limitarono a rimandare vagamente al libro e al capitolo; cosi nel più antico, quello di Capua (sec. vi), In Natale Domini, ad hebraeos principium epistolae, cioè Multiforiam... (Hebr. 1, 1); In Sexagesima, ad Timotheum I sub titulo

(da G. Mesta, Liber comicos, Morsdiana 125), Ies. I. 13
Lezionario - Incipit del Liber comicus - Parigi, Biblioteca nazionale. Nouv. Acquis., lat. 2171, f. 36 (sec. xI).
VIII, cioè Lectio in Sexagesima: Et manifeste magnum est pietatis sacramentum... quae munc est et futura (I Tim. 3,16-4,8). Altre volte il riferimento era più completo con l'indicazione del capitolo, versetti e incipit. Cosi nell'Epistolario di Schlettstadt (ca. sec. viII) : In Pascha, Act. 2,29-41: Viri fratres, liceat audenter dicere. Questo è il metodo più frequente. Ma si trovano i. che dànno anche maggiori precisazioni, cioè indicazione del libro, incipit e explicit, come il L. di Würzburg (sec. viII) : In Theophania, Lectio epistolae benti Pauli Apostoli ad Titum. Carissimi: apparuit, usq. cpen vitae aeternae in Christo fesu Domino nostro.
In un terzo tempo furono addirittura copiati per esteso (come nei L. di Toledo e di Luzeuil del sec. viI) i brani scelti, o epistole e lezioni del Vecchio Testamento (epistolaria), e vangeli (evangeliaria) separatamente o le une e gli altri riuniti nello stesso codice (lectioiaria propriamente detti). E in questo senso " plenario (la denominazione è del Tomasi, con evidente riferimento ai messali plonaria) che Agobardo (m. nel' 840 ), sembra, definisce il l. "liber lectionum ex divinis libris congrua ratione collectus" (De correct., Antiph., cap. 19: PL 104, 338). A questo punto l'evoluzione del l. è compiuta. Il vertice della sua formazione coincide con il tramonto. La molteplicità dei libri creatasi via via per compiere l'actio sacra (almeno tre, se non quattro, solo per la Messa: antiphonarium, lectionarium [evangeliarium] e sacramentarium o liber sacramentorum), appesantendo la struttura dell'istituto liturgico fece sentire più forte la necessità d'una semplificazione. Nacquero cosi i Miuulia plenaria (sec. xi), i quali segnarono la scomparsa di tutti i loro componenti, tra cui i 1 .
Secondo la natura delle lezioni, che conteneva, il 1. ebbe nomi diversi: capitulare ( 0= ium), lectionarium ( 0= ius), comes o liber comicus, comitis (come a dire vademecum sacerdotale, perché da principio non era un libro propriamente liturgico, ma serviva anche
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come lettura spirituale privata) sono termini usati indistintamente per raccolte promiscue (lezioni profetiche, epistole e vangeli); epistolarium ( mathrm{o}= ius) o epistolium, apostolus e apostolicus (chiaro accenno alla prevalenza delle lettere paoline) indicano più esattamente la raccolta delle lezioni profetiche del Vecchio Testamento e delle epistole, fatta dai lectores e poi dai suddiaconi; evangeliarium ( mathrm{o}= ius), breviarium ( 0= ius) evangeliorum, ecc. erano le raccolte delle pericopi evangeliche.
L'uso di leggere il Vangelo direttamente nel testo della S. Scrittura (la bibliotheca del medioevo), e non in una raccolta di brani promiscui, fu più tenace che per gli altri due generi di letture, come attestano i numerosi codici conservati. Ancora l'Ordo Romanus I della fine del sec. viI dice (n. 28) : "Lectio legenda est prout continetur in capitulari" (PL 78, 950-51), mentre l'epistola doveva essere stata letta in un l. designato dallo stesso Ordo (n. 3 : ibid., 938) con il nome tradizionale di apostolus. L'uso, del resto, dovette variare secondo le diverse chiese, le possibilità di avere libri appositi, la disponibilità, ecc. Oggi ancora le chiese meglio provviste e ordinate nella Messa solenne usano per il canto delle lezioni l'epistolario e l'evangeliario o un l. comprendente l'uno e l'altro.
Principali L. - 1. Per le Epistole. - I primi tentativi di raccolte scritturali sistematiche ad uso liturgico appaiono in Gallia nel sec. v. A Roma, la prima menzione di un l. si trova nell'inventario della chiesa di Cornutum (parrocchietta nell'agro di Tivoli) del 471. Ma è dubbio che si tratti d'un l. locale o d'una derivazione della Chiesa romana. Comunque, non resta che la notizia. Tutto il resto è pura congettura. Il documento più importante antecedente al sec. viI è il L. di Capua, composto, a quanto sembra, da Vittore, vescovo di quella città (m. nel 573), contenuto nel celebre codex Fuldensis del Nuovo Testamento. Le pericopi liturgiche sono segnate nel testo con segno convenzionale; poi l'elenco è ripetuto in margine per le singole epistole. Quanto a Roma, riveste particolare valore la notizia fornita da Giovanni Diacono, il quale afferma che proprio il l. sarebbe stato la base della riforma del Sacramentario gelasiano, compiuta da s. Gregorio (Vita S. Gregorii, 11, 17: PL 75, 94). Altri l. importanti sono l'Epistolario di Corbie (sec. IX) della Biblioteca di Petersburg, dipendente dal L. misto di Murbach (sec. viII), l'Epistolario di Schlettstadt (sec. viII), tipico rappresentante del rito gallicano, contenente anche le lezioni profetiche.
2. Per i Vangeli. - Uno dei più antichi indiculi è quello dell'Evangeliario di s. Cutberto, detto anche Book of Lindisfarne, perché trascritto in quella città da un esemplare della Chiesa di Napoli, portato in Inghilterra dopo la metà del sec. vit (edito da G. Morin, in Anecdota Maredsolana, I, Maredsous 1893, pp. 426-35). La lista delle pericopi contiene pochissime feste di santi, indizio manifesto che il codice dà l'ordinamento antecedente a s. Gregorio Magno. Forse si tratta di una lista gelasiana con aggiunte posteriori fatte a Napoli. Lo stesso capitulare ritorna nel Vangelo di s. Burcardo (sec. viI), che presenta aggiu