Anecdota Maredsolana, I, Maredsous 1893, pp. 426-35). La lista delle pericopi contiene pochissime feste di santi, indizio manifesto che il codice dà l'ordinamento antecedente a s. Gregorio Magno. Forse si tratta di una lista gelasiana con aggiunte posteriori fatte a Napoli. Lo stesso capitulare ritorna nel Vangelo di s. Burcardo (sec. viI), che presenta aggiunte certo romane. Altro indice interessante di pericopi ha l'Evangeliario di s. Genoveffa di Parigi, del sec. IX, ora al British Museum (Harley 2797).
3. Per le Epistole e i Vangeli. - Il sistema di ordinamento lezionale romano ha tre conpicui rappresentanti : il comes di Würzburg «il più antico l. della Chiesa romana" (Morin), che riflette lo stato della liturgia a Roma alla fine del sec. vi, il comes Alcuini (sec. viI-viII) e il comes dell'abbazia di Murbach (sec. viII). Per la Spagna il più antico documento è il Liber comicus di Toledo (sec. viI). La Gallia ha due importanti l.: il L. di Luxeuil (secc. vi-viI-viII), edito recentemente da F. Salmon (Roma 1944), e il Missale Gothicum, contemporaneo al precedente (edizione fototipica con introduzione critica di C. Mohlberg, Augusta 1929). L'ordinamento delle letture nell'antica liturgia ambrosiana è dato dal Sacra-
mentarium Bergomense del sec. x-xi (edito da Cagin, Solesmes 1900).
I 1. rivestono un particolare valore nella storia della liturgia. Anzitutto perché attraverso il sistema delle letture mostrano lo svolgimento e la graduale evoluzione dell'anno liturgico; poi perché dalla scelta delle lezioni si può conoscere esattamente il concetto primitivo di una data festività o mistero; concetto talora alterato o trasformato nel corso dei secoli. Infine i 1. sono importanti per la storia dei libri sacri, perché alle volte sono la fonte principale o unica di una lezione variante.
BibL.: Alle voci Epistolario (v.) ed Evangeliano (v.) è stata indicata la bibliografia relativa, che, per la parte generale, vale anche per 1. Si veda inoltre: J. Baudot, Les lectionnaires, Parigi 1907; H. Leclercq, A. v. in D.ACL. VIII, coll. 2270-2306; L. Eisenhofer, Handbuch der hath. Liturgik, Friburgo in Br. 1932, pp. 80-86. Annibale Bugnini
L'HOSPITAL, Michel de. - Uomo di Stato, n. nel castello La Roche presso Aigueperse nel 1503, m. nel castello di Bellévat presso Etamps il 13 marzo 1573. Studiò diritto a Padova; ritornato in Francia (1533), entrò nell'ordine degli avvocati a Parigi. Nel 1547 fu mandato dal cancelliere Olivier al Concilio di Trento quale inviato del re Enrico II.
Oltre a varie altre cariche, fu promosso dal Re a sopraintendente delle finanze ed il 6 febbr. 1554 a primo presidente della Corte dei conti. Divenuto nel 1560 cancelliere del re Carlo IX, si fece tra l'altro propugnatore della libertà di coscienza, promosse la pubblicazione nel 1562 del decreto di tolleranza in favore degli ugonotti ed impedi la promulgazione dei decreti del Concilio di Trento.
E difficile precisare la linea personale di governo e di idee direttive di M. de l'H. Comunemente negli storici francesi passa per un personaggio leggendario, incarnazione del buon senso, della saggezza politica, della tolleranza reciproca; ma forse è più esatto dire che fu un interprete abile e prudente della politica de bascule di Caterina de' Medici, mettendo, come essa, in primo piano nelle sue azioni l'interesse di Stato. Sceri la Regina nei suoi progetti intesi a neutralizzare a profitto del potere monarchico i due partiti in lotta tra loro : gli ugonotti ed i cattolici. Tale si mostrò nella convocazione degli Stati Generali ad Orléans (dic. 1560), che portarono alla proclamazione della reggenza di Caterina, nell'ordinanza detta di Orléans (1561), saggio piano di riforme, ma unilaterale nel piano ecclesiastico e nell'inutile conferenza di Paisey (ag. 1561) tra teologi cattolici e protestanti. Si rifiutò di far inserire nel bollario la sentenza di scomunica di papa Paolo IV contro la regina di Navarra. A poco a poco perdette la fiducia di Caterina de' Medici.
Dal 1568, dopo la terza guerra civile, gli venne tolta l'amministrazione del suo ufficio ed il 6 febbr. 1573 ne fu dimesso. Nonostante quanto si è detto della sua condotta qualche volta ostile a Roma, rimase sempre cattolico, sebbene la sua famiglia passasse al protestantesimo.
BibL.: Opere : Oeuvres de M. de l'H., 5 vol., Parigi 1824-25. Studi: A. Taillandier, s. v. in Nouvelle biographie générale, XXXI, coll. 86-90; A. Scitte, Un apôtre de la tolérance, Montautun 1891; C. F. Atkinson, M. de l'H., Londra 1900; K. Abermissen, s. v. in LThK. VI, col. 240; G. Bourgin, s. v. in Enc. Ital., XXI, p. 27 (con bibl.); A. Fliche-V. Martin, Histoire de l'Eglise, XVII, Parigi 1948, p. 406 sgg.; A. Buisson, M. de l'H. (1503-13), ivi 1950. Jaroslav Skarvada
LIA (ebr. Lé' dh, gr. λ ε i x ). - Figlia di Laban e sorella maggiore di Rachele (v.). Fu data dal padre in sposa a Giacobbe, in sostituzione di Rachele, che era la prescelta e per la quale egli aveva prestato servizio per sette anni, con il pretesto che non era usanza nel paese maritare la sorella minore prima della maggiore (Gen. 29, 22-26). Giacobbe l'accettò ma ottenne dopo una settimana anche la mano di Rachele, per la licenza allora vigente (poi abolita dalla legge mosaica, cf. Lev. 18, 18), di sposare la sorella della prima moglie.
Meno leggiadra di Rachele e difettosa negli occhi (è difficile precisare il difetto: secondo la Volgata aveva
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(1ot. Alinari)
Lia - L. raffigurante la - Vita attiva, statua su modello di Michelangelo - Roma, tomba di Giulio II in S. Pietro in Vincoli.
gli occhi «cisposi», secondo i Settanta una debolezza di vista), L. non godé mai da parte del marito lo stesso affetto e gli stessi riguardi usati per la sorella, come può rilevarsi anche dal fatto che al momento critico dell'incontro con Esaù, Giacobbe lasciò in posto di minor pericolo Rachele con suo figlio Giuseppe, e avanti ad essa, in luogo più esposto, L. con i suoi figli. Tuttavia il Signore la favorì più della sorella, concedendole numerosa prole prima che quella potesse avere un solo figlio. I suoi primi figli furono Ruben, Simeon, Levi e Giuda (Gen. 29, 32-33) : i nomi ad essi imposti attestano la sua pietà e gratitudine verso il Signore. Quindi, come già Rachele aveva fatto con la sua schiava Bala, diede al marito quale concubina o moglie di secondo grado la sua serva Zelpha, che procreò due figli, Gad ed Aser, i quali secondo il diritto vigente erano legalmente attribuiti alla padrona. Essa stessa partorì più tardi altri due figli, Issachar e Zabulon, e una figlia di nome Dina. Alla discendenza di L. furono riservate le prerogative più onorifiche nel popolo d'Israele: alla tribù di Giuda la dignità regia e lo scettro messianico (cf. Gen. 49, 8-12), e alla tribù di Levi l'onore della stirpe sacerdotale. Non sono menzionati né il luogo né la data della sua morte; questa avvenne prima dell'entrata degli Israeliti in Egitto, poiché il suo nome non figura nella lista degli emigranti. Fu seppellita da Giacobbe nel sepolcro dei patriarchi in Hebron (Gen. 49, 31).
Dante ha ravvisato in L. il simbolo della vita attiva (cf. s. Tommaso, Summ. Theol., 2ᵃ-2^{mathrm{ar}}, q. 179, art. 2), rappresentandola nel Paradiso terrestre come «una donna soletta, che si gia - cantando, e discegliendo fior da fiora" (Purg., xxviI, 97-108; xxviII, 37-84). Gaetano Brano
LIBANIO. - Retore pagano, n. ad Antiochia di Siria nel 314 d. C., m. ivi nel 393. Studiò in Atene presso il retore africano Diofanto, avendo condiscepoli s. Basilio e s. Gregorio Nazianzeno, con i quali conservò relazioni amichevoli, pur essendo rimasto decisamente pagano. Tenne scuola a Costantinopoli con molto successo, tanto che la gelosia e l'invidia
dei colleghi lo obbligarono a partirsene. Insegnò allora a Nicomedia in Bitinia, e conobbe là il futuro imperatore Giuliano. Trasferì poi il suo insegnamento in patria (354), ed ivi rimase sino alla morte, ascoltato sempre con ammirazione.
Il periodo più luminoso della sua vita fu quello in cui l'imperatore Giuliano si trattenne, per quasi un biennio, ad Antiochia, e gli diede grandi prove di stima e di affetto. E i voti più ardenti di L. sembravano in quel breve periodo compiersi per l'opera di Giuliano, datosi alla restaurazione della religione pagana. L'inattesa morte in battaglia del giovane Imperatore lo colmò di dolore, e quasi lo indusse al suicidio. Per la fama della sua dottrina e per la sua mite urbanità anche i cristiani gli usarono riguardi; il condiscepolo Gregorio Nazianzeno lo salutava principe degli oratori, Giovanni Crisostomo gli fu devoto allievo; la sua voce era ascoltata anche da alti magistrati romani e dallo stesso imperatore Teodosio. A questi chiese, ad es., di voler frenare il furore di alcuni fanatici cristiani che distruggevano nobili edifici e belle sculture di arte pagana, e di conceder grazia ai suoi concittadini, facili sempre ad irrequietezze e riorosità.
Scrittore fecondissimo, e per l'ammirazione dei Bizantini in buona parte conservato, restano di lui orazioni (Ać́ya), declamazioni (Nà̇̇è̀̇̀̀), esercitazioni ( π ε σ- γ μ μ ν dot{σ} σ μ α τ α ), studi su Demostene e 1544 lettere. Tutte le preoccupazioni sono naturalmente per la forma, pedantescamente ligia ad esempi di oratori attici. Qualche momento felice in mezzo a tanta agghindata ruotaggine si può cogliere nell'orazione per la morte di Giuliano, e nel panegirico per la sua Antiochia.
Bibl.: Le opere furono pubblicate da R. Förster (II voll., Lipsia 1903-22; E. Richsteig ne pubblicò gli indici, ivı 1923). Studi: G. R. Sievers, Das Leben des Libanins, Berlino 1868; J. Misson, Recherches sur le paganisme de Libanins, Lovanio 1914; Foerster-Münschen, s. v. in Pauly-Wissowa, XII, coll., 2485-2531; A. e M. Croiset, Histoire de la littérature grecque, V, Parigi (1938), pp. 887-84; P. De Labriolle, La réaction païenne, ivi 1941, pp. 428-33.
Roberto Paribeni
LIBANO. - Stato proclamatosi indipendente il 26 nov. 1941 e abbracciante la parte sud-occidentale della Siria. Prende nome dal massiccio omonimo, che tutto vi è compreso.
I. Storia civile. - Come Stato politico unitario, il L. esiste soltanto dal 1920 . Se si eccettuino dunque gli ultimi 30 anni, la sua storia deve intendersi proiettando a ritroso nei millenni i limiti, almeno approssimativi, di un'entità recente; si isolano così le vicende di una regione che, unita al presente, non agevolmente può considerarsi tale al passato.
Se si esamina infatti l'aspetto geografico, difficilmente il L. può dissociarsi dal rimanente della striscia montuosa che separa il deserto arabo dal Mediterraneo; e ciò sebbene i fiumi che tagliano traversalmente la catena di monti, incassandosi tra le rocce, costituiscano linee divisorie minori. Né dal punto di vista etnico e religioso potrà certo parlarsi nel L. di unità : pure, per un singolare paradosso, proprio la svariatissima gamma delle comunità et-nico-religiose attestate nella regione dà ad essa una tipica individualità.
La condizione della terra - montagne impervie in doppia catena (Libano e Antilibano) declinanti verso la costa, rotte in frazioni da valli e torrenti si riflette storicamente in due caratteristiche essenziali : la relativa autonomia degli abitanti, sotto qualsiasi governo; il rifugiarvisi e l'individuarvisi progressivamente di minoranze di ogni genere e di ogni provenienza.
Se dunque è legittima la trattazione di una storia del L., il suo carattere tipico vuole che essa si svolga facendo costante riferimento a regioni più decisamente individuate in sede storica, e nelle cui vicende
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quelle libanesi possono agevolmente inquadrarsi: la Fenicia (v.) prima e la Siria (v.) poi. E soprattutto la storia di quest'ultima che deve considerarsi quale filo conduttore. E, d'altronde, si devranno anche seguire parallelamente gli eventi delle singole città e delle comunità etnico-religiose (v. le voci relative), la cui somma costituisce in ultima analisi la storia stessa del L.
1. Storia preislamica. - La storia più antica del L. è determinata dall'interesse delle grandi potenze circostanti alla ricchezza in legname delle sue foreste, poi progressivamente assottigliatesi. Sul commercio di questo materiale da costruzione, che si svolgeva attraverso le città costiere della Fenicia, esecritarono la supremazia fin dal III millennio a. C. gli Egiziani, e la continuarono fin ca. al sec. xili a. C., solo interrotta dal periodo degli Hyksos (v.; ca. 1750-1580). L'invasione dei cosiddetti "popoli del mare" portò poi un periodo di equilibrio instabile, in cui le città costiere assunsero maggiore autonomia. Tra esse primeggiò fin ca. il 1000 Sidone, poi Tiro. Nel sec. viit la regione fu conquistata dagli Assiri e passò successivamente sotto i Babilonesi, i Persiani, Alessandro Magno, i Tolomei, i Seleucidi, e finalmente i Romani, che nel 64 a. C. la inclusero nella provincia di Siria. Da allora la storia della Fenicia perde ogni autonomia e le vicende del L. meglio s'inquadrano in quelle siriane.
2. Storia islamica. - La conquista araba, iniziatasi nel 634 d. C., non si estese subito alla montagna, che rimase, come in passato, in stato di parziale autonomia. Poi, con il califfato umajjade ( 66 mathrm{r}-750 ), la penetrazione araba si accentuò, incontrando però viva resistenza. Nella regione, impervia e ben difendibile, cominciarono ad affluire minoranze etniche e religiose, che poi rimarranno fino all'epoca attuale: da parte cristiana i maroniti, la comunita più importante e numerosa, e solo più tardi gruppi melkiti, armeni, siri, caldei, latini (tra i cattolici); "ortodossi ", armeni, protestanti, giocobiti (tra i non cattolici); da parte musulmana, accanto ai sunniti, drusi, muṣsjri, mutawâll; infine piccoli gruppi curdi ed ebraici. A questo poliedrico frazionamento si aggiunga la tradizionale divisione degli Arabi in tribù del nord
(qajsiti) e del sud (jemeniti), fortemente sentita anche in questa regione.
Le varie comunità si organizzarono feudalmente, sotto piccole dinastie locali, le quali dipendevano a loro volta, più formalmente che di fatto, dai dominatori che si avvicendarono nel paese: dopo lo smembramento del califfato, i principali furono i Fátimidi, i Selğûqidi, gli Ajjûbidi, i Crociati, i Mamelucchi, ed infine gli Ottomani (dal 1516). Verso questi dominatori, e spesso tra diversi contemporaneamente, i capi libanesi locali manovravano con astuzia e doppiezza, cercando di mantenere il più possibile la loro autonomia di fatto.
Tra le suddette dinastie, va segnalata quella degli "emiri di Garb", appartenenti alla tribù araba di Tanûb, che costituirono verso la fine del sec. IX un principato intorno a Beirut. Nel 1505 una rivolta delle sètte musulmane fu soffocata dai Mamelucchi nel L. centrale; ne approfittarono i maroniti per diffondersi in quella regione. Alla fine del sec. xVI alla dinastia dei Tanûb subentrò quella di Banû Ma'n, drusi; il massimo rappresentante di essa fu il famoso Fabr ad-dîn II (Faccardino: 15851635), autore del primo grande tentativo di creare nel L. uno Stato indipendente, con una politica di ampio
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(per cortesia di P. Ortiz)
Libano - Nostra Signora del L. Harissa.
respiro e di intelligente cooperazione con gli Stati d'Europa. Ai Banú Ma'n succedetteronel 1679 gli Sihāb, musulmani sunniti. Come i loro predecessori, anch'essi si appoggiarono ai maroniti, favorendone l'immigrazione nel sud. Il più importante emiro degli Sihāb fu Bešir II (1788-1840), che ritentò di unificare sotto di sé il L.; la temporanea occupazione egiziana (1831-40), da lui favorita, gli fu fatale. Alla sua caduta, la Porta assunse il controllo diretto del L., dividendolo in due ga'immuqāndi, uno druso ed uno maronita. I dissensi interni, acuiti dagli Ottomani, sboccarono nei massacri dei maroniti nel 1860: le potenze europee intervennero allora e truppe francesi sbarcarono nel L.; la Porta dovette concedere alla regione l'autonomia amministrativa, sotto un governatore cristiano approvato dalle potenze europee.
Nel 1914, allo scoppio della prima guerra mondiale, gli Ottomani soppressero unilateralmente l'autonomia libanese. Le truppe francesi e inglesi liberarono però nel 1918 la regione.
3. Il nuovo Stato libanese. - Nel 1920 fu costituito lo Stato del « Grande L. », includente la regione costiera dalla foce del Nahr al-Kabīr fino a Rās an-Naqūrah, con le città di Tripoli, Beirut, Ṣajdā, Tiro, ed all'interno la zona montagnosa del L. e parte dell'Anti-L., con l'intermedia striscia pianeggiante dell'al-Biqā'. Su questo Stato la Società delle Nazioni confermò ufficialmente il mandato alla Francia nel 1922. Nel 1926 fu promulgata la Costituzione del nuovo Stato: esso si erigeva a repubblica, con un presidente in carica per 3 anni e dopo un uguale intervallo di tempo rieleggibile, una Camera eletta a suffragio universale diretto per 4 anni ed un Senato in parte elettivo ed in parte di nomina presidenziale per 6 anni. Erano previsti esplicitamente i diritti della potenza mandataria. Tale Costituzione subì successivamente molte vicissitudini: fu sospesa a due riprese (1932-36 e 1939-43) e spesso modificata, fino a portare a 6 anni la durata in carica del presidente, a renderlo rieleggibile, ad abolire il Senato trasportando alla Camera, il numero dei cui membri fu a più riprese aumentato, i deputati di nomina presidenziale. Dal 1926 al 1933 fu presidente un greco ortodosso, Charles Debbās, mentre il capo del governo era maronita (varie persone). Poi la presidenza passò ai maroniti e la direzione del governo ai musulmani sunniti. Questa situazione dura fino ai nostri giorni.
Nel 1936 la tendenza alla completa autonomia sboccò nel Trattato con la Francia, che prevedeva entro 3 anni la fine del mandato con l'ingresso del L. nella Società delle Nazioni (lo stesso avveniva per la Siria). Tuttavia il Trattato non fu ratificato da parte francese e non entrò mai in vigore; del resto, nel 1939 scoppiava la seconda guerra mondiale. Prima sotto un alto commissario del governo di Vichy, nel 1941 il L. fu occupato dalle forze degaulliste e britanniche; il generale Catroux proclamò in quell'occasione solennemente l'indipendenza del L. (e della Siria). Quando però, nel 1943, la camera libanese abolì i diritti mandatari, il delegato generale francese Helleu ordinò l'arresto del presidente e dei membri del governo. Tumulti scoppiarono in tutto il L.; il generale Catroux, inviato urgentemente, dispose l'immediato rilascio degli arrestati. Nel 1945 si compirono due eventi importanti per il L.: la sua adesione alla Lega dei paesi arabi e l'accordo anglo-francese per l'evacuazione del Levante. In base a questo accordo le forze francesi evacuarono il L. entro il 31 ag. 1946. L'indipendenza effettiva era così raggiunta.
Tra gli avvenimenti più recenti sono da ricordare : l'ostilità libanese al progetto per la « Grande Siria », che assorbirebbe il L. in un più ampio Stato arabo; la rielezione a presidente il 27 maggio 1948 del maronita Bišārah al-Hūri, già in carica dal 1943; la guerra contro lo Stato d'Israele e l'armistizio firmato il 13 marzo 1949.
Bibl.: Oltre quella delle voci a cui si rinvia nel testo: H. Lamnens, La Syrie. Précis historique, a voll., Beirut 1921, passim; A. H. Hourani, Syria and Lebanon. A political essay, Oxford 1946; P. Randot, Les institutions politiques du Liban. Des communautés traditionnelles à l'Etat moderne, Parigi 1947 (con bibl.). Cronache e documentazioni periodiche nelle riviste : Oriente moderno (Roma) e Cahiers de l'Orient contemporain (Parigi).
Sabatino Moscosi
II. Condizione giuridica della chiesa. - Il L. è stato lungo la storia il rifugio dei cristiani. I primi a rifugiarvisi furono i maroniti (v.), che ivi si svilupparono in un popolo importante. Nel sec. xvin vi cercarono invece riparo dalle persecuzioni dei loro avversari i patriarchi cattolici degli Armeni, dei Melkiti e dei Siri. Tuttora vi risiedono tre patriarchi cattolici: il maronita a Bekorki, l'armeno e il siro a Beirut, e uno dissidente, armeno, a Anṭelias presso Beirut.
La popolazione, secondo le statistiche più recenti, è di 1.241 .598 e si distribuisce come segue: cristiani

(per cortesia di P. Ortiz)
Libano - Gazir sotto la neve.
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ORDINAZIONE DEI LETTORI.
Pontificale di Landolfo I di Benevento (957-84) - Roma, Biblioteca Casanatense 724 B. I. 13.
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(per cortesia del sca. G. Treccani)
INCIPIT DEL LEVITICO. Bibbia di Borso d'Este (eseguita tra il 1455 e il 1467 da Taddeo Crivelli e collaboratori) - Modena, Biblioteca Estense, vol. I, f. 44ʳ.
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672.888 , non cristiani 568.710 . Fra i cristiani, la grande maggioranza è costituita dal cattolici che sono 445.379 , di cui 355.182 maroniti, 65.860 melkiti, 13.310 armeni, 6420 siti (e pochi caldei), 4607 latini. Tra i non cattolici ia comunità più numerosa è costituita dagli "ortodossi", 133.130: seguono gli Armeni con 59.120 , i protestanti con 25.954 e i giacobiti o siri monofisiti con 9305 . Tutti i cristiani non cattolici sono 227.509 . I musulmani sono 555.827 , di cui 252.240 sunniti, 224.388 äl'iti e 79.219 drusi. Vi sono ancora 6677 ebrei e 6226 di altre religioni.
Come si vede, nel L. vi è un groviglio di varie comunità religiose e la grande difficoltà è quella di formare di tutte queste un unico popolo, difficoltà tanto più grave in quanto dette comunita non sono soltanto confessioni differenti ma altrettanti gruppi sociali con diverso passato e molti contrasti storici. La più grave è l'antitesi fra cristiani e musulmani, che non è soltanto religiosa ma anche sociale, essendo i musulmani i discendenti dei conquistatori di una volta e i cristiani quelli dei vinti. Cristiani e musulmani hanno si combattuto insieme per l'indipendenza, ma tuttavia la mutua diffidenza non è del tutto scomparsa (v. anche BEIRUT; MARONITI).
BibL.: G. de Vries, Cattolicismo e problemi religiosi nel prossimo Oriente, Roma 1944. pp. 7-24. Guglielmo de Vries
Nel L., come negli altri Stati ove vige il regime dello statuto personale, la condizione giuridica delle comunità teligiose poggia su tale statuto. Ciò è particolarmente evidente nella composizione del Parlamento, ove i seggi sono ripartiti per confessione religiosa, in proporzione dell'entità numerica di ciascuna comunità, con l'intento di assicurare così, nel modo migliore, gli interessi di tutti i culti.
Questa particolare struttura confessionale del L. determina nel paese un equilibrio di forze ed un'atmosfera di tolleranza, che rende possibile la convivenza sullo stesso territorio di gruppi tanto diversi etnicamente e religiosamente. Non sono mancate, però, e non mancano apprensioni per la maggioranza cristiana. I gruppi musulmani, infatti, tendono ad avere la maggioranza ed il predominio politico nella nazione, e trovano un elemento favorevole a questo loro proposito nel movimento migratorio dei cristiani. Gli emigrati libanesi sono quasi altrettanti di quelli rimasti in patria, e nella grande maggioranza sono cattolici. Se si considera poi anche il fattore demografico, pur esso favorevole ai musulmani, si comprende la gravità del pericolo. Per questo motivo le comunità cristiane hanno accolto con particolare gradimento la decisione presa dal governo nel 1949 di riconoscere la nazionalità ai 168.000 emigrati, che hanno optato, ai sensi del Trattato di Losanna del 24 giugno 1923, per la cittadinanza libanese. L' 80 \% di tali emigrati è cristiano, e di esso il 50 \% è cattolico.
La Chiesa gode ampia libertà d'azione, e l'esercizio del culto, l'educazione della gioventù nelle scuole confessionali, la formazione del clero, l'amministrazione dei beni ecclesiastici si svolgono regolarmente e liberamente.
Nel settore scolastico non sono mancati alla gerarchia cattolica libanese motivi di apprensione. Infatti il decreto n. 7000 del 1° ott. 1946 , in contrasto con la Costituzione, che garantisce la libertà d'insegnamento senza speciali restrizioni(parte 1^{text {a }}, cap. 2, art. 10), sottoponeva ogni scuola ad uno stretto controllo e faceva dipendere l'apertura delle scuole da formalità interminabili.
I vescovi libanesi presero subito un atteggiamento contrario al decreto, ed i loro sforzi furono coronati da successo, giacché il 23 marzo 1950 fu emanato dal Ministero della pubblica istruzione un decreto, il quale emendava il precedente e rappresentava nei suoi confronti un netto vantaggio, soprattutto se si tiene conto della difficoltà particolare che offre in materia la composizione confessionale del L.
I rapporti tra il L. e la S. Sede sono cordiali. In data 8 apr. 1946 ci fu uno scambio di note tra il governo libanese e la S. Sede, con cui il primo chiedeva il riconoscimento ufficiale dell'indipendenza e lo stabilimento di relazioni diplomatiche, ed offriva assicurazioni e garanzie circa la piena libertà dei cattolici; la seconda prendeva atto delle assicurazioni e riconosceva l'indipendenza del L. Il 17 marzo 1947 il primo ministro plenipotenziario della Repubblica del L. presso la S. Sede presentava al S. Padre le Lettere credenziali, e nel giugno successivo giungeva a Beirut il primo nunzio apostolico.
## I. Il. L. nella S. Scrittura (ebr. Lëbhänön; accadico Labnänu). - Catena montuosa fra la Siria interna e la Cilicia. Al nord termina con il Nahr elKebîr, al sud con il Nahr el-Litänî (il fiume Leonte degli antichi). La catena si allarga sempre più dal sud al nord e segue la direzione sud-sud

(per cortesia di P. Ortiz)
Libano - Casa Madre dell'Ordine degli Suwairiti (1710) - Monastero melchita di S. Giovanni.
Ovest verso nord-nord est, raggiungendo una lunghezza di ca. 170 km . L'altezza maggiore si ha nella settentrionale con le punte del Dahr ed-Dubäb ( 3066 m.), Gebel Makmal ( 3126 m.) e Dahr elKotib ( 3063 m .); nella zona meridionale l'altezza media è inferiore (Gebel el-Barūk, 2200 m .). La vallata di el-Beqā' separa il L. dall'antilibano (ebraico Sēnīr), che costituisce una catena quasi parallela ad est. La vetta più alta di questa catena è il Grande Hermon ( 2760 m .).
Nella Bibbia si menziona spesso il L. come confine settentrionale della Palestina (cf. Deut. 11, 24; Ios. 1, 4) e come un monte altissimo (cf. Is. 10, 34; Ier. 22, 6.20; Or. 14,6), sempre coperto di neve (Ier. 18, 14); ma anche più sovente si ricorda la sua vegetazione, di cui adesso restano solo tracce. Fra i vari legni pregiati, il cedro (v.) del L. ha una parte notevolissima sia nei
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testi poetici (cf. Judc. 9, 15; Is. 2, 13; 60, 13; Ier. 22, 23; Ez. 17, 3; 27, 5; 31,3; Zach. 11, 1; Ps. 28, 5; 91, 13, ecc.) sia in quelli storici (cf. I Reg. 5,6 sgg.; II Par. 2,3 sgg.). Già gli Egiziani sfruttarono i famosi legni del L., che venivano a prelevare dal porto di Biblos. Gli Assiri continuarono la spoliazione, cosa che fecero anche gli Israeliti, come risulta dal noto racconto sulle costruzioni del re Salomone (cf. I Reg. 5,6 sgg.). Oltre al cedro ed a varie specie di conifere (Is. 60. 13), la Bibbia ricorda anche il vino del L. (cf. Os. 14, 8), mentre poeticamente si parla con ammirazione degli effluvi odorosi (cf. Cant. 4, 11, testo ebraico) di tanti alberi (Is. 35, 2).
Bibl.: A. Legendre, Libon, in DB. IV, coll. 227-34; Honigman, Libanos, in Pauly-Wissowa, XIII, coll. 1-11; F.-M. Abel, Géographie de la Palestine, I, Parigi 1933, pp. 340-47.
Angelo Penna
## LIBELLATICI : v. LAPSI.
LIBELLO. - E l'atto scritto di parte con il quale si propone al giudice competente l'oggetto della lite che si intende instaurare. L'origine del 1., quale mezzo per introdurre un processo, è antichissima.
La forma scritta fu dal sec. v di uso costante per l'introduzione delle cause anche dinanzi si tribunali imperiali.
Que ta consuetudine fu poi codificata, tanto che nelle Decretali di Gregorio IX vi è un titolo apposito De libelli oblatione (t. III, f. II). Si può dire che la presentazione del 1. era sostanziale agli effetti del successivo svolgersi di una causa, tanto che non esisteva giudizio senza l. Eccezione alla regola furono le cause sommarie, per le quali si poteva proporre oralmente la domanda, che però veniva successivamente redatta in scritto dal notaio (c. II, V, in il Clem.). Il CIC, nel titolo VI, cap. I, libro IV, De libello litis introductorio, non fa che confermare l'uso invalso nel diritto delle Decretali, ammettendo due sole eccezioni alla proposizione scritta della domanda; la prima è il caso di chi non sappia scrivere, la seconda riprende l'uso, a cui si è accennato sopra, di poter proporre oralmente la domanda nelle cause di minore importanza e di più facile soluzione ed investigazione. Anche in questi casi, però, il notaio deve redigere un atto scritto che, confermato e sottoscritto dalla parte, fa le veci del 1 .
Che il l. sia assolutamente necessario lo dice lo stesso CIC nel can. 1706 : "Q. allora una persona voglia convenire in giudizio un'altra persona deve esibire al giudice competente un l. in cui si dice l'oggetto della controversia e si richieda il ministero del giudice».
Nel can. 1708 è indicato quale deve essere il contenuto del 1. Due celebri versetti, da citare a titolo di curiosità, esprimono ciò che deve riportare il l.: "Quis, quid, coram quo, quo iure petatur et a quo - recte compositus quisque libellus habet". Il 1. deve quindi indicare il giudice, cioè il tribunale competente a conoscere e giudicare della controversia; l'oggetto della controversia medesima, sia immediato, p. es., condanna, dichiarazione di un diritto, che mediato; le persone, sia fisiche che morali, occorrendo sempre eliminare ogni incertezza sull'identità di chi chiede e di colui a cui si chiede; il diritto su cui la domanda si fonda. Inoltre, requisito essenziale è la sottoscrizione dell'attore o del suo procuratore. Questo per quel che riguarda il contenuto sostanziale del 1.; per quel che riguarda la forma, requisiti sono brevità e chiarezza dell'esposizione, tanto più che la precisazione degli elementi del processo viene compiuta nella contestazione della lite.
Il sistema processuale canonico concede alla parte solamente il potere di compilare e presentare il 1.; la citazione del convenuto è già atto d 1 giudice e segue all'esame del 1. medesimo. Infatti il giudice, ricevuto il 1., deve compiere un esame sulla competenza e sulla legittimità dell'attore a stare in giudizio ed inoltre deve fare un esame sul contenuto del 1. sia dal lato sostanziale che formale. Questo esame, che deve essere
compiuto entro un mese dalla presentazione, termina con l'emanazione di un decreto con cui si ammette o si respinge il 1. Nel primo caso il giudice citerà attore e convenuto per la contestazione della lite. Più complesso e più degno di considerazione il caso di reiezione del 1. Infatti il tribunale e il previdente lo respingono sia per errori emendabili, nel qual caso la parte può o presentarne uno nuovo al medesimo ufficio giudiziario o ricorrere al giudice immediatamente superiore, sia per qualunque altro causa, ed allora, equivalendo la reiezione del 1. alla denegazione di pronunciarsi sul merito, alla parte non resta che il ricorso al giudice immediatamente superiore, ricorso che, pur avendo analogia con l'appello, tuttavia da questo differisce, perché all'esame non è, come avviene del resto anche avanti al tribunale primo adito, premesso un procedimento, e perché non termina con una sentenza, ma con un decreto inappellabile. Se il tribunale d'appello decide l'ammissione, il giudice inferiore, a cui è definita la decisione di merito per le norme sulla competenza, deve procedere alla citazione ed agli atti ulteriori. Se invece il tribunale d'appello decide che il 1. debba essere respinto, questa decisione è definitiva, salvo sempre alla parte il diritto di proporre una nuova domanda con un nuovo 1.
Anche nel Codice di procedura civile dello Stato della Città del Vaticano, pur sotto il nome di domanda giudiziale, nome che alcuni autori avrebbero preferito anche per il CIC, l'introduzione della lite si fa mediante 1.; anche qui la citazione è già atto del giudice, il quale però non può respingere il 1., ma solamente invitare l'attore a completarlo o a correggerlo.
Bibl.: I. Noval, Commentarium CIC, IV, Torino-Roma 1920, p. 381 sgg.; E. Eichmann, Das Prozesurecht des CIC, Vienna 1921, §§ 32-36; A. Vermesrsch-J. Creusen, Epitome iures canonici, III, 64 ed., Malines 1937, p. 143 sgg.; F. Rabetti, De processibus, Città del Vaticano 1940, p. 422 sgg.; F. Della Rocca, Istituzioni di diritto processuale canonico, Torino 1946, p. 183 sgg.; Wernz-Vidal, VI (1949), p. 331 sgg.
Giorgio Franco
## LIBERA COLLAZIONE : v. PROVVISTA CANONICA.
LIBERALE da Verona. - L. di Jacopo dalla Biava, o a Blavo, miniatore e pittore, n. a Verona verso il 1445 e m. ivi tra il 1526 ed il 1529 . Lo si sa attivo tra il febbr. 1467 ela fine del 1469 presso Siena, a Monte Oliveto, tra il 1470 ed il 1474 a Siena stessa, in Duomo, lasciando numerosi graduali, oggi conservati nel duomo di Chiusi e nella Libreria Piccolomini di Siena.
E presente in Toscana nel 1476, ma dal 1488 risulta nuovamente a Verona, dove esegue, negli anni successivi, affreschi in S. Anastasia (1490), in S. Lorenza, in S. Vitale, in S. Fermo, in Duomo e in polizzi privati. Una permanenza a Venezia, forse precedente al viaggio in Toscana, è deducibile dallo sfondo del S. Sebastiano di Brera, nel quale è fedelmente riprodotto il Canal Grande. Anche il Santo è ispirato all' Adamo del Rizzo in Palazzo ducale. Egli dovette apprendere la pratica della pittura da Girolamo da Cremona, ma i suoi continui viaggi gli diedero modo di conoscere i Pollaiolo, il Mantegna, i Veneziani e i nordici. Nelle miniature il suo temperamento esuberante si spiega, per influenza sensasi, in gondi ritmi lineari d'una fantasiosità quasi barocca. Le tavole, come la predella dell'Arcivescovado di Verona, l'Adorazione dei magi nel Duomo, gli splendidi affreschi della Cappella Bonaveri in S. Anastasia, il S. Sebastiano di Berlino, la Pietà di Monaco, il S. Giovanni Evangelista di Filadelfia lo mostrano tenacemente rivolto a ricerche plastiche, sebbene egli preferisca "sbalsare nel metallo le figure più che dipingerle" (Fiocco). Non si libera pertanto dall'espressionismo mantegnesco e padovano, pur giungendo per mezzo di un colore morbido e pastoso, come nella Merite di Didone di Londra, ad un geniale e portico connubio di espressione e decorazione. - Vedi tav. LXXIX.
BibL.: G. Fiocco, Vita di fra Giocondo e d'altri Veronesi, II, Firenze 1913, pp. 5-12; Venturi, VII, in, pp. 793-803. Eugenio Batiati
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(bel. d'nderzo)
Liberale da Verona - S. Caterina d'Alessandria e s. Anastasia : al centro la Maddalena tra due anacli. Pala d'altare di L. da V. Verona, chiesa di S. Anastasia.
LIBERALISMO. - Movimento ispirato al principio della libertà in ogni campo, spirituale e politico, che prevalse in Europa dopo la Rivoluzione Francese del 1789 e caratterizzò l'epoca contemporanea sino alla prima guerra mondiale.
Non ben definito rimase quel principio di libertà, ma si può dire che più comunemente s'intese per esso un affrancamento dalla tutela altrui, un'affermazione di attività propria e indipendente e l'esclusione di ogni autorità che non derivi da consensi umani. Inoltre la libertà fu generalmente pensata come libertà della natura, intesa al modo di Rousseau (v.), senza distinguere nella vera natura umana i valori personali come supremi e tali da imporre ordine e unità a tutte le attività dell'uomo, e da costituire un vestigio nell'uomo della stessa Divinità. I traviamenti teorici e pratici a cui dette occasione il 1. furono raccolti nel cosiddetto Sillabo (v.) e condannati da Pio IX (8 dic. 1864).
I. L. filosofico. - Si fa ordinariamente risalire a Descartes (v.) l'atteggiamento della filosofia che respinge ogni tutela che possa venirle da altro fuori di sé. Già prima l'abuso dell'autorità di Aristotele nel campo scientifico aveva suscitato una reazione, per sé giustificata; essa dilagò poi in tutti i campi del pensiero umano. La ragione, non contenta di richiamare in vigore i giusti criteri del metodo scientifico, rivendicò per sé una libertà assoluta, rifiutando di riconoscersi alcun limite nell'esercizio della riflessione scientifica e filosofica, pretendendo di giudicare tutto, anche i dogmi rivelati. Il concetto di filosofia «ancilla theologiae" rimase escluso sotto ogni punto di vista. Non bastò più affermare l'autonomia della ragione nella ricerca dei fondamenti razionali dell'atto di fede, e nel diritto di usare i metodi suoi propri
per investigare, scoprire, discutere e concludere nel campo della verità di ordine naturale; ma si volle, di più, ch'essa a priori negasse l'esistenza di cognizioni non derivanti da lei, come le verità di origine soprannaturale. Si rigettò quindi ogni rapporto con queste.
Tutte le correnti filosofiche dell'epoca moderna, anche le più opposte tra loro per altri aspetti, sensismo, razionalismo, criticismo, scetticismo, idealismo assoluto, positivismo, materialismo, neo-idealismo, problematicismo ecc., convengono nel ritenere come loro necessario presupposto questa specie di libertà. Il loro punto di partenza è il medesimo: l'autosufficienza del pensiero umano in quanto tale. E nello spirito del 1. filosofico favorire una gelosa coscienza di questa specie di sovranità. Esso si mantiene ostile a qualsiasi investigazione, pur operata dalla ragione stessa e con i suoi metodi propri, diretta a dimostrare la sua dipendenza da una Mente superiore (onde gli viene la potenza di attingere la verità in genere), e a provare l'esistenza a sé di tale Mente, come vero Soggetto Assoluto, da cui è possibile ricevere comunicazioni superiori alle cognizioni materiali e quindi giustamente valutare gli aiuti che la Rivelazione può prestare alla filosofia. Ciò non è ammesso dal naturalismo a cui è legato il 1. filosofico: il pensiero umano per essere libero deve contare esclusivamente su se stesso. Si sanno le conseguenze : esso o si riconobbe essenzialmente limitato e proclamò il relativismo (o scetticismo o problematicismo), ossia il suo stato di necessità di non poter fare alcun atto di vera affermazione; o si credette il Soggetto assoluto che si determina in un divenire continuo, e cadde in un panteismo idealistico, che esclude qualsiasi libertà individuale; o si credette un risultato della materia cosmica, e si trovò incluso nel determinismo (pur esso panteistico) universale di questa. Degno di nota il fatto che i due estremi della filosofia moderna, l'idealismo assoluto e il materialismo, ambedue favoriscono il totalitarismo nella vita sociale, il quale nega in pratica la libertà di pensiero quale diritto essenziale dell'individuo, diritto che il 1. filosofico intendeva di salvare come primo e principale per la vita dell'umanità. Malgrado queste contraddittorie conseguenze il 1. filosofico ancora sussiste, come stato d'animo piuttosto che come teoria: l'uomo che vuole esser sufficente a se stesso.
II. L. beligioso. - Il 1. religioso ha il suo antecedente nel «libero esame" delle Scritture proclamato dai protestanti del sec. xvI, cioè il rifiuto di qualsiasi autorità visibile vivente nella Chiesa : nella loro mente l'individuo poteva usare di quella libertà perché illuminato direttamente da Cristo. Quando la fede in questo lume di carattere mistico si affievolì, o sccmparve addirittura, come già avvenne con l'illuminismo (v.) del sec. xvin, l'individuo rimase con la sua libertà di giudicare delle cose di religione senza un controllo superiore al suo uso personale della ragione. Di qui il concetto, condannato nel n. 4 del Sillabo, che la ragione sia la norma sovrana con cui l'uomo deve giudicare di ogni specie di verità. Questo concetto, anche se non accettato apertamente, ebbe larga influenza nelle scuole teologiche protestanti del sec. xvin e rese possibili gli eccessi nella critica biblica che già in quel secolo e poi nel seguente si verificarono, specialmente in Germania, oppure favori la tendenza a svalutare l'elemento soprannaturale della religione, specialmente in Inghilterra. Qui sorse, come reazione, il «movimento di Oxford» (v.), con a capo il Newman (v.), che forse per il primo denunciò quella tendenza con il nome di 1. religioso, e la combatté, prima da anglicano e poi da cattolico.
La caratteristica di questo 1. sta appunto nello svalutare la Grazia di fronte alla natura, onde le sue simpatie per il pelagianesimo (v.), e nell'abbandonare il criterio della supremazia della verità rivelata sulle verita
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puramente razionali, attribuendo alla ragione umana nel suo infinito progresso il diritto di giudicare la Rivelazione divina per sé imperfetta (Sillabo, n. 5). Gravissimi furono gli effetti di questo 1. nei paesi protestanti, dove ha scalzato l'antica venerazione verso la Bibbia e ha reso comune l'indifferentismo (v.), che lascia libero a ciascun uomo di abbracciare e professare qualunque religione, che al suo ragionamento soggettivo apparisca vera (op. cit., n. 15). Questo soggettivismo o individualismo pretende di trovare appunto nella libertà la sua giustificazione, senza riguardo ai diritti della verità oggettiva, che si comunica, sia nel lume naturale sia nel lume soprannaturale. Esso considera in religione come un fatto puramente individuale, in cui si ammette che Dio possa intervenire, ma solo adattandosi alle disposizioni dei singoli soggetti umani, ciascuno dei quali si fa così una religione sua: e tutte sono buone e vere, anche se tra loro contraddittorie. Si radica così, come abito mentale, la ripugnanza ad ammettere un'Autorità superiore ai singoli, e che li obblighi ad un'uniformità di adesione, a una verità unica e assoluta. Di qui l'accentuata contrarietà al cattolicesimo, più che alle altre religioni positive, trovandosi in esso affermato nel modo più definito e concreto il principio di autorità nella Chiesa docente e nel suo capo visibile, il Vicario di Cristo. Il l. religioso diffonde uno stato d'animo che è l'antipatia alle definizioni dogmatiche, quale si manifestò nel mondo della cultura, quando si definì l'Immacolata Concezione o l'infallibilità pontificia. Esso penetrò pure nelle scuole cattoliche. Pio IX ebbe a riprendere nelle dottrine di Hermes (v.), di Guenther e di Frohschammer (v.), rispettivamente nel 1846, 1857, e 1862, l'erronco pregiudizio di una libertà della ragione e della filosofia, tale da concedere a queste una prevalenza di fronte alle stesse verità rivelate e ai metodi con cui lo studio della teologia dev'essere condotto, senza riguardo alla tradizione divina e all'autorità che conserva e garantisce essa tradizione. Ogni specie di tradizione dispiace al l. religioso; di qui la sua avversione alla scolastica, anche nelle sue parti più vitali, e nella sua funzione di continuatrice e sistematrice della philosophia perennit, a cui il pensiero cristiano si riannoda pur nel suo naturale progresso. La svalutazione in generale della tradizione, propria del l. religioso, dispose gli animi anche al modernismo (v.) condannato da Pio X (1907). La Chiesa cattolica, ogni volta che condannò queste varie manifestazioni del 1. religioso, aggiunse chiarimenti circa il vero concetto della libertà che compete alla ragione umana e alla filosofia, nel loro campo proprio, e circa i loro rapporti con la Rivelazione, la tradizione e la teologia. Specialmente insistette sulla funzione spettante alla ragione naturale di dimostrare i motivi di credibilità del fatto delle Rivelazione, sul valore intrinseco di tale dimostrazione, logicamente anteriore alle certezze della fede, e quindi sulla ragionevolezza di accettare l'autorità di Dio rivelante e della Chiesa depositaria della Rivelazione. E tale ragionevolezza che pone un limite alla libertà esaltata dal 1. filosofico e religioso. Quest'ultimo ebbe anche altre applicazioni, sempre suggerite dall'avversione all'autorità. E ciò fu nel campo dell'ordinamento della Chiesa, che si pretese dovesse essere democratico. Questo era facile ottenerlo nelle varie confessioni protestanti, di cui pochissime mantennero il concetto della gerarchia episcopale dopo aver tutte negato il papa. Indi la simpatia del l. per il protestantesimo come religione più adatta ai tempi. La Chiesa cattolica invece mantenne il principio dell'autorità che viene dall'alto, cioè da Cristo, che la trasmise agli Apostoli con Pietro per capo, e quindi ai vescovi con il successore di Pietro per capo. Il l. religioso, nell'avversare il principio dell'autorità che viene dall'alto, prese di mira specialmente il capo visibile della Chiesa, in cui ogni potere di giurisdizione è accentrato e indi viene partecipato sia ai vescovi, per istituzione divina e immutabile, sia ad altri per legge ecclesiastica e variabile. Il l. religioso continuò in ciò il lavoro già cominciato nei secoli precedenti dalla corrente favorita dai re assoluti, dei paesi cattolici, detta "giurisdizionalismo" e cercò di rendere al massimo impopolare la definizione del dogma del primato, non solo d'onore ma di
giurisdizione universale, appartenente al papa per divina istituzione. La preoccupazione di questa impopolarità, e dei danni che ne potevano venire alla religione in tempi difficili, fu quella che spinse un certo numero di vescovi, tra cui più eminenti il Dupanloup (v.) e lo Strossmajer (v.), a sconsigliare nel Concilio Vaticano come inopportuna una definizione dogmatica di quella ch'essi pur ritenevano verità cattolica, e che di fatto accettarono quando fu definita. Inoltre il l. religioso avversò in generale il concetto della Chiesa come vera e perfetta società, in possesso di diritti inalienabili in virtù sia dello stesso diritto naturale sia del potere conferitale da Cristo suo Divin Fondatore, negandole ogni libertà d'azione e altri diritti che non le venissero per concessione dello Stato (v. il § 5 del Sillabo, nn. 19-38). Era questa un'applicazione al campo religioso (ma incoerente e arbitraria) del l. politico. Fu del pari incoerente l'applicazione del principio di "libera Chiesa in libero Stato", espresso in questi termini dal cattolico Montelembert (v.) ma con altro intendimento da quello in cui fu raccolto dal Cavour (v.) e dagli altri liberali del tempo. Questi intesero per libertà una separazione della Chiesa dallo Stato, che lasciava allo Stato l'arbitrio di legiferare e di agire, ignorando la Chiesa, come se non esistesse, e quindi senza badare se le disposizioni ch'esso prendeva potessere venire in collisione con le giuste esigenze di lei. Il che non è mera separazione, ma in sostanza ostilità pratica, perché l'esperienza dimostra che tra due poteri diversi che si occupano delle stesse persone sempre nasce qualche motivo di collisione. Ché se ciascuno dei due prende per norma di agire lo stare avvertito che le sue disposizioni non vengano in collisione con quelle dell'altro, allora non è più da parlare di separazione, ma di intesa che può anche esser solo tacita. Se si guarda alla storia il l. vide nella formola adottata dal Cavour una giustificazione per cercare di mettere la Chiesa, quanto a posizione giuridica, alla pari di qualsiasi società privata esistente nei confini dello Stato, e per legiferare ignorando le esigenze della coscienza religiosa dei cittadini cattolici. Il che apparve esplicitamente nella legge del metrimonio civile.
III. L. politico. - Allo scoppiaro della Rivoluzione Francese era predominante in Europa la forma del governo assoluto, ossia di un potere esecutivo (impersonato nel re) che assorbiva in sé anche gli altri poteri (legislativo e giudiziarie) con facoltà senza limiti. L'ideale di questo sistema era il governo paterno, rispetto a cui tutti i cittadini si trovavano nella condizione dei figli minorenni in una famiglia. La libertà fu invocata come un'uscita di minorità, una conquista del diritto di entrare, mediante rappresentanti, a far parte del governo e cosi ottenere una pratica "autonomia" di tutto il popolo. Questo genere di libertà, in quanto mette dei limiti all'esercizio di una autorità puramente umana, com'è quella dei governanti, è per sé lecita e giusta, e diviene anzi un vero e proprio diritto in un popolo che sia mature al governo di sé, e di questa maturità abbia coscienza. E la democrazia, nel suo vero senso. Si chiamò l. politico il movimento che durante il sec. xix portò alla trasformazione degli Stati europei in Stati democraici; la garanzia della libertà nuova riconosciuta a tutti i cittadini si ebbe nella pratica di ordinamenti rappresentativi (Camere di deputati). In Inghilterra già nei secoli precedenti se n'era avuto l'esempio. Ma le libertà politiche inglesi si erano svolte non tanto come un'affermazione sistematica, quanto come una laboriosa ricerca di equilibrio tra i poteri del principe e alcune funzioni autonome dei nobili e delle città (comuni), come un parziale controllo di questi sull'esercizio dell'autorità regia, un continuamente rinnovato tentativo di accordo pratico tra gli interessi del potere centrale e quelli degli altri organismi, sottoposti allo Stato ma ad esso necessari,
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costituenti il grosso della nazione. Il l. del continente fu invece assai più teorico, e guastò ciò che vi era di buono nel suo programma, trasportando nel campo politico le confusioni del l. filosofico. Si propose l'esaltazione dell'individuo, ma dovette presto accorgersi che l'individualismo naturalistico porta all'anarchia. D'altra parte l'individuo assorbito nel "popolo", a cui si attribuisce una sovranità senza limiti, si trova di fronte a una nuova specie di dispotismo, il dispotismo delle maggioranze, peggiore di quello delle monarchic storiche, che almeno avevano un freno nei principi della religione cristiana da loro professata. Invece la nuova "sovranità popolare" (concepita sul postulato dell'autosufficenza dell'uomo) nulla riconosce sopra o al di fuori di se stessa. Lo Stato, come emanazione e realizzazione di una siffatta sovranità, si dichiara origine e fonte di tut