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di dispotismo, il dispotismo delle maggioranze, peggiore di quello delle monarchic storiche, che almeno avevano un freno nei principi della religione cristiana da loro professata. Invece la nuova "sovranità popolare" (concepita sul postulato dell'autosufficenza dell'uomo) nulla riconosce sopra o al di fuori di se stessa. Lo Stato, come emanazione e realizzazione di una siffatta sovranità, si dichiara origine e fonte di tutti i diritti (Sillabo, n. 39). I governi liberali dell'Ottocento si destreggiarono di fronte all'insolubile problema, di cui forse non avvertirono la gravità, di metter d'accordo un simile concetto dello Stato con il principio delle libertà individuali. Ma tale incoerenza interna indeboli quei governi e nella crisi della prima guerra mondiale apri la via ai governi cosiddetti totalitari, che sfruttarono appunto quel concetto dello Stato, già ammesso dai partiti liberali.

Cercarono di non cadere in queste contraddizioni e di evitare gli errori del l. inquinato di sticismo o comunque contrario alla Chiesa (Sillabo, nn. 39-74) i cosiddetti cattolici liberali, il cui capo fu il Montalembert. Essi si opposero apertamente alla dottrina del «legittimismo o diritto divino dei principi», molto diffusa tra i cattolici di Francia e altrove, basata sul detto di s. Paolo «Omnis potestas a Deo», nel senso di un'investitura diretta e perenne da parte di Dio del potere sovrano alle famiglie regnanti. La dottrina l'aveva formulata e difesa per primo il protestante re d'Inghilterra Giacomo I, primo degli Stuart; poi si era diffusa nei paesi cattolici e fu adottata dallo stesso Bossuet (v.). Ebbe fortuna negli ambienti contrari alla Rivoluzione Francese e molti cattolici a torto vi si ritennero legati in coscienza. Il Montalembert vide giustamente quanto dannosa sarebbe riuscita alla Chiesa una simile confusione e si adoprò a persuadere i cattolici della necessità di una migliore comprensione dei nuovi tempi, che valevano liberi ordinamenti. Si ispirò principalmente al l. inglese, per la stima e ammirazione che aveva dei costumi politici di quel Regno. Volle uno Stato non padrone dei diritti, ma difensore e garante delle giuste libertà dei cittadini, tra cui principale quella della religione. Rispetto a questa respinse la protezione che le monarchic assolute le avevano largito, facendoselo pagare con l'asservimento della Chiesa e delle coscienze. Perciò volle libero lo Stato come libera la Chiesa (equivoca però e pericolosa la formola : «libera Chiesa in libero Stato», perché mette la Chiesa nello Stato, mentre essa è al di fuori e sopra tutti gli Stati per la sua natura eminentemente spirituale). I cattolici liberali in genere proposero di accettare dai tempi moderni la valorizzazione della libertà come metodo di vita pubblica, con lo scopo insieme di opporsi alle erronee e perverse applicazioni che i nemici della religione ne facevano. Questo parve ad altri cattolici, il cui capo fu Luigi Veuillot (v.), una concessione agli errori e ai misfatti dei governi liberali dell'epoca; e fieramente vi si opposero. Forse i cattolici liberali non usarono sempre un linguaggio abbastanza cauto, specialmente riguardo la dottrina della "sovranità popolare»; ma è certa la buona fede del Montalembert e di molti suoi seguaci. Le loro eventuali inesattezze furono evitate da «nooguelfi» in Italia, anch'essi favorevoli alle libertà politiche, viste però nella luce della tradizione medievale e del pensiero tomistico che fa venire l'autorità dei governi da Dio ma attraverso il popolo, imponendo all'uso dell'autorità e della libertà quei limiti che sono segnati dalla legge divina, o naturale o positiva, secondo le circostanze.

Più tardi Leone XIII con l'encicl. Libertas (20 giugno 1888) diede la risposta definitiva al problema dell'atteggiamento dei cattolici nella vita politica. I a messaggi «di Pio XII ne sono un'illustrazione e uno sviluppo. Il l. politico attraverso la crisi delle due guerre mondiali ha subito una trasformazione. Anche se questa non viene accettata da coloro che si chiamano «liberali storici», il concetto di libertà ha ricevuto un'applicazione nuova alla politica, con l'esaltazione dei valori personali dell'uomo come superiori allo Stato e con il controllo dell'azione dello Stato stesso per mezzo di una corte suprema, che rıchiamo insieme il potere esecutivo e legislativo al rispetto di quei valori. Quel tanto di vero e di buono, che si trovava implicito nel l. politico del secolo scorso, può così essere salvato, e divenire una forza particolarmente necessaria ai nostri giorni per difendere la civiltà dalla minaccia incombente del dispotismo materialistico.

Bim. : Pin IX, Quanta cura e Syllabus (8 dic. 1864), in DenzU, nn. 1688-1780: A. Leroy-Beaulieu, L'Eglise et le libéralisme de 1830 à nos jours, Parigi 1889: Th. Meyer, Institutiones iuris naturalis, I, Friburgo in Br. 1889, nn. 233, 229, 340; II, 161 1890, n. 436; O. Modanow, Il l., suoi errori e mali sfirti, Ferrara 1886; F. Sarda y Saivany, Il l. è peccato? Questioni che restiano, vers. it., Roma 1888; E. Barbier, Histoire du catholicisme libéral et du catholicisme social en France, II, Bordeaux 1923: L. Taparelli, Saggio teoretico di diritto naturale, II, 2ᵃ ed., Roma 1928, pp. 423-25, 499-523; G. De Pascal, Libéralisme, in DFC, II, coll. 1822-42: C. Costantin, Libérulisme catholique, in DThC, IX, coll. 308-62v: A. Ottocioni, Institutiones iuris publici ecclesiastici, Città del Vaticano 1936; G. Gonella, Principi di un ordine sociale, ivi 1944, pp. 187204; A. Brusculeri, Essenza ed attualità del l., in Cte. cast., 1945, in, pp. 124-26; A. Oddone, Diserzi aspetti del l. in materia religiosa, ibid., 1946, 111, pp. 153-61; G. Bozzetti, L'eredità del l. nella mentalità contemporanea, in Studium, 42 (1946), pp. 7-12.

Per uno studio del 1. attraverso le sue fonti ed i suoi paladini, cf. B. Constant, Cours de politique constitutionnelle ou Collection des ouvrages publiés sur le gouvernement représentatif, Parigi 1861; C. Benso di Cavour, Discorsi, { }¹ ed., Firenze 1863-77; 2° ed., ivi 1932-41, non completa; B. Croce, La storia come pensiero come acione, 3° ed., Bari 1939; id., Storia d'Europa nel sec. XIX, 6° ed., ivi 1943; id., Principia, ideale, teoria, A proposito della teoria filosofica della libertà, in Il carattere della filosofia moderna, 2° ed., ivi 1945; A. Omoden, La cultura francese nell'età della Restaurazione, Milano 1946 (sulle dottrine liberali dell'età della Restaurazione); G. De Ruggero, Storia del l. europeo, 4° ed., Bari 1946; C. A. Jemolo, Chiesa e Stato in Italia negli ultimi cento anni, Torino 1948.

LIBERALITÀ. - Il giusto equilibrio con il quale la persona è disposta a spendere o a donare quanto possiede senza esagerare con la prodigalità e senza dimostrarsi gretto con l'avarizia costituisce la 1 . come virtù naturale e cristiana. In questo senso è distinta dalla giustizia in quanto nella 1. ciò che viene dato non è dovuto per altri titoli; dalla misericordia perché la 1. non è considerata in relazione alle necessità del prossimo; dalla gratitudine in quanto la l. prescinde da benefici precedentemente ricavati; e dalla magnificenza (v.) che risplende per doviziosità nelle opere grandi esterne. E virtù eminentemente sociale diretta a rendere gli uomini giustamente distaccati dalle ricchezze. La violazione anche diretta e intesa della 1. non costituisce mai peccato mortale (salvo il caso di circostanze estrinseche che costituiscano colpa grave per altri motivi), anzi spessissimo non è neppur peccato veniale, ma solo un'imperfezione.

La virtù della 1. si esercita specialmente nella donazione (v.); per il Cod. civ. ital. anzi quest'ultima la suppone sempre (art. 769) e viene riconosciuta come motivo anche nella donazione cosiddetta remuneratoria (art. 770), benché tale denunzia non sia revocabile come quella completamente liberale (art. 805). E pure ammessa nel Cod. ital. una l. a sé stante, distinta dalla donazione liberale (art. 809).

Ogni donazione, anche la remuneratoria, costituisce un vero atto di 1., questa però può esistere ed esiste di fatto senza quella ogni qualvolta la persona è disposta a spendere del suo secondo le esigenze dello stato sociale cui appartiene. E errato quindi pensare alla 1. come a virtù consistente in donazioni o regalie; essa sta piuttosto

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nella disposizione d'animo di voler spendere secondo il retto uso della ragione.

Bisc.: B. H. Merkelbach. Theol. mor., II, Parigi 1932, n. 878; D. M. Prümmer, Theol. mor., II, Friburgo in Br. 1936, nn. 613-16; A. Vermcerach, Theol. mor., I, Roma 1933,n. 442; II, Roma 1937, n. 638; A. Piscetta - A. Gennaro, Theol. mor., III, Torino 1942, nn. 23-34.

Lorenzo Simeone
LIBERATA, santa. - Sconosciuta alla più antica tradizione agiografica, fu però molto venerata nel medioevo; molto discussa e problematica è la sua esistenza. Sembra che si tratti di uno dei tanti nomi con i quali fu venerata nelle regioni settentrionali d'Europa la ipotetica s. Wilgefortis (v.).

Esiste comunque una doppia tradizione, che fa di L. una martire spagnola o una vergine monaca italiana. Nella leggenda spagnola, L. era figlia di un re pagano Catellin, la cui moglie Calsia in un sol parto diede alla luce nove bambine, tre cui L. Per paura del marito, Calsia fece sparire le bambine, affidandole a diverse nutrici, che le educarono cristianamente. Scoppiata
più tardi la persecuzione, le ragazze furono arrestate e condotte proprio al tribunale del padre. Questi le riconobbe e cercò di far loro rinnegare la fede per poterle salvare: ma invano. Concesse allora un po' di tempo perché potessero riflettere, ma la fanciulle ne approfittarono per scappare. Furono però ritrovate ed uccise. Il corpo di L. fu trasferito a Siguenza; ivi essa è venerata il zo luglio. Secondo invece la tradizione italiana, L. era figlia di un certo Giovanni, signore del Moncenisio. Un giorno, vedendo, insieme con la sorella Faustina, una povera vedova inconsolabile per la perdita del marito, decise di rinunciare al matrimonio e consacrarsi a Dio. L. e Faustina fuggirono da casa e accompagnate da un monaco si recarono a Como, dove il vescovo Agrippino le accolse tra le vergini della nuova famiglia benedettina. Sarebbero morte dopo una santa vita rispettivamente il 18 e il 15 genn. del 380 .

Bisc., BHL, 7042 sg. e Suppl.; Acta SS. Iunvaril, II, Parigi 1863, p. 560 sg.; Acta SS. Iulii, V, ivi 1868, pp. 50-70; H. DeIshaye, Les légendes hagiographiques, 3² ed., Bruxelles 1927, p. 103 sg.

Agostino Amore
LIBERATO, diacono di Cartagine. - Famoso per il suo Breviarium causae Nestorianorum Eutychianorum. Fu nel 535 membro di una ambasciata africana recatasi per informazioni da papa Giovanni II; più tardi a Costantinopoli ed Alessandria.

In questi viaggi raccolse il materiale per il suo libro, con l'intenzione di provare che la condanna dei Tre Capitoli da parte di Giustiniano era una cosa sbagliata. Il libro apparve verso il 560 . Le sue fonti erano la Historia ecclesiastica tripertita, di Cassiodoro (forse aveva ricevuto l'Historia tripertita dall'autore stesso, com'egli manda il suo Breviarium a Cassiodoro; v. P. Courcelle, Les lettres grecques en Occident, Parigi 1943, p. 363, n. 1), le Gesta eynodalia (atti del Concilio di Calcedonia), la storia ecclesiastica di Zacharia retore (?) le epistole dei papi. L. è anche il primo testimone occidentale per l'apparizione degli scritti dello Pseudo Dionigi.

Bisc.: Edizioni: PL 68, 969-1052; Acta Concil. Oecumen., ed. S. Schwartz, II, v; Collectio Sangermanensis, Berlino 1936. Sulle fonti: G. Krüger, Monophysitische Streitigheiten im Zusam-
![img-2.jpeg](img-2.jpeg)

Liber censuum Romanae Ecclesiae - Incipit del manoscritto originale del L. c. di Cencio Savelli Camerario - Biblioteca Vaticana, cod. Vat. lat. 8486, f. 117.
menhanc mit der Reichspolitib, Jena 1884, pp. 32-37; id., in Schanz. IV, 11, p. 383. Studi: E. Schwartz. Kyvillos con Skythopolis (Texte and Untersuchungen, 49, 11), Lipsia 1939, p. 404 sg.; A. Siegmund. Die Uberlieferung der griech. christl. Literatur in der lateinischen Kirche, Monaco 1940, p. 154. Su L. e le opere dello Pseudo Dionigi: H. Ch. Pusch. Libéré et la date de l'apparition des écrits dianysiens, in Annuaire de l'bcole pratique des Hautes Etudes. Section des sciences, 1930-31, pp. 3-39; e la critica di I. Stiglmann in Byzantion, 8 (1933), pp. 638-62.

Erik Peterson
LIBERATORE, Matteo. - Filosofo e teologo n. a Salerno il 10 ag. 1810 , m. a Roma il 18 ott. 1892. A 16 anni ( 9 ott. 1826) entrò nella Campagnia di Gesù a Napoli, dove compì i suoi studi filosofici e teologici. Applicato prima all'insegnamento della filosofia (1837-48) e poi della teologia, nel 1830 partecipò alla fondazione della rivista La Civiltà Cattolica (trasferita quasi subito a Roma) alla cui redazione lavorò indefessamente con numerosi e validi articoli fino alla morte.

Il suo merito principale sta nel forte contributo prestato al rinnovamento della filosofia neoscolastica, particolarmente tomistica, quasi dimenticata e svelutata agli inizi del sec. xix anche nelle scuole ceclesiastiche. Il L., sotto la guida del Taparelli e del Sordi, ne penetrò e assimilò con rara profondità il contenuto perenne di verità, lo espose dalla cattedra e soprattutto in molte opere, ampiamente diffuse nelle numerose edizioni, fra cui principali : Institutiones philosophicae (a voll., Napoli 1840-42); Della conoscenza intellettuale (a voll., Roma 1857-58); Del composto umano (ivi 1862); Istituzioni di etica e diritto naturale (ivi 1863); Dell'anima umana (ivi 1873); Degli universali ( 6 opuscoli, ivi 1885); Del diritto pubblico ecclesiastico (Prato 1887); Principi di economia politica (Roma 1889). Alla luce dei principi della scolastica il L. seppe vagliare i nuovi sistemi filosofici (razionalismo, ontologismo, ecc.), e confutarne gli errori. Finezza di giudizio e particolare forza ed equilibrio dialettico caratterizzano tanto le trattazioni sistematiche, come molti studi particolari sui più vivi e fondamentali problemi teologici, filosofici e di diritto naturale con i quali il L. difese nobilmente la causa della Chiesa e del pensiero cristiano.

Bisc.: [F. S. Rondina], Necrologia, in Civ. Catt., 15² serie, 1892, iv, pp. 352-60; Sommervogel, IV, coll. 1774-1803; Hurter, V, 11, 1488-91; A. Masnovo, Il neotomismo in Italia, Milano 1923, p. 115; P. Dezza, Alle origini del neotomismo, ivi 1940, pp. 65-73.

Paolo Dezza

LIBER GENSUUM ROMANAE ECCLESIAE.È il registro dei censi periodici dovuti alla Chiesa romana, sottodiversi titoli, da monasteri, chiese, città, vescovati, dominazioni laicali e regni. L'autore è Cencio Savelli, "camerarius - dei papi Clemente III (dal 1188) e Celestino III; al tempo della composizione del L. c. era cardinale diacono di S. Lucia in Orphea, poi vice-cancelliere e, dopo la morte del papa Innocenzo III, sommo pontefice con il nome di Onorio III (1216-27).

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Il manoscritto originale del L. c. è il cod. Vat. lat. 8486 eseguito secondo le istruzioni di Cencio da Guglielmo Rofio di St-Jean-d'Angély, chierico della Camera Apostolica e copista alla Cancelleria. La tabula dei censi è soltanto una parte del manoscritto, che contiene inoltre una lista dei vescovati e monasteri direttamente dipendenti dalla S. Sede, i Mirabilia urbis Romae, l'Ordo di Cencio, due cronache di papi, l'una fino a Celestino III, l'altra fino a Eugenio III, e un cartulario.

Le principali fonti del L. c. sono, secondo minuziosi studi di E. Stevenson, P. Fabre e L. Duchesne, la Collectio canonum d'Anselmo iuniore di Lucca (prima del 1086), la Collectio canonum del card. Deusdedit (tra il ro83 e il ro87), il Palistico del canonico Benedetto (tra il 1140 e il 1143 ), il Libro dei censi del papa Eugenio III (tra il 1145 e il 1153), quello del papa Adriano IV (tra il 1154 e il 1159), i Gesta pauperis scholaris Albini (1169) e Cencio stesso (1195).

L'argomento. - I censi dei quali tratta il L. c. sono distinti in due classi: gli uni erano dovuti alla Chiesa romana in virtù di un contratto d'affitto dei conduttori sui patrimoni della Chiesa romana, specialmente dai tem. pi di s. Gregorio Magno; gli altri in virtù della funzione protettrice di s. Pietro o della Sede Apostolica, alla cui potestà spirituale si affidarono diversi monasteri e chiese dal sec. viri in poi, come, ad es., il monastero femminile dei SS. Giocomo e Filippo presso Lucca, e particolarmente l'abbazia di Cluny, la quale si obbligó già nel documento della sua fondazione nel 910 a mandare a Roma ogni cinque anni un censo di dieci «soldi» per alimentare i lumi alla tomba di s. Pietro. Come conseguenza, i monaci godevano della protezione del Principe degli Apostoli e avevano nel Romano Pontifice il difensore dei loro diritti. Fino alla fine del sec. XI il censo era il segno di una immunità temporale, ma dall'inizio del sec. XII significò anche la libertà spirituale, cioè l'esenzione. Alla fine di quel secolo, un monastero che fosse tributario era anche esente e viceversa.

Per la Camera Apostolica tuttavia non vi era distinzione di fatto tra i diversi censi. Per essa erano tenuti al censo tutti coloro che avevano dei beni che appartenevano al diritto e alla proprietà del beato Pietro o della Chiesa romana. Perciò il censo era un riconoscimento dell'alto dominio che la Chiesa romana possedeva su tutte le terre che le erano sottomesse.

Accanto ai monasteri e chiese furono tra i centrales della Chiesa romana anche castelli, città, principati e regni;
anche questi erano chiamati in ius et proprietatem beati Petri consistentes. Specialmente sotto il pontificato del papa Gregorio VII, in seguito alla supremazia della Chiesa di Pietro sopra tutte le altre chiese, e in connessione con la pseudo-donazione costantiniana e le decretali pseudo-isidoriane, quasi tutti i regni dell'Europa erano più o meno dipendenti dalla Sede Apostolica, alla quale offrirono ogni anno, in segno di fedeltà e devozione, un censo o piuttosto l'obolo di s. Pietro, come, ad es., il Regno dei Normanni in Sicilia, i re di Aragona, Castiglia e León, i Regni nordici
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(Inl. Enc. Catt.)
Liber censorum Romanae Ecclesiae - Pagina del L. c. relativa alla Lombardia, completata posteriormente - Biblioteca Vaticana, cod. Vat. lat. 8486, f. 307.
la Polonia, la Boemia, la Croazia, e l'Inghilterra.

Cenc o credeva di fare un'opera definitiva. Egli lasciò liberi larghi spazi bianchi nel manoscritto, affinché potessero essere introdotti i censi futuri "fino alla fine del mondo». Alla fine del sec. xv il L. c. era ancora in uso presso la Camera Apostolica.

BibL.: Liber Censuum R. E., ed. P. Fabre e L. Duchesne, I-II, 2 voll., Parigi 1889-1910; P. Fabre, Etude sur le Liber censuum de l'Eglise de Rome, ivi 1892; H. Leclercq, s. v. in DACL. IX, coll. 180-220; M. Michaud, s.v. in DDC, III, coll. 233-53.

Lucchesio Sgalding
LIBERDIURNUS ROMANORUM PONTIFICUM. - Si designa con questo titolo (non originale) una raccolta di formole di documenti ecclesiastici, in gran parte pontifici, conservata in due diverse redazioni in tre manoscritti del sec. Ix, che offre notizie singolarmente importanti sull'amministrazione e la disciplina
della Chiesa nei secc. vi-IX.

Fu creduto formulario della Cancelleria pontificia, usato giornalmente per la redazione dei documenti : studi recentissimi hanno scosso questa convinzione e, per quanto le ricerche siano ancora in corso, si tende presentemente a considerarlo una raccolta canonica di carattere privato, ciò che non diminuisce il valore documentario dei singoli testi.

Sosmanto: I. Scoperta e prima edizione. - II. Manoscritti. - III. Il testo. - IV. Data della raccolta e data delle singole formole. - V. Natura dell'opera. - VI. Edizioni.
I. Scoperta e prima edizione. - Nel 1646 il celebre bibliotecario vaticano Luca Holste ritrovò a Roma fra i codici del monastero di S. Croce in Gerusalemme un antico manoscritto di cui comprese l'eccezionale importanza. Il giorno stesso della sco-

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crolazzanemif fermuopfazu rü tempora cuscola recondi fecumur limieazfe decembrion die mi!.
lih humlupptor fose romanaceclae hunc decreid anob facto inll faiffimoprto confenfi \&^{′} fabferipfi fimilrcep coxur derusopamazer ermleres feu cuvomea fabferbure. Inbiculupontilic. mnommedindifalcuacor jnri thō xpl \&ceef. Inciaciz men dt diedt epoll miacizs
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(fot. Enc. Catt)
Liber diurnus Romanorum Pontificum - Il Decretum dell'elceione del Papa e la Professio del nuovo eletto nelle diverse redazioni dei codd. Vaticano (f. 69^{text {a }} ) e Ambrosiano (p. 132) : il testo del V. si riferisce probabilmente all'elczione di Gregorio II (713) e quello dell'A. si riferisce probabilmente a Leone III (795) - Archivio Vaticano e Biblioteca Ambrosiana.
perta ( 23 luglio) ne dava notizia al card. Francesco Barberini, suo illustre amico.

Subito intorno a questo testo divenuto famoso cominciarono vive polemiche. Avuto il permesso dall'abate di S. Croce, Ilarione Rancati, l'Holate ne fece una copia, pensando certo ad una sollecita pubblicazione. Si favoleggiò poi che questa copia fosse eseguita nello spazio di una notte e "contro la fede data", ma A. Ratti ha definitivamente sfatato la leggenda.

Il p. Sirmond mandò a Roma l'altro manoscritto da poco noto, che si trovava nel Collegio dei Gesuiti di Clermont, e si venne preparando l'edizione: ma trattenne l'Holste la preoccupazione che la condanna di papa Onorio espressa nella Professio fidei del Papa venisse sfruttata, ove non fosse convenientemente intesa, dai nemici della Chiesa. Era un tempo di tensione polemica tra la Francia e il Papa, in cui le rivendicazioni della Chiesa gallicana e l'infallibilità pontificia erano questioni di attualità politica. L'autorità attribuita al Formulario era indiscussa: era ritenuto libro ufficiale della Cancelleria pontificia e scritto nei secc. viI-viII. Mancando il titolo, esso fu ricavato dalla Collectio canonum di Deusdedit che riportava undici formole, tre delle quali con l'indicazione «Ex libro Romanorum Pontificum qui dicitur (vocatur, appellatur) Diurnus».

Sembra che l'Holste abbia sperato di pubblicarlo entro il 1650 , secondo un foglietto scritto di sua mano, in cui si legge il frontespizio così preparato: Diurnus sive vetus formularium, quo S. Rom. Ecclesia ante annos M utebatur. Lucas Holstenius edidit cum notis. Romae, typis Lud. Griniani, MDCL. Mancò l'approvazione dei censori e alla morte dell'Holste ( 2 febbr. 1661) l'opera, in gran parte stampata, era incompiuta. Il card. Barberini, suo legatario universale, si fece premura di sollecitare il permesso di stampa; il p. Giovanni Bona, consultore dell'Indice, espresse il giudizio (extra congregationem, cioè senza carattere ufficiale) che, non essendosi trovate le note annunziate e poiché la condanna di papa Onorio «pravis

Haereticorum assertionibus fomentum impendit, praestat non divulgari opus n. L'edizione fu dunque sospesa, non soppressa; i fogli stampati furono tenuti in un locale del Palazzo Vaticano fino al 1685 quando, completati del frontespizio e delle pp. 225-32 mancanti, furono messi in circolazione con falsa data: L. D. R. P. ex antiquissimo codice ms. nunc primum in lucem editus studio Lucae Holstenii. Romne, typis Iosephi Vannacci, 1658. Pochi anni prima, nel 1680 , il gesuita p. Garnier aveva pubblicato il L.D.R.P. sul codice del Sirmond. Le vicende di questa laboriosa edizione e il sospetto che accolse l'edizione del Garnier mostrano l'atmosfera di timore delle ripercussioni politiche. Nel 1662 perfino il nunzio apostolico a Parigi intervenne per farsi consegnare da mons. Pietro de Marca, arcivescovo di Tolosa e poi di Parigi, i pochi fogli che l'Holste gli aveva inviato due anni prima. Tali prevenzioni sono durate in parte fino agli ultimi decenni del secolo scorso, quando il progresso della critica storica ha superato ingiustificate suscettibilità. Non è più la questione del papa Onorio al centro dell'interesse per il L.D.R.P., ma il complesso di preziose notizie che esso offre e la sua stessa natura, la formazione interna, la data di composizione, l'uso.
II. Manoscritti. - Nel 1889 fu ritrovato da mons. Antonio Ceriani un terzo esemplare antico, così che sono in tutto tre i manoscritti sui quali si basa la conoscenza del testo: 1) Codex Vaticanus (=mathrm{V}) il più antico, attribuito alla fine del sec. viII o meglio al principio del sec. IX; è quello scoperto dall'Holste a S. Croce, dove restò fino alla fine del sec. xviri, passando poi all'Archivio Vaticano: seguendo la sorte di questo fu portato a Parigi nel 1810 e nel 1815 restituito a Roma. Sembra certo che il codice, prima che a S. Croce, sia appartenuto al monastero di Nonantola. 2) Codex Claromontanus (=mathrm{C}), portato dal p. Sirmond dall'Italia nel 1608 e

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depositato nel Collegio di Clermont, scomparve dopo il 1746 con la vendita della Biblioteca avvenuta in seguito alla soppressione dei Gesuiti. Fu ritenuto perduto; nel 1937 fu donato al monastero benedettino di Egmont, in Olanda. E attribuito alla metà del sec. ix. 3) Codex Ambrosianus (=A), acquistato per la Biblioteca Ambrosiana dal card. Federico Borromeo nel 1606, proviene da Bobbio; sembra che corrisponda al Diurnus sancti Gregorii liber menzionato in un catalogo di Bobbio del sec. x.

Ai secc. XVII e xvili appartengono altri sei manoscritti, copie eseguite da eruditi. Oltre a cio, undici formole sono tramandate anche attraverso la Collectio Canonum di Deusdedit, dedicata nel ro87 a Vittore III (v. l'ed. di Wolf von Glanvell, Paderborn 1905, 1. II, pp. 109-12; 1. III, pp. 145-50; I. IV, p. 427); una formola è compresa nel Decretum Gentioni, c. 8, dist. xvi.
III. Il testo. - La raccolta è formata da documenti e parti di documenti ridotti a formole con la soppressione della data e con la sostituzione dei nomi propri mediante il pronome ille; solo poche sfuggono a questa regola conservando i nomi propri. Il numero e l'ordine delle formole non è uguale nei tre manoscritti : il cod. V contiene 99 formole, incompleto però alla fine; il cod. C ne contiene roo, di cui 92 in comune con V e 8 nuove; il cod. A ne contiene 106 ( 117 nella ed. Ratti, perché la formola I del cod. V porta i nn. I-XII), di cui le ultime tre non comprese negli altri manoscritti.

Tutti e tui i codici cominciano con una serie di esempi relativi al modo di esprimere la superscriptio e la subscriptio nelle lettere indirizzate dal papa a vari personaggi. Le formole seguenti fino alla XXX sono pure nello stesso ordine nei tre codici, le rimanenti sono in ordine diverso; nel cod. V si ripetono a distanza testi di soggetto affine, nei codd. A e C c'é una più ordinata distribuzione dei soggetti, giustamente ritenuta come prova di una redazione posteriore; l'ordine di C non è del tutto noto, sembra accordarsi di massima al cod. A. Nelle citazioni è uso comune riferirsi alla numerazione dell'ed. Sickel, che segue l'ordine del cod. V, aggiungendo in fine otro formole del cod. C (dall'ed. Garnier).
IV. Data della baccolta e data delle singole formole. - Il termine post quem non della formazione della raccolta è evidentemente dato dall'età dei manoscritti; cioè per la redazione del cod. V la fine del sec. viII o i primi del sec. ix, per la redazione dei codd. C e A rispettivamente la prima metà e l'inizio della seconda metà dello stesso sec. ix. L'altro termine post quem si ricava dal testo stesso che attribuisce all'a. 795 la formola più recente.

Assai più complessa e per molti aspetti più importante è la datazione delle singole formole, poiché esse non appartengono ad uno stesso tempo. Una buona parte risale senza dubbio a s. Gregorio Magno (Peitz), forse alcune sono pregregoriane, come le formole 73 e 85 che il Peitz fa risalire al principio del sec. v; la formula 87 si riferisce al restauro del monastero di S. Stefano a S. Paolo fuori le Mura eseguito sotto Gregorio II (aa. 715-31); molte nominano l'Imperatore con riferimento all'Impero prima di Carlomagno, e l'Eserca d'Italia che cesso nel 751; la formola 93 nomina la regina Cynegidra con riferimento agli aa. 787-88.

E certo dunque che il L.D.R.P. non rappresenta le condizioni storiche di un dato momento, ma è costituito da documenti di tempi diversi, alcuni dei quali non più attuali nel momento in cui venivano copiati i manoscritti.

V. Natura dell'opera. - Fino agli studi di Th. Sickel non si erano avuti dubbi sul carattere unitario della raccolta, ritenuta come opera di un raccoglitore sconosciuto. Il Sickel riconobbe in essa una formazione successiva in tre tempi : la Collectio I (formole 1-63 del cod. V) nucleo più antico formato ca.
l'a. 625; l'Appendix I (formole 64-81) aggiunta alla fine del sec. VII; la Collectio II (formole 82-99) del tempo di Adriano I e l'Appendix II (formole roo-ro7) aggiunta poco dopo l'a. 800 , nello stesso tempo in cui un compilatore ignoto dà nuovo ordine alle quattro parti (redazione dei codd. C e A). La questione della formazione è legata all'altra più importante del valore del libro, se ufficiale o privato.

Già nel 1680 il p. Fr. Marchesi (Clypens fortium..., Roma 1680, p. 276) aveva negato che il L.D.R.P. fosse composto nella Cancelleria pontificia per suo uso, ma senza fondati argomenti; più acutamente il card. Pitra (Analecta novissima, I [1885], pp. 103-105) osservava che i soggetti sono troppo scarsi rispetto a quelli trattati dai papi nelle loro lettere; oltre a ciò "più della metà delle formole riguardano le cancellerie vescovili, modelli per scrivere al papa, per corrispondere tra vescovi, per redigere atti capitolari, episcopali, monastici riguardo un oratorio, un battistero, un reliquiario, per una fondazione, un oblato, ecc. -. In realtà oltre 15 formole sono di documenti non pontifici.

Giì studi di Th. von Sickel e l'autorità della sua edizione davano nuove credito alla teoria più antica: con il presupposto che le formole di certi documenti pontifici (soprattutto quelli sulla elezione del papa, compresa la Prefessio fidei) potevano interessare solo la Curia pontificia, si dava per certo che il L.D.R.P. fosse stato scritto ed effettivamente usato nella Cancelleria dei papi; ed essendo il cod. V (allora unico superstite) in scrittura minuscola carolina, data la sua antichità, sorse così la teoria della origine romana di questa scrittura. Si trattava però di un'ipotesi basata su altra ipotesi.

La teoria del Sickel sull'origine e sulla natura del L.D.R.P. fu ritenuta definitiva fino a quando tra il 1936 e il 1939 una serie di nuovi studi ha sottoposto a revisione molti aspetti della questione. Già la scoperta del cod. A e poi il ritrovamento del cod. C modificavano lo stato della tradizione manoscritta, essendo ambedue di origine monastica; veniva a cadere la presunzione che V dovesse essere di origine cancelleresca. I nuovi studi non hanno risolto tutte le questioni, ma alcuni punti possono ormai ritenersi certi. Il Santifaller accertava che solo 6 o 7 formulari sono stati effettivamente adoperati come modelli nella redazione dei privilegi pontifici dal sec. Ix all'xi : troppo poco per ritenere il L.D.R.P. come il formulario ufficiale. Il p. Peitz insisteva nel considerare il L.D.R.P. come libro ufficiale della cancelleria, che nella cancelleria stessa aveva avuto successive evoluzioni, ma veniva ad ammettere che i tre manoscritti rappresentassero di esso una tradizione letteraria, cioè non fossero i codici effettivamente usati, ma copie di essi. Il p. Mohlberg osservava che l'equivoco risiedeva già nel titolo, perché l'unica fonte a Deusdedit che cita un Liber Romanorum Pontificum, dove l'aggiunta qui dicitur Diurnus deriva dall'erronea tradizione monastica di un supposto Diurnum B. Gregorii: lo considerava quindi una collezione privata, simile ad altre famose sorte tra i secc. vi e viI, come il Sacramentario Leoniano.

Sembra certo che il L.D.R.P. sia una raccolta privata composta per interesse cotonistico, forse ad uso della scuola, perciò copiata e studiata presso monasteri e soggetta ad aggiunte e rielaborazioni. E certo di origine italiana, non si può escludere che sia stato composto a Roma, ma non costituisce il formulario della Cancelleria pontificia. In ogni caso nessun dubbio sussiste sull'autenticità storica dei singoli testi di cui è formato.
VI. Edizioni. - La prima edizione preparata da L. Holste e rimasta incompiuta alla sua morte, pubblicata poi con la falsa data del 1658 , è stata sopra descritta; essa riproduce il cod. V utilizzando in parte C. Basata sul cod. C fu la seconda: I. Garnetius, L.D.R.P. ex antiquissimo codice ms. nunc primum in lucem editus (Pa rigi 1680). Nel 1687 J. Mabillon pubblicò nel Museum Italicum (I, II, p. 32 sg.) il Libri Diurni R. P. Supplementum con 8 formole del cod. V a completamento della ed. del p. Garnier. Prive di valore scientifico rispetto al testo, perché derivate dalle precedenti, sono tutte le

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(da E. Oberti, Africa incidentale ed equatoriale, in Terra e nazioni. Africa, II, Milano 1873, 279)
Liberia - Una veduta di Monrovia.
edizioni anteriori al Sickel: Chr. God. Hoffmanus, in Nova scriptorum... collectio (II, Lipsia 1733); Jo. Dan. Schoepflinius, in Commentationes historicae et criticae (Basilea 1741); P. G. Riegger, L. D... editus opera et studio I. Garneril... recusus (Vienna 1762; PL 105); E. de Rozière, L. D. ou Recueil des Formules usitées par la Chancellerie pontificale du Ve au XIe siècle (Parigi 1869). Edizione critica sul cod. V allora unico: Th. ab Sickel, L.D.R.P. ex unico codice Vaticano (Vienna 1889). Riprodotto integralmente in facsimile il cod. A in: L. Gramatica e G. Galbiati, Il codice Ambrosiano del L. D. (Milano 1921); una nuova edizione critica del testo preparata da A. Ratti, è rimasta incompiuta.

BibL.: per una informazione completa sugli studi fino al 1930. cf. l'accurata trattazione di H. Leclercq, s. v. in DACL, IX, i, coll. 243-344; sui nuovi studi comparsi fra il 1936 e il 1939, v. il chiaro riassunto di L. Santifaller, Zur L.-D.-Forschung, in Historische Zeitschrift, 161 (1940), pp. 532-38; a questi si aggiunge: L. Santifaller, Zur äusseren Geschichte der vatikanischen Handschrift des L. D., in Anzeiger der phil.-hist. Klasse der Aba. demie der Wissenschaften in Wien, 17 (1946), pp. 172-212; J. Huyben, Een verloren gecouand handschrift van den L.D.R.P., in Miscellanea historica in honorem Alberti de Meyer, Lovanio-Bruxelles 1946, pp. 233-64; L. Santifaller, Theodor von Sickel. Römische Erinnerungen, Vienna 1947. p. 169-74. Giulio Battelli

LIBER GENERATIONIS. - Cronaca latina, con dati presi dalla S. Scrittura; elenco dei reggenti, che termina nell'a. 234.

Il Mammaen constatò che il L. g. non è in fondo nient'altro che una recensione della Cronaca di Ippolito. Il L. g. è, accanto alla Chronica Horosii (nel Cronagrafo dell'anno 354) e alla cronaca che va sotto il nome Excerpta latina barbara (VII-VIII), uno dei testimoni latini per l'opera d'Ippolito.

BibL.: L'edizione delle tre traduzioni e recensioni latine dell'opera d'Ippolito in Chronica minora, ed. Th. Mommsen, in MGH, Anct. antiquis, IX, pp. 78-140. Un'altra edizione fu pubblicata da C. Frick, Chronica minora, Lipsia 1892; Ad. Bauer, Die Chronik Hippolyte, Lipsia 1929. p. 4 sg.

Erik Paterson
LIBERIA. - I. Geografia. - E il più piccolo (da 95 a 120 mila kmq.) dei tre Stati indipendenti dell'Africa. Venne fondato nel 1822 da filantropi americani che vi insediarono alcune famiglie di schiavi negri liberati (donde il nome).

Comprende la cosiddetta Costa del Pepe (Guinea) fra la Sierra Leone e la Costa d'Avorio, ed il retroterra fino al massiccio
del Nimba. L'interno è poco noto, e della stessa regione litoranea, orlata di paludi, solo brevi zone attorno alla capitale ed ai piccoli centri costieri sono a coltura: noci ed olio di palma, piassava, caffè, riso, granturco, patato, manioca. Si estrae un po' d'oro dalle sabbie dei fiumi; ancora quasi intatta la cospicua riserva forestale.

La popolazione (da 1,5 a 2,5 milioni di ab.) è costituita da negri, di cui appena 60 mila civilizzati. Economia ed amministrazione sono di fatto in mano degli Stati Uniti, che hanno dato notevole impulso al miglioramento del paese. La L. è una Repubblica democratica con rappresentanza bicamerale. La capitale è Monrovia (10-15 mila ab.).

BibL.: J. L. Siddey-D. Westermann, L. old and new, Londra 1928; C. M. Wilson, L., Nuova York 1947.

Giuseppe Caraci
II. EvangeliZzazione. - Sul territorio della L. vivevano pochi cattolici, che erano spiritualmente abbandonati. Di loro si preoccupò il II Concilio di Baltimora del 1833 . Dieci anni dopo tre sacerdoti si offrirono per recarsi in L., cioè mons. Barron, il p. Kelly e il laico catechista Pindar; ma fallito questo primo tentativo, la L. rimase di nuovo abbandonata per quaranta anni, finché nel 1884 vi furono inviati i Padri della Congregazione dello Spirito Santo. L'opposizione massonica e protestante li costrinse a chiudere chiesa e scuola.

Nel 1903, allorché la missione fu eretta in prefettura apostolica, si ebbe un altro tentativo, pure fallito, dei Montfortiani; per ultimo ne furono incaricati i Padri delle missioni africane di Lione (1906) che vi lavorano tuttora. Ne fu prima prefetto apostolico il p. Ryne: la missione si sviluppò sotto il prefetto e poi vicario apostolico mons. Ogé. L'apostolato, nonostante la preponderanza protestante, non è inlucendo: le popolazioni più rispondenti sono le tribù Kru (al 1912 risale la stazione di Sasstown, al 1916 quella di Grand Cess); altre stazioni furono fondate negli ultimi tempi: Monrovia nel 1921, Rassa nel 1929 e Capo Palmas nel 1930; più nell'interno: Saniquelle nel 1932 e Gbangba nel 1933. La missione ebbe traversie non poche e non lievi: la guerra 1914-18 minacciò di soffocarla: l'epidemia del 1918 disperse i cristiani, soccorsi tempestivamente dai missionari: poi fu la volta dell'aperta ostilità protestante, che chiedeva l'allontanamento dei missionari cattolici. Nonostante tutto la missione progredi. Nel 1934 la prefettura veniva elevata a vicariato apostolico. Il 5 febbr. 1950 il vicariato fu diviso in prefettura apostolica di Capo Palmas,
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(da U. A. Bernstein, Il centinente nero (Orbis terrarum), Berlino 1888, t. 6; Liberia - Chiesa a Pandemai, costruita da un missionario indigeno.

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che comprende la parte sud-orientale della L., e in vicariato apostolico di Monrovia. Giovanni B. Tragella
III. Condizione giuridica della Chiesa. - La Chiesa cattolica gode in L. libertà di movimento e di azione, in modo che possono nutrirsi fondate speranze di progressi del cattolicesimo nel paese; finora, infatti, il numero dei cattolici è esiguo: 9363 su una popolazione di ca. 2.500 .000 anime.

Da parte del Governo non si pongono ostacoli alla importante attività educativa della Chiesa. Parimenti sviluppata è l'assistenza medica. A ca. 30.000 assommano le consultazioni annue nei 6 dispensari delle missioni. Il governo della Repubblica ha sempre mantenuto cordiali rapporti con la S. Sede. Nel 1927 si stabilirono regolari relazioni diplomatiche; il presidente della L. accreditò presso il Sommo Pontefice un ministro plenipotenziario, e Sua Santità nominò un suo incaricato d'affari permanente, unico esempio tra le rappresentanse pontifice con carattere diplomatico. Fin dall'inizio tale missione è affidata al vicario apostolico di Monrovia.

Una prova recente della stima e della deferenza che il Governo nutre verso la Chiesa cattolica ed i cattolici si è avuta in occasione della conferenza internazionale dell'UNESCO a Firenze nel sett. 1950; per la prima volta furono scelti dei cattolici, e tra essi l'unico sacerdote indigeno, a rappresentare la Repubblica in quell'assemblea internazionale, e ciò malgrado la posizione di predominio dei protestanti in L.

Ippolito Batsò
LIBERIO, PAPA. - Nulla di certo si sa della sua vita precedente al papato: secondo il Liber Pontificalis sarebbe romano d'origine; secondo l'epitafio, che non è sicuro sia di L., sarebbe stato lettore e poi per alcuni anni diacono.
I. Il pontificato. - Gli inizi del suo pontificato, che va dal 17 maggio 352 al 23 sett. 366, coincidono con la campagna scatenata dall'imperatore Costanzo II per imporre a tutti i vescovi il ripudio dell'óuov́oos e la condanna di Atanasio. L. non stette inoperoso. Inviò Atanasio a Roma, che invece inviò un memoriale sottoscritto da So vescovi egiziani. L. lo fece esaminare in un sinodo e si dichiarò solidale con Atanasio. Allo stesso tempo inviò un'ambasceria a Costanzo ad Arles, per implorare la convocazione di un concilio generale ad Aquileia. L'Imperatore lo fece tenere nella sua residenza di Arles (353) e riuscì a far condannare Atanasio anche dai legati romani. Si rifiutò solo Paolino di Treviri che fu esiliato. Rattristato per la defezione dei suoi legati, L. domandò un nuovo concilio, che l'Imperatore stabili a Milano (355). Ma di nuovo le violenze e le minacce ebbero ragione sui convenuti, eccettuati i legati romani, Eusebio di Vercelli, Lucifero di Cagliari e Dionigi di Milano, che vennero esiliati e le loro sedi occupate con vescovi remissivi. L. li consolò con una lettera, nella quale si raccomandava alle loro preghiere per la prova che l'attendeva. Difatti, poco dopo giunse a Roma l'eunuco Eusebio con l'incarico di indurre L. a condannare Atanasio, e non essendovi riuscito, lo fece rapire di notte e condurre a corte a Milano.

Quivi pure si diportò L. con mirabile fortezza e dignità, sicché Costanzo lo esiliò a Berea in Tracia (355) e mise al suo posto l'arcidiacono Felice. Sul finire del 357 L. fu condotto alla corte di Sirmio, ove cooperò con Basilio di Ancira a rivolgere il favore imperiale dagli anomxi alla fazione moderata. Durante il 358 L. poté tornare a Roma, accolto con gioia ed affetto dai fedeli, che non vollero sapere di un pontificato a due, L. e Fe lice, onde questi, dopo un inutile tentativo di ripresa, si ritirò definitivamente. L. non partecipò né inviò legati al Concilio di Rimini (359), il che gli permise poi di condannarne le decisioni, di associarsi alle iniziative concilia-
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LIM. PONT. EMMA. arch. (1943)
Liberio, papa - Efficie di L. nella serie dei papi della basilica di S. Paolo (sec. Ix) - Roma.
torie prese al Sinodo di Alessandria (362) e di prescrivere ai vescovi italiani di perdonare ai loro fratelli ritornati sinceramente alla fede nicena, impedendo così che si affermasse in Italia lo scisma luciferiano. Nel 366 giunsero a Roma tre vescovi, legati di 64 vescovi omeusiani, per ripristinare la comunione con la Sede apostolica. L. volle che essi per iscritto accertassero la fede nicena, condannassero la formula di Rimini e tutti gli errori ad essa fede contrari e riconoscessero i diritti pontifici in caso di controversie. Ciò ottenuto, concesse la sua comunione e diede loro lettere dirette ai 64 vescovi e a tutti gli ortodossi dell'Oriente, che furono lette ed approvate al Concilio di Tiana ed avrebbero operato una piena pacificazione, se non fosse intervenuto ad impedirlo l'imperatore Valente. Nel frattempo però L. era già morto. A lui si deve la costruzione della Basilica Liberiana, rinnovata da Stato II (S. Maria Maggiore). Il suo nome fu iscritto nel Martirologio geronimiano, mentre fu escluso dal Martirologio romano, a causa non tanto delle calunnie del Liber Pontificalis, che lo presenta qual eretico persecutore dei cattolici, quanto della debolezza con cui avrebbe comprato il ritorno a Roma.
II. La caduta. - E questione controversa. Tra i Padri della Chiesa, s. Atanasio vi accenna due volte: nell'Apologia contra arianos, scritta nel 350 ed ampliata verso il 360 , menziona L. tra i vescovi a sé favorevoli; però aggiunge che non ha sopportato sino alla fine le privazioni dell'esilio (cap. 8); nell'Historia arianorum ad monachos, scritta verso la fine del 57, dice che L. dopo due anni di esilio, vinto dalle minacce di morte, vacillò e sottoscrisse (cap. 41). Ambedue i passi sembrano indicare, nel loro contesto, che ciò consistesse nell'abbandono di Atanasio. S. Ilario, nella invettiva lanciata nel 360 contro Costanzo, scrive di non sapere se l'Imperatore commise maggiore empietà nell'esiliare L. o nel rimandarlo (Contra Constantinm, cap. 2). S. Girolamo, sia nel Chronicon (Ad an. Abr., 2365= a. 352) che nel De viris illustribus (cap. 97), parla di sottocerizione di una formula eretica. Il 1° documento della Collectio Avellana nel riportare la risposta di Costanzo alle richieste dei romani: "Avrete L. migliore di come è partito", commenta: "Ciò indicava il consenso con cui aveva ceduto alla perfidia». Rufino finalmente riferisce, senza far sua l'una o l'altra, le due versioni correnti; del ritorno comprato da L. con l'acquiescenza alla volontà imperiale, o dovuto all'accandiscendenza di Costanzo alle richieste del popolo romano (Hist. eccl., I, 27).

E evidente che al momento del ritorno di L. a Roma

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LIBERIO, papa - La visione di L. Mussico di scuola romana del sec. xliI, con restauri moderni - Basilica di S. Maria Maggiore, portico superiore della facciata.
correva la voce che L. avesse ceduto in qualche cosa a Costanzo. Lo storico greco Sozomeno, che scrive su buone informazioni nel sec. v, dice che L. avrebbe acceduto ad una delle formole di Sirmio, d'accordo con Basilio d'Ancira (v.), per rimettere la pace in Oriente e ritornare a Roma.

Rimangono però quattro lettere che L. avrebbe scritto dall'esilio e sono conservate nei Fragmenta di s. Ilario di Poitiers (v.); in esse L. si mostra preoccupato di scindere la sua responsabilità da quella di s. Atanasio e di ottenere a qualunque costo il ritorno a Roma. La disputa sulla loro autenticità è tutt'altro che chiusa, e recentemente fu notato che «la mancanza del cursus velox e delle altre caratteristiche proprie del periodare di L. rendono molto improbabile l'opinione di coloro i quali sostengono che le quattro lettere aritmiche furono dettate dal Papa» (Fr. Di Capua, Il ritmo prosaico nelle lettere dei papi ecc., Roma 1937, p. 240).

In ogni modo, se colpa ci fu in L. questa non coinvolge la infallibilità pontificia. Perché questa fosse coinvolta, sarebbe stato necessario che L., oltre a condannare Atanasio ed entrare in comunione con gli orientali, avesse sottoscritto una formola apertamente cretica ed avesse inteso di imporla a tutta la Chiesa. Ma ciò non risulta affatto. La questione è quindi di ordine storico e non teologico. In ogni modo merita di essere ricordata l'osservazione di P. Batiffol : ««L. ed Ilario [di Poitiers] avevano tesa la mano a Basilio di Ancira; nessuno ne fece rimprovero ad

Ilario; dovremo trattar meno bene L. ? Per il momento Costanzo gli fu grato che avesse cooperato ad una pace le cui condizioni si credevano sicure e stabili " (La pala constantinienne et le catholicisme, Parigi 1914, p. 465 sgg .).

Biel.: Epistole di L. : PL 8, 1349; 10, 679; Jaffé-Wattenbach, I, pp. 32-33; Lib. Pont., I, pp. 207-11; Gesta Liberii: PL 8, 1387; sermone che avrebbe pronunziato L. nel 333, in s. Ambrogio, De virginibus, III, 1-3, 1-14; ibid., 16, 231 ; eptiafio che alcuni ritengono sia di L., in De Rossi, Inscript. christ. Urbis Roman, II, Roma 1888, p. 83; S. Atanasio, Hist. arion. ad monachos, 35-41; PG 23. 734: Apolog. contra Arianos: ibid., 409; s. Ilario, Fragm. historica, in CSEL. 65, pp. 89-93, 133 sgg.; Contra Constantium. 11: PL 10, 589; Colletio Avellana, 1. in CSEL. 35, p. 1; s. Girolamo, Chron. ad an. Abr. 2365 : PL 27, 301; De viris ill., 97 : ibid., 23. 735: Rufino, Hist. eccl., I, 27: ibid., 21, 498; Sozomeno, Hist. eccl., IV, 8-15; PG 67, 1125; Teodoreto, Hist. eccl., II, 12-15: ibid., 82, 1029. Negano la caduta: L. De Feis, Storia di L. papa e della scisma dei semiariani, Roma 1894; L. Saltet, La formation de la légende des papes Libère et Fólie, in Bull. de litt. eccl., 7 (1905), pp. 222-36; id., Les lettres du pape L. de 337, ibid., 9 (1907), pp. 279-89; F. Savio, La questione di papa L., Roma 1907; id., Nuovi studi sulla questione di papa L., iv: 1909; id., Punti controversi nella questione di papa L., ivi 1911: D. J. Chapman, The contested letters of pape Libcrins, in Rev. bèndd., 27 (1910), pp. 22-40, 172-203, 323-25. Anonctuono la caduta: M. Schiktone, Die Illiarino-Fragmente, Breslavia 1905; L. Duchesne, Libère et Fortunatien, in Mèl. d'archéol. et d'hist., 28 (1908), pp. 31-78; A. L. Feder, Studien zu Illiarino von Poitiers, I. Die sogeuanuten - Fragmenta historica - n. der sogenannte «Lib. I ad Constantium imperat. - nach ihrer Überlieferung, inhaltlicher Bedeutung n. Entstehung (Sitzungder. dell' Accad. di Vienna, 162). Vienna 1910: J. Zeiller, La question du pape Libère, in Bull. d'ancienne litt. et d'archéol. chrétienne, 3 (1913), pp. 20-31; E. Amann, s. v. in DTNC, IX, coll. 631-39; E. Caspar, Geschichte des Papsttums, I, Tubinga 1930, pp. 166-95; F. X. Seppelt, Der Aufstieg des Papsttums, Lipsia 1931, pp. 103-17.

Vincenzo Monachion
LIBERI PENSATORI. - Con tale nome vengono indicati tutti coloro che, rifiutando qualsiasi rivelazione o definizione dogmatica di verità religiose o morali, rivendicano alle capacità razionali e umane un'assoluta emancipazione. Di qui l'atteggiamento anticlericale e antiecclesiastico dei 1. p.

Le origini storiche del movimento vanno ricercate nell'Inghilterra del Seicento che subì l'influsso della Rinascenza italiana, particolarmente di G. C. Vanini, P. Pomponazzi, Leone l'Ebreo, G. Bruno e T. Campanella (cf. L. Einstein, The italian Renaissance in England, Nuova York 1902). A queste fonti si collega II. di Cherbury ( 1582-1648 ), che può essere considerato il padre del deismo inglese, la cui religione puramente naturale e razionale può essere accettata da qualsiasi popolo (cf. De Veritate, Londra 1633, p. 212). La scuola di Cambridge diede a siffatta religione un orientamento etico, mentre J. Toland, J. Collins, M. Tindal, T. Woolston, ecc. accentuarono la naturalità della religione come quella che esclude ogni dogma, respinge l'autorità delle Scritture, la divinità di Cristo e i